MANOWAR

Anthology

1997 - Connoisseur Collection

A CURA DI
ANDREA CERASI
18/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

La Connoisseur Collection, un'etichetta inglese degli anni 90 e specializzata in compilation e live-album, decide di acquistare i diritti dei Manowar in modo tale da onorare i primi quindici anni di carriera con una bella raccolta comprendente tutti, o quasi, gli album pubblicati fino al 1997. Ho detto quasi perché, all'appello, mancano il recente "Louder Than Hell", sotto contratto con la Geffen, la quale proprio in quell'anno viene assorbita dalla Universal, e mancano due dischi simbolo del combo americano: "Into Glory Ride" e "Hail To England". È il 1997 e la band sta marciando per i palchi di tutto il mondo, in un tour che sembra infinito, cambiando etichetta di continuo, passando dalla Geffen alla Metal Blade, con la quale pubblicano il primo bellissimo live-album, battezzato "Hell On Wheels", e poi ancora alla Nuclear Blast, con la quale daranno alle stampe diversi singoli "personalizzati", cioè differenti da paese a paese, e il secondo live "Hell On Stage". Dunque, si tratta di un periodo movimentato e abbastanza fatidico, ma è anche un periodo fecondo per il metal tradizionale; alla fine del decennio, dopo anni di buio totale e di cambiamenti eclatanti all'interno del mercato musicale, ecco che torna prepotentemente la scintilla dell'heavy classico e di tutti quei generi trascurati per almeno cinque-sei anni e che hanno mandato in malora la carriera di centinaia di metal band. Il power metal, in particolare, ha il suo momento di gloria, specie in Europa, nascono nuovi eroi che si rifanno inevitabilmente ai giganti del passato, e allora emerge una nuova ondata di epic metal che, ovviamente, guarda con venerazione l'operato dei Manowar, da sempre primi della classe in quanto a popolarità e successo. Bene, a questo punto, l'etichetta inglese ha l'idea di cavalcare l'onda dell'entusiasmo e pubblica "Anthology", senza però il consenso della band. DeMaio è infuriato e non ne riconosce l'ufficialità, inoltre la cover scelta è una delle più discusse, criticate e prese in giro di sempre, perché mostra i nostri quattro cavalieri newyorkesi in posa, dentro un'officina, seminudi e in mutandoni di pelliccia. La foto è di vecchia data, dal momento che è presente il chitarrista Ross The Boss, dimissionario nel 1989, anche se alcuni pezzi della track-list sono estrapolati dal glorioso "The Triumph Of Steel", quando lo stesso chitarrista era già stato rimpiazzato da David Shankle. Insomma, la confusione è palese e la band non approva la pubblicazione della compilation, anche se ufficiale. Dopo la prima raccolta che comprendeva gli anni sotto l'egida della Atlantic, lanciata soltanto tre anni prima, nei negozi di musica fa la sua comparsa la seconda raccolta firmata Manowar, tra l'altro contenente quasi le stesse tracce, per l'ennesima operazione dalla discutibile utilità. Questa volta, non è colpa di DeMaio e dei suoi compagni, come negli altri casi, poiché nessuna delle compilation rilasciate godono dell'appoggio definitivo dei musicisti, essendo lavori licenziati per debiti contrattuali e sfuggiti al controllo dei diretti interessati. L'unica compilation approvata dalla formazione sarà "The Kingdom Of Steel", pubblicata nel 1998, ma c'è di più, perché per sopperire alla mancanza di brani tratti dai capolavori qui non presenti, ossia i già citatati "Into Glory Ride" e "Hail To England", l'anno dopo, nel 1998, verrà pubblicata l'ultima raccolta della serie, a nome "Steel Warriors", un mix tra le due opere qui scartate. Le tracce qui presenti sono mostrate in ordine cronologico, partendo dal 1982 e arrivando al 1992. Non ci resta che andare a scoprire quali sono.

Manowar

Manowar (Uomo Di Guerra), autocitazione della band e traccia destinata ancora oggi ad aprire tutti gli spettacoli dal vivo. E in effetti non c'è niente di meglio di questa canzone per presentare la band sui palchi di tutto il mondo, poiché narra della storia di come sia stato fondato il gruppo, partendo dall'incontro del bassista col chitarrista durante il tour con i Black Sabbath, precisamente durante una data a Birmingham in Inghilterra, nel backstage, e grazie a una grande persona quale Ronnie J. Dio che li ha fatti incontrare. Dal momento in cui i due si sono abbracciati è scoccata la scintilla, guidata dalla passione per la musica, e hanno intrapreso una nuova battaglia. Nascono i Manowar, nascono per vivere in eterno, per conquistare ogni costa, fracassare il terreno e incendiare palchi. La lotta non avrà mai termine, è una missione che i quattro ragazzi si sono prefissati con orgoglio e coerenza, marciando su ogni città, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio e generando guerrieri figli della loro musica. L'ambizione (e anche l'ego) smisurata della band gli creerà non poche critiche, i detrattori negli anni saranno tanti e tanto sarà persino l'odio del pubblico nei loro confronti, ma sarà enorme anche l'amore dei propri fedeli, sempre pronti a supportare questo fantastico gruppo. Poche band riusciranno a creare un vero e proprio credo e a essere idolatrati come loro. È anche grazie a questi ragazzi che oggi l'heavy metal non è solo musica ma un culto da venerare in eterno. "Manowar" è una canzone trascinante, metal puro e dall'andamento veloce, gli strumenti sono feroci, il basso di DeMaio è muscoloso ma anche la batteria di Hamzik è scatenata, mentre Ross "The Boss" esegue un riffing serrato e crudele, tipico dello U.S. power metal. Le strofe sono scintillanti e trascinano nella foga anche l'ascoltatore più distratto, Eric Adams da sfoggio delle sue doti canore con un'interpretazione magistrale e proprio qui nascono (come asserisce il testo) i Manowar che tutti noi conosciamo, quelli destinati alla gloria dell'epic metal. Questo pezzo rappresenta il punto di inizio della formazione americana, per una marcia destinata a farsi sempre più veloce e potente tanto che, nel momento in cui il pezzo ha visto la luce per la prima volta, il mondo del rock ha subito un violento scossone, perché questa canzone ha gettato le basi per un nuovo tipo di suono. Il refrain è strepitoso, concepito per creare sfaceli dal vivo con i cori del pubblico ad accompagnare le note più alte e persino gli acuti unici e inimitabili di Adams. Il basso di DeMaio è potentissimo, così come la chitarra di Ross Funicello, il quale ci cimenta, tra l'altro, in un solo fantasmagorico, e non è un caso, visto che questa è la loro traccia, l'esaltazione delle idee dei due giovani musicisti e la dichiarazione dei loro intenti. Loro due sono gli attori principali di questo teatrino, i due leader incontrastati, non a caso quando il chitarrista lascerà per sempre la band (siamo nel 1989), la stessa perderà un pezzo importante della line-up e, di conseguenza, il perno centrale della propria musica. A detta di molti i Manowar perderanno magia, e in parte è vero.

Metal Daze

Metal Daze (Stordimento metallico) è una bomba assoluta, un riff violento, primordiale, fuoriesce dagli altoparlanti. Come evidenzia il titolo della canzone, è uno stordimento di metallo, un vortice di acciaio intonato da una delle più potenti voci mai esistite, quella di Eric Adams che nella prima strofa, sbattuta letteralmente in faccia all'ascoltatore e concepita come una sorta di intro, alza talmente il tiro che sembra raggiungere gli ultrasuoni con un acuto spaccatimpani. La sezione ritmica si invigorisce e subentrano il basso e la batteria, il ritmo è ancora un misto tra l'hard rock e l'heavy metal primordiale, dove la band ancora non osa spingersi oltre certe velocità e restando col freno a mano tirato. Le influenze hard rock degli anni 70 sono palesi, dettate maggiormente dalla chitarra di Ross "The Boss", il quale riprende l'energia appartenuta alle sue due punk rock band (Dictators e Shackin' Street, nelle quali ha militato alla fine dei 70s) e ne sviluppa i concetti attraverso distorsioni continue, legandole agli stilemi dell'hard 'n' heavy americano che va di moda in quel periodo. Siamo ancora lontani dai fasti e dalle tematiche epico-fantasy, ma siamo lontani anche da un metal veloce e diretto come quello della scuola inglese. Questi sono i Manowar del primo disco, uscito nell82, perciò in versione hard rock, che puntano più sulla robustezza e compattezza rispetto alla velocità e alla potenza. Dopo la sfuriata iniziale i toni si abbassano, seppur di poco, e il vocalist intona la lunga strofa che si distacca dalla quartina iniziale (quella cantata a squarciagola) risultando più quieta e un po' più lenta. Una lunga strofa contenente un pre-chorus appena accennato dove il cantante alza la voce e si prepara per il semplicissimo ma onnipotente ritornello, anch'esso composto da cori che danno il via per l'acuto. L'heavy metal diventa uno stile di vita, una religione da seguire, e il suo nome va cantato a voce alta e chi meglio di Eric Adams può decantare la potenza di questo genere? Non a caso la band gli lascia molto spazio, puntando sulla sua ugola d'oro, roba che all'epoca quasi nessuno aveva mai osato tanto. Il basso e la chitarra lavorano in sintonia e si incrociano in un nuovo duello facendo scintille, Funicello ha un tocco magico e una buona tecnica di fondo e mentre esegue l'assolo, DeMaio lo accompagna con continui effetti stranianti del suo strumento, ciò denota una continua sperimentazione da parte sua e una ricerca sonora quasi maniacale. Donnie Hamzik non è un batterista molto tecnico ma risulta fresco e preciso, e proprio freschezza e precisione i Manowar perderanno con l'ingresso di Scott Columbus (che sostituirà Hamzik già dal secondo disco), un batterista potentissimo ma lento e statico. Non c'è un bridge in questo pezzo, poiché dopo l'assolo si riprende la strofa e dunque il magico refrain, fino alla fine quando la quartina iniziale viene di nuovo cantata e concepita come epilogo, dando lo slancio per l'ultimo chorus. Le liriche non spiccano per originalità ma la band americana non è certo campione di tematiche, ma già in "Metal Daze" ci sono tutte le caratteristiche per le quali i Manowar diventeranno leggendari. Il brano è ovviamente un inno alla musica dura, alla potenza degli strumenti, alle nottate trascorse a bere e a suonare in compagnia di amici e partner. L'heavy metal che fa sentire liberi, un po' come le motociclette, e l'emozione di suonare davanti un pubblico e su un palco è qualcosa di indescrivibile. Tutti si sentono fratelli e sono uniti dalla musica. Un musicista afferma di essere nato per suonare, un uomo con una chitarra urlante che molesta su un palco illuminato e, in breve, inonda l'ambiente con le note elettriche. È un modo di vivere, bastano uno strumento musicale, un paio di jeans e una maglietta strappata e le ragazze vengono sedotte. Vivere da selvaggi, come se non ci fosse un domani, godersi la vita al confine del perbenismo, senza ipocrisie e senza limitarsi, abbiamo tutti un cuore di metallo e nelle nostre vene scorre sangue regale perché siamo gli adepti dell'acciaio e vogliamo ascoltare musica sempre più pesante per sentirci davvero vivi. La band ha già le idee chiare e diventerà famosa proprio per i suoi proclami altisonanti e i suoi testi diretti e sbruffoni.

Fast Taker

La fede nell'acciaio prosegue con un'altra hit tratta dall'album di esordio, Fast Taker (Colui che afferra) è un brano dal piglio rock 'n' roll sorretto da un basso potentissimo e dalla granitica chitarra di Ross The Boss Funicello; inoltre, va detto che è ottima la prova dietro le pelli da parte di Hamzik. Il ritmo è scanzonato e veloce, questa volta molto vicino alla N.W.O.B.H.M. e a band quali Vardis o Tank, insomma le formazioni più punk 'n' roll della scena, e una versione dei Manowar che non troveremo più nei lavori seguenti. I versi sono veloci e d'effetto, Eric Adams non si lancia in acuti inverosimili e controlla la voce senza eccedere, almeno fino al brillante ritornello, uno dei migliori dell'album, nel quale si arrampica su cime altissime con un timbro tanto potente quanto limpido. La melodia del refrain è eccellente e solare, a dispetto di un andamento di base non proprio entusiasmante, certamente non brutto ma nemmeno memorabile, dove l'intero pezzo viene salvato dal chorus appunto, interpretato con maestria dal vocalist. Nemmeno l'aspetto strumentale è eclatante, i membri del gruppo si limitano a svolgere il compito senza guizzi ulteriori, anche se la simbiosi tra chitarra e basso è esaltante e, mentre l'assolo di Ross "The Boss" è elementare seppur buono, quello di DeMaio è particolare e ambizioso, tanto che il suo strumento sembra essere una seconda chitarra che emette una specie di ronzio interessante che sorprende l'ascoltatore. Diciamo che la traccia ha due ottimi spunti, uno è il ritornello ispirato e di difficilissima esecuzione e il secondo è la prova di Joey DeMaio al basso, il suo strumento pulsa che è una bellezza, è sempre protagonista e si lancia persino in uno pseudo assolo. Per il resto ci troviamo di fronte a un brano semplice e piacevole, con un testo sempre attuale incentrato sui problemi in famiglia, ovvero i litigi tra genitori e figli. La mamma che si lamenta per ogni minima cosa e il papà, alcolista da tanti anni, che considera il proprio pargolo un fallito soltanto perché al ragazzo piace essere libero e non seguire le regole imposte dalla società moralista e bigotta. I genitori pregano affinché il proprio figlio segua la retta via ma egli è pronto a fuggire, a fare i propri comodi, portandosi dietro la fidanzatina di 16 anni dopo averla prelevata sotto casa, di notte per non essere visto dal padre che lo odia, e con la quale appartarsi per fare l'amore a ritmo di musica. E' una innocente fuga d'amore da parte di due adolescenti, i quali vogliono soltanto divertirsi prima di entrare nel noioso mondo degli adulti, e qui subentra la vita un po' canonica e noiosa della vita di una classica provincia americana, dove i giovani sono costantemente contrastati dai propri genitori e ai quali viene negato loro un poco di divertimento.

Battle Hymn

Battle Hymn (Inno Di Battaglia) è la canzone epic per eccellenza, non a caso title-trak del primo invincibile album dei Manowar, e rappresenta la summa della filosofia della band, un capolavoro di sette minuti dal fascino immutato nel tempo. Un delicato arpeggio suonato col basso a otto corde da DeMaio e che sembra una vera chitarra ci introduce nel regno epico degli eroi, la batteria è in attesa di scalciare per prepararsi alla battaglia, Hamzik colpisce i piatti prima con tocco leggero e poi irrobustendo i colpi. Dopo 50 secondi tutto è pronto per la rullata che dà inizio alla guerra, la chitarra di Ross "The Boss" è un'aquila che sorvola libera il campo di battaglia e che è in cerca del nemico da distruggere, i toni trionfali degli strumenti sono evidenti e fomentano al primo ascolto, subentra il basso a infoltire il suono della composizione e infine arriva come un guerriero a cavallo un Eric Adams solenne e impavido che svetta sulle note con la sua voce divina. Dopo la prima strofa ecco il cambio di tempo e i cori da Conan Il Barbaro che incitano alla guerra e all'uccisione del nemico, Adams è un generale che guida l'esercito e Hamzik è il fante che ne detta l'andamento a ritmo di tamburi e gettandosi nella mischia. Seconda straordinaria strofa e ancora una breve parentesi bellicosa in cui si incita alla vittoria. I cori, come accennato pocanzi, riprendono vagamente quelli appartenenti alla colonna sonora del film "Conan Il Barbaro", uscito, guarda caso, lo stesso anno, e che influenzerà talmente tanto la band che dal seguente capitolo, "Into Glory Ride", vestirà (come si può osservare nella cover-art) come i barbari del film fantasy diretto da John Milius e tratto dal fumetto ideato nel 1932 da Robert Ervin Howard. Siamo a metà brano, i toni si placano, gli strumenti si quietano, il ritmo viene spezzato e cambia il tempo. Viene a crearsi una parentesi melodica di grande intensità, un bridge centrale da pelle d'oca incentrato tutto sulla voce di Eric Adams e sull'arpeggio nostalgico di Ross "The Boss". Il momento è mistico e passionale, cori angelici cullano l'ascoltatore prima che il singer squarci l'atmosfera con un acuto limpido e la batteria riprenda a correre come un cavallo impazzito. Giunge il tempo dell'antologico assolo di chitarra che si incrocia con quello di basso raggiungendo un pathos incredibilmente epico. Di nuovo torna la parentesi corale che può essere intesa come una sorta di ritornello, ma questa volta è ancora più potente, e Eric Adams si lancia nella quartina più difficile cantata quasi tutta su acuti pazzeschi che solo lui è in grado di eseguire. I cori accrescono per un finale pirotecnico, con fuochi d'artificio, rullate a non finire, impennate di basso e invocazione all'uccisione e alla morte del nemico. Il tutto termina con un coro epico e trionfale per una delle canzoni metal più belle e famose di tutti i tempi. Ovviamente il testo narra di una battaglia epica, fatta si spade, scudi e lance. Diecimila soldati che marciano sotto la pallida luna da parte a parte, con le spade sguainate al cielo e le armature scintillanti, pronti a uccidere le truppe nemiche. I giorni della libertà sono terminati e adesso il tempo è scandito dai colpi di armi da taglio, perciò i soldati si fanno strada con le catene nelle mani e l'orgoglio nel cuore, il suono della gloria è vicino ed emerge sopra i corpi dei vinti per incoronare i vincitori. Sul campo di battaglia gli uomini attraversano il tempo e lo spazio per restare immortali. Immortali come questo brano.

All Men Play On 10

All Men Play On 10 (Tutti Gli Uomini Puntano Sul 10) è il singolo scelto per rappresentare l'album "Sign Of The Hammer" del 1984. È un brano piuttosto classico, dove l'epicità, in fase di scrittura, viene per un momento accantonata, anche se recuperata dalle atmosfere barbariche. L'introduzione è da brividi, Scott Columbus è possente dietro le pelli, mentre la chitarra di Ross "The Boss" scalcia in un riffing serrato, deciso a lanciarsi in una lunga e furiosa corsa, sempre sotto il vigile controllo di un Joey DeMaio dal basso potenziato che si erige al di sopra di tutti gli strumenti. L'andamento è cadenzato, ciò dona maggiore epicità al pezzo, poi il tutto si smorza e resta solo la batteria a supportare l'imponente voce di Eric Adams che divora le strofe fino a giungere allo strabiliante e lungo pre-chorus dotato di una piacevole intensità melodica e che è costruito su linee di basso davvero fenomenali. Il refrain è semplice ma dall'accattivante appeal, dove emergono cori a supportare il vocalist e a donare alla traccia una particolare forza indomita. Eppure risulta una canzone strana, basata tutta sulla versatilità di Adams e con una sezione ritmica piuttosto cauta, ed è ancora più particolare il fatto che, all'epoca, sia stata scelta come opening track del quarto album della band, ovvero un lavoro scatenato e formato da cavalcate epiche dalla potenza devastante. Il brano però funziona, è fresco e ben prodotto, cantato divinamente da quello che è forse il più grande vocalist della storia del metal, sempre pronto a scatenarsi con urla e acuti agghiaccianti, come troviamo al termine di ogni ritornello. Emerge Ross The Boss che si lancia in un sensuale assolo che prende quasi tutta la seconda parte della canzone, per poi lasciare spazio, ancora una volta, alla coda formata da cori animaleschi, rasoiate di basso (modificato per l'occasione) e rullate di batteria. In definitiva, una traccia molto semplice e di breve durata, costruita su di un testo che è rappresenta un omaggio all'etichetta discografica e che, allo stesso tempo, è un modo per ironizzare sulla rischiosa scommessa che ha portato i Manowar a firmare per la stessa; "Sign Of The Hammer", infatti, era stato prodotto dalla 10 Records. Tutti gli uomini puntano sul numero dieci, come se si trovassero in un casinò a giocare alla roulette, sperperando migliaia di dollari. Eppure sono fomentati, i cori da stadio li incitano a rilanciare e a correre il rischio, le orecchie infuocate, gli occhi iniettati di sangue, l'adrenalina in corpo, tutto pur di vincere la scommessa. Le grida del pubblico sono pura musica per un giocatore incallito, ed a quanto sembra il detto "l'importante è partecipare" non sembra neanche lontanamente contemplabile. Bisogna scendere in campo per vincere, ad ogni costo. Combattendo con onore, giocando lealmente ed impegnandosi fino in fondo, almeno per accettare un'eventuale sconfitta in maniera meno amara. Perdere non ha importanza solamente se è fatalmente ed assolutamente scritto nel nostro destino. Se combattiamo, dobbiamo combattere unicamente per uscirne vittoriosi. E qualora venissimo sopraffatti, dovremmo ripresentarci più agguerriti di prima, per vendicare l'onta subita.

Sign Of The Hammer

Arriva la title-track dell'album del 1984: Sign Of The Hammer (Il Segno Del Martello) è una cavalcata epica di grande intensità emotiva, la chitarra emette un grido quasi all'unisono con la voce di Eric Adams che irrompe ruggendo e declamando la prima strofa, serrata e quadrata, per poi lanciarsi, senza perdere tempo, nel popolare ritornello, espressione del genio epico di Joey DeMaio, maggiore compositore e songwriter del combo americano. La melodia è incredibile, baciata da qualche divinità scesa in terra, dove il cantante accarezza le note per poi salire di qualche tono ed emettere acuti pazzeschi, già accennati alla fine della quartina. Non è un brano semplice da interpretare ma con un vocalist del genere tutto è possibile. Il chorus prosegue, ha una doppia anima visto che è suddiviso in due parti perfettamente sovrapponibili, ed è decorato con cori vichinghi e dalla galoppata di Columbus che utilizza i piatti come fossero tamburi da guerra e spingendo col doppio pedale. Il passaggio dalla prima fase alla seconda è interessante, la chitarra si sovrappone al basso metallico e danzano creando fraseggi davvero toccanti che portano dritto alla seconda quartina e al secondo refrain. L'assolo di Ross The Boss è abrasivo, la sua ascia fende l'aria e crea l'inferno per poi stopparsi improvvisamente sulle bordate di batteria che danno inizio a una nuova sezione. Il break è inquietante, Adams intona il bridge con voce modificata e che lo trasforma in un demone declamando le stesse parole della prima strofa, dunque si libera dalle catene e svetta in cielo attraverso un acuto spacca-timpani che fomenta non poco prima di dirigersi verso l'ultimo ritornello. La coda è particolare, viene ripetuto il titolo del pezzo, aumentandone la potenza attraverso i cori, inoltre si accentua la vena epica dovuta dalla batteria e dal basso. Un lunghissimo acuto, l'ennesimo, pone termine alla battaglia. Una delle migliori tracce mai composte, un inno epico supportato da un testo che è, ancora una volta, un omaggio a Thor e al suo martello, ben rappresentato dalla iconica e stilizzata cover-art dell'omonimo disco. Il vento soffia forte, le nuvole diventano nere, l'incanto è spezzato e il maleficio scagliato. I nemici hanno paura e subiranno la vendetta del dio e dei suoi uomini, pronti a seguire le sue indicazioni. Il martello viene scagliato, è il segnale che tutti aspettano per dare inizio all'assalto ed è il putiferio sul campo di battaglia. Odio, vendetta, sangue, onore, trionfo e sconfitta, il tutto fuso in un breve istante, destinato a portare alla vittoria le forze del bene guidate proprio da Thor, il quale schiaccerà col suo martello il serpente velenoso simbolo del male. Thor è il bene, è la luce, la forza, l'onore, il Dio patrono dell'umanità, la perfetta incarnazione dei valori del guerriero. Valori nei quali i Manowar si riconoscono pienamente, valori che i nostri cercano di immettere nella loro musica e nel loro stile di vita sempre dedicato alla nobile causa del metallo.

Fighting The World

Fighting The World (Combattendo Il Mondo) è un concentrato di potenza e di orecchiabilità allo stesso tempo, un pezzo dotato di un'anima ambivalente. Qui è presente una certa vena goliardica, anche se buttava l'occhio alle classifiche cercando, all'epoca, nel 1987, di accaparrarsi nuovi consensi e di conseguenza nuovi adepti grazie al piglio moderno e all'aria ruffiana che conquistava nell'immediato. La forza animalesca di un batterista come Columbus è palese, il gigante picchia come un forsennato fino quasi a piegare i piatti e dona alla canzone un aspetto cattivo, interrotto però dall'arrivo dei cori glam metal ma comunque fieri e dallo spirito bellico. La chitarra di Ross The Boss emerge con un riff tostissimo mettendo in evidenza la scintillante produzione di cui godeva l'omonimo album e degna delle migliori rock band. Il brano si tramuta in una cavalcata metallica, robusta ma che non dimentica l'orecchiabilità e l'impatto melodico. La semplicità della sua struttura è sottolineata dall'immediatezza con cui giunge il refrain, appena dopo la prima quartina e dopo appena quaranta secondi, ma che sorprende grazie alla sua bellezza distesa su ben due fasi melodiche che catturano subito l'orecchio dell'ascoltatore. L'aria scanzonata e da classifica è evidentissima, qui ci troviamo davanti a un brano di heavy metal melodico e d'impatto, ma è anche da notare la classe di questi ragazzi, sempre bravi a trovare l'appeal giusto e a rendere dei pezzi semplici delle vere e proprie bombe musicali. Durante le strofe, decantate da un Eric Adams come al solito divino, va evidenziato l'ottimo il lavoro di accompagnamento da parte di Joey DeMaio, il quale, per una volta, suona il basso come tale, senza imitare la chitarra elettrica attraverso modifiche e suoni ricercati, ed il suo è uno strumento che pulsa sangue e che ha cuore. L'assolo di Ross The Boss è sentito e feroce, fatto con gusto, e sovrasta la potenza impressionante della batteria grazie alla sua voracità. Nella fase finale gli strumenti si smorzano, resta solo Columbus a dirigere il ritmo mentre i coretti infarciscono gli ultimi ritornelli. Meno di quattro minuti che racchiudo un po' tutta la filosofia della band e che lanciano un forte attacco alla società e a tutti coloro che li criticano di essersi venduti. E qui trasudano l'orgoglio e la coerenza targati Manowar, la cui corazzata è fatta di acciaio e non di argilla, perché loro non cambiano, non c'è verso, sono fieri di essere così e di portare avanti i propri propositi. Combattono il mondo ogni singolo giorno per far valere i propri diritti, per dire ciò che gli pare e piace, per diffondere il verbo del metallo, perché l'heavy metal è vita, mentre le televisioni e le radio passano solo stronzate. Suonare questo genere musicale è terribilmente difficile, in molti si sono arresi e hanno ceduto al cosiddetto "lato oscuro", ma non certo i nostri barbari, che con la spada ben in vista continuano a mietere vittime, portando avanti le loro campagne di saccheggi e conquista. Se suonare Heavy Metal vuol significare dichiarare guerra la mondo, ebbene, i Manowar lo fanno ne migliore dei modi e con la grinta giusta. Non è difficile immaginare quanto, per un adolescente dell'epoca, questo testo significasse praticamente tutto. Dunque, liriche in grado di riportarci indietro negli anni e di farci rivivere le lotte contro gli insegnanti, i genitori a tutte le autorità.

Blow Your Speakers

In Blow Your Speakers (Fate Saltare Gli Amplificatori) le atmosfere epiche tipiche della musica dei nostri quattro eroi americani si disperdono come fumo e l'aspetto primitivo che tanti fans ha fatto innamorare viene tralasciato in favore di un suono più orecchiabile e da classifica. La cavalcata di stampo mitologico, con cori da film fantasy e cadenze suggestive, lascia spazio a una struttura semplificata e radiofonica improntata più che altro su un ritornello solare e melodico che strizza l'occhio alle produzioni glam metal tanto in voga negli anni 80. L'intro è breve e diretta, recuperando una certa attitudine sempliciotta. Columbus scandisce il tempo, evidenziando un'andatura più hard rock che epic metal, e Ross The Boss infarcisce il brano con una serie di riffs crudi ma decisamente poco oscuri. I ritmi non sono vorticosi e non si respira un clima post-apocalittico, Eric Adams esordisce dopo pochi secondi con un grido isterico e incomincia a intonare il primo verso, molto semplice e trascinante per poi giungere brevemente al bel ritornello, contornato da cori sleaze metal, sul quale svetta la sua ugola onnipotente e che alza il tiro in prossimità dell'ultima frase quando pronuncia un rock 'n' roll sempre più acuto e in grado di accendere gli animi. La seconda strofa ha un piccolo cambiamento, poiché la chitarra viene sostituita dal basso di Joey DeMaio, il quale esegue una serie di accordi simulando il muscoloso riffing dell'ascia e donando al pezzo un aspetto alquanto originale. Il ritmo è medio, improntato su un hard rock che ricorda molto lo stile dei Kiss, persino nel divertente e colorato videoclip, laddove la batteria di Scott Columbus è decisamente protagonista, anche se molto statica e tenuta a freno, ma comunque in evidenza rispetto agli altri strumenti. Infatti si ha la sensazione che non si voglia pestare troppo, proprio per rientarre in classifica e mandare a segno una hit radiofonica. Ross The Boss si mette in luce in un breve assolo, a dire il vero poco incisivo, per poi lasciare spazio alla terza fase nella quale troviamo un'altra strofa cui segue il refrain che vede un Adams sempre più indemoniato. Come accennato pocanzi, questi sono i Manowar più sempliciotti e divertenti, i proclami di guerra, gli inni agli Dei del Valhalla e la fede nell'acciaio, al sangue e alla gloria in battaglia, sono sostituiti da un testo moderno ma che trasuda comunque orgoglio e che è in grado di destare attenzione. È un attacco a tutto il sistema americano, ai benpensanti, alla finta arte, alla musica mediocre. A questo punto, come suggerisce il videoclip, lanciato in rotazione nel 1987, entriamo nei panni di tre giovani ragazzi appassionati di musica pesante, chiusi in cantina a guardare la tv. Il canale è sintonizzato su Mtv ma loro non sembrano apprezzare, così, dopo l'ennesimo inutile video, decidono di spegnere e di mettere su un disco. Ovviamente è heavy metal, ovviamente sono i Manowar, e le note dei nostri eroi li cullano mentre scrivono una lettera di rimprovero proprio all'emittente musicale, accusandola di mandare in onda sempre la solita merda. Loro vogliono la potenza del Rock 'n' roll, perché è il genere giusto per sfogarsi, per ballare, bere birra e fare sesso. A loro non importa nulla delle Label, dei soldi che girano nel mondo musicale, della robaccia commerciale. I giovani hanno bisogno di musica vera.

Heart Of Steel

Heart Of Steel (Cuore D'Acciaio), lanciata come singolo nel 1998, è la ballad più famosa della band americana, nella quale i Manowar rappresentano l'onore, il trionfo, la goliardia, ma anche la passione, il sacrificio, la solitudine, il combattimento, la volontà di esprimere sé stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di un Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora sulle note del pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola tedesca dal significato di "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto sé stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da corri guerreschi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle.

Blood Of The Kings

Con Blood Of The Kings (Il Sangue Dei Re) DeMaio ha la bella idea di prendere i titoli di quasi tutte le canzoni composte in passato e che troviamo negli album degli anni 80 e di fare il collage che andrà a strutturare il testo più autocitazionista della storia. Parliamoci chiaro, i Manowar hanno un vocabolario di appena trenta parole, perciò non risulta troppo difficile assemblare i vari titoli e le varie frasi per dare un senso logico alle frasi. Il risultato è comunque ottimo, la band, all'epoca, è musicalmente ispirata e la canzone diventa immediatamente l'ennesimo cavallo di battaglia tratto da un disco clamoroso: "Kings Of Metal". Columbus è meno statico del solito, picchia duro sulle pelli e sui piatti, Adams lancia una serie di acuti che mettono i brividi e poi tornano le campane a dare quell'aria solenne ed epica tanto ricercata dalla band. DeMaio si improvvisa nuovamente chitarrista, visto che è proprio lui ad eseguire i riffs portanti col suo basso modificato e suonato come fosse una chitarra, creando un effetto interessante che va a sovrastare la sezione ritmica. Come accennato pocanzi, la strofa riporta numerosi titoli del catalogo Manowar, Eric Adams si destreggia egregiamente su una linea vocale perfetta e molto melodica incitando tutti i fratelli del metallo a prendere parte alla rivolta, cantando tutti insieme inni di battaglia per poi cavalcare nella gloria guidati dal martello di Thor e sfidando il mondo intero. Cambio di tempo nel quale gli strumenti si potenziano, la batteria in particolare e la chitarra di Ross The Boss, passando al bellissimo e corale ritornello dove il vocalist alterna acuti e timbro pulito, fomentando non poco gli ascoltatori. La melodia è vincente, altamente epica, e per l'ennesima volta troviamo la celebrazione del mito manowariano, con i quattro cavalieri del metallo pronti a sovvertire le leggi che governano il mondo, a organizzare una crociata per la libertà individuale, massacrando i nemici, i falsi, e tingendo di rosso le spade e le mani col sangue dei perdenti. Si prosegue con la citazione di altri titoli ed esaltando i popoli dove i Manowar sono accolti con favore, così troviamo tutte le nazioni europee unite sotto il vessillo del martello, legate dalla passione per l'heavy metal, ma c'è un frase che ha comportato numerose critiche all'epoca, ossia quando Adams grida "Back to the glory of Germany" ("Ritorno alla gloria della Germania"), dove molti hanno letto un inneggiamento del periodo nazista, accusando la band stessa di appoggiare una politica di estrema destra. Ma le accuse (rivelatesi infondate) di essere filonazista affondano le radici nel passato, sin dagli esordi, quando un'aquila campeggiava sulla copertina di "Battle Hymns", il primo album. Strofa/ritornello e ancora strofa/ritornello dove le liriche inneggiano a prendere parte a questa marcia per la vendetta, al ritmo di un suono funebre, spargendo il sangue nemico, facendo giuramenti di fedeltà e amicizia, tutto per combattere questa guerra sacra a suon di metallo. Le due asce si intrecciano per eseguire due buonissimi assoli, uno di chitarra e l'altro di basso, dove la sinergia tra DeMaio e Ross The Boss è incredibile, dunque Eric Adams torna dietro al microfono con voce modificata che sembra demoniaca e conclude con gli ultimi due ritornelli. In sostanza, un brano che celebra non solo la band ma anche tutti i seguaci (duri a morire) conquistati nel corso degli anni. Una schiera di fan resa numerosissima e compatta, che come abbiamo visto affonda le sue radici in ogni parte del mondo. Dall'America all'Europa, senza problemi di barriere o distanze. Non importa da quale paese tu provenga, i Manowar riescono a farci sentire come dei fratelli, facendoci parlare una lingua franca, universale: il verbo del metallo.

Violence And Bloodshed

Violence And Bloodshed (Violenza E Spargimento Di Sangue), estrapolata da "Fighting The World", ha un titolo che è tutto un programma. Le sirene dell'allarme ci proiettano in un mondo post-apocalittico infestato da terribili band. Questa volta Columbus pesta come un dannato e DeMaio si mette subito in mostra con un giro di basso davvero metallico. Eric Adams è furioso, declama i versi velocemente ma mantiene un timbro basso, quasi soffocato e che incute timore, per poi lasciarsi andare nel potentissimo pre-chorus e dimenarsi nel grandioso ed epico refrain, dove la chitarra di Ross The Boss ruggisce insieme lui e la batteria ferma la sua corsa. È sicuramente un brano atipico, dalla struttura sinuosa, affascinante, ma molto particolare, dove gli strumenti sono letteralmente invertiti, con il basso a fare le veci della chitarra, la batteria quelle del basso e con una vocalist dalla voce sommessa e che viene soffocata dall'energia del basso stesso, ma che si libera dalle catene in fase di ritornello. La struttura non ha una forma ben precisa, infatti, appena dopo la seconda parte, un lungo assolo, protratto a singhiozzo, si snoda fino alla fine, sostituendo bridge e coda finale solitamente occupata da la ripetizione del chorus. Eppure questa originalità colpisce l'ascoltatore, riesce a ricreare perfettamente l'atmosfera narrata nelle liriche mettendo in evidenza la continua sperimentazione della band che, seppur alleggerendo il sound e allontanandosi dai connotati epici, riesce comunque a svettare sulla massa e a conquistare legioni di fans grazie all'orgoglio e al gusto melodico che fa presa su tutti. Pacchiani, boriosi, tronfi, ma pur sempre grandiosi, incarnazione becera ma essenziale del nostro amato heavy metal. Quello ricreato nel testo è un mondo allo scatafascio, la fine della civilizzazione, dove la gente ha ormai paura di andare in giro. Le strade sono pericolose, infestate da band criminali, e l'unico modo per difendersi è impugnare una pistola e sparare ai male intenzionati. Il nostro protagonista è un guerriero nato con l'arma in mano, carica e pronta all'uso in ogni evenienza. Egli è un soldato e lotta per il suo paese, per difenderlo dal male, lotta per la libertà in quella landa desolata chiamata Vietnam, gettato lì dal potente di turno, lasciato nella giungla a combattere un nemico che non conosce e che non ha colpe ma che è costretto a uccidere. Una guerra inutile, comandata dai ricchi che mandano a morire i poveracci e che confondono la libertà con la violenza e lo spargimento di sangue, parandosi dietro proclami tanto altisonanti quanto sciocchi e falsi. 

Wheels Of Fire

Il motore di una Harley Davidson romba, gli pneumatici stridono sull'asfalto e parte Wheels Of Fire (Ruote di Fuoco), un evidente omaggio alle motociclette e alla che libertà esse  rappresentano. Inizia così una corsa nell'epos ma anche nel divertimento fatto di moto, donne, birra e tanta musica metal, in un connubio stilistico che fonde perfettamente passato, presente e futuro. Scott Columbus devasta la batteria con possenti rullate e l'ascia di Ross Funicello, pronta alla guerra, fende l'aria riproponendo un suono molto simile al rombo della Harley. Un giro di basso sovrasta il tutto e infine emerge la demoniaca voce di Eric Adams, grande interprete di questo caos infernale. Il primo verso è al cardiopalma, cantato velocemente, praticamente divorato da un vocalist ispirato come non mai e che mette subito in mostra le sue doti canore narrando di un diavolo in sella alla sua motocicletta, assetato di catrame e di benzina, intento ad alzare un polverone, a evitare semafori rossi e ad aprire le turbine della sua creatura dalle curve cromate. Un acuto spacca timpani ed entra in scena il ritornello, dalla melodia accentuata che si stampa subito in mente, e ci troviamo davanti a un inno biker nel quale le due ruote sfrecciano per le strade della città, illuminando il cielo notturno con le loro scintille. È interessante notare come sia Joey DeMaio che Ross The Boss utilizzino i propri strumenti riproducendo i tipici suoni dei motori, perciò si ha la sensazione di viaggiare su uno di quei bolidi, con sfuriate chitarristiche che sembrano accelerazioni e un basso travolgente che riprende il rumore degli ammortizzatori. Seconda parte nella quale si ribadisce il concetto, con tanto di acuti animaleschi, secondo il quale siamo nati per correre in sella a una moto. L'adrenalina sale in corpo, il cuore pompa sangue fino quasi a incendiare le vene, la carne diventa fuoco che illumina la notte, e intanto la strada continua ad essere divorata. Terminato il secondo refrain, ecco che abbiamo un'intensa sezione strumentale anticipata da un furioso break centrale che lega il tutto al veloce e metallico assolo di chitarra costruito su una solidissima performance di Columbus. Adams torna dietro al microfono per intonare il bridge prima di riprendere l'ultimo spietato chorus, la sua voce ridiventa acida, cattiva, osanna lo spirito indomito di queste ruote di fuoco, il vento tra i capelli, le grida degli pneumatici e il suo stile di vita selvaggio e dedito alle corse e ai motori. Un inno alle Harley Davidson ed in generale alle moto di grossa cilindrata, viste come degli odierni destrieri. Nell'epoca moderna, la motocicletta rappresenta dunque il fiero destriero dell'eroe, il quale deve necessariamente montare su di una belva del genere, per poter essere definito tale.

Metal Warriors

Metal Warriors (Guerrieri del Metallo) è espressione di pochezza concettuale ma è anche un simbolo, perché è il classico titolo alla Manowar, la band del popolo, una delle poche in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica ma anzi, una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Dal silenzio, Eric Adams emerge con ghigno famelico, il timbro è pieno e cattivo, a tratti anche sporco, ma è sempre lui, il migliore di tutti, che ci accompagna in questa battaglia sonora. La batteria di Rhino fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione è un mostro di tecnica, sicuramente meno statico del suo illustre predecessore Columbus. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra del giovane David Shankle, musicista scovato tra più di centocinquanta candidati accorsi per sostituire un gigante come Ross "The Boss", qui alle prese con un semplice ma efficace riffing. Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto parte l'ormai leggendario ritornello, orecchiabile, che si memorizza all'istante, ultra melodico, capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti a togliersi dalle palle lasciando la sacra aula del metallo. Impossibile non ridere di fronte a tanta veemenza, ma anche impossibile restare fermi all'ascolto di tanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, sempre protagonista. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere e, soprattutto, di prendere a calci chi non ascolta rock duro. Tale arroganza raggiunge il culmine nella frase "If you're not into metal, you are not my friend", attraverso la quale i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Subito dopo il secondo refrain parte l'assolo e Shankle mette in evidenza la sua tecnica, incrociando poi l'ascia con quella di DeMaio, lasciando di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale nella terza strofa, praticamente tutta cantata in questo modo, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra. Ma non finisce qui, perché inizia il bridge, dalla velocità media e proprio su questo mid tempo, a mò di cavalcata epica, la band ci costruirà metà dei brani che verranno, intanto il vocalist torna calmo, ma qui, a premere, è Rhino che pesta come un dannato dietro le pelli; nell'aria c'è profumo di musica, il rock conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere è meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, ripetendo il chorus, ma questa volta accompagnato, in sottofondo, da urla e acuti pazzeschi. Un brano spaccone, sicuramente non eccelso liricamente ed anzi, molto basilare, ma sempre in grado di trasmettere una buona dose di energia, potente e da cantare a squarciagola, specie in sede live.

The Demon's Whip

The Demon's Whip (La Frusta Del Demonio) è un pezzo violento e con un testo infernale. Alcune voci sovrapposte sussurrano al vento, o forse è la voce del Demonio che introduce questo mid-tempo in grado di riservare grandissime sorprese lungo il proseguo. All'unisono esplodono tutti gli strumenti e subito Adams comincia a cantare questo brano, a dire la verità, poco amato dai fans e spesso snobbato, ma di assoluto valore. Le tre quartine iniziali sono imponenti masse che procedono con lentezza e potenza, molto compatte, nella quali Adams ci descrive un regno infernale. Delle candele bruciano nella notte, zanne bianche e occhi lucenti emergono dal buio, dei fuochi si accendono intorno, indicando che si sta svolgendo un rituale sacro. I rintocchi di campane si odono nella valle degli inferi, dunque dei simboli mistici appaiono sul terreno, sono i simboli dell'ordine degli angeli neri e che stanno invocando il loro re. I toni trionfali vengono a galla quando giunge il sottile ritornello, sicuramente d'impatto, molto evocativo, che termina con uno schiocco di frusta dopo che i demoni hanno bevuto sangue e veleno, mangiato cuori ancora palpitanti offerti in sacrificio alla Bestia; e qui, ecco la prima sorpresa, perché questo brano è una massa in movimento che muta forma di continuo, dato che le strofe che seguono accelerano sempre di più fino a protendersi verso un nuovo ritornello che resta uguale musicalmente al primo ma con un testo diverso. Qui le divinità infernali lanciano maledizioni di distruzione sulla terra e contro i poveri mortali nati per ingannare e per farsi ingannare. All'inferno la morte vive e la vita muore, lì le sacre scritture, i sermoni, le prediche religiose non hanno significato perché l'unico stimolo che si ha è quello di peccare e le punizioni inflitte sono peccati più grandi ancora. Appare il re dell'inferno, il Demonio in persona, e si alza un vento gelido che contrasta con il calore dei fuochi che illuminano la notte eterna. Il tempo rallenta di nuovo e parte l'assolo lunghissimo di David Shankle, sovrapposto a quello di basso, creando così un momento quasi confusionario che rende bene l'idea del caos che regna in questi luoghi oscuri. Ma non finisce qui, quindi ecco che arriva la terza parte del brano, il Demonio si è risvegliato, farfuglia qualcosa di indecifrabile e dà il via alla coda dominata dalla velocità degli strumenti. Le ultime due quartine sono portentose, sparate a mille, Adams le divora quasi vomitando le parole del testo e sparando ogni tanto degli acuti, le asce sono impennate e Rhino, dietro le pelli, è un demonio che ci mette cuore e anima. Così abbiamo il terzo cambio di tempo per una canzone suddivisa in tre parti distinte e ognuna delle quali costruita su tempi diversi. Questa traccia subisce tre brusche accelerazioni, diventando sempre più irrequieta. Insomma, fantastica nella sua mutabile trasformazione.

Conclusioni

"Anthology" mostra alcune delle hit che hanno reso immortale una band importantissima, sinonimo di coerenza e di fedeltà all'heavy metal. Certo, mancano tante altre perle partorite da DeMaio e company, ma è difficile condensare in un solo dischetto una carriera corposa, composta da ben otto album, e in più appartenente a una formazione che, almeno per i primi dieci anni di carriera ha sfornato solo capolavori che hanno cambiato il modo di intendere di concepire un genere musicale. Bisogna ammettere, però, che i best of lasciano il tempo che trovano e che, la maggior parte delle volte, non danno un quadro complessivo della situazione né risultano esaurienti per chi non dovesse conoscere bene la discografia di una tale band. I Manowar provano a ribellarsi di fronte all'ennesimo sfruttamento artistico da parte della casa di produzione, ma le lamentele non portano a nulla, perché questa compilation viene assemblata e messa su in fretta e in furia da un'etichetta che ha poco a che fare con i musicisti, avendo acquistato i diritti soltanto di alcuni brani, quelli messi qui in elenco. Ovvio che la pubblicità è sempre gradita, e i Manowar non si tirano certo indietro, ma almeno lo sfruttamento del monicker dovrebbe seguire determinate regole: raccolta esaustiva, inclusione di tutti i dischi pubblicati, informazioni corrette, cosa che in questa antologia viene lasciata al caso, a cominciare da una foto vecchia, appartenente al decennio precedente, comprendendo musicisti non più nel gruppo da svariati anni e altri, invece, non presenti. Inoltre, come già sottolineato in apertura di recensione, la foto scelta per la cover fa infuriare i prodi guerrieri dell'acciaio, immortalati a petto nudo e in mutande barbare, perché lo scatto viene letteralmente scippato dalle pagine di una rivista musicale, quando i nostri posarono per un set fotografico alla fine degli anni 80, cioè al culmine della loro popolarità grazie all'uscita dell'accoppiata "Fighting The World"/"Kings Of Metal". Ma non è neanche quello il problema principale, più che altro le critiche ironiche di tutti i detrattori che, per tutti gli anni 90, cominciano ad accanirsi nei confronti della filosofia "elementare" e "anacronistica" della formazione americana, trascinando gli immancabili commenti sarcastici fino ad oggi. Ma l'immagine, certamente risibile e controversa della foto, fa parte del culto manowariano e dell'epic metal a tematiche nordiche, un culto che i Manowar stessi hanno contribuito a forgiare e a diffondere tra i metallari. L'epic metal è anche questo e l'immagine è importante tanto quanto le canzoni, perciò poche storie, l'heavy metal passa anche da qui, per questa manciata di pezzi straordinari che hanno fatto scuola. Forti del successo di vendite dell'album "Louder Than Hell" e del primo live "Hell On Wheels", i quattro cavalieri contribuiscono fortemente alla rinascita dell'heavy/power tradizionale, tanto che, come se ce ne fosse ancora bisogno, sul mercato compariranno altre compilation che non faranno altro che inflazionarlo, contribuendo all'infinita autocelebrazione della band. Ma va detto che, proprio in quegli anni, molti altri si accoderanno ai Manowar, rilasciando una miriade di best of, live-compilation e raccolte di demo e B-sides, per sancire la riscoperta di tutti questi generi di hard rock classico che erano andati perduti all'inizio degli anni 90, spazzati via dalla nascita di tanti nuovi sottogeneri o dalle evoluzioni degli stessi verso lidi, fin ad allora, ignoti e ignorati dal pubblico. L'egemonia dei Manowar, però, non si è mai fermata, in una sorta di parabola miracolosa che ha permesso loro di superare indenni i momenti più critici, continuando a raccogliere successi, anno dopo anno, e potendo permettersi lunghissimi tour in giro per il mondo. "Anthology" è una buona raccolta, anche se un po' come tutte le raccolte lascia insoddisfazione, perché inevitabilmente, per carenza di spazio, troppi brani leggendari o altri meno famosi ma altrettanto meritevoli non possono essere inseriti nella track-list, lasciando una sensazione di incompletezza.

1) Manowar
2) Metal Daze
3) Fast Taker
4) Battle Hymn
5) All Men Play On 10
6) Sign Of The Hammer
7) Fighting The World
8) Blow Your Speakers
9) Heart Of Steel
10) Blood Of The Kings
11) Violence And Bloodshed
12) Wheels Of Fire
13) Metal Warriors
14) The Demon's Whip
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