MACHINE HEAD

The Blackening

2007 - Roadrunner Records

A CURA DI
PAOLO FERRARI CARRUBBA
31/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Dal groove efferato di "Burn My Eyes" e "The More Things Change" all'alternative ruffiano di "The Burning Red" e "Supercharger", fino al definitivo ritorno a sonorità più massicce con il fortunato "Through the Ashes of Empires", i californiani Machine Head sono sempre stati una realtà musicale mutevole e dinamica; il percorso artistico dei nostri iniziò nel lontano 1992, anno in cui Robb Flynn, ex membro di  di Forbidden e Vio-lence, si unì con il bassista Adam Duce, il chitarrista Logan Mader ed il batterista Chris Kontos per formare il primo nucleo del gruppo. Nonostante il grandioso successo iniziale decretato dal roccioso debutto "Burn My Eyes", album licenziato dalla Roadrunner Records nel 1994 ed annoverato all'unanimità tra le uscite più rappresentative del groove metal statunitense,la cronologia del gruppo risulta costellata diimprevisti e vicissitudini, scossoni interni da ricondurre a innumerevoli cambi di line up, profonde crisi artistiche e repentini cambi di rotta che hanno determinato un costante alternarsi di alti e bassi all'interno della band. Se lo splendido ed innovativo"Burn My Eyes"sottopose la formazione all'istantanea attenzione dei media di settore e del pubblico, risultando anche un campione di vendite grazie alle 400,000 copie vendute in tutto il mondo; già con il successivo "The More Things Change", pubblicato sempre sotto Roadrunner nel 1997, il successo dei nostri iniziò a vacillare, il disco venne infatti accolto dalla critica molto più tiepidamenterispetto all'esplosivo album di debutto, anche se riuscì a dimostrarsi un altro autentico best seller, vendendo solo negli Stati Uniti ben 115,000 copie. Purtroppo i successivi album "The Burning Red" e "Supercharger" usciti rispettivamente nel 1999 e nel 2001, sempre sotto Roadrunner, rappresentarono una vera e propria discesa abissale artistica per il combo; se da una parte i Machine Head sortirono l'effetto di vari cambi di line up, dall'altra la palese volontà di commercializzare il sound della band manifestata dal frontman non fu vista di buon occhio dai fan e dalla critica: Nonostante il comprovato talento musicale, spinto dalla pressione della label e dall'ambizione, Flynn cadde amaramente in un circolo vizioso che lo condusse a voler tramutare i Machine Head in una macchina commerciale. Come asserito in precedenza, il combo abbandonò il groove metal degli esordi, per dedicarsi a sonorità nu-alternative metal di tendenza in quegli anni, riscuotendo risultati grotteschi e decisamente scarsi. Fortunatamente nel 2003 Flynn fece ammenda e ritrovò la giusta direzione artistica, la band incominciò a tornare in carreggiata anche grazie all'entrata in formazione del chitarrista Phil Demmel, vecchio compagno d'armi del frontman nei Vio-Lence; il quale diede un importante contributo alla creazione del fortunato "Through the Ashes of Empires": con il quinto album in studio i nostri tornarono ad operare in lidi più vicini al groove iniziale, riscuotendo un ottimo successo commerciale e ampio consensoda parte del pubblico e della critica.Through the Ashes of Empiresa livello artistico non fu proprio un'uscita miracolosa, si tratta infatti di un discoabbondantemente discreto, trainato soprattutto dal blasonato singolo "Imperium";tuttavia con la nuova formazione i Machine Head trovarono l'assetto stabile che li avrebbe condotti a comporre il definitivo capolavoro "The Blackening", proprio il disco di cui parleremo in questo articolo. Nel 2007 la band compì dunque un ulteriore cambio di pelle, distaccandosi non solo dall'alternative dei lavori meno riusciti, ma anche dal groove degli esordi e del precedente Through the Ashes of Empires; in questo caso i nostri in fase compositiva osarono oltre ogni limite, estremizzando le caratteristiche della propria proposta musicale: il sound venne appesantito significativamente, la durata dei branifu dilatata e le atmosfere divennero decisamente più cupe e austere;e così ancora una volta sotto l'egida della Roadrunner Records, il combo regalò al mondo l'album che ha definitivamente decretato le coordinate standard del post thrash metal. "The Blackening" corrisponde senza dubbio ad una delle uscite più significative del metal contemporaneo, stiamo parlando infatti del disco con il quale Robb Flynn ha potuto finalmente dimostrare al mondo l'autentico valore artistico della propria creatura musicale, ostentando una maturità compositiva e lirica che non ha precedenti nei trascorsi della band. Abbiamo a che fare con un'opera che alla sua uscita è stata immediatamente riconosciuta come un paradigma inedito per una gran moltitudine di musicisti, un disco monumentale realizzato con rara perizia, classico istantaneo e massima espressione della band, il disco che ha inequivocabilmente consacratoil monicker Machine Head nella storia del metal. Andiamo ora ad analizzare questo gioiello traccia per traccia.

Clenching the Fists of Dissent

Apre le danze uno dei brani più lunghi ed articolati dell'opera, "Clenching the Fists of Dissent (Stringendo i pugni del dissenso)" inizia con un fraseggio lento cupo, plumbeo e denso, l'atmosfera è funerea e il ritmo è scandito da rintocchi di batteria volti a creare un incedere marziale, malinconicifraseggi acustici coronano la marcia funebre, in sottofondo si avverte l'eco del frontman che scaglia parole d'odio contro la guerra; man mano che l'intro procede l'atmosfera si fa più concitata e infine il brano esplode in un riffing severo ed estremamente rapido, quasi schizofrenico. La doppia cassa di Dave McClain non lascia superstiti, il fraseggio portante è una vera macchina da assalto, tutti i componenti sono volti a formare un muro di suono compatto e solido; il riffing è articolato e versatile, lo stile chitarristico fa dunque l'occhiolino alle classiche cavalcate thrash anni 80, eppure le pennate suonano fresche e moderne, un perfetto connubio tra tradizione ed innovazione. Le robuste scalate delle chitarre di Flynn e Demmel incalzano senza pietà, ed ecco che il frontman entra in scena con una performance vocale titanica, mai prima d'ora il singer aveva sfoderato tanta ira, nemmeno nel glorioso debutto della band: strofe avvelenate si rincorrono con ferocia viscerale, con l'arrivo del bridge la cavalcata tocca tinte ancora più epiche per creare un'atmosfera faraonica, ed ecco il refrain, una grandine di vetri rotti, un maestoso anthem  in cui il singer si scaglia rabbiosamente contro i guerrafondai che governano gli States.  "Sing revolution's song, When they say die, Die for America" le liriche di Flynn sono fortemente critiche e trasudano ribellione, l'opener è un inno antibellico colmo di pathos, ma soprattutto di disprezzo nei confronti di coloro che pur di stare al potere e salvaguardare i propri interessi economici sono pronti a mandare i figli della propria patria a morire su lontani campi di battaglia. Subito dopo il refrain il brano esplode in un assolo al cardiopalmo, si percepisce immediatamente la complessità dei fraseggi, ogni pennata è precisa e tecnica, la sezione ritmica è selvaggia, non ci sono attimi di stanca, la tensione si attesta costantemente su livelli stellari. Dunque riparte la medesima struttura vista a inizio brano, abbiamo la ripetizione delle strofe e del refrain, ma in questo caso appena dopo il ritornello le atmosfere si dilatano, il suono diventa più pesante e cupo, abbiamo a che fare con una jam monolitica sorretta da un sustain dalle tinte quasi industrial, le chitarre divengono ancora più rocciose e feroci, e poi improvvisamente un'apertura melodica e sinuosa dalle tinte neo-classiche introduce il secondo assolo, inizia una clamorosa battaglia di chitarre tra i due axeman, la performance è ineccepibile, le pennate lasciano l'ascoltatore senza fiato; il ritmo si fa sempre più concitato, man mano che i bpm salgono il tappeto ritmico crea un crescendo vorticoso, da brividi. Al culmine della tensione emotiva il solo si interrompe per lasciar spazio a una nuova jam, quadrata e marziale, una soluzione ritmica che fa l'occhiolino al magnifico finale della celeberrima "Creeping Death" dei Metallica; il ritmo è scandito dai cori di guerra inneggiati dal frontman, l'ascoltatore è pietrificato, la tensione emotiva è in continua crescita, il brano si rivela un climax continuo. Raggiunto l'ennesimo, picco mozzafiato, Flynn ci lascia a bocca aperta con una performance vocale carica di melodia e sentimento: "So how do they sleep? When our mothers weep They're selling our souls, And our blood for oil" Ancora una volta il frontman si scaglia contro i soprusi dei potenti, la critica si fa sempre più aspra ed emotiva, a tratti commovente, ogni parola trasuda la sofferenza di chi vede il proprio mondo annegare nell'ipocrisia dei regnanti, politici corrotti che mettono i propri interessi personali davanti al benessere collettivo; personalità disposte a inquinare il mondo e affogarlo nel petrolio pur di mantenere la propria posizione di rilievo. La parentesi melodia è breve, repentinamente le ritmiche tornano possenti, siamo entrati nell'ultima sezione del brano, probabilmente proprio la parte più pesante del pezzo, una jam che lascia spazio a un ultimo furiosissimo anthem in cui il cantante urla a squarciagola il titolo della canzone; il finale è sorretto da un susseguirsi di fraseggi groovy e marziali, con soluzioni ritmiche che richiamano ai Pantera dei capolavori "Cowboys from hell" e "Vulgar display of power",  e dunque il brano termina con una marcia, così come era iniziato, ma questa volta la marcia non è costruita su soluzioni melodiche ed atmosferiche, bensì sull'assoluta potenza del riff. L'opener sin da subito si rivela un avamposto estremamente roccioso e complesso, privo di linearità e passaggi a vuoto, ogni sezione è studiata nei minimi dettagli, il livello è sublime: tale perizia non si era mai vista prima nella carriera dei Machine Head, sia a livello lirico che compositivo possiamo osservare una banddecisamente matura, in assoluto stato di grazia e pronta a osare. 

Beautiful Mourning

Il brano più lungo del lotto è seguito da quello più rapido e breve, un'altra traccia pronta a non lasciar superstiti, ancora più diretta e feroce della precedente: "Beautiful Mourning (Splendido lutto)" inizia con un riff affusolato e dinamico, l'intro lascia immediatamente spazio alla cavalcata portante, il poderoso "Fuck you all!" scagliato dal frontman introduce un fraseggio che convince al primissimo ascolto, il muro di suono è nevrotico, imprevedibile e dinamico, ma sempre compatto; il fraseggio principale lascia spazio a una serie di stop and go, e dunque le massicce strofe si articolano su ritmiche sincopate e durissime. Flynn e Dammel si rivelano due veri guitar hero, la struttura chitarrista è basata su figure estremamente complesse e tecniche, ogni passaggio è ricco di dettagli ed ulteriormente impreziosito dal tocco magico del drummer McClain. La tempesta schizofrenica delle strofe è interrotta dalla melodia del ritornello, il refrain spiazza l'ascoltatore, il singer offre una performance commovente, dimostrando la propria versatilità, Flynn infatti passa con assoluta rapidità da scream infervorati a clean vocals pregne di sentimento. "How do I close thine eyes of murder? Staring into me?" Le liriche trattano di una personalità disturbata in balia di due pulsioni opposte, un serial killer conscio del male compiuto e della sofferenza arrecata alle proprie vittime, eppure incapace di opporsi alla sete di sangue, la performance quasi angelica proposta dal frontman nel refrain è volta a indicare l'estremo tentativo coscienza del killer di fermare l'atrocità, un profondo scontro interiore che troverà risoluzione in un tragico ed autodistruttivo epilogo, il suicidio: "Razor at wrist I seethe the flesh is peeled apart now Gone is my faded dream, Failure, I welcome in thou" l'evoluzione psicologica del killer trasuda assoluta tragicità, il fallimento è personificato, un'entità senziente che come unico scopo ha quello di porre fine all'esistenza dell'uomo, il rasoio è la lama della giustizia divina. La seconda strofa incede come la prima, non si riscontrano variazioni nel secondo refrain, ma immediatamente passato il ritornello, la sezione ritmica assume tinte severe e marziali, abbiamo a che fare con una jam pachidermica in cui il rullante di McClain è assoluto protagonista, le pennate incalzano e al culmine della tensione il frontman stupisce l'ascoltatore con una nuova parentesi melodica, carica di sofferenza, ritmiche concitate, epiche ed ariose introducono a sorpresa un refrain inedito, il vero picco emotivo del brano: "This lifetime in sorrow, God let the angels dieThis is our last goodbye,In love and death we cry" Siamo giunti alla sublimazione emotiva delle liriche, Flynn, sorretto dalle backing vocals del talentuoso bassista Adam Duce, decanta amaramente il connubio tra eros e thanatos, il suicidio è l'estrema risposta della coscienza alle atrocità compiute in precedenza, la tensione emotiva è altissima, il rischio di commuoversi altrettanto: abbiamo a che fare con una parentesi melodica studiata per lasciare l'ascoltatore a bocca aperta, raramente in un brano metal si raggiungono apici emozionali di tale portata. Terminato il refrain le ritmiche si incendiano e le chitarre si rincorrono in un doppio assolo fenomenale che unisce influenze neo classiche a spunti industrial, le soluzioni compositive risultano costantemente fresche e geniali, ogni passaggio contiene elementi innovativi sempre pronti a stupire e catturare l'ascoltatore. In seguito a una fugace ripresa della strofa Flynn decanta nuovamente la splendida variante del refrain, questa volta offrendo un'interpretazione ancor più malinconica e struggente; il brano è giunto al termine, l'ascoltatore è pietrificato e colto da emozioni contrastanti, per chi scrive abbiamo appena analizzato un'altra autentica perla del metal contemporaneo, una delle massime espressioni del genere: una canzone praticamente priva di sbavature ed imperfezioni, arte messa in musica.

Aesthetics of Hate

Il terzo brano dell'opera corrisponde al singolo di lancio di The Blackening, "Aesthetics of Hate (L'estetica dell'odio)" è probabilmente il pezzo più groove dell'album, e anche quello che presenta maggiori rimandi stilistici ai Pantera più efferati; per la canzone presa in analisi è stato anche realizzato un video-clip musicale. Il titolo fa riferimento ad un omonimoarticolo di giornale scritto da William Grim per il sito web americano "Iconoclast", articolo in cui il defunto Dimebag Darrell, ucciso da uno squilibrato a colpi di pistola durante un'esibizione dei Damageplan, in cui il chitarrista stesso militava; veniva definito come parte di una generazione che ha confuso sputo e arte, e azioni involontarie riflesse con emozioni" nonché un "ignorante, barbaro senza talento in possesso di una chitarra, più simile a una scimmia che a un uomo". Flynn nelle liriche del pezzo inveisce pesantemente contro il giornalista detrattore di Dimebag, difendendo non solo la memoria del defunto, ma anche la dignità della cultura metal. E' da notare inoltre che per la registrazione del brano in questione, Robb Flynn utilizzò una chitarra che lo stesso Darrell aveva regalato al frontman, altro elemento volto a celebrare il ricordo indelebile del talentuosissimo artista tragicamente e prematuramente scomparso. Aesthetics of Hate è aperta da un fraseggio sinuoso ed atmosferico, le pelli di McClain introducono un riffing fluminante in pieno stile bay-area, l'andamento del riff portante si attesta versatile e dinamico, ogni strumento suona organico e compatto; come accadeva nella traccia precedente, le soluzioni compositive risultano dirette e d'impatto, l'attitudine "in your face" è costante, eppure le dinamiche si rivelano sempre articolate e complesse, ma mai macchinose. Non appena esordiscono le esplosive vocals, si innesta un fragoroso gioco di botta e risposta tra la strofa e il riffing continuamente brutale e assassino. "You tried to spit in the eye of a dead man's face. Attacked the ways of a man.Not yet in his grave" l'attacco al giornalista è durissimo, carico di adrenalina e rabbia, il frontman non usa espedienti retorici o lirici per esprimere il proprio disgusto e difendere a ogni costo la memoria del chitarrista. Al culmine dell'ira il pezzo si incendia e le strofe lasciano spazio e un altro refrain memorabile: "For the love of brother, I will sing this fucking song, Aesthetics of hate, I hope you burn in hell" Flynn si scaglia ancora direttamente contro il giornalista, e così l'odio del frontman diventa la risposta più efficace e fisiologica all'odio ingiustificato del giornalista, il brano si rivela un inno di rivalsa contro il bigottismo imperante della cultura radicale americana. Dopo la ripetizione della struttura strofa-ritornello, siamo giunti alla sezione centrale del brano, passaggioin cui troviamo spazio per una jam poderosa in cui il riffing dei due axeman non lascia superstiti, sincopi sempre più pesanti si avvicendano ed infine il duo Flynn-Demmel sfodera l'ennesimo assolo da incorniciare: una canzone nella canzone, le chitarre si rincorrono frenetiche sorrette dal comparto ritmico granitico di Duce e McClain, man mano che i fraseggi accelerano troviamo spazio per aperture melodiche neo classiche sempre più ariose, abbiamo ancora a che fare con un perfetto connubio tra la modernità di soluzioni stilistiche post-2000 e la vecchia scuola tradizionale ottantiana della bay area. Al termine dell'assolo riscontriamo un ritorno alle sonorità prettamente groove degli esordi, siamo travolti da una strofa rocciosa, dall'andamento nervoso ed imprevedibile; questa imprevedibilità si traduce nella repentina ripresa del refrain, e poi in un brusco rallentamento: l'inizio di un climax che si rivelerà il culmine emotivo del brano, un crescendo in cui il singer declama nervosamente "May the hand of God strike them down" Un'affermazione semplice eppure terribile, carica di sete di vendetta, asserzione volta a simboleggiare la rivalsa di un'intera categoria messa a rischio dal bigottismo e dall'oscurantismo della radicale borghesia perbenista americana, un attacco diretto ai cosiddetti repubblicani conservatori, sempre pronti a puntare il dito contro il metal, genere costantemente accusato di esser fonte di blasfemia e ignoranza; il messaggio è chiaro: "che la mano del vostro stesso dio vi distrugga". Con questo pesantissimo climax siamo giunti al termine del brano, il pezzo si chiude con una lunga coda strumentale dalle tinte industrial, un rabbioso sustain di chitarra crea un'atmosfera alienante e terrificante, la dimostrazione che persino un semplice eco sonoro elettronico può suscitare emozioni forti nell'ascoltatore; un finale da brividi per una canzone strepitosa. 

Now I Lay Thee Down

Con la quarta traccia, "Now I Lay Thee Down (Adesso ti sotterro)", siamo giunti alla "Cemetery Gates" dell'opera; il parallelismo con la strepitosa hit dei Pantera è d'obbligo, in questo caso abbiamo infatti a che fare con un pezzo a metà tra una power ballad ed un robustissimo mid-tempo, il brano corrisponde senza dubbio alla traccia più melodica del lotto, il singolo perfetto, parliamo dunque di un'altra canzone per la cui promozione è stato realizzato uno splendido video-clip musicale dalle tinte retrò e malinconiche. Il brano si apre con un riff melodico e versatile, che ben presto evolverà nel roccioso mid-tempo portante; la strofa si adagia su una melodia catchy, la prova vocale del frontman si rivela vincente sin dal principio, anche in questo pezzo Flynn riesce a dimostrare la propria perfetta versatilità alternando vocalizzi delicati e mai ruffiani o smielati a scream costantemente avvincenti e trascinanti, il ritornello si rivela perciò un sapiente connubio dei due stili, l'ennesimo espediente accattivante e coinvolgente, una performance squisita. "Dream over,Grieve no more, And breathe one last time, Now I lay thee down" le liriche del singolo sono amarissime e toccanti, il testo tratta infatti di un omicidio-suicidio a sfondo passionale: un uomo, dopo aver assassinato la moglie in un raptus di follia, riacquista lucidità e riflette sultragico delitto appena compiuto, poco prima di porre fine alla sua stessa vita egli osserva il corpo esanime dell'amata e si sente assalito da un morboso senso di colpa, una colpa che verrà estirpata solo sotterrando il proprio atroce rimorso con il suicidio. Come da trademark orami consolidato, la struttura strofa-ritornello viene ripetuta e a seguire troviamo una jam melodica in cui il duo Flynn-Demmel crea intrecci barocchi arricchiti da aperture melodiche sapientemente posizionate, i rintocchi di McClain creano un crescendo in cui il bassista Duce riesce a farsi protagonista di fraseggi sognanti e densi. Improvvisamente il ritmo incalza, il riffing si fa severo ed il frontman inizia a ruggire esprimendo tutta la disperazione dell'amante omicida in preda al senso di colpa per il misfatto compiuto. "Follow the light into the tunnel, Or will it end up in a black hole?" La follia ha preso il sopravvento sulla lucidità dell'omicida, l'assassino comprende che alla fine del tunnel non c'è alcuna luce, il suo suicidio oscurerà la memoria della tragedia sotterrandola in un oblio infinito: l'uomo avverte il freddo abbraccio del nulla, la fine sopraggiunge inesorabile. Terminata questa jam al cardiopalmo, il ritmo torna lento e c'è una ripresa del riff d'apertura, dunque il mid-tempo torna a crescere per poi sfociare in un meraviglioso assolo colmo di pathos e melodia. La ripresa della strofa introduce l'ultimo glorioso refrain, siamo giunti alla conclusione della quarta perla di un'opera a dir poco monumentale. 

Slanderous

La quinta traccia dell'album è uno dei brani in cui si sente maggiormente l'influenza del thrash californiano, "Slanderous (Diffamatorio)" corrisponde infatti a una cavalcata assassina in pieno stile Exodus, in questo caso non c'è spazio per alcun intro melodico, la canzone parte subito in quarta, il riff iniziale non lascia dubbi, immediatamente siamo travolti da una scalata ascendente di fraseggi, man mano che le dinamiche evolvono il riff portante prende forma e i toni si fanno sempre più granitici e sostenuti. L'atmosfera è cupa, le chitarre ringhiano nerissime e la doppia cassa è assoluta protagonista, Flynn fa il suo esordio con la strofa ma il riffing non si ferma nemmeno per un istante, non ci sono pause, la tensione rimane costante, il ritmo è infuocato. "I'mWasted and ugly, I am the underbelly. A fat fuck and fairy. The reject they wish to bury" Il frontman declama a gran voce la propria rabbia, le liriche del brano sono una denuncia sociale contro i soprusi perpetrati nei confronti delle minoranze, dei più deboli, dei cosiddetti "diversi", ancora una volta il cantante si schiera dalla parte delle categorie in difficoltà sfoderando una rabbia immensa e una profonda volontà di rivalsa e giustizia. Dopo la rapidissima strofa troviamo spazio per il bridge ed immediatamente incalza l'ottimo refrain "I love you! Why do I hate my brother? I hate you!Or do I hate myself?" Flynn fa un'amara riflessione sulla natura intrinseca della discriminazione e del bullismo, il cantante si chiede se forse l'odio verso il diverso non scaturisce proprio da una mancanza sostanziale, da un tumulto interiore che porta l'individuo a proiettare sul più debole i propri difetti e le proprie insicurezze. E' dura ammetterlo, ma in questo caso stiamo analizzando il brano più debole del lotto, sicuramente abbiamo a che fare con un pezzo di ottima caratura, tuttavia Slanderous risulta troppo lineare per brillare di luce propria, la quinta traccia si attesta dunque su un gradino leggermente inferiore rispetto alle altre canzoni. Il riffing è convincente e travolgente, eppure alcuni passaggi suonano sotto tono, fin troppo scontati talvolta; la struttura della canzone si rivela decisamente troppo semplice e scarna, mancano espedienti che facciano davvero sussultare l'ascoltatore, persino la sessione solista, per quanto ispirata, non è adeguatamente incisiva. Che dire, purtroppo la quinta traccia di The Blackening nonostante sia un brano ottimamente suonato e discretamente composto, non si rivela un pezzo formidabile alla pari delle altre canzoni, questi cinque minuti lasciano un vago senso di amaro in bocca, un'occasione parzialmente sprecata. 

Halo

Con la sesta traccia siamo giunti al brano che in molti considerano come il vero pezzo da novanta del disco, stiamo per analizzare una composizione gigantesca, basata su un riffing stellare, coronata da un refrain magnifico ed infine impreziosita da una sessione solista a dir poco da manuale; non a caso "Halo (Aureola)" corrisponde al terzo singolo estratto dall'album, ultimo brano promosso tramite video musicale. La canzone è aperta da un riff disteso e affusolato, arricchito da un sustain dalle tinte idustrial che dona al fraseggio una dinamica particolare e un'atmosfera particolarmente melodica; l'intro viene scandito da un crescendo di batteria sempre più concitato, e dunque ecco il riff portante, una vera bordata dotata di una dinamica densa e versatile, il riffing in questo caso è davvero avvincente, denso, pesante, compatto eppure anche tremendamente scorrevole; la definitiva prova di una maturità compositiva mai raggiunta prima dal combo: il fraseggio portante di Halo potrebbe essere considerato il vero paradigma della definizione di post-thrash metal, una soluzione stilistica e compositiva eclettica che raccoglie il meglio del thrash tradizionale e delle influenze groove più recenti. "This is a call to arms,Will you stand beside me? ?And this blackened heart will sing For sad solidarity"  Così incalza Robb Flynn nella prima, devastante e anthemica strofa del pezzo, le liriche anche in questo caso corrispondono a una denuncia sociale, una profonda invettiva nei confronti dell'ipocrisia e del perbenismo della chiesa e del cristianesimo: il frontman espone una vera e propria una dichiarazione d'intenti, una metaforica chiamata alle armi in cui invita tutti i popoli a unirsi e combattere contro l'oscurantismo imperante della religione, vero grande male che impregna la terra. La strofa scorre massiccia ma i nostri fanno sempre attenzione all'aspetto melodico, dunque l'incedere è compatto ed equilibrato; subito dopo la prima strofa l'ascoltatore è travolto dal meraviglioso refrain. "Halo over our demise, Following a god so blind, Sallow in their sickening Swallow not, the shit they feed" Le parole del singer trasudano un misto di ira, sofferenza e malinconia, Flynn esorta l'ascoltatore a non seguire ciecamente i dogmi e i dettami di una dottrina cieca e retrograda, la religione viene paragonata a un morbo che infetta il cuore degli uomini ed il mondo intero, una feccia destinata ad appestare la coscienza collettiva dell'umanità, un vero male da estirpare per far prevalere il vero libero arbitrio. Ancora una volta la struttura strofa-ritornello viene ripetuta, ma come da copione la sezione centrale del brano sarà decisamente ricca di colpi di scena: prima abbiamo una ripresa dell'intro atmosferico, dunque l'ascoltatore è travolto da una jam estremamente severa, una bordata supportata da una strofa inferocita; il riffing diventa ancora più vorticoso e barocco in previsione della sessione solista, quindi assistiamo alla migliore battaglia di chitarre di tutto l'album, uno spasmodico rincorrersi di fraseggi giganteschi, dalla forte matrice neoclassica. Continue aperture melodiche si susseguono creando un'atmosfera tragica ma anche sognante, la tensione emotiva è altissima, poi improvvisamente abbiamo un rallentamento, il ritmo si distende e Flynn rilassa le corde vocali per poi nuovamente far esplodere il brano nell'ultima, meravigliosa sezione, che corrisponde alla ripresa del ritornello, parentesi in cui il refrain viene eseguito con ulteriore pathos. Una canzone da manuale, perfetta dall'inizio alla fine, in ogni suo più minuzioso dettaglio.

Wolves

"Unleash the wolves Carnage has no rules Comparison, competition! We'll bury one and all!" Così infuria Flynn nei primissimi secondi della settima traccia dell'opera; "Wolves (Lupi)" è una bordata senza precedenti, una suite pesantissima, crogiolo di tutta la furia espressa dalla band fin'ora, senza dubbio il brano più pesante, cattivo e moderno dell'album. Fraseggi incendiari si rincorrono nervosamente, tutti i componenti sono sugli scudi, il ritmo è frenetico e la performance complessiva si attesta su livelli stellari, il riffing estremamente severo ed oscuro, paradossalmente le aperture melodiche del riff portante appesantiscono ulteriormente l'incedere, il comparto ritmico è un vero assalto sonoro; man mano che i riff incalzano l'atmosfera diventa sempre più epica e densa, le strofe non lasciano alcun superstiti e l'andamento è così vorticoso che ci troviamo nella sezione centrale del brano senza esserci accorti dello scorrere del tempo. All'ascoltatore serviranno molteplici ascolti per comprendere ed interiorizzare un brano del genere, i Machine Head in questo caso hanno sfoderato una enorme complessità compositiva, la sensazione è esatta, da Halo in poi i brani proposti diventano delle suite estremamente articolate e dalla struttura sempre meno lineare. Ogni sezione di Wolves è un colpo di scena, un vero e proprio caos ordinato: le strofe si fanno sempre più pesanti e furiose, solo verso la metà del brano ci sarà un significativo rallentamento che darà respiro all'ascoltatore, e questa sezione sarà seguita da un ulteriore appesantimento del sound, la sezione centrale è divisa in due movimenti, uno dalle tinte epiche ed ariose, l'altro dall'andamento sincopato e tipicamente groove, ulteriore prova che i nostri in fase compositiva non hanno affatto temuto e hanno osato al massimo fondendo al meglio le influenze moderne e passate. Subito dopo la sezione centrale troveremo una sfuriata allucinante di matrice quasi hardcore punk, le due chitarre si rincorrono a velocità spropositate in una jam spacca-collo; l'ascoltatore si trova completamente in balia degli eventi, e poi improvvisamente un breakdown di matrice groove interrompe la sfuriata, uno stacco granitico introduce una sessione solista schizofrenica da incorniciare. La ripresa della struttura ritmica della prima parte del brano introduce il refrain finale che corrisponde al primo verso de pezzo: le liriche sono la furia più totale, Flynn celebra la forza della natura più primitiva, Wolves è un perfetto inno alla collera e alla sete di sangue delle creature della notte. L'ennesimo tassello perfetto di un disco che ha stravolto e riscritto le regole del metal contemporaneo, senza ombra di dubbio il brano preso in analisi corrisponde ad uno dei massimi picchi compositivi mai raggiunti nella carriera dei Machine Head. 

A Farewell to arms

The Blackening si chiude con quella che con ogni probabilità è la canzone più varia e complessa del disco, "A Farewell to arms (Addio alle armi)" è il secondo brano più lungo dell'opera, una suite estremamente articolata e di difficile assimilazione, ma anche uno dei pezzi migliori del lotto. L'intro è affidato ad una sezione distesa ed atmosferica impregnata di malinconia, Flynn intona una strofa delicata e mesta, il basso distorto di Duce e le bacchette di McClain creano un tappeto ritmico delicato e denso, pian piano si delinea un crescendo che esplode in un mid-tempo pesantissimo su cui poggiano strofe al vitriolo, le chitarre si dipanano dinamiche e versatili secondo schemi del tutto inusuali, dalle tinte quasi progressive metal. Un netto rallentamento riporta il ritmo a lidi più atmosferici e distesi, e dunque Flynn torna a deliziarci con le sue straordinarie clean vocals, ed ecco il primo, spettacolare quanto melodico refrain "I'll wave this flag of white, So the venged see the light, We'll pay for closed eyes, With our genocide" E' chiaro già dal titolo che il frontman nelle liriche del brano preso in analisi riprende le tematiche antibelliche dell'opener, anche se in questo caso il singer esplora una dimensione più intima e sommessa del dramma della guerra, i toni sono apocalittici e malinconici: deporre le armi, arrendersi corrispondere ad abbandonare definitivamente la possibilità della pace, il pessimismo di Flynn in quest'ottica raggiunge una dimensione universale; il mondo intero si è arreso all'atrocità della guerra, questo è l'oscuramento a cui fa riferimento il titolo dell'album.  In seguito al primo refrain troviamo un'accelerazione, la strofa più pesante viene ripresa, tuttavia a seguire non troveremo un nuovo refrain, bensì una jam vorticosa e distruttiva. Solamente passata la sezione centrale avremo la ripresa del ritornello, ora magistralmente riproposto in chiave più ariosa ed epica; improvvisamente le chitarre intonano una marcia possente, tutto il comparto ritmico partecipa ad una scalata sonora barocca e sempre più epica, cenni di thrash classico si fondono a ritmiche modernissime con estrema perizia, e così il pezzo esplode in un assolo magnifico sorretto ancora da ritmiche marziali. Un riffing schizofrenico paragonabile solo a soluzioni presenti nella clamorosa "Holy Wars?The punishement due" dei Megadeth apre la sezione finale di questo brano monumentale, le chitarre si rincorrono senza tregue, la doppia cassa di McClain risponde sapientemente creando dei controtempi da manuale, stacchi ascendenti si alternano e l'atmosfera diventa sempre più vorticosa e concitata, stiamo assistendo al gran finale, l'epicità in questo frangente raggiunge picchi esorbitanti, l'ascoltatore ha il diritto e il dovere di commuoversi davanti a tanta maestria, tutta la band offre una performance spiazzante e mozzafiato. "War hawks and senators They sit tight, so trite Never their sons will knowWhat it's like to fight?What have we become?" "Cosa siamo diventati?" così si conclude l'amara riflessione del frontman sulla piaga della guerra, il pensiero del frontman delinea un'umanità devastata, un mondo dilaniato dai conflitti e dall'ipocrisia dei regnanti, la speranza è morta, annerita e sepolta sotto la fitta coltre di cenere degli armamenti, rimane solo il silenzio. Dopo la tempesta il ritmo si distende e capiamo chiaramente che questo impressionante viaggio sonoro è giunto al termine, la guerra è cessata, l'umanità ha perso, l'oscuramento ha vinto la battaglia finale, note malinconiche chiudono una delle canzoni più articolate, complesse e decisamente meglio riuscite della storia de metal, non rendere il giusto merito a un pezzo del genere sarebbe un autentico delitto.

Conclusioni

In ultima battuta possiamo serenamente definire "The Blackening" un'opera immensa, la sublimazione ultima di un percorso evolutivo iniziato molti anni prima e costellato di alti e bassi, la vera manifestazione dell'assoluto talento artistico di un frontman controverso e discusso come Robb Flynn. Aggettivi non scelti a caso, in quanto il Nostro si è trovato più volte (recentemente e nel passato) al centro di numerose polemiche più che altro atte solamente a sminuire la sua persona, non certo bersaglio di critiche quanto meno sensate o costruttive. Ben ricordiamo a tal proposito il "feud" intrapreso (di risposta) contro Kerry King, forse il personaggio fra tutti più polemico nei confronti dei Machine Head; una faida che iniziò quando il chitarrista degli Slayer definì "venduto" il gruppo di Oakland, all'indomani del rilascio di "Supercharger". Non si fece attendere la pronta replica di Flynn, decisamente infastidito da tali etichette e parole: non ci mise poi molto a ripagare King con la stessa moneta, bollandolo come un idiota dal cervello bloccato a causa dell' "abuso di cheeseburgers". Più recentemente, la discussione avuta con Phil Anselmo a causa degli atteggiamenti provocatori dell'ex Pantera. Controversie numerose, quindi; di contro, episodi i quali dovrebbero venir necessariamente considerati come parentesi e nulla più, meri scambi piccati di battute fra due parti. Tenzoni che non dovrebbero in alcun modo andare ad intaccare l'effettivo valore di una band che ha certamente saputo ritagliarsi uno spazio importantissimo, all'interno del moderno panorama Metal. Il perché dell'importanza dei Nostri, dopo tutto, credo d'averlo al meglio esplicato in questo dettagliato articolo: i Machine Head grazie all'album appena analizzato sono entrati a pieno diritto nell'olimpo dei grandi del genere, consolidando definitivamente il trademark di un monicker ormai ventennale. The Blackening è un album organico e completo, estremamente maturo e curato chirurgicamente nei più minuziosi dettagli, summa delle capacità artistiche di quattro musicisti straordinari, ma anche della produzione fenomenale ad opera dello stesso frontman. Il livello compositivo si attesta su altissimi livelli per tutta la durata del platter, l'unico brano lievemente sotto tono corrisponde alla già citata Slanderous, tuttavia nel complesso non si riscontrano veri e propri nei, se la stessa Slanderous corrisponde a un ottimo brano, ampiamente sopra la media, tra le altre tracce risulta assolutamente complesso individuare un brano che spicca sugli altri: impossibile non lodare la grandiosità della variegata opener, la furia assassina della rapida "Beautiful Mourning", il riffing granitico di "Aesthetics of hate", la squisita melodia di "Now I Lay thee down", la perfezione assoluta raggiunta nelle tre intricatissime suite che chiudono l'album. The Blackening è uno dei dischi più vari, complessi ed incisivi mai composti non solo in ambito contemporaneo, bensì nella storia del metal in generale, un album innovativo e fresco, incredibilmente maturo sia a livello compositivo che lirico. Senza dubbio il massimo punto di forza del lavoro sta nella varietà delle composizioni: ogni pezzo citato riesce infatti a brillare magnificamente di luce propria e comporre un tassello fondamentale nel complesso dell'opera, e per questo The Blackening, nonostante la durata sostenuta e la sua intrinseca complessità, scorre con grande dinamicità e versatilità. L'album in questione dovrebbe essere considerato all'unanimità come paradigma compositivo per le nuove generazioni di musicisti metal, un lavoro che è stato in grado di conciliare al meglio la tradizione del thrash metal della bay area degli anni 80 con le fascinazioni moderne di metà anni 90 riconducibili ai Pantera, ed infine con le influenze metal-core e post-hardcore più recenti: The Blackening è la vera essenza del termine post-thrash metal, un vero grande classico contemporaneo, un album innovativo quanto storicamente fondamentale: il vero Master Of Puppets dell'era post 2000. 

1) Clenching the Fists of Dissent
2) Beautiful Mourning
3) Aesthetics of Hate
4) Now I Lay Thee Down
5) Slanderous
6) Halo
7) Wolves
8) A Farewell to arms