LUCIFER'S HAMMER

Time Is Death

2018 - Stormspell Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
19/04/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Era il 1977 quando gli scrittori Jerry Pournelle e Larry Niven diedero alla luce un classico della fantascienza intitolato "Lucifer's Hammer", romanzo che narra di un pianeta post-apocalittico, ridotto in macerie dopo lo schianto sul suolo californiano di milioni di frammenti di un gigantesco meteorite che ha destabilizzato clima, rapporti politici tra nazioni e sterminato miliardi di esseri viventi. La meteora, chiamata appunto Martello di Lucifero da parte dei giornalisti, proprio come il misogino saggio domenicano del XV secolo "Malleus Maleficarum" (il famosissimo libro sulla stregoneria che, nei secoli, ha elencato le terribili pratiche punitive inflitte ai danni delle donne accusate di magia nera), è interpretata da molti personaggi, le cui storie di accavallano all'interno delle pagine, come una punizione divina. Il genere umano viene punito da un'entità misteriosa, dotata di poteri infiniti e che tramite le arti magiche è in grado di schiacciare questo piccolo, insignificante mondo. Trentacinque anni dopo il successo del romanzo, che ha venduto milioni di copie risultando uno dei più grandi best-seller sci-fi della storia, anticipando persino di qualche tempo l'uscita di un altro capolavoro dello stesso seme: "The Stand" del mastro Stephen King, quelle stesse pagine, intrise di paure e di insicurezze, nonché di una spiccata critica sociale, affascinano le nuove generazioni. A riceverne l'eredità, questa volta ricostruita in chiave musicale, è una giovane band cilena proveniente da Santiago, nata nel 2012 con l'intento di riversare tali tematiche occulte, fantasy e oscure nello sterminato universo heavy metal. Distanziandosi dal genere suonato da un'altra omonima e storica band statunitense, che suonava black metal, i Lucifer's Hammer cileni si dedicano a uno squisito e tradizionale heavy metal, che vede nei pionieri Angel Witch, Satan e Cloven Hoof i proprio mentori, coloro che hanno originariamente indicato la via da seguire, fondendo metallo purissimo con tematiche alchemiche e creando la straordinaria pozione magica che tutti noi conosciamo e dalla quale ci andiamo ad abbeverare con il secondo album della band: "Time Is Death", un concentrato di devastanti cambi di tempo, melodie spaziali e raffiche di assoli da mandare in estasi l'avventato ascoltatore. Il tutto, concesso per breve tempo, trentasette minuti appena, quasi un Ep, per sette tracce totali, ricalcando pienamente la tradizione anni 80 del grande heavy metal. Il talento della band era stato già evidenziato nel debut-album del 2016, "Beyond The Omens", dove i nostri erano stati capaci di emergere nell'affollato ambiente metallico grazie a indubbie doti stilistiche e al buon gusto, ed ora rafforzano il concetto nel secondo lavoro, uscito nel marzo 2018. Così come i capitoli del celebre romanzo di Niven e Pournelle formano dei tasselli che, una volta uniti, vanno a creare un panorama reale del terrore che aleggia nell'aria violata di un mondo futuristico, anche i brani composti dai Lucifer's Hammer fanno sprofondare il pubblico nel terrore e nell'oscurità, ma allo stesso tempo, nonostante liriche occulte e caos tematico, regalano preziosi passaggi melodici che cullano in questa tetra e tesa dimensione sonora che altro non è che un omaggio agli anni 80. La produzione è volutamente retrò, la struttura dei brani anche, le atmosfere sembrano provenire direttamente da quell'epoca, e in più troviamo una bella copertina ricca di particolari e che prende a piene mani dalla decade d'oro dell'heavy metal. Ma "Time Is Death" non è una mera operazione nostalgica, è più che altro l'esternazione di un amore smodato verso certi suoni e certe attitudini che ormai, da qualche anno, sono ritornati prepotentemente in auge. Classici e derivativi sì, ma anche personali, soprattutto nei cambi di tempo, in quegli squarci sonori che cambiano lo spirito della canzone, passando da velocità assurde a roboanti mid-tempo, dando quel tocco di teatralità molto apprezzata oggi.

Time Is Death

Sprofondiamo nelle viscere delle terra, in un mondo oscuro popolato da demoni, tra fuochi fatui, incendi e scintille esplosive con la dirompente Time Is Death (Tempo È Morte), sostenuta da solenni chitarre dal sapore maideniano che restano sospese nel tempo per quasi tutto il primo minuto e che poi si lanciano in una corsa furiosa tra i labirinti di questo inferno. L'introduzione deve essere efficace, e allora la band opta per un brano lungo, ben sette minuti di cavalcata metallica, e abbastanza articolato, ricco di ricami melodici e di fraseggi scintillanti. Ad emergere è una produzione palesemente retrò, che fa della foga sonora e di un leggero sentore di sporcizia i suoi punti di forza, riportandoci indietro nel tempo, dritti agli anni 80. Ancora un cambio di tempo, il ritmo si smorza improvvisamente, rallenta fin quasi a spegnersi, per poi assumere connotati più ragionati dove incorniciare il primo verso. "Siamo il martello, gridiamo e marciamo, siamo soldati di ferro dediti alla distruzione, i nostri cuori sono fatti di acciaio. Siamo più forti di cento bombe, siamo il canto della violenza in strada, il futuro glorioso che avanza. Il martello cadrà sui traditori". Le liriche sono canoniche per il genere, atte a rinforzare il concetto di appartenenza a un gruppo, in questo caso metallari incalliti, indemoniati e dediti a mettere sottosopra le città, il cui scopo è quello di schiacciare i nemici, spazzare via il passato nefasto per andare incontro a un futuro radioso. Le arcigne parole profuse dalla voce graffiante di Hades, non troppo potente e nemmeno troppo raffinata, si sposa bene con la durezza della musica, mentre le affilate asce di Hypnos e Sirius ribollono di un ardore atavico creando giri melodici di grandissimo impatto. La melodia conquista da subito, la stessa che viene rafforzata nella seconda strofa: "Sopra i perdenti e gli impostori, non ci interessa nulla delle vostre false opinioni, noi non ci arrenderemo. Marciamo tra le tenebre spillando sangue, tra i reami più bui siamo nati, perché sangue e acciaio è il nostro cammino per scatenare le forze oscure". Strofa alla Manowar, intrisa di orgoglio guerriero e di forza battagliera, che ci conduce al forsennato refrain, dove la melodia è ancora più accentuata: "Devo sapere qual è il presagio, il tempo è morte. Siamo vittime dei cambiamenti, è tempo di pagare". Dalla fierezza intransigente qui si intravede una certa debolezza d'animo, come a ribadire che siamo pur sempre uomini, destinati ad appassire e a morire. Non possiamo nulla contro il tempo, signore arcano del destino. Non vi è un attimo di respiro, così la band prosegue senza sosta, il vocalist riprende i primi due versi, li ripete una seconda volta, perfettamente identici, raggiungendo ancora il ritornello, contornato dalle raffiche impartite alle pelli da parte di Titan, di nome e di fatto, per poi dilungarsi in un duello serrata tra batteria e chitarra. Ancora un cambio di tempo ad aprire una bella e melodica parentesi strumentale proprio a metà brano, quasi un intermezzo che lascia prendere fiato. Le influenze dei Maiden sono palesi, la band non fa nulla per nasconderlo, Hypnos e Sirius intavolano un bellissimo passaggio a colpi di assoli incandescenti. Giunge la tregua, richiamata dall'arpeggio del chitarrista che simboleggia l'epilogo di questo intenso pezzo.

Prisoners Of The Night

L'inferno è ancora sulle nostre teste, le fiamme divampano ovunque, rituali di magia nera si stanno compiendo alle nostre spalle, il sacerdote avanza minaccioso con la clessidra stretta in pugno, la alza proprio di fronte ai nostri occhi spaventati e accenna a un ghigno malvagio. Intorno, le stelle si spengono all'unisono, la foschia si palesa col suo candore e il buio avvolge questo luogo sacro e misterioso. Prisoners Of The Night (Prigionieri Della Notte) è breve e potentissima, costruita su due quartine opposte per intensità e colore, la prima decisamente heavy e basata su tonalità alte e acuti, la seconda declamata in tonalità grave, dai connotati oscuri, macabri, che si stemperano non appena viene inserito il delizioso ritornello, dal piglio radiofonico, trascinante e adrenalinico. "Sto scendendo dalle stelle, tu ti aggiri intorno, la tassa della morte mi aspetta, il dolore è profondo. È tempo di tornare, la mia anima reclama l'eternità, da qui non si scappa". La notte è una signora oscura dalle dita scheletriche, velocissime ad afferrare le vittime designate, avvolgerle con la sua freddezza e divorarle. Gli uomini sono proiettati nell'oblio dell'eternità. "Siamo prigionieri della notte, fatemi volare su in cielo, un giorno per l'eternità, lasciatemi solo e libero su questa autostrada". Hades è un ottimo interprete, dai suoi acuti si percepisce dolore e prigionia, ma anche il desiderio di essere libero e di correre incontro alle stelle, alla ricerca vana di un po' di luce. La notte è sinonimo di morte, entrambe descritte come nere signore dal volto oscuro e dal cuore di ghiaccio. Uno stacco e poi ecco che riprende la corsa, nella quale risalta l'egregio lavoro al basso di Sirius, compatto e potente. "Il posto nel mio cuore, mi sento solo, bui risvegli per me, ma le lacrime non scendono. È tempo di tornare, di reclamare alla signora oscura la mia anima". La solitudine, l'amarezza di una vita misera, la tristezza, sono gli elementi che attanagliano il protagonista, disilluso e amareggiato dall'esistenza, il quale si concede una preghiera alla notte, invocandola per riottenere l'anima che ha venduto in cambio di istinti selvaggi, di vizi e di avventure estreme. Ma ormai è nel lato oscuro del mondo e da lì non esiste fuga. L'oscura signora tiene stretta tra le dita la sua fragile anima, ricordandogli che il tempo sta per scadere e che la morte è in agguato. Il chorus viene ripetuto due volte, si memorizza subito grazie alla bella melodia, dunque la band si lancia in una lunga coda fatta di assoli: prima chitarra, poi basso, infine batteria, per chiudere in bellezza.

Shades Of Darkness

I ritmi rallentano un poco, i toni si fanno più bui, le fiamme degli inferi aprono un secondo antro, ancora più profondo, così si palesa un tetro labirinto che sembra infinito e che si stende in discesa, forse verso il nucleo della terra. In Shades Of Darkness (Le Forme Dell'Oscurità) il ritmo è più regale, meno dedito alla furia e maggiormente ragionato. Una grande melodia spicca per originalità, conducendo quasi a una danza alchemica attorno al fuoco, guidata da una serie di spiriti dannati. "Un altro giorno per cambiare la mia vita, strani momenti lasciati alle spalle, un altro giorno e ho commesso lo stesso errore, ho fatto promesse che poi non sono mai e poi mai tornate indietro". Il tema affrontato è presto servito: un bugiardo che si vergogna di essersi comportato in tale modo, ingannando tutti i suoi cari e che, infine, è stato condannato per il suo peccato e per la sua ipocrisia. Nonostante l'evidente errore commesso, questi è caduto ancora una volta nello sbaglio fatale, non riuscendo a cambiare la propria vita. Egli è un'anima dannata, forse tutto ciò rientra nel suo destino, ed è per questo che non può far nulla per migliorare. Ma i bugiardi, si sa, vanno all'inferno, e allora si dimenano tra atroci sofferenze spirituali e fisiche. "Ora non mi sento più solo, devo camminare in mezzo alle ombre, tra echi del destino nefasto lascio la terra per sempre, perduto nelle forme dell'oscurità". Il ritornello sembra un addio, forse si tratta di un uomo sul punto di suicidarsi, deluso della vita, soffocato dai suoi stessi errori. I fraseggi impartiti da Hypnos sono deliziosi, molto melodici e dall'indole dannatamente heavy inglese che accolgono a braccia aperte quanto fatto dalla band di Steve Harris. "Sento il silenzio, la ragione è mia, sto vivendo a modo mio, non c'è più tempo. Giorno dopo giorno sta vendendo la tua vita, vendendo il futuro che non hai più", ecco la presa di coscienza della povera vittima: la vita è un calvario che sta vivendo giorno dopo giorno, schiacciato dal peso stesso dell'esistenza, ma adesso la ragione è subentrata a fargli aprire gli occhi, a suggerire al poveretto che il futuro è ormai compromesso. Egli ha fatto una scelta, sta vivendo a modo suo, e allora l'unica soluzione che trova è il suicidio. La morte si fa avanti, nelle sembianze di una chitarra affilata e di un basso muscoloso che danzano un duello serrato e mistico che rallenta e accelera creando vortici di riff che tutto spazzano via. Titan è possente, una tempesta che si abbatte sulla terra, sovrastando i suoi compagni di avventura. A questo punto viene ripresa la prima strofa, per poi concludere con un ultimo refrain nel frastuono generale.

Garapuña

È tempo di armarsi e di gettarsi nella mischia. È tempo di combattere, e allora a metà scaletta troviamo la strumentale Garapuña. Secondo lo slang da strada, questa parola indica un pugnale utilizzato per i combattimenti ravvicinati, qui inteso come metafora musicale per indicare le chitarre che fendono l'aria proprio come una lama affilata, pronte ad incidere la carne e i timpani degli ascoltatori. Il brano, vorticoso e letale, è una strumentale di grande impatto, che si evolve in continue tempeste sonore e spirali di caos evocati dagli strumenti, dai riff glaciali e grondanti sangue, dai colpi di tuono impartiti dalla batteria, dai battiti pulsanti dei giri di basso. Tutto richiama la foga battagliera, uno scontro da strada tra bande di guerrieri, che si fronteggiano a ritmiche folli, danzando su suoni alla velocità della luce, attaccando il nemico per farlo a pezzi. Gli strumenti portano l'inferno in città, conducendoci per mano all'interno di una società post-apocalittica, come quella raccontata dal romanzo "Lucifer's Hammer", dove bande di ragazzi irrequieti si fronteggiano con la speranza di sopravvivere un giorno in più. Il pianeta è sconvolto, tutto intorno scintille di fuoco dominano il paesaggio, il pericolo è sempre in agguato. Hypnos e Sirius sottolineano la tragedia con suoni gonfi, attraverso seducenti giri che costruiscono il riffing portante, mentre Titan si scatena dietro le pelli, colpendo sempre più forte, dimostrando una buona tecnica. In definitiva abbiamo una struttura tripartita che ogni volta riparte daccapo, decelerando e creando un certo sali-scendi da brividi. Cinque minuti che servono a spezzare l'album in due parti, come un intermezzo per una suddivisione in due atti.

Lady Dark

Ma i toni non cambiano, perché l'oscura Lady Dark (Oscura Signora) ribadisce il concetto espresso sin dall'inizio dalla band cilena: questo è heavy metal grondante sangue e sudore, non vi è un attimo di pausa, non si concede respiro alcuno agli ascoltatori nemmeno dopo la parentesi strumentale. La chitarra svetta alta con un riffing tagliente come lama di rasoio, il drumming segue a ruota con la stessa intensità. Subentra Hades: "Sento il fuoco, sento il dolore, lo sento tornare. A lungo ho sentito il tuo nome, risuonava nella mia testa. Apro le ali in aria, mi perdo nella luce. La gente dice che il tuo amore è morte, ma sai che è sbagliato". Ombre e luci, sempre in contrasto, un'allegoria per descrivere efficacemente gli aspetti della vita, una vita che intreccia costantemente amore e morte, gioie e dolori. Le linee vocali questa volta sono meno melodiche, ma decise a spiccare nel bellissimo refrain, forse il miglior dell'intero disco: "Siamo stranieri nel tempo, come in un sogno possiamo volare, la morte attende in cielo. Se vuoi puoi provare la magia, la fantasia, e trovare un luogo segreto. Se potessi, ti darei il nome di Signora Oscura". In definitiva si tratta di una storia di amore, magari strana, non proprio canonica, ma pur sempre affascinante e romantica. Un uomo cerca la sua lei nel cielo sterminato, oltre l'orizzonte, tra i raggi di luce che filtrano nel buio. L'uomo sogna di poter volare a braccetto con l'amata, quest'ultima incarnata dalla notte e forse simbolo stesso di morte. L'amata è la Luna, la Luna è la Morte. Ancora una storia d'amor tragico, destinata all'oblio eterno. La morte è incarnazione di amore e il protagonista delle liriche la cerca con tutte le forze. "Ho bisogno di veleno nelle vene, eterni incubi nel mio letto, lussuria e piacere nella mia testa, ma so che non sono da biasimare. Mentre mi lascio alle spalle ciò che vedo, mi abbandono al fato". L'uomo ricerca ardentemente il male di vivere, come una droga da iniettarsi nelle vene, perché egli è figlio del peccato e del rimprovero. Solo con la morte riuscirà a stare sereno e in pace con se stesso. Titan è devastante, dai colpi siderali che bucano le casse dello stereo, si susseguono irrequieti fraseggi annichilenti e lisergici, per poi fare spazio ancora al vocalist nell'ultima parte, nella quale si ripete il bel refrain.

Traitors Of The Night

Dei colpi roboanti introducono la selvaggia e arcigna Traitors Of The Night (Traditori Della Notte), ennesima zampata vincente di un disco concentrato ma di grande valore. Tra oscuri labirinti e pericoli in agguato, ci addentriamo in questa selva macabra, tra rituali di magia nera, danze tribali per evocare spettri e demoni e incontri ravvicinati con losche creature della notte. Le belve fameliche con la bava alla bocca vogliono cibarsi della nostra carne, sono pronte allo slancio per sbranarci con affilati denti e unghie, ma noi fuggiamo nel buio, prendendo ancora una volta un sentiero ignoto. Siamo sempre al buio, nella notte infinita, ma questa volta riemergiamo sulla terra in un contesto apparentemente reale. Le atmosfere che si palesano davanti a noi hanno l'aspetto di una città, dove alcune poco rassicuranti vie si incrociano tra loro formando un dedalo di percorsi pericolosissimi, popolati da figure misteriose. L'incedere è minaccioso, portentoso, con le chitarre in primo piano a sostenere una sezione ritmica terremotante. "Per le strade sto cercando qualcuno, compra il tuo biglietto o muori, vivi la mia vita, puoi liberarti o morire. Sogni malefici emergono in mente". Per le vie della città si aggira questo personaggio che vende biglietti; non sono biglietti comuni, ma servono per transitare nella metropoli, metafora di vita. Se si acquista il biglietto si decide di vivere, altrimenti la morte attende dietro l'angolo. La vita è un luna-park nel quale addentrarsi al fine di sopravvivere, non è semplice, ma si può fare. "Se soltanto sapessi che ho perso la testa, i soldi significano controllo. Vieni con me stanotte", si dice nel pre-chorus, accarezzando una melodia destina a scemare in un refrain troppo statico e ripetitivo, nel quale Hades grida al mondo "Traditori della notte, siete tutti traditori della notte", sparando sul finale persino un lancinante acuto spaccatimpani. Si prosegue imperterriti sugli stessi ritmi: "Uccidi per piacere stanotte, non abbiamo molto tempo, sto bruciando dentro. Puoi morire o uccidere con un coltello, se provi, basta solo cercare la prossima vittima della notte". Le belve sono scatenate, adesso sono entrate nell'ottica della notte, di questa atmosfera malsana che rapisce, corrode la mente e conduce alla pazzia. O si agisce subito o si perisce, bisogna uccidere o si resta uccisi. È un concetto semplice da applicare, ma c'è poco tempo e bisogna darsi una mossa. Il ritmo si infrange su richiamo della chitarra, la quale si esibisce in un buon assolo, che assomiglia a una corsa lungo la strada di questa maledetta città, all'interno della quale tutti sono contro tutti, in cerca di vittime da tradire per scippargli il soldo. La furia sella sezione ritmica riemerge subito dopo, per condurci al gran finale, dove Titan fa da protagonista tenendo le redini.

Dreamer

Stiamo per riemerge dagli inferi, ammaccati e pieni di lividi ma ancora vivi, quando attacca Dreamer (Sognatore), spietata ultima traccia di un album che non lascia scampo. La mazzata arriva con la chitarra di Hypnos e il basso di Sirius, che danno il via a una galoppata senza freni nella quale il vocalist Hades divora strofe e ritornelli, molto simili tra loro per struttura e per linee vocali. "I muri del sonno stanno cadendo, ho bisogno di sapere dove appartengo, sotto a questi superficiali sogni invisibili, nel il reame degli Dei mi addentro". Sempre il sogno come motore portante della vicenda, involucro di speranze, di gioie e di dolori, dai tratti invisibili, dalle forme astratte, sinonimo di follia. La mente poco lucida del protagonista è viziata dall'assenza di sonno, e allora davanti alle sue palpebre stanche si palesa il regno degli Dei. Ecco il chorus: "Tu, sognatore, devi stare attento, la strada non porta da nessuna parte, lì ci sarà la morte dell'anima. Non essere sciocco, c'è di più sotto la superficie, dove una maledizione senza nome ti attende". Insomma, c'è ancora tanto da scoprire abbattendo le pareti del sonno, addentrandosi nei sogni e negli incubi, ma bisogna stare attenti perché una maledizione è sempre in allerta per scagliarsi contro gli avventurieri. Ma una volta entrati nel sogno è difficile uscirne illesi: "Non posso uscire da questo incubo autoindotto, la cui cima della montagna rievoca ricordi a lungo dimenticati che io vorrei dimenticare ma che loro mi perseguitano". Nel sogno tutto è più vero, qui non si può fuggire alla realtà dei fatti, non si possono ignorare o dimenticare certe dinamiche. Il caos regna sovrano. È tempo di bruciare. Il cambio di tempo è repentino, le note amare della chitarra costruiscono un delicato arpeggio che dà inizio alla seconda parte della canzone. Qui si procede a rilento, ma bastano pochi secondi per ripartire in quarta, seguendo la strada tracciata dalla batteria possente di Titan, vero alfiere di questa ultima fase. Chitarra e basso si destreggiano duellando tra loro e aprendo uno spiraglio che porterà ad emergere dalle viscere della terra. Riecco l'arpeggio nostalgico di Hypnos a prenderci per mano e a condurci fuori dal coas, sulla terra, vivi per miracolo. Così, con un tocco di malinconia e di raffinatezza, l'album dei cileni si chiude qui, con un sospiro di sollievo. L'oscuro signore del tempo è sparito dopo averci rincorso, lanciando le sue fiamme per catturarci, ma siamo stati più scaltri di lui, almeno per il momento.

Conclusioni

Il caos è stato affrontato, siamo sprofondati negli abissi oscuri dell'inferno, tra demoni danzanti, sognatori erranti e guerrieri maledetti dal triste fato. Siamo tutti stati radunati attorno a quel fuoco brillante illustrato nell'art-work, dalle rosse scie che si estendono in questo luogo misterioso, dove un sacerdote incappucciato, avvolto dalla penombra, minaccia i mortali stringendo tra le mani una clessidra, simbolo del tempo che si esaurisce brevemente, e una scintilla, l'ardore che anima i nostri cuori. L'oscura figura si avvicina minacciosa verso gli umani, spaventati, ricordando loro il triste fato, gettandoli tra le fiamme di un futuro brutale dove saranno pochi a sopravvivere. La bella illustrazione è allegoria della vita che scorre e che conduce inevitabilmente alla morte. Non è un tema proprio rassicurante, e infatti gli elementi presi in considerazione dai Lucifer's Hammer attraverso le loro liriche riconducono al caos interiore, alla follia, a scenari apocalittici, agli inferni terrestri, al sangue, alla rabbia e alla guerra. Le forti emozioni provate durante l'ascolto dell'album, durante questo viaggio nel buio del mondo, che sprofonda negli abissi della crosta terrestre arrivando a toccare il nucleo, vengono scaturite da arrangiamenti precisi: le preziose melodie impartite dal chitarrista Hypnos, i colpi terremotanti di Titan, i sinuosi giri compatti creati dal bassista Sirius, le mefistofeliche lancinanti grida di Hades, ogni elemento gode di atmosfere ben studiate, atte a catapultare l'ascoltatore tra le fiamme di questa battaglia, al crepuscolo del giorno, tra i pericoli della notte. Ogni minimo particolare, a cominciare dai nomi d'arte scelti dai singoli musicisti, simbolici ed evocativi, è composto per inneggiare a un luogo dove emergono losche figure, creature assetate di sangue e mostri generati della mente indemoniata. L'incubo sonoro, a nome "Time Is Death", ricorda a tutti che il metallo classico ha ancora oggi la forza e l'entusiasmo di un tempo, soprattutto quando è suonato con passione, dedizione e personalità, che inevitabilmente, nel 2018, è costretto a rifarsi ai maestri del genere, ai grandi del passato che facevano parte della mitica N.W.O.B.H.M., ma che non è soltanto un omaggio o un tributo, è un qualcosa che va oltre. Forti del contratto con la Stormspell Records, etichetta californiana attiva dal 2006, i Lucifer's Hammer sorprendono per talento e gusto, rendendo orgoglioso un paese come il Cile, una nazione dall'animo caldo e selvaggio, dedita più che altro ai generi più estremi: black, death, grind, thrash (almeno le band più note in Europa), ma da sempre sostenitrice incallita di power, hard rock e heavy. Se già "Beyond The Omens" aveva destato interesse e fatto percepire la caratura della band cilena, con "Time Is Death" si confermano gli aspetti positivi del debutto, replicando con un disco ottimo, ben suonato e dalla forte indole tradizionale. Non ci si deve aspettare, dunque, chissà quali novità compositive, né stravolgimenti di sorta, in questo lavoro tutto è molto canonico, gli anni 80 riemergono prepotentemente in tutti e trentasette i minuti a disposizione, si respirano in ogni singola abrasiva nota, ma l'intento dei Lucifer's Hammer non è certo quello di stravolgere un genere così antico e rispettato. Attraverso sette tracce i nostri danno prova della loro arte, della filosofia alla base delle loro idee e che muove le loro gesta, e a noi tanto basta. In questo album ci sono sette grandi canzoni, sette bombe sonore pronte a saltare in aria non appena si preme il tasto play. Un ottimo disco per un'ottima band.

1) Time Is Death
2) Prisoners Of The Night
3) Shades Of Darkness
4) Garapuña
5) Lady Dark
6) Traitors Of The Night
7) Dreamer