LIZZY BORDEN

The Murderess Metal Road Show

Metal Blade - 1986

A CURA DI
ANDREA CERASI
06/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il Roseda Country Club (Roseda, California) è uno storico nightclub costruito alla fine degli anni 50 ma che soltanto a partire dalla seconda metà degli anni 70 si trasforma in uno dei punti di riferimento del rock californiano. Dal 1979 al 1999, anno della sua chiusura, questo mitico palco è stato calpestato da centinaia di gruppi esordienti che, negli anni successivi, contribuiranno effettivamente a creare la storia della musica. Il posto è piccolino, con una capienza limitata di pubblico, e il palco non offre ai musicisti grande possibilità di movimento ma l'acustica è perfetta e l'atmosfera magica. Bastano questi elementi per mandare in visibilio coloro i quali hanno la fortuna di prendere parte a queste leggendarie serate musicali. La Metal Blade intuisce il potenziale del locale, il cui palco è stato calpestato da importantissime band come Guns 'n' Roses, Motorhead, UFO, W.A.S.P., Soundgarden, Nirvana, Metallica, Megadeth, Social Distortion, Stryper, Blue Oyster Cult e moltissime altre, ed organizza un live indimenticabile per i suoi adepti e per tutto il popolo metallico. La serata, manco a farlo apposta, capita di un venerdì 13 dicembre 1985 ed è il giorno perfetto per suonare horror metal. L'intento dell'etichetta è quello di battere il ferro finché è caldo perciò, dopo il grandissimo successo di vendite e le scalate in classifica raccolti prima con l'Ep "Give "Em The Axe" e poi col debut "Love You To Pieces", si opta per la registrazione dell'intera performance, in attesa del nuovo materiale che andrà a comporre il secondo full-lenght targato Lizzy Borden,  quel "Menace To Society" che li lancerà definitivamente. In uno dei templi del rock della costa ovest degli U.S.A., la band americana dà il meglio di sé senza risparmiarsi e dando vita a uno dei migliori concerti di heavy metal classico. Talmente bello che dopo appena quattro mesi, nell'aprile 1986, viene rilasciato un doppio live-album (da cui sarà estratto anche la VHS prima e il DVD poi) dall'eloquente titolo di "The Murderess Metal Road Show", in grado di accrescere ulteriormente la popolarità della band e di evidenziare la classe e il talento di questi giovani ragazzi dai capelli cotonati, truccati in stile horror come fosse halloween e dai vestiti attillati e sgargianti. La formazione è ovviamente la stessa che troviamo nel primo e mitologico album, con Lizzy a fare da guida, la batteria di Joey Scott Harges, il basso di Mike Davis e alle chitarre Gene Allen e il compianto Alex Nelson, scomparso nel 2004 per un incidente stradale.

Council For The Cauldron

Una lunga introduzione dove, tra le urla e i fischi impazienti, una demoniaca voce registrata si rivolge alla folla, Voglio che sanguiniate, dice sospirando, poi l'atmosfera malsana accresce con effetti sonori da pellicola horror, cori misteriosi e aliti di vento burrascoso che proiettano il pubblico nell'atmosfera macabra, dunque attacca la batteria che tiene il tempo per trenta secondi e poi all'unisono le chitarre accompagnano la presentazione ufficiale del live. La più oltraggiosa band del mondo, qualcuno al microfono li presenta così, partono le grida del pubblico e poi il presentatore pronuncia il nome dei protagonisti della serata. Ecco a voi i Lizzy Borden, le chitarre esplodono al secondo minuto e senza troppi convenevoli parte "Council For The Cauldron", traccia destinata ad aprire questo concerto così come era destina ad aprire "Love You To Pieces", album dal quale è tratta. È subito una mazzata tra i denti, le chitarre fanno scintille, il basso di Davis è monolitico e la batteria di Harges sembra un toro in carica. Lizzy Borden esordisce con la sua voce divina ed è interessante notare che non perde un briciolo di potenza, sia nelle tonalità gravi sia (e soprattutto) negli acuti pazzeschi che la sua ugola riesce a creare, talmente imponente e perfetto che sembra di ascoltare il disco in studio. Le strofe sono feroci, ogni membro è scatenato, i fraseggi di maideniana memoria fanno impazzire il pubblico, il quale accresce i cori e le grida. Il ritornello è mascherato da un acuto all'altro e fomenta grazie a un'esecuzione impeccabile e a una voce divina. Lizzy si conferma uno dei migliori vocalist della storia del metallo e sembra quasi impossibile che un uomo riesca ad arrivare a certe tonalità (e con voce piena) senza dimenticare la forza interpretativa. Giunge solenne il momento degli assoli, sono ben due, concentrati in un solo minuto, eseguiti sia da Allen che da Nelson, partono a distanza l'uno dall'altro ma poi si incrociano e si sovrappongono in una furia sonora senza precedenti. Due minuti e mezzo di follia omicida che mettono subito in chiaro di che pasta sono fatti i Lizzy Borden e se la grandezza di una band si misura in base alla performance live, direi allora che qui si sfiora il divino. Una speed song che dà il benvenuto all'avventato ascoltatore, i presenti non solo vengono investiti da tale irruenza sonora ma anche proiettati in un mondo fatto di crudeltà e violenza grazie a un testo scabroso i cui ingredienti da gettare nel calderone sono carne umana, sangue e gocce di lacrime, in un rituale di magia nera per invocare i discepoli del disordine e illuminare la notte buia di luminose illusioni e ardenti passioni che stimolano le più ancestrali perversioni e istinti. 

Flesheater

Il pubblico applaude entusiasta e senza sosta si prosegue con la cavalcata "Flesheater" (Bollitore Di Carne), brano horror metal posto a metà del primo album della band ma perfetto per dare la carica a inizio concerto e scaldare gli animi dei presenti. Un muro di suono robusto si estende per tutto il Roseda Country Club, in ogni angolo del locale, i musicisti (come si può vedere nel video) si scambiano posto e saltellano più volte sopra due cubi disposti ai lati del palco, mentre Lizzy impugna la sua mitica accetta e indica in cielo minacciando qualcuno. La teatralità dei Lizzy Borden è davvero trascinante, la si percepisce attraverso le note che escono dalle casse dello stereo ma anche tramite le grida emozionanti della folla accalcata nel piccolo nightclub per gustare gli eroi dell'horror metal. La batteria è un frastuono, Mike Davis (poco mobile rispetto ai due chitarristi che corrono e si dimenano sul palco) col suo basso dirige sapientemente i giochi, qualcuno tra la calca incita la folla e il pubblico canta insieme a Lizzy. Le strofe sono intonate con voce stridula e acutissima, la band crea l'inferno sul palco, dunque al minuto 1.40 cambia il tempo e i toni tesissimi si spengono rallentando, viene intonato il ritornello, da cantare a squarciagola seguendo le direzioni del vocalist. Allen si lancia in un solo affilato come bisturi, poi emerge la seconda chitarra di Nelson in un solo più controllato e infine riparte il semplice ma strabiliante ritornello che termina in un acuto inverosimile per essere umano. Il pezzo è incentrato sull'atto sessuale e sull'istinto carnale che appartiene più agli animali che al genere umano. E' un rapporto molto intimo dove si sfiora il cannibalismo visto che l'amore è talmente profondo da cibarsene al chiaro di luna, quando le temperature non sono troppo alte. Il sesso è un inno alla notte, due creature demoniache che danzano al buio, contorcendosi in una specie di coreografia infernale. Questo è il rapporto intimo secondo la filosofia dei Lizzy Borden, basato sull'istinto puramente animalesco, famelico, cannibale, poiché nella notte ogni cosa è fattibile. Il pubblico è in delirio e Harges accenna dei colpi alla sua batteria, come per caricarsi e non perdere il ritmo, l'andamento è doomeggiante, le chitarre sono pesanti ed esplodono velocizzandosi secondo dopo secondo.

Warfare

In "Warfare" (Affari Di Guerra) Lizzy è ancora protagonista con una performance incredibile, accompagnato da un pubblico caloroso pronto ad aiutarlo a intonare lo splendido ritornello, capolavoro da incorniciare tra i capisaldi dell'heavy metal. Il ritmo rallenta inaspettatamente e, ancora una volta, il singer si lancia in una serie di acuti che impressionano data la difficoltà tecnica, dopo una prima strofa, molto breve e lo splendido chorus, tra l'altro molto melodico, parte l'assolo che si protrae per circa un minuto. Le tracce sono tutte molto brevi (della durata media di 3 minuti) perciò si va subito al sodo. La band suona diretta e sfrontata, dotata di una tecnica invidiabile e di un vocalist alieno che si diverte nell'aizzare la folla accalcata sotto al palco con i suoi gorgheggi ultrasonici che sono pura goduria, e la cosa interessante è che non solo Lizzy canta come su disco ma addirittura mette in mostra le sue corde con giochetti vocali estremi impossibili da riprodurre. Sembrerebbe fantascienza ma potrei benissimo dire che canta meglio dal vivo che da studio, e questa è dote soltanto dei grandi. Siamo immersi dalle atmosfere orrorifiche, il locale è ormai diventato un posto mistico immerso nel fumo sparato dai ventilatori, un antro di belve fameliche e mostri spettrali che si dimenano davanti a tutti molestando gli strumenti musicali, a cominciare dal biondo crinito e in tutina rossa posizionato dietro al microfono dal quale si estende un'ugola udibile anche a km di distanza. La canzone contiene in realtà una forte critica nei confronti della guerra, intesa come veicolo di guadagno e dettata dal guadagno stesso, dove la moneta è l'unica cosa che conta. In guerra non ci sono eroi, c'è solo dolore, paura e sofferenza, e non ci sono piani di riuscita ma l'unica cosa che conta è la sopravvivenza. Sul campo di battaglia non ci sono bandiere o gesta eroiche ma solo sangue e corpi martoriati e alla fine ci si chiederà il perché di tutto ciò. La domanda rimarrà senza risposta perché la guerra è una cosa più grade di noi e l'uomo è talmente piccolo da non poter rispondere, almeno non oggi. L'unica conclusione alla quale si giunge è che, anche se si vince, si è perdenti comunque. Vincitori e perdenti sono la stessa cosa: assassini vittime di un sistema corrotto.

No Time To Loose

Trenta secondi di cori, la band riprende fiato dopo tre pezzi serrati ed ecco che si prosegue con "No Time To Loose" (Non C'è Tempo Da Perdere), tratta dal primo Ep "Give 'Em The Axe", introdotta da un Lizzy Borden scatenato e che invita i presenti a prendere parte alla festa. Hello Suckers, li saluta così, poiché questo è il saluto diventato il marchio di fabbrica della band, infatti ancora oggi i nostri si rivolgono alla platea (io ne sono testimone) in questo modo, riprendendo la mitica frase di apertura dell'album di debutto, il quale scaraventava l'ascoltatore nei suoi meandri più remoti attraverso questa frase pronunciata al contrario. Musica, teatro, horror, questo è lo spettacolo offerto dalla band californiana, e il pubblico non può che gioire. Lizzy prosegue la presentazione scaldando gli animi, Siete pronti per un altro omicidio? Lo volete vedere? Il pubblico è in delirio e attacca il pezzo del 1984. Rullata di batteria e chitarre infuocate, heavy speed metal allo stato puro, di stampo americano, potentissimo ma dall'animo melodico, sia nelle strofe che nel ritornello. Le linee vocali sono portate all'estremo, Lizzy inserisce qualche acuto in più rispetto alla versione in studio, mentre il fraseggio di Allen è un po' più lungo rispetto alla versione originale. L'attitudine sporca della band viene messa in evidenza durante l'esecuzione, la folla accompagna con cori intonando il solare (azzarderei a definirlo gioioso) refrain, ripetuto soltanto per due volte visto che la canzone è brevissima, due minuti serrati di acciaio e sangue, dove le asce duellano a colpi di assoli. Il tutto si spegne brevemente ma le corde della chitarra di Nelson vibrano ancora protraendo un sibilo metallico per diversi secondi, tra le grida entusiasmanti degli spettatori, riparte dunque un assolo di classe, melodico, di media velocità, che dura una trentina di secondi e si collega direttamente al brano seguente facendo da ponte. "No Time To Loose" è un pezzo diretto, violento, ma comporta qualche spiraglio di luce, è una delle composizioni più allegre dei Lizzy Borden, laddove il metallo americano incontra quello inglese e dove la N.W.O.B.H.M. ha un'influenza importante, non a caso questo è il primissimo pezzo composto dai ragazzi, agli albori del 1984, ancora giovani e poco esperti ma di certo non privi di personalità. Il testo ricalca la struttura dello shock rock creata e impartita dal maestro Alice Cooper (loro fonte di ispirazione primaria) negli anni 70. Il testo si districa tra visioni di morte, decadimento fisico, decomposizione di corpi e caducità della vita. La maledizione delle epoche che trascorrono imperterrite affligge gli esseri viventi, non c'è tempo da perdere, dunque basta vivere in un sogno o in una gabbia di vetro martoriati dalle frustrazioni terrene, bisogna combattere per essere liberi, concedersi alla lussuria, al vizio carnale, poiché il tempo non può essere fermato.

Rod Of Iron

Come appena accennato la chitarra di Nelson protrae il suono facendo da collante col brano seguente, ovvero uno dei miei pezzi preferiti di sempre, uno dei cavalli di battaglia della band americana, l'imponente, "Rod Of Iron" (Sbarra Di Ferro). Un arpeggio mistico si diffonde nell'aria, il pubblico è in delirio, emerge la batteria con battiti delicati e infine la voce raffinata e morbida di Lizzy che esegue delle scale, partendo dal basso e arrivando agli acuti. Un minuto di lento, una ballata spacca-cuore, ma è tutto un'illusione, perché c'è un cambio di tempo inaspettato, i piatti prendono vigore, si rafforzano secondo dopo secondo, Lizzy richiama il pubblico, Adesso scateniamoci, dice al microfono e che tradotto sarebbe, Adesso sono cazzi, questa è una bella mazzata tra capo e collo, le chitarre fanno scintille, si trasformano in un riffing tipicamente power e con effetti particolari, un po' futuristici dovuti alla distorsione della chitarra di Rick Allen, dunque si giunge in breve al ritornello, uno di quelli che ti fa gridare al miracolo e che ti fa sentire orgoglioso di essere metallaro. Melodia pazzesca e strofe assassine, la sezione ritmica è un'auto lanciata in una folle corsa contro il tempo, il riffing non fa prigionieri e Lizzy raggiunge vette vocali tremendamente alte. L'assolo dello stesso Allen è un tornado che spazza via tutto e poi si riprende con il fantasmagorico ritornello. C'è poco da fare, "Rod Of Iron" è uno dei pezzi migliori che abbia mai sentito, un terremoto dalle atmosfere epiche e dal sapore evocativo. Fortunatamente la resa sonora è molto simile a quella del disco, gli strumenti sono bilanciati bene e si sentono alla perfezione nonostante l'inevitabile eco di sottofondo (trovandosi in un luogo al chiuso) e che, qualora non fosse eseguito bene il sound-check (come capita spesso nei locali italiani) con una giusta equilibratura dei volumi e delle frequenze si rischierebbe di comprimere il tutto, ma non è questo il caso. Anche il testo è epico, nel quale si onora il "Signore del tempo", che tutti comanda dall'alto del suo trono e che dirige l'umanità con la sua sbarra di ferro, uno scettro magico in grado di decidere la vita e la morte degli uomini. Egli è il re dell'inferno, metafora per descrivere il Diavolo che si crogiola nel peccato e nel vizio terreno col suo forcone d'acciaio. Non c'è nessun salvatore, solo un mondo di fiamme e martiri, la libertà è solo un'illusione ricercata invano. Il pessimismo cosmico si impossessa delle liriche e della musica dall'attitudine tetra e che va a braccetto con la teatralità orrorifica espressa dalla band on stage.

Save Me

Un ultima raffica di batteria e chitarra ed ecco "Save Me" (Salvami), un classicone della band, horror metal song dal piglio battagliero. Dopo una furia sonora di venti secondi il ritmo rallenta e si poggia su un riffing acustico e abbastanza melodico, poi giunse lo spaventoso ritornello che recupera rabbia e foga. Questo brano è come una montagna russa in grado di alternare continuamente ritmiche vorticose per poi ridiscendere in picchiata rallentando. Il refrain spazza via intere discografie, talmente bello che il pubblico canta a squarciagola. Giunge l'assolo pulito di Allen e poi quello di Nelson, con un Mike Davis sempre presente per dare quella carica in più di sottofondo e poi Lizzy ripete per non so quante volte il chorus, giusto per arrivare ai canonici tre minuti di durata, tagliando addirittura una strofa rispetto alla versione in studio e accorciando la traccia. L'amore è protagonista delle liriche, che non sono altro che un invocazione e una preghiera di perdono nei confronti della donna amata, ovvero la classica stronza dal cuore di pietra che prima utilizza gli uomini e poi li abbandona. Questo è un amore carnale, umano, disperato, destinato ad ammazzare e per il quale morire. La salvezza in realtà non esiste, è soltanto un'idea irrealizzabile poiché la donna amata è più che altro un sogno irraggiungibile che svanisce alle prime luci dell'alba. "Save Me" è davvero fantastica, sicuramente una delle hit più popolari della formazione americana e che, con i suoi 4 minuti, è in grado di trascinarti in una spirale di disperazione, di emozioni contorte e di paure recondite che albergano in ogni essere umano. Dal punto di vista musicale è una bomba sonora, concentrata, breve, efficace come un gancio sotto al mento. Insomma, il singolo perfetto.

Godiva

La foga però non termina qui perché, senza sosta, la sezione ritmica da vita alla seguente "Godiva" (Godiva), dai fraseggi inziali che ricordano il brano autointitolato degli Iron Maiden, la grinta espressa è ai massimi livelli, chitarre che si incrociano, si sfidano, combattono con la pomposità del basso e le mitragliate della batteria. Lo spirito è quello dell'heavy metal inglese, l'attitudine punk è palese, la violenza hard rock pure, e sembra la prosecuzione del brano precedente, tanto è simile nella proposta. Rispetto alla versione sull'album dal quale viene estratta, questa "Godiva" è velocizzata e concentrata in poco più di 2 minuti, personalmente adoro quando le band velocizzano i proprio pezzi sul palco, senza stravolgerne le atmosfere e i sapori che si respirano e si gustano su disco ma che danno quell'energia in più che ti fa pogare e scapocciare alla grande. La velocità dunque è alla base di tutto, le strofe si schiantano contro un muro di cemento alla velocità della luce e ciò che ne esce è un ritornello fresco che si stampa subito in testa e non va più via. Certo che sentire 40 secondi di assolo, prodotti a una velocità stratosferica, procura una bella soddisfazione e mette in risalto la grande tecnica del combo californiano. L'orrore è ben presente, la teatralità anche, sia nella musica che nel testo, che narra la vicenda di Lady Godiva, una nobildonna inglese che, nel medioevo, sfida il marito, il conte di Coventry, ad abbassare le oppressive tasse nei confronti del popolo, quest'ultimo schiacciato dall'enorme tributo. Bene, secondo la leggenda la nostra eroina sfila a cavallo, nuda, per tutto il paese, coprendosi il busto soltanto con i lunghi capelli, ma il conte, attraverso un proclamo pubblico, aveva intimato a tutti i cittadini di barricarsi in casa per non posare gli sguardi indiscreti sulla moglie. Soltanto un uomo disobbedisce lasciando accostata la finestra di casa e, attraverso lo spiraglio creato, getta uno sguardo al passaggio della fanciulla ma, come per incanto, subito dopo diventa cieco tramite un bagliore improvviso sprigionato dal corpo della ragazza stessa che gli arde le pupille. Testo metaforico che ripropone una leggenda anglosassone e incedere musicale coinvolgente che ricorda l'impostazione punk, con poca interazione col pubblico e giù tutti a pestare con i loro strumenti. I Lizzy Borden sono maestri indiscussi delle rappresentazioni teatrali, ovviamente in questo live sono ancora agli inizi, con un solo Ep e un Full-lenght pubblicati, perciò l'esibizione punta soprattutto sulla musica e poco sulla scenografia/coreografia, aspetto che verrà sviluppato nei seguenti concerti, specie nei due anni che seguiranno (1987-1989) durante i quali, grazie a budget più alti, teatri e palchi più grandi, e un maggior seguito di pubblico, raggiungeranno l'apice creativo e teatrale per mettere in scena il loro shock rock, costituito da decine di cambi di costume, maschere horror, ballerine che danzano, giochi di fuoco e di sangue, trucchetti magici di granguignolesca memoria e quant'altro. Se da un lato l'esibizione dei nostri migliorerà dal punto di vista scenico, togliendo spazio (ma solo un poco) alla musica, in questo caso la performance che stiamo esaminando è tutta da gustare e sentire, dove ancora non esistono divertenti siparietti teatrali, ma si bada al sodo. Poche parole, poche azioni e tanta musica.

Psychopath

E' il momento di "Psychopath" (Psicopatico), un giro di basso, sovrastato dai cori del pubblico, emerge sul palco, ecco dunque le chitarre che prendono quota in un fraseggio sensuale, poi la raffica di batteria che subentra dà origine a un pezzo adrenalinico. Lizzy Borden è furioso dietro al microfono, incomincia a intonare le strofe appena passato il minuto, sono strofe giocate sull'alternanza di ritmo, i toni rallentano e poi riaccelerano continuamente, il ritornello giunge fresco e potente. Poi il tutto si quieta, riemerge il basso, vero protagonista di questa killer song, le chitarre attendono in sottofondo cullando il pubblico in un suono distorto protratto per diversi secondi fino a fermare la canzone. Il pubblico è in delirio, la band si prende una piccola pausa e si crogiola sul palco, poi la batteria reintroduce la musica, le chitarre duellano con ritmiche distorte e fermano per la seconda volta l'intero pezzo, ancora attimi di silenzio nei quali si dà spazio al pubblico, ai suoi fischi, ai suoi cori e applausi, la sezione ritmica accelera il passo mantenendo il tempo a lungo. Pausa di cinque secondi ed ecco il trascinante refrain eseguito in modo più veloce rispetto al brano in studio e si chiude qui l'ennesima canzone trionfale, dimezzata nel minutaggio rispetto all'originale ma di grande effetto comunque. La foschia misteriosa invade la mente e la inebria, rappresentando uno psicopatico che segue una persona come un'ombra, la pedina negli angoli della città, in una notte buia e priva di luna. Il maniaco odora il profumo della paura provenire dalla vittima, la quale accelera il passo per sfuggire al suo ingrato destino ma il folle è sempre più vicino e in mano stringe un coltello. La lama dell'arma brilla nell'oscurità rivelando gli occhi terrorizzati della preda, poi un grido squarcia il silenzio delle strade e il pazzo inizia il suo perverso gioco guardando la morte sul viso del povero innocente. È un gioco mortale al quale l'uomo è dedito e si diverte appunto nel metterlo in scena, come fosse una rappresentazione teatrale della vita stessa.

Love You To Pieces

E' il momento del cavallo di battaglia della band, ovvero della leggendaria "Love You To Pieces" (Ti Amo A Pezzi), la chitarra acustica di Nelson esegue un malinconico arpeggio, i presenti festeggiano e si preparano per la carica. L'arpeggio continua fino al primo minuto, poi Lizzy intona le strofe in modo delicato per quella che potrebbe sembrare una ballata giocata tutta sulla chitarra acustica e sugli acuti del vocalist. I primi tre minuti trascorrono così, in modalità ballad classica, ma la sezione ritmica si rafforza dopo l'ennesimo acuto spaccatimpani. Un bellissimo e sensuale assolo di Allen invade ogni angolo del piccolo ambiente, raggiungendo l'apogeo di questo down-tempo, mentre Lizzy si lancia in acuti improbabili, eseguendoli addirittura meglio che su disco. L'atmosfera è potente, nostalgica, crepuscolare, contornata dalle luci degli accendini. Insomma, una splendida e immensa canzone d'amore ma dal sapore horror articolata in maniera piuttosto semplice ma che colpisce dritta al cuore. Il testo di questo brano tratta di un amore malato (e non può essere altrimenti conoscendo la band) che termina in tragedia. Un uomo è follemente innamorato della propria donna ma sente che lei sta per lasciarlo, egli intravede la paura e i dubbi attraverso gli occhi di lei e non sa come reagire. Non può farla fuggire, non può consegnarla tra le braccia di un altro uomo, perciò decide di ucciderla con un colpo di pistola sparato alle spalle. Il cadavere poi viene fatto a pezzi e questi vengono seppelliti, uno ad uno, nel giardino di casa. In questo modo la ragazza rimarrà sempre con lo psicopatico, al suo fianco, per maledirlo e a maledire il giorno in cui lo ha conosciuto. La musica del combo californiano non poteva essere "normale" e questo è l'amore inteso da questi cinque paranoici ragazzi: pazzesco, malato, perverso, psicotico, grottesco, fumettistico e chi più ne ha più ne metta. Il primo disco termina qui. 

Live And Let Die

La seconda parte invece si apre in modo particolare e data la ridotta scaletta di pezzi originali, essendo un live registrato dopo un solo Ep e un Full album, i Lizzy Borden si cimentano in una cover (e non sarà l'unica cover in carriera che si divertiranno a rimaneggiare) mai realizzata in studio, trattasi della la leggendaria "Live And Let Die" (Vivi E Lascia Morire), pezzo dei Wings di Paul McCarteney, composto nel 1973 per la colonna sonora del film James Bond - Vivi e lascia morire (Guy Hamilton). Il testo è brevissimo e molto semplice anche se il significato è abbastanza profondo, infatti parla si un giovane disilluso e adirato, quasi disgustato dai cambiamenti del mondo e dalla vita stessa. La filosofia di vita che recita Vivi e lascia vivere si trasforma in Vivi e lascia morire, dovuto proprio alla perdita dell'innocenza. La performance della band è perfetta e fedele anche senza il piano e gli archi che completavano l'originale, ovviamente non si tratta di una canzone complicata perché è giocata soprattutto sulle atmosfere da cinema da azione ma intrise di una nota di disperazione. La voce di Lizzy è quasi spezzata dal pianto e denota le grandi capacità attoriali del singer, un vero leone sul palcoscenico e che non sta un secondo fermo, sempre fomentato e pronto a far gioire (oltre che le orecchie) gli occhi del pubblico con costumi di scena e trucchetti di magia, ma anche pose studiate per coinvolgere maggiormente. Sovrastando la batteria e il tappeto sonoro delle chitarre Lizzy svetta con i suoi acuti, in particolar modo nel ritornello, cantato a squarciagola come mai sentito nelle migliaia di altre cover di "Live And Let Die" (tra cui quella dei Guns 'n' Roses contenuta nel primo "Use Your Illusion"), anche perché è uno dei pochi che riesce a raggiungere certe tonalità. La presunta ballad si trasforma in un pezzo feroce basato sul leggendario riffing di chitarra, colonna portante della saga del popolare Agente 007. Poi giunge l'intermezzo bridge (che in origine è stato scritto dalla moglie di McCarteney, Linda), giusto un quartina che accelera il ritmo del pezzo potenziandolo, dunque si rallenta e ritorna la ballata malinconica dell'inizio. Il secondo chorius è ancora più violento, gli acuti di Lizzy raggiungono gli ultrasuoni e danno il via per un assolo stratosferico di Allen, diverso e molto più tecnico rispetto dall'originale eseguito da Danny Laine, ascia dei Wings, mentre la chitarra ritmica di Alex Nelson sostituisce il pianoforte di Linda McCartney.

Kiss Of Death

Si riparte con una perla che costituiva l'Ep "Give E'm The Axe", una bordata di metallo classico intitolata "Kiss Of Death" (Il Bacio Della Morte). Lizzy annuncia che il pubblico sarà sommerso da una scarica di rock 'n' roll e sarà un genocidio, Harges picchia violentemente sulle pelli della batteria, una rullata e Mike Davis fa volare il suo basso, le chitarre si preparano alla corsa caricando dapprima in un mid-tempo guidato dall'ugola d'oro di Borden e il tutto assume dei toni epici, cavallereschi. Un brano epic metal tinto dalle tematiche horror, la sezione ritmica è sporca, mordace, le chitarre saettano sul palco grazie a particolari fraseggi, molto metallici (nel vero senso della parola). Il pre-chorus melodico incastonato come diamante su una corona e un acuto sanguinolento svettano sulla la folla con forza indomita e con potere malvagio, quasi spettrale. Le strofe sono cadenzate, solenni ma allo stesso tempo tenebrose e scarne, mentre la durata è limitata rispetto alla versione in studio, due minuti e mezzo composti da due riprese e un solo unico e immaginifico ritornello posto in chiusura. E' la ballata della Morte quella che viene messa in scena, quella più cruda e meno poetica. La morte divora ogni cosa, seduce col suo fascino, con la sua pericolosità, anche se, in questa occasione, viene rapportata non si sa bene a cosa, se a una battaglia tra gang, una vicenda isolata o a un avvenimento accaduto. Una vita rischiosa percorsa sulla lama affilata di un rasoio, dove ci si immerge in una sparatoria nella quale nessuno avrà scampo. Inutile la fuga, perché i proiettili sono ovunque, pronti a squarciare corpi e interiora, come se il destino fosse già scritto e avesse già scelto le vittime di turno da sacrificare all'ignoto. E' il resoconto di una guerra quello messo in scena, il protagonista della vicenda ormai è marchiato dal bacio della morte e per lui non esisterà un domani. Un grido che rappresenta l'ultimo addio prima di terminare il tutto nell'oblio.

Red Rum

Il pubblico è in estasi, ma non c'è tempo da perdere perché Harges ricomincia con una scarica di violenza percuotendo i tamburi aiutandosi anche con i pedali stile power metal europeo, Lizzy presenta il prossimo brano citando solo il titolo, "Red Rum" (Omicidio) è speed metal purissimo e di fattura americana,  le chitarre sono talmenti potenti che rischiano di soffocare persino la sua voce, questa volta un poco in difficoltà nell'intonare il difficilissimo ritornello, tutto acuti e tonalità altissime. È il primo segno di affaticamento, ma è del tutto normale dopo dodici pezzi eseguiti al massimo delle potenzialità. Va detto comunque che la performance è perfetta, sia dal punto di vista musicale che vocale, l'assolo di Rick Allen è da brividi e ritorna due volte, nella fase centrale e in quella finale, restando uno dei migliori soli della band. La melodiosità cromata durante il ritornello collima con la struttura restante, se da un lato abbiamo una sezione ritmica imponente e sparata alla velocità della luce, dall'altro lato troviamo un refrain orecchiabile, melodicissimo, forse studiato per le prove dal vivo, e infatti il pubblico risponde bene lasciandosi trascinare dalla musica e dai cori dei componenti del gruppo che giungono in aiuto del vocalist. "Red Rum", come scrissi qualche tempo fa nella recensione di "Love You To Pieces", è un omaggio al film "Shining" (1980) di Kubrick e introdotto, parlo della versione in studio, da una frase emblematica: "All work and no play makes Jack a dull boy" ("Solo lavoro e niente svago rende Jack un ragazzo noioso") gridata in apertura da Lizzy. Trattasi di un proverbio inglese utilizzato dallo stesso Kubrick per il film, lo si può osservare in una sequenza e ripetuto più volte su un dattiloscritto, preso in esame proprio in concomitanza con l'omonimia del protagonista della storia, Jack Torrence, interpretato da Jack Nicholson. Ma non solo il titolo è un omaggio a questa opera leggendaria, infatti il testo racconta le folli vicende accadute all'interno dell'Overlook Hotel, situato nelle montagne innevate del Colorado, perciò ci troviamo davanti a liriche piene zeppe di citazioni, come per il caso del ritornello, nel quale viene citata la misteriosa stanza 237 dell'albergo, a quanto pare, passaggio dimensionale che fa da collegamento tra due mondi. È la pazzia che prende vita nella mente del protagonista, in questo caso Jack, la sua mente è invasa da spiriti maligni e incubi a occhi aperti, in un viaggio onirico verso la morte, tappa conclusiva di questa macabra avventura. "Hello, Daddy's home" recita Borden alla fine, ricalcando le stesse parole usate da Jack Nicholson nel momento in cui sfonda la porta di legno con la sua ascia nella storica scena del film. Le corde delle chitarre non accennano a fermarsi ma si protraggono per un minuto abbondante mentre Harges sfonda letteralmente i piatti, Lizzy torna al microfono, ringrazia i presenti e li saluta.

American Metal

Evidentemente la band esce di scena, la parte su disco è ovviamente stata tagliata, perciò si prosegue le ultime fasi, a cominciare dal brano più famoso del gruppo e uno dei classici anni 80, "American Metal" (Metallo Americano), heavy metal americano che ha ispirato centinaia di band negli anni. Architettura classica sorretta da chitarre impennate come moto da cross e una batteria travolgente, grande interpretazione del leader Lizzy che alterna toni bassi ad acuti che sfiorano gli ultrasuoni. La sezione ritmica è possente, coadiuvata anche dall'ottimo lavoro al basso da parte di Mike Davis, che riesce a distinguersi dai colleghi grazie un suono molto personale. Bellissimo l'intreccio di assoli verso metà canzone, dove le asce si sfidano a duello, prima di lasciare spazio alla voce di Borden che urla, supportato solo dai cori, un ritornello d'impatto e che fomenta gli istinti più animaleschi soprattutto in questa veste live. Probabilmente è il brano giusto per riempire d'orgoglio i giovani rockers americani, è impossibile non esultare davanti a cotanta energia musicale perché "American Metal" rappresenta un modo di essere e di suonare. Uno di quegli inni alle borchie, al cuoio, ai capelli lunghi e alle sonorità cariche che hanno incendiato intere generazioni, ancora oggi cavallo di battaglia della band stessa e ancora oggi pregno di una carica senza eguali. In questo contesto Lizzy Borden da sfoggio di tutta la sua tecnica canora, innalzando il tono e arrampicandosi su vette mai esplorate. Il minuto 4, c'è una pausa musicale, i toni si spengono e Lizzy lancia un paio di acuti lunghissimi che fanno gasare tutto il pubblico, dialogando poi con esso e domandando Cos'è che vi piace? Il pubblico risponde Metal.

Give 'Em The Axe

Ecco che attacca l'ultimo pezzo in scaletta, l'inno ufficiale dei Lizzy Borden e metafora dello shock rock, in questo caso del filone horror metal, "Give 'Em The Axe" (Dà Loro L'Accetta). Le chitarre si rincorrono in fraseggi assassini, la batteria è sempre protagonista e le strofe granitiche che assomigliano a meteore arrivate dallo spazio che si schiantano a terra creando crateri di immani proporzioni. L'atmosfera è quella perfetta per l'horror di cui la band americana è maestra, le costruzioni sonore sono particolari, essendo sorrette da aperture plumbee, teatrali, ma in mezzo a questo mare di mistero e di oscurità emerge il gusto melodico, specie nel ritornello, dall'aria lucente e morbida. Il tutto è un delirio sonoro scandito da cori, da acuti e da rasoiate chitarristiche dal grande valore tecnico che volgono al termine nel "Finale" (Finale). Infatti tutto concentrato in un paio di minuti violenti, poi al pezzo si aggiunge una coda di tre minuti che riprende il ritornello della precedente canzone, "American Metal", come se "Give 'Em The Axe" non fosse altro che un intermezzo. Insomma, due pezzi fusi insieme per un'opera rock dalla teatralità incredibile che sfuma in una raffica di batteria e di cori da stadio. Un epilogo con i fiocchi e  se la musica è feroce, il testo ne amplifica gli effetti, ponendosi come tripudio di metallo funerario e contenente una vena orrorifica tipica del teatro Grand Guignol (un tipo di spettacolo teatrale molto violento, macabro, cruento, in voga nella Francia dei primi del '900). Il singer impersona la giovane Lizzie (o Lizzy) Borden, intenta a inseguire e cacciare in casa i propri genitori, in mano ha un'ascia pronta a usare con estrema foga. I genitori si dimenano, scappano nel grande salotto, gridano per la paura ma la violenza si abbatte su di loro, la ragazza li colpisce più volte, li fa a pezzi e la sua arma si tinge di rosso. L'adrenalina pompa che è una bellezza, l'odore di morte si diffonde nell'aria, le mani sono in fibrillazione e il corpo in preda al fuoco della follia. Lizzie si rivolge al pubblico, dice che noi siamo ciò che è lei, perché la pazzia fa parte della razza umana. È tutto un gioco. Lizzy, nell'intonare questa traccia, brandisce un'ascia insanguinata, fende l'aria e la scaglia contro delle comparse imbrattate di sangue, testimoniando una spiccata vena creativa anche dal punto di vista scenico. Lizzy ringrazie i presenti ed esce di scena tra il delirio della folla.

Dead Serious

Come se non bastasse, per accontentare i fans, la Metal Blade prepara due succulente tracce inedite, registrate in studio lo stesso anno e poste come dessert dopo la lauta cena, la prima è "Dead Serious" (Morto Sul Serio), morbida e solare ma non priva di mordente e dall'incedere minaccioso incentrato tutto sul basso di Davis e sulla batteria di Harges. Le chitarre sono in secondo piano, più orientate sull'hard rock, e la voce di Lizzy si fa più candida nell'intonare strofe particolari per una band con i Lizzy Borden. I suoni sono più cromati e, in un certo senso, anticipano ciò che ascolteremo su dischi quali "Visual Lies" e "Mater Of Disguise". Evidentemente si è preferito rinunciare a questo brano e di non inserirlo nel nuovo "Menace To Society", il più rozzo e violento della discografia. Un mid-tempo che si incastona perfettamente nella scena hard & heavy americana del periodo. Lizzy non eccede nell'intonare le strofe mentre è durante il ritornello, fresco e luminoso, che alza il tiro con acuti pazzeschi. La chitarra ritmica costruisce un brano abbastanza semplice nella struttura mentre la chitarra solista si cimenta in un solo efficace. Il risultato è come al solito ottimo, ciò rivela che la band americana si mette sempre in gioco, anche nelle bonus tracks, senza mai scadere nella banalità. Unita alla musica c'è anche un testo fin troppo elaborato e che evidenzia la maturità innata di questi ragazzi (all'epoca giovanissimi), già capaci di scrivere liriche adulte. Come da tradizione, si indaga nella mente di un visionario, di colui che è spaventato a morte dagli spettri. Un uomo si guarda intorno e vede lo spirito di qualcuno che è morto, qualcuno che lo tormenta nella notte. Egli non capisce se si tratti di uno scherzo del suo cervello oppure è tutto vero, i sogni si confondono con la realtà eppure egli sa che colui che vede è morto davvero. Questo gioco del vedo-non vedo i Lizzy Borden lo hanno affrontato parecchie volte durante la loro carriera perché questa è appunto una regola fondamentale del teatro degli orrori. Spaventare attraverso le illusioni, confondendo ciò che si prova con ciò che si immagina di provare, creando una tensione talmente spessa che si taglia con un coltello.

(Wake Up) Time To Die

La seconda traccia inedita è "(Wake Up) Time To Die" (Sveglia, E' Tempo Di Morire), una voce modificata e inquietante dice che è il tempo sta fuggendo e bisogna svegliarsi. Arpeggio comatoso e una lenta pulsazione del basso, le bacchette stridono sui piatti creando un fruscio sinistro il vocalist emerge urlante dicendo che bisogna svegliarsi perché è tempo di morire. La sezione ritmica accelera ma ci troviamo ancora una volta davanti un brano hard & heavy, veloce ma non troppo potente, le strofe sono più cupe rispetto al pezzo precedente e sono sparate alla velocita della luce, in contrasto con l'apertura melodiosa e lenta. Dopo il primo ritornello acutissimi c'è un cambio di tempo netto, i ritmi rallentano e si assestano su una base cadenzata e sovrastata dalla voce di Lizzy e da cori sinistri, battaglieri e grintosi, attraverso i quali si adagia il secondo ritornello. Davvero strepitoso. Dunque il ritmo cambi ancora e il tutto si ammorbidisce, ritorna la sensazione di ballad dell'inizio, con un solo breve e leggiadro e un tappeto sonoro sognante sul quale Lizzy recita una sorta di bridge frammentato e melodico. A quasi quattro minuti si accelera ancora e giunge una sfuriata con le chitarre impennate e una batteria da guerra punica. L'assolo di Allen questa volta fa scintille e dura abbastanza, fino all'ennesimo cambio di ritmo dove ripartono le strofe veloci sulle quali si incornicia la prestazione di uno dei vocalist migliori di sempre, il quale ci delizia con delle scale eseguite con degli acuti rocamboleschi che partono dal basso e arrivano in cielo. Torna la voce distorta e mefistofelica, il ritmo rallenta e il tutto si spegne tra i vagiti della batteria. È una canzone sul tempo che fugge via, come la nostra vita mortale, le ore passano come lacrime nella pioggia, e a questo punto si ha la sensazione di trovarsi di fronte al film "Blade Runner" di Ridley Scott, durante il monologo di Rutger Hauer nel quale si cerca di spiegare la differenza tra l'essere umano e il cyborg venuto dall'altro mondo. La differenza è nel tempo, perché l'uomo deve costantemente fare i conti con esso. Il passato è tutto ciò che abbiamo, il presente è solo memoria di ciò che succede nell'imminente. Non siamo robot e abbiamo bisogno di più tempo per vivere poiché la nostra è un'esistenza breve, dunque è tempo di svegliarsi per non morire. Un brano dal testo particolarmente originale rispetto a quanto ci ha abituato negli anni la band californiana, insomma trama originale e musica d'eccezione. Un vero capolavoro.

Conclusioni

La produzione di questo live è dannatamente efficace, i suoni non sono molto puliti eppure ogni strumento brilla, tanto che si viene letteralmente fagocitati dalla musica ritrovandosi proprio sotto al palco con la band, incitando la performance con cori e grida di acclamazione. La Metal Blade svolge un ottimo lavoro in fase di produzione e i Lizzy Borden sono fantastici, puliti nelle esecuzioni, senza sbavature, intrattenendo il pubblico nei migliori dei modi. La resa sul palcoscenico è eccellente, da band navigata, nonostante i soli due anni di attività (non dimentichiamoci che siamo alla fine del 1985) ma di certo la grinta e la bravura non mancano. E poi c'è Lizzy Borden, il cantante, il faro di questo gruppo, un cavallo di razza in grado di far impallidire i rivali, dalla voce sublime e dalla recitazione limpida. Uno dei più grandi vocalist al mondo, molto spesso ignorato o sottovalutato, ma che non perde un briciolo di potenza (nemmeno oggi che sono trascorsi 30 anni da questo live) e capace addirittura di migliorare le già altissime prestazioni in studio. In "The Murderess Metal Road Show" i Lizzy Borden suonano già maturi, adulti, in grado di fomentare a dovere la folla. Tra le decine di live show che il Roseda Country Club ha consegnato alla storia bisogna obbligatoriamente annoverare questa performance brillante, perfetta, incredibile. Questo è un doppio live album da recuperare e da tenere stretto, perché esibizioni di tale livello sono difficili da replicare. Un prodotto certamente affrettato, rilasciato dopo la realizzazione di un solo album tanto per battere il ferro finché caldo (di solito le band rilasciano materiale live dopo quattro/cinque studio album) ma se la grandezza di una band si misura anche dal vivo allora siamo di fronte una delle più grandi band americane di heavy metal. Fortunati coloro che sono stati lì quella notte tempestosa, che hanno gustato le atmosfere malsane, che hanno annusato gli acri profumi, che hanno ascoltato tenebrose sonorità, che hanno assistito al teatrino orrorifico messo in atto, che hanno guardato questi mostri in azione. Quel venerdì 13 dicembre 1985 il pubblico ha assistito a un concerto magico perché è magia ciò che trasmette questo prodotto.

1) Council For The Cauldron
2) Flesheater
3) Warfare
4) No Time To Loose
5) Rod Of Iron
6) Save Me
7) Godiva
8) Psychopath
9) Love You To Pieces
10) Live And Let Die
11) Kiss Of Death
12) Red Rum
13) American Metal
14) Give 'Em The Axe
15) Dead Serious
16) (Wake Up) Time To Die
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