LIZZY BORDEN

My Midnight Things

2018 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
03/07/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

"Vedo le cose chiaramente ora, il tempo mi ha cambiato. Adesso sono creazione, so che mi desideri, sto aspettando. Niente sarà più lo stesso, neanche il mio nome. Magicamente apparirò senza suono". Questo è solo un piccolo passaggio di "Waiting In The Wings", punto chiave del clamoroso "Master Of Disguise", l'album più coraggioso dei Lizzy Borden, uscito ormai nel lontano 1989 e accolto timidamente dal pubblico, almeno all'inizio, prima di essere rivalutato nel tempo. La strofa è l'essenza stessa di un'opera dalla natura teatrale, ambiziosa e complessa, che nonostante un ottimo successo di vendite (decollate dopo un po'), splendide recensioni e un tour promozionale davvero maestoso, segna anche la chiusura del primo ciclo della band americana, preludio al primo drammatico split che l'allontana dalle scene per dieci lunghi anni. Se "Master Of Disguise" rappresenta l'essenza di un gruppo di grande successo e di innato talento, capace di evolversi di album in album sfruttando l'originalità del genere proposto, l'horror metal, figlio dello shock rock anni 70 di cui Alice Cooper ne è il capostipite, il trasformismo ne è l'elemento portante. Horror, siparietti teatrali, maschere insanguinate, scenette recitate: l'impatto visivo è fondamentale per capire questo sottogenere musicale di cui i Lizzy Borden sono tra i pilastri, tra i maggiori promotori, tra i maestri assoluti. Gregory Harges, in arte Lizzy Borden, incarnazione stessa del male, è il signore della trasformazione, in lui la band confida per i costumi da provare in scena, per i testi da scrivere, per i trucchi da esibire live. Un concerto dei Lizzy Borden è un'esperienza unica, un viaggio oscuro nella folle mente di serial killer, psicopatici e sognatori, dove le arti sceniche e visive sono importanti tanto quanto la musica suonata. "Master Of Disguise" è teatro puro, drammaturgia horror al servizio dell'heavy metal, ma a differenza della violenza e della potenza espresse nelle liriche, la musica risulta molto raffinata, a tratti morbidissima, dotata di melodie incredibilmente romantiche e ricercate, che vanno di pari passo ai riff grondanti sangue delle chitarre e ai colpi tonanti inferti dalla batteria di Joey Scott Harges, fratello minore del vocalist. Alla fine, ciò che emerge davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie in un concept-album del genere, è una brillante storia di amore di morte, a volte delicata e a volte brutale, in grado di esaltare l'enorme genio creativo dei Lizzy Borden. Perché sto parlando di un disco come "Master Of Disguise" e perché ho preferito introdurlo con un passaggio di "Waiting In The Wings"? Tra poco ve lo spiego, prima però bisogna accennare ai recenti eventi che hanno coinvolto questa storica band. "Appointment With Death", risalente ormai al 2007, è uno splendido affresco musicale, un lavoro che evidenzia l'ancora altissima ispirazione da parte dei nostri, nonostante i problemi di line-up seguiti alla reunion del 2000 culminata con "Deal With The Devil" e nonostante il calo di attenzione mediatica alla quale tutte le storiche band sono andate incontro. Undici anni dall'ultima fatica in studio, un concentrato di potentissimo horror metal, suonato divinamente, prodotto un po' meno divinamente, ma che rilancia i Lizzy Borden nel mondo. Undici anni di infiniti tour, di esibizioni straordinarie, fresche come trenta anni fa, nuovi giochi di sangue sperimentati sul palco, nuovi colori, nuove maschere e nuove sfumature sonore da aggiungere alla propria carriera. Più di un decennio di concerti che mostrano una band affiatata e ricca di passione. E così giungiamo al 2018 con l'annuncio quasi inaspettato di un nuovo album, il terzo in venti anni, cioè dalla reunion, sintomo di una formazione decisamente poco prolifica ma che non ha mai, e sottolineo mai, pubblicato un disco brutto, mantenendo una qualità sempre altissima. Anticipato dal singolo "My Midnight Things", che dà anche il titolo all'opera, la settima in trentacinque anni di carriera, la band torna sul mercato in grande spolvero e con un pezzo eccellente, ma gli entusiasmi si placano subito, e già la copertina lo potrebbe far intuire, quando scopriamo che si tratta di un disco solista. "My Midnight Things", l'album, riprende le stesse tematiche di "Master Of Disguise" senza però toccarne le vette, raccontando diverse storie di amore e di follia, riprendendo i tratti salienti del disco del 1989 e la sua attitudine smaccatamente teatrale, e ci accompagna in un viaggio onirico tra i labirinti dell'amore. Dieci brani agrodolci e di varia natura per dieci tenebrosi racconti che trattano di emozioni spezzate, di cuori illusi, di anime perdute, di istinti carnali mai del tutto saziati. Dieci pezzi dal solito ottimo songwriting per una rappresentazione teatrale dai lati positivi, ma anche negativi, che se da una parte scontenta gli ascoltatori più esigenti, tra cui i fans più accaniti che dopo undici anni si aspettavano l'ennesimo eccelso sigillo, dall'altra sa comunque regalare ottime impressioni e belle sorprese, purtroppo non del tutto sfruttate, visto l'enorme potenziale, proprio a causa dell'assenza di una vera band che non permette composizioni articolate e arrangiamenti degni di questo glorioso moniker.

My Midnight Things

Apertura da parata militare, solenne e altisonante, chitarra graffiante e batteria che si erige con solidi colpi di frusta, My Midnight Things (I Miei Incubi Notturni) è incarnazione stessa della filosofia della band americana: heavy metal, incubi e malessere notturno. Potenza al servizio della melodia, e allora Lizzy, dalla voce morbida che ricama sulfuree strofe horror, ci prende per mano proiettandoci nel suo mondo malato. "Ti voglio mostrare ciò che sono. Credimi, io posso essere chiunque, voglio che provi a sentirmi, ti avvolgerò nell'oscurità e stanotte sarai mia", le tetre tastiere si innalzano in questo cerimoniale, unendosi alla chitarra elettrica per celebrare il grande ritornello. Immaginate un oscuro sacerdote che alza in aria un calice di vino e brinda in onore della vittima sacrificale, forse la sua amata; Lizzy Borden è il sacerdote mistico e mistiche sono le sue profetiche parole: "Voglio le fiamme, voglio il fuoco, voglio tutto ciò che desidero, voglio vivere nel sogno dei miei incubi notturni. Ti porto dolore, desidero il tuo potere, dammi tutto ciò che posso divorare, in modo tale che possa vivere la notte". Lizzy è la belva famelica che si nutre di incubi, che succhia nettare vitale ai dormienti, avvolti nel buio delle loro stanze, e prosciuga le loro fantasie. Un demonio incarnazione di notte, di follia e di paura. Le tastiere sono il tramite per la bella ed eterea atmosfera, avvolgono come foschia mattutina, accompagnando nella narrazione, di pari passo con i fraseggi della chitarra, dalle note che aprono mondi inesplorati e pericolosi che nascondono creature spaventose. "Voglio che tu mi desideri, uno slancio di fede potrebbe cambiare il nostro destino. Non sei solo, voglio che mi ami, ti vedo per ciò che sei e sei così vero e gelido". Il cerimoniere è inebriato dal vino, mescolato a droghe, butta giù un altro sorso ed è in estasi divina, contempla la sua amata, il cui corpo è reale ma allo stesso tempo gelido, proprio come un cadavere. La notte incarna la morte, fredda, oscura e ignota, ma la morte non è altro che un passaggio per un mondo diverso, una dimensione di follia amorosa raccontata nell'arioso refrain, sofisticato e orecchiabilissimo, sostenuto da un drumming possente e dalle corpose note di tastiera che fanno da sfondo alle parole profuse dal vocalist/sacerdote. È lo stesso Lizzy a suonare la chitarra, il suo assolo non è tecnico ma molto semplice, eppure l'idea melodica è vincente seppur ripetitiva, dunque i toni si quietano, le nebbie di diradano, la canzone si avvia verso l'ultimo sentiero, inoltrandosi in un bosco nero popolato da anime in pena e amori stroncati, dal quale non si uscirà vivi. "Voglio che tu sappia che noi non veniamo da lontano, noi siamo a casa. Voglio che mi ascolti, non uccidere il domani nel sonno, perché siamo tutti quanti vuoti". La notte è casa, radice di tutti i mali e di tutti gli incubi. Questa volta il basso emerge cullandoci nell'ultima fase, percorrendo gli ultimi tremuli passi. Siamo tutti anime vuote, prive di speranze, ma nel sonno riusciamo a sognare e a illuderci di un domani migliore, ricco di amore. Il sacerdote intona le preghiere conclusive, tra voci stratificate e urla alla luna, tra interessanti scambi dialettici con le tastiere e fragorosi giri di basso. La notte sta per svanire, e così gli incubi.

Obsessed With You

Le voci stratificate, di cui Gregory Harges è mago, ripartono per introdurre la bellissima e classica Obsessed With You (Ossessionato Da Te), heavy song di grande impatto e dalla gustosa melodia. La chitarra esegue un meraviglioso fraseggio, la batteria picchia duro, poi subentrano le immancabili tastiere a dare quel tocco magico e illusorio in più, che garantisce morbidezza e melodia. "Le foto alla parete mi fissano con tutto l'amore. Tu sei mia, tutta mia, io provo a tracciare i tuoi passi, sono a corto di fiato, ma c'è ancora una speranza lasciata da parte, tu sei parte di me", l'arpeggio della chitarra evoca i passi incerti di un uomo che si guarda intorno, in casa sua, e rivive i ricordi della sua amata guardando le pareti colme di vecchie fotografie o percorrendo gli stessi tragitti fatti dalla donna. L'uomo emula i passi dell'amata, dichiarando il suo eterno amore e la sua maledetta ossessione nel clamoroso refrain, semplice ma efficace, potenziato grazie all'intervento delle chitarre che si schierano accanto alla batteria, recuperando il vigore dell'introduzione esplodendo in una fase molto concitata: "Sono ossessionato da te, mi sento vivo solo quando sto con te. Tu non hai mai realizzato ciò che hai fatto per me". L'amore raccontato dalla band è sempre stato sofferto e folle, e anche in questo caso si tratta di un rapporto concluso nel peggiore dei modi, dalla seconda strofa, infatti, capiamo che la relazione di coppia è bella che terminata. "Di tutte le cose che ho sognato, un sorriso tramutato in grido. Notti infinite, niente squilli al telefono, tutte quelle cose che hai detto e che mi rimbombano in testa erano addii. Non voglio che tu te ne vada". Lizzy si sdoppia e si inerpica in cori e contro-cori, mettendo in mostra il suo innato talento vocale. Il secondo ritornello viene allungato, per evidenziare il triste stato in cui versa l'uomo abbandonato, ignorato e allontanato dalla compagna: "Sono ossessionato da te, non mai desiderato altre che te, ma ora ti ho perduta. Sono qui per concedermi, non sono invisibile ma tu mi guardi attraverso come se lo fossi". Subentra la parte elettronica, molto moderna e che va a spezzare quell'aria tradizionale ascoltata fin qui, dunque attacca il nebbioso bridge, leggiadro e sofferto, nel quale l'uomo offre il suo cuore all'amata, mettendosi in ginocchio e rivelando tutte le sue fragilità. La nebbia si dirada presto, i drum-bit programmati e che si snodano per pochi secondi, vengono travolti dalla parte metallica, con chitarre e batteria a pieno regime, e allora si riparte col ritornello, chiudendo una traccia ricca di pathos ma diretta.

Long May They Haunt Us

Sonorità sognanti, morbide e dall'aria spensierata che ricordano la California degli anni 80, Long May They Haunt Us (Che Possano Infestarci A Lungo) potrebbe benissimo far parte del materiale di qualche glam metal band americana per via di una certa leggerezza di fondo che pone in primo piano l'aspetto melodico e il piglio radiofonico. Non a caso è il singolo scelto per il primo ed unico videoclip dell'album, dove Lizzy Borden cambia maschera e rallenta il tiro, soffermandosi su un amore svanito come un sogno. "Un po' di ricerca e ti ho visto nei miei sogni. Dal passato non si scappa, voglio andare verso il confine e mettere fine al dolore in una pioggia di lacrime per affogare l'anima. Ricordando tutti i nostri domani, lascia che me ne resti ancora uno da affrontare". Il passato crudele che stronca cuori e separa le anime, un passato che detta dolore e rimpianti, ma anche una flebile speranza per il futuro, per un domani migliore. Il ritornello è una meraviglia melodica che cresce di spessore grazie al buon riff di chitarra e a un maggiore supporto da parte della batteria: "Che possano infestarci a lungo, che possano restare per sempre. Puoi nasconderti nelle ombre. Che possa vivere in tutti noi, possiamo sognare e rifare tutto come prima". Lizzy invoca gli spiriti dell'amore, gli stessi che danzano seguendo il ritmo impartito dagli strumenti, gli stessi che flagellano la sua mente di ricordi e di rancori, che lo conducono lentamente alla pazzia. Non a caso, nel videoclip, il vocalist è legato a una sedia con una camicia di forza e, mentre si agita per liberarsi, comincia a trasformarsi in demone, posseduto proprio da questi spiriti inquieti che lo tormentano, simboli di un amore mai dimenticato e che lo ha condotto alla pazzia. "L'amore lascia più di un ricordo, dal silenzio dell'oscurità noi ci siamo perso troppo presto, spazzati via da bianchi sogni offuscati. Brindo a te per i miei incubi notturni, dimentico di ciò che mi procurano, possa il tuo bicchiere essere sempre pieno". Il dramma vissuto dal folle è concentrato in questo tragico passaggio lirico, l'amore gli ha lasciato solo incubi notturni che violentano il suo sonno e, dato la citazione del titolo "My midnight things", ecco che riappare quel sacerdote con calice di vino alzato al cielo a onorare gli spiriti dei dannati. Il musicista si lancia in un assolo di discreta fattura, per poi lasciare spazio al fresco e trascinante ritornello, decisamente bello.

The Scar Across My Heart

Si procede su lidi piuttosto tranquilli, dove alla potenza degli strumenti viene affiancata una buona dose melodica e un'attitudine teatrale che consacra i Lizzy Borden tra i pionieri di un genere particolare legato alla tradizione dello shock rock, dove le immagini e le parole contano tanto quanto la musica. The Scar Across My Heart (La Cicatrice Sul Mio Cuore) è una semiballata che parte a cannone, tra tastiere che creano un clima pacifico e annebbiato e un ritornello che si confonde con le strofe tanto è sottile e spensierato. L'eleganza della band e il gusto sofisticato emergono nelle linee sinuose e morbide: "Siamo l'amore che non muore mai, siamo la fiamma che brucia brillante, siamo di nuovo qui per colmare un vuoto imperdonabile. Svaniamo nel nulla, goccia a goccia, il nostro sangue scorre come vino", recita il vocalist con la sua voce multistrato, evidenziando il suo talento lirico, mai banale, cinico ma passionale, nel trattare il tema della caducità della vita. Le tastiere svaniscono perdendo mordente e facendosi travolgere dall'arrivo della chitarra, il ritornello è il punto chiave del brano e anche di tutto il disco, un ponte che lo ricollega tematicamente al magnifico "Master Of Disguise": "Posso vede chiaramente, adesso. La mia vendetta è dimenticare, vedo chiaramente ogni cosa attraverso i sentieri del rimpianto. Seppelliamo il passato e proviamo a brindare alle lontane cicatrici. Il mio destino è scritto nelle stelle, tu sei la cicatrice sul mio cuore". La visione d'amore è chiara ora, Lizzy dimentica i rimpianti passati e i dolori sofferti, e prova a ricominciare la sua esistenza nel segno di un sentimento profondo, seguendo le scie tracciate dalle cicatrici ormai risanate. L'amore non muore mai, come sottintende il testo, perciò perché non riprovarci? L'artista sembra parlare a se stesso, sembra convincersi della strada intrapresa, del nuovo corso, senza dimenticare però il glorioso passato, ricco di soddisfazioni ma anche di dolori e sofferenze, come la morte dell'amico e chitarrista della band Alex Nelson o la depressione di metà anni 90 dovuta alla lontananza dalle scene. La cicatrice sul cuore del cantante è rossastra, fastidiosa a tratti, ma ricorda a tutti ciò che è. il suo canto è forse dedicato a se stesso, alla sua esistenza, forse è dedicato a una donna. Tutto ciò non è altro che l'ennesima maschera di un vero trasformista. Il brano non riesce ad evolversi, e allora si ripete riprendendo il ritornello, annodandosi come un serpente che si morde la coda. Una band alle spalle avrebbe favorito diverse soluzioni, qui invece resta evidente l'estrema linearità della traccia, che un po' di perde nella seconda metà.

A Stranger To Love

Una robusta intro, che crea una tempesta sonora formata da riff di chitarra e solenni note di tastiere, divampa in A Stranger To Love (Un Estraneo All'Amore), ottimo pezzo dal testo sintetico che rievoca un dei momenti più riflessivi nella vita di un uomo, tra ricordi e nuove speranze. "Siamo ombre, siamo vagabondi selvaggi, il nostro mondo esplode da un luogo consacrato. Questo è ciò che siamo, perciò continua a correre". Tra un fraseggio muscolo e l'altro, si staglia la favolosa e acidula voce di Lizzy, che ricorda a tutti noi che siamo vagabondi in cerca di qualcosa, che non dobbiamo smettere mai di cercare, di correre. Tutti noi dobbiamo combattere la vita per imporci, per identificarci l'uno dall'altro, eppure restiamo ombre senza lineamenti, dalle forme astratte, in cerca di un'identità. Il cinismo e la crudeltà della poetica dei Lizzy Borden non solo si riflette nei versi e nell'ipnotico pre-chorus, ma si innalza nel bel refrain dalla batteria e dalle tastiere sparate a cannone: "Siamo intorpiditi, siamo diventati così, facciamo ciò che vogliamo, abbiamo ciò che vogliamo, ma non ne abbiamo mai abbastanza. Siamo estranei all'amore". Il mondo è diventato spietato, ci ha reso tutti quanti schiavi aridi di sentimenti, ma abbiamo una voragine al posto dell'anima. L'accelerazione è improvvisa, dal ritornello quasi liturgico e piuttosto altisonante, quasi una celebrazione dell'assenza di amore, si ritorna a preme sull'acceleratore con le chitarre in primo piano, sempre accompagnate dalle nobili tastiere: "Siamo stranieri pericolosi, vieni a celebrare il culto della carne assieme a noi, concediti e tocca il fuoco, ogni cosa non sarà mai abbastanza, fino a quando non ci rivedremo. Bruceremo tutti". L'amore è diventato un sentimento senza valore, il culto della carne adesso vige, ma è un culto pericoloso che rende schiavi e plagia le menti. La sua fiamma arde forte ed è pronta a divorare tutti quanti. Lizzy si cimenta in un buon assolo, contornandolo di cori demoniaci e flirtando con l'elettronica che giunge a riprendere un refrain trionfale, di grandissimo gusto melodico e dalle significative parole. Uno dei migliori pezzi dell'album, oscuro e teatrale, possente ma dotato di un sentore delicato.

The Perfect Poison

Un certo retrogusto amarognolo sul palato lo lascia The Perfect Poison (Il Veleno Perfetto), probabilmente il miglior brano del disco, dal suono mistico delle tastiere, le liriche affilate e velenose, la sezione ritmica che alterna momenti di estrema melodia ad altri terremotanti e scaltri. Le dolci note di piano ci cullano nei primi versi, cupi e claustrofobici: "Ad ogni modo, noi due bruciamo acri di tristezza, scottando al sole, ed io affogo nei tuoi occhi, claustrofobici come un mare vuoto, sospirando di un amore che non ha fine". Ritorna il tema dell'amore di coppia, un amore come al solito oscuro, misterioso e persino folle. La sezione ritmica esplode in tutto il suo splendore, evocando l'incendio raccontato nel testo, e allora giunge lo strepitoso pre-chorus, potente ma dalla melodia cromata: "Grido, tu mi hai messo in ginocchio strappandomi il cuore. Mi arrendo, tutto è perduto", l'amore fa soffrire, come da tradizione Lizzy mette in musica un sentimento tragico, dove è sempre l'uomo a rimetterci, e che è costretto a chiedere in ginocchio la grazia. La chitarra scalcia nella seconda strofa, pronta a caricare, intanto le note arabesche delle tastiere accompagnano la voce sognante del vocalist: "Tu ed io siamo un tutt'uno, infestati dagli stessi demoni, mai arrugginiti, e ingoiandomi vivo mantieni vivo ciò che ti uccide. Finiscimi, fammi un taglio profondo". La donna fatale è come un'alchimista che prepara la pozione magica, una pozione però terribile, velenosa, soprattutto per l'uomo, ma questi è abituato a prenderne un poco alla volta e ha gli anticorpi giusti per affrontare il dramma. Refrain feroce, voce effettata e tastiere che si aprono in un'atmosfera morbosa: "Sei il veleno perfetto, ti inietto e mi infetti. Velenoso e mortale il mio amore" grida Lizzy squarciando le casse e sparando un paio di acuti impressionanti. Giunge l'assolo, questa volta efficace, abbastanza coraggioso, dunque le voci stratificate tornano deliziose, tra colpe colpi d'ascia e drumming possente. A mò di cavalcata, con batteria che scalcia e spericolati fraseggi di chitarra, ecco il bridge, alchemico e astratto quanto basta, dove la melodia si accentua pur non riuscendo ad emergere dall'oscurità dalla quale è circondata e forse inghiottita: "Amami! Raccontami un'altra bugia. Bevimi! Ingoiami vivo. Prendimi! Gettami nel lato oscuro. Dammi ciò che voglio".

Run Away With Me

Run Away With Me (Scappa Con Me) è il brano più delicato dell'album, teatrale e sognante, giostrato tutto dalle immaginifiche tastiere di Marliese Quance che cullano la voce di Lizzy come una ninna nanna, almeno inizialmente, per poi proiettarla in un solare canto d'amore decisamente morbido e piacevole, salvo per l'evidente plasticosa drum-machine che fa capolino subito dopo la prima sulfurea strofa. "Voglio scomparire, ovunque tranne che da qui, lasciarmi alle spalle la notte. Possiamo scappare qui e rifugiarci dalle tenebre, pregando che tu correrai con me", tra voce e note di piano si sentono gli archi in sottofondo, a dare quel tocco di delicatezza in più che ben presto viene spazzato via, non totalmente però, dall'arrivo della batteria campionata. "Sto cadendo, voglio scappare via. Scappa con me, stanotte partiamo, questa potrebbe essere la nostra ultima possibilità. Scappa con me e non guardarti indietro", il ritornello è intriso di amore e di speranza, tratta della fuga di una coppia affiatata, la cui profonda relazione è resa da una melodia bellissima, seppur artefatta a causa della finta produzione, che si snoda in un verso lungo e avvolgente che ricorda vagamente qualche ballad dei Kiss anni 80. "Dammi un amore più oscuro, qualche amore ossessivo, io sto aspettando di fare il salto insieme a te, andiamo, cadiamo". Praticamente in meno di due minuti la traccia si esaurisce, essendo dotata di una struttura fin troppo esile, e per questo il ritornello viene ripetuto molteplici volte per tutta la seconda metà, alternando tonalità basse a quelle alte e appoggiandosi sull'elettronica e sulle tastiere. La coda finale è affidata ai cori, sognanti e calmi, non proprio tipici dei Lizzy Borden ma che ricordano le produzioni rock moderne. Una discreta ballata, dal piglio giusto e dalla raffinatissima linea melodica, che strizza l'occhio alle moderne sonorità, ma che non sa come evolversi, risultando un po' ripetitiva. Mette in luce, comunque, la versatilità di un vocalist mostruoso e il suo grande estro creativo. Peccato per la scarna struttura e per un testo concentratissimo.

Our Love Is God

Lizzy Borden si toglie la maschera e ne indossa una nuova, facendo il verso a Marylin Manson o a Rob Zombie, così come aveva fatto in due pezzi dei due precedenti capitoli, e allora flirta con l'industrial, indurendo e modernizzando i suoni. Our Love Is God (Il Nostro Amore È Dio) è il frutto di tale ingegno, costruito sopra un riffing assassino e composto da una struttura fatta a blocchi ripetitivi che non concedono respiro. Attacca subito col refrain, così come accadeva con "Somethin's Scrawlin'" e "We Only Came At Night", e allora veniamo travolti da una musica dura e tempestosa che vede la ripetizione del ritornello, composto soltanto dalle parole che danno il titolo al brano. Si tratta di un mid-tempo interessante, muscoloso, dalla chitarra affilata e dalla voce effettata di Lizzy Borden che interpreta alla grande le liriche, alternando voce piena, grida e falsetti. "Alzati, adesso non torneremo più indietro, guardati intorno, respira, senti lo slancio e tocca il nero". Il testo, così come la musica, è morboso e ripetitivo, si ripercuote nel cervello e non va più via. "Svegliati, nei tuoi occhi è dove siamo, realizza. Alzati, infuoca i nostri razzi e sparali alle stelle". Rientra in scena il refrain, qui in sottofondo, quasi celato sotto gli strati di effetti sonori e i graffianti riff di chitarra, riemerge ancora una volta, sussurrato, il titolo dell'album "My midnight things", Lizzy lo pronuncia subito dopo "Our Love Is God", come fosse un eco. "Prendici, la paura è nascosta nelle tue cicatrici, aggrappati al terreno. Sceglici, tutti noi sappiamo che il mondo è nostro. Scoppia, dalli sciame che trattieni, ricomincia" e qui è palese la citazione dell'album "Deal With The Devil" del 2000, dove compariva la traccia "The World Is Mine", che conteneva le stesse parole di questo passaggio. Ossessione e claustrofobia, questi sono gli elementi di un brano del genere, che si contorce su stesso senza soluzioni di sorta, avvitandosi sempre sulle stesse battute. L'esperimento è riuscito, come i precedenti contenuti negli altri album, anche se manca sempre qualcosa per completare il tutto nel migliore dei modi. Diciamo che i Lizzy Borden non riescono a plasmare ancora perfettamente l'industrial metal per farlo proprio. "Solo il perduto può essere trovato. Alzati" grida il vocalist, chiudendo una canzone che è rappresentazione di un amore consacrato, benedetto dalle divinità, potentissimo e infrangibile, seppur ossessivo e claustrofobico.

My Midnight Things (Reprise)

Tolte le chitarre elettriche e la batteria, Lizzi si lancia nella ripresa di My Midnight Things - Reprise (Le Mie Cose Di Mezzanotte - Ripresa), rendendola ancora più drammatica e teatrale. La sua voce è accompagnata dapprima dal dolce accordo di chitarra acustica, inducendoci in un'atmosfera catartica e sofferente, declamata in falsetto e ricordando a tutti l'amore per una donna lontana che tempesta i suoi incubi e divora le sue notti. Appena giunge il ritornello, ancora più drammatico in questa versione, la chitarra acustica viene sostituita dalle note del pianoforte. La bella melodia si incastra perfettamente in questa dimensione onirica, le linee musicali elaborate dall'autore si adagiano alla grande in questa veste spoglia, quasi voglia mettere a nudo le sue emozioni, le sue paure, le sue allucinazioni notturne. La voce di Lizzy Borden è evocativa, magnetica, e qui emerge in tutta la sua espressività, tra sfumature colorite, falsetti, acuti e cori impostati dallo stesso cantante. Tre minuti di dramma teatrale, notturno e oscuro, che culmina in uno dei migliori ritornelli partoriti in carriera: "Voglio le fiamme, voglio il fuoco, voglio tutto ciò che desidero. Voglio vivere nel sogno dei miei incubi notturni. Porto dolore, desidero il tuo potere, dammi tutto ciò che posso divorare, in modo tale che io possa vivere in un incubo notturno". Se tanti anni fa la band suonava "Love You To Pieces", contemplando un amore disastroso, dai contorni fumettistici e horror, adesso la carica emotiva è maggiore e i toni più seri. Le ossessioni che affollavano la mente di quel giovane vocalist negli anni 80 sono ancora vive, ma hanno tramutato aspetto, diventando spiriti irrequieti che infestano le notti e sussurrano eventi di morte e di dolore. Stessa conversione, spoglia e sincera, la troviamo per il secondo singolo dell'album, "Long May They Haunt Us", anche questo ri-arrangiato e messo a nudo, contenuto però nella limited edition e inquadrato in una versione meno efficace rispetto a quella della title-track.

We Belong To The Shadows

La chiusura è affidata a un anthem che, a discapito delle tematiche trattate, è piuttosto solare, anche se rispecchia tutta la filosofia dei Lizzy Borden e dei loro seguaci, una filosofia legata al misticismo, all'horror, alla disperazione, al cinismo, all'amore illusorio. We Belong To The Shadows (Apparteniamo Alle Ombre) non è nemmeno una vera canzone, piuttosto un commiato da tutti gli ascoltatori che si snoda in un paio di strofe brevissime seguite poi dalle ripetizioni infinite dell'ottimo ritornello. Il fraseggio di chitarra è molto classico, di natura hard rock, seguito poi da un'apertura melodica introdotta dalle tastiere davvero meravigliosa, addirittura gioiosa, che apre un mondo apparentemente tenebroso dal quale nessuno uscirà vivo. "Aspetteremo il buio, quando Dio è nella tua bocca, quale fede appartiene alla tua gloria? Vedi la luce che muore, allora arrenditi alla notte. Non vogliamo morire senza cicatrici", ancora una volta ricorrono le cicatrici per indicare fede, appartenenza, credo, vissuto e filosofia di vita. Tale brano, non a caso, è un inno per tutti noi innamorati folli dell'horror metal e di certe tematiche notturne. Il ritornello inaspettatamente è estivo, da cantare a squarciagola, poiché rappresenta l'essenza della band e della sua musica, una musica che nonostante tutto infonde coraggio e adrenalina. "Apparteniamo alle ombre, dove noi tutti sogniamo e noi tutti sappiamo", recita un chorus intenso e conciso di cui il testo, pur nella sua essenzialità, è efficace, e così troviamo per l'ennesima volta citato il titolo dell'album, a ricordarci che dalla notte non si scappa. "Tutti i miei incubi notturni sono rappresentazione di oblio. Tu vedi se ti piacciamo, chi ti perseguita fino alla polvere, pensi che abbiamo mai avuto la possibilità di scegliere, ma non è così". A questo punto, nel momento in cui Lizzy esprime le parole "Dicci se ti piacciamo", cita implicitamente un vecchio brano della band, sempre contenuto nell'immortale "Master Of Disguise". Il pezzo in questione, "Be One Of Us", richiamava l'ascoltatore e lo rendeva partecipe della recita messa in piedi sul palco. Ecco, lo stesso fa questo buon pezzo, richiamando i suoi adepti, radunandoli, indagando sulla loro vera natura, abbracciandoli tutti quanti per renderli attivi, partecipanti della stessa ancestrale cerimonia che li consegna alla notte, al lato oscuro dell'esistenza. Lizzy, come all'inizio di questo viaggio, è il sacerdote che benedice tutti, beve dal suo calice il veleno perfetto e dunque si mostra al suo popolo per quello che è: cantore di una notte infinita e senza speranza, popolata da spiriti lanciati in rapporti carnali ma anche da amori stroncati e finalmente riuniti.

Conclusioni

Produzione cromata, melodie accese e sezione ritmica pompata a dovere dalla sempre fedele Metal Blade, etichetta che segue i Lizzy Borden sin dal principio, dopo un'attesa estenuante di più di dieci anni ecco che un nuovo album vede la luce, tra scontenti e delusioni, non per via della qualità in sé, comunque buona, ma per la mancanza di una vera band a supporto: i superstiti sono soltanto due, ovvero i fratelli Harges, l'uno alla batteria e l'altro, Lizzy Borden, alle prese con microfono, basso, tastiere e chitarre. Formazione a due, tre se includiamo l'ospite occasionale Marliese Quance, tastierista che dona i propri servigi in alcuni pezzi; una scelta questa che solleva molte polemiche sull'esecuzione e, per ovvie conseguenze, sulla produzione stessa, pulitissima, che esalta voce e tastiere, ma finta. Marten Andersson, basso, e Ira Black, chitarra, ormai tra le fila dei Lizzy Borden da tanti anni, vengono inspiegabilmente esclusi dal lavoro, pur continuando a far parte del nucleo e a esibirsi nei live, mentre Lizzy preferisce, per celati motivi, far tutto da solo. L'assenza di una band alle spalle purtroppo si sente, gli assoli di chitarra sono basilari e fugaci, le linee di basso non pervenute, la struttura dei singoli pezzi è decisamente elementare, senza gli intrecci o i cambi di tempo che hanno reso grande la musica della band americana, e persino la batteria, in alcuni passaggi, è palesemente campionata e programmata da una drum-machine. Lizzy si isola e sforna un'opera personale, praticamente solista, che ne limita fortemente la qualità di espressione. E pensare che di espressività ve n'è tantissima, il genio allucinato dell'autore non ha perso un grammo del suo fascino e nonostante tutto, nonostante strumenti sintetici e poco reali, nonostante l'essenzialità di fondo, lo straordinario gusto melodico del vocalist Lizzy, in formissima e con una voce mai invecchiata, riesce a spiccare e a rendere godibile l'intero album inanellando dieci buonissime canzoni, con almeno tre o quattro gioiellini, per una durata concentratissima, anche troppo esile, roba che si beve nell'immediato senza pesare minimamente sull'ascolto. Se la title-track è heavy metal trascinante e potente, "Our Love Is God" conserva uno spirito industrial appartenente alla fine degli anni 90, distesa su suoni moderni e brutali che richiamano Marilyn Manson o Rob Zombie, se "Obsessed With You" e "Perfect Poison" sono teatrali e magiche e sembrano uscite dalle sessioni di "Master Of Disguise", "Long May They Haunt Us" e "The Scar Across My Heart" strizzano l'occhio al glam metal anni 80 grazie al clima sognante di cui si circondano, se "Run Away With Me" e "A Stranger To Love" sanno essere poetiche ma graffianti, la conclusiva "We Belong To The Shadows" è l'anthem perfetto, seppur ripetitivo, per cantare l'appartenenza a un credo musicale e tematico. Il collegamento con "Master Of Disguise" viene rafforzato, oltre che nei temi trattati, nella limited edition dell'album, dove troviamo tre bonus track: una versione alternativa del secondo singolo "Long May They Haunt Us", il rifacimento del canto natalizio "Silent Night", qui proposto in una bella e curiosa rivisitazione in chiave horror, molto inquietante e azzeccata, e il nuovo arrangiamento di "Waiting In The Wings" che stempera i toni rock del brano originale e li rende più sinfonici e operistici. Difetti e limiti, più o meno gravi, non fanno elevare "My Midnight Things", soprattutto alla luce degli undici anni di attesa, e si perde nettamente il confronto con lo strepitoso "Appointment With Death", di tutt'altro fascino e impatto. Non solo la scelta di produrre un disco senza band a supporto appare scriteriata, ma l'album si presenta anche fin troppo concentrato, con dieci pezzi (in realtà nove, visto la ripresa della title-track in versione chitarra acustica e piano) brevi e diretti. Almeno, dalla sua, "My Midnight Things" ha la piacevolezza di fondo, una certa scorrevolezza che non annoia nemmeno per un secondo, ottimi passaggi, soprattutto gli scambi tra voci e tastiere, e un'ispirazione melodica non indifferente che rende buoni tutti i brani a disposizione. Sicuramente l'inserimento di almeno un paio di pezzi lunghi e complessi avrebbe giovato, e anche qualche assolo corposo in più, tanto per spezzare la linearità generale. Dove non arrivano le chitarre, spesso soffocate dalle belle voci stratificate, arrivano le brillanti melodie, dove non arrivano i vertiginosi cambi di tempo arrivano le stentoree atmosfere teatrali, avvolgenti e morbide come seta. Che la band sia tornata dopo tanti anni è una bellissima notizia, perciò cerchiamo di prendere questo album come un lavoro di rodaggio, sperando che già dal prossimo partecipi la formazione al completo. Dopo undici anni era lecito aspettarsi di più, ma anche il peggior lavoro di questa band resta di discreta fattura, e allora le parole di "The Scar Across My Heart" non solo tracciano una linea che lega questo disco a quello del 1989, ma forniscono anche un'idea dei sentimenti (di speranza) suscitati dal suo ascolto: "Posso vedere chiaramente ora, la mia vendetta è dimenticare. Posso vedere ogni cosa attraverso i vicoli del rimpianto. Seppelliamo il passato e proviamo a brindare a queste lontane cicatrici".

1) My Midnight Things
2) Obsessed With You
3) Long May They Haunt Us
4) The Scar Across My Heart
5) A Stranger To Love
6) The Perfect Poison
7) Run Away With Me
8) Our Love Is God
9) My Midnight Things (Reprise)
10) We Belong To The Shadows
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