LIZZY BORDEN

Menace To Society

1986 - Metal Blade Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
09/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Guardando la cover del disco che andiamo ad analizzare, "Menace To Society", ci si rende immediatamente conto che i Lizzy Borden sono, oramai, più che una band. Piuttosto sono da considerarsi una macchina da guerra ben consolidata e pronta a invadere ogni città per ridurla in frantumi. Il magnifico esordio, "Love You To Pieces", rilasciato solo un anno prima, aveva fatto decollare le quotazioni della band californiana, rivelando al pubblico un gruppo talentuoso, dalle idee fresche e dalla grinta innata che, in breve, aveva fatto ricredere tutti i detrattori che li consideravano, fino a poco tempo prima, una copia sbiadita di Alice Cooper e KISS, pur suonando un genere debitore a quello composto da loro già dieci anni prima ma comunque diverso. I Lizzy Borden dimostrano di non avere vie di mezzo, suonano heavy metal, punto. Un metallo puro, crudo, violento, come espresso nella tamarra copertina di questo secondo lavoro, esplicita nei contenuti e dall'iconografia ben precisa, vista numerose volte nelle copertine di tante band nel corso degli anni 80, segno che l'album è inevitabilmente legato agli stilemi del periodo, figlio scabroso di quella mitica decade. L'intento di un disco del genere è chiaro, una minaccia musicale che induce confusione e paura a causa di ritmiche vorticose e testi diretti. Sotto le minacce della band americana nessuno è al sicuro e tutti vengono presi di mira in quello che risulta essere il lavoro più potente di tutta la loro discografia. A questo punto, e siamo agli albori del 1986, il bravo Tony Matuzak, alla chitarra ritmica sin dall'inizio, viene sostituito all'improvviso e per motivi non specificati da Alex Nelson (R.I.P.), reclutato in fretta e furia per terminare le date del precedente tour dal quale verrà estratto il live-album "The Murderess Metal Road Show" (uscito nell'aprile dello stesso anno) e che rimarrà nella band solo per il disco preso in esame. Nel settembre 1986 ecco che i metallari di tutto il mondo sono attratti dalla nuova fatica targata Lizzy Borden e, sugli scaffali dei negozi, "Menace To Society", dalla (brutta) copertina che sembra presentare un gruppo più glam metal che heavy, fa decisamente la sua bella figura, anche se emergere in un mare di concorrenza spietata si rivela piuttosto difficile. Soltanto in questo periodo, infatti, nei negozi di musica troviamo album leggendari, destinati a cambiare la storia dell'hard rock per sempre. Insomma, roba da far impallidire chiunque si cimenti in un genere duro come il metallo, perciò il lavoro pubblicato dai ragazzi di Los Angeles viene a scontrarsi con opere di livello enorme, i primi nomi che mi vengono in mente sono quelli di Virgin Steele che un pubblicano la leggenda dell'epic "Noble Savage", gli Iron Maiden col sorprendente e tastieristico "Somewhere In Time", i Metallica dell'iconico "Master Of Puppets", i Megadeth di "Peace Sells? But Who'S Buying", i Judas Priest del buon "Turbo", gli Slayer di "Reign In Blood", gli Accept di "Russian Roulette", senza contare i debutti omonimi di Crimson Glory e Fifth Angel o i Queensryche di "Rage For Order", ma la lista potrebbe continuare per ore, citando persino i meno riusciti "Fight For The Rock" dei geniali Savatage o "Rock The Nations" dei mitici Saxon. Per restare al passo con i tempi e per ritagliarsi un piccolo spazio in questo oceano di meraviglia, la squadra capitanata dal vocalist Lizzy cerca di ricalcare le stesse coordinate che hanno reso grande e apprezzato "Love You To Pieces", vale a dire dieci adrenalinici brani per una durata di appena 40 minuti dove succede di tutto, da dediche per amori funesti a minacce di morte, da citazione horror a didascalie da fumetto, ma non solo, perché per competere con la supremazia imperante del thrash metal di metà anni 80, la band opta per l'irrobustimento del suono, rendendo più corpose le chitarre, ricorrendo spesso al limite dello speed, senza però snaturare l'anima puramente heavy della loro musica.

"Generation Aliens" (Generazioni Aliene) irrompe con vigore, è un terremoto che travolge ogni cosa e che sintetizza un po' la tematica principale dell'album, sia dal punto di vista musicale che lirico: trattasi dunque di una minaccia al sistema, come espresso dal titolo in copertina, carica di odio e di sentimenti ribelli. Un giro di basso e un riff di chitarra che si fanno via via più potenti, un grido che sembra provenire dalla spazio lontano e incomincia un brano dal ritmo sostenuto nel quale Lizzy si sgola intonando vocalizzi altissimi al limite dell'umano che si concretizzano in un refrain semplicissimo ma bello. La sezione ritmica pesta all'inverosimile, le chitarre sono registrate basse rispetto alla batteria e alla voce ma si intrecciano che è una bellezza attraverso continui assoli violenti ma comunque eleganti. "Generation Aliens" è un pezzo speed, incentrato sopratutto sulla velocità delle strofe ma che non dimentica la raffinatezza melodica né la dimestichezza tecnica, perciò ogni musicista fa il suo dovere nel migliore dei modi, regalando una canzone dal fresco impatto in grado di conquistare al primo ascolto, anche se si ha la costante impressione che manchi qualcosa per fare il botto, forse proprio la corposità del riffing portante, troppo esile al confronto con la potenza vocale. Il testo è una spietata critica alla società, laddove la band invoca la sapienza e la salvezza da parte di una razza superiore alla nostra, una razza aliena, ma è anche una preghiera per le generazioni future, le legioni di giovani che sono speranza per un mondo migliore. La verità è blasfema, crudele, la decadenza, la corruzione e l'anarchia sono dietro l'angolo e bisogna farci i conti tutti i giorni perché il sistema che ci governa è soltanto una beffa. Dobbiamo essere guidati da qualcuno più intelligente di noi, qualcuno capace di farci aprire gli occhi e affrontare la vita, che ci lobotomizzi per migliorarci. La razza umana è destinata ad andare incontro a un brutto destino ma c'è sempre una speranza nelle mani dei ragazzi, che hanno il vero potere di cambiare le carte in tavola e ottimizzare un futuro altrimenti incerto. "Notorious" (Famigerato) è una delle hit del disco, una traccia mostruosa divenuta leggenda, dove la batteria di Harges scalcia e flirta con le audaci chitarre di Allen e Nelson, questa volta messe in primo piano, che danno forma a un brano di classico U.S. Power dall'incedere quadrato e incentrato su strofe straordinariamente melodiche pronte a districarsi su un pre-chorus potente e orecchiabilissimo prima di fermare la propria corsa e rimanere sospesi su un ritornello (Ave Cesare) incredibile, da cantare in coro soprattutto in sede live e che riporta direttamente nelle arene dell'antica Roma dove, millenni fa, si sfidavano i gladiatori in una lotta senza tregua. L'interpretazione del vocalist Lizzy Borden (a mio avviso uno dei migliori sulla scena) è eccelsa, capace di emozionare e, al contempo, fomentare gli animi, mentre l'assolo centrale di Gene Allen è preciso e vorticoso come un fiume in piena. La potenza inaudita di un brano del genere è ricalcata ed evidenziata da un testo bellicoso e tronfio, dove il protagonista della storia è un guerriero, probabilmente un gladiatore, dalle mani insanguinate, che ha oramai raggiunto la popolarità ed è sulla bocca di tutti grazie alla sua forza bruta ma anche alle sue sagge parole che gli hanno fatto acquisire credibilità e fedeltà agli occhi del popolo. Egli è nato per dominare, per scuotere la folla, per essere acclamato dall'imperatore stesso, per essere famigerato. E' bello vedere i Lizzy Borden confrontarsi con la storia antica in un testo decisamente epic metal. Ma il leitmotiv dell'intero lavoro è sempre quello, la lotta per la libertà e una sfida continua col proprio destino. Vita e morte sono temi sempre presenti nella filosofia della band americana. "Terror In The Town" (Terrore In Città) è introdotta dalla voce di un giornalista che sembra fare un reportage su una strage, si odono urla e sparatorie in strada e tutto ciò prepara l'ascoltatore alla guerra. Una ritmica sinuosa prende il sopravvento sulle voci grazie a un mid-tempo trascinato dalle chitarre infuocate dei due axe-men, mentre il basso di Mike Davis dà corposità alla traccia, coadiuvato da una batteria granitica che spicca soprattutto nella fase centrale. Lizzy è aggressivo nelle strofe e diventa sempre più melodico e acuto nel bellissimo ritornello che fa accelerare tutta la sezione ritmica tanto da plasmarla e adagiarla su una base simil power metal di stampo europeo. Ecco che la foto sulla cover-art riemerge prepotente, ancora una volta, stagliandosi davanti ai nostri occhi in quanto le liriche narrano di una massa di cani sciolti (ovvero la band assieme al suo seguito di fedeli ribelli) affamati di distruzione. Sono loro a creare il panico nelle strade e a gettare nel terrore la gente, armati di fucili e armi da taglio e pronti ad amoreggiare con la morte. Il senso di questa canzone si riallaccia a quello espresso in "Generation Aliens", in quanto, anche qui, si parla di futuro in mano ai giovani, solo che in questo caso le speranze di un mondo migliore sono davvero poche e allora la guerriglia urbana è l'unica soluzione per riappropriarsi di quello che si è perduto. Poco importa del futuro, ormai quello che si è creato è un esercito (i giovani appunto) di morti viventi, senza spiragli di luce o di benessere economico. L'unico modo per farsi sentire è spargere terrore sulla città e sorrido al fatto che, nonostante siano trascorsi trenta lunghi anni e diverse generazioni, la situazione poco è cambiata. Forse è addirittura peggiorata, perciò "Terror In The Town" non solo è una traccia assassina e bella da ascoltare ma anche, mai come oggi, dannatamente attuale. Uno dei capolavori del disco giunge con "Bloody Mary" (Sanguinosa Mary), canzone divenuta famosissima negli anni e che si fa strada attraverso un arpeggio delicato che illude il pubblico di trovarsi di fronte a una ballad. Ma la maschera che ne nasconde la vera natura viene tolta dopo appena un minuto di sognante misticismo in cui il singer Lizzy è liturgico e drammatico, quando improvvisamente esplode il profondo chorus. "Bloody Mary" non è una ballata né una killer song, è un ibrido a metà strada dal sapore mistico e dalla melodia geniale costruita su un giro di basso entusiasmante e sulle sinuose chitarre acustiche. Trattasi di una semi-ballata che vede diverse accelerazioni in prossimità di un refrain ispirato e sostenuto dall'esplosione di tutti gli strumenti, compresa la voce impressionante di Lizzy, vero protagonista del pezzo. La tristezza della musica si rispecchia nel testo dalle tematiche orrorifiche che rievoca una macabra storia appartenente al folklore americano, secondo la quale la piccola Mary, ragazzina malvagia e malata di tifo, è chiusa in camera sua, legata al letto con degli spaghi e, mentre è in dormiveglia, ascolta le grida dei genitori attraverso le mura sottili di casa. Sa che c'è qualcosa che non va ma non tutto è chiaro, sua madre ha la mente annebbiata e il trucco sfatto, litiga con suo marito di qualcosa che non riesce a capire perché di mezzo ci sono verità nascoste e gravi bugie. Suo marito, in realtà, ha drogato la donna e sta per porre fine all'intera vicenda, infatti vuole seppellire viva la figlia e toglierla di mezzo una volta per tutte, ma la moglie si oppone gridando e lamentandosi, solo che non ha le forza per reagire. Mary sa che sta per morire, non per colpa della malattia, ma per mano di suo padre. L'indomani, alle prime luci dell'alba, la mamma si reca al sepolcro e, in lacrime, dissotterra la bambina, apre la bara di legno e nota che il cadavere ha gli occhi sgranati, l'espressione spaventata e le unghie delle dita spezzata, sintomo che Mary ha tentato di liberarsi. "Stiletto (Voice Of Command)" (Pugnale, La Voce Del Comando) è la traccia più breve dell'album, vigorosa e molto affine alla N.W.O.B.H.M. grazie al taglio melodico delle chitarre, cariche al punto giusto e dagli incroci ben studiati, anche se le linee di basso sovrastano il tutto, almeno fino all'assolo feroce di metà brano. Sezione ritmica violenta come un toro in carica e ritornello da capogiro contornato da doppie voci e cori da stadio del quale è impossibile non ammetterne la bellezza. Canzone breve, intensa, suonata alla perfezione e con un Joey Harges alla batteria davvero scatenato che ne detta le regole e interessante notare come, nonostante la brevità del pezzo, vi siano ben tre cambi di tempo. Partendo da un mid-tempo scolastico, la struttura si modifica e, giunti al secondo minuto e dopo una parentesi dominata dal basso, la velocità aumenta fino a trasformare il brano e facendolo deragliare infrangendolo contro un muro a 200 km/h, per poi ritornare sui propri binari che dà lo slancio per il secondo refrain. L'aspetto gioviale viene a scontrarsi con il testo piuttosto crudo, nel quale ritorna l'immagine di copertina dove un guerriero è chiamato dai suoi superiori e gli viene affidata la pericolosa missione che dovrà assolvere. Egli è un soldato della strada e ha l'obbligo di portare a termine una missione, uno scontro a fuoco contro i nemici della libertà e riportare l'ordine in città. E' guerra civile. Il nemico non viene descritto in modo esplicito ma da quello che si può intuire è un attacco alla società, contro coloro che governano e raccontano bugie, contro coloro che parlano di ciò che non esiste e, soprattutto, contro coloro che sono vecchi e obsoleti e non lasciano spazio al nuovo che avanza. Ancora una volta si parla di ribellione giovanile e, come al solito, si combatte in strada, in un territorio a noi familiare, perché proprio dalla strada provengono i reietti, coloro che non hanno potere alcuno e le cui parole restano inascoltate. E' tempo di prendersi ciò che si desidera. "Ultra Violence" (Ultra Violenza) apre il lato B di "Menace To Society", come esplicita il titolo si parla nuovamente di violenza e guerra, vero filo conduttore dell'intero lavoro. Chitarre potenti e batteria corposa danno il via a un Lizzy Borden scatenato e che ci delizia con acuti assurdi partendo dapprima in tonalità gravi e urlando sempre più forte. Dopo una prima e breve strofa ecco che arriva subito lo stupendo ritornello, uno dei migliori dell'album, pronto a incastrarsi nella memoria del pubblico e non andare più via. La melodia incontra l'aggressività per l'ennesimo capolavoro della band americana, dove l'assolo granitico di Gene Allen è la ciliegina sulla torta che si protrae fino alla fine sfidando la voce del cantante a colpi di acuti. Potenza al servizio della semplicità per un pezzo dalla struttura esile e di scuola americana a metà tra U.S. Power e Speed metal. La ribellione è ormai in atto e le squadre di ragazzi scapestrati cercano il colpo di stato, abbattendo le barriere che li dividono dai privilegiati. Il cielo brucia nella notte, la fortuna è arrivata trainata da un carro armato e gli uomini sono pronti a scatenare la bestia che è dentro di loro e che non trova pace, mentre nelle strade si sentono le grida e i pianti delle persone, tutti uniti contro il mostro ipocrita chiamato civiltà. Le liriche sono brevissime, ripetitive ma di sicuro intense. "Ultra Violence" è un'esperienza che difficilmente si può descrivere, basta solo ascoltare e lasciarsi prendere dalle note incendiarie di questa killer-song. Si prosegue con la meravigliosa e piuttosto popolare "Love Kills" (L'Amore Uccide), traccia ipnotica introdotta da un bel giro di basso che apre la strada per l'arrivo delle chitarre, le quali timidamente prendono quota per poi esplodere dopo qualche secondo di estasi contemplativa. La sezione ritmica è veloce e aggressiva, anche se si ha la sensazione che la seconda chitarra non copra bene il tappeto sonoro lasciando scoperto il corpo del brano. Le strofe sono magnetiche e cattura l'udito, improntate prevalentemente sulla voce di Lizzy, il quale si destreggia nel migliore dei modi grazie alla sua versatilità su toni non molto facili da ripetere. Il ritornello arriva come un fulmine a ciel sereno che si schianta al suolo, imponente e molto orecchiabile per via della sua sottigliezza che dona alla traccia un aspetto slanciato, costruito appunto per scalare le classifiche musicali. Il tema dell'amore tragico è caro alla band, citato più volte nelle loro canzoni, perché si sa, morte e amore vanno sempre a braccetto ma, in questo caso, è proprio quest'ultimo a uccidere lo sventurato di turno. L'amore uccide tutto ciò che tocca, penetrando ed espandendosi nel cuore dell'uomo come un tumore o come un parassita che risucchia le energie vitali, l'amore si avvicina al letto nel quale si dorme impugnando una candela dalla fiamma fioca e osserva i nostri sogni cullati dal torpore notturno, pronto a infrangerli e a possederci in maniera subdola. L'amore è un crimine ("Love Is A Crime"), come scriveranno gli stessi Lizzy Borden in uno dei capolavori che faranno parte di "Master Of Disguise", il loro disco più audace e più particolare dal punto di vista stilistico. "Brass Tactics" (Tattiche Sfrontate) ha un passo militaresco, trainato da una batteria genuina e seguito a ruota dal basso che riproduce una marcia di soldati pronti per andare in guerra. Cambio tempo che si assesta su lidi speed e rallentamenti in prossimità del chorus poco melodico ma d'impatto, cantato con voce sguaiata da parte di Lizzy, sempre protagonista e leader indiscusso del combo americano. Interessanti sono i tempi sospesi in cui la chitarra ritmica gioca con particolari arpeggi prima di lasciare spazio alle rocambolesche accelerazioni. Brano dal taglio maturo e dallo scheletro scarno, infatti ci troviamo di fronte a una canzone di breve durata e dall'architettura classica. Niente di veramente complesso ma incisivo e doloroso come un pugno sullo stomaco. Le liriche sono incentrate sulla missione da parte di un plotone che va in avanscoperta verso terre misteriose e dominate dalle tenebre, dove gli avvoltoi sono in agguato per reagire e mangiare i figli della nostra civiltà, come mostri alieni dall'indole malvagia, pronti a conquistare la terra. Praticamente quello che è in atto è uno scontro militaresco tra diverse fazioni, l'una pronta a sacrificarsi per raggiungere il proprio scopo e fare piazza pulita del nemico, ma c'è in gioco la libertà del mondo e il futuro degli esseri umani. Sembra di assistere a un film di fantascienza nel quale l'uomo è chiamato a un duro confronto e a combattere contro un nemico venuto da chissà dove e che incute timore grazie alla propria forza, ma la guerra sarà dura e non avrà termine fino a quando non si giungerà all'estinzione di una delle due razze. Violenza, sangue, orrore, sono sempre i passaporti per raggiungere la libertà, perché questa va conquistata con tattiche preparate minuziosamente e con impegno metodico. I suoni dolci e la delicata voce del singer introducono "Ursa Minor" (Orsa Minore), ballata molto simile a una nenia e incentrata su un giro di chitarra acustica che si prolunga fino a metà traccia, quando prendono vigore batteria e basso infondendo una buona dose di energia. Assolo chirurgico di Allen e Lizzy Borden che evita, in questo caso, di alzare troppo la voce, adagiandosi su toni morbidi e strofe lente. Il ritornello è talmente particolare che nemmeno lo si nota, mischiandosi con il resto del brano senza cambiare tonalità. 4 minuti che volano via, 4 minuti sognanti e privi di foga, come se le note cullassero il testo attraverso questa sorta di ninnananna metallica dalla struttura bizzarra. La notte è ancora una volta l'ambientazione giusta per piangere e gridare il dolore dell'esistenza, ricordando un amore sepolto ma mai dimenticato. Immagini astratte ritornano in mente, sono sfocate e forse prive di senso, sono ricordi lontani e ripescati dalla memoria, legati inevitabilmente a una donna amata e che è poi sparita nel nulla. Basta alzare lo sguardo e indirizzarlo al cielo, contando le costellazioni che svaniscono lentamente con l'arrivo dell'aurora, ma ce n'è una in particolare che suscita una miriade di emozioni, è quella dell'Orsa Minore, al quale Lizzy decanta la sua tragica storia d'amore, perduta nel tempo e nello spazio. Un testo così evanescente è ben riprodotto dalla leggerezza della musica evocata dal tocco magico e quasi incorporeo incarnato soprattutto dagli acuti strazianti verso il finale del pezzo. Il dramma si è trasformato in ricordo e il ricordo in sogno, un sogno dal quale è difficile fuggire perché carico di malinconia e tristezza. Questa parentesi delicata è smorzata dall'ultima traccia del lavoro, "Menace To Society" (Minaccia Alla Società), hard 'n' heavy song pericolosa come un bisturi e dal ritmo sostenuto che poggia tutto il suo peso sui violenti colpi di batteria innescati da Harges. Le chitarre affilate, ma che contengono un retrogusto spassoso, quasi gioioso, ipnotizzano l'ascoltatore e i cori supportano alla grande il ponte che fa da tramite tra strofe e refrain dove il solito Lizzy fa un'interpretazione fantastica. La title-track, a mio avviso, è la traccia meno riuscita dell'album, perciò le altissime aspettative che il fan potrebbe avere, soprattutto alla luce di quanto ascoltato fin qui, vengono in questo caso disilluse con una chiusura poco entusiasmante, buona certamente ma sicuramente di qualità inferiore agli altri brani analizzati. Ovviamente ciò non intacca la bellezza del disco ma lascia giusto un po' di amaro in bocca. Per quanto concerne il testo ritroviamo un concentrato di tutto ciò che è stato presentato in scaletta, ossia una vera e propria minaccia per il sistema, laddove un gruppo di giovani dalle idee chiare sono intenti a sovvertire gli ordini, dichiarando guerra alle ingiustizie e alla schiavitù psicologica che ogni giorno il cittadino deve sopportare e lasciando esplodere la bestia che è in noi tutti. Soltanto attraverso determinate misure drastiche si può sperare nel cambiamento totale. La band ci lascia con un quesito esistenziale difficile da risolvere: Perché dovremmo essere come loro (riferito ai parassiti, compresi gli uomini potenti, della società)? Perché dovremmo essere tutti uguali come cloni creati in laboratorio? Con queste imponenti domande si conclude l'analisi del disco, lasciando ad ognuno di voi le dovute risposte.

"Menace To Society" è il secondo parto di questa fantastica band, suonato alla grande e dalle tematiche rabbiose, studiato per fomentare gli animi e stimolare le coscienze dei giovani metallari. Per quanto mi riguarda, potrebbe trattarsi persino di uno pseudo concept visto che le liriche seguono lo stesso schema in tutte e dieci le tracce presenti, ciò può essere un vantaggio ma anche un limite dello stesso, risultando forse troppo monotematico e meno eterogeneo rispetto allo splendido debut album "Love You To Pieces". Tuttavia, questo lavoro conferma il talento dei Lizzy Borden e la loro intelligenza nel saper creare sempre qualcosa di stimolante e che suoni vero, genuino, attuale allora come oggi. I brani che compongono il disco sono ottimi, alcuni entrati di diritto nella storia dell'heavy metal americano, basati su parti strumentali eleganti, a volte brutali a volte raffinate, ma mai scontate e su una delle migliori voci del genere. Forse una produzione meno pompata, soprattutto per quanto riguarda la potenza delle chitarre, ne abbassa le qualità ma siamo comunque su livelli stratosferici, anche se, a dispetto del lavoro precedente o di quello successivo, non tutto funziona come dovrebbe. La Metal Blade Records, infatti, pone dei piccoli limiti alla band in fase di produzione e, anche se il lavoro non ne risente, il suono risulta poco pulito come nell'Lp di debutto, ma in questo caso meno potente, pur conservando un'attitudine bastarda davvero forte. Niente di troppo grave ma semplice politica di Brian Slagel, fondatore dell'etichetta e produttore di tantissime band americane (Armored Saint, Cirith Ungol, Bitch, Fates Warning, Flotsam & Jetsam, Omen, Slayer, Trouble e molti altri), che preferisce non mettere a disposizione un budget troppo alto garantendo comunque un lavoro più che dignitoso in studio. "Menace To Society" esce nel settembre del 1986, dimostrando che i Lizzy Borden sono pronti scuotere le teste e a rintronare i timpani degli avventati ascoltatori, guadagnandosi un'altra bella fetta di mercato che li porterà, di lì a poco, al successo di "Visual Lies", il loro best-seller, trascinato dalla dirompente "Me Against The World" e che gli garantirà il loro primo tour da headliner. Nemmeno l'edizione rimasterizzata è riuscita a migliorare la piccola pecca produttiva ma tant'è che canzoni come "Notorius", "Bloody Mary" o "Love Kills" restano testimonianze di quanto grande possa essere un genere come il metal classico e di quanto bravi possano essere questi ragazzi di Los Angeles, divenuti col tempo sinonimo di qualità ed eroi del piccolo sottogenere musicale nel quale sono inquadrati. La mossa di irrobustire il sound per contrastare la popolarità del thrash metal si rileva sin da subito vincente, dopotutto l'horror metal dei Lizzy Borden e dei cugini W.A.S.P. (e in parte dei Twisted Sister), all'epoca come oggi, non teme confronti, non avendo praticamente rivali di successo, perciò "Menace To Society", a differenza dell'ingiustamente criticato "Inside The Electric Circus" degli appena citati W.A.S.P., raccoglie ancora una volta consensi unanimi, vendendo numerose copie ed entrando nella classifica statunitense di Billboard, dando ai cinque ragazzi la possibilità di imbarcarsi per un lunghissimo tour insieme ai Motorhead e che toccherà ogni angolo del pianeta.

1) Generation Aliens
2) Notorious
3) Terror on The Town
4) Bloody Mary
5) Stiletto
(Voice of the Command)
6) Ultra Violence
7) Love Kills
8) Brass Tactics
9) Ursa Minor
10) Menace to Society

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