LIZZY BORDEN

Master Of Disguise

1989 - Metal Blade Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
24/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Arriva il momento nella carriera di un'artista di dimostrare a tutti il proprio talento e la maturità raggiunta nel corso degli anni. Giunge così, nella folle mente del vocalist Lizzy Borden, l'idea di comporre un album diverso dal solito, meno semplice e più complesso, una summa di tutte le sue intuizioni e che sappia unire l'heavy metal di stampo orrorifico tipico del sound dei Lizzy Borden alla vena drammatica tipica di una rappresentazione teatrale. Dalla fusione di questi nobili elementi nasce "Master Of Disguise", un dramma musicale in grado di unire le passioni e le influenze che hanno caratterizzato la band californiana sin dagli esordi e confluirle in un'opera dall'ampio respiro e dagli intenti altissimi, basata sulla mutevolezza dell'identità personale e sulle varie sfaccettature che determinano l'animo umano. Iconica a questo punto la maschera posta sotto le luci sgargianti dei riflettori e che fa bella mostra di sé in una copertina non esaltante ma sicuramente emblematica. Se si fa attenzione all'espressione della suddetta maschera si avverte subito la sensazione di frustrazione, di malcontento e di malinconia; Ecco proprio questi sentimenti pervadono le dodici canzoni in scaletta, per una durata totale di circa un'ora nella quale l'ascoltatore viene proiettato in un mondo immaginario e introspettivo ma, allo stesso tempo, veritiero e crudele. Gli strumenti affilano gli artigli, pronti a graffiare ma anche a narrare una storia romantica e carica di pathos, proseguendo sulla scia cromata e modellata con classe di "Visual Lies" e caricando ancor più il lavoro di una buona dose di cinismo e pessimismo che emergono prepotenti lungo la durata del disco. "Master Of Disguise" rappresenta una sfida per il gruppo americano, il quale, dopo tre eccellenti album di horror metal istintivo e animalesco, cerca di mostrare al pubblico un lato che mai ha mostrato prima d'ora, nonostante l'innegabile aria teatrale e fumettistica che ha sempre contraddistinto i loro brani, ma qui il tutto viene estremizzato e portato oltre ogni limite. E' dunque il teatro a diventare musica, laddove ogni musicista si trasforma in attore, indossando una maschera e salendo sul palco per recitare la propria parte. Ma non pensiate che l'heavy metal venga relegato a una nota marginale anzi, proprio il rock duro, nella fase intellettuale dei Lizzy Borden, cambia forma e si adatta al copione. La sempre fedele Metal Blade Records, nonostante l'esiguo budget, riesce a ingaggiare un'orchestra di cinquanta elementi e in più dieci musicisti provenienti da altrettante metal bands (tra cui Joey Vera degli Armored Saint al basso) perché crede fortemente nel progetto ipotizzato da Lizzy e dai suoi compagni di squadra. Roba difficilissima per una band ordinaria ma i nostri, avendo classe da vendere, si lanciano a capofitto nel progetto, chiudendosi per sei mesi in studio di registrazione, suonando da mattina a sera pur di ritagliarsi un piccolo spazio nella storia del metal. "Master Of Disguise" viene rilasciato il 14 luglio del 1989, anticipato dal primo singolo "We Got The Power" che entra immediatamente tra le prime 100 hits della classifica Billboard, seguito a distanza di qualche settimana dal secondo singolo "Love Is A Crime". Il disco viene accolto con entusiasmo dal pubblico, pompato anche dalla critica specializzata che ne esalta le innegabili qualità, perciò vende migliaia di copie in pochi giorni ed è un successo planetario, diventando subito un classico dell'heavy metal americano. Insomma, un album di culto che vede l'inserimento di due nuovi chitarristi, David Michael Philips, proveniente dai King Kobra (entrerà poi nelle leggende dell'AOR, gli Icon) e il semisconosciuto Ronnie Jude ad affiancare Mike Davis al bass, Joey Scott Harges alla batteria e ovviamente Lizzy Borden al microfono.

Proprio "Master Of Disguise" (Il Signore Del Travertimento) ha l'onore di aprire il lavoro proiettandoci dritti nei meandri più bui del concept. Degli archi (eseguiti live dall'orchestra) emergono lentamente, seguiti a ruota dalla batteria e infine dalle chitarre. La marcia ha inizio quando Lizzy intona le prime strofe e si ha subito la sensazione che qualcosa sia diversa dal solito, infatti l'irruenza è tenuta a freno da una scelta melodica mirata, che mette in evidenza una passione smodata per l'arte recitativa e teatrale. Dopo una prima sezione veloce, che rispetta comunque lo stile energico dell'heavy metal, si entra nel vorticoso ritornello, bellissimo e delicato, quasi un'arrampicata nella quale l'ugola di Lizzy si divincola tra diverse tonalità risultando sempre ultra melodico, tanto che il refrain si stampa in testa ed è già possibile cantarlo dopo il primo ascolto. La sezione ritmica pesta nel perfetto stile della band americana, l'hard 'n' heavy fuoriesce dagli altoparlanti e ogni musicista si ritaglia il proprio spazio dando sfoggio di una tecnica sopraffina, soprattutto nella fase centrale dove assistiamo a un grande e soffice assolo del nuovo entrato David Philips ma anche a un ottimo cambio di tempo da parte del batterista Joey Harges. Tre parti ben distinte per una canzone di sette minuti che ha il pregio di mettere in mostra l'eterogeneità dei nostri e, come esplicita il titolo, si nota un brano dalla struttura tripartita che cambia pelle e si trasforma, non a caso è nella terza parte che emerge prepotentemente l'attitudine teatrale dei Lizzy Borden e del suo carismatico leader, il quale si lancia in un lungo epilogo recitativo accompagnato dall'orchestra che sembra riprodurre una composizione patriottica e goliardica. Essendo la title-track, il testo mette in chiaro la natura dell'album, si parla di trasformismo e di molteplicità dell'animo umano, Lizzy ha il viso nascosto da una maschera e non è riconoscibile, parla delicatamente a qualcuno che sta dormendo, destandolo dal sonno suonando delle campanelle e presentandosi. Egli è un serpente che striscia nel prato della tentazione, un bambino perduto nei sentieri dell'immaginazione, una folle creazione vestita di nero, una storia schizofrenica raccontata prima di dormire. Egli è il signore della trasformazione e rappresenta lo specchio delle menzogne, il teatro della crudeltà, il sipario che cela la messa in scena di una fiaba che fa parte del mondo. Egli è il vento che trascina i passi della gente, è la speranza che dimora nel cuore e che si insinua nella mente, egli osserva tutto e tutti, divincolandosi tra la folla e guardando ogni persona dall'angolo dell'occhio celato dalla maschera. "Master Of Disguise", la canzone ma anche l'intero disco, non è altro che una metafora di vita, di cambiamento interiore e fisico, ma è soprattutto lo specchio del mondo, di un mutevole divenire impossibile d'arrestare. Dopo alcuni applausi parte "One False Move" (Una Mossa Falsa) appoggiata su un giro di chitarra nostalgico, dei violini malinconici e una batteria sommessa che intonano indomiti una cantilena leggiadra, dove il basso di Mike Davis è un cuore che pulsa con impeto e Lizzy un narratore divino. Due minuti per un brano che sa tanto di intro, strutturato su tre brevi strofe recitate alla grande da un singer semplicemente unico, due minuti statici composti da cori che giungono a dar man forte per una narrazione toccante e intimista. L'orchestra è udibile in sottofondo perché quello che conta è la recitazione di Lizzy Borden, cantore versatile che intona un dramma intimista nel quale si guarda dentro, nel buio dell'anima e dove il suo cuore è nero, in lutto per il dolore del mondo. Dentro di sé vede solo paura e morte ed è pronto a minacciare se stesso nel caso in cui dovesse fare una mossa sbagliata, deciso a spazzare via il corpo per liberare la mente. Il dolore interiore prosegue con la cinica "Love Is A Crime" (L'Amore E' Un Crimine), dopo che si odono delle voci provenire dalla tv il volume si abbassa e il protagonista della canzone digita un numero al telefono, un sospiro e dall'altra parte della cornetta risponde una donna ansimando, una prostituta che lavora per i numeri erotici pronta a soddisfare il cliente, dunque un tragico arpeggio di chitarra irrompe durante la telefonata e Lizzy inizia a cantare con voce sofferta di un amore in vendita. Dopo due minuti di sublime introduzione finalmente il pezzo prende quota ed esplode nel più classico heavy metal, le strofe sono veloci ma cromate dove la melodia è il punto focale, poi un bridge da brividi lancia uno dei più bei ritornelli che abbia mai sentito, semplice e semplicemente struggente. Le trombe addolciscono i suoni metallici, imponendosi tra gli strumenti e trasformando il tutto in un pezzo dalle impronte jazz, a dimostrazione della mutevolezza di un disco del genere. Il refrain prosegue con l'aggiunta di cori per poi spegnersi in un secondo bridge dove i tromboni sono ancora i veri protagonisti, anche se le asce di Philips e Ronnie Jude sono lame affilate che fendono l'aria. Il chorus si infrange contro un muro e riecheggia per qualche istante, dando modo all'arpeggio iniziale di ritornare vincente e chiudere la traccia in un climax dannatamente circolare e perfetto. Uno dei migliori brani metal del periodo, scelto non a caso come secondo singolo per lanciare un album dalle mille sfaccettature diventato un fenomeno sin dalla sua uscita. Il protagonista della vicenda, come accennato più su, sta guardando un programma erotico in tv, quando decide di chiamare la ragazza del video digitando il numero in sovraimpressione, le risponde la modella ansimando e in cerca di amore, quello illegale, quello superficiale, quello a pagamento. Il ragazzo sente le sue labbra e la sua pelle, è come se la potesse toccare e stringere tra le braccia, ma sa che quel tipo di amore è un crimine che gli ruba l'anima e la mente. Le liriche sono profonde, sono una riflessione sulla solitudine, sull'estraniamento di una società materialista che educa le belle ragazze a seguire i soldi e gli uomini potenti. Il giovane si chiede se potrà mai avere una donna come quella della tv, nella realtà sicuramente no perciò preferisce chiudersi nella sua fantasia e amare quella ragazza immateriale, desiderando un contatto e sperando che tutto ciò sia più di una semplice voce al telefono. "Love Is A Crime" non è solo una delle canzoni heavy metal più belle che abbia mai sentito ma è anche una riflessione sulla solitudine delle persone, sulle loro perversioni e sull'impatto dannoso di uno schema imposto dalla società. "Sins Of The Flesh" (I Peccati Della Carne) è possente, a cominciare dalla batteria violenta di Harges e dalle chitarre impetuose che controllano l'andamento del pezzo, il basso pompa trionfale e la voce di Lizzy svetta sopra ogni strumento, dalla melodia ariosa che sa di libertà. Mid-tempo potentissimo ed etereo poggiato su strofe difficilissime da intonare, si ha la sensazione di viaggiare ad alta quota, di volare e di svettare sulle cime dei monti per poi ricadere come un lampo nel profondo chorus dalla melodia essenziale e catartica, corredato di campane e tamburi che donano al suono un aspetto regale. La fase centrale è dominata dalla chitarra di Philips che si lancia in un lungo assolo mentre la chitarra ritmica di Jude impreziosisce il tutto con rasoiate ben calibrate, dunque torna il bellissimo refrain, con l'aggiunta di voci effettate, cori e contro-cori dalle venature futuristiche che sanno molto di Queensryche periodo "Rage For Order". Infine un acuto impressionante del vocalist frena la musica e chiude una delle tracce più dirette dell'album, dotata di un testo affascinante quanto criptico. Le bugie scendono in picchiata come pioggia recando con sé sangue e sudore con cui ricoprono la pelle della gente, sono opera del demonio che si insinua subdolo dentro l'uomo e lo possiede succhiandogli via la vita dalle vene. L'umanità è schiava della carne, pecca di lussuria, ma questa è una canzone positiva, di salvezza e di libertà, perciò c'è la speranza di liberarsi dalla stretta del diavolo, basta togliersi la maschera rivelando la vera essenza e guardare il mondo con gli occhi dell'innocenza, poiché non si è soli. Questo è un testo davvero atipico per i Lizzy Borden, band che pone spesso in primo piano gli istinti primitivi e animaleschi, eppure il pezzo racconta di una redenzione dal peccato testimoniando che "Master Of Disguise" non solo mette in luce differenti stili strumentali ma anche un songwriting vario. "Phantoms" (Fantasmi) inizia con la pioggia, nello stile più classico per un film horror, con i rintocchi delle campane di una chiesa in sottofondo e le sinistre note di un pianoforte ad aumentare la tensione. Un tuono squarcia la notte e poi cambio di ritmo, la tastiera diventa cabaret intonando per trenta secondi un jingle divertente, quasi da pubblicità televisiva, e Lizzy, dietro al microfono, che ne segue la scia. Poi tutto cambia tonalità e modo, ritorna l'aria sinistra e orrorifica e scoppiano le chitarre elettriche che si lanciano in una scarica hard rock di una sensualità dirompente che sembra ricreare quell'aria desertica tanto cara ai californiani e che ricorda "Wild Child" degli W.A.S.P.  ma viziata da linee melodiche nelle quali, ancora una volta, compare l'ombra dei Queensryche. Decisamente una traccia d'impatto, eterogenea e graffiante, nonostante una struttura laccata e una melodia cromata che strizzano l'occhio al glam metal, proseguendo un po' il discorso intrapreso da "Visual Lies". Sezione ritmica rallentata che sembra proceda col freno a mano tirato, perciò da quella che doveva essere una sfuriata metallica in realtà si rivela un ibrido a metà strada tra mid e up tempo e che raggiunge il suo apice in un refrain solare che contrasta con l'atmosfera cupa avvertita nell'introduzione pianistica. "Phantoms" è particolare, in grado di rivelare più facce, dove un testo horror è il vero protagonista, quasi fosse un copione teatrale e in scena venisse eseguita una commedia nera, infatti si tratta di una storia d'amore tra un uomo e una fantasma, perciò gli spettri, in questo contesto, non appaiono spaventosi e malvagi ma dei buoni amici. C'è la luna piena e i lupi ululano al cielo notturno, le campane della chiesa si odono in lontananza, dalle tenebre, usciti dagli inferi, arrivano i fantasmi, sono stranieri giunti da lontano e si nascondono per le strade, ma c'è n'è uno che desta l'attenzione di un giovane umano. Si tratta dello spettro di una ragazza, è bellissima ed elegante, si avvicina con passo svelto e comincia a pregare, il ragazzo invece non è intimorito anzi, viene sedotto all'istante, dunque sente il suo nome sussurrato dal vento e le si avvicina sicuro. Percepisce il suo odore sempre più forte, poi capisce che lei è venuta per ciò che desidera, ovvero un contatto umano. E' subito amore, quell'amore surreale che tanto piace a noi lettori di fumetti horror e avidi appassionati di film di serie b. "Never Too Young" (Mai Troppo Giovane) è la ballata del disco, costruita su una bellissima melodia al pianoforte e sostenuta da un basso corposo e una batteria sempre vigile, senza contare l'interpretazione strepitosa di Lizzy, eccellente attore di questo dramma. Dunque una ballad tragica basata su un'intuizione melodica incredibile che la fa risultare compatta ed estremamente delicata, in un'architettura abbastanza semplice, tipicamente pop, dove troviamo una struttura del tipo: strofa - ritornello - strofa -ritornello - ponte - ritornello ripetuto. Essendo una canzone così semplice c'è poco da aggiungere se non che è un brano incentrato sul trapasso del tempo, non proprio un inno alla giovinezza come si potrebbe intuire dal titolo, ma più che altro un'esortazione a cogliere l'attimo prima che sia troppo tardi. Bisogna scacciare la tristezza e abbracciare quel filo di pazzia che alberga in ognuno di noi e buttarsi incontro alla vita, fare esperienze, godersi i momenti dell'esistenza, poiché la morte non attende e non si è mai troppo giovani per morire. Bisogna vivere come se fosse l'ultimo giorno, vivere giorno per giorno con la gioia nel cuore, senza fare progetti a lungo termine. Certamente è una canzone positiva che rivela un Lizzy Borden meno cinico e più in pace col mondo e con se stesso. Si prosegue imperterriti con "Be One Of Us" (Sii Uno Di Noi), introdotta da un organo che replica la Toccata e fuga di Bach, dunque partono le chitarre veloci come la luce e il riffing serrato chiarisce il fatto che siamo di fronte a una cavalcata metallica dalle strofe rocciose, sostenute anche dal prezioso contributo delle chitarre acustiche e guidate nella marcia dalla ricercata efficacia della batteria di Joey Harges, fino ad arrivare a un chorus magico e che mette i brividi sulla pelle tanto è bello e perfetto nella sua forma. Interessante il duello tra chitarra acustica e quella elettrica che si alternano in più punti, specie in un pre-chorus carico di energia mistica e dal sapore quasi esoterico. L'assolo di Philips è egregio e acuminato, rampa di lancio perfetta per gli ultimi ritornelli contornati da cori e acuti al limite dell'umano. Nonostante l'irruenza sonora "Be One Of Us" resta un brano in linea col tiro delle altre tracce, capace di alternare momenti ruvidi ad altri più delicati, senza mai dimenticare quella dose di melodia che fa ormai parte dello stile dei Lizzy Borden più intimisti e adulti. Certo è che un pezzo del genere raramente si ascolta in giro, frutto di una band ispiratissima e guidata da un leader tanto folle quanto geniale nell'omaggiare il lato oscuro delle vita, nell'esaltazione della notte, dimora di creature infernali o di semplici reietti della società. Di giorno si dorme e di notte si fa festa, bevendo vino, gustando sangue e assaporando la vita vera che scorre veloce trasportata dalla brezza crepuscolare. L'amore è un morso, un sentimento fugace ed effimero, ma per renderlo duraturo bisogna fuggire dalla realtà, unirsi al popolo di reietti trasformati oramai in demoni, quasi dei vampiri assetati di sangue umano e con l'idea di immortalità. Non a caso il sole li spaventa e la luna li culla nella notte, dove possono volare lontano e assaporare la vita dal calice della libertà. Ancora una volta troviamo una canzone basata sul tema del trasformismo, cioè quando una persona si accorge della misera vita che sta trascinando e decide di cambiare rotta, i vampiri non solo altro che metafora di mutazione non proprio fisica ma soprattutto genetica e intellettuale, appartenenti a una ristretta cerchia di illuminati. "Psychodrama" (Psicodramma) racchiude in sé tutte le sensazioni espresse fin qui e contenute nell'album, ancora l'organo è protagonista e introduce il pezzo con fare altezzoso e solenne, quasi a evidenziare una cerimonia sacra, sezione ritmica dinamica e sanguinolenta in grado di cambiare tempo di continuo passando dall'alta velocità a una media e poi rallentare ancora, dove il vocalist emerge trionfale come fosse un sacerdote. Un'accelerazione per condurre l'ascoltatore al grande pre-chorus che giunge inaspettato quanto un refrain esile ma comunque ottimo dove Lizzy canta in diverse tonalità, prima in voce acuta, poi più grave, poi ancora con voce controllata e aiutato da cori emersi dal nulla, dimostrando che è lui il vero protagonista, l'attore principale del dramma a cui stiamo assistendo. Dopo i primi due ritornelli c'è un nuovo cambio di tempo, basso e batteria si sfidano a duello e conservano un'attitudine bellica riproducendo, in una fase centrale meravigliosa e meravigliosamente affascinante, un divertente e inquietante siparietto teatrale, dove l'orchestra torna in auge con gli archi, i tamburi, il clavicembalo e i violini, creando un momento altamente immaginifico. Una rullata e la canzone ricomincia dal chorus, ripetendolo allo stremo e sfumando nel silenzio. "Psychodrama" è un capolavoro ricco di immagini e di poesia, capace di trasformarsi, di dividersi in più generi e di fonderli, è proprio qui che la maschera, i riflettori, il sipario disegnati in copertina ritornano in mente, quasi a testimonianza di una seconda title-track. Si narra di un mondo immaginario, posticcio, probabilmente quello del teatro, dove un attore è chiamato a interpretare vari personaggi, diventare perciò un'altra persona e renderla reale. Il teatro è il luogo dei sogni infranti, degli inganni e dei misteri, dove gli occhi dello spettatore si cibano di immagini e illusioni, ma anche di poesia e amore, questo è il luogo dove gli occhi provano il dolore inflitto ai personaggi e dove vivono il loro dramma psichico, dove il pubblico entra in una realtà parallela, fatta di magia, talento e sacrificio, e diventa attore. Il dramma psichico è un mondo interiore dominato dal dolore, dai sogni e dalla fede artistica, ma questo mondo è fatto di solitudine e incomprensione, perciò quasi mai è felice. Questa è sicuramente una splendida riflessione sul ruolo che riveste l'arte e sui conflitti interiori che divorano gli artisti. "Waiting On The Wings" (Aspettando Sulle Ali) nasce con gli archi dell'orchestra ed è la seconda ballata del disco, anche se dai connotati più dinamici rispetto a "Never Too Young", infatti la sezione ritmica è più possente e la voce del singer molto più scatenata e alta. Il ritornello è delicato ma comunque trascinante ed è accompagnato dagli archi mentre le strofe sono sofferte, contengono un non so che di oscuro e desertico, forse perché poggiate su un ritmo di chitarra quasi country, soffocato però dalla presenza non solo degli archi ma da una batteria davvero corposa. La fase centrale è forse la migliore, dove uno Joey Harges, dietro le pelli, è scatenato come non mai e si alterna con l'orchestra in una specie di rappresentazione cinematografica e la cosa che impressiona di più è che non è presente un vero assolo di chitarra perché sono i violini a coprire la parte destinata all'assolo. Ma il tutto conserva lo stesso una carica visiva non indifferente e trovo che sia una scelta azzeccata e che non pesa sull'impatto del brano, anche se ne diminuisce la potenza sonora. Il suono si fonde con le immagini, è questo il pregio di un disco del genere ma probabilmente anche un difetto se non equilibrato con cura, perché si rischia di dare maggiore spessore alla narrazione piuttosto che alla musica, fiaccandone gli intenti puramente metallici. Un personaggio diventa pura immagine, come uno spirito che fluttua nell'aria e osserva tutto più chiaramente dall'alto, librandosi in cielo sostenuto da imponenti ali, quindi adesso quell'uomo è cambiato, si è trasformato in qualcos'altro, persino il suo nome non è più lo stesso, adesso è una creazione dell'immaginazione. Realtà che si tramuta in illusione, carne che diventa spirito, materia che si converte in sogno, è proprio qui l'equilibro sul quale i Lizzy Borden giocano, gettandosi a capofitto su un lavoro complicato e dalle tematiche particolari che vedono l'alternanza tra la realtà e l'illusione. "Roll Over And Play Dead" (Rotola E Gioca Al Morto) è la sfuriata che tutti attendono, nella quale si recupera la grinta necessaria che la ricollega ai primi due album della band grazie alle rasoiate heavy condotte dalle chitarre e da tutta la sezione ritmica, ed ecco che il freno a mano tirato fin ad ora lascia sgommare l'auto per poi farla partire a tutta velocità. In "Master Of Disguise" mancano pezzi del genere, diretti e dinamici quanto basta, dove le strofe sono portate al limite e la voce di Lizzy svetta su tutto lanciandosi in acuti pazzeschi e arrivando a intonare un ritornello stupendo che emerge dalle sabbie del tempo e scuote gli animi. L'attitudine horror metal fuoriesce finalmente da tutti i solchi del disco, i musicisti pestano come dannati, con una fame atavica e mefistofelica, Philips è autore di un grande assolo siderurgico quanto classico (alla Judas Priest), Ronnie Jude è corposo e fornisce una prestazione di tutto rispetto grazie a un'intuizione melodica efficace e suadente, Mike Davis è come al solito prezioso nel rifinire gli spazi col suo basso e Joey Harges picchia duro con una serie di ganci e fendenti in grado di stordire. E' ciò che ci vuole per scuotere la testa, quattro velocissimi minuti per ritrovare la cattiveria perduta e la vena horror che ha reso famosa la band californiana. La parte finale è una goduria pazzesca perché dopo l'ultimo ritornello gli strumenti creano l'inferno, quasi per sfogarsi dopo essere stati tenuti in gabbia fino a questo punto dando sfoggio della propria indomita irruenza. Il teatro dei sogni (o forse degli incubi) è di nuovo protagonista delle liriche, il mondo è diventato una rappresentazione di crudeltà, di tragedia e di mistero, non si può tornare indietro perché il tempo passa inesorabile e bisogna giocare il ruolo e sapersi adattare alla parte. Si narra di una lotta tra classi, tra personaggi, ognuno dei quali ricopre un ruolo preciso, ci sono i codardi, ci sono i peccatori, gli eroi, gli ipocriti, i ricchi, tutti contro tutti in una lotta fino all'ultimo respiro. Una guerra all'interno della società pronta a divorare i più deboli, a schiavizzarli e sfruttarli, ma alla crudeltà si può sopravvivere, basta saper vivere nel lerciume della strada e combattere senza nascondersi. Non solo "Roll Over And Play Dead" è la canzone che si avvicina musicalmente di più a un album come "Menace To Society", grazie alla sua voracità, ma anche dal punto di vista narrativo e concettuale possiamo trovare dei punti in comune. "Under The Rose" (Sotto La Rosa) è la terza ballad, breve e intesa, costruita su un giro di chitarra acustico sul quale il vocalist letteralmente si sdoppia, sovrapponendo una tonalità media a un'altra alta e creando un esperimento molto inflazionato ma dal fascino immortale. La struttura del brano è semplicissima, voce e chitarra acustica per nemmeno tre delicati minuti di durata, ma non è la melodia a colpire, è soprattutto l'interpretazione di Lizzy, che questa volta si ritaglia uno spazio tutto suo, seppur non eccelso e molto semplicistico. Toccante forse è il termine giusto per indicare questo lento, che non brilla per originalità ma sembra piuttosto un interludio che fa da ponte per l'ultima canzone della track-list. Tuttavia il chorus è in grado di avvolgere lo spettatore in un abbraccio setoso e mesto, mentre il testo è concentrato in un sistema distico (cioè formato da due frasi per strofa). E' una dedica d'amore, o almeno così sembra, sussurrata nei confronti di qualcuno che è allo scuro di tutto. La rosa è il simbolo dell'amore, ma anche del dolore, il giovane la porge nei suoi sogni alla donna che ama ma sa che lei non può sentirlo, perciò il fiore rimane una visione, una metafora, una bugia, espressione di un amore non corrisposto. Il lavoro si chiude con il primo singolo lanciato dalla Metal Blade che ne ha stanziato i soldi per la realizzazione di un bel videoclip, "We Got The Power" (Noi Abbiamo Il Potere) si apre gioiosamente, in perfetto stile glam metal, e stona un po' col resto delle atmosfere, ma si nota nell'immediato l'appeal radiofonico studiato appunto per fare breccia nelle classifiche mondiali. La forza dirompente comunque è ben presente, l'hard rock emerge soprattutto nel ritornello d'impatto costituito da un coro di voci femminili. La sezione ritmica sembra adagiata, non eccelle svolgendo il semplice compitino e poi, giunti nella parte centrale, emergono le trombe riproponendo quel retrogusto jazzato già intravisto in qualche occasione. Il brano prosegue protraendo il trascinante e corale refrain per poi terminare tra gli applausi del pubblico, lo stesso che ha dato inizio all'album. La freschezza di "We Got The Power" stona fortemente con l'aspetto teatrale e nostalgico riscontrato fin qui, risultando perciò la traccia meno efficace del lotto e diciamolo, rischia persino di rovinare ciò che è stato creato, facendo uscire di scena la band in malo modo. Personalmente l'avrei tolta, non c'entra nulla musicalmente e nemmeno liricamente col concept, visto che si narra di rivalsa sociale, già riscontrata nell'album "Menace To Society", dove un gruppo di ragazzi è consapevole di avere il potere di sovvertire le leggi, tirando fuori la bestia che è in loro e sputando in faccia ai potenti le loro perversioni. Adesso sono il cattivo, lo sporco, il folle, i personaggi che diventano eroi e che conquistano il mondo, tenendolo sul palmo della mano. Molto più azzeccata è la bonus-track inserita nella versione remaster, parlo di "Vampires Kiss", dall'anima oscura ed eseguita interamente dall'orchestra, dove la voce effettata e malinconica di Lizzy intona un epilogo tragicamente magico che si potrebbe adattare bene come colonna sonora di un film horror e che tratta di morte e immortalità. E' una semplice outro ma funziona a meraviglia per la chiusura.

I Lizzy Borden raggiungono la piena maturità proprio con questo lavoro ambizioso, nel quale fondono le ideologie che li hanno sempre ispirati. All'interno di "Master Of Disguise" vi è un po' di tutto, la passione per l'arte recitativa tanto cara a Lizzy (ispirato dal maestro Alice Cooper), testi oscuri e cinici, sonorità cupe, ambientazioni gotiche tipiche dei fumetti o dei film horror e un'attenzione smodata per l'impatto melodico e perché no, anche radiofonico. Questa è una grandissima opera rock sull'animo umano, una riflessione sulla solitudine dell'uomo ma anche una metafora della vita stessa. La produzione è ottima, l'orchestra di cinquanta elementi ingaggiata dalla casa discografica non è invadente, spesso è proprio assente, anche se, a questo punto, ne avrei preferito un uso maggiore, più concreto, magari realizzando a tutti gli effetti un'opera sinfonica, anche se all'epoca, la fusione tra metal e classica è ancora un miscuglio azzardato destinato a emergere solo nella decade successiva col ritorno in auge del power metal, in particolare quello di stampo europeo. "Master Of Disguise" è un concept sul trasformismo, ideato dalla folle mente di Lizzy e massima espressione della sua teatralità, che probabilmente si pone come summa di tutta la poetica della band americana, la quale riesce, al quarto album, a consacrare definitivamente la propria musica. L'horror metal qui muta forma in modo sostanziale, passando da un heavy classico e senza fronzoli a una pièce teatrale crepuscolare e gotica. Il songwriting è eccelso e va di pari passo con le sonorità contenute in questo Lp, mescolando le carte in tavola e cercando di bilanciare melodie a immagini per renderli al servizio di un lavoro di concetto. Eppure, come ho avuto modo di accennare durante l'analisi, non sempre questi due elementi si fondono alla perfezione, infatti le immagini molto spesso sovrastano la musica rendendo astratta la visione di insieme, e proprio la musica soccombe sotto le tinte malinconiche e profonde delle liriche, tralasciando in più occasioni la cosa fondamentale in un disco heavy metal: la velocità. Una piccola pecca che tanto piccola non è, visto che a tratti questo lavoro manca di mordente, adagiandosi troppo su ritmi lenti e poco incisivi come se viaggiasse col freno a mano tirato. Dall'altra parte però non si può fare a meno di notare la classe enorme di questi musicisti, il loro gusto melodico fuori dal comune e l'eclettismo di cui dispongono. Come già accennato, questo è il disco definitivo dei Lizzy Borden, il più maturo e audace, per molti anche il migliore. Insomma, un'opera rock di rara bellezza, se soltanto fosse un po' più potente parleremmo di album perfetto, ma non si può volere tutto dalla vita. Qui si chiude la prima fase della band, misteriosamente smembrata dopo il relativo tour, che porta i suoi componenti ad affrontare una lunga, lunghissima pausa, della durata di dieci anni, fino al ritorno in pista con la pubblicazione di un nuovo album.

1) Master of Disguise
2) One False Move
3) Love is a Crime
4) Sins of the Flesh
5) Phantoms
6) Never Too Young
7) Be One of Us
8) Psychodrama
9) Waiting in the Wings
10) Roll Over and Play Dead
11) Under the Rose
12) We Got the Power

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