LIZZY BORDEN

Give 'Em The Axe

1984 - Metal Blade Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
14/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Gregory Charles Harges (23 giugno 1963) è ancora un ragazzino brufoloso quando si appassiona al rock più pesante, in particolare a quel tipo di rock teatrale e dalle atmosfere macabre che prende il nome di Shock Rock e che vede, nei primi anni 70, antesignani quali KISS e, ovviamente, Alice Cooper, quest'ultimo considerato un mentore in grado di ispirare centinaia di band. Il giovane Gregory si fa talmente condizionare dallo scenario musicale orrorifico che, assieme a una buona dose di film e di letteratura horror, ne rimane ammaliato tanto da voler formare una band dedita a un metallo classico ma a tinte oscure e testi sanguinolenti. L'idea gli balena in mente sul finire dell'adolescenza, proprio quando i gusti musicali si rendono più concreti e, nel farlo, il ragazzo recluta il fratello minore, Joey, alla batteria, e alcuni amici di liceo come Gene Allen e Tony Matuzak alle chitarre e Mike Davis al basso. Siamo all'alba degli anni 80 e i cinque musicisti cominciano a suonare con moniker provvisori in tutti i locali infestati della loro città (Los Angeles), creandosi un buon pubblico e vari affezionati, attirati dai loro shows spettacolari, macabri, estremi, "granguignoleschi", che ricordano, nello spirito e nella performance, un'altra band coetanea e conterranea, anch'essa alle prime armi: gli W.A.S.P. capitanati da Blackie Lawless, con i quali, diversi anni più tardi (1999) condivideranno il palco del Bang Your Head Festival in Germania. Proprio per dare un'identità ben precisa al tipo di musica eseguita e offerta al pubblico, la band, nel 1983, adotta un nome particolare, Lizzy Borden, prendendolo in prestito dalla celebre e ricchissima assassina di fine '800, accusata, ma poi prosciolta, dell'omicidio dei genitori, trovati in casa con i corpi dilaniati da decine di colpi d'ascia. La Borden, e il mistero che la circonda, è una leggenda che tuttora affascina l'America (così come Jack Lo Squartatore in Inghilterra) e che ispira molti artisti, tra cui lo stesso Alice Cooper, perciò il moniker scelto è forte, importante, decisamente scandaloso, usato non solo come nome della band ma anche come pseudonimo di Gregory, vocalist e leader della stessa, il quale diventa, sul palco, vero e proprio alter-ego dell'assassina, giocando con maschere tenebrose, illusioni da prestigiatore e trucchetti col sangue, fomentando la folla. Nel 1983 il combo californiano autoproduce una demo, la incide in poche copie e la vende sia nei negozi musicali Losangelini sia durante i concerti. Il lavoro contiene otto tracce che vengono proposte dal vivo in vari spettacoli attirando immediatamente l'attenzione della stampa, dei critici musicali e dei produttori. Proprio il produttore della importante etichetta Metal Blade Records li nota durante un live estivo e gli propone di entrare a far parte della schiera di band esordienti che partecipano al quarto volume della storica compilation Metal Massacre con un pezzo, "Rod Of Iron", che sarà incluso, in seguito, nel primo e leggendario Lp "Love You To Pieces". Il successo è a portata di mano tanto che i Lizzy Borden incidono, dopo appena quattro mesi, il lavoro che andremo ad esaminare, dal titolo di "Give 'Em The Axe", Ep contenente quattro canzoni, tre originali e una cover dei mitici Rainbow, per una durata davvero esigua (nemmeno 12 minuti).

E' proprio "Give 'Em The Axe" (Dà Loro L'Accetta) ad aprire l'album e a scaldare gli animi, il basso di Davis dà inizio alle danze e subito le chitarre esplodono come fucilate, creando riffs imponenti che subito mettono in chiaro la proposta musicale: heavy metal purissimo, dalle ritmiche veloci e dalle melodie ariose, ma già da questo piccolo preambolo si possono intuire costruzioni strumentali molto particolari (che verranno maggiormente sviluppate in seguito), sorrette da aperture plumbee e teatrali che troveranno lo sbocco perfetto nel quarto disco, l'ambiziosa e affascinante opera-rock "Master Of Disguise" e massima espressione del credo artistico firmato Lizzy Borden. Dopo pochi istanti esordisce Lizzy stesso e la sua voce è splendida, potente, acuta, pulita e che si lancia in grida e versetti lancinanti e di grande impatto che sovrastano la parte strumentale attirando l'attenzione dell'ascoltatore. La struttura del brano è solida, corposa, le chitarre e la batteria dettano legge donando alla sezione ritmica un andamento epico. Il refrain è semplice ma d'effetto, cattivo al punto giusto e macabro nell'intonazione grazie ai cori che lo sostengono. Il vocalist si lancia in acuti bestiali, sembrano grida di spavento, di terrore, e fanno tornare in mente le scene della tragedia che ha colpito la famiglia Borden nel XIX secolo, poi Gene Allen, alla chitarra solista, si sfoga in un brillante assolo eseguito con grande perizia, dimostrando che la band californiana è ben preparata e ha intenzioni serie. Se la musica è feroce, il testo ne amplifica gli effetti, ponendosi come tripudio di metallo funerario e contenente una vena orrorifica tipica del teatro Grand Guignol (un tipo di spettacolo teatrale molto violento, macabro, cruento, in voga nella Francia dei primi del '900). Il singer impersona la giovane Lizzie (o Lizzy) Borden, intenta a inseguire e cacciare in casa i propri genitori, in mano ha un'ascia pronta a usare con estrema foga. I genitori si dimenano, scappano nel grande salotto, gridano per la paura ma la violenza si abbatte su di loro, la ragazza li colpisce più volte, li fa a pezzi e la sua arma si tinge di rosso. L'adrenalina pompa che è una bellezza, l'odore di morte si diffonde nell'aria, le mani sono in fibrillazione e il corpo in preda al fuoco della follia. Lizzie si rivolge al pubblico, dice che noi siamo ciò che è lei, perché la pazzia fa parte della razza umana. È tutto un gioco. Quando la band si esibisce dal vivo, Lizzy, nell'intonare questa traccia, brandisce un'ascia insanguinata, fende l'aria e la scaglia contro delle comparse imbrattate di sangue, testimoniando una spiccata vena creativa anche dal punto di vista scenico. Una marcia in più che la band sfrutterà per uscire dall'anonimato e raggiungere il successo. "Kiss Of Death" (Il Bacio Della Morte) è il miglior brano dei tre originali presenti su questo Ep e segue le stesse coordinate del primo pezzo ma al contempo se ne discosta, le chitarre sono pesanti, la sezione ritmica riproduce una cavalcata epica ma questa volta non è la velocità ad attirare l'attenzione, godendo appunto di una ritmica più cadenzata e di strofe più ragionate. La sensazione è quella di ascoltare qualcosa di oscuro, proveniente da una regione remota dell'animo, e qualcosa di ipnotico, forse nella struttura ondeggiante, forse nell'uso degli strumenti che destano clamore, cullando il pubblico tra le tenebre che fuoriescono dagli altoparlanti. Lizzy Borden affianca i compagni alternando, nella tecnica vocale, toni bassi ad altri più alti, per poi impegnare tutte le sue energie nell'acuto spaccatimpani che si incastona nel bellissimo e minaccioso ritornello. L'assolo centrale è ottimo e decreta la riuscita di una canzone a dir poco splendida, dalle linee melodiche ben calibrate e dall'architettura legata più alla N.W.O.B.H.M. che allo U.S. Power, e che rivela, molto probabilmente, l'influenza di alcune band legate alla scena inglese, mi vengono in mente Iron Maiden, Blitzkrieg o Angel Witch. Dalla melodia alle liriche il passo è breve ma le sensazioni sono le stesse nonostante un testo più realistico e meno allegorico. Da un titolo così che cosa ci si può aspettare? E' la ballata della Morte quella che viene messa in scena, quella più cruda e meno poetica. La morte divora ogni cosa, seduce col suo fascino, con la sua pericolosità, anche se, in questa occasione, viene rapportata non si sa bene a cosa, se a una battaglia tra gang, una vicenda isolata o a un avvenimento accaduto. Una vita rischiosa percorsa sulla lama affilata di un rasoio, dove ci si immerge in una sparatoria nella quale nessuno avrà scampo. Inutile la fuga, perché i proiettili sono ovunque, pronti a squarciare corpi e interiora, come se il destino fosse già scritto e avesse già scelto le vittime di turno da sacrificare all'ignoto. E' il resoconto di una guerra quello messo in scena, il protagonista della vicenda ormai è marchiato dal bacio della morte e per lui non esisterà un domani. Un grido che rappresenta l'ultimo addio prima di terminare il tutto nell'oblio. Si prosegue con "No Time To Loose" (Non C'è Tempo Da Perdere) che introduce il lato B del disco e subito si viene travolti da una scarica di energia grazie alla batteria terremotante di Joey Harges (fratellino di Lizzy) che incute timore tanto è pesante e truculenta. Le strofe sono dinamiche, espressione di una forza indomita e mai sopita, la sezione ritmica si riaccosta all'heavy metal americano nel suo incedere per una canzone dalla struttura lineare e basata su due versi e due pre-chorus/chorus soltanto, come del resto già esaminato nelle precedenti tracce. L'esigua durata di tutti i pezzi presenti, infatti, non permette una elaborazione complessa degli stessi, tanto che nessun brano raggiunge i tre minuti di durata ma si limita a proporre un metallo primordiale, sicuramente poco maturo ma che, nonostante ciò, riesce a far trasparire gli intenti della band. Dopotutto questo è un album inciso da ragazzi 19enni ma già con le idee chiare e pronte ad essere, di lì a poco, sviluppate. Il carattere e la presenza scenica ci sono, le personalità dei singoli membri anche, perciò questo "Give 'Em The Axe" rappresenta soltanto un piccolo antipasto di ciò che avverrà. Il ritornello di "No Time To Loose" è orecchiabilissimo, solare e ipermelodico, esaltato dalla voce acutissima e indemoniata di Lizzy Borden che, di certo, non si risparmia, elaborando giochetti vocali di grande effetto. Il suono in questo caso è meno cupo e si intravede uno spiraglio di luce, seppur fioca, tra le note, mentre il testo che ne segue consolida la tradizione macabra dello Shock Rock americano, districandosi tra visioni di morte, decadimento fisico, decomposizione di corpi e caducità della vita. La maledizione delle epoche che trascorrono imperterrite affligge gli esseri viventi, non c'è tempo da perdere, perciò basta vivere in un sogno o in una gabbia di vetro martoriati dalle frustrazioni terrene, bisogna combattere per essere liberi, concedersi alla lussuria, al vizio carnale, poiché non possiamo fermare il tempo. Basta chiedersi se sia giusto o sbagliato, lasciarsi andare è sempre la cosa migliore perché gli impedimenti sono solo nel cervello e non nel cuore. Chiude il lavoro la cover dei Rainbow, "Long Live Rock 'n' Roll" (Lunga Vita Al Rock 'n' Roll), divenuta poi il marchio di fabbrica dei Lizzy Borden stessi, i quali, ancora oggi, ci chiudono ogni concerto. Ritchie Blackmore e Ronnie James Dio scrissero e incisero l'originale nel 1978, ponendola in apertura di scaletta per l'omonimo album, il terzo della discografia Rainbow e destinato ad essere un successo mondiale grazie non solo al pezzo qui preso in esame ma anche al secondo singolo, la spietata "Kill The King", uno dei brani più coverizzati nella storia del rock. I Lizzy Borden ne riprendono l'attitudine sporca, dando uno slancio diverso a quello che è ormai diventato un inno generazionale, recuperando lo spirito dell'hard rock anni 70 e adattandolo a quello degli 80. Tuttavia si sente che il suono e il ritmo sono quelli di una canzone appartenente alla decade precedente, quando l'hard non era ancora diventato heavy e il prog rock inglese dominava le classifiche. I Lizzy Borden riescono comunque ad evocare la magia di quelle note, non snaturando un anthem che è fondamentale per la storia della musica dura, trasmettendo la polvere di quei suoni e la carica di quelle ritmiche tanto che anche la loro versione diventerà popolarissima tra i metallari. Il ritornello è talmente d'impatto che è impossibile non cantarlo a squarciagola, le chitarre sono affilate come artigli di felino e nelle loro corde vive il rock 'n' roll più selvaggio, il basso e la batteria sono comprimari nell'insieme e svolgono mansioni importanti. Ma il vero protagonista è il singer, che con la sua voce domina la scena e dirige gli strumenti come un direttore d'orchestra, dimostrando un talento innato. Il rock 'n' roll come filosofia di vita, come stile e modo di essere, col suo suono che ha la provocazione di una scritta su un muro, l'effetto del risveglio da un incantesimo, la poesia di una foschia che si dirada lentamente. Il rock è tutto questo e altro ancora, è una nave che salpa verso lidi incontaminati, è la lotta per la libertà, sono le parole che provocano, che divertono, che feriscono, che consolano. La musica è la tormenta che scuote le menti e che induce a gridare la verità. Con queste emozionanti parole e con una delle canzoni più famose di sempre si chiude questo breve e intenso Ep.

L'opera prima dei Lizzy Borden, all'epoca, scuote il mercato americano e i cinque ragazzi si ritagliano nel giro di pochi mesi un posto di rilievo all'interno della scena americana, in particolare nella categoria del neonato horror metal, nella quale vengono inseriti anche gli W.A.S.P. e i meno conosciuti Halloween (di Detroit), tanto che la Metal Blade Records, sorpresa dalle buonissime vendite dei loro dischi e dal riscontro positivo da parte del pubblico, se li terrà ben stretti (tuttora sono sotto contratto con questa l'etichetta) garantendo loro professionalità a una buona produzione, anche se non perfetta nei primi due Lp. Sin da questo piccolo esordio del 1984 si intuiscono le capacità del gruppo e dei singoli musicisti, in particolare del leader Lizzy Borden, cantante dall'ugola versatile e potentissima, nonché dotato di grande carisma e presenza scenica che lo faranno associare più volte a Blackie Lawless e ad Alice Cooper. Ovviamente "Give 'Em The Axe" è un lavoro ancora acerbo, concepito come rodaggio per una lunga e onorata carriera (anche se sempre più di nicchia), inoltre una manciata di brevissime canzoni è troppo poco per giudicare in maniera concreta la realtà di una band, ma è sicuramente un buon punto di partenza, che fa intravedere ulteriori sviluppi artistici e una maturità qui poco accennata ma che prenderà forma stabile a cominciare dal terzo eccellente album, "Visual Lies", più raffinato e meno grezzo. Questo Ep, uscito oltre trenta anni fa, possedeva tutte le carte in regola per raccogliere consensi, a cominciare da un titolo eloquente, metaforico, simbolico, testimonianza di un'iconografia ben studiata e legata inevitabilmente alla tragedia americana avvenuta nel Massachusetts nel 1892. Una scelta, infatti, che si rivelerà vincente sotto ogni punto di vista. L' esordio di questa frizzante e talentuosa banda di giovani scapestrati fa letteralmente il botto grazie a un tratto fumettistico e teatrale che ha saputo, sin da subito, conquistatare migliaia di fans, tanto da entrare a far parte della storia dell'heavy classico, un piccolo gioiello, breve, semplice ma comunque prezioso. Impossibile non volergli bene. A questo punto il voto è puramente simbolico ma la qualità c'è eccome. Una band che, ad oggi, non ha mai toppato, che andrebbe recuperata e, se possibile, vista in concerto.

1) Give 'em the Axe
2) Kiss of Death
3) No Time to Lose
4) Long Live Rock 'n' Roll 
?(Rainbow cover)

correlati