LIZZY BORDEN

Deal With The Devil

2000 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
06/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

"Master Of Disguise" è un grandissimo successo di critiche e di vendite, grazie al quale i Lizzy Borden si conquistano una grossa fetta di mercato e si ritagliano finalmente un proprio tour spalleggiati dai gallesi Tigertailz, glam metal band contaminata dal punk e autrice di due lavori di spicco quali "Young And Crazy" (1987) e "Berzerk" (1990). In particolare il secondo album, forte delle buone recensioni e apprezzamenti da parte del pubblico, dona al gruppo britannico la giusta visibilità tanto che i ragazzi riescono a partire per due lunghi tour, prima accanto ai leggendari UFO e, in seguito, affiancando i Lizzy Borden. Le date con questi ultimi hanno grossi introiti e ben presto in ogni concerto si registra il sold-out. Succede poi che dopo due anni in giro per i palchi del mondo e una volta tornato a casa, in California, il leader Lizzy Borden decide di prendersi un periodo di risposo, sciogliendo temporaneamente la band e lasciando che ogni membro possa sfogarsi in altri gruppi. L'inattività però si protrae oltre le aspettative, i musicisti sono stanchi di suonare e l'ondata grunge, nei primi anni 90, si abbatte senza clemenza su tutto l'heavy metal classico, divorando centinaia di metal band e spezzando loro ogni speranza di carriera. Molte etichette discografiche, arrivati a questo punto, fanno marcia indietro, sciogliendo bizzeffe di vecchi contratti al fine di accaparrarsi le novità in ambito grunge. E' un duro colpo per tutti e, oltre ai problemi del periodo, ci si mette pure la Metal Blade Records, onesta e fedele casa discografica, che preferisce rescindere il contratto con i Lizzy Borden a causa di una lunga inattività. Perciò a metà anni 90 si perdono le tracce dei vari componenti, ognuno si divide in progetti piuttosto underground e Lizzy mette su un nuovo gruppo insieme al fratello Joey Scott Harges che prende il nome di Diamond Dogs, col quale fanno una sola piccola apparizione in un locale di Los Angeles suonando brani inediti, poi il progetto cade nel dimenticatoio e ritorna l'oblio. Bisogna giungere al 1999, perciò ben dieci anni dalla pubblicazione dell'ultimo album, per rivedere su un palco (e per giunta accanto agli W.A.S.P.) gli alfieri dell'horror metal. L'occasione avviene durante il Bang Your Head Festival in Germania, che mostra i mitici Lizzy Borden nuovamente riuniti e pronti a spaccare i timpani e a far brillare gli occhi dei presenti, grazie a una performance musicale di assoluto valore e una scenografia da brividi. Il caro vecchio Lizzy è tornato, con i suoi giochetti sanguinolenti, le sue maschere, la sua ascia insanguinata (che gli costerà l'arresto all'aeroporto tedesco perché scambiato per un killer maniaco) e la sua incredibile voce. E' proprio qui che vengono suonati, oltre ai classici immortali, nuovi pezzi che fanno presagire il ritorno in studio, ma ci vuole ancora più di un anno per vedere sugli scaffali dei negozi la nuova fatica del combo americano. E' il 9 ottobre del 2000 quando "Deal With The Devil" vede la luce e il tempo sembra fermarsi, l'horror metal è dunque tornato a scuotere e spaventare, riaffiorato dal buio di una decade di silenzio, dall'oblio a cui è stato costretto, dalle fiamme dell'inferno impresse su una copertina color effetto seppia, disegnata in bianco e nero in stile fumettistico e che ha per protagonista un diavolo incazzato che urla mostrando il marchio della band stampato su un foglio, probabilmente il contratto che vincola la band stessa a rispettare degli obblighi precisi. Nel nuovo secolo i Lizzy Borden tornano col loro heavy metal classicissimo, a tinte horror, dalla vena fumettistica e teatrale e anche l'ispirazione non sembra averli abbandonati. Vari intoppi ne minano il percorso, tanto che il bassista Mike Davis abbandona le registrazioni a metà per unirsi ad Halford e viene sostituito dallo svedese Marten Andersson, mentre vari chitarristi fanno a turni nelle varie tracce tanto che il lavoro può essere considerato una sorta di compilation elaborata negli anni.

"There Will Be Blood Tonight" (Ci Sarà Sangue Stanotte) è pura dinamite, una raffica di suoni inonda le casse dello stereo, la batteria di Harges pesta che è una bellezza e le chitarre, suonate dallo sconosciuto Louis Cyphre nei brani più recenti, macinano riffs pazzeschi e che riportano indietro nel tempo grazie a un suono classico e graffiante, Andersson è subito a suo agio nel costruire quel muro di suono che mancava da troppo tempo, mentre Lizzy Borden, in grande spolvero, intona le strofe con un entusiasmo pazzesco, dotate di un appeal prezioso e di una grande melodia di base esaltata dai vari acuti sparati tra una sezione e l'altra, dimostrando che anche nel nuovo millennio e dopo dieci anni di pausa, il vecchio caro Lizzy è ancora tra i migliori cantanti della scena heavy metal. Dopo due terzine che colpiscono dritte al cuore grazie al fascino retrò ecco che giunge il refrain incredibilmente fresco e dall'animo old school, in linea con quanto proposto dalla band in passato. Il purissimo horror metal targato Lizzy Borden è ancora in grado di stupire e di fomentare l'ascoltatore, perciò, dopo una seconda sezione, arriva l'assolo di chitarra tanto bello da togliere il fiato e dalla grinta innata. Tempo sospeso per qualche secondo, dunque sentiamo la batteria che cerca di replicare una marcia battagliera sovrastando una breve parte di testo appena udibile perché sussurrata da Lizzy a mo' di proclama liturgico, il tutto per caricare l'intero pezzo, avvolgerlo in un'aurea mistica e occulta, e poi farlo esplodere in dirittura d'arrivo, protraendo il ritornello più volte giungendo al capolinea attraverso l'ultimo incredibile acuto. Quasi un grido di dolore (oppure di soddisfazione?) per ciò che si è compiuto. Un sacrificio misterioso si sta designando proprio sull'altare pagano dove imperano lussuria, amore e odio, invocando gli dei della guerra che porteranno sulla terra morte, distruzione e sangue. Una danza ancestrale e cori profondi si mischiano per l'evocazione, una vergine viene giustiziata sotto il bagliore della luna piena e una congrega segreta si raduna per l'arrivo del nuovo messia, affamati di carne e di sangue. Uccidere per sopravvivere è il coro intonato dagli adepti, spalancando le porte dell'inferno e liberando i demoni nei cieli notturni, gli ingredienti per il calderone ("Council For The Cauldron" citando una canzone del mitico debut album) sono pronti e non rimane che restare in attesa del Dio della morte: il Diavolo. Da un inferno a un altro si passa a "Hell Is For Heroes" (L'Inferno E' Per Gli Eroi), introdotta ancora una volta da una batteria mefistofelica pronta a dare il via a una cavalcata di Maideniana memoria, potente e diretta come solo l'heavy puro sa essere, composta da chitarre furiose e basso pomposo coadiuvati da un Lizzy versione Geoff Tate (Queensryche), soprattutto nelle timbriche più elevate, capace di una prestazione superba e di esperienza, special modo nel chorus semplicemente stupendo dal quale scaturisce una melodia barocca di facile presa sul pubblico accompagnata da rocamboleschi e gioiosi coretti. Il pre-chorus è probabilmente la cosa più azzeccata della composizione, melodico ma anche energico, capace di far da trampolino di lancio non solo per il ritornello ma anche per la sezione strumentale e per un solo di chitarra virtuoso e di grande effetto. In definitiva una delle hit non solo dell'album preso in esame ma di tutta la carriera dei Lizzy Borden, nella quale, come accennato pocanzi, si narra di un inferno particolare, dimora di eroi e di uomini veri che riemergono dalle loro fosse per impadronirsi di un mondo rovinato da sciocchi e dal dolore inferto dall'amore. Il paradiso è per i pochi che osano alzare gli occhi al cielo e contemplare le stelle, la volta celeste è per i sognatori baciati dalla fortuna, mentre la terra è un campo di battaglia ed è proprio qui che gli uomini duri devono lottare per sopravvivere, dimenticandosi emozioni e sofferenze, poiché non ci sono letti di rose ma soltanto lussuria e desiderio carnale. Gli eroi destinati all'inferno sono coloro che vivono di istinti animaleschi sulla terra, destabilizzando l'ordine degli eventi e guadagnandosi un posto d'onore tra le fiamme degli abissi, accanto al demonio. Dopo aver descritto l'ambientazione perfetta, tenebrosa e oscura, l'horror metal dei Lizzy Borden prosegue senza sosta tirando in ballo il vero protagonista di tutta questa granguignolesca rappresentazione teatrale, così dopo aver introdotto l'inferno come location principale ecco che troviamo il Diavolo, re degli inferi, con un contratto stretto tra le dita. La title-track "Deal With The Devil" (Sfida Col Diavolo), è un dirompente e mistico pezzo hard 'n' heavy vecchia maniera che gode di diverse accelerazioni tra una strofa e l'altra, composte da una sezione ritmica efficace e dal fascino senza tempo in grado di ricreare le tipiche evoluzioni sonore degli anni 70 e riadattarle in un contesto moderno, favoriti inoltre da una produzione di livello che esalta il lavoro delle chitarre di Cyphre e il terremotante basso di Andersson (ancora a tratti timido ma che esploderà nel seguente album "Appointment With Death"), mentre Lizzy, in questo caso, canta in modalità più sporca mettendo in risalto anche capacità invidiabili nelle tonalità basse per poi scalare la vetta intonando un ritornello da capogiro nel quale raggiunge gli ultrasuoni, passando prima per un pre-chrous introduttivo in cui utilizza giochetti vocali difficilmente replicabili da altri cantanti. La voce più sporca e graffiante si adatta bene al contesto sonoro, praticamente duettando con un riffing serrato e da headbanging furioso. Si arriva nella fase centrale con un ipnotico bridge che trasforma il brano per qualche secondo in un mid-tempo solenne e sanguinolento per poi lasciare spazio all'assolo chirurgico e continuare con la ripetizione di un refrain sempre più indemoniato e gridato a squarciagola. Il testo parla di un patto col diavolo, una scommessa pericolosa e avventata, nella quale il protagonista della storia viene risucchiato all'inferno e costretto a scegliere una delle porte che ha davanti per poter sopravvivere. Le porte sono quattro, la prima è la porta del suicidio, che conduce dritta nella zona più remota degli inferi, accanto al diavolo. La seconda è la porta del carcere, oltrepassata la quale ci si ritrova in una cella dotata di una piccola finestra sbarrata attraverso la quale si osservano le menzogne sfilare fuori per l'eternità. La terza è la porta della fantasia, all'interno della quale si ritrovano le speranze e i sogni perduti in vita e la quarta invece è la porta del tempio, luogo di preghiera nel quale è possibile smascherare le bugie e ritrovare la verità celta dietro alcuni veli neri. "Zanzibar" (Zanzibar) dona un'aria diversa al concept, dopo le tre sfuriate iniziali i tempi rallentano, impostandosi su un mid-tempo dal sapore mediorientale e dall'aura mistica. Da questo momento in poi si torna indietro negli anni recuperando canzoni composte da Lizzy durante la sua lunga pausa e lasciate nel cassetto. Al basso infatti ritroviamo una vecchia conoscenza della band, Mike Davis, che ha partecipato alle registrazioni prima di abbandonare la nave. "Zanzibar" è un pezzo scritto tempo prima, dall'incedere inquietante e funesto, a cominciare da una lunga e oscura introduzione di chitarra acustica, la batteria di Harges e il basso emergono prepotenti dopo un minuto e mezzo e il brano prende quota accelerando nel momento in cui esordisce anche Lizzy dietro al microfono. Il suo modo di cantare è strano, affascinante, versatile, quasi stesse intonando una canzone gotica o stesse celebrando un sacro rituale. L'atmosfera mette i brividi sulla pelle, è pura alchimia quello che le note stanno creando, un trionfo horror proveniente da terre lontane, un misto tra cultura araba e magia nera africana, Lizzy è solenne in tutte le strofe e lo è ancor di più nel bellissimo ritornello, arricchito di cori tenebrosi. Il ritmo accelera ancora nella seconda fase, ritorna il giro di chitarra acustica che riproduce una musica persiana sotto il dominio dei cori guidati da Lizzy, poi emerge un bridge melodicissimo che contrasta col resto del pezzo ma che fa innamorare tanto è bello e maestoso, dunque un assolo stranissimo, quasi soffocato e dal piglio modernista, molto breve, che dà il via alla terza e ultima parte che vede ancora un cambio di tempo nella sezione ritmica che prende sembianze più cadenzate e forzute, dall'impatto quasi doom. Sei minuti e mezzo di follia, un inquietante sogno, un incubo che racchiude tutte capacità teatrali della band californiana e che fanno di "Zanzibar" una delle vette del disco. Il testo è molto concentrato, ripetitivo, ipnotico appunto, che tratta di una città peccaminosa, con le strade popolate da prostitute che hanno venduto l'anima al demonio pur di guadagnare soldi facili e che seducono clienti facoltosi per mezzo di un fascino antico e magico. Anche pericoloso. "Lovin' You Is Murder" (Amarti E' Un Delitto) è una traccia ancora più vecchia, scritta negli anni 80 per l'album "Master OF Disguise" è rimasta nel cassetto per più di dieci anni, tanto che troviamo al basso non solo Mike Davis ma anche Joey Vera degli Armored Saint, e che è stata recuperata e ri-registrata col nuovo chitarrista Louis Cyphre verso la fine degli anni 90. Una batteria muscolosa e quasi thrashy innalza un muro di suono solido come il cemento, un riff di chiara scuola U.S. Power si impone dopo qualche secondo e Lizzy canta quasi recitando nella prima quartina per poi prendere ritmo nella seconda che fa anche da trampolino per un chorus semplice ma geniale, forse il migliore dell'album. E' subito un colpo al cuore, sentire il contrasto tra la delicatezza vocale del singer e la grinta della sezione ritmica scuote gli animi, quindi un assolo dinamico e virtuoso colpisce come un gancio in pieno viso e si torna alla parte introduttiva con la ripetizione della prima strofa e del ritornello prodotto in forma corale. L'animo anni 80 si sente eccome ma quando c'è qualità e classe l'età non conta e le idee restano fresche come appena sfornate. Tre minuti famelici che dimostrano l'indubbia forza creativa della band americana, legata sempre a determinate tematiche, in tal caso a un particolare tipo di amore. Folle, malato, selvaggio. Una dedica di amore molto simile a una minaccia, nella quale il ragazzo coinvolto accusa la donna che lo ha tradito di omicidio. Il suo cuore è stato spezzato come al risveglio da un incantesimo e ora tutto è diventato buio e silenzioso. Un mazzo di rose nere non è bastato a recuperare il rapporto, lei è sempre fredda e irraggiungibile, perciò viene maledetta per l'eternità come fosse una strega malvagia e senza emozioni. La versatilità dei Lizzy Borden esplode nelle tracce a seguire, a cominciare da "We Only Came Out At Night" (Usciamo Solo Di Notte), brano pseudo industrial, scritto anch'esso diversi anni prima e modernizzato per l'occasione. Il basso di Davis pompa alla grande accompagnando la batteria mentre Lizzy urla in growl (si esatto!) spaesando un po' l'ascoltatore e trasformando completamente il suono e l'andamento dell'album. Già le prime strofe sono particolari, dai suoni moderni, cromati e che strizzano l'occhio all'elettronica, dove la voce del vocalist è ora effettata (molto simile, negli effetti utilizzati, a quella di Marilyn Manson). La sezione ritmica è ultra moderna e anche la struttura del brano, a causa di un refrain ripetitivo e cibernetico che sommerge tutto e che potrebbe benissimo conquistare i fans di Rammstein e Nine Inch Nails. Per il resto l'architettura si snoda su una cadenza ipnotica che si memorizza in testa e che andrebbe benissimo per fare due salti sulle piste da ballo ma che stona altamente con quanto ascoltato fin qui. Tuttavia "We Only Came Out At Night" risulta gradevole, una buona canzone, impreziosita anche da un bel assolo e da un finale apocalittico sostenuto da cori misteriosi, voci di sottofondo e battiti di mani, nonché un testo horror semplicissimo che tratta di vampiri, creature della notte che riposano fino al tramonto per poi uscire e lasciarsi andare ai peccati più infimi, sempre con la benedizione della luna e delle ombre. Queste creature infernali sono il respiro degli angeli, gli incubi degli umani, sono dannati assetati di sangue che attendono silenti le proprie vittime. Essi invitano tutti gli uomini a unirsi a loro, per poter assaporare il vero gusto della vita, senza più sofferenze, andando incontro all'immortalità. Dopo l'impronta modernista ritorniamo indietro di alcune decadi e giungiamo al momento cover con "Generation Landslide(Generazione Frana), canzone scritta e composta da Alice Cooper (mentore dello stesso Lizzy Borden) e inserita nello storico capolavoro del 1973 "Billion Dollar Babies". I Lizzy Borden omaggiano in questo modo il loro maestro, cercando di mantenere la stessa attitudine 70s, rivisitando questo brano suonato sin dai tempi dei Diamond Dogs e che vede alle chitarre il supporto di Joe Steals e David Michael Phillips. Un dolce arpeggio acustico e poi una scarica di batteria contraddistinguono questa traccia dall'animo vintage e i quasi trenta anni dalla genesi di tale opera si sentono tutti; a dire il vero, vista la potenza profusa dal combo americano, più che Alice Cooper sembra di ascoltare i Led Zeppelin, anche in virtù del fatto che Lizzy imposta la voce in una modalità stridula e acuta nello stile di Robert Plant, ma anche la sezione ritmica ricorda molto l'epoca dei giganti dell'hard rock e il suono risulta dunque polveroso, ricco di rifiniture in special modo opera delle chitarre e da una batteria assordanti, dal passo non certo metal ma suonate con una tecnica e con una velocità meno serrate e più orientate sul blues rock. La prestazione dei singoli musicisti è come al solito egregia e il ritmo magnetico induce a muovere i fianchi e a gridare al cielo il refrain solare e selvaggio. Il dialogo tra piatti, tamburi e chitarre è favoloso, evidenziato soprattutto nella parte centrale e disposto tra un assolo e l'altro eseguiti da entrambi gli axe-men che si alternano in più momenti. Eppure, secondo il mio modesto parere e nonostante la grande prova generale, questo pezzo, insieme al precedente, fa perdere la bussola e rende dispersivo l'ascolto completo di "Deal With The Devil", dando all'ascoltatore la sensazione di percorrere binari diversi, scoordinati, slegati. In poche parole sa molto di compilation. Il testo è estremamente critico nei confronti di una generazione attaccata troppo ai soldi e che dimentica le basi per una convivenza civile e per uno sviluppo sano. E' un attacco serrato alla società americana che divora un'intera generazione, dedita a droghe, alcool e veleni e che investe soldi a palate per costruire macchinari di distruzione e armi di guerra. E' la generazione dei perdenti, delle frane, quella che collega il mondo del passato con quello del futuro e che non fa altro che condannare i propri figli a vivere in un mondo misero e corrotto. "The World Is Mine" (Il Mondo E' Mio) prosegue il percorso di recupero di vecchio materiale mai pubblicato prima e anche qui troviamo una base composta anni addietro e ri-arrangiata con un piglio moderno. Una voce femminile recita qualcosa sovrastando un bel giro di basso, dunque Lizzy esordisce con un acuto spaccatimpani. Un riffing prepotente cattura al primo ascolto, pesante come un macigno, laddove le chitarre si tingono di oscurità e misticismo, inoltre la batteria esegue dei colpi ipnotici senza mai cambiare tempo, ipnotizzando l'ascoltatore, già disorientato dalla voce declamatoria di Lizzy Borden. Non c'è melodia in questo brano, il tutto risulta cupo e statico, molto cadenzato, non solo le strofe ma soprattutto lo strano ritornello narcotico e incantatore ma che alla fine si rivela poco incisivo e troppo ripetitivo. La canzone è cattiva e bella potente, la sezione ritmica soddisfa non poco, eppure si ha costantemente la sensazione che manchi qualcosa per la riuscita completa, anche se bisogna ammettere che la parte centrale, cioè quella più cadenzata e seducente, cattura l'attenzione grazie a un'attitudine futuristica che richiama alcuni passaggi tipici dei Queensryche, laddove Lizzy recita con voce sprezzante sopra il palpitio del basso e i colpi grotteschi dei tamburi fino a quando riemerge il ritornello accompagnato da sinistri cori, quasi bambineschi, che donano all'ultima parte quell'aria macabra tanto ricercata da una band di horror metal. Per terminare, Lizzy si lancia in risate e in un acuto straziante, probabilmente il più lungo (in quanto a secondi di durata) della carriera. Persino il testo è particolare e particolarmente moderno, nel quale si narra di un assassino venuto dalla città di Detroit con in tasca una pistola carica e pronta all'uso. E' in cerca di prede e di peccatori e ha un obiettivo preciso, conquistare il mondo intero sterminando i nemici, ma è anche un folle omicida perché si paragona a Dio e si crede il figlio di un angelo, perciò pensa di essere la reincarnazione del demonio, l'anticristo venuto sulla terra per compiere la sua missione. La modernità sta nel fatto che, nonostante il pazzo si creda il diavolo in persona, ha comunque bisogno delle armi da fuoco per comandare, proprio perché non possiede magia nera o poteri speciali come le figure trattate nelle altre canzoni del disco. Si ritorna su lidi più classici con "State Of Pain" (Stato Di Dolore), heavy song riuscitissima anche se molto sottovalutata, questo brano è più recente anche se la chitarra appartiene a Dan Fitzgerald, ennesimo session man di un album-raccolta. La batteria picchia duro e subito parte Lizzy al microfono con voce demoniaca, recuperando i suoi inimitabili acuti semi-puliti e intonando strofe dalla velocità sostenuta, grazie anche al supporto delle due chitarre che partoriscono riffs cafoni e strafottenti mentre il basso di Andersson macina note corpose. Il chorus giunge quasi inaspettato tanto è affrettato e improvviso ma conquista nell'immediato, è adrenalinico al punto giusto, molto classico e poco elaborato, così come il resto della composizione. Eppure serviva una scarica di heavy metal puro come questo pezzo, ottimo per scapocciare alla grande, quando la potenza è al servizio della melodia e dove le chitarre incidono assoli perfetti e taglienti come bisturi. Nemmeno tre minuti che se ne vanno in un lampo ma che restano impressi nella memoria. Le liriche sono incentrate sul rapporto morboso di due persone, creatrici appunto di dolore reciproco, dove quello che c'è  di buono in un essere umano si fonde con quello che c'è di cattivo nell'altro, dando vita a una complicità sofferta e malata. Tuttavia bisogna sempre bilanciare le due parti affinché si possa andare avanti, altrimenti l'esistenza è un costante stato di dolore, proprio quello che sta vivendo lo sfortunato protagonista del testo. "(This Ain't) The Summer Of Love" (Questa Non E' L'Estate Dell'Amore) è la seconda cover dell'album, popolarissima traccia composta dai mitici Blue Oyster Cult per l'album "Agents Of Fortune", pubblicato nel 1976 e trainato dal favoloso singolo "(Don't Frear) The Reaper" che in breve lo fa volare nelle classifiche dei dischi più venduti dell'anno nonostante le critiche da parte dei fans della band riguardo all'ammorbidimento del suono. Perché i Lizzy Borden abbiano scelto proprio questa traccia da risuonare non ne ho idea ma il risultato è perfetto, visto che la canzone si presta ottimamente alla velocità del metallo classico grazie alla linea slanciata e dinamica. Il suono, pur ricalcando fedelmente le coordinate originali, ovviamente viene irrobustito, Louis Cyphre si rimpossessa del controllo delle asce e dà il meglio di sé, così come i restanti membri, in piena forma fisica nell'eseguire un pezzo che sembra scritto dagli stessi esecutori. Heavy metal puro, energico e basato su rasoiate feroci delle chitarre elettriche, ma anche sulle raffiche della batteria di Harges, in continuo duello con la voce del singer, perfettamente a suo agio nella cover di una delle band più geniali della storia del rock. Splendida la sezione ritmica e le strofe che ne seguono, dall'architettura esile ma magnetica, poi arriva il refrain cattivo e poggiato su un giro di basso entusiasmante e ben calibrato che ne esalta l'impatto sull'orecchio del pubblico. Cyphre crea diversi assoli non presenti sul brano originale, donando un tocco tutto personale, giocando ad alternare riffs oscuri a riffs gioiosi e creando un contrasto davvero affascinante, allungando inoltre una canzone bravissima (appena due minuti l'originale contro i tre e mezzo di questa versione). Come si può intuire dal titolo questa non è una canzone che parla d'amore, descrive soltanto l'istinto animalesco del sesso e della foga notturna, perciò niente angeli in terra, niente paradiso o sogni sdolcinati, solo semplici sentimenti, divertenti e futili per godersi la sera in allegria, il grido fantasmagorico di Lizzy alla fine ne è il testamento. Testo ridotto all'osso ma che va dritto al punto. Chiude il lavoro la toccante "Believe(Io Credo), unica ballata presente nella track-list, emozionante sin dal principio con il delicato arpeggio di chitarra acustica e la voce sublime di un leader ispirato e in grande spolvero. Tonalità media per un pezzo che entra nelle vene e che è in grado di rivelare la sua doppia anima, da un parte abbiamo il lato struggente tipico delle ballads e dall'altro lato vi è la parte rocciosa che trasforma questa "Believe" in una semi-ballata energica. La chitarra acustica e quella elettrica proseguono il percorso alternandosi per tutta la durata, dando appunto l'effetto di anima bipartita, la batteria è rovente ed è interessante notare il cambio di tempo in dirittura di ritornello, trascinante ma allo stesso tempo struggente. Il bridge che introduce il doppio assolo è spettacolare e si infrange in un break centrale dalle atmosfere gotiche ma velate di blues che elevano la qualità generale di un capolavoro struggente e nebbioso, pervaso di disperazione ma anche di speranza. Non a caso il senso del testo è pieno di ottimismo, nonostante la maschera dolorosa dietro la quale si nasconde, dove Lizzy è in cerca di verità dopo essersi perduto e trova la saggezza negli occhi e nelle parole di una persona, un confidente speciale (forse Dio?) verso il quale si apre e verso il quale racconta di tutte le ossessioni che lo affliggono. L'uomo prega costantemente perché vuole credere, scansando le menzogne e cercando la verità assoluta, magari attraverso la religione. Il testo in realtà ha varie interpretazioni ma credo che quella più plausibile sia quella della ricerca spirituale che vede un Lizzy Borden scapestrato ma che cerca in tutti i modi di aggrapparsi alla religione, volendo credere a un Dio che tutto governa. Insomma una buona dose di ottimismo e speranza dopo i fiotti di sangue sparsi tra i solchi di un lavoro non semplice come potrebbe sembrare a un primo ascolto.

"Deal With The Devil" segna il grande ritorno dei Lizzy Borden, re incontrastati dell'horror metal vecchia scuola. Il mondo aveva bisogno di loro? Direi proprio di si vista la qualità dell'album, anche se non tutto funziona alla perfezione. La produzione è pulita e soddisfacente anche se a tratti non dona la spinta giusta ai vari strumenti, ma la cosa che penalizza di più il disco in questione è la sensazione di raccolta che fa capolino in diverse tracce. Ovviamente i dieci anni di pausa della band hanno inciso molto sulla creazione dell'opera, facendo coesistere nello stesso universo pezzi di forme ed estrazioni diverse, come brani più classici e fuoriusciti dal calderone heavy metal degli anni 80 (nonché due cover anni 70) che si ritrovano a convivere con altri più moderni e che strizzano l'occhio alle sonorità di fine anni 90, perciò abbiamo un album che perde quota e si disperde nella parte centrale ma che fa in tempo, fortunatamente, a recuperare sul finale. Sia chiaro che le undici canzoni qui presenti sono tutte di ottima fattura, alcune eccelse come da tradizione, altre meno riuscite e dal songwriting elementare, specie quelle modernizzate. Tutto ciò che si capisce e si percepisce da un lavoro del genere è che la band americana, nonostante la lunghissima pausa e qualche colpo a vuoto, è ancora ispirata e ha ancora molto da dire. Un album come "Deal With The Devil" rappresenterebbe l'apice per molte metal band, per gli standard dei Lizzy Borden, invece, resta soltanto un buon progetto, sicuramente il loro disco meno coinvolgente ma che merita comunque l'acquisto. All'alba del nuovo millennio la band californiana ritrova la retta via dopo una decade di buio in cui il mondo musicale li ha visti sparire dalle scene, perciò il rodaggio, anche per via dell'ingresso di nuovi membri, si può considerare terminato. Difetti a parte, il quinto album in studio è tutto ciò che un fan si può aspettare da un gruppo del genere e mi dispiace ammetterlo ma quando i maestri tornano in azione, per i giovincelli c'è poco da fare. Purtroppo i guai sono dietro l'angolo e nel 2004, proprio quando Lizzy richiama a corte lo storico chitarrista Alex Nelson per incidere il nuovo capitolo discografico e recuperare il tempo perduto, questi perde la vita in un incidente stradale facendo saltare in aria tutto il progetto. La conseguenza di tale tragedia è una seconda lunga pausa e ci vorranno altri tre anni per tornare alla ribalta e sfornare un nuovo (oserei dire grandissimo) lavoro in studio? ma questa è un'altra storia.

1) There Will Be Blood Tonight
2) Hell is for Heroes
3) Deal With The Devil
4) Zanzibar
5) Lovin' You is Murder
6) We Only Come Out at Night
7) Generation Landslide
(Alice Cooper cover)
8) The World is Mine
9) State of Pain
10) (This Ain't) The Summer of Love
    (Blue Oyster Cult cover)
11) Believe

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