KYUSS

Blues For The Red Sun

1992 - Dali Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
21/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

La danza del deserto per celebrare il dio Sole, un sole rosso fuoco capace di mandare in fiamme ogni cosa abbracciata dai suoi penetranti raggi e al quale tutte le creature devono l'esistenza, ma anche l'oblio più maledetto. L'iconografia è precisa, il mito ha presto origine dettando la sua legge, la legge del deserto, concepita tra le dune sabbiose, scandita da un magma incandescente che tutto travolge, dove si ode il rantolo sommesso di rettili e scorpioni e il profumo dell'aria opprimente che taglia il respiro come fosse lama affilata. In questo contesto nasce il mito dello stoner metal, una melma sonora travolgente, nebulosa e rovente, che fa della polvere il suo tema prediletto. La Dali Records e il produttore Chris Goss credono nell'iconografia della giovane band di Palm Desert, ci credono talmente tanto che l'insuccesso di vendite del debutto "Wretch", lanciato nel 1991 e considerato sin da subito album maledetto e screditato da tutti, persino dagli stessi autori, non li scoraggia affatto: il primo passo è stato compiuto, un passo importante per la storia della musica dura. Non molti se ne sono resi conto ma già dall'anno seguente tutti, e intendo tutti, pubblico, produttori e metal band che avranno l'onore e l'onere di dividere il palco con Josh Homme e compagni, devono fare i conti con un nuovo concetto di musica e di filosofia, dalla forma che assomiglia, più che altro, a un monolite giunto dallo spazio per fare piazza pulita della tradizione al fine di originarne una nuova. Si crea, dunque, una frattura grossa come un cratere vulcanico tra il passato mitizzato e quasi dimenticato, specialmente quello legato agli stilemi degli anni 70, alla psichedelia, all'acid rock, al doom e al prog, e il futuro della sperimentazione che guadagna spazio per tutti gli anni 90. In questo decennio tutto si distrugge e tutto si rimette in piedi, magari in forme differenti, più originali e imprevedibili, ma con lo stesso impatto di un tempo, anzi, forse ancor di più. Capite da soli lo stordimento che un disco come "Blues For The Red Sun" possa aver provocato nell'estate del 1992 in tutto l'ambiente musicale hard rock, roba da lasciare a bocca aperta e a mente annebbiata, dato il peso pachidermico del suono trovato ed elaborato dai quattro ragazzi californiani che si sono battezzati, soltanto pochi mesi prima, Kyuss, per un nome destinato alla storia. Una copertina rosso fuoco dai contorni in oro, che mostra, in tono sfocato, la dimensione del deserto, un luogo somigliante a lava sputata fuori da un vulcano attivo, tra fumi e magma oscuro che soffocano il respiro. Il sole è alto in cielo, rosso come sangue in ebollizione, oscurato da una nube acida che si estende rapidamente grazie ai toni abbassati della musica, un basso amplificato e protagonista assoluto che schiaffeggia l'ascoltatore, una chitarra arrugginita che emette grida lancinanti e gemiti sofferenti ad ogni accordo, una batteria dalla rullata pesante, pestilente e velenosa, che fa tremare la terra, infine una voce sporca, potente e virile che penetra nel cervello dell'ascoltatore come virus letale, stordendo e trascinando con sé i fantasmi degli sciamani che, secoli prima, danzavano su quelle dune tempestate dal vento caldo proveniente dall'oceano. "Blues For The Red Sun" è il miracolo che tutti stavano aspettando, il disco simbolo di un genere e di una generazione, dalla portata fondamentale in grado di spaccare in due la corrente metal e di generare un'infinita quantità di emuli, ispirando centinaia di artisti e di sottogeneri musicali. Se "Wretch" non era stato capito, anche a causa di alcune ingenuità stilistiche e di un missaggio non all'altezza, il secondo parto della formazione californiana sfonda nei cuori e nelle anime di ogni rocker. La Dali Records e la band stessa sanno che stanno facendo il botto, scrivendo la storia del rock, la leggenda che cambierà le carte in tavola. Se ne rendono conto i giganti che, all'epoca, dividono il palco assieme ai Kyuss, gente come Metallica, Danzig o Faith No More, che si ritrovano ad affrontare tour con la band più micidiale e osannata del momento, del tipo che sono costretti a inginocchiarsi di fronte alla potenza scaturita dai loro strumenti e allo stordimento generato nel pubblico presente alla loro performance. "Blues For The Red Sun" è il disco definitivo di un intero genere, una religione musicale e simbolica che raramente si trova in giro, dal potere magnetico che gli permette di spazzare via tutti gli altri album e le altre band. No, non c'è proprio storia, i Kyuss escono dalla mischia vincitori, offrendo un nuovo concetto musicale, nuove coordinate stilistiche in un'opera che ancora oggi non ha rivali, perché perfezione assoluta e ascesi divina.

Thumb

Thumb (Pollice) trasuda calore da tutti i pori, l'arpeggio iniziale è ricco di polvere e nelle vicinanze si sente il sibilo di un serpente a sonagli, poi lo scatto degli strumenti e parte una danza cadenzata dall'animo doom, come se il suono dei Black Sabbath fosse stato cosparso di catrame e di fango. Il suono del deserto, il suono di quelle regioni calde e pericolose, dove il sole è appena sorto, rosso fuoco, a incendiare la terra. Homme produce sempre lo stesso riff, è un riff che annichilisce, allucinato e maligno, mentre Nick Oliveri seppellisce tutti con la sua ascia a quattro-corde dal suono monolitico e penetrante. La cassa toracica vibra al passaggio della macchina da guerra messa in piedi dai Kyuss, un caterpillar che schiaccia tutto al suo passaggio. La minaccia prende forma nel momento in cui Garcia si mette dietro al microfono, intonando una cantilena di morte, di amara vendetta. Un uomo è finito giù in un fosso, gettato lì dal nostro protagonista, incazzato nero per essere stato sfidato. Ma non è tutto, perché il cadavere ha preso fuoco, è stato bruciato con un po' di benzina con l'accendino dell'uomo, arma in questo caso letale. Lui è come il sole, divinità incendiaria e vendicativa, che non può passare sopra al torto subito. Il brano ha una struttura quadrata, scarna, spogliata di tutte le rifiniture dell'hard rock; questo è stoner, arido e incandescente come la sabbia del deserto. Il refrain si memorizza all'istante, d'impatto, solido, nel quale Garcia urla al rivale "che stai pensando, brutto bastardo?" mentre questi è in preda alle fiamme e si dimena al suolo. Il deserto è covo di segreti, sotto le sue sabbie vengono sotterrati misteri e ricordi, perché questa è la legge del più forte, la legge della California più desertica e imprevedibile. La band macina che è una bellezza, Brant Bjork è inquieto e lancia robusti fendenti alle pelli, tanto che i suoi colpi rintoccano nell'aria. I toni si intensificano nella rudimentale fase strumentale, dove Josh Homme tenta un solo abrasivo, cocente e alienante, frutto di droghe mischiate e sogni diabolici. L'uomo muore, tra atroci sofferenze, adesso è a far compagnia ad altri uomini, tutti uccisi dalla stessa mano, dallo stesso pollice che continua a tener premuto il pulsante del gas, col quale dare alle fiamme chiunque lo contraddica. Ma il tutto è una stramba metafora per indicare un risveglio da un lungo sonno, forse lo stordimento dovuto a una vita dedita alle droghe, dove l'eroe è colui che sfida se stesso, bruciando la sua anima, la sua metà oscura, seppellendola e lasciandosela alle spalle. Ma tanto l'anima si rigenera continuamente e si cade di nuovo nella tentazione. Il nemico è più vicino di quanto sembri, perché è dentro di noi. Cattiveria, sporcizia e velocità sono gli ingredienti di un brano popolarissimo che funge da perfetta introduzione a un album rivoluzionario.

Green Machine

Green Machine (La Macchina Verde) è il singolo postumo, scelto per aiutare le vendite iniziali non proprio memorabili di "Blues For The Red Sun", arrestatesi quasi subito dopo l'uscita dell'album. Ma grazie a questo pezzo e al relativo videoclip, messi in onda l'anno seguente, nel 1993, la band comincia a spiegare le ali verso la conquista del mondo. E non può essere altrimenti, qui ci troviamo di fronte a un capolavoro totale dello stoner più classico e genuino, una martellata sugli stinchi e sui timpani che induce stordimento e svenimento. La corsa prende il via con un riffing catacombale, cosparso di una massiccia dose di veleni che sprigionano una serie di nubi tossiche che dal deserto raggiungono le città confinanti. Ed è proprio di città sfruttate e capitalismo che si parla, dello sperpero di soldi, i bigliettoni verdi, e di guerre legate sempre e comunque a questi. La band sta rodando una macchina da guerra, è la macchina guidata da un uomo dalla mente annebbiata, forse un folle, che ha un blocco in testa, come una ruota che continua a girare non facendolo connettere bene. È un duello con il sistema, al fine di infrangere gli schemi imposti dalla società, una società corrotta e avida di territori (forse quelli dove viene coltivata la marijuana). Gli stessi che saranno distrutti dall'uomo per la costruzione di nuovi quartieri, facendo girare l'economia, ma in malo modo. La macchina da guerra, la macchina verde, che combatte una guerra interna, nella mente del drogato, è armata fino a i denti e pronta alla marcia contro il governo. Non si calpestano prati, non si divorano terreni, non si devastano foreste. È il canto della terra questo, il rock al servizio della libertà individuale, che combatte i soprusi e la corruzione. Il messaggio è lampante: bisogna infrangere gli schemi della società, liberarsi dalle catene e raggiungere la pace dei sensi, magari attraverso gli stupefacenti. Garcia, nel glorioso refrain, minaccia di sparare all'avventore, invita a bloccare i malsani interventi del governo che vuole vietare la coltivazione della cannabis, scacciando così il pericolo di un inferno terreno che è ipocrita e insensato. Il pezzo è un carrarmato che diffonde un messaggio di libertà, dall'incedere monolitico, pachidermico, possente ma che non disdegna una certa agilità grazie a una struttura dinamica e diretta, sulla quale desta interesse la grande sezione di basso di Oliveri prima della coda finale. Il doom si fonde con l'acid rock, creando un ibrido destinato a fare sfaceli.

Molten Universe

Molten Universe (Universo Fuso) è una strumentale acida, che sprigiona una foschia oscura che presto inghiotte l'ambiente. Il basso pulsante e distorto si snoda per alcuni secondi in una danza tribale di grande sensualità, dunque la chitarra e la batteria esplodono in una miriade di suoni che provengono dal buio più totale, dal nulla dell'universo, come creati da buchi neri che divorano stelle e galassie. Poco più di due minuti di assoli di basso e di fraseggi allucinogeni di chitarra che trasudano solitudine, disperazione e gelida vacuità che contrastano col calore espresso dallo stoner metal. Qui siamo molto vicini al doom classico, quello più nero ed esoterico, piuttosto che alle lunghissime digressioni strumentali che sono parte integrante di questo genere, digressioni costruite su una base acida e su una serie di trip mentali che fanno uscire di senno. Il passo è cadenzato, non eccede mai in velocità, claustrofobico e annichilente, capace di creare un vortice di emozioni e un buco nel petto, come se il cuore venisse strappato dal corpo, frullato e divorato dai demoni della notte. Homme emette dei suoni metallici, in sottofondo, che somigliano a sussurri sofferti o lamenti femminei, mentre Bjork martella per bene i sui tamburi, stordendo l'ascoltatore. Lo space rock della scuola Hawkwind fa capolino in tutto il suo splendore, attraverso questo spiritico viaggio introspettivo a base di acidi e allucinazioni provenienti da una galassia a noi lontana.

50 Million Year Trip (Downside Up)

50 Million Year Trip - Downside Up (Viaggio Di 50 Milioni Di Anni - In Discesa) è una discesa nei fumi dell'alcool, nella confusione più totale ricreata proprio dagli strumenti, attraverso suoni vorticosi e opprimenti. Emerge una sensazione di claustrofobia e ossessione durante l'ascolto del pezzo, come fossimo scaraventati in un antro oscuro, in un tunnel senza luce? o magari, in un bicchiere di whiskey tanto grande da contenere il nostro corpo. Prigionieri dell'alcool, del fumo, delle droghe, paralizzati da pensieri funesti e da ricordi mai veramente sepolti. Inutile fuggire, rifugiarsi da qualche altra parte, nascondersi: bisogna correre, e forte anche, per scacciare i demoni che infestano la nostra anima. Garcia è cantore di un amore tragico, andato in malora, laddove grida tutto il suo rancore per la perdita della donna amata. "Non ti dimenticherò mai" le urla nel grintoso e amaro refrain, proprio quando la sezione ritmica prende spessore e innalza un polverone che tutto travolge, come se rappresentasse le forti emozioni provate dall'uomo, seduto in un bar a riempirsi di alcool pur di dimenticare. Ma dimenticare è impossibile, il ricordo della donna amata è un fantasma che aleggia nell'aria, una presenza sempre ingombrante. Le strofe si susseguono incessantemente, tra fraseggi che stordiscono e rullante impazzito, dove Homme e Bjork si sfidano in una lotta frenetica e maligna. C'è lo spiraglio blues, Oliveri e Homme si lanciano in un grandioso e psichedelico bridge, dominato da una parte strumentale di grande effetto, sensuale e sulfurea che domina gran parte della seconda metà del brano. Gli assoli del chitarrista sono timidi, appena percettibili, si snodano con magnetismo sovrastati dal basso, ma si fanno spazio sul finale emergendo dalla mischia e trascinandoci alla fine, sfumando nel nulla cosmico. È un buon giorno per sommergere le frustrazioni nella bevanda, la città si colora di luce, il cielo si schiarisce, la notte ha fatto spazio all'aurora: ecco, allora, la triste consapevolezza di averla perduta per sempre. L'uomo sussurra, attraverso la voce di Garcia, di essere lucido, di aver accettato il fatto che abbia perso la sua donna, ma di non fuggire, di non nascondersi dall'umiliazione, perché lui è fatto così, è un puro.

Thong Song

Thong Song (La Canzone Della Stringa) è una canzone stranissima, dal corpo dinamico e senza una struttura precisa, dal sapore vagamente reggae grazie all'utilizzo scanzonato del basso e della chitarra, quasi impercettibili durante le strofe e pronti ad esplodere a fasi alterne, lasciando John Garcia cantare a cappella per la maggior parte del tempo. Il retrogusto di spensieratezza pervade l'atmosfera, il lato doom, quello più cupo e nebuloso, viene a scontrarsi con la sconcertante solarità di un brano particolare e sicuramente atipico per i Kyuss ma anche per tutto lo stoner metal. Ma la curiosità è che non solo la parte musicale è davvero straniante, ma persino il testo è criptico e spiazzante, poiché si parla di improvvisazione, improvvisazione vera, nel senso che tutto quello che ascoltiamo e capiamo del testo sembra improvvisato. È decisamente un modo originale di comporre, ma lo stoner è spesso improvvisazione e confusione e non segue determinate regole, tanto è libero da schemi. Il vocalist ci dice che odia i pezzi lenti, e allora li compone velocemente e a caso, butta giù due righe, le firma col suo nome e poi come viene viene, senza starci troppo a pensare. Non serve utilizzare il cervello, in tali casi, ma basta lasciarsi andare e passare oltre, fregandosene di tutte le impostazioni. Persino il titolo "Thong Song" sembra non avere attinenza con niente, sembra messo a casaccio, se non fosse che nel testo sono citate delle scarpe senza lacci e il filo di una cintura di cuoio a fare mostra di sé, dal significato più misterioso che mai. Qualcuno piange, non capiamo il motivo e nemmeno chi sia, ma il vocalist lo lascia stare, se ne sbatte di tutto e tutti, perciò non lo consola, lo ignora e basta e continua a improvvisare con la mente svuotata. Ritmo continuamente stoppato, per un andamento di media velocità e dai repentini rallentamenti, senza una vera e propria fase strumentale, il che fa di questa traccia un magma sonoro turbolento e condensato in soli tre minuti, rocciosi e fugaci, senza pause e senza rifiniture. Al termine, tutto quello che resta è una vaga melodia e, soprattutto, la voce acida e tormentata di Garcia che scolpisce nella pietra la sua ira funesta.

Apothecaries' Weight

Apothecaries' Weight (Il Peso Degli Speziali) è una strumentale dai suoni massicci e dalle atmosfere apocalittiche. La fuliggine e la foschia evaporano all'orizzonte, condensandosi in una nube grigia e dalle schegge infiammate rappresentate dalle sferzate improvvise della chitarra di Homme e dai cambi di ritmo impartiti da Brant Bjork dietro le pelli. Il tutto è un miscuglio di psichedelia e di sonorità vintage che provengono direttamente dagli anni 70, come veleni e pozioni mischiati e testati dagli speziali, o dagli alchimisti. Lo speziale, infatti, era colui che, nel medioevo, si occupava della preparazione delle medicine; una sorta di odierno farmacista, con la sua bottega e i suoi ingredienti, tutti catalogati con cura, attraverso i quali creare le sue erbe medicinali, le essenze, le cere, i profumi, le sue bevande e persino i suoi dolci. Questi ingredienti servivano per alleviare dolori, dai più leggeri ai più traumatici e invadenti, perciò la somministrazione dei farmaci donava sollievo ai malati. Il brano trasmette questa sensazione di benessere, di estasi nichilista che è tipica del trattamento post-dolore. Lo stoner è la musica dello stordimento, delle droghe (come sottolinea il termine stesso stoner), della confusione mentale. È un genere molto cerebrale, che viene direttamente dal nostro Io interiore, dalle viscere del corpo, ponendosi come un qualcosa di non ragionato e assolutamente spontaneo, istintivo, quasi illogico, come stordito da una malattia terribile. Il ritmo placido e liquido ci fa stare in pace col mondo, è confortevole e riappacificante, il sollievo è totale, scandito dalla sensualità degli strumenti, ma la scossa finale desta dal dolce torpore, quando la sezione ritmica spinge sull'acceleratore negli ultimi istanti, ricordandoci che forse il dolore non è ancora passato del tutto e che questo si sta risvegliando lentamente.

Caterpillar March

Caterpillar March (La Marcia Del Caterpillar) prosegue la scia strumentale, questa volta la foga è maggiore, il ritmo vorticoso e letale che trasuda acid rock si palesa sin dal primo istante. Le influenze dei Blue Cheer o dei Grand Funk Railroad è impressionante, tanto che il pezzo sembra composto nei primi anni 70. Sporcizia e droghe unite nel sacro vincolo del rock del deserto, a scandire i pochissimi secondi di vita di questo pezzo, breve ma intenso, quasi un interludio posto a metà disco. Il titolo è davvero azzeccato, poiché gli strumenti, tutti insieme, assomigliano a un caterpillar in marcia per le vie polverose della California. Il passo pesante sull'asfalto rovente, il motore caldo e rumoroso che suda benzina, l'aria violata dall'afa e dai fumi di scarico della marmitta del bolide. Le ruote schiacciano sassi e accelerano i giri secondo dopo secondo, come prendendo la rincorsa in questo breve fuoripista prima di lanciarsi nella lunga e sterminata autostrada che taglia il deserto.

Freedom Run

Freedom Run (Corsa Per La Libertà) è ipnotica sin dall'inizio, quando Homme emette dei suoni estranianti e caldi, come provenienti dallo spazio infinito. Garcia sussurra "Libero di correre? corsa per la libertà" e l'eco rimbomba a lungo nelle casse, stordendoci al primo colpo. Dunque Oliveri subentra col suo basso imponente, spezzando il ritmo e cullandoci verso nuove frontiere sonore. Homme e Bjork tornano in vista e danno inizio a una danza entusiasmante e calibrata, dall'animo pacato e morboso. Garcia è un grande interprete, la sua voce è screziata dalla polvere e dalla ruggine, una bufera impossibile da quietare, che trasporta con sé incubi e fantasmi di un passato lontano. Ancora una volta è l'amore in tutta la sua vastità il protagonista delle liriche, un uomo dal cuore innamorato che attraversa il deserto, il sole cocente e i pericoli delle dune, per essere con la sua donna (o forse con la sua divinità?) e per riconquistarla dopo la separazione. È il canto disperato di un uomo sofferente, che attraversa una crisi mistica, deciso a riappropriarsi di ciò che gli spetta: la fede, ma non è dato sapere se si tratta di una fede religiosa o di un atto di fede nei confronti del proprio partner. La melodia è suadente, i suoni magmatici fanno da contorno, la libertà è stare con la propria metà; la corsa per la libertà è il sentiero che porta alla felicità, la felicità di amare, di essere libero di esternare sentimenti ed emozioni. La band prosegue la cantilena dal cuore blues, attraverso suoni grassi e colorati, alzando i toni nella seconda parte. Homme esegue portentosi assoli che trasudano pathos e malinconia, calore e passione, per poi dare vita a un delizioso interludio strumentale, dialogando con Oliveri e Bjork. Il basso risulta muscoloso, pulsa che è una bellezza e si prende la scena finale, facendo la parte del leone, scandendo perfettamente l'unione tra la coppia, quando l'uomo, libero finalmente dal peccato e dalla schiavitù mentale (probabilmente ripulito dalle droghe) raggiunge la sua musa e le sussurra all'orecchio di amarla, di aver fatto tutti quei chilometri solo per incontrarla, per riabbracciarla, per riaverla. dal corpo ripulito, il protagonista abbraccia l'amore del suo partener, oppure, come molti hanno suggerito, l'amore di Dio, che lo ha salvato dall'oblio delle droghe.

800

800 (800) è una tormenta notturna, pochi secondi di turbolenza, di polverone incandescente che tutto travolge e ricopre, dove la chitarra elettrica sforna un riffing abrasivo per poi lasciare spazio a un assolo di batteria dove Brant Bjork dimostra la sua abilità. Non una grandissima tecnica, ma che importa, qui c'è una potenza disumana e una produzione sporca ma fatta con logica che permette di apprezzarne ogni minima sfumatura. A un certo punto, Oliveri emerge sovrastando Homme, accompagnando il batterista nella sua fugace corsa. "800" è solo un intermezzo, una semplicissima e vulcanica introduzione legata alla seguente traccia.

Writhe

Writhe (Contorcersi) attacca con la voce tormentata e quasi svogliata di Garcia, modificata a dovere per risultare infernale e catartica. Il ritmo doom torna protagonista grazie a dei riff spaventosi e funerei, che replicano una sorta di messa nera, una cantilena oscura e macabra. Gli effetti sonori che sentiamo in sottofondo sono stranianti, le asce affilate e quasi futuristiche, la batteria imperiosa. La voce modificata e cauta, a volte persino doppiata, dà una sensazione di stordimento, e non è un caso se assistiamo alla preghiera di una setta in favore di Satana. Le droghe assunte prima della cerimonia offuscano la mente e allora certe connessioni vengono spontanee, anche se poi non hanno realmente attinenza. I capelli che cadono sul pavimento di trasformano in serpenti assetati di sangue che strisciano sulle gambe degli adepti fino a formare le frange attaccate agli stivali da cowboy; un sarto espone la sua merce, le stringhe, gli stivali, i tessuti per cucire gli abiti da cerimonia, aspettando acquirenti. Eppure manca qualcosa, va bene sedersi e godersi lo spettacolo in preda alle allucinazioni, ma non tutto è perfetto: c'è un piccolo particolare che non torna. Sì, manca la donna amata, al fianco del nostro protagonista, truccato e dall'identità nascosta tanto da essere considerato un travestito, per godersi la serata. Forse la sessione di droghe, alcool e festino privato è dovuto a causa dell'allontanamento della sua amata. I suoi baci sono sempre più distanti, i suoi sorrisi si fanno sempre più sfocati; non resta che invocare il suo nome, il suo amore, il desiderio di rivederla. Le droghe mettono alla prova il fisico, lo portano al limite, inculcando nel cervello determinati incubi, sogni e visioni, facendo credere, al pover'uomo, che non tutto è perduto e che la sua donna sia lì con lui. Ma tutto intorno ci sono solo rovine e il suo corpo si sta contorcendo dallo stordimento. È un viaggio nella mente dell'uomo, nei labirinti più remoti dei suoi ricordi, risvegliati appunto dagli stupefacenti. L'amore è distruzione, la perdita dello stesso è annientamento totale. La mente è in fibrillazione, e così arrivano le multiple voices, sostenute da fraseggi lisergici e zanzarosi che non lasciano spazio a melodie leggiadre o zuccherose, ma solo alle tenebre e alla claustrofobia di una basso tanto invadente quanto affascinante. Molti hanno interpretato questa canzone come una denuncia nei confronti del glam metal, tutto lustrini e capelli cotonati che hanno poco di virile, ma che liricamente professa sesso, droghe e inni demoniaci, come se fosse credibile.

Capsized

Capsized (Capovolto) è una strumentale di cinquanta secondi, scandita dalla dolcezza di una chitarra acustica, dal ritmo sognante e suadente, che ci catapulta in una dimensione paradisiaca e pacifica, quasi fossimo presi per mano dagli angeli e accompagnati a solcare i cieli, osservando tutto dall'alto, guardando la realtà da un'altra prospettiva. Le baracche di legno, i fienili, le dune, il deserto, il vento che soffia spostando la sabbia dorata, le balle di fieno che rotolano sul terreno, i radi alberi che combattono contro il sole, lingue d'asfalto che ribollono alla luce, le rocce inossidabili e ferme da millenni a custodire il paesaggio: tutto ciò è immagine evocata dal sintetico assolo di Homme.

Allen's Wrench

Allen's Wrench (La Chiave Di Allen) recupera vigore per affrontare una cavalcata metallica spaventosa, snella e diretta, che va dritta al punto della situazione in meno di tre minuti. Una tempesta si alza improvvisa, l'oscurità si dirada e resta la luce, tanto che l'impressione è quella di trovarci davanti a un pezzo solare. Solare, certo, nella sua costante disperazione. Qui si pesta sull'acceleratore, e allora tutti gli strumenti sono impennati, mentre la voce tonante del vocalist è una pozza di veleni che intona un testo enigmatico che osanna la chiave di Allen, ossia la cosiddetta brugola, il cacciavite esagonale inventato dal meccanico/imprenditore William Allen all'inizio '900. Le liriche, ottenebrate e vaghe, potrebbero essere l'esternazione di un rapporto fisico con la propria auto, una complicità maniacale e perversa con l'acciaio della carrozzeria, dato che il tema dei motori è molto frequente in ambito stoner; ma può essere inteso anche come metafora di penetrazione, data la forma del cacciavite e della vite, per un testo dagli istinti sessuali e carnali. I motori risvegliano sensazioni primitive, quali la gelosia, l'ira, la passione, la paura: emozioni tipiche dell'essere umano, alle prese con un rapporto complicato. Ma la disperazione è pressante, tanto che per resistere e sopravvivere al fardello bisogna imbottirsi di acidi e di stupefacenti e di pozioni magiche. "Mai è meglio di così" è la frase sussurrata al microfono, frase impregnata di disperazione e di amara rassegnazione. Tutto ciò che resta è la chiave, il dannato cacciavite col quale giocare per tutta la vita, in questo caso allegoria fallica, visto che il rapporto sessuale resta incompiuto. Sessualità e istinti carnali per un brano semplice e dirompente, lasciato a briglie sciolte in tutta la sua natura scontrosa e alienante, scandito da un testo ripetitivo e ossessivo che parla di un uomo che non sa fare nulla perché non ha le istruzioni per vivere, resta solo con un lacerante vuoto nel petto, e tutto ciò che gli resta sono le droghe e gli alcolici.

Mondo Generator

Mondo Generator (Mondo Generatore) è una canzone complessa e dal suono straniante, posta in chiusura per lasciarci con la testa stordita, come dopo aver assunto stupefacenti. Il capolavoro prende vita lentamente, partendo da lontano, dal nulla eterno e crescendo di intensità secondo dopo secondo. Batteria catacombale e basso iper-pompato per una danza doom, rallentata e spaziale, dal sapore ancestrale. In sottofondo si sentono gemiti e lamenti modificati, di demoniaca natura, per un brano sperimentale dove i Kyuss sono liberi di lasciarsi andare completamente. Dopo tutto, il genere lo hanno inventato loro e perciò fanno come gli pare. Qui la psichedelia raggiunge i suoi massimi livelli, infatti tutto il pezzo è cantato da Nick Oliveri, essendone l'autore, con voce distorta, come proveniente dallo spazio lontano, mentre, intorno, gli strumenti ballano la danza del deserto, in preda ad allucinazioni e pachidermici viaggi senza ritorno da una galassia all'altra. Ci viene descritto un mondo segreto, misterioso, alternativo. Una dimensione tanto lontana quanto vicina alla nostra, che va colta al volo, intravista oltre i confini terrestri, nei misteri dell'altrove. Ci troviamo a vagare nello spazio, nell'universo infinito, scavalcando il confine terreno e sconfinando in un mondo ignoto, dove probabilmente si è generata la vita stessa. Ovviamente queste sono le visioni e i farfugliamenti di un uomo sotto droghe pesanti, l'unico forse in grado di poter osservare la metà oscura del nostro pianeta e di descriverci i confini e le forme che lo delimitano. Si tratta dell'inferno? Cosa bisogna ingurgitare per arrivarci? Oh, tutto è così confuso e astratto che fa diventare pazzi. la follia è il lato oscuro della mente umana, e proprio atttrvaerso questa l'uomo rivela la sua natura segreta. Il protagonista ora si sente solo, lontano dai suoi amici, e chiede loro se posso raggiungerlo, magari calandosi una dose, partendo alla volta di questo trip mentale che sembra non aver fine. Ma ci sarà mai un ritorno? Ce lo chiediamo noi e se lo chiede l'uomo strafatto; intanto intorno a lui si crea il buio totale, il nulla che tutto avvolge. Resta l'oblio e una flebile speranza di ritrovare la luce. Questo brano è magnifico, una composizione significativa diventata un cult per il genere e quella che più si avvicina al suono apocalittico di mitici Hawkwind.

Yeah

Yeah (Yeah) è soltanto uno scherzo di tre secondi, nei quali Brant Bjork si diverte a gridare appunto "Yeah", rivelandoci, così, che "Blues For The Red Sun" è giunto al termine. Ma i nostri sono delle simpatiche canaglie, e spesso inseriscono scherzi o session all'interno dei loro album, come fossero divertenti siparietti dopo la serietà accumulata, per sciogliere la tensione e il senso di disperazione che pervade ogni lavoro. Anche nei due seguenti album, al termine del percorso, inseriranno pochi secondi di relax, quasi a prendere per i fondelli i propri ascoltatori; un po' come erano soliti fare anche i Type O Negative del compianto Peter Steel, altra band dotata si sottilissima e macabra ironia.

Conclusioni

Se al nord degli U.S.A. la fredda scena alternative/grunge di Seattle era appena esplosa, lo stesso si può dire un po' più in basso, nell'assolata California, dove i Kyuss regnano incontrastati grazie al loro hard rock lisergico, allucinato e annichilente, figlio del sound dei Black Sabbath e dei Blue Cheer, degli interludi spaziali e psichedelici di Hawkwind e Sonic Youth e della sperimentazione dei Grateful Dead, il tutto condito da una spruzzata di punk che dona quella cattiveria in più ai singoli pezzi. Nel deserto, tra la sabbia che scotta sotto il sole di un'estate perenne, la musica viene percepita in modo particolare, e allora non è un caso se lo stoner nasce e cresce proprio a queste latitudini, per poi espandersi in tutto il mondo, arrivando persino negli angoli più impensabili e nelle lande più fredde e piovose della terra. Ma qui, nell'arido terreno tagliato da una lunga e dritta lingua di asfalto, dove soltanto le rocce sfidano le difficoltà climatiche facendo bella mostra di sé lungo gli argini delle strade e tra le dune inospitali, avviene la genesi del rock del deserto, il suo canto libero e solitario, drogato, speziato e allucinogeno. Josh Homme ha l'intuizione di attaccare alla sua chitarra l'amplificatore per basso, in modo tale da ingrossare il suono oltre ogni modo, creando un suono monolitico, zanzaroso e fangoso, da suonare due toni più bassi. Il risultato è un'esplosione acida che travolge l'ascoltatore sia nei passaggi più violenti che in quelli suadenti e dal cuore blues, perché l'anima blues è costantemente presente, il che rende lo stoner un fossile, un animale vissuto decenni prima e poi resuscitato mescolando vari ingredienti, quasi fosse frutto della manodopera di un alchimista. Un goccio di veleno, un po' di polvere, il sangue e il sudore, del fuoco e alcune pietre vulcaniche sbriciolate, il tutto mescolato, agitato, ed ecco il risultato: l'iniezione chiamata stoner (che significa "costantemente drogato", appunto) è pronta, monolitica e dalla portata pachidermica, in grado di sedare chiunque, di stordirlo per giornate intere, creando un'assuefazione impossibile da superare. In realtà, il mito dei Kyuss non esplode con l'uscita di "Blues For The Red Sun"; così come per l'esordio "Wretch", anche il secondogenito della band di Palm Desert non riscuote il successo sperato e nonostante l'entusiasmo di molti critici e l'estasi quasi divina di molti ascoltatori, senza contare l'ammirazione da parte dei colleghi, le copie fanno fatica a decollare, e dopo l'incoraggiante esaurimento della prima stampa stimata in circa 40.000 copie, le vendite si arrestano quasi subito. Bisognerà attendere ancora qualche tempo per avere giustizia, e nel frattempo l'etichetta decide di lanciare in rotazione due singoli, "Green Machine" e "Thong Song", entrambi presenti sullo stesso singolo e dotati di due ottimi ed evocativi videoclip. "Green Machine" si fa largo, lentamente e quotidianamente, nelle classifiche musicali, guadagnandosi sempre più attenzione, preparando il campo al successo del terzo sigillo firmato Kyuss, ossia il gigantesco e sublime "Welcome To Sky Valley", primo vero successo di vendite della formazione americana, anche perché prodotto e distribuito da un colosso dell'industria musicale come l'Elektra Records, che spinge per accaparrarsi i servigi della band californiana, intuendo un imminente e duraturo trionfo. Col cambio di etichetta, la Dali Records perde il suo maggior cliente e chiude i battenti, ma certamente non va dimenticato il lavoro svolto e la geniale intuizione della casa nel credere alla proposta di questi giovanissimi ragazzi che, quasi ingenuamente, hanno inventato un sottogenere e rivoluzionato la scena metal mondiale. Nel 1992 il mondo musicale si trova di fronte al colosso più importante e rappresentativo dello stoner, un disco attorno al quale aleggia una sorta di leggenda, una mistica luce paradisiaca che lo eleva allo status di cult assoluto, imprescindibile per ogni amante che si rispetti, roba da venerare in eterno. Si prova una sorta di timore reverenziale ad accostarsi a questa cover rosso fuoco dai ghirigori dorati, perché la musica contenuta al suo interno trasmette magia, potere e mistero, quasi fosse un'entità a sé stante, idolo di un tempo remoto, proiezione del mito. "Blues For The Red Sun" è storia, i Kyuss leggenda, impossibile sperare in un prodotto superiore; il dio Sole, padre di tutte le creature, ci ha benedetti, alitando col suo respiro infuocato e abbracciando i nostri corpi con le sue braccia luminescenti.

1) Thumb
2) Green Machine
3) Molten Universe
4) 50 Million Year Trip (Downside Up)
5) Thong Song
6) Apothecaries' Weight
7) Caterpillar March
8) Freedom Run
9) 800
10) Writhe
11) Capsized
12) Allen's Wrench
13) Mondo Generator
14) Yeah
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