KREATOR

Extreme Aggression

1989 - Noise Records/Epic Records

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
19/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Quando si dice "fare un balzo in avanti": è proprio il caso più adatto per descrivere Extreme Aggression, quarto album dei tedeschi Kreator, maestri incontrastati del thrash metal teutonico, cioè di quel filone che ha sempre vissuto un po' adombrato dal suo ben più noto fratello americano, quello dei più blasonati Metallica, Slayer, Megadeth ed Anthrax. Eppure la Germania, attorno ai primi anni Ottanta, seppe produrre un perfetto alter ego che facesse da contraltare ai Big Four americani: stiamo parlando della triade Kreator-Sodom-Destruction. Il thrash metal tedesco si sviluppò così in maniera assolutamente autonoma rispetto a quello che succedeva nella Bay Area oppure a New York. Quel che accadeva oltreoceano, dunque, non arrivava a contaminare la proposta europea, l'unica veramente influente a livello internazionale, oltre ovviamente a quella americana. Anche se altri paesi del Vecchio Continente avevano dato i natali a thrash band più o meno note - i danesi Artillery, i britannici Onslaught e Sabbat, gli italiani Bulldozer e Necrodeath - è proprio la Germania la nazione che espresse le sonorità più valide. Della Germania andrebbe poi assolutamente considerata quella piccola regione storica della Renania-Vestfalia denominata Ruhr, oggi una delle più grandi conurbazioni urbane di tutta Europa. Proprio qui, a Essen, nel lontano 1982 si formarono i Tyrant, poi chiamatisi Tormentor ed infine Kreator, quando nel 1985 siglarono un contratto con la Noise Records, storica etichetta tedesca attivissima in ambito metal. Dopo il debut Endless Pain (1985), la band arriva ad incidere un vero classico del thrash tedesco, Pleasure to Kill (1986), primo disco supportato da un tour promozionale (prima del loro disco d'esordio avevano suonato live soltanto in cinque occasioni!). Con un netto miglioramento del lato tecnico-compositivo, la band pubblica nel 1987 Terrible Certainty, uno dei loro massimi lavori. Riallacciandoci alle prime battute, fu però con Extreme Aggression che la band spiccò definitivamente il volo. I tre precedenti lavori erano infatti valsi ai Kreator un contratto con la major Epic per il mercato extra-tedesco. Ottenuta l'autorizzazione della Noise Records, la band diede così alle stampe nel 1989 il masterpiece Extreme Aggression. Cavalcando sull'onda più che positiva di Terrible Certainty, i ragazzi di Essen (che ora sono Mille Petrozza alla chitarra e voce, Jörg "Tritze" Trzebiatowsk alla chitarra, Roberto "Rob" Fioretti al basso e Jürgen "Ventor" Reil alla batteria) fecero incredibili progressi ai loro strumenti ed il disco registrato in quel di Hollywood, California, divenne un enorme successo di pubblico e critica. Grazie alla sapiente attività in ambito thrash metal del produttore Randy Burns (Megadeth), persino MTV cominciò a concedere uno spazio pressoché fisso alla title-track ed a "Betrayer" nella trasmissione MTVs Headbangers Ball. Se a ciò aggiungiamo pure che l'album rappresentò l'occasione per il primo tour fuori dall'Europa, beh, capiamo perché questo disco è considerato il vero disco della svolta. Eppure per un disco di tale calibro, l'artwork di Extreme Aggression non era nulla di trascendentale: una banda nera sulla sinistra riportava logo e titolatura, mentre i ¾ di destra erano ricoperti da un fondale rosso sangue, assolutamente adatto per il contesto violento proposto dalla band, che non perse l'occasione di immortalare la propria line-up sul disco: quattro giovani e torvi ragazzi, mesti in volto, ma con l'aria di gente che sa pestare duro.

Come si schiaccia il tasto play, si entra fin da subito nel vivo del disco. Sin dall'inizio capiamo benissimo cos'è il thrash di casa Kreator: un susseguirsi di riff  spesso veloci, batteria precisa e chirurgica, voce per niente melodica. Ed infatti con la title-track "Extreme Aggression", schierata in primissima linea quasi come se si trattasse di un manifesto, si parte subito in quinta. Dopo una rullata di tamburi, le chitarre si muovono assieme per creare dei riff molto funzionali al genere, con buone ritmiche a sostenerle. Petrozza ha poi subito l'occasione di lanciare un primo lancinante urlo e così i ritmi si alzano con un tappeto di doppia-cassa che schianta tutto. Come si può ben intuire dal titolo, la canzone s'incentra su un'anima in pena che è stata deviata verso comportamenti aggressivi: non conosce altro se non la violenza. Particolare è il quarto versetto "Pushed up by white lines" ("spinto su da linee bianche"), che sembrerebbe alludere a delle strisce di cocaina come possibile causa dell'aumento di rabbiosità. La strofa è lanciatissima, con un riffing tanto spedito quanto preciso in ogni minimo fraseggio. Il bridge rallenta un po' il tiro, ma è questione di poco, in quanto il chorus divampa come una fiamma libera, ricalcando i giri del verso, ricordandoci di come questa deviazione stia diventando un piacere assolutamente sadico. Il cervello comincia a giocare brutti scherzi e le allucinazioni fanno la loro comparsa. L'anima maltrattata grida per il dolore, ma le sue urla non possono sentirsi al di fuori del corpo del protagonista. Dopo il secondo chorus la canzone pare virare (2:20) verso parti meno all'arma bianca: ecco che irrompe la chitarra solistica di Petrozza, prima con un assolo vagamente maideniano, calmo e melodico, poi invece molto più thrasheggiante, sempre più veloce e sparato. Da notare comunque il buon gusto del chitarrista tedesco nel legare le tre sezioni della sua parte solistica. Fantastico davvero il terzo segmento del solo! Terminata questa ottima sezione, c'è spazio per un bridge di accusa alla società, colpevole di aver corrotto l'anima del protagonista. A 3:27 una serie di staccati riporta il discorso direttamente all'intro, prima che la canzone si chiuda sulle note dell'ultimo ritornello. Davvero un esordio scoppiettante! Seconda traccia è "No Reason to Exist", ottimamente aperta in pieno thrash-style. Eppure il verso, nei suoi primissimi istanti, è particolare e ritmato, sicuramente differente da cosa aveva proposto l'opener. Questa canzone è infatti meno spedita ed estrema, anche se offre sporadiche parti davvero da capogiro. Tema portante è la società che non si limita a lasciare vivere le persone, bensì le guida, decide cos'è meglio per loro obbligandole a procedere sulla strada che lei stessa ha tracciato. In un mondo così vicino alle tematiche della letteratura distopica, l'essere umano non può che sentirsi vincolato alla società, essendo impossibilitato ad agire secondo il proprio arbitrio. Dopo la prima strofa, nel bridge si fa notare un verso molto esplicativo a riguardo "From the womb until the grave" ("dall'utero fino alla tomba"), che è messo lì come monito: non ci sono vie d'uscita, il sistema possiede tutti e tutti debbono ubbidirgli. Solo la morte sarà l'unico atto di vera libertà concessa all'individuo. Il ritornello insiste furbamente sul gioco di parole exist-resist ("esistere-resistere"). È inevitabile che in un regime, prima o poi, qualcuno si decida a fare una mossa contraria per sovvertire il sistema: l'eversore è colui che non ci sta più, sapendo di essersi fatto già rubare la giovinezza a causa di una "verità non vera" promulgata dal sistema. Eppure, anche chi è più convinto ad agire si fa prendere dai dubbi, e soprattutto dalla paura di fare una prima mossa, conscio che pochi altri - o forse addirittura nessuno - lo seguiranno. Il secondo chorus precede una sezione strumentale da cui si origina (2:28) un assolo tremendamente noisy nella sua parte iniziale, prima di deviare verso sonorità più metalliche, che ricordano vagamente quelle della prima song. Una sezione di pesanti stacchi anticipa la strofa che segna la svolta del protagonista: egli si autoconvince del fatto che è la mente libera da imposizioni ad essere la vera arma da usare contro il regime. Solo seguendo quello che ci suggerisce l'intelletto riusciremo ad evadere da questa situazione opprimente, trovando finalmente il coraggio di fare il grande passo. Un'ultima strofa, decisamente aggressiva per i riff proposti, è strutturata a domande retoriche davvero istiganti a ribellarsi al sistema. Ultimo ritornello e la canzone si chiude. Un'altra prova decisamente valida, con delle tematiche non straordinariamente innovative, ma pur sempre interessanti. Il terzo posto della scaletta è occupato da "Love Us of Hate Us", introdotta da degli stacchi su cui già s'innesta la voce sgraziatissima di Petrozza, davvero al limite tra clean vocals ed un abrasivo screaming. Il singer si fa così portatore delle istanze della band. Il succo è questo: non rompete, lasciateci stare, non diteci quello che dobbiamo fare: noi abbiamo il nostro credo e non lo rinnegheremo mai. Dopo di che è il solito festival del riff thrash: il medesimo giro si ripete in continuazione sotto dei versi di denuncia verso una società che lascia poca libertà, dove - anche se non siamo nel regime della canzone precedente - la situazione non è certo rosea. Qui i Kreator sembrano particolarmente adirati contro chi bistratta il mondo della musica, tentando di distruggere quanto di più sano e genuino ci sia (come il Metal) e cercando invece di promuovere spazzatura [inserite qui il nome che più vi aggrada]. La strofa seguente non fa che promuovere la nostra tesi: si tratta di sonorità senza sentimenti, o meglio sentimenti che vengono dal malizioso cervello, non dal cuore. "Fortuna, fama e gloria/sono le loro ossessioni": per ottenerle quali compromessi non si farebbero?! Chi commercia nella musica viene addirittura definito "commesso", con una connotazione fortemente spregiativa, alla stregua dell'ultimo della catena commerciale. Per di più questo è addirittura sordo, quindi inabile al mondo della musica, eppure molto avido di denaro. Un buon riff con degli stacchi anticipa una sezione con la doppia cassa martellante; tocca poi alla strofa, l'ultima prima del chorus, che pure si dipana sulle medesime note. Se la canzone è una denuncia alla musica sbagliata che inquina oggigiorno i mercati (i Kreator ci avevano visto lungo?), questo è sicuramente un brano che dà maggior spazio alle vocals, piuttosto che a parti solistiche (manca infatti l'assolo), cosa che potrebbe far storcere i nasi ai metallari più puristi. Eppure questa soluzione potrebbe starci, ed idealmente si potrebbe anche connettere - pur distante anni luce - ad una canzone punk di denuncia sociale, spesso prive di assoli di chitarra. Quindi accettiamo questa idea ed andiamo avanti, anche se sicuramente il brano si colloca un paio di gradini sotto alle canzoni finora ascoltate. Tamburi di guerra aprono la quarta "Stream of Consciousness", che subito cambia pelle e riprende l'assalto lanciato dalla title-track. Il riffing dapprima ragionato e melodico, si trasforma poi in un macello sonoro, con le due chitarre a fendere l'aria come lame affilatissime. Gli ingredienti ci sono tutti: doppia-cassa, tempi velocissimi, ritmiche sostenute e chitarre, come già detto, aguzze e spedite. Rispetto alla precedente canzone, qui il ritornello giunge prestissimo, senza nemmeno spezzare il continuum della canzone, che si palesa dunque come una mazzata bestiale. Verso dopo verso, le strofe s'alternano instancabilmente ai ritornelli, fino a che, a 1:27, i ritmi calano, presagendo il classico preludio ad una parte solistica. Non ci sbagliamo, perché dopo pochi secondi un intreccio chitarristico prende il via, concedendo per la prima volta spazio ad un basso che finora non aveva mai avuto modo di emergere dal fitto muro del suono. A 1:42 parte una cavalcata a strutturare la terza strofa. Dopo l'intreccio, infatti, la canzone cambia strada, abbandonando i ritmi forsennati di prima. Un assolo esordisce a 2:15 con delle sonorità mirabolanti, divertendosi su certe virtuose scale. Data la sua esigua lunghezza, la canzone può ripartire lanciata ed accingersi verso la fine. Dal punto di vista tematico, il brano è decisamente più filosofico rispetto alle tracce precedenti, argomentando di vita e morte. Il flusso di coscienza del titolo è qui inteso come un flusso vitale, un soffio che anima tutti gli esseri viventi e che li fa prendere parte a quel mistico "cerchio della vita", in cui a volte i sentimenti ci rendono ciechi dinnanzi ai fatti che la nostra esistenza ci propone. Proprio per dare un senso di circolarità, prima ed ultima strofa ripetono gli stessi versetti, come se si stesse chiudendo il cerchio di Uroboro, il mitico serpente che si azzanna la coda e che simboleggia l'infinito. Subito dopo il giro di boa troviamo "Some Pain Will Last", introdotta misteriosamente da un sinistro arpeggio di chitarra distorta e da fibrillanti colpi sul charleston. Tocca poi al rullante scandire il crescendo emotivo che le chitarre stanno disegnando: si ha la sensazione che il cuore batta sempre più forte, senza però mai raggiungere un apice, dove la musica possa veramente esplodere. La prima strofa è quasi tribale, abbastanza inusuale per gli stilemi thrash direi, poi quando la batteria attacca con un pattern lineare, si ha in effetti l'impressione di incompiutezza, a dire il vero. Finalmente però sentiamo un bel basso pulsante, mentre le chitarre in terza armonizzano il riff portante. Il brano parla della distruzione della natura per riservare un posto migliore all'uomo: un evidente paradosso. Quando si è bambini si viene istruiti con tutti i giusti principî, con tutta la buona educazione possibile, ma tuttavia, quando si è cresciuti, ci si rende conto che stiamo vivendo in un mondo fatto solo di odio, falsità, corruzione ed avidità, aggravato per di più dalla miseria e dal dolore. Ritorna in qualche modo il tema dell'umanità controllata, per certi versi leit motiv di questo album e sicuramente uno dei cavalli di battaglia della band. La canzone procede abbastanza anonimamente, senza punti degni di particolare nota, ma a 3:20 pare arrivare la svolta: la batteria e le chitarre pigiano un pelo di più sull'acceleratore ed il brano acquista tutt'altro brio, diventando più trascinante. Dopo le angoscianti urla "a generation just born to die" ("una generazione nata apposta per morire"), l'ascia di Petrozza sprigiona un assolo al fulmicotone (4:14), con un pazzesco sottofondo ritmico grazie alla doppia-cassa bene in vista. A 4:35 ritornano i tamburi "tribaleggianti" che avevamo potuto ascoltare al principio della canzone, dopo i quali c'è ancora tempo per una sezione cantata, che si conclude poi con un bella serie di stacchi in crescendo, che coronano la canzone più lunga del platter. "Betrayer", la sesta traccia, è l'altra hit che ricevette airplay da MTV. Qua i Kreator ritornano a fare i thrasher oltranzisti: il brano ricorda molto gli Slayer di Reign in Blood e quindi non può che spaccare i culi. Dopo un'intro che pare possedere i crismi del "singolone", giri mozzafiato di chitarra e rullate velocissime sui tom spianano la strada ad un riffing assassino, dove la voce del singer - acida e corrosiva - si trova a proprio agio al 100%. Il chorus è facilissimo e ripete l'unica parola che costituisce il titolo, che significa "traditore". Sin dall'inizio, con i versetti "This is a song in which/I use to describe what I feel/About people like you" ("Questa è una canzone in cui/voglio descrivere quello che provo/verso gente come te"), si ha l'impressione che Mille Petrozza (l'autore del pezzo) abbia desiderato scrivere questo brano proprio perché serbava rabbia contro qualcuno. Il suo pare dunque essere un sentimento sano, che fuoriesce con cattiveria dalla penna e dalle note che compongono la traccia. Con una serie di epiteti affatto gentili, Petrozza riversa tutto il suo astio su una persona che ha manipolato cose ed esseri umani solo per trarne vantaggio. Spesso questa gente vive dietro una maschera che, una volta caduta, rivela quanto sono brutti dentro. Dopo una doppia sezione strofa-ritornello, la canzone varia leggermente, senza mai perdere il tiro che aveva sin dall'inizio. A metà brano un break spezza il suddetto ritmo, che ne risulta molto rallentato, ma anche adatto fare headbanging. Il china del batterista suona fragorosamente mentre le chitarre spazzolano l'aria con le loro plettrate d'acciaio. L'assolo comincia in modo molto più calmo dei precedenti, denotando una sorta di armonia particolarmente apprezzabile. La parte solistica poi si dilunga molto, mettendo in risalto tutte le capacità di Petrozza al suo strumento. Un simpatico escamotage - canzone che sembra finire ma che invece riprende dopo pochi secondi - confeziona questa "Betrayer" come uno dei pezzi migliori del lotto, per il quale venne anche girato un videoclip. Al settimo posto c'è "Don't Trust" che inizia con un bel riff di chitarra, subito raddoppiato dall'altra ascia. Il brano si pone come un potente mid-tempo, sempre molto sullo stile del thrash classico. Il titolo rimanda al concetto che, molte volte, è meglio non fidarsi di nessuno: il protagonista, infatti, si è sempre arrangiato e non è mai stato un credulone rispetto agli altri, che seminano giudizi e verità, pur non avendo esperienza della vita. Dunque il suo motto è credere solamente in sé stessi. Lungo andare, grosso modo, si ripetono le tematiche già viste in questo disco, quindi concentriamoci maggiormente sul lato musicale. Il brano, da mid-tempo qual è, alterna anche parti leggermente più cattive, che comunque spezzano l'andazzo, mai troppo sostenuto. Ci vuole un (altro) ottimo assolo di Petrozza per alzare il livello qualitativo, ma l'impressione è che il brano sia nettamente inferiore ad altri episodi del disco (non voglio chiamarlo filler). Passando oltre troviamo "Bringer of Torture", l'ottava traccia. Il tema qui trattato è sì in sintonia col resto dell'album, però occorre sottolinearne l'importanza. Il "portatore di tortura" del titolo è un aguzzino di una giovane ragazza. Questo personaggio non è affatto un classico carnefice medievale, bensì uno spietato stupratore moderno. Senza dilungarsi su un argomento tristemente d'attualità, Petrozza ha voluto concentrare l'attenzione di chi ascolta sul traumatico distacco della ragazza dall'età dell'innocenza a quello della cruda realtà. Realtà che non dovrebbe essere così per niente, giacché potrebbe avere un'esistenza assai più felice. Invece il suo molestatore si ripresenta continuamente, ogni sera. Nella seconda strofa leggiamo i versetti "The one who gave you life/Stole your innocence" ("Colui che ti diede la vita/rubò la tua innocenza"): l'orco che minaccia la giovane è suo padre stesso. Quante volte la cronaca ci ha informato di padri-padroni (mostri, oserei dire) che vessavano le proprie figlie, spesso segregandole pure in casa? Quanto l'amore paterno devia verso un'incestuosa passione carnale e contro natura, è dura decretare quale pena possa andargli bene. Tanto, qualsiasi essa sia, non sarà mai troppa: l'innocenza di uno sguardo infantile è stata rubata e violentata, e mai si potrà ritornare indietro. La canzone, che è la più corta del disco (poco più di due minuti), inizia con un riff quasi crossover thrash che si ripete in continuazione, in linea col minaccioso mostro che torna ogni sera. Dopo il ritornello la strofa cambia e recita versi altrettanto duri ma significativi: "You're not afraid of dying/Nothing could be worse/Than this life" ("Non sei spaventata dalla morte/Niente può essere peggio/Di questa vita"). Il ritmo rallenta sensibilmente e viene calcato dalle urla del cantante che sputa fuori con la schiuma alla bocca il solo titolo. L'ultima strofa accelera di nuovo ed il testo si chiude con delle linee che non lasciano scampo: "He's coming back again/Again and again" ("Sta tornando/Ancora ed ancora"). Un buon brano che, seppur corto, lascia molto colpiti, soprattutto per via del testo. In ultima posizione troviamo "Fatal Energy" che, senza troppi giri di parole, è l'energia atomica. Dando una rapida occhiata al testo si capisce infatti che, per la paura di un domani ostico per i suoi figli, l'uomo agisce sbagliando spesso e malamente, causando più danni a sé stesso che vantaggi. Partendo da un presupposto valido (quello di creare un mondo migliore), l'uomo ha utilizzato in maniera sbagliata le sue invenzioni e quello che la natura gli ha offerto, creando un mondo dove regnano solo invidia e odio verso i suoi stessi simili. Gli dei, se mai esistessero, stanno attenti a non farsi coinvolgere dalle trame dei mortali: dalle loro inarrivabili sedi osservano tutto, piuttosto indifferenti, persino quando l'uomo distrugge il suo stesso pianeta, il pianeta che sarebbe stato destinato ai "figli non ancora nati", che però li si sente benissimo piangere dalla disperazione. Ecco che in questo quadro si è collocata la decisione di scatenare un olocausto nucleare, che ha raso tutto al suolo. La prova di organizzazione e sopravvivenza dell'uomo è stata miseramente fallita, ed ora non rimangono che giovani superstiti, i quali piangono per una morte che inevitabilmente s'avvicina, pur senza comprenderne le ragioni. Il brano esordisce con una sezione musicale azzeccata, con grassi riffoni che spianano subito la strada ad un assolo che urla come i giovani - e sfortunati - protagonisti della canzone. A 0:46 riparte la canzone, con il classico marchio di fabbrica della band. Il riffing è sia lineare che in controtempo, per via di alcuni suoi stacchi. Accelerazioni e doppia-cassa si alternano così a strofe abbastanza quadrate. Il ritmo che sostiene l'assolo (2:56) è fortemente sincopato ma ben si adegua al contesto. Non occorre sottolineare l'ennesima, ottima prova di Petrozza alle sei corde. Egregio anche il secondo solo, totalmente melodico. Quando una sezione strumentale sta catalizzando le attenzioni su di sé, l'erosiva voce del frontman tedesco ritorna prepotentemente per le ultime due strofe e ritornello. Dopo di questi, una brevissima outro confezione l'ultima traccia che, quanto a tematiche, lascia un tristissimo - e speriamo non profetico - testamento. 

A posteriori, dopo aver ascoltato attentamente il disco, non si può certo dire che il thrash teutonico dei Kreator sia da meno rispetto a quello americano. Certo è che non è da tutti: gli americani (specie Metallica ed Anthrax) hanno forse quel tocco in più di commercialità: i loro suoni sono meno spinti al limite e meno provocatori. Tralasciando la band newyorchese, i cui membri sono autentici simpaticoni del thrash, gente come Metallica o Megadeth hanno insomma quel quid in più nel suono che li fa apparire meno estremi, e questo lo dico con l'orecchio di un metallaro moderno, abituato a certi eccessivi ed allucinanti pandemonî. Eppure nel lontano 1989, quando uscì Extreme Aggression, l'esito fu probabilmente questo: rifacendosi alla scuola slayeriana, i quattro di Essen ripresero la lezione forgiando un metal senza compromessi, assolutamente trascinante nelle parti musicali e molto scuro e pessimistico nei testi. Il loro thrash non approvava compromessi dettati dalla moda (il cui sistema è fortemente criticato nella terza traccia) ed assieme al death era quanto di più estremo si potesse ascoltare. Se siete in cerca di un classico della thrash metal, con voce graffiante, chitarre che scheggiano impazzite e bellissimi assoli, Extreme Aggression è il disco che fa per voi.

1) Extreme Aggression
2) No Reason to Exist
3) Love Us or Hate Us
4) Stream of Consciousness
5) Some Pain Will Last
6) Betrayer
7) Don't Trust
8) Bringer of Torture
9) Fatal Energy

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