KORN

Untouchables

2002 - Immortal/Epic

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
30/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Proseguiamo il nostro viaggio a ritroso nella discografia dei Korn, il gruppo simbolo del nu metal, e raggiungiamo il 2002, l'anno del disco "Untouchables - Intoccabili", il quinto della carriera della band.  Siamo ad un punto importante del loro percorso musicale, il quale è stato fin ora, nel bene e nel male, epiteto di un genere che sul finire dello scorso millennio ha trasformato irrimediabilmente il panorama musicale mondiale ed il concetto di metal; ora, infatti, la novità da esso costituta incomincia a perdere agli occhi di pubblico e critica il suo smalto, e nell'aria aleggia il bisogno di "qualcos'altro di nuovo". Nell'ambito metal, presto si vedrà il risorgere della corrente groove/metalcore in America, e naturalmente la stampa specializzata farà a gara nel denigrare il nu metal, genere portato alla ribalta anche grazie ai giornali, sempre pronti però a cambiare le carte in tavola secondo le tendenze, definendolo come una rovina, ed ad abbracciare i nuovi gruppi quali dei liberatori. Non è difficile immaginare come in tutto questo, molti piccoli ed anche medi gruppi avranno vita meno facile, e come alcuni scompariranno nel giro di poco tempo, mentre altri resteranno a galla cambiando totalmente musica; per quanto riguarda i grossi nomi, naturalmente la sopravvivenza sarà per loro più facile, ma non certo senza alcuni problemi e difficoltà: "Result May Vary", dei Limp Bizkit, il quale uscirà appena un anno dopo, incontrerà pareri poco favorevoli,  i Coal Chamber si scioglieranno e, segno dei tempi, il loro leader Dez Fafara formerà la band groove DevilDriver; gli Orgy tenteranno una nuova immagine e nuove sonorità con il disco "Punk Statik Paranoia", salvo poi scomparire per diverso tempo dalle scene, mentre Papa Roach e Mudvayne incominceranno sempre di più a spostarsi verso direzioni più legate a soluzioni rock, continuando a pubblicare  lontani dai riflettori (e nel caso dei primi, la loro carriera durerà fino ad oggi), e così via. Ed i Korn? Be', i fondatori inconsapevoli del genere capiranno probabilmente l'antifona prima di tutti, ed è per questo che il disco qui recensito incomincerà a mostrare tutta una serie di sperimentazioni che, con il tempo, verranno integrate sempre più nel loro sound. Jonathan Davis (voce), James "Munky" Shaffer (chitarra), Fieldy (basso), Brian "Head" Welch (chitarra), David Silveria (batteria)  si riuniscono ancora una volta per pubblicare un disco che, da una parte, suonerà sempre legato ai loro topoi, tra oscurità acide ed atmosfere per adolescenti incompresi, dall'altra cercherà di riprendere la tradizione del crossover di fine anni ottanta ed inizio anni novanta, tra richiami agli Helmet ed ai Faith No More, e di incorporare suggestioni new wave ed alternative metal. Il risultato, sarà uno dei lavori più interessanti della loro carriera, ma anche uno dei più problematici e sottovalutati dal pubblico: le vendite rispetto al passato saranno minori, mentre per assurdo la critica, spesso poco tenera con i Nostri, sembra invece apprezzare quasi all'unanimità quanto qui tentato, premiando il gruppo con recensioni positive, destino ben diverso rispetto a quello dei colleghi, forse proprio in virtù dei cambiamenti qui tentati. Per certi versi, il discorso musicale qui intrapreso riprende da dove il precedete "Issues" si era fermato, mantenendo un'oscurità di fondo ed una maggiore pesantezza nei suoni, nonché nelle vocals di Davis, il quale ora sperimenta anche con growl ai limiti del metal estremo; allo stesso tempo però s'intraprendono anche strade più coraggiose, tra melodie diafane e strutture dai riff meno spezzati e più corposi, cesellate da ritmiche spesso possenti. Non mancano episodi più calmi e malinconici, così come attacchi furiosi, mentre la natura più urbana ed hip-hop dei Nostri qui è poco presente, messa da parte a favore di una narrativa musicale ben più rarefatta. Come molti dischi d'inizio di un nuovo percorso, siamo in un territorio di frontiera, il quale non abbraccia ancora del tutto il minimalismo che nel futuro prossimo dominerà sempre di più la musica dei Korn, così come le tendenze più pop, ma allo stesso tempo si discosta dal passato recente, cercando un'identità che renda il gruppo un'entità capace di sopravvivere alle mode del momento. Con il senno di poi possiamo dire che la cosa ha decisamente funzionato, ma per anni non poche persone riterranno l'età dell'oro della band ormai passata, o addirittura negheranno la sua importanza a partire dal principio; questa tendenza ancora però è lontana, e nonostante le scarse vendite, imputate anche al fenomeno della pirateria, ed al fatto che una versione incompleta dell'album è comparsa mesi prima della sua uscita, "Untouchables" rimarrà un punto fondamentale della loro discografia, come testimoniato dalla ripresa di alcuni suoi stilemi nel recente "The Serenity Of Suffering".  

Here to Stay

Here to Stay (Qui Per Rimanere) apre le danze con un riffing greve ad accordatura bassa, ripreso in un galoppo altrettanto abrasivo, quasi doom, presto potenziato da cimbali cadenzati. Ecco che Davis subentra con il suo cantato filtrato con effetti, nel quale ci parla dell'essere sfruttati, fino al punto di non poterne più e di voler tornare al punto di partenza; questa volta, portando tutto via, abbiamo un problema riguardo al nostro metterci in mezzo, non per vocazione, quindi prendiamo la nostra faccia e la sbattiamo contro uno specchio, non vedremo il dolore mentre sanguiniamo. Ecco che al musica sale d'intensità con giri roboanti, ed il dolore diventa odio, anticipando tutti i sentimenti malati ancora una volta: passiamo al ritornello epico ed arioso, contornato da cori e chitarre in levare, strutturato su una ritmica sempre presente e robusta. Il dolore dentro scompare, è andato tutto troppo oltre, abbiamo atteso per tutto questo tempo, ed ora non possiamo più commemorare, una volta tanto dentro si svegliamo, non siamo delle puttane, ci hanno preso tutto, e non possiamo più dare. Ora la strumentazione riprende con il suo galoppo pulsante, trascinandoci con il farsetto del cantante verso la stessa evoluzione incontrata all'inizio. "My mind is done with this, Okay, I've got a question. Can I throw it all away?" Take back what's mine. So I take my time, guiding the blade down the line. Each cut closer to the vein (vein, vein) - La mia mente l'ha fattà finita con questo, okay, ho una domanda, "Posso gettare tutto questo?" Riprendere ciò che è mio. Così mi prendo il mio tempo, guidando la lama nella linea. Ogni taglio più vicino alla vena (vena, vena)" declama il Nostro, mentre ci spingiamo verso le arie avvolgenti del ritornello imperante, sottolineato da parti stridenti in sottofondo: segue poi una bella melodia di tastiera, la quale sottintende fraseggi felpati e parti vocali quasi sospirate. Esse non possono che portarci verso un'esplosione segnata da riff potenti e grida altisonanti, vere e proprie mitragliate, e non mancano ritmi maniacali. Siamo qui per rimanere, e faremo crollare tutto, non possiamo più dare nulla; nuovo spazio dunque viene dato alle belle arie dell'ormai familiare ritornello, compulsivo, ma anche pieno di melodia sottintesa e vocals in qualche modo angeliche. Il drumming finale si fa battagliero, da marcia, e ci porta alla conclusione del brano con un feedback in dissolvenza.

Make Believe

Make Believe (Far Credere) viene introdotta da un fraseggio liquido, dalle atmosfere lisergiche, sul quale Davis si presenta con toni altrettanto allucinati, raccontandoci del suo passato tormentato, e di come esso condizioni ancora la sua vita, provocando odio. Mellifluo, declama la sua amara lezione: egli pensa di ringraziare tutte le fottute persone, tutta la merda che ama, tutte le cose che ha fatto con il cuore, implorando le stesse persone, bruciando nello stesso male, facendoci sentire in qualche modo normali. La musica ora intraprende la strada della ballad, tra suoni rallentati ed arie appassionate con vocals sottolineate da cori: essa ci porta al ritornello, una vera e propria liberazione di snellimenti trattenuti, fatta di cantato possente e giri di chitarra grevi. A volte sente che qualcosa lo insegue, che tutto l'odio si liberi, capisce di star accettando ogni cosa, e che arriveranno i problemi. Troviamo una cesura dai suoni elettronici, come disturbi, seguita dalla ripresa dei toni iniziali, quasi onirici nella loro atmosfera irreale e dilatata. "I'm thinking of, Making all the fucked people. Making the bitches I love. Make them die and go away. Pain from the start. All my dreams are ripped apart. Thanking all the fucked people. They are all the things I've saved -  Sto pensando di, sistemare tutte le fottute persone. Sistemare le troie che amo. Farli morire ed andare via. Dolore dal servo. Tutti I miei sogni sono fatti a pezzi. Ringraziando tutte le fottute persone, Esse sono tutte le cose che ho salvato." dichiara ora, muovendosi sempre sui ritmi della ballad, destinati ad eruttare nel ritornello già incontrato; questa volta se che ci prende, e lo porta dove dobbiamo essere, tutto solo canta per farlo credere, ed i problemi arrivano.  Un riffing roboante fa da cesura, seguito da un arpeggio graffiante in stile Nine Inch Nails, ed ecco che suoni rocciosi e vocals piene di echi si fanno strada: egli odia la vita altrui, e si chiede se può tornare indietro, volendo essere fermato ed aiutato.  I toni si fanno sempre più melodici, fermandosi però con il disturbo già incontrato, accoppiato qui con il fraseggio allucinato iniziale. Il finale è lasciato al ritornello, il quale questa volta collima in un gioco di bordate sempre più potenti e cantato aggressivo, il quale si blocca all'improvviso.

Blame

Blame (Colpa) parte con un riff tagliente e disturbato, il quale evolve fino a collimare in un attacco roboante con cimbali e chitarre ruggenti; Davis interviene con toni angelici, adagiati su un fraseggio ben sentito e melodie diafane, parlandoci di una relazione, probabilmente sentimentale, ormai abusiva, dove la colpa viene addossata all'altra parte. Egli pensa che l'altra metà della coppia sia una stupida, pendendo dalle sue labbra, e la cosa sta peggiorando, lui sta peggiorando.  Ora i toni esplodono in un ritornello gridato, supportato da loop taglienti e ritmica militante. Esso prosegue poi con i suoni precedenti, per poi esplodere di nuovo negli attacchi trascinanti piene di vocals con effetti; "So I thought you'd disappear. Being alone is what you fear. Are you lonely? Yes, lonely. - Quindi ho pensato che saresti scomparsa. Essere soli è ciò che temi. Sei sola? Si, sola." continua il narratore, chiedendo poi di essere tolto dal suo cuore ed essere fatto a pezzi.  Un bel motivo ritmato si dilata tra i giri di chitarra. Andando avanti e gettando, ogni cosa si adagia arrivando a questo punto, scherzando, sperando, rivoltandosi spelliamo e mostriamo la cicatrice, disprezzando, esplodendo, controllando, si mostra quello che si è veramente.  Ecco quindi una cesura giocata su un basso greve, sul cui pulsare ritroviamo effetti quasi spettrali, contornati da un cantato altrettanto irreale, potremmo dire psichedelico.  Il tempo sta arrivando, diventati folli, l'altra è contenta, ha vinto il gioco, il letto è in fiamme, la sua vita è finita, ed è lei da incolpare.  Giungiamo ad una chiusura segnata da un riff disturbato, seguita da una ripresa dei giri rocciosi e del drumming cadenzato, instaurando la sezione conclusiva del brano, ripetuta ad oltranza, e completata nel finale da un fraseggio appassionante.

Hollow Life

Hollow Life (Vita Vuota) si apre con arie sinistre, sulle quali prendono piede una drum machine cadenzata ed effetti elettronici molto anni ottanta, insieme al cantato malinconico di Davis, il quale tratta della vena speranza di essere aiutati da un dio durante il momento del bisogno. I suoni si aprono poi a chitarre e cori dilatati, creando un'atmosfera sacrale: cadendo, egli questa volta non può fare altro che sperare di arrivare fino a giù, dentro questa buca da lui fatta non può fuggire, cadendo per tutto questo tempo. Siamo arrivati in questo luogo cadendo nel tempo, vivendo una vita vuota, attendendo dei segni. La conclusione del ritornello vede una serie di echi giocati sempre sul substrato di synth fumoso ed evocativo. "Fearing to fall and still the ground below me calls. Falling down this time, Ripping apart all. These things I have tried to stop. Falling all this time - Ho paura di cadere, eppure il terreno sotto di me, mi chiama. Cado questa volta. Facendo tutto a pezzi. Queste cose che ho cercato di fermare. Cadendo per tutto questo tempo." prosegue ora il testo, delicato e pronto ad eruttare nel ritornello precedente, dominato ancora una volta da un'atmosfera che crea immagini mentali fatte di nebbie e rammarico; si evolve in un trotto epico più ruggente, una marcia completata da suoni cosmici, i quali sottolineano un brano che mostra una natura molto elettronica, anticipando molti pezzi a venire della seconda metà della carriera dei Nostri.  Canti orchestrali e ritmi trip hop prendono piede, mentre Davis riflette, ponderando se c'è da chiederci perché guardiamo il cielo cercando in vano, chiedendoci perché, tutti soli, dove è Dio, se guarda giù, non lo sappiamo. Cadiamo nello spazio, non guardando giù, la morte può arrivare, la pace che abbiamo trovato, cosa possiamo dire?  Siamo vivi, stiamo dormendo, o siamo morti? Riecco il ritornello ormai familiare, con tutto l'armamentario di cori, chitarre sognanti, ed esplosioni disperate, fatte di toni elevati, i quali si ripetono sul drumming incalzante e sui riff taglienti, raggiungendo un climax conclusivo lasciato alle tastiere ed al farsetto del cantante.

Bottled Up Inside

Bottled Up Inside (Imbottigliato Dentro) ci accoglie con un riffing roboante e roccioso, completato da piatti pestati, dove Davis ruggisce in maniera epocale la sua lezione: egli parla ancora una volta del dolore che sente dentro a causa di quello che ha vissuto, e di come esploda dentro di lui.  L'odio non scompare, deve farlo uscire, si chiede se è folle, gridando nulla esce fuori, continua a sentirsi solo, senza mai trovare l'uscita, non ringrazia gli altri, almeno che la verità non esca fuori. Ora i suoni si appoggiano su un fraseggio liquido, unito ad effetti elettronici e vocals disperate: ha bisogno di coraggio, picchiandosi da tempo, chiede s e gli altri ridono perché è divertente, odia dentro di se. Il ritornello dà il meglio del gruppo, tra dilatazioni spaziali ed attacchi di chitarra strutturati su un'ossatura ritmica sempre ben presente, cesellata dalla ripresa dei riff da guerra. Il Nostro utilizza questa occasione per buttare fuori ciò che è dentro, perché spaccherà tutto. A volte desidera la nostra morte, pieno di dispiacere, hanno stupro e rubato il suo orgoglio, e tutto questo odio è intrappolato dentro.  Si ripropongono quindi le evoluzioni precedenti, le quali prima strisciano languide, poi ci ridanno esplosioni oniriche del ritornello, ora completata da un riffing in levare: la sua cavalcata viene all'improvviso interrato, restituendoci ritmi spezzati e loop taglienti. Bordate come colpi di mitra ripetuti destabilizzano il songwriting, aumentando il dramma sonoro: "My heart's breaking. Man you really ripped it out. You take pleasure watching as I claw my way out. The hurt rising soon it's gunna to tear my soul out. It's not kosher feeling like I'm on my way out - Il mio cuore si sta spezzando. Cavoli, l'hai davvero strappato. Ti piace guardarmi mentre ne esco fuori scavando. Il dolore che sale mi strapperà l'anima. Non è kosher sentirmi come se fossi sul viale del tramonto" declama il cantante, il quale poi sente la vertigine mentre tagliano fino alla colonna vertebrale, strappando la pelle altrui così come hanno fatto con la sua, chiede se ora sono felici, dopo aver fottuto la sua mente, sapendo che ora la pagheranno. Si arriva così ad una nuova cesura fatta di arpeggi ariosi, la quale viene seguita dal ritornello conclusivo. Esso vede un'ultima parte con corazzate sonore e cori onirici, la quale si consuma in un greve fraseggio finale appena accennato.

Thoughtless

Thoughtless (Senza Pensieri) parte con un fraseggio evocativo, presto raggiunto da arpeggi sbilenchi, il tutto immerso in un'atmosfera pulsante e diafana. Essa arriva ad una cesura seguita da riff rocciosi e piatti cadenzati, sulla quale Davis parla con toni eterei della strage presso la Columbine High Schol, o meglio dei motivi che hanno portato ad esso, visti dagli occhi dei due futuri killer Eric Harris e Dylan Klebold, ovvero le costanti derisioni nei loro confronti. Attraverso le pagine delle loro fantasie, spingono la loro pietà in basso, e vorrebbero vedere il tentativo altrui di colpirli, pensando che lo sotterreranno. Ora i suoni si fanno più aggressivi, così come le vocals del cantante, instaurando un crescendo inesorabilmente votato all'esplosione imminente; ci si chiede perché stanno provando a deriderli, pensando che sia divertente, chiedendo cosa pensano stia provocando in loro, desiderando di farli piangere nella polvere per averli linciati. Il ritornello si libra con una delle parti più belle del disco, tutta giocata sul farsetto nasale di Davis e sui trotti di chitarra ripetuti, una sezione epica e melodica che mantiene una disperazione palpabile: Tutto il loro odio non può essere trovato, non saranno annegati dai loro schemi senza pensiero, quindi possono provare a trascinarli giù, ma saranno loro a vederli gridare. Torniamo quindi alle bordate precedenti, ritmate e dall'energia crescente, pronte ancora una volta ad evolvere in modo tale da rendere in musica la rabbia che sale fino al punto di non ritorno.  Ora i due sono sopra tutti, sorridendo mentre annegano, volendo uccidere e stuprare, così come sono stati stuprati loro, premeranno il grilletto, e gli altri cadranno. Ritroviamo il bel ritornello, vero vertice del brano, il quale si dipana con i suoi movimenti che non ammettono replica; esso collima ora con una pausa segnata da fraseggi striscianti e cantato languido e malevolo: "All my friends are gone, they died (gonna take you down). They all screamed, and cried (gonna take you down). I've got my body, got my body back against the wall.I've got my body, got my body back against the wall. Gonna take you down - Tutti I miei amici sono scomparsi, sono morti (ti trascineranno giù) Tutti hanno gridato e pianto (ti trascineranno giù). Ho il mio corpo, ho il mio corpo contro il muro. Ho il mio corpo, ho il mio corpo contro il muro... Ti trascineranno giù." recita il testo, il quale degenera poi in una cantilena isterica dal gusto rap, giocata su una serie di riff rocciosi. Inevitabile il climax segnato dalla ripresa del ritornello, ripetuto con potenza ed un gusto che potremmo definire orchestrale. Esso va a chiudere il pezzo, lasciando spazio per pochi secondi ad un effetto disorientante.


Hating

Hating (Odiando) prende il via con toni molto new wave, prima offrendoci un fraseggio adagiato su effetti elettronici, poi un drumming tribale: ecco ora il cantato leggiadro di Davis insieme ad arpeggi squillanti. Egli parla semplicemente dell'odiare tutto, continuando ad accumulare energia negativa nel tempo e consumandosi, un tema che contrasta con la musica qui utilizzata. La sua vita è un tale spreco, implorando che le cose funzionino a questo giro, ma non riesce d entrare in sintonia, sentendo che prende ciò che è suo, appoggiandosi alla fede non ha ricevuto altro che disperazione, quindi si chiede perché crea per essere risucchiato.  I toni si aprono a loop rocciosi di chitarra ed altisonante vocals, creando un innalzamento della tensione sonora, improntata alla preparazione per un ritornello anche questa volta epico ed appassionante: il Nostro ha odiato per tutto questo tempo, davanti ad un pubblico che ha dentro di se, odiando tutte le facce, tutto ciò che ha potuto trovare, troppo oltre per andare oltre. Questo viene espresso con chitarre dalla bella melodia e linee vocali piene di pathos, le quali ci portano alla ripresa dei movimenti liquidi di inizio brano; "I Cannot leave this place. Burning up inside this space of mine. So why can't I replace, feelings I find hard to really find? I try but I can't taste. Memories they always fuck with me. So why do I create just to be swallowed? - Non posso lasciare questo posto. Bruciando dentro questo mio spazio Quindi perché non posso sostituire questi sentimenti che trovo difficile trovare davvero? Provo, ma non sento nulla. I ricordi mi scombinano sempre. Quindi perché creo per essere ingoiato?" racconta ora, mentre ritroviamo l'evoluzione precedente, ancora una volta completata dal ritornello supportato da fraseggi alla The Cure e vocals filtrate, quasi sognanti. Le ultime parole pronunciate vengono riprese in una mitragliata di chitarra serrata e dal gusto più aggressivo, mentre di seguito abbiamo bordate oscure ed epocali coronate da toni ruggenti e dissonanze urgenti. Riprendono i toni più controllati, in una sezione felpata conclusa da un delicato fraseggio: esso però viene sostituito subito da un terremoto sonoro, seguito dall'ultima iterazione del ritornello, sempre trascinante ed emotivo. Il gran finale rivede la sequenza marziale dai riff secchi, la quale ci guida verso la conclusione del pezzo.  

One More Time

One More Time (Ancora Una Volta) si apre con una chitarra acida e lisergica, protratta fino all'aggiunta di un fraseggio ritmato, il quale segna il passo mentre Davis interviene con il suo cantato nasale: egli ci parla del sentirsi costantemente perseguitati dai propri sentimenti, come in una persecuzione. Ci dice che arriva sempre, ed inizia il gioco, un puzzle che non può essere risolto, ed ogni volta è lo stesso, guarda giù e tutto crolla. I toni si fanno più altisonanti, con connotazioni liriche, mentre la musica vede giri roboanti e ritmica giocata su piatti cadenzati e linee stridenti. Tutto ciò che vede brucia i suoi occhi, e anche tutto quanto dentro: è tempo per il ritornello pestato ed epico, dove chitarre notturne e vocals gridate duellano tra di loro. Intrappolato nei confini della sua mente, ricomincia tutto, prendendo ciò che è suo, ancora una volta. Riprendono le strutture iniziali, tra fraseggi meccanici ed arpeggi dilatati, mentre di seguito ritroviamo i loop riproposti in sequenza.  Il finale non può essere che un ritorno al ritornello accattivante, lanciato ed emotivo nella sua atmosfera ammaliante. Esso va a scontrarsi con una cesura segnata da una chitarra accennata, subito sostituita da effetti diafani e cimbali leggiadri, mentre Davis interviene con un cantato sognante: "Always this teasing, sometimes I lose faith. Where is my strength to hold on? Facing existence how can I relate? Do I stand clear or move on? - Sempre ad irretire, a volte perdo la speranza. Dové la mia forza per andare avanti? Affrontando la vita, come posso fare? Rimango, o vado avanti?" dichiara, proseguendo nella descrizione, cadendo attraverso lo spazio ed il tempo, sepolto nel dolore, cadendo lentamente come in un sogno, in un mondo non visto.  Si chiede perché non può spezzare l'incantesimo, nell'oscurità si chiede se è all'inferno, cadendo in questo buco è così che deve andare. Ecco che si riparte con l'ormai familiare ritornello, per una struttura abbastanza basilare, con la riproposizione di tutti i suoni dominanti del pezzo, verso una conclusione che riprende tutta la parte iniziale, aggiungendo vocals con filtri.  

Alone I Break

Alone I Break (Da Solo Impazzisco) vede un fraseggio presto raggiunto da pulsioni elettroniche e vocals soavi da parte di Davis: ecco che ci parla ancora una volta del sentire dentro qualcosa che ci avvelena, ma che non riusciamo a far uscire. Ora ci chiede di essere preso, ha sanguinato troppo a lungo, proprio qui ed ora, lo fermerà in qualche modo. L'aggressività si palesa con parti più ruggenti, ma la musica per ora si mantiene strisciante, giocata su trame sintetiche quasi trip hop: farà andare via tutto, non può più stare qui, è il solo modo, presto andrà via, questi sentimenti pure.  Prende ora piede il bel ritornello controllato, basato su un arpeggio acustico sul quale il cantante delinea la sua voce su archi orchestrali, dandoci una ballad dal largo respiro. Torniamo all'improvviso alla suadente sequenza iniziale, riconoscendo tutte le evoluzioni in chiave elettronica che sono destinate a portarci verso una nuova riproposizione del ritornello: Il Nostro vede che i tempi cambiano, ed andarsene non è così strano, spera di trovare dove lasciare indietro il dolore, tutta la merda che riceve tutto solo sembra distruggere, chiedendosi se ave vissuto al meglio che poteva, non lo renda un uomo. La sua conclusione vede nuovi toni orchestrali, dilungati una sessione che sembra una colonna sonora, confermando un pezzo dal gusto molto leggero ed atmosferico.  Le pulsioni elettroniche si ripetono, segnando il passo mentre la voce ricompare con filtri molto pesanti, robotici:  "Am I going to leave this place? What is it I'm running from? is there nothing more to come? (am I gonna leave this place?) Is it always black in space? Am I going to take it's place? Am I going to leave this race? (Am I going to leave this race?) I guess god's up in this place? What is it that I've become? Is there something more to come? (more to come) - Lascerò questo luogo? Da cosa sto scappando? C'è qualcosa in più che deve arrivare? (Lascerò questo luogo?) È sempre nero nello spazio? Prenderò il suo posto? Lascerò questa gara? (Lascerò questa gara?). Credo che Dio sia in questo luogo? Cosa sono diventato? C'è qualcosa in più che deve arrivare?  (In più che deve arrivare?)" continua il testo, portandoci a nuovi giochi elettronici, i quali collimano nel ritornello evocativo. Esso si ripete con le sue arie intime, portandoci con se verso il finale del brano, segnato da una semplice chiusura con piatto.  Un episodio che è probabilmente il più semplice e tranquillo dell'album, una ballad malinconica che mostra lo spirito più pop dei Korn.

Embrace

Embrace (Accogli) parte con un fraseggio dissonante, come una macchina mal-funzionante: ecco ora dei riff militanti, graffianti e potenti come bombe, sui quali Davis interviene con un growl quasi death, dove parla per l'ennesima volta del sentirsi perseguitati dall'odio che si ha dentro, e delle conseguenze che ha sulla propria esistenza. Il sangue sgorga, il sonno è noioso, non smettiamo di correre, siamo qui contando. Una sorta di rap da guerra si staglia sulle bordate granitiche e sul drumming pestato, instaurando un'atmosfera tempestante. La vita, il dolore, l'odio, continuano a fotterci, non c'è altro luogo in cui andare. E' tempo per il ritornello carico di tensione oscura e trattenuta, sul quale le vocals di Davis trovano spazio tra riff dissonanti ripetuti e suoni notturni che sembrano sirene in lontananza. "So I walk but seem to crawl. For, I'm giving in today. Now I run into a wall. Cause I cannot fight my way - Quindi cammino, ma sembra di strisciare. Poiché, mi sto arrendendo oggi. Ora mi scontro con un muro. Perché non posso farmi strada combattendo", declama il Nostro, mentre subentrano toni grandiosi contornati da cori e cantato nasale, dove intimiamo di venire con noi, siamo caduti oltre il muro, avevamo un'occasione per risorgere, ma ora non possiamo are altro che andare fino in fondo. Riecco ora l'attacco che possiamo definire thrash, sempre dai loop rocciosi e dalle vocals ruggenti, una sorta di riproposizione in chiave Korn del tribalismo urbano dei Sepultura; le sue esplosioni si configurano in un bombardamento destinato a portarci prima verso un fraseggio ritmato, poi ai suoni quasi cosmici del ritornello arioso. Al secondo minuto e mezzo il fraseggio iniziale si ripropone in un loop contornato da effetti elettronici: ecco ora un galoppo con vocalizzi ripetuti, il quale evolve in una marcia elettronica. Bordate stridenti creano una sequenza altisonante, destinata a riportarci sui territori del ritornello, sempre dilatato e pomposo, un tripudio di sequenze che vogliono trascinarci con loro, cosa che effettivamente fanno: esse si ripetono in un loop completato da un ultimo riffing roboante, firma della conclusione del pezzo.  

Beat It Upright

Beat It Upright (Colpiscilo Bene) si apre con un riff massiccio e roccioso, completato dalla batteria cadenzata, un mantra che avanza schiacciando ogni cosa sotto di se; Davis interviene con un cantato ritmato, cesellato da cori grevi e malevoli, parlando di un rapporto sadomaso e del bisogno di sentirsi puniti per stare meglio. Egli si chiede se siamo pronti per una bella lezione, pronti a riceverle, senza far finta di non essere dei perversi, ci sculaccerà per divertimento. Toni drammatici s'innalzano con chitarre ruggenti e linee vocali incalzanti, mentre la struttura va verso il ritornello: il sedere è bene in alto, fa piangere il bastardo, è così bello da morire, ed ha bisogno di aiuto per rimanere in vita. La musica qui si mantiene altisonante nelle sue parti con effetti vocali e loop di chitarra ossessivi, mentre di seguito riprendiamo con i toni precedenti, striscianti, ma non meno incisivi.  "I'll behave. Oh my God, make me beg, my God! Yes I'm ready for a good flogging baby (my God). (Get down) Come on ream my ass just for fun (get down/my God/get down). Don't let up till my ass is bleeding baby (my God) (get down). Don't let up until you are done (get down, on the ground) - Mi comporterò bene. O mio Dio. Fammi implorare. Mio Dio! Si, sono pronto per una bella sculacciata piccola (mio Dio). (Abbassati) Avanti spremi il mio culo, per divertimento (abbassati/mio Dio/abbassati). Non smettere fino a che il mio culo sanguini piccola (mio Dio) (abbassati). Non smettere fino alla fine (abbassati, per terra)",  prosegue il testo, anticipando il passaggio verso i ritmi più duri che ci portano ancora una volta verso il ritornello esplosivo e pulsante. L'essenza dei Korn vecchia maniera viene quindi qui rielaborata secondo i modi più atmosferici dell'album, dandoci uno dei suoi episodi più diretti.  Ora intraprendiamo una corsa, ci sconvolgerà, e non dobbiamo cercare di nasconderci, è vero quello che dicono su quelli come lui: in musica questo si traduce in un marasma di linee hip hop in sottofondo, e cantati nasali epici in prima linea, fermati da un riff caotico e rumoroso. Si ristabiliscono i movimenti serpeggianti iniziali, cadenzati e maestosi; il dramma sonoro si fa sempre più presente, dandoci per l'ultima volta modo di rivivere il ritornello dai riff roboanti e taglienti, adagiato su un drumming vivo. Il finale vede un accenno di tastiere acide e lisergiche, le quali sfumano verso l'oblio.

Wake Up Hate

Wake Up Hate (Risvegliati Odio) ci accoglie con suoni che potremmo quasi definire pseudo industriali, una ritmica elettronica coadiuvata da un fraseggio filtrato, dandoci l'idea di una tensione trattenuta, ma pronta ad esplodere. Questo succede con i growl di Davis ed i loop di chitarra ronzante, un muro travolgente. Il cantante ci parla del non avere più speranze e ragioni per vivere, sentendo solo odio. La ragione per cui viviamo è folle, a chi veramente importa? Sveglieremo l'odio, fotteremo tutti, vogliamo rompere tutto, farlo pungere, faremo arrendere tutto, lo risveglieremo.  All'improvviso la velocità rallenta, ma non di certo verso lidi più rassicuranti: toni alla Manson e sospiri creano una narrazione incastrata tra suoni dissonanti e disorientanti, pronti comunque ad evolvere in nervosismi incontrollabili ed elettrici. "I am the burden of my everything, an open scar. I'll be reborn in hatred, feeling I can't love no more. I've had to suffer. I cannot wait for more. No loving and no praying. All my hate is for the taking - Sono il peso del mio tutto, una cicatrice aperta. Rinascerò nell'odio, sentendo che non posso amare più. Ho dovuto soffrire. Non posso più aspettare per avere di più. No amore e no preghiere. Tutto il mio odio è per essere preso." declama il cantante, esplodendo quindi nuovamente nel ritornello duro ed imperante, un rock compulsivo stagliato su una superficie sintetica. Ripassiamo alle malie precedenti, striscianti e conturbanti, un tripudio di scariche di chitarra e drum machine ossessiva. Questa volta però l'evolvere non ci ridà la solita esplosione, sorprendendoci invece con un arpeggio falsamente sereno e toni altrettanto falsamente angelici: noi siamo il cadere della nostra felicità, smettiamo di amare ed odiamo, fino a che non riusciamo più.  Dovevamo soffrire, non possiamo più aspettare, niente più amare o pregare, l'odio è per essere preso. Una batteria cadenzata si adagia sulle vocals sempre più disperate, completate da una breve cesura. Siamo uno sporco pezzo di merda.  Siamo disgustosi, volgiamo essere spazzati via. Ora siamo pronti per l'ennesimo attacco baritonale, giocato come sempre su trame energiche e loop di chitarra distorta, un finale potente che mette in chiaro le cose, completando un pezzo violento e senza fronzoli.

I'm Hiding

I'm Hiding (Mi Sto Nascondendo) parte con un movimento roccioso e lento di chitarra, cadenzato da piatti e rulli ripetuti, il quale poi va ad infrangersi contro un basso greve, presto accompagnato da suoni diafani e vocals leggiadre: Davis parla del sentirsi folli, e del nascondersi nei ricordi, non riuscendo a trovare una via d'uscita.  Forse siamo pazzi, camminando su un filo, forse siamo uguali, nulla può portarci più in alto, chiediamo di dirci da dove iniziare, pensando di essere alla fine, proprio ora sentiamo il dolore, facendolo andare tutto via. Riff taglienti fanno da cesura, ma contrariamente alle aspettative non evolvono in esplosioni od attacchi, riportandoci invece al punto di poco prima, allucinato ed in qualche modo psichedelico. Forse dobbiamo essere incolpati, forse siamo dei bugiardi, forse siamo uguali, e nulla può fermare il fuoco, non possiamo sentire il cuore, ma possiamo sentire la vergogna, non c'è nulla da dire, presto scompariremo. Ecco che ora i toni s'innalzano con un galoppo roccioso dove anche le vocals acquistano tono, mantenendo tempi lenti e monolitici: Tutti i luoghi a cui pensiamo sono persi nel tempo, le facce che ci perseguitano guardando indietro, sono nostre. Ci nascondiamo dalle cose che dicono, scontando il nostro tempo e poi andando alla deriva, pensando al passato, potremmo morire. Cori ariosi e chitarre dilatate preparano finalmente il ritornello epico ed emotivo, dove il farsetto di Davis prosegue la sua narrazione con "I'm trying to find a better way, but I'm trapped, can't get away. All I think is about yesterday. I could die. - Sto provando a cercare una via migliore, ma sono intrappolato, non posso andarmene. Tutto ciò a cui posso pensare è ieri. Potrei morire." usando toni molto melodici. Il tutto va a completarsi con un ritorno all'andamento iniziale, minimale ed estraniante; si sale d'intensità con nuovi riff rocciosi e batterie combattive, portandoci al ritornello ancora una volta esaltante e dal gusto cinematografico. Le sue linee vocale ci trascinano sugli strati di batteria e basso rombante, dandoci poi un finale segnato da un fraseggio distorto che va a spegnersi in dissolvenza, chiudendo il brano.

No One's There

No One's There (Nessuno Qui) vede un'introduzione affidata ad un arpeggio con un movimento di chitarra in sottofondo, un andamento che presto sale d'intensità dominando il brano insieme ai toni nasali di Davis, il quale ci parla dell'essere inevitabilmente soli, intrappolati nel proprio corpo, e nella propria mente.  Noi e l'altro non abbiamo facce, presto le nostre vite verranno cancellate, e ci chiediamo se gli altri ricorderanno, o se verremo sostituiti. Vorremmo poter vedere e volare, sopra tutte le cose che sono sospese su di noi, in un luogo in cui potremmo piangere.  Il movimento calmo e malinconico si protrae, arricchendosi di striature dissonanti e notturne in sottofondo.  Ecco che ora raggiungiamo un galoppo dalle vocals eteree: quindi cosa potrebbe essere? Nessuno ci sente chiamare, ci ritorna la eco, non c'è nessuno qui.  Per tutti questi sentimenti senza nome che non riusciamo a sopportare, per tutte queste persone avide che cercano di nutrirsi di ciò che è nostro, devono nutrire la nostra fame e smetterla di fottere la nostra mente, è tempo di lasciare indietro questi loghi. Si delinea il ritornello, sempre controllato e sognante, giocato su un cantato appassionato e suoni di chitarra epocali; esso si concludo con una ripresa dei suoni precedenti, ammantati da un'atmosfera nebbiosa. Senza amore, come ci hanno promesso, e senza fede verso ciò che ci aspetta, vorremmo poter vedere, e volare in un luogo dove possiamo piangere; i piatti strisciatati e le vocals sospirate sottolineano per contrasto le dissonanze lontane, mentre ritroviamo di seguito le evoluzioni che ci portano al ritornello intenso e carico di pathos. Questa volta la sua conclusione ci consegna una sezione robusta basata su scariche di chitarra e cantato maniacale: "Where are all these feelings hiding? Dancing in and out my mind. Burning up all that I long for. Feeding me till my decline. Where are you? My soul is bleeding. I am searching am I blind? All alone and bound forever. Trapped inside me for all time - Dove si stanno nascondendo tutti questi sentimenti? Danzano dentro e fuori dalla mia mente. Bruciando tutto ciò che agogno. Nutrendomi fino alla mia rovina. Dove sei? La mia anima sanguina. Sto cercando, sono cieco? Tutto solo e per sempre legato. Intrappolato dentro per sempre". Continua il testo, facendosi sempre più altisonante, andando a scontrarsi con una cesura costituita da un fraseggio orchestrale, sospeso su piatti cadenzati. Si ripetono in loop i versi sognanti del ritornello, uniti a cori lisergici e soul, in un tripudio emotivo che instaura una parte destinata a chiudersi con un improvviso riff in dissolvenza.

Here To Stay (T Ray's Mix)

Here To Stay (T Ray's Mix) è la traccia bonus che completa il disco qui recensito; come si evince dal nome si tratta di un remix del primo brano dell'album, rielaborato in salsa urbana tramite l'uso di nuovi campionamenti jungle ed effetti dal passo felpato. Il metro di paragone più adatto sarebbe un brano hip hop della prima metà degli anni novanta. Le chitarre vengono tolte dall'equazione, salvo per dei loop di fraseggi usati come base in sottofondo, mentre per il resto abbiamo vocals uguali a quelle della versione originale e ritmi spezzati. Al secondo minuto, dodici campionamenti vocali e melodie notturne si aggiungono a quanto evidenziato, mentre di seguito i toni ariosi del ritornello prendono piede portandoci verso un complemento fatto di toni tribali e sessioni sintetiche; dopo una breve cesura altrettanto futuristica, riprende l'andamento adagiato del remix, il quale va a configurarsi in un loop protratto fino ad una conclusione che ci sorprende con elementi etnici, prima di scomparire con una dissolvenza. Un'aggiunta tutto sommato non necessaria, che stona con i toni del disco, e non dà all'ascoltatore una versione del pezzo capace di giustificare la sua esistenza. Si potrebbe pensare ad un modo per ribadire le radici urbane della band, ma il sospetto del riempitivo per occupare lo spazio del disco è più che lecito.

Conclusioni

"Untouchables" segna uno spartiacque nella carriera dei Korn, la fine del periodo iniziale legato massicciamente all'ondata nu-metal da loro creata, e l'inizio di quello da molti considerato più commerciale, legato ad una maggiore melodia, elementi alternative metal, ed un songwriting che si farà man mano sempre più minimale e basato su ritornelli ripetuti. Certo, il processo è ancora in atto, e molti elementi della prima fase sopravvivono, tra suoni urbani ed acidi ancora in bella vista e chitarre grevi, ma è innegabile che all'epoca l'inserimento di parti new wave, unite ad un'elettronica più marcata, abbiano fatto notare subito la nuova natura della band. Il risultato, nonostante lo scarso successo commerciale, è di sicuro uno dei più interessanti del percorso dei Nostri, dotato di una certa oscurità nervosa e di un tema generale molto negativo legato alla solitudine, al non poter fuggire da sé stessi e dai propri ricordi, finendo per farsi consumare da essi ripetendo gli stessi errori. Davis suona disperato come sempre, ma in qualche modo più malinconico, ed anche le sue esplosioni vertono verso l'epico, con un largo uso di cori ed effetti vocali con filtri, le chitarre mantengono una certa abrasione, ma si fanno più dilatate e meno legate a semplici loop, mentre la ritmica è pestata e ben presente nella struttura dei pezzi. Si avverte un certo malessere e tensione - mitigati con un retrogusto amaro dalle melodie soavi - i quali porteranno negli anni a scontri, defezioni, cambiamenti all'interno del gruppo: il successo non basta, evidentemente, ad eliminare i fantasmi che perseguitano il leader della band, i quali sono sempre stati il fulcro dei suoi testi. Riguardo a quest'ultimi, probabilmente abbiamo qui tra gli esempi migliori della loro carriera; se l'autocommiserazione rimane presente, abbiamo immagini quasi sempre più mature rispetto a quelle che verranno adottate nel futuro immediato, le quali invece raggiungeranno spesso il livello dell'auto-parodia.  Come già annunciato quindi, un territorio di confine irripetibile, dove la fine di un mondo e l'inizio di un altro s'incontrano, dandoci un lavoro che suona inconfutabilmente come uno dei Korn, ma allo stesso tempo ha una sua particolare identità ed atmosfera che lo separa dal resto della produzione della band, anche là dove i Nostri tenteranno di nuovo certi esperimenti che qui hanno avuto per la prima volta sede. Tutto è bilanciato, gli elementi pop non sovrastano quelli metal, l'elettronica non elimina la corrosività delle chitarre, il songwriting presenta un largo uso dei cori, ma non raggiunge i livelli minimali e ripetitivi che invece diventeranno di largo uso per loro.  Il futuro vede delle rockstar che sopravvivranno alla morte del genere da loro creato (per quanto possa veramente morire qualcosa in musica), cambiando pelle più di una volta ed arrivando fino ad oggi, avendo dato luce in passato ad alcuni dei dischi più interessanti del metal alternativo di metà anni novanta: nel bene e nel male, i Korn rimarranno ad oltranza il simbolo di quel periodo. I detrattori li perseguiteranno, deridendo ogni loro nuovo lavoro, i fan li seguiranno, anche se il paragone con il passato sarà sempre dietro l'angolo. I litigi, il carattere non certo facile di Davis, le uscite ed i ritorni, costituiranno il gossip sul quale spesso si soffermeranno i giornali, mentre la musica passerà spesso in secondo piano. Un peccato, perché in realtà, pur con episodi non sempre riuscitissimi, avremo comunque una band che non cercherà di ripetere all'infinito il suono che li ha portati alla ribalta, facendo anche scelte molto rischiose. Il nostro viaggio, come ormai sappiamo, va indietro nel tempo, quindi la nostra prossima analisi verterà sul loro ultimo lavoro del periodo propriamente nu-metal, ovvero quel "Issues" che conciliava l'oscurità dei loro primi lavori, con l'approccio più "sleazy" di quel "Follow The Leader" che li ha portati al successo. Un disco contenente una serie di brani che entreranno nella storia del progetto, e che completerà quella che possiamo definire una quadrilogia, la quale è ancora oggi simbolo di un periodo che, piaccia o meno, è fondamentale per capire l'evoluzione del metal come viene inteso oggi, ed il suo riscontro a livello di pubblico.  

1) Here to Stay
2) Make Believe
3) Blame
4) Hollow Life
5) Bottled Up Inside
6) Thoughtless
7) Hating
8) One More Time
9) Alone I Break
10) Embrace
11) Beat It Upright
12) Wake Up Hate
13) I'm Hiding
14) No One's There
15) Here To Stay (T Ray's Mix)
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