JUNGLE ROT

Jungle Rot

2018 - Victory Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
20/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione

Adoro leggere le recensioni musicali, di qualsiasi genere e forma. Sia quelle cartacee sia quelle che girano in rete. E sui Jungle Rot, gruppo che prendo in considerazione per questa mia nuova disamina, posso dire di averne sentite di cotte e di crude. Ma ci ritorneremo tra poco, non prima di un personalissimo amarcord. Dicevo: le recensioni, i trafiletti, le varie analisi che posso leggere in giro su ogni singolo gruppo che affolla questo variegato panorama musicale (non solo metal) mi sollazzano non poco e sono da anni il pane quotidiano per i miei denti. Una passione che dura da parecchio, e che ha preso piede "seriamente" con l'acquisto di un ottimo libro, "Heavy Metal - I Moderni" della Giunti, scritto mirabilmente da Luca Signorelli, decisamente esaustivo nonostante le sue 120 pagine. Ma si parla della preistoria (ovviamente da lì in poi i libri a tema da me comprati sono stati davvero numerosi), mentre in tempi recenti trovo davvero gradevole alimentare certe curiosità tramite riviste varie o meglio, farmi un giro su internet dove si sente davvero tutto e il contrario di tutto. Come per l'appunto sui Jungle Rot, onesto gruppo death metal che trova ottimi consensi nelle recensioni fornite da Metallum e praticamente stroncato da chiunque qui in Italia. La verità - e sembra una frase fatta ma non è così - sta come sempre nel mezzo, dato che la band pur non fornendo eccessivi spunti, pur non essendo rivoluzionaria nel genere, si lascia ascoltare e volendo riesce anche a divertire. Così è stato per ogni disco da loro dato alle stampe e così è per il nuovo omonimo (Victory Records, 2018), che non si discosta poi molto dal clasico trademark della band, ossia ritmi quadrati e possenti, voce tonante ma che mi risulta difficile definire in "growl" dato che l'impostazione è tra un Lars Goran Petrov (dopo la svolta "death & roll degli Entombed) e un Piotr Pawel Wiwczarek (Vader). E un'attitudine grezza e ferale che quasi aberra qualsiasi soluzione raffinata/tecnica. Anche se, etichettati da tutti come "death metal" i nostri sembrano proporre soluzioni più affini al death-thrash che al death tout court. A rimembranza di quello che potrebbe essere il loro background metal ci pensa il vocione di Dave Matrise (che comunque, come detto, usa un'impostazione vocale decisamente intellegibile e neanche troppo cupa) mentre la materia musicale si nutre di evidenti scorie thrash: ascoltando qualsiasi brano proposto nel platter sfido chiunque a non notare quanto il germe del thrash sia onnipresente. Niente ritmi grassi e roboanti, atmosfere cupe e malsane, miasmi catacombali, nulla di quanto proposto, per dire, dai Deicide, dai Morbid Angel, dagli Obituary e dai Death (tanto per tirare fuori un poker a me tanto caro)... l'assalto è più diretto, non gioca sulle atmosfere ma su una irruenza tipicamente thrash. Ma a onor del vero il gruppo sembra essere un portavoce di un death metal tendenzialmente "vintage"... i nostri sembrano, apparentemente voler suonare una musica di confine che in anni passati è stato il "crocevia di due generi": basti pensare ai Possessed, o ai primi Pestilence, che suonavano roba parecchio dura per essere considerata thrash ma con stilemi ancora tipici del genere. Dunque più che un'ibridazione tra generi parlerei proprio di uno "stay to the roots" (prendendo spunto dal termine "back to the roots", il che si traduce in soldoni nel termine "operazione nostalgia") in cui i nostri, forse mettendosi volutamente un paraocchi per evitare di vedere che dagli anni ottanta in poi, nel death, tante cose sono cambiate, hanno deciso di mantenersi in quella zona del crepuscolo che inizialmente era solo un dovuto punto di transizione per tanti gruppi. Una zona franca (che nell'enciclopedia Treccani è definita "Sezione del territorio di uno Stato che, pur essendo sottoposta alla sovranità dello Stato stesso, resta al di fuori della sua linea doganale") sottoposta ancora alle leggi del thrash ma ormai fuori dai suoi confini e protesa verso il death. Certo l'essenza "passatista" dei nostri è da riscontrare più nell'operazione in sé (un death conscio di come il genere sia "figlio" del thrash, meno in linea con certe evoluzioni di questi anni che hanno smarcato totalmente la corrente da tale paternalità) che nel risultato effettivo. Parlavo prima di quanto c'è stato in quel territorio di confine (Pestilence, Possessed, etc) e le differenze sono palpabili: il thrash tendente al death o death ancora in odore di thrash che si respirava all'epoca era sicuramente più "sporco", il fetore di selvaggio che si poteva respirare era autentico (merito anche di mixaggi e produzioni meno cristalline di oggi) e la furia animalesca non era certo "plasticosa" e confezionata ad hoc. Qui, nonostante il divertimento sia assicurato, non vi è nulla del thrash/death o death/thrash delle origini, considerando i ritmi abbastanza moderni e la produzione ovviamente al passo con i tempi. Quindi death/thrash sì, sicuramente (con una propensione, almeno secondo le varie testate, verso il death), ma di quello più moderno, quello più "mainstream" che in realtà sembra interessarsi poco del transgenere primigeneo, quello "borderline", il "figlioccio" deforme del thrash che aveva appena iniziato a mutarsi verso una creatura più grassa e terrificante chiamata appunto death metal. Ma come scritto poco fa nessun problema, il divertimento è assicurato. Niente di troppo genuino, ma in fin dei conti ascoltiamo musica principalmente per intrattenerci. E dischi come questi intrattengono di sicuro. Ma chi sono questi Jungle Rot? Dopo aver tanto parlato, e cercato di dire la mia sulla loro proposta, è utile avere un loro spaccato biografico (pescato direttamente dalla loro pagina facebook), soprattutto per chi non li conosce e coglie l'occasione, tramite questa recensione e questo disco, per iniziare a farsi una cultura su di loro: "Gli spari fischiano sopra la testa, senza fiato, grato di essere vivo, un soldato coraggioso e sfinito si rifugia in una fossa vicina. Sopraffatto dalla tragedia, il cadetto guarda verso il basso per rimuovere con cura i suoi stivali da combattimento logori per scoprire i suoi piedi intorpiditi e blu, provando rigetto per l'opprimente odore di decomposizione e cancrena. Questo fenomeno è noto come "jungle rot". Con un po' di immaginazione, visualizzate questa situazione terribilmente grottesca come se fosse in forma di heavy metal: brulicante di disperazione, brutalità, oscurità e volatilità. L'immagine sinistra che hai appena dipinto prende vita in un film death metal di quattro pezzi, JUNGLE ROT, che ha distrutto trionfalmente la scena metal nel 1994. Originari di Kenosha, nel Wisconsin, i JUNGLE ROT hanno raccolto costantemente fan a migliaia fin dal loro demo del 1995: "Skin The Living". I critici, spazzati via dai loro freddi ed esplosivi spettacoli dal vivo, hanno premiato con recensioni stellari la band che ha ricevuto il suo primo contratto discografico con la Pulverizer Records. Attraverso una nuova rappresentazione, i musicisti hanno pubblicato il loro primo progetto a tutta lunghezza, "Slaughter The Weak" (1998) e sono stati accolti da un enorme sostegno sia dalla comunità metal che dai critici di tutto il mondo. Rispondendo a una marea di nuovi fan, la band ha riorganizzato la sua formazione, adattato il suo suono, prodotto nuovo materiale e ha iniziato a dominare il circuito del Midwest. Ora impossibili da ignorare, i JUNGLE ROT hanno firmato un contratto con la Olympic Records nel 2001, impressionando il mondo del metal con i loro lievi accenni ai gruppi favoriti, SLAYER e SODOM. Una raccolta del loro nuovo materiale ha preso vita nel loro disco del 2001, "Dead And Buried", lasciando i fan in soggezione con una produzione impeccabile, bass-heavy e riffing calcolati e complessi. Storditi dalle loro melodie aggressive, i fan hanno chiesto un tour da headliner, che è stato realizzato nel 2008, insieme a WARMASTER, DOWNSWITCH e WALKING CORPSE. Freschi del loro tour europeo di grande successo, con migliaia di nuovi supporti da avviare, i JUNGLE ROT hanno firmato un accordo con Napalm Records nel 2009. Avendo più di un decennio di esperienza dalla loro parte, la band ha pubblicato "What Horrors Await" più tardi quell'anno , costringendo in ginocchio i metalheads, che hanno salutato la loro padronanza nella distorsione della chitarra e del growl come doni consegnati dai più profondi pozzi dell'Inferno. Evocando il loro odio primordiale, "What Horrors Await" ha colpito con un duro colpo, abbattendo gli oppositori con un calcio rapido alle gonadi. Con il fuoco nei loro occhi, i JUNGLE ROT hanno girato senza sosta in tutto il mondo, dimostrando la qualità della loro produzione abbinata alla loro esibizione dal vivo, consolidando il loro posto come attori principali nella scena death metal. La Victory Records, incuriosita dal marchio di morte neandertaliano dei JUNGLE ROT, ha accolto la band nel suo roster nell'aprile del 2011. Tre mesi dopo, i ragazzi hanno pubblicato "Kill On Command", con un po' del materiale più pesante da loro realizzato fino ad oggi. Gettando un guanto di sfida, hanno integrato melodie lente e cadenzate nel loro stile thrash, riportando la band alle sue radici death metal. Composti dal frontman e chitarrista Dave Matrise, dal bassista e cantante di accompagnamento James Genenz e dal chitarrista Geoff Bub, i JUNGLE ROT sono tornati con sete di vendetta per "riprendere la scena che abbiamo iniziato", sostiene Matrise. I loro anni di duro lavoro li hanno portati in tournée con molte leggende del death metal come DEICIDE, ENTOMBED, SIX FEET UNDER, VADER, OBITUARY, SUFFOCATION, GOATWHORE, CATTLE DECAPITATION e altro ancora. Ispirato e motivato dal continuo supporto dei loro fan, i JUNGLE ROT pubblicheranno il loro prossimo album all'inizio del 2013. Pronta per andare in guerra, la band promette di sconfiggere i non credenti, riversandoli con ondate di salmi barbarici e colpi selvaggiamente potenti, finché non alzeranno le loro bandiere bianche della sconfitta. I JUNGLE ROT non saranno ignorati. I JUNGLE ROT non saranno sconfitti. I JUNGLE ROT non scendono a compromessi. Senza fine in vista, è chiaro che questo che i JUNGLE ROT continueranno ad attaccare e distruggere ogni cosa sul loro cammino. Siete stati avvertiti; l'era del "metallo muto" incontrerà la sua fine nelle mani di JUNGLE ROT". Benone... a questo punto direi di passare alla nostra consueta track-by-track, indispensabile per addentrarci in maniera più approfondita nei meandri di questo disco.

Send Forth Oblivion

Si inizia egregiamente con Send Forth Oblivion (Mandare L'Oblio), pezzo irruento, energico, che liricamente punta il suo obiettivo su tematiche relative al mondo odierno e ai suoi mali: fratelli che lottano contro fratelli, uomini presi della bramosia di potere, una società completamente e irrimediabilmente trascinata verso la rovina. Una canzone che innegabilmente fa perno - come accennato - su temi sociali, per certi versi liricamente affine ad antiche radici rock 'n' roll, ma al contrario di questo improntata su di un pessimismo ed un'aggressività decisamente thrash. Alla decadenza della società dovuta all'egoismo dei padroni, alla guerra, all'annichilimento economico e mentale della popolazione, risponde l'esigenza di fare tabula rasa e relegare tutto all'oblio (oblivion). Una tematica abbastanza comune affrontata da molte band heavy, thrash e death, la cui peculiarità, rispetto alla massa, è nella sua chiave più politica che non prettamente esistenziale, sebbene non manchi di una disillusione di fondo nei confronti dell'intero genere umano. Emergono passaggi come "Perché non possiamo ricominciare da capo?" che ci fanno comprendere come la voce narrante, nonostante l'evidente disillusione di fondo, vorrebbe fare "tabula rasa" e dare all'umanità - magari una nuova umanità prossima ventura - una seconda chance. Ma l'effettività di tale pensiero pecca di una messa in atto quasi impossibile: salvo non venga scatenata qualche guerra totale, salvo che i superstiti di tale guerra non si riorganizzino per portare avanti una "nuova umanità", stavolta - si spera - priva dei difetti che ha distrutto la precedente civiltà, allora ogni passo indietro, ogni volo pindarico su una qualsiasi "tabula rasa" è solo un pensiero destinato a rimanere tale. E pensare che su un film come Watchmen (tratto dall'omonimo fumetto di Alan Moore e di cui rappresenta la quasi fotocopia) l'idea di fare milioni di morti per riorganizzare in meglio la società sembrava un'idea vincente. Folle, sanguinaria, ma capace di avviare il mondo verso un nuovo ordine globale. A livello prettamente musicale si inizia al'insegna della potenza sonora più belluina e intransigente (ergo niente introduzioni "inaugurali" di nessun tipo) con un riffing circolare e furente che, assolutamente in linea con quanto detto nell'introduzione, ci porta direttamente verso territori thrash-oriented. Per la serie: se invece del vocione di Dave Matrise ci fosse stata l'ugola di Steve Souza o di Chuck Billy avrebbe fatto poca differenza. Con questo non voglio dire che i nostri non siano "death" o che siano effettivamente un gruppo "thrash death" - Metallum, che non è gestita da inetti, avrebbe individuato la cosa - ma le influenze thrash sono evidenti, tanto da calarci piuttosto che nelle tipiche atmosfere più o meno oppressive tipiche del genere death, in territori deflagranti che del genere thrash sono un po' lo stilema. La batteria è un martello pneumatico, chirurgico nella sua precisione, così come il riffing segaosse messo in campo al solo scopo di non lasciare superstiti. Un'apparato strumentale che assume i toni di un'imponente macchina da guerra, capace di stritolare ogni cosa sul suo cammino. Già al ventesimo secondo subentra la voce di Matrise - inaugurata da un vocalizzo gorgogliante e oscuro - che presto (al cinquantesimo secondo, quindi al suo subentrare vero e proprio) si assesta su un "quasi-growl" perfettamente intellegibile ma non per questo meno ferale. Una voce incandescente, ferina, animalesca, ma che non viene spinta verso limiti parossistici (niente toni particolarmente ribassati stile Nile, niente pig squeal tipico del death più estremo, né elementi alla Dave Vincent, Glen Benton o Ross Dolan. Niente di tutto questo) risultando comunque gradevole e più incline a un proto-death vecchia scuola. I ritmi si mantengono furenti e diretti, molto lineari, tramite sparute variazioni (a un minuto e un quarto vi è un leggero cambio di ritmi grazie a un apporto più aggressivo della batteria, ma niente che possa sviare troppo dalla struttura principale). Di base fare una cronistoria dell'intero brano è inutile e fuorviante: ci si trova di fronte a una pietra incandescente lanciata ad alta velocità contro l'orecchio dell'ascoltatore al puro scopo di far male. E ci si riesce, mentre inebetiti sale la goduria.

Delusional Denial

Si continua altrettanto bene con Delusional Denial (Negazione Delirante), brano che ci porta in seno ad un testo che, in qualche modo, presenta affinità e piccoli collegamenti con il testo del primo pezzo. I retroscena politici e sociali del brano precedente lasciano stavolta spazio ad una traccia esistenziale, in cui la negazione del dolore e dell'atrocità della vita è punzecchiata di continuo da un torturatore che è la vita stessa, antitesi della morte che, anzi, è concepita positivamente come una forma di liberazione. La metafora del torturato e del torturatore si traduce in stilemi classici del metal estremo e forse più vicini a derive che vanno oltre il thrash metal. Rimane anche qui il pessimismo di fondo del brano precedente, solo che anziché essere indirizzato alla natura umana o all'egoismo della classe dirigente, si riferisce ora all'esistenza stessa e al calvario che ognuno di noi attraversa. In linea di massima i collegamenti con il pezzo inaugurale del disco finiscono qui, considerando la natura più intimista del qui presente brano, che si smarca con una certa evidenza dal pessimismo apocalittico e di natura largamente sociale della citata Send Forth Oblivion. Un pezzo sicuramente dissimile - ma neanche troppo - rispetto alle tematiche inaugurali che si presenteranno nella stragrande maggioranza dei seguenti pezzi e che prediligono un approccio collettivo, rinunciando perlopiù a spaccati individualisti in cui ad essere presi in esame sono soggeti specifici e non la massa. Quello che conta per la band, e lo vedremo, è la società presa nel suo complesso: una società bovina, inetta e per questo non meritevole di un prospero futuro. Musicalmente non ci si distacca troppo dal canovaccio presentato nel precedente pezzo: irruenza a go-go, poche variazioni sostanziali nella struttura del brano e - di conseguenza - una evidente linearità di fondo. Comunque a distaccarsi di misura da quanto sentito prima ci pensa un'introduzione stavola ben più massiccia e ragionata. Niente corse a trecento all'ora destinate a lacerarci i padiglioni sin dai primi secondi, ma un'intro stavolta molto ragionato, ponderato e massiccio. La parte iniziale infatti consta di un giro di chitarra sostenuto da una batteria, ambedue gli strumenti dosati e ponderati, "rallentati" rispetto al massacro cinetico dell'opener. Il brano dopo pochi secondi si assesta su tempi medi spronati da un riff monotono - nel senso buono, comunque... se volete chiamatelo "ipnotico", mesmerizzante o quant'altro - che martella con la sua ciclica maniacalità. Si è ancora in territori thrash-oriented ma di quelli più muscolari e meno "taglienti". La batteria inizia ben presto a dettare maggiore durezza grazie alla gragnola di colpi della pedalina, pur non incidendo sui ritmi pachidermici sino a qui uditi, ma a dettare i tempi rimane il riffing. A quasi un minuto e venti si parte sparati, di nuovo martoriati da ritmi veloci, terremotanti. La voce è parecchio feroce (ma come specificato a più riprese non esattamente "death", almeno secondo gli stilemi più in uso) e contribuisce notevolmente allo stillicidio sonoro operato dal resto della strumentazione. Uno strumento aggiunto, un motopicco infernale destinato a rendere l'intero apparato sonoro ancor più destabilizzante. A rendere la struttura meno monotona ci pensano stacchi strumentali - vedasi quello verso il minuto e quaranta - capaci di rendere il piatto più vario e gustoso.

A Burning Cinder

Il terzo pezzo, A Burning Cinder (Una Cenere Ardente), sembra ricollegarsi maggiormente alla linea tematica del primo brano, data la natura "sociale", ma anche economica, del testo: si evince un ritorno alla chiave spiccatamente politica del primo brano, la quale si fa qui ancora più evidente tirando in ballo il sodalizio tra macro-economia, poteri finanziari e burocrazia statale, percepito come un abominio a vantaggio di pochissimi e a svantaggio della popolazione, descritta come una massa di pecore dormienti (non la più originale delle metafore, ma funziona sempre). Ancora una volta la soluzione è l'azzeramento, la catastrofe, ma tale possibilità è sentita come una sorta di utopia irrealizzabile e nessuna soluzione è veramente in vista, nessuna fine. La strofa finale accenna ad un monarca, ma non è chiaro se si riferisca a chi tira le corde di tutto questo, dando all'atto d'indicare col dito un senso accusatorio, o se si riferisca alla speranza che un "capo", un "homo novus", possa risolvere la situazione. Una chiave di lettura ci è offerta dallo stesso vocalist, Dave Matrise, il quale ha affermato che con questo pezzo la band critica apertamente l'amministrazione Trump, affermando in un'intervista che "L'amministrazione americana, prendendo spunto dal presidente, si è dimostrata come una cieca che guida il cieco. Avevo bisogno di scrivere qualcosa che dimostrasse che ci sarebbero state rappresaglie, rivolte che alla fine si sarebbero concluse con la guerra globale di massa, e la terra bruciata in un incendio inceneritore". Per quanto riguarda il discorso più prettamente musicale, stavolta finiamo in balia di un pezzo che almeno nella prima parte sembra indugiare su tempi più massicci a discapito della velocità, per poi riprendere a correre da un certo punto in poi (come da - ottimo - copione per i nostri). L'inizio è infatti granitico, possente nel suo incedere, infiammato a sprazzi da un uso sapiente della pedalina, capace di donare più energia ma non smuovere la possenza del pezzo sino a portarlo verso lidi ipercinetici. Per un incremento della velocità comunque non bisogna aspettare molto, dato che già al quarantesimo secondo il piede finisce sull'acceleratore e improvvisamente ci ritrova immersi in una texture pregna di deflagrante cinetismo. Nel complesso, salvo sparute accelerazioni e decelerazioni, il pezzo si mantiene nel complesso abbastanza lineare, così come i suoi predecessori, salvo piccole aperture e frangenti strumentali destinati a rendere leggermente più varia la portata (verso il minuto e trenta ad esempio, con una bella accelerazione tutta strumentale, e quindi un minuto dopo, in cui a troneggiare è un intrigante solo guitar). Un brano nel complesso riuscito e gradevole, che senza far gridare al miracolo riesce a proporre una ricetta aggressiva e al contempo catchy, di cui i deathsters (e i thrashers) non saranno mai saturi.

Triggered

Il quarto brano Triggered (Innescato) si riallaccia tematicamente a quello che sembra essere un po' il leit-motiv dell'album (almeno sino ad ora) ossia un'argomentazione che si mantiene su una tipologia sociale/politica/umana, sicuramente di denuncia ma anche di "destrutturazione", se con questo termine si mira a smantellare pezzo pezzo ogni certezza precostituita e ogni credo - errato - dell'uomo immerso nella società odierna. Ancora una volta ci troviamo d'innanzi a una canzone dal testo palesemente sociale, ma stavolta l'obiettivo è ancora più specifico: a finire sotto il bisturi ora non è l'umanità o un vacuo pessimismo, non una generica classe politica o finanziaria, ma il singolo individuo, una delle "pecore" citate sul brano precedente, reo di credersi voce del senno e della giustizia. Il classico benpensante. Qualcosa in colui che sopporta tutto questo, tutta questa retorica, si rompe, e così nasce il desiderio di uccidere, s'innesca la violenza. Una canzone che è un monito, e che un po' come quella di prima mette in luce una situazione percepita dalla band come sull'orlo del baratro, sul filo della catastrofe e del conflitto. Nonostante le dichiarazioni del cantante riguardo Trump, tuttavia, questo pezzo potrebbe essere interpretato e giustificato tanto da una parte politica quanto dall'altra, rivelando - in contrasto quindi forse con il precedente brano -  la volontà intrinseca dei Jungle Riot di non sbilanciarsi troppo apertamente sul piano politico. Musicalmente ci troviamo di fronte a una mezza novità, almeno rispetto a quanto sentito sino ad ora, considerando che rispetto ai precedenti brani, tutti improntati sulla velocità o su sali-scendi di accelerazioni e rallentamenti, il qui presente brano risulta essere un monolite quasi interamente impostato su tempi medi: pesante, granitico, con poche tessiture veloci (perlopiù si parla di frangenti martellanti imposti dal doppio pedale, abbinati a un riffing quasi sempre "pesante"). Un pezzo particolarmente "heavy" che riscopre finalmente un più evidente tessuto death, dando sicuramente spazio a vaghi olezzi thrash ma piegandoli al volere di strutture più opprimenti e atmosfere sature. Qui volendo - e con molta fantasia - si potrebbe parlare di qualche vaghissima reminiscenza à la Obituary. Gli ingredienti che ce li riportano in mente li possiamo trovare in una reiterazione del riff principale in maniera ossessiva e soffocante (si vedano in tal senso diversi brani di "The End Complete") e una pesantezza a tratti claustrofobica. Quindi fino a questo momento il pezzo in questione si può considerare come il più "death" del lotto. Non un capolavoro, ma si lascia ascoltare (magari può risultare "poco movimentato", ma tutto sommato gradevole).

Fearmonger

Si continua con la quinta traccia, Fearmonger, il cui testo si basa per l'appunto su questa strana - almeno in italiano - parola, che nella nostra lingua risulta di ardua traduzione. Diciamo che con un po' di fantasia può essere interpretata come "spauracchio" (anche se il termine inglese corretto per quest'ultima parola sarebbe "bugbear"...ma grossomodo il significato rimarrebbe simile). Il "fear monger" è letteralmente un individuo o entità che sparge il terrore, che porta il panico. È una parola dal richiamo quasi mitologico, la quale suggerisce di creature ancestrali o nemici invisibili che in un passato remoto minacciavano villaggi e comunità, ma, in questo caso, è sinonimo e metafora del sistema, del governo. Il cantante si esprime spesso in prima persona mettendosi nei panni di tale sistema, descrivendo come questo sparga paura, menzogne e mezze verità per confondere i fatti, creando confusione, e come attraverso questo caos riesca a tenere soggiogate le popolazioni, ormai incapaci di discernere realtà e menzogna e rivolte verso le minacce immaginarie cui vengono scagliate. Insomma, una canzone sia sul costante bombardamento mediatico sia, forse, sul contemporaneo fenomeno delle fake news. È un pezzo ben più movimentato rispetto al suo diretto predecessore: mentre Triggered si faceva carico di una pesantezza relativamente asfissiante, irrorata di toni cupi e patterns claustrofobici, qui si ritorna a correre "come se non ci fosse un domani" (scusate il modo di dire popolare ma ci stava). Tra l'altro è da segnalare la presenza in tal sede della chitarra di Schmier dei Destruction, guest perfetta per tale brano irruento e thrash-oriented. L'apertura è veloce, di un dinamismo senza freni imposto non solo dalla batteria, ma anche da un rifferama grintoso e "circolare" in stile thrash (a tutti quelli che ancora obietteranno una totale appartenenza dei nostri all'interno del calderone death dico "si, probabile, ma certi riff parlano chiaro, e non sono proprio un'esclusiva death") che riporta i nostri a tessiture death/thrash forse più consone al loro modus operandi. Più variegato l'uso dei riff (già dopo una decina di secondi abbondanti vi sono passaggi che si smarcano in velocità - quindi abbiamo zone più frenetiche - dalla struttura principale) rispetto ad altri pezzi e idem dicasi per l'uso del drum kit. Il pezzo risulta seppur relativamente lineare, molto più strutturato messo in relazione con certi suoi predecessori. Si segue una linea musicale di base che non subisce eclatanti trasformazioni, ma la variegatura - piazzata ad arte - di certi riff non fa che incrementare la dose di interesse nei confronti di un pezzo a suo modo completo. Tra l'altro abbiamo un bel "rallentamento" verso il minuto e trenta dettato dalla chitarra che porta magistralmente il brano su tempi medi; il tutto mentre il doppio pedale picchetta frenetico. Questo all'incirca per quindici secondi - un inezia apparentemente, una sfumatura importantissima in realtà - quindi si torna a correre mettendo di nuovo il piede sull'acceleratore. La chitarra impone un riff possente e la batteria viene frustata con frenesia. Quel che ne esce è un clima pazzoide, isterico, schizzato. A rendere il tutto ancora più psicotico ci pensa tra l'altro la voce di Matrise, che ci regala una delle migliori performance sino ad ora, grazie ad un alternanza tra toni bassi e toni più schizzati e acidi (poco a che vedere con la doppia impostazione vocale di Glen Benton, dai toni bassi ben più gutturali e con parti "acide" veramente indemoniate. Ma vanno benissimo così). Dal minuto e quarantacinque si segue un andamento tutto sommato lineare, tra frustate feroci di batteria e un guitar work furioso, con un bell'inserimento strumentale - aggressivo ma catchy - verso i due minuti e venti. Un breve stacco quadrato e marziale verso i due minuti e cinquanta, quindi si riprende a correre con veemenza e acredine. In sostanza un ottimo brano, forse uno dei migliori del lotto.

Stay Dead

La sesta traccia Stay Dead (Resta Morto) presenta un testo che si ricollega a doppio filo al leit-motv tematico affrontato sino ad ora, pur differenziandosi sotto determinati aspetti: ascoltando il brano, risulta evidente come ci si smarchi qui solo in parte dal contesto socio-politico degli altri testi entrando nelle tematiche più care al death, con creature non morte mangiatrici di persone. In realtà, tuttavia, questa sorta di marcia del male risulta essere una vera e propria rivola popolare, una ribellione di coloro che in altre canzoni sono stati definiti "pecore" e che ora si rifiutano di "rimanere morti", ovvero incoscienti di come il Potere e il Sistema si prendano gioco di loro, uccidendo e divorando tutto in uno scenario distopico eppure, nella visione della band, probabilmente utopico. Notare anche alcuni riferimenti alla cultura metal più americana, dall'inferno zombie all'istinto "motorizzato". Di base una canzone decisamente più "horror", ma di quella tipologia tanto cara a Romero in cui gli "ultimi" si ribellano contro la classica società decadente, marcia, ipocrita: cito - e forse si era capito - la "trilogia dei morti viventi" (La Notte Dei Morti Viventi, Zombi, Il Giorno Degli Zombi), celebri pellicole che dietro al pretesto di mettere in scena un attaco di non vivi nei confronti del genere umano, cela metafore socio politiche neanche troppo "occulte". Facile vedere in queste pellicole, in primis nel capostipite della serie (La Notte Dei Morti Viventi) una sorta di attacco delle classi "basse e disagiate" (allegoricamente rappresentate dai non morti) che attaccano gli ormai inermi rappresentanti del ceto medio. Qui, come appuntato in precedenza, non siamo tanto lontani da quel genere di horror metaforico, dato che molte analogie si sprecano, e il "racconto del terrore" diviene pretesto, nuovamente, per pungolare una società in fase di declino. Passando alla parte prettamente musicale ci si trova interfacciati sin dai primi secondi con una struttura quadrata e possente, screziata quasi immediatamente da svolazzi chitarristici free-form. L'impianto su cui sembra reggersi il pezzo, anche stavolta, propende nettamente verso territori death, o comunque di un thrash/death molto massiccio. Rapido l'ingresso della voce, che arricchisce il tessuto sonoro già dal trentesimo secondo: niente - o quasi -  doppia impostazione vocale (come udito nell'immediata precedenza) ma il classico bel vocione di Matrise più largamente sfruttato. Ancora una volta carico di animalesca potenza e perfettamente adeguato al tipo di texture sonora architettata dall'impianto strumentale. Nessun cambio strutturale evidente - tranne alcune veloci picchettature di doppio pedale, come quelle presenti verso il minuto e quaranta, per dirne una - fino ai due minuti, in cui la batteria smorza la sua furia riducendo sostanzialmente i battiti per lasciare spazio a oscure tessiture di chitarra. A due minuti e quindici si riporta - grazie a un nuovo, più deciso apporto della batteria - il brano in seno a un frangente possente e deciso. Verso i due minuti e quaranta, un'urlo isterico, la cui impostazione ricorda certi vocalizzi più acidi del presente brano. Dieci secondi dopo il brano aumenta quasi inaspettatamente di intensità e di velocità, iniziando una corsa che - considerando l'ormai assestato uso del mid-tempo - non ci si aspettava o quasi. Questa ci porta verso un frangente strumentale non lunghissimo ma di grande effetto, che presto riporta il brano a ritirarsi nuovamente verso il mid-tempo. Bel brano, nel complesso, in cui si dimostra che per picchiare duro non serve sempre "correre" ed esibire ipercinetismi talvolta barocchi e superflui. Il death spesso predilige approcci più oscuri e possenti (si vedano gruppi come gli Incantation e gli Obituary, o i Morbid Angel di Blessed Are The Sick e Domination) che tanto fa guadagnare in fatto di "forza impattante".

Glory For The Fallen

Si continua con Glory For The Fallen (Gloria Per Il Caduto), settimo brano che, smarcandosi da modus operandi dei precedenti testi, evita di focalizzarsi su tematiche socio/politiche preferendo un'approccio "espressionista", fatto di "sensazioni" pennellate velocemente e prive di grossi dettagli. Di questo testo, la cosa che risalta immediata è la connotazione delle strofe, molto più corte, secche e tagliate con l'accetta rispetto ai brani precedenti. Stavolta la band non ricerca la tematica dettagliata e didascalica, e soprattutto rifiuta un approccio un minimo ragionato, necessario quando si parla di politica. Le strofe secche e brevi sono ideali a suggerire all'ascoltatore concetti e soprattutto immagini in flash veloci e violenti, simili in qualche modo all'andatura del riff. Il soggetto è la scomparsa di un amico e compagno, forse un collega, in ogni caso di un uomo dall'animo nobile la cui mancanza è "come una cicatrice" per "tutti noi", laddove per "noi" non è chiaro se si riferisca alla band o a una comunità più ampia, per esempio il Metallo. La reazione alla sua dipartita, comunque sia, sarà violenta e onorevole. Il testo evita dettagli e spiegazioni, focalizzandosi su emozioni immediate e forti, giustificando in tal modo la struttura peculiare delle strofe. Questo è evidente sin dall'inizio, acoltando passaggi tipo "La vita era il tuo obiettivo/ Riconoscersi/ in un animo prode/ Eroe non celebrato/ Ma la tua vita è stata presa/ già molto giovane/ Dolore diffuso/ Il tuo tempo è stato breve/ Andato troppo presto". Passaggi rapidi e concisi, fondamentali nella struttura di questo testo, che come detto forgiano un'impalcatura testuale mirata più a suggerire per immagini che raccontare. Ma nonostante ciò il siginificato rimane abbastanza chiaro, pur senza antefatti, o spiegazioni, o giri di parole mirate a farci capire di cosa effettivamente si stia parlando. Musicalmente, esattamente come il brano precedente, Glory For The Fallen si mantiene in maniera abbastanza rigorosa su binari death, trascurando abbastanza certe scorie thrash che tanto avevano caratterizzato molti pezzi precedenti. L'inizio è granitico: dopo un tamburellare frenetico alla batteria parte subito un riffone grasso e roboante, contenuto nei tempi ma capace di trasudare un'incredibile potenza. La batteria segue tempistiche non sparate, adagiandosi bene sul pattern mid-tempo che si viene a creare. Il brano prosegue su questi binari in maniera ossessiva e compiaciuta per quasi la totalità del brano, con poche "divagazioni" che comunque non decretano alcun cambio umorale o di atmosfere. Uno step-by-step del brano sarebbe alquanto stupido, almeno in queso caso, non essendoci parti salienti che meritano di essere messe sotto i nostri riflettori (o passate sotto il nostro bisturi, fate voi) dato che l'intero brano, nel suo insieme, risulta un mastodonte capace di proseguire per tutto il suo tragitto a un passo non troppo veloce, facendo vibrare il terreno circostante al suo passaggio. Un buon pezzo, che ha dalla sua una certa potenza e non dimentica certe radici death più pure.

Pumped Full Of lead

Si arriva quindi alla ottava traccia, Pumped Full of Lead (Riempito di Piombo), brano che testualmente non faticherebbe a ricollegarsi a Glory For The Fallen (ma lo vedremo tra poco). Differentemente dal pezzo precedente, qui il testo è piuttosto didascalico, non articolato, ma sicuramente descrittivo. In compenso, è anche il più corto di tutto il disco, complici i due minuti e mezzo di durata della canzone. Il soggetto del testo sembrerebbe essere il seguito del brano precedente, ovvero la reazione violenta alla morte di un compagno attraverso la vendetta, sui cui dettagli macabri il cantante si sofferma (già il titolo, per esempio, o il colpo alla nuca, o il riferimento immaginifico alla condizione del corpo con la metafora della zangola dal contenuto fermentato). Potrebbe tuttavia essere anche una storia a sé, uno sfogo da parte del cantante nei confronti di coloro che lo fanno incazzare. E quest'ultima tesi a conti fatti potrebbe anche essere realistica, avendo pochi elementi per considerare lo sfogo violento come una vendetta per l'amico morto. Ma diversi dati potrebbero suggerirci il contrario (il precedente pezzo contiene parti tipo "Aspettatevi la redenzione/ Siamo oltre che incazzati!/ Benevolo/ L'anima ascenderà/ Assassinato a sangue freddo/ Avremo vendetta!" in relazione alla morte dell'amico, che andrebbero perfettamente a braccetto con "La mia vendetta straripa/ Odio feroce ribolle/ La furia di una pompa da dodici calibri/ Colpo diretto alla tua nuca [...] Riempito di piombo Senza che nemmeno ti sia accorto della rappresaglia Il mio rancore si è intensificato" del brano successivo) pur essendo pochi (e sparutamente contraddittori, come quando si legge "Eri stato avvertito di non scazzare con me" che magari si abbina poco alla tesi messa in campo) e mancando qualsiasi riferimento all'amico ammazzato. All'ascoltatore - con un minimo di nozioni di inglese - il compito di tirare le somme. Musicalmente parlando il qui presente brano si aggancia, seppur di misura, a certe matrici groove-death, grazie a tempi spesso sincopati oltre che massicci. Parti stoppate fanno eco a parti più fluenti e dirette, ma l'uso di tempi stoppati qui è preponderante. La prima parte, per dire, è molto diretta e lineare, giocata sia su un riffing ipnotico e implacabile, sia su una batteria - e un uso abbondante di doppio pedale - davvero lacerante. Ma verso il trentesimo secondo si cambia in qualche maniera registro, dato che ci si affida a un cantato secco e ieratico unito a tempi come già detto stoppati in cui a un riffing marziale e quasi meccanico, susseguono piccolissime pause in cui è la batteria a scandire i tempi e a non lasciare buchi nella texture. Echi dei Pantera possono essere ravvisati seppur molto, molto alla lontana. Il tutto chiaramente come se la band di Anselmo & co. avesse fatto groove-death invece che groove-thrash. Poche le similitudini con altri gruppi groove-death che mi sovvengono ora (praticamente nulla di gente come i Lamb Of God, tra i più famosi esponenti del genere).

Twisted Mind

La nona traccia Twisted Mind (Mente Contorta) si riallaccia a un discorso che per buona parte del disco è stato il motivo portante, ossia quel discorso socio/politico che ha fornito notevoli fondamenta testuali alla maggior parte delle tracce: questo brano parrebbe la conclusione del discorso sociale/politico in chiave pessimista intrapreso fin'ora e culminato nella sua "soluzione finale", una conclusione nichilistica e stavolta prettamente individualistica, concentrata su di un singolo soggetto e la sua perdita di raziocinio dinanzi la follia del mondo, ma anche sulla sua apparente capacità, metaforica o meno, di "purgare" il genere umano, mondandolo delle sue nefandezze. Insieme alla ragione, infatti, se ne vanno anche le normali leggi dell'etica e la separazione tra bene e male. Salvo alcuni sparuti dati forniti dal testo ("Miliardi di umani sono maturi per una purga") il brano sembrerebbe solo un "elogio alla follia" - dato che questa non è vista in accezione totalmente negativa ("Delirante delizia"), un resoconto della trasformazione di un uomo da "normale" (ma cos'è del resto la vera normalità? ) in pazzo. Ma bastano pochi "accenti" piazzati ad arte a trasformare una semplice caduta negli abissi della malattia mentale in visioni ben più ampie e "punitive", distruttive. A livello musicale ci si trova stavolta di fronte a un pezzo - a modesto parere del sottoscritto - davvero bellino, ben fatto, capace di prendere parecchio. Il merito è del riff particolare, sghembo, straniante usato sin dalle prime battute. La potenza in questo brano si spreca ed è una gioia sentire un tripudio di forza e muscolarità usata con criterio come in questo caso. Anche stavolta ci si trova di fronte a un brano che si nutre largamente di death metal, senza grosse sorprese o contaminazioni (anche qui ho ravvisato poche scorie thrash, forse più groove). L'inizio è possente: poche note sparate nell'etere prima dell'arrivo del disastro imminente. Una rappresentazione sonica di una tensione ancora inespressa che sta per arrivare ad una piena deflagrazione. Venti secondi dopo il brano parte in maniera effettiva con un'energia inarrivabile, grazie a un guitar work possente e comunicativo come raramente abbiamo sentito sino ad ora. Possente, straripante, fa immediatamente presa nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore. La batteria viene frustata sapientemente, senza eccedere. La voce è come al solito il ruggito animalesco di un'autentica forza della natura, selvaggia e implacabile. Il brano procede in maniera agguerrita ma senza esagerare in frangenti eccessivamente cinetici, preferndo più che altro un andamento deciso, sostenuto ma non all'inverosimile. A rafforzate la texture, sparutamente, ci pensano interventi di doppio pedale che rinvigoriscono qua e là una struttura già di per se molto energica e godereccia. Per il sottoscritto sicuramente uno dei migliori brani del lotto: niente trovate ad effetto, particolari cambi di tempi e struttura, niente sofisticazioni. Solo un pezzo nato per scuotere. Un pezzo dotato di una melodia sì oscura ma anche dirompente, cattivo ma anche catchy. Un gioiello, a suo modo. Un pezzo dotato di un suo peso specifico, non banale e non stereotipato. Davvero bello.

Terrible Certainty

Concludiamo con Terrible Certainty (Terribile Certezza), cover del celebre brano dell'omonimo album (il terzo) dei Kreator. Testualmente, come è lecito che sia, i nostri si rifanno alle liriche dei maestri tedeschi senza particolari omissioni o aggiunte, ricalcando dunque pedissiquamente quanto espresso nel testo originale. Il senso è chiaro: quando sei infetto - in questo caso pare si parli di peste - sei spacciato, in attesa di morire, non c'è più nessuna speranza per te. La via che rimane è solo quella della fede, dato che al sopraggiungere del decadimento fisico tutto quello che si può fare è agganciarsi a delle vacue speranze di vita ultraterrena, per non morire nello sconforto, per dare un ultimo significato alla nostra esistenza. La malattia mortale, nel suo avanzare, sembra non lasciare superstiti né speranze, e presto le varie persone, dai miserabili ai benestanti, passando per "i potenti, i superbi e i valorosi", tutti finiranno nella tomba. La morte, la piaga biblica, il quarto cavaliere dell'apocalisse, si prepara a falcidiare tutto quel che è vivo infettandolo sino al trapasso. Il testo dei Kreator ben si adatta alle "visioni" dei nostri, dato che in ultima battuta si finisce per recuperare l'idea di "purga salvifica", di mattanza atta a distruggere un'umanità decadente - e forse decaduta - forse allo scopo di sviluppare una nuova società priva degli errori, delle miserie, delle ipocrisie che infestano quella attuale. Musicalmente si hanno differenze, ma non così peculiari, dal pezzo originale: mentre l'aggressività rimane inalterata (scegliere quale dei due pezzi sia più aggressivo sarebbe come azzardare paragoni tra il Victim Of Fate di Kiske e quello di Hansen) la cover presenta un suono più pieno, cupo, grasso, mentre l'originale - chiaramente, fuori ogni ragionevole dubbio, il pezzo migliore - si fa forza di un sound più tagliente e affilato. Anche le voci, e non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, sono estremamente diverse: parecchio arcigna quella di Petrozza, tonante quella di Matrise. Ma per chi conosce l'originale sa già di cosa parlo. Nonostante la differenza, e la qualità "minore" rispetto all'originale - arrivare al livello dei Kreator è un'impresa non indifferente - il pezzo è bello, ben fatto, gustoso. Devo dire di essermi divertito parecchio a sentire tale rivisitazione, e ho provato comunque una certa soddisfazione arrivato alla fine del brano (tanto che ho dovuto rimettere il pezzo più e più volte). Quindi, a conti fatti, un finale ottimo par un altrettanto ottimo omaggio a dei mostri sacri del thrash made in Germany, di quelli che il metal hanno contribuito a plasmarlo e che ancora oggi continuano ad avere orde di proseliti e parecchi imitatori.

Conclusioni

Quindi, facendo una stima finale, la valutazione del nuovo album dei Jungle Rot è tutto sommato positiva. Non entusiastica, certo, ma positiva sicuramente. Il disco non è di quelli capaci di farti sobbalzare dalla sedia, o di suscitare un indicibile stupore. Non è uno dei dischi dell'anno, ecco. Ma neanche quella mezza ciofeca che alcuni credono, magari essendosi fatti un idea del disco soltanto dopo un ascolto - ad essere ottimisti - e pure svogliato. Il disco è un onesto album di possente death metal, screziato a più riprese di detriti thrash, utili talvolta per variegare il tessuto dei brani ed imprimere belle botte di potenza e vivace ignoranza ai suddetti. Non mi unisco quindi a molti colleghi recensori nello stroncare nettamente questo disco. Chi segue il death metal da tanti anni penso abbia bisogno anche di parti discografici di questo genere: niente ipertecnicismi alla Obscura, Necrophagist, Illogicist, niente trasformismi stile Atrocity o Tiamat, nessuna contaminazione stile Morgoth, o elefantiaci balenotteri "progheggianti" alla Opeth. Niente di tutto questo. Solo death metal, di quello più canonico, con - come già espresso sino alla nausea - qualche venatura thrash qua e la, ma talmente ben calata nel contesto generale da non dare alcun fastidio. Un disco di cui non so se avevamo bisogno - certo non sono i soli a proporre un death metal "canonico" in questo 2018 - ma che fa comunque piacere sentire. Perchè per un purista del genere va benissimo che escano fuori gruppi tipo Lykathea Aflame o Portal, ma il sound grezzo che caratterizzava il death una volta... beh, quello rimane e rimarrà insostituibile, anche se i tempi sono cambiati, se sono arrivati i Melechesh e i Nile che hanno inserito partiture orientaleggianti nelle loro composizioni, se i Pestilence hanno messo in piedi composizioni dal gusto "spacey", se i Katatonia e gli Anathema non fanno più death (doom) ma si sono avvicinati a forme particolari di rock. Anche se scosse e rivoluzioni sono avvenute, nonostante il rischio di sembrare demodè agli occhi di qualche "radical chic" del metal, il death, quello ferale, sanguigno, VERO, rimane sempre il death. E il deathster puro, quello che ancora ha la lacrimuccia nel risentire i vecchi parti dei floridiani, o certo death svedese più "possente" (è chiaro che non parlo del melodeath, no?) vuole sentire questo. Vuole assaporare ancora composizioni così ferali e genuine che una volta non rasentavano l'eccezione ma più o meno la regola. Quell'epoca in cui a troneggiare erano a parte i più famosi floridiani (parlo ovviamente del quadrilatero Death, Morbid Angel, Deicide, Obituary), anche gente come i Malevolent Creation (tra l'altro floridiani anche loro), i tedeschi Pungent Stench, gli inglesi Cancer e Bolt Thrower, giusto per dirne qualcuno. Dunque fa piacere sentire un disco le cui composizioni pur non essendo di livelli astronomici sanno intrattenere e divertire. Che poi parliamoci chiaro, tutti i componenti sono molto bravi. Ottimo Matrise alla voce (per quanto le sue vocals sporche e possenti non siano totalmente un growl, ma non è un difetto, piace anche così) e ottimi gli strumentisti. Impossibile tacere poi dei testi, incentrati quasi in toto su tematiche sociali/politiche/culturali - cosa non nuova, ma ho notato una certa intelligenza nel trattarle - in cui la nostra società e tutto quel che le gira attorno è visto come fallimentare e quindi avviata verso un completo declino che i nostri vorrebbero decisamente accelerato. Impossibile dare loro torto. Tutto questo a riprova che il metal estremo sa essere anche intelligente - per chi erroneamente pensa che questo sia solo casino, distruzione e morte - e se parla di morte e distruzione lo può fare anche con cognizione di causa e con un perchè. Dunque non un "tiriamo siluri alle balene" o "prendiamo a bastonate il barbone", ma, come in questo caso "la società si avvia alla fine, marcia e purulenta com'è divenuta, dunque darle un colpo di grazia è lecito". Magari per avviare una nuova ricostruzione. O forse solo per fare in modo che qualunque essere dominerà questo mondo in un futuro prossimo venturo, possa farlo con maggiore criterio di quanto fatto dalla razza umana, scellerata sin dagli esordi. E allora bravi Jungle Rot, dato che alla bellezza "musicale" dei pezzi  si aggiunge un impianto lirico assolutamente non da meno. Di "negativo", in generale c'è giusto il fatto che non si aggiunga nulla a una scena classicamente death che sino ad ora ha detto moltissimo (non tutto, non sono così pessimista) e il disco, pur essendo gradevole, non consta di nessun colpo di genio né elemento di imprescindibile brillantezza. Un buon disco, che comunque va premiato con un buon voto. Ancora bravi, e spero per il futuro un disco stavolta veramente brillante, con punte di genialità capaci di far sussultare e farmi esclamare a gran voce: "ecco! Questo è il capolavoro dei Jungle Rot!".

1) Introduzione
2) Send Forth Oblivion
3) Delusional Denial
4) A Burning Cinder
5) Triggered
6) Fearmonger
7) Stay Dead
8) Glory For The Fallen
9) Pumped Full Of lead
10) Twisted Mind
11) Terrible Certainty