JUDAS PRIEST

Unleashed in the East

1979 - Columbia

A CURA DI
FABIO FORGIONE
20/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Capita sovente, nella vita professionale di artisti e bands, di avvertire l'esigenza di mettere su di un album dal vivo tutto il bagaglio e le esperienze vissute sino ad un determinato momento della propria carriera. Una sorta di giro boa, di temporaneo e naturale compendio che metta in risalto i successi, le "hit", i punti salienti di uno scorcio di vita artistica. Quando il succitato album abbraccia poi il primo tratto cronologico della produzione dell'imprecisata band, il tutto assume un'importanza ed un significato ancor più pregnanti, dal momento che, per un artista, le origini costituiscono il nucleo primordiale della sua stessa essenza, la giustificazione più genuina della trasposizione artistica del suo animo; condizionato e plasmato (com'è ovvio che sia) dalle coordinate storiche e sociali, di costume, di tendenze tipiche dell'epoca in cui l'album vede la luce. Nel caso specifico dei Judas Priest, la faccenda assume contorni ancora maggiori, dal momento che abbiamo a che fare con una band che, nel decennio settantiano e con il suo primo filone produttivo, aveva gettato le basi di un genere musicale rivoluzionario (l'Heavy Metal), indicandone i capisaldi sia a livello sonoro che iconografico e contribuendo all'evoluzione e al continuo sviluppo dello stesso. Il decennio, chiusosi in maniera sontuosa col pirotecnico "Killing Machine", conosce dunque anche il primo live album della band di Birmingham, "Unleashed in The East", così chiamato perché registrato durante le due tappe dei Priest in Giappone, precisamente il 10 e 15 febbraio 1979; rispettivamente al Kosei Nenkin Hall e al Nakano Sun Plaza di Tokyo, prodotto dai Priest e Tom Allom ed uscito per la "Columbia Records". Come quasi sempre avviene, per ciò che concerne i lavori di questa band, la release non è immune a reazioni mediamente eterogenee tra loro, soprattutto per quel che riguardava i fans. I quali sono, a conti fatti e tutt'oggi, la cartina di tornasole degli esiti artistici di una band. Dire che è un disco che spacca letteralmente a metà i fans credo sia l'espressione più indicata: vi è chi lo considera il più bel live album mai inciso, e chi, invece, lo considera un flop clamoroso, addirittura una sorta di "tradimento". Come raccordare e conciliare tra loro due interpretazioni esattamente agli antipodi? In una maniera molto semplice, col caro, vecchio motto latino "In Medio Stat Virtus". Un precetto il più delle volte ignoto ai fans, ma che è d'obbligo per chi, come me, pur essendo un priestiano di ferro, è chiamato a dare una visione il più possibile oggettiva del prodotto, e distante il più possibile da coinvolgimenti affettivi  (che nel mio caso sono abnormi). A mio avviso è un album eccezionale innanzitutto per resa sonora: il primo vero Metal live album (e non hard rock) in cui la band si è finalmente liberata da tutti i vincoli e i limiti imposti dalla produzione (questi ultimi assai evidenti in "Sad Wings.." e in "Sin.."), in cui ha potuto "pulire" il sound dagli inevitabili richiami Hard e Prog-Rock, tirando per contro fuori tutta la rabbia, la ferocia, l'energia, la cattiveria tipiche dell'Heavy Metal. Tutte, e dico tutte le  tracce qui contenute, vivono di una seconda vita musicale; sono la testimonianza uditiva di una mutazione alchemica attuata con gli ingredienti dell'aggressione, della compattezza, della potenza. Brani come "Exciter", "Running Wild", "Hell Bent.." , "Rock Forever", "Sinner", "Tyrant", i quali già su disco erano apparsi straripanti, acquisiscono qui una nuova linfa vitale che li rende pressoché unici, le vestigia di una potenza mai udita prima. Cover come "Diamonds and Rust"  e "Green Manalishi" sono invece la materializzazione più pura di quell'alchimia di cui parlavo sopra, vista la loro natura musicale lontana anni luce dagli stilemi più prettamente metallici. Si può discutere anche sul fatto se questo sia o meno il primo vero metal live album della storia, dal momento che a contendergli lo scettro vi sono "If  you Want Blood" degli AC/DC ed "Alive II" dei KISS, ma personalmente ritengo il paragone semplicemente improponibile. Per contro, ciò che da subito non mi ha mai convinto, è stata anzitutto la scelta della setlist. Lasciare fuori brani come "Beyond The Realms..", "Killing Machine", "Stained Class", "Dissident Aggressor" ha i connotati della blasfemia. Scelta motivata da velate pressioni da parte degli organi di censura, visti i contenuti decadenti ed esplicitamente  violenti dei brani? Non è dato saperlo, fatto sta che nell'economia generale del disco pesa come un macigno l'assenza di masterpieces che senza dubbio avrebbero fatto lievitare la ferocia dello stesso. Altro difetto, e qui davvero non ne comprendo il motivo, la presenza di sovraincisioni in studio delle parti vocali, giustificate dallo stesso Halford necessarie a causa di una fastidiosa tracheite che lo colpì durante le tappe nipponiche del tour. Il dubbio resta legittimo; la mia personalissima opinione, dal momento che si sarebbero tranquillamente potute scegliere altre date per la registrazione, è quella che, per motivi discografici, vi era una sorta di inoppugnabile obbligo di lanciare  sul mercato il tradizionale,  consueto "Made in Japan" che ogni rock band di successo aveva sino a quel momento vantato nel suo personale palmares sin dai tempi dei Beatles. Tradizione che sarebbe rimasta pressoché immutata nel tempo, cristallizzandosi. Altra pecca sottolineata da molti fan scontenti di "Unleashed.." fu l'apparire lontano, freddo, artefatto e poco genuino del vociare / clamore del pubblico. Tanto distante, quest'ultimo, da far in modo che molti detrattori ribattezzassero il disco come "Unleashed in the Studio". Questi, in linea di massima, gli opposti pareri che accolsero l'opera. Lasciamo per il momento parlare la musica, riservandoci di ampliare e completare la disamina al termine dell'analisi Track by Track.

Exciter

Apre le danze "Exciter (Aizzatore)", già opener dello straordinario "Stained Class". Una traccia che già si era fatta apprezzare nella sua versione studio per alcuni tratti essenziali di portata rivoluzionaria, ossia la velocità dei riff, la sezione ritmica martellante, i rapidi assoli, i terrificanti screams di Halford; il tutto condito da quella impercettibile sensazione di agghiacciante morbosità. Una canzone che trova, in questo live, una dimensione ancor più cattiva ed estrema. In luogo di un incedere che, sia pur travolgente, ma pur sempre "controllato" della versione ufficiale, abbiamo qui una autentica mazzata che non lascia respiro. Il muro sonoro eretto dalle due chitarre è di una compattezza e di una potenza impressionanti: i due axemen, coadiuvati dall' ottimo Hill, sembrano voler travolgere tutto quanto incontrino sulla loro strada, mentre Binks è un metronomo micidiale per forza e precisione. Ma la parte del gran cerimoniere spetta a sir Rob, il quale, sovraincisioni o meno, sfodera una prestazione da manuale, alternando i suoi proverbiali acuti a parti più vetrose e ruvide. Istrione, trascinatore, leader indiscusso di una macchina distruttrice, il frontman riesce ad instaurare un simbolico rapporto col pubblico nipponico, chiamandolo in causa e coinvolgendolo nell'intonazione del pre chorus. E il pubblico, ovviamente, non si lascia pregare. Brucianti e poderosi i due solos del divino Tipton, rabbiosi e chirurgici quanto basta per suggellare una riproposizione di un pezzo che, vorrei ricordarlo, proprio in ragione delle sue devastanti sonorità, era stato fonte d'ispirazione per il monicker di una importantissima band canadese, gli Exciter appunto. Il sedicente eccitatore protagonista del brano non poteva annunciarsi in maniera più deflagrante, all'encomiabile pubblico orientale: chi ha visto in questo brano il fisiologico antenato di "Painkiller" non potrà che veder ancor più avallata la propria tesi dalla versione offerta in questa release dal vivo. Come anticipato, le liriche del testo vertono su di un personaggio denominato "l'aizzatore", un subdolo demagogo che incita le masse con esempi e modi tutt'altro che pii, ma che alla fine, nonostante tutto, riesce nel suo intento di instaurare l'ordine in una società governata da particolarismi, ambizioni personali e brama di dominio; governata insomma dal caos. L'eccitatore, facendo leva sui sentimenti più atavici e sui primordiali istinti dell'uomo, ristabilirà l'ordine una volta per tutte, garantendo così la salvezza della specie umana. Ora, è fin troppo facile immaginare come un testo del genere, segnalato agli organi di censura preposti come dissacratorio e blasfemo, avesse dovuto mettere la band in cattiva luce presso gli ambienti più conservatori e più in generale presso l'opinione pubblica. Un tutto che, però e fortunatamente, è in grado di analizzare le problematiche sociali con il proprio metro di valutazione e, soprattutto, con mente sgombra da qualsivoglia tipo di pregiudizio.

Running Wild

 A tal proposito, quasi come i Judas Priest avessero voluto "tramortire" il pubblico sin dalle prime battute, giunge la seconda traccia del live, estrapolata stavolta da "Killing Machine". Quella "Running Wild (Correre a Perdifiato)" divenuta anch'essa, successivamente, fonte d'ispirazione per il monicker di un'altra celebre band. Per infiammare le platee del Sol Levante sono stati scelti i due pezzi più Heavy dei due album più Heavy della straripante discografia priestiana, ed il risultato è, nemmeno a dirlo, di una potenza impressionante. Mai tanta rabbia ed energia erano state portate su un palco prima d'ora. Anche in questo caso infatti sorprende l'impatto che la sezione ritmica, col suo incedere da macchina da guerra, fornisce ad un pezzo il quale già su disco era stato un chiaro invito ad uno sfrenato headbanging. Ma quello che fu in sede originale un invito si tramuta qui in un ordine: chitarre e batteria impongono infatti un ritmo forsennato, la velocità dei riff è travolgente, l'assolo una scudisciata, Halford detta legge con la sua voce unica, ma quel che anche qui sorprende è la granitica compattezza sonora che trasuda da ogni singolo passaggio. Le oniriche perversioni urbane partorite dalla band trovano in questa veste il loro ideale alloggio, l'apogeo espressivo raggiunto dai cinque giovani di Birmingham, ben prima che un sottogenere più spinto venisse catalogato e codificato. Grandissimi Priest a precorrere tutte le anime e le incarnazioni del verbo metallico!  "Che senso ha la vita, se non la si vive sfrenatamente?". Il senso di questo brano, che poi è anche il motto della band, è racchiuso tutto in questa frase. Frase che sarebbe poi stata presa in prestito e divenuta il manifesto programmatico dell'intero movimento. Fare baldoria, correre come forsennati a cavallo della propria Harley, ubriacarsi, fare l'amore, suonare R n' R: il corpus ideale delle regole del perfetto rocker. Egli è una figura inarrestabile, nessuno e niente riusciranno a fermarlo, scatenerà una tempesta visibile da ogni angolo del mondo, farà divampare la fiamma della passione nell'animo di tutti coloro i quali intenderanno seguirlo. Una bruciante dichiarazione d'intenti dunque, interamente a nome Glenn Tipton, il quale si stava rivelando all'epoca il vero stratega e padre fondatore dell'etica del Metalhead.

Sinner

Come terza track troviamo "Sinner (Peccatore)", brano d'apertura della terza release da studio della band, "Sin After Sin". E qui possiamo tranquillamente asserire di trovarci al cospetto di uno dei più illustri esempi di riabilitazione musicale (se non proprio di effettiva giustizia) della storia dell'Hard Rock. Come già ebbi modo di spiegare nell'articolo inerente all'album, la quantomeno approssimativa produzione imposta da Roger Glover non rese il giusto merito a quella release, andando ad inficiare la cattiveria sonora che pure potenzialmente possedeva. A farne maggiormente le spese furono proprio brani come quello in questione, o come "Dissident Aggressor" ad esempio. I quali, lungi dall'incarnare una mera sfaccettatura di un hard rock in voga all' epoca, recavano piuttosto in sé i germi di un Heavy Metal sanguigno e genuino, al quale (forse) proprio gli stessi Priest non erano stati (ancora) in grado di attribuire la giusta valenza. Ecco allora, sul palco nipponico, un pezzo grintoso, veloce, caratterizzato dalla consueta ritmica furibonda; un pezzo che, dopo due anni (basandoci ovviamente sulla cronologia dell'epoca) può mostrare finalmente quella che è la sua vera essenza. Un rapido susseguirsi di riff rocciosi, assoli taglienti e funambolici, distorsioni a manetta ed urla farine da parte di Rob. Il tutto sapientemente miscelato a quell'aura disturbante che la song mostrava già sul platter, e che qui non viene minimamente scalfita. Anzi: se possibile, il contesto del live accresce la sua intensità, proprio perché sorretta da una potenza dirompente. Avesse suonato così su disco, probabilmente il peccatore bardato e a cavallo del suo mostruoso destriero, col Diavolo alle calcagna, avrebbe terrorizzato ancor più l'umanità sull' orlo del precipizio. Un duo, il Diavolo ed il Peccatore, che vaga per le galassie, vendo richiamato sulla terra dalle urla di dolore, dalle sofferenze, dagli atti violenti in generale perpetrati dagli umani. Questi ultimi, vivendo in una perenne e costante condizione di peccato, attirano come una calamita il diavolo ed il suo compagno, e ne costituiscono la linfa vitale. La maledizione e la dannazione eterna ricadranno, dunque, sui miserabili peccatori. Il testo, fin qui meramente evocativo, acquisisce un senso reale e concreto quasi nel finale, laddove i Priest tuonano: "dopo un letargo di trent'anni la guerra si risveglia e rapida si guarda intorno". E allora non si può non pensare che la guerra in questione sia quella combattuta in Vietnam tra forze americane ed esercito sovietico (per la verità conclusosi da circa un anno, stando alla cronologia dell'epoca), ed il letargo sia rappresentato invece dal lasso di tempo intercorso tra la fine del secondo conflitto mondiale (1945) ed il termine dei combattimenti nello stato asiatico (1975). E' quindi la guerra a fare da sfondo a questa canzone dei Priest; la guerra, con le sue assurde logiche di potere, la sua brama di ricchezze, il suo folle disprezzo per le vite altrui, la sua avidità e la sua lucida follia distruttrice. Le figure del peccatore e del diavolo a cavallo potrebbero, nel vivaio immaginifico della band, essere proprio la trasposizione metaforica delle due superpotenze che in quegli anni furono le assolute protagoniste della cosiddetta guerra fredda, mettendo a ferro e fuoco le rispettive zone d'influenza e vessando atrocemente gli innocenti.

The Ripper

Segue "The Ripper (Lo Squartatore)", prima traccia tratta dal secondo, leggendario album della band, il seminale "Sad Wings of Destiny". Di quel disco, "The Ripper" (insieme alla opener "Victim of Changes") era stato ed è sicuramente tutt'oggi uno dei brani più rappresentativi ed emblematici; ed ovviamente, in questo tellurico live album non può certo sfigurare, assumendo una dimensione "metallica"ancor più definitiva ed accentuata. L'incedere disturbante, l'atmosfera lugubre e sinistra, quella sfuggente sensazione di drammaticità tinta di nero che riscontrammo in quel disco custodito nella storia.. tutto questo lo ritroviamo in questa versione live, ma con un'aggiunta importante. Più una veemenza generale, ed una passionalità che solo un' esibizione su di un palcoscenico riescono a fornire. Un Halford a dir poco strepitoso per intensità di interpretazione, racconta al pubblico orientale (col suo stile unico ed indottrinante) le gesta efferate di Jack The Knife, facendo rivivere in terra asiatica le atmosfere fuligginose e cupe della Londra vittoriana. Anche in questo caso, forse più che nel precedente, è lecito parlare di riabilitazione di un pezzo che, nella sua release originaria, non aveva certo brillato per resa sonora, come del resto tutto il resto del disco. Un album che, lo ricordiamo, fu prodotto in parte dagli stessi Priest, con un budget piuttosto scarno. Come anticipato, il brano narra come da titolo le gesta del noto maniaco seriale londinese, che a metà ottocento balzò agli onori della cronaca per i suoi efferati delitti. Le sue vittime erano soprattutto prostitute, ed i suoi delitti accertati sono cinque in tutto, anche se secondo le cronache ed i verbali della polizia ammonterebbero addirittura a sedici. Il suo modus operandi era particolarmente sinistro ed efferato: amava ghermire le proprie prede nel buio, facendole fuori immediatamente mediante un taglio netto alla gola. Di seguito, si divertiva ad infierire sui corpi delle donne, straziandoli e mutilandoli in maniera brutale. Le brevi liriche si concentrano dunque su questa particolare figura, leggendaria quasi come quella del vampiro Dracula ma dai contorni paurosamente letali e palpabili (il numero di vittime ed il numero di esecuzioni lo dimostrano). Non fu mai svelata la sua vera identità (recenti speculazioni hanno dato modo di credere che potesse trattarsi anche di una donna), fatto sta che il suo nome venne coniato in base a lettere e cartoline che proprio il killer si divertiva ad inviare ai quotidiani locali; egli era solito firmarsi Jack The Ripper, per l'appunto Jack Lo Squartatore.

Green Manalishi

Se non sapessi di trovarmi al cospetto di un brano prog/rock del 1970, attribuirei senza dubitare un istante la paternità di "Green Manalishi", il pezzo seguente, ai Priest stessi. Ed invece no. La cover del celebre brano dei Fleetwood Mac, presente su "Killing Machine", aveva già a suo tempo  favorevolmente impressionato fans e critica, per la drastica "metallizzazione" di un pezzo dall'incedere vagamente sornione e piuttosto statico, come si conviene ad un brano di tale estrazione. Un'atmosfera atta a ricreare le ansie e i patemi del leader dei Fletwood, Peter Green, nei confronti del denaro, croce e delizia di un po'tutte le rockstar. Ebbene, qui i Priest tirano fuori dal cilindro un qualcosa di assolutamente eccezionale, serrando la ritmica ai massimi livelli possibili, compattando in maniera massiccia il suono delle chitarre e dando alla melodia quel non so che di selvaggio, con le linee vocali di un Halford sempre più padrone della scena. Straripante l'assolo centrale, splendida mutazione alchemica delle due impareggiabili asce, così come da brivido risultano gli acuti finali del buon Rob. A risentire questa versione del brano dei Fleetwood, mi convinco sempre di più, nonostante gli anni intercorsi, del fatto che i Priest fossero dei predestinati del Metal, musicisti dal "daimon" in grado di trasformare in acciaio incandescente qualsiasi cosa toccassero. Un destino già scritto, per loro, dagli dei! Fu lo stesso Green, in un'intervista rilasciata per una TV britannica, svelò il reale senso delle lyrics. Raccontò infatti di come una notte, in un periodo in cui faceva in effetti abbondante uso di LSD, fece un incubo rivelatore. Si svegliò in preda all'angoscia e, sentendosi paralizzato e impossibilitato a muoversi, sentì una voce che gli diceva che doveva liberarsi del Green Manalishi (letteralmente, la mazzetta verde)ossia il denaro in eccesso. Spiegò dunque di aver identificato il Green Manalishi (il danaro) con il Diavolo, il quale incombeva minaccioso alle sue spalle e lo terrorizzava. Prendendo spunto da questo suo terribile sogno, il giorno dopo Green donò la maggior parte dei suoi risparmi ad un ente benefico chiamato "War on Want", con sede a Londra, e che si occupava di prestare aiuti economici ai paesi in via di sviluppo,  soprattutto nel continente africano. Green dichiarò che lo spunto per la donazione gli fu dato dalla visione di un dossier televisivo in cui venivano mostrati i danni devastanti della fame nel mondo.

Diamonds and Rust

La A side del disco si chiude con una cover, così come esattamente la B side si apre a sua volta con un pezzo non originale. Il brano reinterpretato, stavolta, è la bella "Diamonds and Rust (Ruggine e Diamanti)" di Joan Baez, estratto da "Sin After Sin". Anche qui si può fare lo stesso discorso fatto per i pezzi precedenti. La metamorfosi del brano era già apparsa più che evidente nella versione studio, una reinterpretazione in cui il fortissimo appeal melodico del pezzo aveva trovato un ideale tappeto sonoro nelle tessiture e nella ritmica messe a punto dalla band. Fatto questo che gli aveva conferito un fascino e un equilibrio armonico pressoché perfetto. Qui le vicende d'amore agrodolci della Baez e del suo partner Bob Dylan, descritte appunto nel brano, vivono letteralmente una seconda vita, in una riproposizione 100% Metal che non fa che acuirne le asperità e rinvigorirne la passione. Un peccato, un vero peccato che sulla resa finale del pezzo pesi come un macigno la sovraincisione delle parti vocali, che tende ad alienare le stesse dal resto della canzone. Un distacco sonoro purtroppo davvero palese ed infelice, che a conti fatti risulta essere l'unica pecca del brano, ma di portata determinante. Un'aggiunta "postuma" che rende il tutto troppo artificioso ed in un certo senso non veritiero, uno stacco che mina abbastanza pesantemente gli equilibri generali. Per quanto riguarda le lyrics, lo ricordiamo, siamo dinnanzi ad una canzone d'amore. Joan, famosa per l'impegno profuso in molte cause dai contorni civili ed umanitari, arrivò a conoscere molti cantautori della sua stessa risma, con i quali condivise molti momenti della sua vita. Il suo impegno politico, quindi, fece in modo di farle frequentare, ed in seguito amare un certo Bob Dylan, al quale la Baez dedicò proprio la canzone in questione. Una commossa rievocazione della storia d'amore vissuta dai due, fonte di incancellabili ricordi nel cuore di Joan. Ricordi dolci,ma anche amari.. diamanti ma anche ruggine, come si conviene ad una relazione sentimentale degna di questo nome.

Victim of Changes

Si ritorna a "Sad Wings..", e questa volta tocca alla opener track incantare le platee orientali. "Victim of Changes (Vittima del Cambiamento)" è infatti il brano con cui la band si impose all' attenzione di fans e addetti ai lavori, uno di quei pezzi che definire storici sarebbe sicuramente riduttivo. La complesse tessiture messe in atto da Tipton e Downing, che nella release risentivano inevitabilmente della matrice prog. di provenienza (ma che al contempo venivano in un certo senso superate mediante la sperimentazione heavy propria dei primi Priest), trovano qui il loro più fisiologico compendio o, per meglio dire, la loro sublimazione. Il pezzo viene, non può essere altrimenti, caricato di quella pesantezza e di quel pathos, di quel quid di sanguigno e diretto che forse la versione da studio, pur non lasciava trapelare. Pur rimanendo, il pezzo "originale", un vero e proprio monumento dell'Heavy Metal. Halford è, al solito, impressionante per tecnica ed interpretazione, ed è l'artefice, insieme alle due asce, del mutato appeal del pezzo, sottolineato non poche volte dai boati del pubblico nipponico. Gli acuti sul finale mettono i brividi per la perfezione esecutiva. Il brano che, nelle sue liriche, vaticinava un imminente, drastico cambiamento, il quale inevitabilmente avrebbe mietuto vittime (la metafora è chiaramente da intendersi riferita all' ambito della scena rock del periodo) viene dunque appesantito e incattivito, producendo come risultato una canzone lugubre, misteriosa, introspettiva, ma maledettamente Heavy. Il testo pare mettere in scena il delirante ed intimistico sfogo di un uomo che, vistosi abbandonato dalla propria donna, si interroga sul perché delle azioni di quest'ultima. Egli trova dunque le probabili giustificazioni nel suo cambiamento, nel mutato aspetto di lei. Una lei divenuta più bella di prima che si rende conto di poter ambire a partner migliori, abbandonando dunque e per sempre il protagonista della lyrics, lasciandolo lacerare nel dubbio, nel dolore, nella rabbia e nella rassegnazione, conscio di essere stato una vittima dei cosiddetti cambiamenti. La chiara metafora della song sembrerebbe essere dunque proprio questa: i cambiamenti radicali sono indispensabili tanto nella vita di ogni singolo individuo quanto nell' intero sistema universale. Ma i cambiamenti non passano mai via in maniera indolore, lasciano anzi dietro di loro un lungo strascico di dolore e sofferenza. Dolore e sofferenza che però sono indispensabili al cambiamento stesso, senza il quale anzi essi nemmeno si attuerebbero. Interessante notare come i Priest, propongano una sorta di ponte concettuale con la prima song di "Rocka Rolla" ("One for the Road"), nella quale quasi si autocelebravano come musicisti e innalzavano un inno alla dea musica. Anche qui, celando accuratamente il messaggio, sembrano voler vaticinare un imminente cambiamento epocale nel panorama musicale di cui essi stessi saranno gli iniziatori ed i fautori.

Genocide

Si pesca ancora dalla tracklist di "Sad Wings..", ed è dunque la volta di "Genocide (Genocidio)", brano che sarà tra i più presenti nelle setlist live della band. Un pezzo che aveva stupito già nella versione studio per la corposità e la compattezza della sezione ritmica, ma che non aveva regalato i picchi vocali a cui il buon Rob ci ha abituati, acquisisce qui ancor più dinamicità e brio, grazie anche e soprattutto al solito eccellente guitar work delle due asce, che avanzano all'uniscono in un incedere monolitico, e che riesce in parte a sopperire alla mancanza di accelerazioni e cambi di tempo. Halford scherza con le note a suo piacimento, e carica il brano di un pathos e di un'atmosfera quasi decadente, come si conviene di fatto ad un pezzo che descrive la terra e l'umanità sull' orlo della totale estinzione. Un imminente genocidio, appunto. Anche il guitar solo, che su disco occupava pochi secondi sul finire del brano, è qui più lungo e, potremmo dire, "sofferto2 nell'interpretazione, a completamento della splendida e generale metamorfosi della song in questione. Le lyrics, dal canto loro, mostrano una lucida, spietata, apocalittica visione in cui l'intera razza umana, dapprima assoggettata e oppressa, verrà successivamente annientata e condotta alla totale estinzione (il genocidio, appunto) dalla nuova stirpe che ha invaso la terra per farla propria. Non mancano nel testo descrizioni crude e al limite di un realismo quasi macabro, fatto questo che causò ai tempi non pochi grattacapi alla band con gli organi di censura, espressione di un conservatorismo quasi bigotto che vide la luce sul finire degli anni settanta e che aveva nelle rock band i suoi bersagli preferiti. Un testo che mostra comunque un certo coraggio nell'affrontare il tema dell'annientamento dell'umanità in seguito ad un'invasione e che può tranquillamente essere letto come espressione di quel sentimento pacifista che animava le giovani menti di quel periodo. Metterci dinnanzi agli orrori della guerra mostrandoci, dunque, immagini dirette e prive di filtri, in modo da farci anelare letteralmente la pace. Una terapia d'urto che, soggettivamente parlando, può dirsi sicuramente efficace. Quale modo migliore di far capire all'umanità gli orrori della guerra, se non mettendola davanti alle tristi conseguenze che essa comporta? 

Tyrant

"Tyrant (Tiranno)", la traccia successiva (tratta ancora una volta dal seminale "Sad Wings.."), era stata, ai tempi della pubblicazione del disco ed all'interno della tracklist, la prima canzone Heavy Metal tout court della storia della musica. Un brano che, lungi dal vivere di estemporanee soluzioni e occasionali sperimentalismi, tradiva invece, inequivocabilmente, un'attitudine heavy del tutto consapevole. Tutto era voluto, tutto era studiato: i riff, le ritmiche serrate, il drumming impetuoso, le melodie avvolgenti e perché no, vagamente epicheggianti (sopratutto sul refrain), gli acuti impossibili di Sir Rob, le sistematiche e non più casuali accelerazioni, gli assoli tremendamente feroci e taglienti.. tutte caratteristiche compresenti in un brano che, dall' alto dei suoi tutt'altro che interminabili quattro minuti e mezzo di durata, si ergeva a forziere megalitico di sapienza metallica, custode fedele di una tradizione incipiente e dai tratti che diverranno, di lì a qualche anno, devastanti. Il vero acciaio albionico viene forgiato e plasmato qui, i dettami di una religione musicale trovano in questo pezzo il loro manuale infallibile. Anche a livello lirico, siamo di fronte al solito testo dall' aura apocalittica, un modus compositivo assai caro alla band, una onirica e folle visione di un mondo ridotto in schiavitù da un malvagio tiranno, metafora inequivocabile di una futura dittatura musicale che avrebbe visto proprio nei Priest gli oligarchi incontrastati e artefici di proselitismo. È fin troppo facile immaginare che un pezzo del genere, calato nella dimensione dannatamente dura e pesante di questo live album, debba acquisire (in modo ancor più spiccato di quanto ascoltato sinora) una rabbia, una ferocia, un'attitudine heavy, una potenza senza eguali per il periodo. Ascoltare per credere! Il testo mostra la folle autoesaltazione delle gesta di un imprecisato tiranno che mette sotto scacco la popolazione, minacciandola,vessandola ed infierendo su di essa con l'ausilio di ogni sorta di sopruso. Escludendo, data la natura ideologica fortemente libertaria del quintetto, una interpretazione di carattere politico, io propenderei per una spiegazione che vede come fulcro la stessa band: una visione messianica in cui essa rappresenta il vettore di un messaggio musicale rivoluzionario, la cui missione è quella di imporsi nel mondo dell'Hard 'n' Heavy, sbaragliando la concorrenza e divenendone i signori incontrastati, i tiranni appunto. Spadroneggiare a ritmo di musica mai udita prima, tosta e veloce, pesante e rivoluzionaria: sarebbe potuto essere tranquillamente lo scopo di una band che, in questo senso, avrebbe fornito ai "figli" Manowar una sicura fonte di ispirazione per quel che riguarda le liriche auto celebrative (del resto, furono proprio i newyorchesi a definirsi Re del Metallo, senza troppi problemi). Al di là della storia facilmente intuibile narrata dalle liriche, quindi, potrebbe tranquillamente aprirsi una sottotrama aperta al fatto che gli inglesi avessero effettivamente potuto avere volontà di ergersi a dominatori della scena, con violenza rispetto ai loro coetanei e contemporanei.

Bonus Tracks: Rock Forever

Se con "Tyrant" viene chiusa la tracklist "canonica" di "Unleashed in the East", le bonus tracks che ci apprestiamo a recensire rappresentano un "prolungamento" della scaletta, una rarità inserita nel contesto ma distribuita "separatamente" sotto forma di EP. Parliamo naturalmente dell'edizione giapponese del live: una versione alla quale fu affiancata un 7'' EP contenente quattro tracce in seguito incluse, assieme alle altre, nella ristampa targata 2001 di "Unleashed..". Si parte con "Rock Forever (Per sempre, il Rock!)", sicuramente fra i pezzi che la band abbia consapevolmente concepito e messo a punto per le esibizioni live. Ripescato dal recente "Killing Machine", viene introdotto da un riff tanto semplice quanto efficace e diretto. Il tutto coronato da un drumwork esaltante e, come sempre, da un'interpretazione canora di Halford da manuale del perfetto Metal Screamer. L'incedere appassionante e fiero di questa hard rock song trova la sua veste ideale nella compartecipazione emotiva che solo una esibizione live riesce a dare, quell'interscambio emozionale tra artista e pubblico che stava per diventare prerogativa imprescindibile della nascitura N.W.O.B.H.M. Un brano studiato appositamente per rimanere in testa e perché il refrain venga urlato tutto ad un fiato, che ospita tra le sue trame armoniche un testo che ne rispecchia fedelmente i crismi compositivi. Amore eterno, dedizione assoluta,una vita interamente vissuta per e con il Rock. La band ricorda al pubblico orientale, a scanso di equivoci, quale sia il loro intento e il loro scopo: diffondere il contagio per la musica, dandosi ad essa anima e corpo. Musica intesa, peraltro, come inalienabile filosofia di vita. Il testo di questa canzone, lo ribadiamo, risulta essere un vero e proprio manifesto programmatico, una dichiarazione d'amore dai connotati epocali, uno slancio emotivo con cui i cinque inglesi affermano di essersi dati anima e corpo, e per l'eternità, alla causa del Rock. Un qualcosa, quest'ultimo, che viene identificato, ovviamente, non come puro e semplice genere musicale,ma come una vera e propria filosofia di vita: un modo di concepire ogni singola azione quotidiana, come un impulso irrefrenabile alla baldoria, all'impulsività, al vivere ogni singola vicenda con partecipazione emotiva e febbricitante enfasi, a trecentosessanta gradi. La scintilla del Rock era stata scoccata già prima dei Priest, ma sono loro ad avere avuto il merito di far divampare la fiamma e propagare l'incendio, uno smottamento tellurico irrefrenabile che di lì a breve avrebbe minato alla base stilemi e schemi precostituiti, un fenomeno generazionale dal potere devastante. 

Delivering the Goods

"Delivering the Goods (Consegna della Merce)" era stato il brano di apertura di "Killing Machine", l'album che, come ricordato in precedenza, più di tutti aveva incarnato le peculiarità costituenti l'Heavy Metal. A dire il vero, proprio l'intera release era stata concepita, suonata e prodotta all'insegna di un ulteriore indurimento ed appesantirsi dei suoni; in questo senso, "Delivering.." era stato un più che valido biglietto da visita, con il suo andamento duro e compatto, con il drumming serrato imposto da Binks dietro le pelli. A rendere il tutto più "cattivo" possibile ci aveva pensato la straordinaria abilità di Halford magistrale nell'alternare ottimamente parti cantate ora grevi e graffianti a veri e propri scream limpidi e acuti. Il solo centrale, ostentazione pura di esercizio metallico, era stato poi la classica ciliegina sulla torta. Un disco che non faccio fatica a immaginare sorprendente per un adolescente di fine anni settanta, che lo avesse messo a girare per la prima volta sul piatto. Eppure, tutto quello stupore dinanzi alla straordinaria novità rappresentata da quel sound così immediato e diretto, sembra dissolversi e risolversi in qualcosa di ancor più grezzo e primordiale se si ascolta la versione della song offerta in questo live album. Un'interpretazione ai massimi livelli possibili in quel periodo; anzi, se vogliamo, una prestazione addirittura avanti di anni. Il superamento di quella dimensione fisiologicamente e inevitabilmente artificiale e filtrata della versione studio viene brillantemente concretizzato grazie alla comparsa di un prodotto di una immediatezza, di una possenza sonora senza eguali all'epoca. I Priest presentano il metal nella sua luce più selvaggia e ancestrale. Del resto, avremmo potuto aspettarci qualcosa di diverso da un brano in cui predicevano l'inoppugnabile l'invasione dei metalhead nel mondo, e nel quale si autocelebravano come i fautori della stessa?  Il testo propone un folle, esaltato, minaccioso manifesto programmatico di quello che sarà l'esito dell' invasione dei metalhead nella società. Non ci sarà scampo per nessuno, i Judas Priest puntano dritto al nostro cuore ed intendono conquistarlo senza mezze misure, rendendoci di fatto degli adepti di questo nuovo, meraviglioso ed elettrizzante culto. Inutile opporsi: solo una strenua resistenza è concessa, ma difatti nessuna reazione, nessuna battaglia, potrà portare qualcuno "alla salvezza", perché sarebbe una guerra persa in partenza. Delle lyrics a metà tra la teorizzazione delle linee guida del futuro movimento musicale, un vero e proprio incendio che di lì a breve sarebbe divampato, e la lucida autocelebrazione, in quanto la band stessa era perfettamente consapevole della portata del suo messaggio.

Hell Bent For Leather

La song successiva, "Hell Bent For Leather (A tutta birra!)" è il brano simbolo dell'intero "Killing..". Non solo, è forse il simbolo dell'intero movimento nascente, sia a livello sonoro che iconografico. È, per intenderci, il brano in cui Rob fa tutt'oggi il suo ingresso sul palco a bordo della sua rombante Harley. E ripeterà questo gesto durante tutti i live a partire proprio da questo "Unleashed..", conferendogli una valenza quasi rituale, mistica. Il pezzo più dannatamente Heavy, insieme a "Running Wild", di quel meraviglioso e prospero scorcio finale di decennio. Riff al fulmicotone, drumming martellante, distorsioni a manetta, assoli micidiali fanno da contorno ad un cantato non esplosivo questa volta, ma comunque estremamente coinvolgente. L'attitudine live dei Priest è connaturata all'essenza stessa della band, ed un brano energico e trascinante come questo non fa che fugare eventuali, residui, infondati dubbi sul perché di lì ad un anno i cinque si siano autodefiniti "Metal Gods". Il pezzo, già su disco un'autentica mazzata, diviene qui distruttivo; l'autoesaltazione, che come da copione le liriche trasudano, trova il loro più naturale vettore nella ferocia espressiva che fuoriesce da ogni singola nota, da ogni arrangiamento. La partecipazione del pubblico sul refrain poi, non fa che rendere il tutto ancor più esaltante, consacrando i Priest come vere e proprie belve da palcoscenico, vati infallibili e demiurghi predestinati, che hanno tenuto fede alla promessa fatta, ossia quella di forgiare il verbo metallico e diffonderlo nel mondo. Parlando poi delle liriche di questo brano, esiste un aneddoto riguardante la creazione del testo, il quale recita così. Un pomeriggio, Glenn Tipton vide arrivare Rob Halford davanti alla sala prove a bordo della sua scintillante Harley, in un tripudio di potenza metallica. Quella visione colpì a tal punto il chitarrista da ispirargli le parole di questa killer song, la quale prese dunque vita grazie all'attitudine motociclista del frontman. Una canzone nella quale viene descritto, per l'appunto, il fasto, il clamore, l'ardore suscitato dall'ingresso in città di Halford. Egli, a cavallo della sua poderosa Harley, miete vittime a ripetizione: chiunque osasse sfidarlo in sfarzo, velocità, atteggiamento (a metà tra boria e irriverenza) ne uscirà inevitabilmente con le ossa rotte. È inutile opporgli resistenza, egli è il futuro Metal God, ed è giunto per mostrare la strada da seguire e fomentare gli animi.

Starbreaker

In "chiusura" di questo più che chiacchierato live album troviamo quindi "Starbreaker", altro brano estrapolato da "Sin After Sin". Proprio ascoltando le tracce da esso estratte e contenute in questo "Unleashed..", penso una volta di più che sia stato veramente stato snaturato dalla veste produttiva. D'accordo, "Sin.." non vale uno "Stained..", meno che mai un "Killing..", vista la permanenza di stilemi compositivi ancora troppo visceralmente legati all'Hard Rock e al Prog Rock; ma perlomeno, una song come "Starbreaker" avrebbe senz'altro meritato ben altra cornice espressiva. Come quella che acquisisce qui, all'interno del platter che è stato in grado di trasformare in Metal anche ciò che metal non era, il disco che è riuscito a rendere possibile l'alchimia metallica di brani che sul vinile di provenienza suonavano come brani duri si, ma non ancora troppo Heavy. Ed ecco allora l'incedere ritmico travolgente, dettato ancora una volta da uno scatenato Binks, palesarsi in tutta la sua genuina, sanguigna energia. I riff eseguiti dalle due asce sono di una precisione chirurgica, di una potenza incredibile; Halford poi, che su disco aveva offerto una prestazione assai contenuta se paragonata alle sua potenzialità, si libera stavolta di qualsivoglia timore riverenziale indotto da improvvisati ingegneri del suono, e ci mostra la sua voce in tutto il suo fasto e la sua forza esplosiva, su un brano che però, va detto,non è stato concepito su tonalità altissime dai suoi autori. Ma tanto basta per ascoltare, caso unico all'interno dei sei minuti di durata, per apprezzare in pieno l'acuto finale da parte di Rob, che il buon Glover aveva deciso di chiudere in fade. Assolutamente efficace per resa sonora anche il solo centrale ad opera di un immenso Tipton. "Starbreaker", il vampiro cosmico che vagava tra le galassie nutrendosi dell'energia vitale dei pianeti e dei suoi abitanti, ci porta dunque via anche uno show eccezionale, impressionante, irripetibile. I giovani e gli adolescenti del sol levante, ben avvezzi a manifestazioni aventi come protagoniste le più grandi rock band della terra, hanno così modo di salutare e acclamare, per la prima volta, la prima, vera, indiscutibile metal band che la storia avrebbe ricordato.  Il testo del brano è mero esercizio di fantasia, con il protagonista che immagina di essere rapito da Starbreaker e trasportato in orbita, alla scoperta di mondi sconosciuti e galassie sperdute. Bisogna approfittare immediatamente di questa imperdibile occasione, perché Starbreaker passa letteralmente una volta sola, per poi non palesarsi mai più. Ma chi è Starbreaker? Qualunque appassionato di fumetti o di fantasy (appassionati che oggi definiremmo Nerd) sa che Starbreaker è un personaggio nato dalla fantasia di Mike Friedrich e Dick Dillin nel 1972, anno in cui fece la sua prima comparsa per conto della "DC Comics". Egli è un supercriminale, una sorta di antieroe, un vampiro cosmico che vagabonda per le galassie nutrendosi dell'energia vitale dei pianeti e degli astri (ma anche di quella dei suoi abitanti). Ha sembianze umanoidi: capelli neri e pelle (e pupille) rosso fuoco, ma in uno dei suoi scontri perde le fattezze umane acquisendo una fisionomia incorporea. È uno dei protagonisti della saga della "Justice League of America", abitante del pianeta Thanagar, sul quale è conosciuto anche col nome di Luciphagi, ossia "mangiatore di luce".

Conclusioni

Se è vero che il primo live album di una band deve prefiggersi di fotografare la stessa al culmine del proprio estro creativo, considerando che il primo stralcio di produzione dei Priest (che va da "Rocka Rolla" a "Killing Machine") rappresenta l'espressione più pura della genialità di una band che, proprio sul finire del decennio, aveva dato alla luce opere senza precedenti, possiamo indubbiamente affermare quanto i Nostri avessero effettivamente sfruttato il momento migliore per consegnare ad imperitura memoria un live album incredibile, degno rappresentante di un ideale riassunto, una summa di quanto realizzato sino a quel momento. In questo senso, "Unleashed in the East" si pone come spartiacque di un'esperienza acquisita e glorificata dall'aver dato i natali alla N.W.O.B.H.M.; la produzione che avrebbe preso il via con "British Steel" e che avrebbe attraversato tutto il decennio ottantiano è, a mio giudizio, si valida e leggendaria, ma non raggiunge l'importanza storica di quella della prima decade. Negli anni ottanta i Priest avrebbero dovuto condividere onori e successo con altre bands e altri album, in taluni casi di valore intrinseco assai superiore, nella più zelante ottemperanza di un altro antico precetto: quello dell'allievo che supera il maestro. "Unleashed.." è allora un album straordinario, innovativo, seminale per quel che concerne l'attitudine diretta e rocciosa di una release metal dal vivo. Non bastava ai Priest aver creato e codificato un genere. No, volevano andare oltre, mostrando a tanti gruppi coevi (i quali stavano per dare alla luce il loro debut,o che ne avevano alle spalle appena uno) come si suonasse Metal anche dal vivo, a completamento di un indottrinamento musicale a trecentosessanta gradi. La cosa che realmente sorprende di questo "Unleashed.." è il fatto di essere, quanto a resa sonora, nel 1979, già avanti anni luce. Un essere avanti che, anche ai giorni nostri, mostra una "modernità" e una metastoricità a dir poco disarmanti, tenendo tranquillamente testa a tante produzioni live contemporanee che si avvalgono di ben altri espedienti tecnico/produttivi rispetto a quelli a disposizione quasi quarant'anni fa. Quel suono così potente, rabbioso, viscerale è rimasto pressoché incontrastato e inalterato per ben tre decenni, ergendosi a paradigma immortale del modo di concepire e suonare un album dal vivo. Basta questo, a mio giudizio, per risolvere e superare brillantemente l'accademica diatriba riguardante la natura pretestuosamente ritenuta artefatta e poco spontanea del disco. Quel che "Unleashed.." rappresenta va ben oltre uno sterile dibattito. Soltanto due live album sono accostabili a questo per perfezione, fedeltà e nitidezza: "Made in Japan" dei Deep Purple e "Live After Death" degli Iron Maiden. Ma nel primo caso la matrice rock/blues la faceva ancora troppo da padrone, e nel secondo, il fattore cronologico che lo pone in avanti nel tempo (ben sei anni di distanza) fanno pendere inesorabilmente l'ago della bilancia a favore di "Unleashed in The East"; primo, vero, unico metal live album della storia. Mettete da parte i pregiudizi e ascoltate senza filtri e mediazioni l'incarnazione totale dell'acciaio albionico.

1) Exciter
2) Running Wild
3) Sinner
4) The Ripper
5) Green Manalishi
6) Diamonds and Rust
7) Victim of Changes
8) Genocide
9) Tyrant
10) Bonus Tracks: Rock Forever
11) Delivering the Goods
12) Hell Bent For Leather
13) Starbreaker
correlati