JUDAS PRIEST

Turbo

1986 - CBS

A CURA DI
FABIO FORGIONE
20/06/2017
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5

Introduzione Recensione

La carriera discografica dei Judas Priest è caratterizzata da lavori che si assestano su binari di solida costanza espressiva, quando non addirittura di vera e propria innovazione, basti pensare che la band di Birmingham è considerata, insieme a Black Sabbath e Deep Purple, la fondatrice del genere che visse il suo periodo di maggior splendore proprio tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli ottanta, ossia l'Heavy Metal. L'apporto dei Priest alla causa metallica aveva investito più aspetti: quello espressivo in primis, con "l'epurazione" del sound hard dalla matrice blues che l'aveva sempre contraddistinto (progetto completamente portato a termine nel 1978 con Killing Machine, album della definitiva svolta sonora proprio per quel che concerne la purezza metallica delle sonorità); quello lirico, con tematiche a metà tra l'autocelebrazione, la visione di un mondo in preda a cambiamenti epocali, folli e oniriche rappresentazioni in cui la figura umana riveste un ruolo ora egemone, ora succube di dogmatiche entità supreme, permeate da quel tipico gusto per il decadente tutto britannico); e, non ultimo, quello iconografico, con la creazione di un linguaggio, di un look e uno stile di vita che proprio con i Priest si consacrò come il perfetto esempio del modus vivendi del metallaro. L'Europa prima, e il resto del mondo poi, vennero invase da fiumi di capelloni bardati di cuoio e borchie, per uno scenario visivo e di costume che, nonostante tutto, sopravvive tutt'oggi. Se si esclude Point Of Entry, del 1981, in cui la band aveva fatto sfoggio di un'attitudine radiofonica votata ad un marcato easy listening allo scopo di sdoganarsi, e partire così alla conquista del mercato statunitense, nonché l'acerbo debut Rocka Rolla, i lavori della band costituiscono un continuum evolutivo che li portò ad infilare una roboante e maestosa doppietta, rappresentata dai fenomenali Screaming For Vengeance e Defenders Of The Faith, preceduti dal seminale British Steel. Un continuum che si arresta nel 1986, quando la band dà alle stampe quello che è tuttora considerato il suo album più controverso: Turbo. Cosa c'è alla base della gestazione di un simile lavoro? Cosa spinse i padri dell'Heavy a partorire un disco come Turbo? Anzitutto va fatta una valutazione di carattere generale, che risiede in quel fisiologico e spontaneo slancio di talune categorie di artisti a mettersi sempre in discussione. I Priest, per rimanere nel nostro caso, non hanno mai fatto mistero di incarnare istanze di innovazione espressiva. L'altra, più prettamente storico/cronologica, investe le moderne tecniche di registrazione e di missaggio che, dagli Stati Uniti, stavano sferrando l'attacco al mercato discografico mondiale. Guitar Synth, pedaliere multieffect, pick up esafonici, tastiere sintetizzate e, in alcuni casi, batterie campionate, rappresentavano quanto di "meglio" la tecnologia applicata alla musica pop/rock potesse offrire. Sempre negli Stati Uniti, poi, si stavano affermando i fenomeni del Glam Rock e dell'Hair Metal che, avendo il proprio nucleo primigenio nella città di Los Angeles, partirono alla conquista del resto del continente prima, e dell'Europa dopo. Da quel momento in poi ogni band dovette misurarsi con gente del calibro di Mötley Crüe, Ratt, Bon Jovi, Dokken, Wasp, Twisted Sisters, Poison e via dicendo. Tanto per fare un esempio, perfino Dio (Sacred Heart), Accept (Russian Roulette), Van Halen (5150), Black Sabbath (Seventh Star), Ozzy (The Ultimate Sin), Malmsteen (Trilogy), dovettero cedere alle lusinghe dello sfarzo e della pompa del Glam. E, ahimè, nemmeno i Judas Priest riuscirono a rimanere immuni alle sirene del sottogenere più patinato del movimento heavy: sotto la spinta dello stratega Allom, e nientemeno che dello stesso Halford, la band, nel Dicembre del 1985, sempre sotto la Columbia/CBS, si chiude nei Compass Point Studios di Nassau, Bahamas, per registrare l'album che avrebbe poi visto la luce nell Aprile del 1986, preceduto dal singolo di lancio Turbo Lover con tanto di annessa videoclip, e seguito da altri due singoli: Locked In e Parental Guidance (quest' ultimo riservato esclusivamente al mercato europeo). Si diceva delle novità rappresentate da Turbo in casa Priest, novità che non si limitano esclusivamente al comparto sonoro, con un sound privato quasi interamente della componente heavy, inconfondibile trademark sino a due anni prima. A scanso di equivoci e al fine di conservare il tanto declamato distacco oggettivo del recensore, va detto che, a livello esecutivo, non è affatto un brutto disco. Talune soluzioni adottate, le sfavillanti prestazioni fornite da Halford (gli valsero i complimenti di Pavarotti e... ehm, di... Julio Iglesias) e dalle due asce, le accattivanti armonizzazioni di alcuni brani in esso presenti lo collocano, a livello qualitativo, di certo tra i migliori album del quintetto. È tutto il resto che è decisamente fuori luogo. L'uso pressoché copioso, oserei dire massiccio, dei sintetizzatori, ne snatura fortemente l'appeal metallico. Ciò nondimeno, le composizioni conservano comunque un groove più che buono. Un vero peccato, perché proprio in questo periodo la creatività di Tipton e Downing conobbe una sensibile impennata. I due guitarist composero una tale quantità di canzoni che, inizialmente, la band aveva pensato di far uscire un doppio album, il cui titolo avrebbe dovuto essere "Twin Turbo". La casa discografica, per insondabili motivi, oppose una strenua avversione a tale progetto, e parte della tracklist andò addirittura a costituire il nucleo del successivo Ram It Down. Decisione, forse, dettata dal timore di un fallimento sul mercato di un doppio album costituito da brani troppo simili tra loro; la stessa diffidenza mostrata dalla band in occasione della mancata annessione del brano Reckless alla colonna sonora del film Top Gun. Rifiuto motivato, a detta della stessa band, dalla scarsa notorietà, al tempo, di Tom Cruise. Troppa, a mio avviso, la paura di bruciarsi, timore in realtà causato dalla consapevolezza di aver dato alle stampe un lavoro quantomeno ambiguo, e che avrebbe potuto non sortire gli effetti sperati. Del resto, un album il cui titolo nasce da un episodio come l'acquisto di due Porche Turbo da parte dei due chitarristi, quali altre aspettative poteva avere, se non quelle di andare ad inficiare un impianto concettuale che, sino al precedente disco, s'era dimostrato di tutto rispetto? Ed eccoci arrivati all'altra nota dolente: il comparto lirico. Fatta eccezione per un paio di pezzi, come vedremo, pare che l'attenzione del Metal God si sia improvvisamente incentrata sulle problematiche di adolescenti alle prese con lo spuntare dei primi brufoli, o con i primordiali vagiti di ribellione. Pare incredibile, ma ci troviamo al cospetto della stessa band che ha partorito testi come quello di The Sentinel o di Screaming For Vengeance, tanto per citarne due. Per non parlare della cover che, ad una più attenta visione, mostra espliciti riferimenti sessuali. Nulla di che. Del resto, non è forse la masturbazione, uno degli aspetti caratterizzanti dell'adolescenza? Come dire, a forma leggera, frizzante, spensierata e godereccia, devono necessariamente corrispondere contenuti dalle medesime caratteristiche. Lo dico a priori, riservandomi di approfondire il discorso in sede di considerazioni finali: aldilà della recente rivalutazione critica di cui Turbo è stato oggetto (non è un caso isolato, mi viene ad esempio in mente Fighting The World dei Manowar, che io stesso detestai e che ora riascolto con altro spirito), questo è il tipico album figlio del suo tempo, che conobbe uno smisurato successo (ricordiamo il Disco di Platino) nel periodo in cui vide la luce, per poi perdere gradualmente valore (salvo poi far registrare svariati sold-out nel colossale tour di supporto, Fuel For Life, dalla cui data in Texas fu tratto lo sgargiante Priest... Live!) E cercherò di spiegarne, per quanto possibile, i motivi. Ora addentriamoci nell'analisi delle singole track.

Turbo Lover

Turbo Lover (Amante Turbo) si preannuncia con una intro di chitarre sintetizzate sorrette da un ritmo abbastanza vivace. Il tema del pezzo è tutto incentrato sul doppio gioco "rapporto amoroso/corsa in auto". Eh già, perché i motori e l'alta velocità paiono essere un vero e proprio chiodo fisso dei Nostri (vedasi Freeewheel Burning sul precedente disco). Per non parlare della componente erotica, che qui viaggia in perfetta simbiosi con quella "racing". Non fosse per i synth, che rendono il suono alquanto freddo e plastificato, il brano risulterebbe pure interessante, con quel suo graduale crescendo chitarristico votato ad un sempre più intenso coinvolgimento. Halford resta su tonalità "terrestri" sin dalle prime battute, in cui vagheggia un totale abbandono dei sensi da parte della sua amata che deve letteralmente concedersi, senza alcun tipo di freno inibitore. È come una gara di potenza, velocità e cavalli, in cui ognuno dei due si lancia in una corsa sfrenata. "Sono il tuo amante turbo", recita del resto il refrain, "dimmi che non c'è nessun altro oltre me... corri al riparo". Il videoclip, futuristico nella più vasta accezione del termine, ci mostra scene tratte, come quasi sempre accade, da esibizioni live della band alternate a bizzarri effetti speciali. Nel caso specifico, i Nostri sono alle prese con una sorta di scheletro animato (amore/morte?) che sfreccia a bordo di una potente motocicletta. Le chitarre intanto "ruggiscono" sempre più, mentre la seconda strofa, proseguendo sulla falsariga della prima, prosegue nell'iconica similitudine. Stretti l'una all'altro, i due oltrepasseranno ogni limite, muovendosi all'unisono. Vedranno sfrecciare ogni cosa ai loro fianchi; andranno così veloci che sembrerà loro di toccare il cielo. Macchine dell'amore in armonia, sentiranno il motore urlare. "Sono il tuo amante turbo, dimmi che non c'è nessun altro... meglio che corri al riparo". Quello che, almeno nelle intenzioni, vorrebbe essere un assolo, ma che visti gli strepitosi precedenti dei Nostri pare più la prima lezione di un corso accelerato per provetti chitarristi, spezza l'unità ritmica della composizione. Ma, sia chiaro, si tratta soltanto di pochi secondi, sufficienti però a far rimanere stampata nella testa la melodia intonata dalla Gibson di Tipton. L'amplesso giunge dunque al suo momento topico. Con perfetto sincronismo i due raggiungono il posto che tutti gli amanti cercano: il paradiso. In un ultimo, incessante sussulto di piacere estremo, essi concludono la loro folle corsa nel migliore dei modi possibili, in un'appagante ecstasy dei sensi. "Non lo dimenticherai facilmente: sono il tuo amante turbo e oltre me non avrai nessun altro... è meglio se corri al riparo".

Locked In

Locked In (Imprigionato) è uno dei brani che impedisce a Turbo di colare letteralmente a picco. Se non altro da un punto di vista strettamente musicale. Eh già, perché qui tornano in bella mostra ritmiche abbastanza sostenute e un bel main riff che attraversano, nella loro interezza, i quattro minuti di durata del pezzo. Nulla di trascendentale, sia chiaro: l'attitudine all'easy listening è fin troppo percepibile dai soliti synth, i quali ammantano il suono delle chitarre e lo privano di quella "cattiveria" sonora che, ove fosse presente, farebbe parlare di Locked In come di una delle più belle canzoni dei Priest. Le due strofe viaggiano che è un piacere, inframmezzate da un bel pre-refrain e da un ritornello audace e dinamico. È bello anche poter riaccogliere a braccia aperte un assolo degno di essere chiamato tale, ben strutturato e con scale cromatiche davvero interessanti. Basta. Le vere note dolenti riguardano invece le lyrics. Quattro minuti, due lunghe strofe, refrain ripetuti all'infinito per dire che "guardarti mentre ti muovi e cammini mi provoca smottamenti tellurici di terzo grado... veder ondeggiare le tue grazie ed essere toccato da te mi fa sentire così bene che potrei scoppiare e potrei raggiungere il parossismo" sono davvero troppi. La bella protagonista possiede le chiavi del cuore dell'estenuato amante. Bene! Che le usi, allora, facendo di lui ciò che vuole. È imprigionato, imprigionato dal suo amore. A rendere il tutto meno banale e semplicisticamente allusivo, ci pensa la superba prestazione vocale di Halford. Stop. Se il testo può andar bene per una rimorchiata in grande stile, il videoclip ufficiale tratto dal brano rappresenta invece un fulgido esempio di Fantasy/Adventure B movie. Entità malvagie aventi, anche qui come nella opener, fattezze scheletriche, prendono in ostaggio il malcapitato Rob, in procinto di essere calato tra le fiamme mediante un sofisticato marchingegno manovrato da una sorta di lottatore di Sumo. Ad attendere il Metal God nella gabbia vi è un nutrito corteo di avvenenti fanciulle che si divertono ad infliggergli qualche piacevole tortura. Ma, alla fine, i prodi Downing, Tipton, Holland e Hill, sopraggiungono tempestivamente a salvare il povero Rob, affrontando il mastodontico lottatore e respingendo gli attacchi degli scheletrici aguzzini. E vissero felici e contenti!

Private Property

Con Private Property (Proprietà privata), i Nostri tornano a riesplorare i lidi del più energico e roccioso hard rock. I riff e il drumming risultano infatti molto efficaci, a dispetto dei sintetizzatori, mentre Halford ormai non stupisce più di tanto per le prestazioni da manuale alle quali ci ha abituati. Il pezzo propone un tema che già a metà degli anni ottanta cominciava ad affacciarsi pericolosamente nella vita dei più giovani, ossia quello della "pubblicizzazione" esasperata della propria persona. Con fare sprezzante e audace, servendosi anche di immagini abbastanza forti, la band denuncia un trend che, se non suffragato da una buona dose di buon senso, può condurre allo sfacelo. Quando pensi di essere figo e di ottenere tutto quello che vuoi, in quel momento devi essere in grado di capire in che maniera metterti in discussione, tenendo sempre ben presenti i limiti entro i quali concederti in pasto ad un sistema vorace e senza scrupoli, evitando i controlli esasperati. Il pre-refrain pullula di imperativi che non lasciano spazio a dubbio alcuno: "non toccare, non ti avvicinare, non prendermi per uno stupido, non commettere errori, nessun compromesso, sono troppo buono per te". Il refrain, in pieno Arena Rock style, chiarisce ulteriormente il concetto, invitando a tenere giù le mani poiché è proprietà privata; intesa, ovviamente, nel senso che ognuno è padrone delle proprie istanze e della propria individualità. La strofa ritorna incalzante, mostrandoci un protagonista più che mai convinto dei propri mezzi e delle proprie doti, ma per nulla disposto a svenderli all'ingordigia del mainstream. Quindi le reiterate invocazioni a non avvicinarsi e a tener giù le mani, precedono un intenso e graffiante assolo, sempre nei limiti, beninteso, perché le chitarre in Turbo proprio non mordono, è bene farsene una ragione. Il mid tempo, robusto e coinvolgente, di questo brano, riprende il suo percorso, e nell' ultima strofa, la band lancia lo strale conclusivo al sistema: "tu vivi in una fantasia che non prendo nemmeno in considerazione, se cerchi simpatia, allora hai scelto il posto sbagliato", prima che il corale refrain torni a rimbombare imperterrito e ad ammonirci a non avvicinarci, a tener giù le mani e girare al largo. È proprietà privata!

Parental Guidance

Parental Guidance (Guida dei genitori) è il brano con cui i Priest replicano polemicamente al PMRC di Tipper Gore che, come sappiamo, aveva censurato Eat Me Alive, giudicandolo come il terzo brano rock più offensivo di sempre. Ottimo appeal per un quattro quarti classico, ad alta componente melodica (Fin troppo a dire il vero. Del resto il maggior difetto di Turbo è proprio il suo voler a tutti i costi rivolgersi ad un pubblico eterogeneo). Le chitarre tessono tuttavia trame interessanti, mentre Rob, con la consueta classe, dà fiato alle istanze non solo di una band, ma di un'intera generazione che si vede fustigata dai coercitivi organi di censura. Il brano mette in scena un immaginario colloquio dell'adolescente con i propri genitori. State sempre lì a dire che sprechiamo la nostra vita, ma noi la viviamo appieno, recita la strofa quasi in sordina. La vostra monotonia vi impedisce di vedere chi realmente siamo e cosa facciamo. Se entraste dentro le nostre vite, potreste perdere vent'anni in un solo colpo, ecco perché vi diciamo: non abbiamo bisogno della guida dei genitori oggi. È un refrain oltremodo orecchiabile, che rimanda in maniera palese alla tipologia compositiva del glam rock, fatta di ritornelli semplici e diretti. L'invettiva continua nella seconda strofa: ogni giorno mi urlate di abbassare la musica, ma non capite che in realtà con le vostre urla non fate altro che rendermi più sordo. Mi rimproverate di far tardi la notte, dimenticando che, al vostro tempo, avete fatto le identiche cose, nei vostri begli abiti a tre pezzi. Ma noi non abbiamo bisogno della guida dei genitori oggi. Non vi è comunicazione, siamo stanchi di ripetere sempre le stesse cose. Il messaggio che deve arrivare è questo, cioè che voi siete passati esattamente attraverso le stesse vicende. Bello l'assolo eseguito in combinata da Tipton e Downing, anche qui tornati finalmente in sé stessi. C'è però ancora il tempo per un'ultima, puerile polemica nei confronti dei genitori, che dall' inizio del brano fungono da termine di paragone nella metafora messa in atto dai Nostri. Voi non ricordate cosa significhi perdere il controllo; è troppo tardi per voi per indossare la mia giacca. Noi facciamo rock 'n roll. E non abbiamo bisogno della vostra guida. Abbiamo una vita soltanto e vogliamo viverla al meglio, è l'iconico epilogo di un pezzo che, ove si fosse servito di immagini meno banali e scontate, sarebbe risultato assai più interessante ed incisivo.

Rock You All Around the World

Ci sono brani che, inseriti nel generale contesto di un platter che non brilli propriamente di luce propria, hanno la straordinaria capacità di innalzarne il valore intrinseco, ma che, purtroppo, non vengono opportunamente ricordati e valutati nella giusta misura, proprio in ragione del full di provenienza. È il caso, ad esempio, di Rock You All Around The World (Rock in tutto il mondo) pezzo a mio avviso straordinario, per immediatezza espressiva e scelta delle soluzioni. È il tipico pezzo in pieno Priest style, contenente tutti gli ingredienti a cui la band di Birmingham ha abituato i nostri palati: roccioso ed energico, con riffoni in bella mostra, un refrain azzeccatissimo, una melodia altrettanto indovinata e un ottimo assolo di chitarra. Se si soprassiede sull'eccesso di sintetizzazione, il pezzo viaggia che è un piacere. Le chitarre, meno timide che in altri episodi, disegnano ottimi riff, guidate dai martellanti Hill e Holland, accompagnando Halford nell'ennesimo inno autocelebrativo della discografia priestiana. In ogni città del mondo ci sono ormai orde di ragazzi e ragazze che impazziscono al ritmo del r'n r. Il volume è al massimo, il pubblico ruggisce, bisogna lasciarli andare. Il ritmo è di quelli che trascinano: Halford canta in maniera sublime le istanze di ribellione culturale di una intera generazione di rockers, di cui proprio i Priest rappresentano l'emblema. Ai giovani non interessano le critiche di chi denigra il loro metal, la loro risposta sarà alzare il volume al massimo e con le loro voci, divenute più potenti del muro del suono, spazzeranno via tutti. Ecco dunque il ritornello, di quelli da urlare a squarciagola in uno stadio gremito: "noi faremo rock in tutto il mondo, vi faremo scuotere la testa, vi faremo perdere il controllo". Il tono minatorio del brano prosegue imperterrito nella seconda strofa: nessuno potrà fermarli, basta guardarsi intorno e si potrà vedere una generazione che si alza e diventa libera. Rock in tutto il mondo, sentenzia ancora il refrain, interrotto nel suo impeto soltanto da un ruggente assolo, in cui l'ascia infuocata del redivivo Tipton torna ad impartire i dettami del chitarrismo HM. La ripresa vede un interessante dialogo tra Rob, intento a declamare il bellicoso ritornello e Holland che picchia sui tom, con le chitarre che si aggiungono gradualmente alla sezione ritmica, in una session di efficace impatto. Un altro bell'assolo porta il pezzo al suo epilogo, incorniciando a dovere un inno generazionale, tema di cui la band ha fatto abuso negli anni, ma che risulta imprescindibile nel comparto lirico di chi quel movimento ha massimamente contribuito a crearlo e istituzionalizzarlo.

Out in the Cold

Out In The Cold (Fuori al freddo), ballad romantica e strappalacrime, racconta del pentimento di un amante, il quale, resosi evidentemente protagonista di atteggiamenti non proprio ortodossi nei confronti della sua bella, ne invoca il perdono, rivolgendole parole melliflue ma sincere. Il mix di suoni elettronici e di tastiere massimamente sintetizzate, è quanto di più artificiale e stucchevole forse mai prodotto dai Priest, mentre il riff seguente, per fortuna, restituisce un po' di dinamismo e peculiarità alla composizione. Holland svolge un compitino semplice semplice dietro le pelli, così come Glenn e K.K. danno vita ad un guitar work dannatamente in voga in quel periodo. Halford completa alla perfezione la simbiosi di disarmante impersonalitá di queste prime battute del pezzo, della durata di ben sei minuti e mezzo. Facciamo dunque la conoscenza di un amante disperato che, in preda all'insonnia, nel cuore della notte, non riesce a fare uscire dai suoi pensieri il ricordo della sua bella. A tenergli compagnia, unica voce nel buio, è il battito del suo stesso cuore. La dolcezza e l'estrema pacatezza della strofa trovano il loro più naturale prosieguo nel refrain, un momento carico di atmosfera e pregno di un'aura lugubre e malinconica. Egli si chiede dove sia lei ora. Le paure stanno tornando da lui un'altra volta e lui vorrebbe tanto che lei fosse lì, come tanto tempo prima, a prendersi cura di lui. Si sente come se fosse fuori al freddo. Il refrain si articola su di un suggestivo controcanto, in cui la straziante richiesta di aiuto dell'amante sofferente domina il tessuto concettuale del ritornello. La seconda strofa apre uno squarcio sul burrascoso passato della coppia. Lui l'ha ferita di continuo, e lei ha dovuto sopportare tanto dolore. Non avrebbe mai voluto ferirla, ed ora ha tanto da farsi perdonare. Ma lei ora non c'è, non è lì con lui, mentre viene assalito dalle sue paure e dai rimorsi. Quindi lo straziante refrain: dov'è lei ora? Perché non ascolta il suo richiamo? Perché lo lascia fuori al freddo? In un andirivieni emotivo, fatto di accorate invocazioni alternate a passaggi più riflessivi e ragionati, egli ammette di esser disposto a tutto pur di recuperare la situazione. Ed invoca un'ultima possibilità. Lei però non deve lasciarlo fuori al freddo, in compagnia delle sue angosce e delle sue paure. Un suggestivo e vagamente epico stacco chitarristico fa da preludio al bel solo, eseguito da Tipton prima, e da Downing nel passaggio finale, come da copione. La coda del brano è tutta un susseguirsi di invocazioni al perdono condite da scene e rappresentazioni al limite del drammatico. Un amante disperato, sinceramente pentito, che cerca invano la redenzione ed il perdono da parte della donna amata. L'amara lezione di cui il testo è latore non può che essere una: ci rendiamo conto del valore e dell'importanza di alcune persone soltanto nel momento in cui queste ci vengono a mancare. Ma a quel punto può essere troppo tardi!

Wild Nights, Hot and Crazy Days

Prendete un qualsiasi brano degli AC/DC, aggiungeteci un'accozzaglia di suoni sintetizzati, sostituite Bon Scott o Brian Johnson con Rob Halford ed avrete ottenuto Wild Nights, Hot And Crazy Days (Notti selvagge, giorni caldi e folli). Il trionfo della banalità e della noia, quattro minuti e quaranta secondi occupati da un main riff hardrockeggiante, synths come se piovesse, per il più spudorato dei quattro/quarti. Unico fattore realmente degno di nota, una prestazione vocale di Sir Rob davvero da incorniciare. Il che non fa che aumentare il rammarico per cotanta grazia sprecata! Volete sapere cosa raccontano le lyrics? Davvero non lo immaginate? Abbiamo a che fare col solito rocker sfegatato che, dopo una dura giornata, non vede l'ora di evadere. Monta a bordo della sua potente auto e libera la sua voglia matta di fare baldoria. Sta per scoppiare! Si fa trascinare dal ritmo, mentre, nella calura estiva, tutti stanno rockeggiando, con la temperatura che sale al massimo. Il refrain, tipicamente ottantiano, è un coro che non lascia spazio a dubbi. Sono notti selvagge, giorni caldi e folli, le notti e i giorni prediletti da chi ama fare rock! Caso mai non avessimo capito bene la lezione, la seconda strofa ci chiarisce ulteriormente il concetto. Il Nostro se ne va in giro di notte facendo girare ogni testa, è in vena d'amore e non si è mai sentito meglio. Troverà qualcuno disposto a soddisfarlo? Chi riuscirà a placare la sua voglia di divertirsi e di fare sesso? Chi riempirà le sue notti e i suoi giorni, continua insistente l'anthem del refrain. Una stoccata di chitarra (l'unico altro ingrediente di rilievo del pezzo, a parte la sempre più incredibile voce di Halford), precede un assoloche, manco a dirlo, sembra uscito dalla chitarra di Angus Young? o di Joe Perry, se preferite. Il ritmo riprende le sue cadenze, e l'invito di Halford a rendere bollente la notte, a lasciarsi andare del tutto e trascorrere notti selvagge e giorni caldi e folli, ci rimbalza nella testa fino alla fine del brano. Brano che, possiamo dirlo, è davvero il peggiore sin qui ascoltato.

Hot for Love

Altro giro, altra corsa: il supplizio continua con Hot For Love (Focosa per amore), altro mid tempo dai connotati fortemente hard rock i cui riff, contaminati dagli onnipresenti synths oltremodo semplici e diretti, ci catapultano nell'ennesimo testo a sfondo erotico, condito da quel pizzico di stucchevole malizia tipico dei Priest, che, per la verità, va avanti incontrastato da Defenders Of The Faith, solo che lì la cornice musicale era a dir poco impeccabile, se non perfetta. Tra ritmi estremamente cadenzati, Halford comincia a parlarci di una passione focosa per una donna, la quale ha letteralmente riempito di sé la vita del Nostro. Ella è come un lupo selvaggio che insegue la sua preda, ed a lui non resta che rassegnarsi ed ascoltare il suo ululato. Non ha un posto in cui scappare né in cui nascondersi, e dove nascondere questo suo malessere interiore. Deve rimanere in balìa della sua irruenza. Come chiarisce il sincopatissimo refrain, ella è focosa per amore. Il sole è ormai tramontato, ma lui riesce a sentire il calore di lei sino al nuovo sorgere del sole. Ormai lo ha portato allo sfinimento, lo ha reso un relitto completamente bruciato. E lei, non contenta, arriva a fargli sentire il suo respiro caldo sul collo, portando a termine la sua opera. Non ha un posto in cui scappare, non può nascondersi né nascondere i suoi malesseri interiori. Lei, focosa per amore, lo ha completamente annichilito. In pratica abbiamo, fra le righe di questa ed altre canzoni dell'album, ciò che rimane della primigenia eredità blues: la femme fatale sessualmente disinibita, raccontata con gli stilemi derivativi della scuola britannica che fu già degli Zeppelin, dei Sabbath e molti altri. Il guitar solo è, fortunatamente, di ottima fattura, la sola cosa che impedisce a questo ignobile brano di sprofondare nei meandri della banalità e dell'inutilità. Il refrain, piatto e debole come pochissimi altri nei Priest, si ripete fino alla fine del brano, liberandoci da un insopportabile strazio.

Reckless

Reckless (Spericolato). Dovevamo arrivare alla fine dell'album per imbatterci in quella che personalmente reputo la sua miglior canzone. Un pezzo che in effetti ci avrebbe azzeccato, e non poco, con le spettacolari piroette acrobatiche dei caccia di Top Gun! La intro chitarristica ad opera delle due mirabolanti asce è di quelle che lasciano il segno, così come il successivo guitar work, con Tipton che si stacca dalla sezione ritmica e dà vita ad un breve assolo che precede la strofa. Anche la melodia è di quelle importanti. Semplice e capziosa, armoniosa ed evocativa, ti si stampa nella testa e ne esce dopo una settimana. I ritmi, benché non vorticosi, sono trascinanti e ben sostenuti dai due ottimi Hill e Holland. Ovviamente, sprezzante ed energico è anche il comparto lirico, in cui emergono le consuete dichiarazioni al limite del provocatorio e del temerario, non senza una punta di autocelebrazione. Disegnando bellissime trame melodiche e intonando da par suo i versi, Rob ci fa sapere che si sente come una dinamo umana. Vive come elettrizzato e sprigiona una potenza che nessuno potrà fermare. Stavolta non si tirerà indietro, impaziente di alzarsi e di andare, carburato al punto giusto? almeno per il momento. La stoccata del pre-refrain inverte la rotta melodica sin qui ascoltata, creando un suggestivo dualismo tra l'incedere sinuoso della strofa e quelli più sincopati del ritornello. "State in guardia" ammonisce "sto esplodendo attraverso le fila, vivo e scalciante. Fate attenzione, sono giovane e letale e sto andando dritto verso l'eternità." Si sente come uno spericolato, fuori controllo, un vero superstite in arrivo come una tempesta. Quel che più colpisce di questo brano è il suono delle chitarre, tornato, per incanto, finalmente pieno e corposo, accompagnato costantemente da un basso pulsante. Insomma, ci sono tutti i crismi per poterlo identificare come un brano heavy. L'esaltazione riprende. Il Nostro sente attorno a sé lo shock delle onde che generano un campo di forza che nessuno può oltrepassare. Egli è solido come una roccia, nessuno si faccia meraviglia, è indistruttibile ed è sempre il primo in tutto ciò che fa. Il refrain si ripete uguale a sé stesso, e c'è il tempo per ulteriori chiarimenti: come un missile radioattivo sta sparando attraverso l'atmosfera, pronto a decollare e penetrare la stratosfera. Ottimo assolo eseguito da Tipton, così come i successivi licks da parte di Downing, per un momento ad alto tasso di coinvolgimento. I due si inseguono e si doppiano come loro consuetudine, messa un tantino da parte su questo platter. Siamo al volgere del pezzo, oltre che dell'intero disco, con l'imperioso refrain che si protrae incontrastato in un inesorabile fade. State tutti in guardia e fate attenzione, c'è uno spericolato pronto a tutto pur di guadagnarsi l'eternità.

Conclusioni

Ed eccomi giunto, mio malgrado, ad esprimere le mie valutazioni personali su questo disco. Che dire, non riesco a metabolizzarlo, assimilarlo, digerirlo nemmeno dopo trent'anni, nemmeno dopo centocinquanta ascolti. Sentire quel suono così "moderno", ovattato, scialbo, per nulla incisivo, mellifluo, soft e chi più ne ha più ne metta, ha avuto e ha su di me lo stesso effetto che avrebbe il cioccolato sul cheeseburger. E questo perché in cima alla cover di questo dannato LP campeggia incontrastato il monicker "Judas Priest". È proprio questo che rende Turbo inaccettabile e improponibile alla maggior parte dei fans della band, o, se preferite, al cosiddetto zoccolo duro: lo spietato e implacabile paragone con i precedenti lavori. Com'è possibile, si chiedono in tanti, che dopo due pietre miliari del valore e della storica importanza delle precedenti release, i padri dell'Heavy Metal abbiano effettuato una virata tanto brusca quanto repentina? Mi piace cercare la risposta, oltre che in quel naturale anelito dei più celebri ad accondiscendere sempre più vaste fette di pubblico (la notorietà talvolta può trasformarsi in una droga), e, in concomitanza, a far lievitare ulteriormente il proprio conto in banca, in cause e motivazioni che esulino, per quanto possibile, dal puro e semplice aplomb da rockstar. Del resto, non è lo sperimentare o il tentare soluzioni innovative ad essere sotto processo, in questo caso, ma l'assolutizzazione di taluni espedienti utilizzati. Tanto per limitarmi ad un paragone, proprio nello stesso anno gli Iron Maiden se ne uscirono tranquilli e beati con Somewhere In Time, album in cui la band fece libero sfoggio di chitarre e tastiere sintetizzate. Eppure sfido chiunque ad affermare che sia un disco che tradisce la causa metallica. Anzi, vi è chi tuttora lo considera il capolavoro ineguagliato di Harris e soci. Si diceva allora delle possibili cause che portarono alla gestazione di Turbo, e allora, a parte la guasconeria del voler a tutti i costi seguire i trend e le mode, sarebbe forse più lecito ipotizzare la ricerca di una qualche volontà di evasione e di alienazione da una vita improvvisamente divenuta austera e opprimente nella vecchia Inghilterra. Occorre ricordare che, proprio dopo aver conosciuto e vissuto un periodo florido ed estremamente gravido di conquiste etiche e sociali (con conseguente impennata economica) nel Regno Unito, quasi per reazione contraria, il regime di forte austerity imposto dalla Thatcher, con esose richieste di sacrifici economici ai cittadini britannici, gettò la maggior parte di essi in uno sconfortante stato di distacco dagli aspetti più ludici ed edonistici della vita. Più facile dunque guardare con speranza alle colonie, la cui egemonia culturale e di costume era, ed è, detenuta dagli Stati Uniti. Il modello americano, con i suoi luccichii e le sue luci sfavillanti, la sua spensieratezza e leggerezza, i surf e le Chrysler sfreccianti, con il suo approccio sfrontato e talvolta incosciente alla vita di tutti i giorni, parve essere il paradigma di vita ideale non solo per i Priest, ma per molti artisti britannici coevi. Tutto giusto, tutto a suo modo sacrosanto, ma non posso reggere la vista di K. K. Downing coi capelli cotonati, o di Glenn Tipton che ammicca sornione e allusivo alle ragazzine accorse al concerto. Tutto ha un limite. Certe cose puoi aspettartele da Nikki Sixx o da Blackie Lawless, che la loro figura l'hanno costruita e stratificata su certa gestualità, ma non dai due chitarristi più influenti dell'intera scena heavy. Ci ho messo tanta buona volontà, dal 1986 ad oggi, a farmi piacere questo platter, ma proprio non è storia. La qualità di taluni brani che lo compongono non basta da sola a giustificare la pochezza di un album che rappresenta il punto più basso della discografia priestiana con Halford nella line up. Ricorderò per sempre il 1986 come l'anno in cui i Judas Priest non sono stati da nessuna parte, artefici di una latitanza tanto fittizia quanto irritante. Disco snervante ed inutile che non aggiunge un'unghia a quanto creato e sviluppato ma che, per fortuna, nemmeno toglie più di tanto. Era sommerso dalla polvere. L'ho tirato fuori dopo quasi trent'anni per recensirlo. L'ho riposto dov'era, a farsi risommergere dalla polvere. Lo conservo esclusivamente per dovere di collezione della produzione di una band essenziale. A mai più risentirci, Turbo. 

1) Turbo Lover
2) Locked In
3) Private Property
4) Parental Guidance
5) Rock You All Around the World
6) Out in the Cold
7) Wild Nights, Hot and Crazy Days
8) Hot for Love
9) Reckless
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