JUDAS PRIEST

Stained Class

1978 - CBS, Inc.

A CURA DI
FABIO FORGIONE
31/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Le linee guida programmatiche tracciate nello straordinario "Sad Wings of Destiny" e proseguite nel derivativo "Sin After Sin", trovano la loro definitiva attuazione nel quarto album dei Judas Priest: "Stained Class", datato 1978 nonché seconda release ad uscire per la major "CBS, Inc." (distribuito negli U.S.A. dalla "Columbia").L'album che mi accingo ad analizzare è di quelli che davvero si possono definire epocali, sia per il personale palmares della band (disco d'oro negli Stati Uniti con più di 500 mila copie vendute) sia - ed è questo l'aspetto che più ci interessa in questa sede - per l'ulteriore, definitivo apporto innovativo fornito nell'ambito della codificazione dell' Heavy Metal in quanto genere musicale. L'album mostra infatti, per la prima volta, un sostanziale e generale irrobustimento del sound, un guitar riffing potente e diretto, linee vocali al limite del muro del suono ed un mastodontico lavoro di batteria, con l'utilizzo pressoché sistematico della doppia cassa. Se "Sad Wings.." aveva palesato chiari prodromi di proto Heavy Metal, imbrigliati però nell'ancor troppo presente attitudine progressive e nelle imprescindibili sonorità rock/blues tipiche dei seventies, e "Sin.." aveva rappresentato un quasi fisiologico prosieguo del discorso intrapreso in "Sad..", questo "Stained Class" cristallizza tutte le peculiarità innovative introdotte nei due precedenti album, le porta a sintesi estrema e le trasforma nell'archetipo finale del genere. La ritmica diviene più serrata e granitica che mai, gli arrangiamenti si essenzializzano fino all' inverosimile ed i guitar solos diventano brucianti rasoiate. L'atmosfera oscura e cupa data dal corpus strumentale e dalla impressionante produzione è poi la cornice ideale entro la quale incastonare testi violenti, sinistri, sfrontati, che spaziano nei più svariati ambiti: dalla vita di tutti i giorni al rapporto con la morte, da ambientazioni dal decadente gusto medievaleggiante ad altre richiamanti mondi sperduti nelle galassie. "Stained Class" è quindi la materializzazione di quanto più duro e "cattivo" sia mai stato prodotto sino a questo momento. È il fatidico album a causa del quale la band dovette difendersi per un intero decennio dalle accuse di istigazione al suicidio di due ragazzi, avvenuto, così si sosteneva, in seguito all' ascolto di "Better than you, Better than me",nota cover degli Spooky Tooth presente nel disco. Le assurde accuse mosse ai Judas Priest riguardavano un messaggio subliminale rinchiuso nel disco, un messaggio nascosto decifrabile solo mediante una sorta di procedura; facendo girare il disco al contrario, infatti, si otterrebbe (secondo l'accusa) una voce intenta a ripetere le parole  "do it, do it", ossia "fallo, fallo", espressione in cui si è voluto vedere (non senza evidenti forzature) un sedicente invito a compiere l'estremo atto. L'udienza finale di questo processo /farsa si svolse addirittura nel 1990, alla vigilia delle registrazioni di "Painkiller", e si concluse con la completa assoluzione della band. È dunque un chiaro segno del destino: l'album che stravolgerà una volta per tutte il mondo dell'hard rock, che ispirerà decine di altre band negli anni a venire, che traccerà le linee guida del movimento anche a livello estetico/visivo (è da ascrivere proprio ai Priest di questo periodo l'abbondante uso di cuoio e borchie, la teorizzazione dinale del look in seguito adottato da tutti i giovani metallari). Un lavoro che viene preceduto da una fama sinistra, nasce avvolto in un'aura di malvagità e riceve un battesimo del fuoco degno di un eretico condannato al rogo. Vale la pena spendere due parole anche sulla produzione e sul cambio di line up avvenuto alla vigilia del tour di supporto a "Sin.." negli U.S.A. L'album viene co-prodotto da Dennis Mackay e dagli stessi Priest , registrato nei "Chipping Norton Recording Studios" di Oxfordshire e negli "Utopia Studios" di Londra; è quanto meno paradossale il fatto che Mackay, ingegnere del suono che orbitava per lo più in ambienti jazz e noto per aver prestato la sua opera a David Bowie e Supertramp, sia stato capace di tirar fuori tanta potenza dalle esecuzioni dei cinque, donando finalmente alle canzoni la veste formale ad esse più congeniale, ossia grezza, massiccia,diretta, compatta. I sofisticati stilemi prog. adottati da Glover nel precedente lavoro abdicano definitivamente a favore di sonorità ben più dure (affermazione da prendere con beneficio d'inventario, considerando che siamo pur sempre sul finire degli anni settanta), l'Heavy Metal può finalmente prorompere in tutta la sua ferocia. Lo stesso Mackay pretese dalla band brani più brevi e concisi, con riff rapidi e bordate di doppia cassa, veloci e taglienti, così che potessero manifestarsi in tutta la loro brutale espressività. In un album che può dunque a buon diritto definirsi rivoluzionario, viene però richiesto, per la legge del contrappasso, una sortita in ambienti più malleabili e commerciali, forse per assolvere alla funzione di specchietto per le allodole e invogliare all' acquisto le giovani leve dell'epoca; forse per rendere più fruibile da parte dell'ascoltatore medio un disco che rompe davvero i ponti col passato e con la tradizione. Di qui la scelta di coverizzare gli Spooky Tooth. Scelta che, per la verità, viene imposta non da Mackay (che fu costretto ad allontanarsi momentaneamente dalle recording sessions per ottemperare ad impegni precedentemente presi) ma da James Guthrie, produttore della sola traccia in questione. Questione che comunque soddisferà a tal punto i Priest, sorpresi dalla eccezionale resa della song, da indurli a chiedere la sua collaborazione per la stesura del successivo "Killing Machine". Per quel che concerne la formazione, la band conosce l'ennesimo avvicendamento dietro le pelli. Al posto dell'esule Simon Phillips viene infatti reclutato James Leslie"Les" Binks, virtuoso batterista noto per aver preso parte all' album di Roger Glover "Butterfly Ball and Grasshopper's Feast", lavoro che vede nella line up originaria niente meno che Glenn Hughes, David Coverdale e R.J. Dio, oltre allo stesso Glover. L'album rientrava nel più ampio contesto di un progetto riguardante il soundtrack di un film basato su alcuni racconti della narrativa inglese, ma fu presto accantonato a causa dei poco soddisfacenti risultati conseguiti. Binks entra dunque in contatto con i Priest grazie all' intermediazione di Glover e subentra a Phillips proprio alla vigilia delle registrazioni di "Stained Class". Binks è autore di una prova eccezionale, il suo drumming potente e martellante è quanto di meglio Mackay e gli stessi Priest avrebbero potuto chiedere, per ricreare le sonorità compatte e massicce che avrebbero fatto la fortuna del platter. Egli suonerà con la band dal '77 al '79, e la lascerà all'indomani dell'uscita di "Killing Machine". Il motivo del suo consensuale allontanamento è anch'esso paradossale: la band chiede espressamente al batterista di rendere più potente il suo sound, come era solito fare in studio, anche in sede live; ma questi, clamorosamente, oppone il suo rifiuto, dichiarando di non essere in grado di soddisfare la richiesta. La separazione avviene comunque in un contesto reciprocamente amichevole. Binks,che aveva partecipato (come tutti i componenti della band, del resto, per la prima volta nella sua storia) al songwriting dei brani, è l'autore delle parti di chitarra dell'intro acustica di "Beyond the Realm of Death", anche se la veste definitiva (riadattata da Tipton e Downing) è sostanzialmente diversa dalla versione originaria del batterista, che per la verità ha più il mood della ballata medievale. Oltre alla figura di questo versatile batterista, "Stained Class" ruota intorno a quella di Glenn Tipton, il quale, da questo momento in poi, diviene il lead guitar player della band, accollandosi la gran parte degli assoli e la stesura di quasi tutte le parti strumentali dei pezzi, relegando alquanto Downing al ruolo di comprimario. Mi siano concesse anche due parole sul logo della band, particolare che può sembrare irrilevante ma che in realtà non lo è, visto che ancora una volta ci troviamo dinnanzi all'ottimo lavoro dell'artista  Ros?aw Szaybo, all'epoca illustratore ufficiale della "CBS..". Oltre ad aver curato l'artwork, di grande impatto visivo, egli si occupò anche di rimodellare il logo della band. Da questo disco in poi, difatti, il nome "Judas Priest" assume quei tratti duri e metallici che tanto abbiamo imparato ad amare nel corso degli anni, abbandonando quelli vagamente gotici visti in precedenza. Questo nuovo logo accompagnerà tutti i loro successi sino ad oggi, esclusi "Jugulator", "Demolition" e "Nostradamus", per i quali si optò per un logo differente (completamente nuovo per i due dell'era "Ripper", vagamente somigliante al primissimo per il concept sul noto profeta). È arrivato dunque il momento di analizzare nello specifico i brani che compongono questo quarto full lenght dei Preti di Giuda.

Exciter

A conforto di quanto asserito nella intro riguardo all'impressionante potenziamento del sound, ecco che una devastante "Exciter (Aizzatore)" apre la release in maniera a dir poco agghiacciante.. ovviamente, nel senso buonissimo del termine! La doppia cassa travolgente di Binks detta i tempi e apre agli spaventosi riff di chitarra della coppia d'asce, intenta a rincorrere il drummer nel suo ritmo frenetico. Halford tiene dietro con perfetta sincronia, intonando linee vocali al fulmicotone, che divengono deflagranti sul finale di strofa, quando l'urlo "stand by for exciter!!" infrange letteralmente il muro del suono. L'incedere è micidiale nella ritmica, mai prima d'ora si era sentito un pezzo dalla simile, bruciante velocità. Chi ha visto in questo brano il nucleo primordiale dello Speed Metal ha colto perfettamente nel segno: molte band, britanniche e statunitensi, attingeranno a piene mani a questo pezzo per la classificazione e affermazione del loro stile sonoro (si pensi ai canadesi Exciter, i quali hanno ricavato sound e monicker proprio grazie all'ascolto di questo disco). Non un calo di ritmo o di pathos, non il benché minimo rallentamento; cinque minuti e trentacinque secondi di adrenalinica velocità, un tripudio di vorticose sonorità volte a far staccare la testa dal collo, un ensemble interrotto soltanto dai due assoli dello straripante Tipton: il primo, sul finire della prima strofa, fulmineo, malvagio, inquietante; il secondo in calce alla penultima strofa, ma caratterizzato questa volta da un appeal melodico di chiara derivazione classica. Molti assoli degli Iron Maiden, di lì a qualche anno, ricalcheranno le modalità esecutive di quello in questione, chiaro segno di un titanico proselitismo (i Maiden daranno vita in seguito ad un loro personalissimo stile, quasi agli antipodi di quello priestiano). Il brano si chiude dunque con i soliti refrain urlati da Halford in modo prorompente. Così come prorompente risulta essere il testo di questo brano, che ruota intorno alla figura dell'eccitante, colui che eccita, sedicente predicatore, portatore di salvezza, blasfemo profeta e opportunista aizzatore delle masse. La delirante e visionaria figura del protagonista di questo pezzo è da ritenersi, ovviamente, metaforica. Egli è l'incarnazione di ideali assolutamente antitetici a quelli tramandati dalla tradizione, che vedevano la figura del predicatore sempre avvolto da un aura di sacralità e benevolenza, riconducibile perlopiù all'etica cristiana. L'eccitatore dei Priest è invece un subdolo demagogo che incita le masse con esempi e modi tutt'altro che pii, ma che alla fine, nonostante tutto, riesce nel suo intento di instaurare l'ordine in una società governata da particolarismi, ambizioni personali e brama di dominio; governata insomma dal caos. L'eccitatore, facendo leva sui sentimenti più atavici e sui primordiali istinti dell'uomo, ristabilirà l'ordine una volta per tutte, garantendo così la salvezza della specie umana. Ora, è fin troppo facile immaginare come un testo del genere, segnalato agli organi di censura preposti come dissacratorio e blasfemo, dovesse mettere la band in cattiva luce presso gli ambienti più conservatori e più in generale presso l'opinione pubblica. Un tutto che, però e fortunatamente, è in grado di analizzare le problematiche sociali con il proprio metro di valutazione e, soprattutto, con mente sgombra da qualsivoglia tipo di pregiudizio.

White heat, red hot

Con la seconda traccia "White heat, red hot (Calore rovente)" si rientra su lidi sonori più orientati all'hard rock dei seventies, ma irrobustito da un riffing granitico ormai diventato quasi imprescindibile, come già abbiamo potuto constatare ascoltando la track d'apertura. I ritmi sono meno vorticosi, l'impeto furioso della opener cede momentaneamente il passo a un sound meno irruento, ma non per questo meno energico, con lo schiacciasassi Binks a tenere sempre vivo e corposo un brano che vive di un incedere brioso, costruito attorno al vivace riff portante e alle travolgenti melodie disegnate da un Halford in forma sempre più smagliante. Bello anche l'assolo centrale, in cui Tipton sfodera tecnica unita a cattiveria, dando vita ad un sagace momento stilistico, che farà anch'esso scuola presso le future metal bands. Quasi sul finale si assesta un interessante scambio chitarristico che conferisce al pezzo un ulteriore tocco di classe in più rispetto al suo generale andamento, e che precede di poco i maestosi refrain intonati dalla possente ugola di Halford, momenti che di fatto chiudono il brano. Proseguendo sui binari della blasfemia intrapresi nella opener, i Priest mettono qui in scena un altro testo dai vaghi contorni apocalittici, incentrato sulla figura di un messia sceso sulla terra per salvare, al solito, l'umanità dalla sua innata condizione di schiavitù. Ma non è un messia che predica pace e carità, bensì incita gli uomini ad ottenere la vittoria con la spada, il fuoco ,il sangue. È un predicatore violento e sanguinario, che afferma chiaramente: "chi non è pronto per combattere, sicuramente questa notte cadrà" con piglio quasi guerresco e generalesco. Nella sua cruenta istigazione alla battaglia, egli predice all'umanità quello che sarà il suo ineluttabile destino, quello cioè di essere governata da una casta di uomini superiori che garantirà stabilità e pace, non disdegnano l'uso della forza, ove necessario. Unitamente allo spirito palesemente anticristiano, evidente segno di trasgressione e ribellione a schemi precostituiti e a dogmi imposti dalle istituzioni sacre, ree di fomentare una mentalità incline al falso moralismo, alcuni hanno voluto vedere in questo testo (per la verità alquanto tendenzioso) velati riferimenti a non meglio precisati auspici a regimi dittatoriali (la casta che governerà è a dire il vero più corrispondente ad uno schema politico più oligarchico che non tirannico). Interpretazione a dir poco forzata, vista la natura estremamente libertaria della band ed il retroterra culturale dal quale proviene. Nulla di tutto questo: i Priest volevano "scandalizzare il borghese", e sono riusciti perfettamente nel loro intento.

Better Than You Better Than Me

L'attitudine a coverizzare altre band mostrata nel disco precedente ("Diamonds and Rust" di Joan Baez)continua anche in questo nuovo capitolo, con "Better Than You Better Than Me (Migliore di te, Migliore di Me)", brano degli Spooky Tooth e terza traccia del platter. Gli Spooky Tooth furono una progressive rock band in attività dalla fine degli anni sessanta fino a metà anni settanta, ed il brano riproposto dai Priest è datato 1969, estratto dal secondo album del gruppo omaggiato, "Spooky Two". Non conobbero picchi di successo degni di nota durante la sua breve carriera, ma passarono comunque alla storia per essere una delle poche band ad avere in formazione due tastieristi, insieme a poche altre (The Band, Procol Harum e Mott the Hoople). A Mike Harrison, vocalist e tastierista, si aggiunse infatti (nel 1967) Gary Wright, organista e voce. Fatta eccezione per questa particolarità, il gruppo fece parlare di sé per la famosa accusa di messaggi subliminali atti all'istigazione al suicidio, dalla quale anche i Priest dovettero difendersi, pur non essendo loro gli autori del pezzo. Un paradosso nel paradosso: un'accusa infondata (i giudici nella sentenza definitiva asseriranno che in realtà il fatidico "do it, do it" era dato da un particolare assemblaggio di suoni derivante dal disco fatto girare al contrario)e per un brano non composto da loro. Un brano che, nella versione drasticamente velocizzata proposta dai Priest, non snatura affatto il raffinato gusto per la melodia che affiora dalle sue note. Un riff abbastanza sostenuto, un pattern di batteria vivace e corposo al tempo stesso e una linearità melodica nell'intonare strofe e refrain, elementi che risultano essere l'alchimia ideale per conferire energia e brio ad un pezzo che nella sua versione originale in realtà è ben più soft. Ma i Priest,si sa,sono come Re Mida.. trasformano in oro (pur sempre un metallo!) tutto ciò che toccano. Il contenuto del brano si risolve in una truce e appassionata confessione fatta dal protagonista ad un immaginario amico. Egli lo prega di riferire alla sua amata che la lascerà, e lo farà perché, ispezionando la sua anima e i suoi pensieri, è giunto all'amara conclusione che è meglio troncare ogni rapporto, perché così è meglio per entrambi. Egli sceglierà la via della violenza e della guerra, si vestirà di una livrea e imparerà a uccidere per dimenticarla. E lei non dovrà aspettarlo, perché lui non tornerà, ma verrà un giorno in cui lei troverà il suo sangue sul davanzale della finestra alla quale è solita affacciarsi e capirà che il destino suo è compiuto, abbandonando una volta per tutte le speranze di rivedere il suo amato.

Stained Class

Giungiamo così alla quarta traccia nonché titletrack, "Stained Class (Classe Corrotta)". Si ha subito la netta sensazione di trovarsi al cospetto di un altro classico della band, in cui la componente melodica è più pregnante che altrove. Il pezzo, cinque minuti e venti secondi che scorrono via velocissimi e annunciato da un breve, acido riff, si tramuta presto nella tipica "cavalcata" che diverrà, negli anni a venire, inconfondibile trademark dei Priest e di altre importanti band che faranno del combo di Birmingham la loro principale musa ispiratrice. Il ritmo è tutt'altro che frenetico, Binks mantiene un travolgente quattro/quarti per tutta la durata del brano, ma l'incedere serrato imposto dalla sezione ritmica lo rende comunque estremamente fluido e compatto. La voce del metal god si insinua nel cervello con la sua timbrica, qui meno possente che in altri episodi, ma dannatamente suadente. Il primo guitar solo, sul finire del primo refrain, è graffiante e cattivo quanto basta per conferire al brano quel tocco di cattiveria mai fuori luogo per una metal band. La ripresa della strofa, subito dopo, e del ritornello in seguito, fa da preludio ad un intermezzo chitarristico di chiara derivazione sabbathiana,e che precede a sua volta il secondo assolo di chitarra, questa volta più lungo e strutturato, in cui emerge nuovamente il poliedrico talento di un Glenn Tipton sempre più "padrone" del sound della band. E non siamo che all'inizio! Il pezzo si avvia dunque alla conclusione, avvolto nelle spire delle ammalianti melodie e degli inquietanti vocalizzi di Halford. "Long ago when man was king, his heart ways clean.. now he's stained class". Il pensiero che sottende a questo brano è mirabilmente espresso e sintetizzato in questi tre versi. Il genere umano è divenuto schiavo della brama di potere e del desiderio di conquista, l'uomo ha soggiogato e reso schiavi i suoi simili, mediante la violenza, i soprusi, le torture. Il turpe sentimento della prevaricazione lo ha reso quindi facente parte di una sorta di "classe corrotta", macchiata dal delitto, dal sangue. Ci sarà al mondo qualcuno o qualcosa in grado di lavare l'onta della colpa commessa, di restituire dignità alla razza umana e di far si che la stessa si riscatti dalla sua estrema condizione di peccato? Come si può evitare di finire nuovamente impalati, massacrati, dominati dal sangue, dall' avidità? Il tema della corruzione morale/ideologica dato dall' inesorabile trascorrere del tempo, l'inevitabilità da parte dell'uomo a farsi corrompere e deturpare moralmente dall' avvicendarsi (nel corso dei secoli) dei diversi personaggi che si susseguono al potere, è quanto di più anti storico la band potesse esprimere concettualmente. La storia viene cioè vista non come saggia maestra di vita, bensì piuttosto come elemento destabilizzante e fortemente corrompente, lesivo dei più alti ideali di giustizia, uguaglianza e pace, ed è testimonianza palese di una visione della vita, da parte dei nostri, estremamente negativa e decadente, e che lascia ben poco spazio ad eventuale redenzione. L'uomo è la causa principale del suo stesso male e la sua stessa natura costituisce il primo suo vero limite al riscatto.

Invader

La quinta traccia, "Invader (Invasore)", chiude il lato A di questo "Stained Class". Un cacofonico effetto sonoro riproduce sommariamente il rumore che produrrebbe un disco volante, ed anticipa il riff portante, vivace e dinamico, anche se meno potente rispetto ai precedenti episodi. Il brano procede su ritmi assai cadenzati, ed è strutturato intorno ad un'accattivante melodia, che traccia dapprima strofe molto orecchiabili, le quali sfociano in seguito in un refrain davvero coinvolgente,in cui Halford alza nettamente i toni, donando al pezzo un effetto assai suggestivo. Questo tipo di composizione così vivida e lineare nel suo incalzare diverrà, in un futuro prossimo, un altro trademark della band, affiancando quello assai più peculiare che sviscera cattiveria ed energia tipicamente priestiane. Un assolo che è normale amministrazione per un franco tiratore del calibro di Tipton, che ci ha giá abituati (e continuerà ancor meglio) a momenti solistici di ben altra caratura, spezza quasi esattamente il brano in due parti simmetricamente speculari, allorché la ripresa del leitmotiv lo conclude con la strofa registrata in fade. Pezzo articolato in maniera assai semplice e regolare,ma non per questo privo di interesse e fascino, un pezzo comunque insolito per l'epoca. Cosa accadrebbe al genere umano, se un giorno (all'improvviso) il suo pianeta subisse l'invasione di una stirpe aliena? Si lascerebbe schiacciare e governare od opporrebbe per una strenua resistenza nell'arduo tentativo di respingerne gli attacchi? È il futuristico, asfissiante, delirante interrogativo che la band si pone nel testo di questo pezzo. E l'inequivocabile risposta non lascia spazio a tentennamenti ed esitazioni: l'uomo reagirà combattendo, colpendo con ferocia, gettando il cuore oltre l'ostacolo. In ottemperanza della più ferrea metodologia bellica spartana, nemmeno i bambini verranno risparmiati dall'apprendimento di tecniche di difesa e di attacco, cosicché nella secolare battaglia intrapresa, l'invasore troverà assicurati nelle giovani leve gli indomiti avversari del domani, pronti a rispondere colpo su colpo. È una visione che è parto di pura fantasia o potrebbe un giorno trovare un effettivo riscontro nella realtà? Il tema dell'invasione aliena è un topos di tanta letteratura e cinematografia degli anni settanta, basti pensare a serie / film di fantascienza di grande successo, come "Star Wars", "Star Trek", "Il Pianeta delle Scimmie",o anche al colossale "2001 Odissea nello Spazio" del geniale Stanley Kubrick. Titoli ai quali i Priest hanno evidentemente attinto a piene mani, per omaggiare cotanto patrimonio immaginifico, essenziale per la stesura di questo testo.

Saints in Hell

Un ritmo ossessivo e ipnotico caratterizza invece la sesta traccia nonché apripista del lato B, "Saints in Hell (Santi in Paradiso)", e la sensazione si evince sin dai primi accordi. Il riff, morboso e cadenzato, avanza inesorabile seguendo le geometriche direttive del metronomo Binks, ma la parte del leone in questo pezzo la recita Halford, il quale, tra screaming e acuti distruttivi, ci consegna senz'altro una delle migliori interpretazioni dell'intero platter. Il brano, della durata di cinque minuti e mezzo circa, viaggia su binari pressoché costanti, senza stravolgimenti che ne possano in qualche modo "spezzare" il mood asfissiante che promana, fatta eccezione per un breve stacco centrale in cui il sostanziale rallentamento dell'incedere non fa che aumentare, caso mai ce ne fosse bisogno, la claustrofobica sensazione uditiva. Così come inquietante risulta anche l'ossessiva ripetizione del refrain che chiude il brano in fading. Evento raro per i Priest, in questo brano manca il classicissimo assolo di chitarra ai quali siamo ormai più che avvezzi. Tuttavia, veniamo ampiamente ripagati dal proponimento di un brano che funziona alla grandissima e riesce ad instaurare un particolare tipo di atmosfera, atto come i precedenti a mettere alla prova le nostre orecchie. Pesantezza e potenza, i Judas Priest del 1978 non volevano far sconti a nessuno, né tantomeno porgere il fianco ad un qualcosa che potesse risultare noioso o comunque "leggero". "Abattoir abattoir, mon dieu quelle horreur (mattatoio mattatoio,mio dio quale orrore)": questi due versi, insolitamente in lingua francese, sembrano sintetizzare alla perfezione il messaggio e il significato di questo brano. Scene di mutilazioni e carneficine, sangue che scorre a fiumi e morti che appestano la terra. Chi sono i responsabili di tanto orrore? Chi l'artefice di una simile mattanza? Sono i santi dell'inferno, i falsi predicatori o ministri del culto, che schermendosi dietro aleatorie argomentazioni di fede muovono guerra e seminano violenza. Praticamente una variazione sul tema della guerra di religione rivisitato in chiave priestiana, in cui l'amara punta d'ironia (i santi all' inferno appunto) rappresenta una vera e propria sferzata all'autoritarismo religioso che nel corso di secoli e secoli di storia non ha prodotto altro che stragi e genocidi. L'uomo, soggiogato e offuscato nella mente dai pretestuosi sofismi di tali personaggi, ottenebrato nelle sue facoltà razionali, è incapace di reagire e diventa l'attore principale dello sterminio, rendendo vano ogni tentativo di redenzione. Il martirio degli innocenti è compiuto, e alla fine della battaglia rimarranno vivi soltanto loro, i santi dell' inferno, pronti ad istruire ad arte e ad allevare le loro prossime vittime. Testo di forte drammaticità e dai tratti altamente negativi dunque, sintomo evidente dell'evoluzione e del nuovo corso di songwriting intrapreso dalla band.

Savage

La settima traccia "Savage (Selvaggio)" si apre con un mostruoso, epico deflagrante acuto di Halford e si assesta subito su un mid-tempo molto catchy, con strofe e ritornelli dallo spiccatissimo appeal melodico. In effetti pare proprio che questo pezzo, insieme ai due precedenti, faccia parte di un monoblocco sonoro letteralmente dominato dalle accattivanti melodie di strofe e refrain, nonché da capziose armonizzazioni volte a ricreare un'atmosfera quasi surreale e a rendere alquanto suggestivo e affascinante il sapiente mix di musicalità e cattiveria di cui il platter è pervaso. In questo brano poi, forse più che negli altri, è palese la volontà della band di dimostrare ai suoi avventori che il nuovo corso di potenziamento delle sonorità intrapreso nel disco non è tuttavia scevro da componenti di matrice più classica, che costituiscono in ultima analisi il suo naturale substrato stilistico. Ritorna, a metà brano circa, l'assolo di chitarra di Tipton, qui pieno zeppo di reminiscenze rock/blues di evidente scuola seventies e con manifesti richiami, in particolare, ai Deep Purple: i quali, per la verità, fungono da falsariga per l'intero brano. Un pezzo che scorre via piacevole e dinamico,e che si chiude con il reiterato ripetersi del refrain. Quasi a creare un voluto contrasto con la fluidità musicale, i Priest affrontano qui un tema dai connotati umani pressoché drammatici e dai risvolti storico/sociali il cui retaggio è purtroppo ancora tristemente sedimentato nell'odierna attualità, quello cioè delle colonizzazioni. Tra interrogativi sconcertanti e laceranti visioni, il brano rievoca i punti salienti che hanno fatto delle invasioni coloniali uno dei fenomeni storici più cruenti mai verificatisi. Con l'ingenuità di un bambino e la trasparenza d'animo tipica dei semplici, la band si interroga sul perché di tanta violenza, devastazioni e saccheggi perpetrati in nome di un fantomatico Dio Cristiano imposto dagli invasori; si chiede se sia o meno giusto il fatto che siano state per sempre distrutte la gioia, la felicità e la cordialità, l'armonia con cui i popoli invasi vivevano il loro rapporto con la natura, prima dell'arrivo dell'oppressore. L'interrogativo più ossessivo di tutti è: "ma chi è realmente il selvaggio?...noi,o tu,uomo moderno?". Chi abbia un minimo di conoscenze storiche sicuramente saprà che la componente religiosa in un fenomeno come quello del colonialismo/imperialismo ha sempre e soltanto fatto da schermo a quelli che erano i reali obbiettivi di spagnoli, portoghesi, inglesi e francesi, ossia lo sfruttamento economico delle immense ricchezze del sottosuolo sud e nordamericano o africano. La brama di ricchezza e l'avidità di potere economico-sociale hanno prodotto un massacro che in alcuni casi ha sfiorato il genocidio (penso soprattutto ai nativi nordamericani letteralmente sterminati e costretti oggigiorno a vivere in meschine riserve, come fossero fenomeni da baraccone o malati terminali ad alto rischio di infettività). Il fatto di aver, ancora una volta, tirato in ballo il Dio Cristiano e la religione cattolica, valse alla band i già citati attacchi da parte di quegli organi di censura che erano (e sono)la reale concretizzazione di quegli pseudo ideali di fede e la più ipocrita espressione del falso moralismo dilagante negli ambienti cattolici.

Beyond the Realms of Death

Descrivere le emozioni che suscita un pezzo come "Beyond the Realms of Death (Oltre i Reami della Morte)", ottava traccia del disco, costituisce per chi scrive un'esperienza quasi mistica, anche a distanza di tanti anni. Questo non è solo il vero e proprio masterpiece dell' album, ma è uno degli indiscussi capolavori della band, nonché pietra miliare dell' intero genere. I delicati arpeggi iniziali, che ospitano suadenti melodie intonate da Halford con voce sommessa e malinconica, vedono, dopo quasi un minuto, l'esplosione della song in tutta la sua drammatica tracotanza. Un riff acido e possente accelera improvvisamente l'andatura; Binks pesta duro sul drumkit, la timbrica di Halford,camaleontica come sempre, diviene acuta, penetrante, acre ed accompagna con agghiaccianti vocalizzi i granitici riff sui finali di strofa. Tipton e Downing danno vita ad una vera e propria cavalcata, un vortice frenetico di sonorità che sfociano, e siamo a metà brano, in un assolo assolutamente magistrale interpretato da Tipton in maniera eccelsa, un climax ascendente di suoni dapprima grevi, che divengono, col trascorrere dei secondi, sempre più acuti, striduli, distorti. Si ha quasi la sensazione che la chitarra dello stratosferico Glenn si lamenti e urli il proprio dolore in preda a chissà quali indicibili sofferenze! Improvvisamente, come un tenue raggio di sole che fa capolino tra le dense nubi di una tempesta, si assiste al ritorno della melodia iniziale.. e poi via, ancora una volta il brano prende corpo esattamente come nella prima parte, e si avvia alla conclusione, che vede un altro straordinario guitar solo, questa volta più veloce e ricco di effetti da pedale .Il fascino di questo brano è dato proprio dal suo vivere di due momenti assolutamente antitetici, che lo rivestono di un'aura inquietante e sinistra; una tipologia compositiva che sarà adottata dalle future grandi bands che si affacceranno alla scena negli anni a venire. Una composizione di tale fattura non poteva non ospitare un testo dal significato struggente. Halford, autore dello stesso, mette in scena gli stati d'animo di depressione e di apatia del protagonista delle lyrics, incapace di provare stimoli ed emozioni di sorta. Uno status che lo porta persino a rifiutare di nutrirsi e di bere, tanto da costringere le persone a lui vicine ad imboccarlo contro la sua volontà. Un simile stato d'animo non può che avere come epilogo la morte, che avviene per la stessa mano dell'uomo ma che, se non altro, negli istanti immediatamente precedenti l'estremo atto, è in grado di restituire al suo volto una parvenza di serenità. Era inevitabile, non poteva continuare in quella sorta di non-vita, e la riflessione finale del frontman investe anche coloro i quali, tanti purtroppo, versano nelle medesime,angosciose condizioni psichiche del protagonista. Accanto al già più volte citato brano degli Spooky Tooth, anche questo fu considerato dagli inquirenti come causa della morte per suicidio dei due ragazzi statunitensi, proprio a causa della tematica in esso esplicitamente affrontata. Strumentalizzazioni a parte, a noi resta un brano assolutamente avvincente, in cui la straniante musicalità si sposa alla perfezione con la tragicità del testo, dando vita ad uno scenario di vita vissuta dai tratti drammaticamente decadenti ma purtroppo anche estremamente realistici.

Heroes

La nona e ultima traccia, "Heroes (Eroi)", non aggiunge nulla di nuovo (quanto a originalità) ad un contesto musicale già fortemente intriso di un messaggio rivoluzionario di portata epocale. I cinque minuti che compongono il brano mostrano infatti chiarissime influenze purpleiane, evidenti nell'incedere marcatamente hard rock della ritmica, di certo più energica e corposa. Il tutto reso possibile grazie al trattamento ricevuto da Mackay rispetto al lavoro di consolle del pur eccezionale Martin Birch, storico produttore del quintetto ed in seguito degli Iron Maiden. Un ensemble che dunque funziona alla grande, oltre a mettere in luce, per l'ennesima volta ancora, le immense potenzialità di uno screamer come Halford, il quale scherza e gioca a suo piacimento con la voce, alternando parti sommesse ad acuti lancinanti o ancora a malefici falsetti; e che,nonostante tutto, dà la sensazione di poter espandere ulteriormente la sua infinita ugola. Interessante a questo proposito l'introspettivo rallentamento centrale, in cui il nostro da vita proprio ad un suggestivo altalenarsi di tonalità vocali, una greve e l'altra squillante, mentre i due assoli, se così si possono definire, uno a metà pezzo e l'altro esattamente a conclusione, altro non sono che mero esercizio di cacofonica distorsione eretta a sistema. La rapida ascesa e la fine repentina di tre personaggi entrati a far parte dell' immaginario collettivo e divenute vere e proprie icone come Janis Joplin, Jimi Hendrix e James Dean costituiscono il substrato testuale di questo brano. L'amara riflessione che ad esso sottende si traduce in un interrogativo dai connotati esistenziali, ossia: è giusto dover morire per essere considerati degli eroi, delle figure leggendarie? È giusto non raccogliere in vita i frutti del proprio operato, non dovendo necessariamente godere di gloria postuma? Questo, proprio per il suo tema, fu il terzo brano della band ad essere stato oggetto delle accuse di istigazione al suicidio, e il verso "galeotto" che fece divampare la fiamma della polemica fu "Why you have to die to be a hero", strumentalmente e ipocritamente tramutato in "But you have to die to be a hero", a voler palesemente osannare la morte come unico strumento indispensabile al raggiungimento della gloria. Fortunatamente l'inganno fu sventato e la band, e in seguito tutte quelle coinvolte in simili farse, vennero tutelate dal Primo Emendamento sulla Libertà di Espressione nato proprio durante il processo ai Priest.

Conclusioni

Comprendere la portata epocale di un album come "Stained Class" (ed apprezzarne di conseguenza il valore artistico), il quale si rivelò addirittura il primo album dei Priest ad entrare nella fatidica "Billboard 200" (classifica di vendita) è impresa ardua, anche se tuttavia non impossibile; soprattutto per chi non abbia vissuto in prima persona la genesi e l'epopea dell' Heavy Metal. Riuscire a rimanere sbalorditi anche soltanto dinanzi a un riff o folgorati da un intreccio chitarristico, godere della maestosità interpretativa di un vocalizzo o percepire il cambiamento e l'evoluzione di una sonorità è un privilegio che è stato concesso a chi ha avuto la concreta possibilità di assistere personalmente a cotanto processo evolutivo e di averne sufficiente capacità cognitiva. Chi, come il sottoscritto, nel 1978 versava ancora in tenera età, risulta comunque penalizzato nella stessa misura in cui è chi ancora non calpestava questa terra, ma, se non altro, può fregiarsi di aver per lo meno condiviso a livello cronologico e anagrafico un evento di tale importanza. Allo stato attuale, la perfezione raggiunta dalle tecnologie applicate al sonoro, se da un lato conferiscono al prodotto finito quella completezza e quella nitidezza di suono assolutamente inimmaginabili alla fine degli anni settanta, dall'altro tendono a dissipare all'orecchio dell'ascoltatore tutte quelle minime variazioni o, se preferite, impercettibili imperfezioni che caratterizzavano le produzioni "paleo metalliche", presentando un prodotto finito praticamente perfetto, ma per la gran parte dato per scontato. Credo che ci sia questo alla base del distacco o dell'irritante e supponente atteggiamento snob riservato da taluni a bands che hanno fatto la storia del genere.. ma che, inevitabilmente, hanno avuto l'incolpevole demerito di suonare poco potenti o "cattive".Se però, nonostante gli anni e la vetustà, una release come "Stained Class" è in grado di emozionare e lasciare il segno anche in generazioni che non ne abbiano vissuto la genesi, significa che opere come questa riescono a immagazzinare e inglobare in sé quel senso di metastoricità che le rendono immortali. Se dischi come questo vengono ancora apprezzati,ciò è dovuto in misura maggiore alle innate facoltà intellettive di tanti neo accoliti, più che ai prevedibili (seppur naturali) moti spontanei di ben più "attempati" estimatori. Come dire che nel nuovo vive parte del vecchio, nel nome di quella fisiologica continuità che è alla base di qualsivoglia senso di appartenenza. Tutto questo non sarebbe però possibile se i primi a tenere alti i vessilli del Metal non fossero, in prima persona, gli stessi che lo hanno generato, forgiato e plasmato, tenendo lontane da sé le snaturanti tentazioni del dio denaro. Fortunatamente, non tutti i dinosauri si sono estinti.

1) Exciter
2) White heat, red hot
3) Better Than You Better Than Me
4) Stained Class
5) Invader
6) Saints in Hell
7) Savage
8) Beyond the Realms of Death
9) Heroes
correlati