JUDAS PRIEST

Sin After Sin

1977 - Columbia Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
04/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il primo vagito dell'heavy metal emanato da "Sad Wings of Destiny" fu seguito ad appena un anno di distanza, nel 1977, dalla terza release della band di Birmingham, intitolata "Sin After Sin" (proprio traendo ispirazione da un verso di un brano di "Sad..", ovvero "Genocide"). Album certamente importante per quel che concerne lo sviluppo e l'evoluzione del processo intrapreso col predecessore, soprattutto perché, con quell'immenso lavoro e l'aiuto del nuovo manager David Hemmings, i Judas Priest erano stati in grado di attirarsi le attenzioni di un'etichetta di prestigio (la "Columbia Records", che mise sul piatto ben sessantamila sterline per permettere alla band di lavorare in tranquillità, senza dimenticarsi naturalmente di curare anche una diffusione "americana" dei Nostri) che propose loro un contratto discografico; quello relativo a "Sin..",  appunto, disco per il quale la band poté registrare negli importanti "Ramport Studios" dei The Who e si avvalse del contributo niente meno che dell'(all'epoca) ex bass player dei Deep Purple, quel Roger Glover che ricoprì la veste di produttore (affiancato da Mark Dodson nel ruolo di engineer). Un fattore, questo, che si rivelò determinate ai fini dell'esito del sound del platter: ad una primissima valutazione, difatti, verrebbe quasi da pensare che la concomitanza di tre importanti fattori (ossia il talento indiscusso dei musicisti, l'esperienza di Glover e le cospicue risorse economiche messe a disposizione dalla Columbia /CBS) avrebbe dovuto far si che la release fosse stata di livello qualitativo se non altro analogo a quello espresso da "Sad Wings of Destiny".. ed invece, come spesso accade a chi insegue la gloria coltivando l'ambizione, il lavoro risultò una spanna sotto i fasti del predecessore. Non tanto per gli introiti della major,sia chiaro. Troppo era stato il clamore prodotto da "Sad.." perché il disco successivo non destasse le attenzioni e la curiosità dei fans, inducendoli all'acquisto di un nuovo lavoro (motivo per il quale "Sin.." ottenne risultati più che soddisfacenti in termini di vendite). La sua "inferiorità" nei confronti di "Sad.." risiede in un'insolita e piuttosto palese mancanza di originalità e di idee rispetto al precedente album, pur mettendo palesemente in mostra tutte quelle peculiarità che contraddistinguevano il sound dei Priest dell'epoca,vale a dire energia, musicalità, un sontuoso guitar work, melodie indovinate ed interpretazione vocale senza eguali. Altra causa fu il lavoro alla consolle del buon Glover, piuttosto marcatamente hard rock oriented; vena che se da un lato donò al disco un quid in più in termini di pulizia e nitidezza di suono, dall'altro mostrò disarmanti carenze in fatto di potenza ed impatto sonoro, caratteristiche imprescindibili per una metal band. Altro fattore di importanza rilevante fu il cambio di line up avvenuto alla vigilia delle registrazioni di "Sin..": Alan Moore, ritenuto non all' altezza alla luce della prestazione non eccellente fornita su "Sad..",fu allontanato e sostituito dietro le pelli da Simon Phillips, giovanissimo e misconosciuto drummer dalle enormi potenzialità e dall'indubbio talento. Qualità che gli valsero, negli anni a venire, la collaborazione con artisti del calibro di Mike Oldfield, Joe Satriani, Toto, The Who, Pete Townshend e Michael Schenker Group. Ed in effetti, quel che "davvero" suona metal in "Sin.." è proprio il drum work, con la sua ritmica serrata ed incalzante la quale, anche se per nulla coadiuvata da una produzione adeguata, resta a tutti gli effetti uno dei tratti distintivi dell'album, anche e soprattutto in termini di metal sound. Un lavoro, dunque, stilisticamente più orientato verso un energico Hard Rock che non verso l'Heavy Metal; fatto questo che (data comunque per scontata la paternità del genere da parte dei Priest) aprì, all'epoca , ulteriori dibattiti circa l'opera del combo britannico. Si poteva, il tutto, realmente ed interamente ascrivere al genere? Il dibattito imperversava ora ed imperversa anche oggi: alcuni sostengono che, tolto il primo album, tutto è effettivamente riconducibile all'Heavy Metal; altri, invece, pensano che il tutto sia ufficialmente partito da "Stained Class". Altri ancora da "Killing Machine", secondo altre fonti il tutto è cominciato, addirittura, con "British Steel". La diatriba è ancora aperta, e lontana anni luce da una unanime risoluzione. Quel che resta di certo è che "Sin.." dovette comunque risultare ( nello specifico, nella sua immediata contemporaneità) assai apprezzato dai musicisti di quella che sarebbe in seguito stata la scena estrema. Basta ricordarsi delle cover eseguite da gruppi come Slayer ("Dissident Aggressor", presente nell'album "South of Heaven") o anche Arch Enemy ("Starbreaker", inserita come bonus track nell'album "Wages of Sin". Anche gli svedesi Whiterscaper di Dan Swano furono particolarmente attirati da questo full length,al punto da rendergli omaggio con la cover di "Last Rose of Summer" presente sull'album "Inheritance" del 2013. Fatte le dovute ed inevitabili premesse, non resta che immergersi come di consueto nell'analisi di ogni singolo brano. Piccola curiosità in coda: l'artwork dell'album fu ideato del pittore / cover designer / fotografo Roslaw Szaybo, dal 1972 al 1988 direttore artistico della "Columbia" ed ideatore di oltre 2000 copertine. Ha lavorato, oltre che per i Judas Priest, anche per nomi altisonanti come Roy Orbison Janis Joplin.

Sinner

Vorrei chiedere i danni al buon Glover per aver prodotto un album e, nello specifico, un masterpiece come l'opener track "Sinner (Peccatore)" quasi incurante del fatto che la band a cui stava prestando i suoi servigi aveva appena partorito un capolavoro immenso come "Sad Wings of Destiny"! Mi domando cosa sarebbe potuto uscir fuori da questo pezzo, se avesse ricevuto da parte del produttore un lavoro di consolle più consono alla rivoluzione sonora di proporzioni epocali attuata dai Priest appena un anno addietro. Lo sfogo è d'uopo, perché già così come lo conosciamo, questo brano è un autentico gioiello. L'attacco è decisamente purpleiano nell'incedere del riff e della sezione ritmica, guidata in questo caso da un eccezionale Phillips. Il terreno ideale per Halford, che fa letteralmente la parte del leone, disegnando melodie sontuose, arricchite da preziosi acuti a suggellare il chorus delle strofe. I quasi sette minuti di durata di questo brano sono dannatamente piacevoli da ascoltare, un tripudio di sonorità e di idee, espressione di una genialità che conosceva pochi eguali sul finire degli anni settanta. Un periodo nel quale i colossi del genere sembravano già aver detto la loro. E che "Sin.." non sia "solo" un album di transizione (almeno non del tutto) lo dimostra ancor più il maestoso assolo che si assesta verso la metà brano. I nostri, abbandonando momentaneamente il Purple sound, danno vita ad un momento solista dall'aura terrificante, lugubre, disturbante, in cui il sottofondo morboso e allitterato creato da Downing ospita un passaggio di chitarra distorto, frenetico, convulso, ad opera di Tipton. Si evince chiaramente un passaggio a sonorità più decisamente sabbathiane, caratteristica ricreata magistralmente da un guitar work nel complesso tetro e sulfureo. Si ritorna dunque sui consueti binari di strofe e refrain; il pezzo, prima di avviarsi alla conclusione, conosce un altro fulmineo assolo, che cede il passo ad una incalzante ritmica la quale sembra uscita pari pari da una session della band di Hertford. Espediente, questo, che mette definitivamente la parola fine al pezzo. Un brano tanto articolato dal punto di vista strumentale non poteva, naturalmente, non ospitare un testo altrettanto drammatico. Lo spunto è dato dalla visione del peccatore (the sinner, appunto), immaginato a cavallo di un destriero dalle fattezze mostruose, seguito come un'ombra dal diavolo, suo compagno di viaggio, anch'egli a cavallo. Essi vagano per le galassie, e vengono richiamati sulla terra dalle urla di dolore, dalle sofferenze, dagli atti violenti in generale perpetrati dagli umani. Questi ultimi, vivendo in una perenne e costante condizione di peccato, attirano come una calamita il diavolo ed il suo compagno, e ne costituiscono la linfa vitale. La maledizione e la dannazione eterna ricadranno, dunque, sui miserabili peccatori. Il testo, fin qui meramente evocativo, acquisisce un senso reale e concreto quasi nel finale, laddove i Priest tuonano: "dopo un letargo di trent'anni la guerra si risveglia e rapida si guarda intorno". E allora non si può non pensare che la guerra in questione sia quella combattuta in Vietnam tra forze americane ed esercito sovietico (per la verità conclusosi da circa un anno ), ed il letargo sia rappresentato invece dal lasso di tempo intercorso tra la fine del secondo conflitto mondiale (1945) ed il termine dei combattimenti nello stato asiatico (1975). Ancora una volta è la guerra a fare da sfondo ad una canzone dei Priest; la guerra, con le sue assurde logiche di potere, la sua brama di ricchezze, il suo folle disprezzo delle vite altrui, la sua avidità e la sua lucida follia distruttrice. Le figure del peccatore e del diavolo a cavallo potrebbero, nel vivaio immaginifico della band, essere proprio la trasposizione metaforica delle due superpotenze che in quegli anni furono le assolute protagoniste della cosiddetta guerra fredda, mettendo a ferro e fuoco le rispettive zone d'influenza e vessando atrocemente gli innocenti.

Diamonds and Rust

L'adrenalina continua a fluire copiosa con la seconda traccia, "Diamonds and Rust (Diamanti e Ruggine)", cover del celebre brano di Joan Baez. E pensare che il pezzo, nella sua veste originale, è tutt'altro che dinamico (con la Baez che si accompagna unicamente con una chitarra acustica). Fatto, questo, che non fa altro che accrescere i meriti dei Priest, quelli nella fattispecie di aver donato una seconda vita, completamente diversa, ad un brano dalle melodie avvolgenti e da un mood fortemente intimistico. Il riffing, eccezionale per dinamicità e sapienza esecutiva, ci trascina già dalle prime battute, sorretto da un lavoro di Phillips dietro le pelli assolutamente colossale. Il batterista, difatti, è bravissimo nel creare un ritmo energico e sostenuto, adrenalinico come dicevamo pocanzi. Incredibile come sembra si tratti di due pezzi diversi! Bello il brano della Baez, indubbiamente; non lo stiamo certo scoprendo ora dal momento che è uno dei più celebri dell' artista statunitense nonché title track del suo omonimo album, forse il suo più famoso (vincitore del disco d'oro e di platino nel 1975). Non si può certo ignorare, però, quanto riesce a risultare coinvolgente, suggestiva, ed originale la reinterpretazione dei Priest: riuscire in certe imprese, avere una capacità di interpretazione così particolare, non è a mio avviso un privilegio concesso a chiunque. Un bello schiaffo morale, inoltre, ai denigratori prevenuti di un genere musicale da loro definito solo "casino". Ben poche band "non casiniste" sarebbero riuscite in un'impresa simile, poco ma sicuro! Diversi anni dopo, solo un'altra cover dei Priest riuscì a trasmettermi le stesse forti emozioni provocatemi "Diamonds..", e cioè la leggendaria "Johnny B.Goode" di Chuck Berry, riproposta dal gruppo nell'album "Ram it Down" del 1988.. ma torniamo a noi. La prestazione vocale di Rob, su questo pezzo, è assolutamente sugli scudi: passionale, sentita, suadente. Tale è il coinvolgimento emotivo nel cesellare magicamente strofe e refrain, che pare stia cantando un pezzo scritto da lui. Stessa cosa posso dire per Tipton e Downing, capaci di muovere linee melodiche estremamente efficaci, sempre a loro agio su ogni passaggio, intreccio o assolo. Ma se i Priest hanno potuto realizzare questa piccola perla, lo hanno fatto perché l'idea di base è già di per sé di pregevole fattura, fermo restando le più che evidenti differenze stilistico-espressive. Joan Baez, soprannominata "L'usignolo di Woodstock " in seguito alla sua partecipazione al leggendario festival del 1969,è una cantautrice folk/country/rock newyorkese. Nota, oltre che per i suoi indubbi meriti artistici, anche per il suo intenso attivismo nelle cause umanitarie di diritti civili ed in manifestazioni pacifiste. Cresciuta in un ambiente culturale di chiara matrice progressista, la Baez divenne amica di Martin Luther King,con il quale condivise molteplici esperienze in svariati territori martoriati dalla guerra. Già prima di raggiungere una certa fama (arrivata col suo quinto LP, "Joan Baez V",del 1964) la Baez si era sempre contraddistinta per una decisiva, quasi ossessiva avversione per ogni sorta di guerra, sublimata da un coinvolgimento pratico e attivo davvero encomiabile. Qualunque angolo del globo sia stato, nel corso degli anni, interessato da conflitti,la Baez lo ha omaggiato non solo della sua musica, ma anche del suo apporto in termini umanitari. La troviamo giovanissima, nel falcidiato Vietnam, prestare soccorso alle vittime; a inizio anni ottanta in Israele e sulla Striscia di Gaza e negli stati sudamericani vessati dalla dittatura (Cile, Argentina, Bolivia); negli anni novanta presenziava al declino del regime comunista in Cecoslovacchia ed era a Sarajevo, teatro sanguinoso della guerra dei Balcani; qualche anno dopo avversava la violenta politica neocolonialista americana nei confronti dell'Iraq. In quel periodo, in cui gli Usa conobbero il doppio mandato presidenziale di George W.Bush, era solita aprire i suoi concerti con la frase "chiedo scusa a tutti per quello che il mio governo sta facendo al mondo". Il suo impegno politico la portò a conoscere, frequentare, ed in seguito amare un certo Bob Dylan, al quale la Baez dedicò proprio la canzone in questione. Una commossa rievocazione della storia d'amore vissuta dai due, fonte di incancellabili ricordi nel cuore di Joan. Ricordi dolci,ma anche amari.. diamanti ma anche ruggine, come si conviene ad una relazione sentimentale degna di questo nome. "Diamonds and Rust", appunto .Come mai allora, una band come i Priest, anch'essa animata da forti sentimenti anti bellici già ampiamente dimostrati, potendo attingere ad un repertorio di certo più consono in questo senso, decise di rendere omaggio alla cantautrice riproponendo un brano dal contenuto assai più "lezioso"? Che abbiano voluto, a loro modo, oltre che alla Baez naturalmente, rendere grazie all' ispiratore del nome stesso della band, quel Bob Dylan autore del brano "The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest"?

Starbreaker

La terza traccia, "Starbreaker", è sintomatica di quelle che sarebbero state le future sonorità dei Priest negli anni a venire. Brano davvero interessante che risulta però (manco a dirlo..) fortemente penalizzato dalla produzione. La percezione di come sarebbe suonato se fosse stato prodotto in maniera diversa è alla portata di chiunque si appresti ad ascoltarlo: il ritmo incalzante imposto dalla batteria del sempre più sorprendente Phillips, accompagnato da un possente guitar work, è veramente un piacere per l'udito e ci consegna, in fase ancora embrionale, il sound caratterizzante non solo della band, ma più in generale di un intero movimento in fieri. Evento raro, Halford si mantiene su tonalità "basse" per i suoi standard  e nemmeno sul refrain ci omaggia di un suo terrificante acuto. Ciò ha reso possibile la scelta di inserire questo pezzo anche nelle setlists live più recenti (il buon Rob, come sappiamo, ha perso parecchio in termini di potenza vocale) dando modo di far conoscere anche ai più giovani un pezzo piuttosto datato, senza creare particolari patemi al Metal God. Di ottima fattura è anche l'assolo centrale, in cui la straripante coppia d'asce fa sfoggio di tutta la sua classe, con passaggi davvero incisivi e trame taglienti. La ripresa è (come quasi sempre da copione per le classic metal songs) metricamente speculare alla prima parte, poco più che normale amministrazione. Una insolita variante è rappresentata dal primo vero acuto di Halford, proprio sul finire del brano, ma nel momento della sua massima estensione, il buon Glover decide di chiudere in fade, troncando così sul nascere la tensione emotiva che lo scream avrebbe sicuramente creato. Il testo del brano è mero esercizio di fantasia, con il protagonista che immagina di essere rapito da Starbreaker e trasportato in orbita, alla scoperta di mondi sconosciuti e galassie sperdute. Bisogna approfittare immediatamente di questa imperdibile occasione, perché Starbreaker passa letteralmente una volta sola, per poi non palesarsi mai più. Ma chi è Starbreaker? Qualunque appassionato di fumetti o di fantasy (appassionati che oggi definiremmo Nerd) sa che Starbreaker è un personaggio nato dalla fantasia di Mike Friedrich e Dick Dillin nel 1972, anno in cui fece la sua prima comparsa per conto della "DC Comics". Egli è un supercriminale, una sorta di antieroe, un vampiro cosmico che vagabonda per le galassie nutrendosi dell'energia vitale dei pianeti e degli astri (ma anche di quella dei suoi abitanti). Ha sembianze umanoidi: capelli neri e pelle (e pupille) rosso fuoco, ma in uno dei suoi scontri perde le fattezze umane acquisendo una fisionomia incorporea. È uno dei protagonisti della saga della "Justice League of America", abitante del pianeta Thanagar, sul quale è conosciuto anche col nome di Luciphagi,ossia "mangiatore di luce". Il tema del viaggiatore spaziale torna dunque in un testo dei Priest, così come era accaduto per l'opener track,con la sola differenza che in questa lyrics il protagonista vede Starbreaker sotto una luce positiva, quasi come una fonte di salvezza per sé stesso e per la sua donna. Starbreaker rappresenta la volontà del cambiamento, l'anelito alla libertà, il tramite con un mondo nuovo e forse migliore della Terra, devastata da guerre e violenza . Un nuovo mondo, incontaminato e puro, pronto ad accogliere chiunque voglia raggiungerlo.

Last Rose of Summer

Chiude la il Lato A "Last Rose of Summer (L'Ultima Rosa Estiva)", una ballad. Anzi, potremmo definirla una blues ballad, un pezzo dalle melodie suadenti e dal ritornello struggente, in cui il cantato evocativo di Halford si sposa alla perfezione con l'atmosfera pacata e malinconica della sezione strumentale. In realtà, "Sin.." è generalmente intriso di un'aura di romanticismo onirico che lo colloca a buon diritto nel modo di sentire (artistico a 360° ma anche nel senso più profondamente umano del termine)e nel generale clima dei 70's, periodo interessato da una forte componente animistica, ma anche epoca di transizione dai delicati equilibri etici e sociali. Tecnicamente parlando, questo brano rappresenta la seconda escursione della band fuori dai più consueti lidi metallici; stavolta, però, interamente ad opera loro. Ciò ha fatto si che il pezzo venisse giudicato dai fans più intransigenti e dalla critica più inquadrata come un qualcosa di banale e fuori luogo, in definitiva di non adatto al Priest sound più genuino e privo di compromessi, ma più una manifestazione ad ampio spettro delle sonorità progressive tipiche del periodo. Come al solito la verità sta nel mezzo, nel senso che, pur non essendo propriamente un brano heavy, questo rimane comunque un brano dalle armonizzazioni efficaci e molto catchy,nel quale si possono pur sempre apprezzare la tecnica sopraffina dei due guitar men, oltre che ad una poliedrica capacità interpretativa della band anche al di fuori del solco metallico. La struggente poesia d'amore ospitata tra le trame melodiche del brano è il tassello ideale per completare il mosaico artistico dei Priest. Il protagonista della ballad lascia la sua amata nel periodo invernale, ma la lascia con la promessa di tornare da lei una volta che madre natura si sarà risvegliata dal suo dolce e meritato letargo. Al momento del commiato, però, egli dona alla sua donna una rosa, sbocciata in un assolato pomeriggio d'agosto. L'ultima rosa dell'estate, appunto. Il fiore le servirà per ricordare, durante le gelide e lunghe giornate invernali, i bei momenti trascorsi insieme al suo lui, quando tutto era caldo e vivo, in attesa del ritorno dell'amante a primavera. Aldilà del fin troppo palese e scontato tema amoroso, quasi stilnovista nella sua essenza,aspetto inusuale se si pensa a quelli che saranno i futuri testi della band, vi è in questo pezzo una fortissima corrispondenza, tutta classicheggiante, tra stile adottato e materia trattata. Tuttavia, ciò che a mio avviso lo rende davvero interessante, è la visione "filosofica" di cui esso si fa portavoce, ossia quella che vede la passione amorosa affievolirsi e svanire col sopraggiungere dell' inverno, per poi ridestarsi (in un più generale contesto di risveglio dei sensi) a primavera, insieme alla natura. Una versione più esistenziale me meno angosciante del connubio amore/morte, tema tanto caro a certa poesia decadente dei primi del Novecento.

Let us Prey / Call for the Priest

Il Lato B del platter si apre con un doppio brano della durata complessiva di 6:15, "Let us Prey / Call for the Priest (Lasciateci pregare / Chiamare il Prete)", che in realtà può essere considerato un brano unico, dal momento che la prima mini song ha l'esigua durata di pochi secondi, durante i quali gli arpeggi di chitarra danno la netta sensazione di aver messo su un disco dei Queen. Sensazione subito dissipata dall'attacco rapido e dall'incedere martellante del drum kit dell'eccezionale Phillips, ancora una volta deciso ad agire in maniera possente. Questa volta non ci sono compromessi di sorta, siamo in pieno Priest style, una vampata metallica nella quale, oltre a scorgere l'Heavy Metal (sia pur ancora sospeso in un limbo che lo incorpora all' hard rock più marcato), un ascoltatore attento non farà fatica a riscontrare sonorità che (non molto tempo dopo) diverranno inconfondibile marchio di fabbrica di un certo Lemmy Kilmister e della sua band. Il ritmo è vorticoso e frenetico, mentre il riffing granitico e possente dà l'idea che stavolta (almeno) la produzione imposta da Glover non penalizzi oltremodo il feeling metallico del pezzo. Halford torna il funambolico screamer che conosciamo, sorreggendo le linee melodiche con impressionante dinamismo e regalando dei lunghissimi acuti sui finali di strofa. Un primo, brevissimo distorto assolo, segna il bridge tra strofa e refrain, e rappresenta un lesto anticipo di quello che sarà, sul finire della strofa successiva, il vero guitar solo del brano. Siamo al minuto 4.50 circa,quando la fantastica coppia d'asce sale letteralmente in cattedra, regalando un momento solista di pregevole fattura. Veloce, tagliente, chirurgicamente articolato, mostra fieramente quelle armonizzazioni e quelle sovrapposizioni che diverranno il tratto distintivo del modo di intendere l'assolo di Tipton e Downing. Più in generale, di tutto il venturo classic metal. La tipica ripresa della strofa conduce al termine del brano,concluso da un pazzesco acuto di Rob sul finire del ritornello. Il songwriting testuale si risolve in una sarcastica visione in cui il protagonista asserisce di aver bisogno dell'aiuto di un prete per confidargli i suoi peccati e redimersi così dalle colpe commesse. Egli appartiene alla schiera dei cosiddetti cinici che, con il loro modo di fare e il loro stile di vita, scevro da implicazioni morali, porranno fine all'esistenza dei bigotti, ai quali da sempre essi si contrappongono. Aldilà di quello che è l'apparente e pedissequo significato di questo testo, qui emerge un altro aspetto della filosofia di vita priestiana che ancora non avevamo incrociato, ossia l'anticlericalismo. Se sino ad ora (compresi i primi due LP) avevamo conosciuto l'aspetto più "politico" in senso lato della band, con la sua ideologia antibellica ispirata e corroborata dallo spirito pacifista tipico degli Hippies dell' epoca, non avevamo ancora avuto modo di conoscere il loro punto di vista in termini di religione, anche se forse ci saremmo tranquillamente potuti aspettare un qualcosa del genere; ossia una prospettiva assolutamente e drasticamente laica. Tanto laica da sfiorare,in alcuni casi,l'ateismo. Fatto questo che contribuirà non poco alla costruzione di un'immagine blasfema della gran parte delle metal bands,e che provocherà ai nostri non pochi grattacapi con gli organi di censura, espressione del conservatorismo più bigotto.

Raw Deal

La sesta traccia "Raw Deal (Ingiustizia)" è forse l'espressione più genuina del feeling progressive che pervade tutto l'album ed è a mio avviso anche il brano in definitiva più valorizzato dal lavoro di produzione,vista anche la sua particolare struttura e la sua stessa essenza. Il pezzo, un classico mid tempo, si apre infatti con un riffing cadenzato dalla forte connotazione rock/blues di chiara matrice purpleiana mentre le strofe, interpretate da un Halford piuttosto "distante", vengono scandite dall'ottimo Phillips che qui più che mai si cala nei panni del grande Ian Paice, col suo drumming preciso e serrato, dettando i tempi come fosse un metronomo. Sembra davvero di ascoltare un brano dei Deep Purple, soltanto un po'più grezzo e vibrante, con due assoli distorti e convulsi messi a breve distanza l'uno dall'altro. Quattro dei sei minuti di cui è composto il brano sono occupati da questo incedere piacevolmente monotono, quando, al minuto quattro circa, assistiamo ad una brusca, repentina, perentoria accelerazione, sulla quale Halford disegna melodie accattivanti che rendono il refrain davvero godibile. Anche in ciò si evince la chiara impronta Hard Rock ed a tratti anche prog. che caratterizza il pezzo, che va così a concludersi, come spesso accade, con un acuto tremendo di Halford. Fire Island, citata nella prima strofa della canzone, è la più grande delle isole che compongono l'arcipelago di Long Island, al largo della baia di New York. Balzò agli onori della cronaca sul finire degli anni sessanta per il proliferare di una nutrita comunità gay, favorita anche dal naturale isolamento geografico del sito. Tutt'oggi Cherry Grove e appunto Fire Island Pines sono considerate tra le più accoglienti e ospitali comunità LGBT al mondo. Ed è proprio in un locale di Fire Island che è ambientata la song in questione. Il protagonista, ordinando da bere un sabato sera, assiste ad una scena di violenza sessuale perpetrata da alcuni bulli, chiaramente vestiti in cuoio e borchie, ai danni di un gruppo di giovani (evidentemente omosessuali) in quel momento presenti nel locale. Egli,dapprima disgustato dalla raccapricciante scena, decide di rimanere sulle sue; ma poi, in preda a ripensamenti, interviene in difesa dei malcapitati, mettendo a repentaglio la sua stessa incolumità. Doveva già allora essere una tematica profondamente sentita da Halford, quella della discriminazione di tipo sessuale, essendo egli, come è noto, gay. Non meraviglia pertanto il fatto che abbia scritto un testo imperniato su questa problematica, come del resto il fatto di aver ambientato la lyrics negli Stati Uniti .Gli U.S.A., il Paese dalle macroscopiche contraddizioni umane, sociali, di costume; una nazione capace di fare sfoggio della più sfrenata delle trasgressioni e al tempo stesso di scandalizzarsi dinanzi ad un rapporto sentimentale al di fuori degli schemi che la morale comune e benpensante suole definire "normali". Il Paese con il più alto tasso di criminalità ma anche dei predicatori e dei padri pellegrini. Insomma, un coacervo di incongruenze ideologiche sulle quali è risultato sin troppo semplice costruire un forte testo di denuncia dagli spiccati accenti di crudo realismo. Da questo momento iniziano ufficialmente i problemi avuti dalla band con i già citati organi di censura a causa di taluni loro testi con descrizioni "al limite" ma propugnanti inappuntabili verità!

Here comes the tears

"Here comes the tears (Scorrono le lacrime)" è la seconda ballad contenuta in questo disco. Si apre in maniera quasi pacata, con delicati arpeggi su cui Halford si erge ancora una volta con la sua timbrica duttile, che in questo caso assume connotati alquanto lugubri. Il brano risulta inquietante, emotivamente sensuale, con sprazzi di melodia davvero pregevoli. Ad una prima parte onirica e quasi melliflua fa seguito una seconda parte drasticamente diversa, con Rob che sale ancora una volta in cattedra mediante lunghi, sinistri vocalizzi, accompagnati da un assolo ammaliante, che conferisce al pezzo una vaga ma persistente sensazione di angoscia, accresciuta ancor più dagli acuti di un Halford che dà in questo preciso frangente l'idea di essere in preda alla disperazione. L'assolo accompagna imperterrito tutta la strofa, in un folle alternarsi di tonalità che lo rendono come instabile, accompagnando gli acuti di Halford a chiudere il pezzo. Non è un caso dunque che il testo del brano ospiti l'accorato e commosso sfogo di chi, avendo sognato ed atteso l'amore per tutta una vita, alla fine si ritrova solo, in preda al pianto e alla disperazione, chiedendosi se mai ci sarà qualcuno che potrà amarlo prima della fine dei suoi giorni. Tema alquanto sentito quello amoroso per i Priest, dunque,ma dopotutto chi di noi non si è mai chiesto quale sarebbe stato il suo destino se non avesse conosciuto l'amore? Che vita avremmo vissuto, senza avere accanto la persona amata? A volte si è soliti inseguire valori frivoli, veniali, effimeri, accantonando e mettendo in secondo piano semplici moti dell'animo, come appunto l'amore, ritenendoli quasi ovvi e scontati. Ma,come molto spesso accade nella vita, ci si rende conto di quanto importante sia qualcosa soltanto nel momento in cui questa viene a mancare. È in quei momenti che ci investe un devastante senso di angoscia e solitudine e ci assalgono il rammarico e il rimpianto per non aver dato il giusto peso ai sentimenti nobili, inseguendo false chimere. 

Dissident Aggressor

Ci sono voluti circa quaranta minuti ma alla fine, quasi come fosse stata una scelta mirata e un atto consapevole, i Priest tirano fuori un'autentica mazzata, il loro brano più Heavy sinora concepito, quel "Dissident Aggressor (Aggressore Dissidente)" che tanta importanza rivestirà all' interno di quelli che saranno i futuri sviluppi del sound della band e che, al contempo, influenzerà in maniera determinante l'evoluzione del metal anche nelle sfaccettature più "estreme". Chiedete a tal proposito agli Slayer perché scelsero di coverizzare proprio questo brano nel 1988, con risultati peraltro apprezzabilissimi. L'opening si annuncia con uno spasmodico crescendo che vede Phillips ancora una volta bellicoso mattatore, mentre le due asce mettono in scena un riff dai connotati tellurici seguiti dal solito, incessante acuto di Rob. Il brano è letteralmente permeato da una velata sensazione di potenza sonora soltanto lievemente attenuata nell'impatto dalla già più volte citata produzione poco idonea al contesto. Strofe incalzanti, refrain puntiglioso e acido, sullo sfondo le trame vorticose dettate da chitarre e batteria cedono il posto, al minuto e quaranta circa, al guitar solo, vero trionfo della distorsione e della cattiveria acustica. Un aspetto che, tanto per non credere alle casualità, verrà mutuato a piene mani proprio dagli Slayer, riscontrabile soprattutto nello stile di Kerry King. Non vi è melodia, non vi è linearità, soltanto un suono grezzo e prolungato senza soluzione di continuità. Subito dopo trova spazio un improvviso cambio di ritmo, leggermente rallentato rispetto alla struttura portante del brano, che serve a ricordare a chi ascolta che la vena prog della band non è mai del tutto sopita. Il brano riprende dunque l'andatura iniziale e si avvia alla conclusione, segnata dall'ennesima, solita e splendida ostentazione di potenza vocale da parte di Halford.  Un disco dal titolo chiaramente incentrato sul tema del peccato, che si conclude con una canzone la quale affronta, tramite l'espediente delle immagini flash e del rapido susseguirsi di ricordi da parte del protagonista, la tematica della guerra. Con un dinamismo quasi cinematografico egli passa in rassegna gli atti più biechi ed esecrandi che si possano commettere durante una battaglia: uccidere, accoltellare, bruciare, far esplodere.. tutto ciò che in qualche modo possa fungere da cruda rappresentazione di un comportamento bellico. Il testo in questione è piuttosto ermetico e offre pochi punti stabili, nonché chiavi di lettura quantomeno azzardate. Si parla di ganci che raggiungono il cervello i quali, fuor di metafora, potrebbero rappresentare il soggiogamento psicologico messo in atto sui soldati e il riferimento alla città di Berlino lascia chiaramente supporre che la guerra in atto sia la Seconda Guerra Mondiale. C'è però, in questo testo, un quid di indefinito e quasi impercettibile, che a conti fatti è quel qualcosa che lo rende criptico e quasi inafferrabile, nonostante il chiaro referente geografico rappresentato dalla capitale tedesca. La sensazione è quella che, unitamente ai ricordi di chi quella guerra ha suo malgrado dovuto viverla e combatterla, accettandone come naturali conseguenze le sue assurde e spietate logiche, vi siano i ricordi di un'intera città, divenuta simbolo di divisione etnica e di libertà soppressa, una città che per circa quarant'anni si è dovuta identificare in un muro, visto non solo come barriera architettonica, ma come emblema stesso di odio e separazione tra popoli. La presa di coscienza, proprio sul finale di brano, da parte del protagonista ("so cosa sono,quindi vivrò") ha il triste sapore di una tragica, amara constatazione di una realtà dai risvolti efferati, ma al tempo stesso la consapevolezza di aver preso atto dei crimini commessi, e di continuare a vivere nel ricordo di tali peccati, così da poterli evitare esorcizzandoli e dando ad essi una valenza quasi apotropaica.

Conclusioni

Arrivati alla conclusione di questo ascolto, è tempo come al solito di tirare le consuete somme, giudicando l'album nella sua interezza. Si può tranquillamente parlare, nonostante le critiche avanzate, di un successo: le vendite furono ottime ("Sin.." raggiunse la posizione numero 23 della "UK Albums Chart") e permisero ad i Judas Priest di intraprendere anche un tour al di fuori della terra d'Albione. Molte furono infatti le date americane, a supporto di grandi formazioni come Foreigner e REO Speedwagon. Tour che raggiunse il culmine nelle date a supporto di Led Zeppelin (anch'essi in "trasferta") e Ted Nugent, simbolo dell'Hard Rock made in U.S.A. Nonostante tutto, però, è inutile negarlo: "Sin.." non rappresenta certo un capolavoro assoluto della discografia priestiana. E' semplicemente un disco onesto, con buone idee, ben suonato ma non adeguatamente prodotto, come più volte ricordato. Ben lungi dal toccare insperati picchi qualitativi, costituisce piuttosto una valida vetrina di quelle che saranno le future sonorità dei Priest, riscontrabili peraltro già nel ben più imponente successore, come avremo modo di vedere. Future sonorità per il momento rappresentate da un involucro ancora allo stato embrionale, progenitore di quell'Heavy Sound di cui proprio i Judas Priest saranno capiscuola ed ispiratori. Sorprende a tal proposito che questo disco faccia seguito ad un opera magna del calibro di "Sad Wings..", una vera e propria fucina di idee, un impeto straripante di originalità sublimatesi in una serie di masterpieces senza il benché minimo calo di tensione, un album che, senza timore di abusare del termine, oserei definire perfetto, sia musicalmente che per quel che concerne il songwriting testuale. Un piccolo passo indietro, secca ammetterlo, in special modo per il sottoscritto, che colloca la band di Birmingham in una sorta di iperuranio musicale occupato da pochi altri gruppi ; un disco che, inserito nel più generale contesto di cambiamenti intrinseci alla scena hard del periodo, fa si che assuma piuttosto le caratteristiche di un'opera di passaggio. In soldoni di transizione, nonostante qualche acuto degno di grande nota. Non soltanto per ciò che attiene allo score interno della band, ma in una più ampia prospettiva che ingloba aspetti e peculiarità costituenti la linfa vitale dell'intero movimento musicale del rock dei seventies. Un periodo di stallo creativo alquanto preoccupante al quale però proprio i Priest seppero dare uno scossone, per poi dare la sensazione di perdere un tantino la bussola, deviando dalla rotta intrapresa, quasi come se si fossero resi improvvisamente conto di aver precorso troppo i tempi, senza possedere gli strumenti per proseguire nel loro itinerario innovativo. Troppo forte l'influenza e il fascino esercitati dalle sonorità progressive, ma prepotenti anche le istanze di rinnovamento e di rigenerazione caratterizzanti il periodo. Un'alchimia che i nostri seppero far propria ed elevare alla massima potenza, specie se si pensa al fatto che in quegli anni le bands di nicchia avevano già dato tutte quante il meglio di sé, motivo per cui, calato in quest'ottica, l'album in questione riesce a farsi perdonare qualche piccola pecca, in ragione del coraggioso tentativo di cambiamento attuato, quello cioè di trasformare l'Hard Rock in Heavy Metal; facendo però si che parte del primo confluisse nel secondo e viceversa, senza per questo snaturarsi. Lode dunque al coraggio e all'intraprendenza, virtù senza le quali non si ottiene il cambiamento, anche se questo in taluni casi deve passare tra le vischiose maglie della confusione. Voto otto.

1) Sinner
2) Diamonds and Rust
3) Starbreaker
4) Last Rose of Summer
5) Let us Prey / Call for the Priest
6) Raw Deal
7) Here comes the tears
8) Dissident Aggressor
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