JUDAS PRIEST

Screaming for Vengeance

1982 - Columbia

A CURA DI
FABIO FORGIONE
22/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Dove eravamo rimasti? Ah, sì: era il 1980, ed i Judas Priest avevano dato alle stampe un'opera magna del calibro di "British Steel", la release che li aveva definitivamente consacrati nel firmamento Heavy; la release che aveva fatto sì che, proprio da quel momento, il concetto e l'idea stessi di Heavy Metal, avessero il loro referente concreto, ideale, estetico, iconografico proprio nel quintetto di Birmingham. Un fenomeno, è bene ricordarlo e sottolinearlo, che non si limitò al solo ambito musicale, ma che investì tanti aspetti del vivere sociale e culturale di una generazione alle prese con mutamenti talmente rapidi nel loro susseguirsi cronologico, da rendere quanto meno ardua un'assimilazione / ricezione di una qualsivoglia forma di espressione artistica. L'arte, si sa, è figlia legittima dell'epoca che la partorisce. E la musica, in quanto forma d'arte a trecentosessanta gradi, è forse quella che più incarna i lineamenti estetici di un'epoca. Nel caso specifico, il passaggio da un sistema di vita come quello in voga nel decennio settantiano, fatto di un misticismo neo-gotico talvolta blasfemo, un sinuoso afflato romantico (vissuto nella sua forma più cupa e crepuscolare), impeti incontrastati di ribellione e viscerali aneliti di libertà, esigenze di conciliazione tra i ritmi divenuti via via sempre più frenetici e l'urgenza, tutta umana, di stabilire un contatto con la natura, in un intimo connubio, ad uno dai connotati davvero troppo differenti. Gli anni ottanta, con la loro ferrea logica del lavoro/profitto/benessere, e i disagi di un mondo che si risvegliava da un sordido torpore. Il passaggio, dicevo, viene sancito da una mutata attitudine musicale, una scossa tellurica in grado di fare breccia nel cuore e nei costumi, in modo rimasto pressoché ineguagliato anche nei decenni avvenire. Quel che è davvero singolare è che proprio i Prometeo del Rock, dopo un'opera come quella già citata, si siano concessi, appena un anno dopo, una pausa di riflessione (chiamiamola così), rispondente al nome di "Point Of Entry", un disco davvero troppo diverso dall' illustre predecessore, nel quale i Nostri erano sembrati voler mettere in discussione i geni della loro stessa creatura, come un genitore che rinneghi il proprio figlio. Non che non ci avessero abituati ad un incedere altalenante, dal momento che, a partire proprio dall'esordio discografico, l'acerbo "Rocka Rolla", il loro percorso risulta costellato di episodi impersonali o poco riusciti (il già citato debut, "Sin After Sin", "Point Of Entry"), alternati a veri e propri masterpieces ("Sad Wings Of Destiny", "Stained Class", "Killing Machine", "British Steel"); ma l'impatto che ebbe un album come "Screaming For Vengeance", ottava fatica dei Judas Priest, nell'immaginario collettivo e nel circuito aritistico / comunicativo dell'epoca, fu di proporzioni devastanti. L'Heavy Metal, già manifestatosi nella sua forma primordiale con "British Steel", assurge ad un livello superiore: Tom Allom compie un lavoro semplicemente spaventoso rendendo il sound del platter nitido, possente, ruvido, massiccio, ferocemente delineato. Ogni singolo strumento è arrangiato e bilanciato in maniera da tirar fuori acciaio fuso. In particolare, le chitarre dei redivivi Tipton e Downing tornano a mordere, ruggire, partorire riff infuocati, assoli micidiali. Le due asce tornano a deliziarci i padiglioni auricolari con le loro funamboliche tessiture e i loro duelli. Pensare a brani come "The Hellion/Electric Eye" (la madre di tutte le intro), "Riding On The Wind", la stessa title track, "Bloodstone" e "Devil's Child" mette ancora oggi, a distanza di trentacinque anni, i brividi. Un modo di concepire e sentire ed interpretare brani non solo dannatamente avanti nel tempo, ma al quale il moderno metal è ancora debitore. Il metallo incandescente si palesa nella sua quintessenza; nulla di simile si era mai ascoltato prima! A rendere, per certi versi paradossale il clamoroso successo di "Screaming For Vengeance" (giova ricordarlo, doppio disco di platino negli Usa e in Canada; tra i dischi metal più venduti di sempre) concorrono due fattori, per la verità due particolari alquanto singolari. Uno, la location di produzione del platter, la stessa Ibiza del leggero e svogliato "Point Of Entry" (anche se il missaggio fu in seguito effettuato nei BeeJay Studios di proprietà della "Columbia Records" in Florida). Due, il fatto che il successo commerciale planetario del disco scaturì dal singolo di lancio "You've Got Another Thing Comin' ", il brano "meno heavy" dell'intero disco, ma dall' incedere talmente voluttuoso e dal refrain così coinvolgente da esser diventato in brevissimo tempo una hit radiofonica, raggiungendo anche, ahimè, le discoteche. Il caso volle che, proprio questo pezzo, fosse stato aggiunto in tutta fretta ad una tracklist già definitiva e che, a detta dello stesso K.K., andava bene così com'era. L'esigenza di aggiungere una decima traccia fece sì che la band mettesse giù un brano senza pensarci su più di tanto, quasi per gioco. Ecco dunque prendere vita la colonna trainante dell' intero LP,un pezzo che strizza l'occhio agli AC/DC e che, forse proprio per questo, risulta essere sì il meno caratterizzante ma anche il più amato dal grande pubblico. I terrificanti scream del Metal God poi, troneggiano incontrastati su tutta la release, una prestazione canora strabiliante che dettò e definì una volta per tutte i canoni del "come cantare heavy metal", divenendo paradigma per tutti; e dico, tutti gli altri frontmen della scena, non ultima quella ventura. Il comparto lirico, come vedremo, torna ad essere interessante e ricco di spunti di riflessione. La cover, divenuta in seguito iconografica quanto il contenuto musicale di "Screaming..", si avvale dell'apporto del grande Doug Johnson: l'ideatore dell'aquila d'acciaio diventata simbolo della band, mentre, dato statistico di importanza rilevante, per la prima volta in carriera un batterista dei Priest (Dave Holland)riesce a partecipare alla stesura di tre album di fila. Praticamente un record, visto il carattere ballerino del ruolo di drummer. Fatte queste dovute premesse, lasciamo, come sempre, che sia la musica a parlare. E facciamoci dunque travolgere dall'Urlo Della Vendetta dei Judas Priest.

The Hellion / Electric Eye

Vi è forse nella storia dell' Heavy Metal un'accoppiata intro/prima traccia più epica e straripante di "The Hellion / Electric Eye (Il Demonio / Il telescopio)? Vi è forse modo più sensazionale di arpionare una linea melodica e farla sfociare in un riff devastante, che ancora oggi provoca smottamenti al solo accenno di ascolto? No. L'intro di "Screaming For Vengeance", affidata a questo straordinario brano resta, a tutt'oggi, un esempio inegualiato, qualcosa di realmente unico. Qualcosa che, nel lontano 1982, doveva suonare davvero come rivoluzionario, oltre che dannatamente bello da sentire. Una macchina perfetta costituita da ingranaggi che sembrano sincronizzati tra loro in maniera impeccabile: Tipton e Downing tessono trame chirurgiche, Holland è un metronomo infallibile dietro le pelli, mentre Hill tiene dietro con esemplare tempismo. Un costrutto sonoro che si sposa alla perfezione con le istanze di ripudio della tecnocrazia subdola e invadente, un tema già affrontato in "British Steel" e che qui ritorna più attuale e prepotente che mai. Nell'impeto furibondo della strofa Halford inizia, piuttosto insolitamente, con tono pacato e quasi declamatorio, a metterci in guardia dalle insidie dell'occhio elettrico, di un telescopio costruito appositamente per spiarci giorno dopo giorno. Dalla vastità degli spazi astrali esso controlla ogni azione umana tramite i suoi raggi laser. Rob innalza leggermente i toni, sempre immerso nella ritmica sostenuta imposta dagli strumenti. Nessuno di noi avrebbe mai creduto nell'esistenza di qualcosa di simile, non vi è modo di sottrarsi all'occhio elettrico. La vita che crediamo privata è in realtà sotto il costante controllo della spia tecnologica. Eccoci dunque giunti al celebre refrain, la cui melodia è di quelle che restano indelebili: fatti di metallo splendente, i circuiti dell'occhio mantengono l'ordine nel paese. È questo il suo compito, lui è la spia elettrica, protetta dall'occhio a cui nulla sfugge. Senza pause si passa alla seconda strofa, in cui viene introdotto un elemento aggiuntivo che la differenzia dalla prima. Vengono sempre passate in rassegna le azioni di spia del diabolico congegno, ma ,in calce al verso, Rob dichiara che la "retina senza lacrime" è lì per catturare tutti i nostri misfatti, le nostre azioni più indegne. Una spia che agisce dunque a fin di bene. La ripetizione del refrain fa da preludio al travolgente assolo, un duello d'asce fatto di rasoiate acide e taglienti da parte dei due guitarist intenti, al solito, a rincorrersi l'un l'altro, in una cascata di suoni infuocati. L'impeto del solo si stempera in un cantato strutturato su un doppio momento vocale, una sorta di effetto eco, in cui Rob ribadisce e chiarisce il concetto: nessuno può davvero nulla contro un congegno perfetto, ideato per sorprenderci, infallibile. Esso elabora, incamera nozioni e nemmeno i nostri pensieri possono sfuggirgli. È così che esso accresce il suo potere. Quindi ancora una volta il refrain ci ricorda le encomiabili doti del congegno, concludendo il primo stupendo pezzo di questo sensazionale album. Una riflessione è d'uopo: chi avrebbe mai pensato, agli albori degli anni ottanta, che la tecnologia avrebbe un giorno davvero potuto tanto? Basti pensare agli odierni impianti satellitari o ai vari sistemi GPS per capire che i Priest, nelle lyrics di questo brano, non avevano poi lavorato tanto di fantasia, ma erano stati, come dire, profeti di uno spionaggio tecnologico che sicuramente all' epoca era già appannaggio della Nasa, ma che nessuno di noi avrebbe immaginato un giorno invadere la nostra vita privata.

Riding On The Wind

Se qualcuno mi chiedesse di dargli una definizione di Heavy Metal gli risponderei facendogli ascoltare "Riding On The Wind (Cavalcando il vento)". Tre minuti e dieci secondi di acciaio incandescente scanditi da una ritmica infernale e da un cantato talmente acuto e stridulo da sembrare provenire da chissà quale anfratto dell'inferno. L'ABC del Metallo è contenuto all'interno di questa killer song, antesignana di un modo di suonare al quale tutti i gruppi speed si sarebbero in seguito ispirati. Holland apre le danze con un drumming effetto mitraglietta che subito ci introduce ai granitici e velocissimi riff della coppia d'asce assassina, prima che Rob inizi letteralmente a imperversare sulla ritmica furibonda con i suoi proverbiali scream, inanellando frasi a metà tra l'autoesaltazione e un'attitudine di vita già più volte propugnata in album precedenti, e che qui ritorna in auge più prepotente e fragorosa che mai. Stavolta il buon Rob immagina addirittura di cavalcare il vento. Scomodando la mitologia classica, egli si sente pervaso, nella sua folle corsa alla velocità della luce, nientemeno che dal dio Marte, abbagliando e accecando chiunque gli si pari davanti. Mai come in questo pezzo, la perfetta corrispondenza tra sound e tema trattato nel testo è pienamente rispettata. La velocità è il filo conduttore del brano,a trecentosessanta gradi. "Sto cavalcando il vento" urla il metal god nel refrain, prolungando all' inverosimile l'acuto, che precede subito il break centrale in cui le chitarre indemoniate di Tipton e Downing danno vita ad un intreccio robusto e a tratti cupo, degno preludio al vero e proprio assolo; il consueto, micidiale arabesco costruito su ritmi frenetici e cruente rasoiate. La folle corsa riprende con la seconda strofa, e qui, dopo il dio Marte, tocca agli stessi demoni infernali produrre tuoni terrificanti, il cui fragore squarcia in due le nubi. Siamo sul volgere del delirio e il pezzo, prima di deporre le armi, fa ancora in tempo a regalarci un ultimo sprazzo di energia e di rabbia, materializzata in un ultimo fugace duello d'asce. Una scheggia impazzita, un sussulto che si fa portavoce di quell'irrefrenabile desiderio che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha provato, ossia quello di cavalcare il vento, con tutto quel che ne consegue! Volare via, veloci, lontano da tutto e soprattutto da chiunque. Solo noi e la vastità del cielo, sparati verso l'infinito a velocità supersonica. In grado persino di squarciare l'orizzonte nonché ogni barriera fisica. Una lode alla libertà ed alla velocità, pilastri fondamentali dell'intero movimento Heavy Metal.

Bloodstone

La chitarra che apre "Bloodstone (Elitropio)", primo pezzo che conosce un lieve rallentamento ritmico, acre e pungente, è il preludio ad un riff sinuoso che, magistralmente supportato dal basso di Ian Hill e da un drumming robusto ma meno tirato che nei brani precedenti, ci introduce alla prima strofa di un pezzo che si presenta come un corposissimo hard rock con qualche venatura blues, percepibile soprattutto nei richiami ritmici delle chitarre. In quello che appare sin da subito come un testo criptico e di non semplice interpretazione, Halford inizia ad esporci, da par suo, sensazioni e stati d'animo provati dal protagonista delle lyrics. Presumibilmente partecipe di un tradimento, il frontman dichiara di aver perso di vista il senso della normalità, di esser andato fuori di testa. La sensazione gli deriva, e ne è acuita, proprio dalla consapevolezza di aver visto la ragione perdersi nel tradimento. Lo smarrimento del protagonista è sottolineato da una ritmica ossessiva e martellante, ma tutt'altro che frenetica, con le chitarre che procedono all' unisono, graffianti e morbose. Quasi come a voler lavare l'onta della colpa commessa, egli si domanda, nel pre chorus pregno di una turbante melodia, quanto tempo ci metterà il mondo a capire che il destino di ciascuno di noi debba compiersi inevitabilmente. L'acuto che precede il "Bloodstone" del refrain, inframmezzato da sferragliate blueseggianti, è di quelli che lasciano il segno, ma il vero mistero riguarda proprio il titolo stesso della song. L'eliotropio è un minerale, una particolare forma di calcedonio, un quarzo verde scuro maculato di piccole venature sanguigne. Un accostamento cromatico che ricorda da vicino un tramonto, con il sole color rosso fuoco che si staglia nel cielo pallido dell' imbrunire. Ora mi direte:e  che c'entrano i minerali con i sensi di colpa dell'adultero protagonista? È noto che, sin dal medioevo, le pietre e i minerali (così come erbe, piante e animali) possedessero facoltà sovrannaturali che agivano sulla psiche umana, determinandone ed influenzandone i comportamenti; oltre che a favorire, se usati nel modo corretto, virtù terapeutiche e benefiche. Nel caso specifico, si riteneva che l'eliotropio infondesse calma, controllo della ragione, padronanza di sé , fermezza, forza fisica e d'animo. Tutte virtù utili, a ben vedere, a supportare il peso morale derivante da un atto come il tradimento. Nella seconda strofa il buon Rob ci racconta di risvegliarsi da un incubo in preda ad un forte spavento, una tremenda paura del gioco perverso a cui si è, suo malgrado, prestato. Ecco che gli vengono in mente i patti stretti e poi disattesi, con le derivanti sensazioni di angoscia e smarrimento che ne conseguono. Si pone dunque la stessa domanda postasi nella prima strofa, prima di intonare nuovamente il misterioso refrain. L'andatura generalmente rockeggiante del brano conosce un brevissimo break, in cui K.K. e Tipton si passano più volte il testimone dando vita ad un eccezionale momento solista, fatto di lugubri melodie e spasmodici sussulti, in un intimo connubio di estasi e frenesia. Il tutto prima che il buon Rob affermi, nel refrain che chiude il pezzo, di non volere l'eliotropio, di non riuscire a sopportarlo. Una sorta di intima ammissione dell'incapacità di dimenticare la colpa commessa, ma al tempo stesso l'impossibilità di sottrarsi al fascino del peccato.

(Take These) Chains

Il rallentamento che nel pezzo precedente era stato appena accennato, diviene più consistente nella successiva "(Take These) Chains - Strappa via queste catene", brano che per tipologia compositiva fa coppia con il successivo, e che rispetta in pieno i canoni priestiani del connubio pesantezza/melodia, che di fatto da sempre caratterizza la band. Chitarre arpeggiate aprono ad un Halford suadente e malinconico, che ci introduce in quello che è, né poteva essere altrimenti se la corrispondenza forma/contenuti vuol essere rispettata, il resoconto di un tormento d'amore, intenso e struggente. Nella pre-strofa, dai ritmi pacati e sonnecchianti, Rob asserisce che la grande distanza che egli stesso ha posto tra lui e la sua amata è inutile, che non lo ha aiutato, come lui aveva invece creduto che quest'ultima avrebbe potuto fare. Il cantato diventa improvvisamente più drammatico, come sottolineato anche dall'inasprirsi della ritmica, ed egli prorompe in una supplica rivolta alla responsabile dei suoi patemi. Ricordandole che ella ha il potere di metterlo in ginocchio, le chiede aiuto, invitandola a lasciarlo vivere. Il pathos sin qui accumulato trova il suo più fisiologico sfogo nella straordinaria potenza evocativa del refrain che, tra l'imperversare delle chitarre, improvvisamente divenute compatte e possenti, continua a mostrarci un amante disperato che supplica la sua amata di portar via dal suo cuore le catene che lo tengono prigioniero. Giungiamo alla seconda strofa, e la disamina impietosa della situazione del sofferente protagonista prosegue imperterrita. Egli ci ricorda come abbia già provato a scappare, ma non ci sia stato nulla da fare: la sua colpa era quella di amarla troppo e nonostante sapesse sin dall' inizio che lei l'avrebbe fatto soffrire in maniera indicibile, lui era tornato da lei. Ed ora le chiede aiuto, proprio a colei che era diventata cattiva nell'arco di una sola notte. Quindi ancora il magnetico refrain con la consueta invocazione a portar via dal suo cuore le catene del dolore, quand'ecco giungere un'impennata d'orgoglio. Tra le nerbate di chitarra e basso e i precisi colpi sui Tom, egli le ricorda che non le deve nulla e le ordina di sparire per sempre dalla sua vita. Pazienza, nelle sue notti insonni egli rimarrà attaccato ai ricordi. Le due implacabili asce, qui in fase di riposo forzato, vista la natura del pezzo, si lasciano andare ad un breve ma intenso assolo, prima che le reiterate e supplici invocazioni del tormentato amante a portar via le catene e a lasciargli vivere in pace la sua vita accompagnino il brano alla conclusione.

Pain And Pleasure

Con "Pain And Pleasure (Dolore e Piacere)" la band mostra senza timore alcuno quelle sonorità heavy/blues che la caratterizzano sin dagli inizi di carriera, e che qui tornano in auge in una veste più dura e quindi più consona al generale andamento del platter. Fin dal riff iniziale è chiaro l'intento dei Priest di farci sommergere da un coinvolgente R 'n R, ammantato però da una certa malinconia, derivante quasi certamente dalla tormentata storia d'amore (un'altra, sì) raccontataci nel testo. Un Halford alquanto pigro ricorda al suo amante le sofferenze che gli procurano talune voci ascoltate in giro(è possibile ipotizzare un tradimento, ma non è da escludere il fattore emotivo derivante dall'aver rivelato apertamente l'amore per un rappresentante dello stesso sesso). Va ricordato che agli albori degli anni ottanta vigeva e persisteva un fortissimo pregiudizio, che spesso sfociava nell'avversione vera e propria, nei confronti dell'amore omosessuale. Pertanto, dichiararlo poteva spesso essere causa di discriminazione nonché di emarginazione e ostilità nei confronti di chi "si macchiasse di una simile onta". Non che le cose ai nostri giorni siano molto cambiate ma, tant'è, il povero Halford intima al suo amante di far ciò che vuole fare e dir ciò che vuole dire, a lui poco importa. Ha già sofferto e pianto tanto a causa sua, e lui sa che un giorno o l'altro la pagherà cara. Lui, in ogni caso, è pronto ad andar via per sempre. La ritmica, tipicamente blues oriented, è sinuosa e a tratti malata, e lo stesso cantato di Rob pare risentire dell' atmosfera morbosamente viziata data dalle chitarre. Si lamenta più che cantare, in un contesto strutturale che non conosce nemmeno un vero e proprio refrain, ma che sembra presentare due macrostrofe che, nella parte finale, ci ricordano la contraddizione dinanzi alla quale ci troviamo: l'amore può recare piacere e dolore al tempo stesso. Nella seconda strofa la situazione si fa decisamente più pesante e critica: lui lo ha legato come un cane al guinzaglio, ma ha i giorni contati. Quel fatidico momento, però, è arrivato anche per l'amante distrutto e deluso: se ne andrà via per sempre anche lui, perché ormai è una questione di vita o di morte. Un fugace ma rabbioso assolo (molto AC/DC a dire il vero) sottolinea il drammatico momento vissuto dai due, prima che il nostro disperato protagonista, in un accesso di sincerità, ammette di non sapere neanche lui cosa veramente voglia. Deve sparire dalla sua vita una volta per tutte, e a lui non resterà che continuare a provare i contrastanti sentimenti dell'amore: il piacere e il dolore. È triste ma inevitabile.

Screaming For Vengeance

Preparatevi a violentare i vostri padiglioni auricolari, a prendere a testate e spallate i muri della vostra stanza, e non abbiate alcuna pietà per le vertebre del vostro collo; perché i successivi quattro minuti e quarantacinque secondi di questo LP, occupati dalla title track "Screaming for Vengeance (Gridando vendetta)", rappresentano quanto di più violento, veloce, possente ed incazzato il classic metal del 1982 potesse proporre (insieme ad altri pochi pezzi). Una colata lavica di acciaio albionico, uno di quei pezzi per i quali i Judas Priest vengono identificati col l'Heavy Metal, uno di quei pezzi per cui ci piace e ci piacerà per sempre ricordarli. L'attacco è devastante, i tre alle corde si lanciano impazziti in una sorta di gara a chi corre di più, con Dave Holland a fare da battistrada col suo drumming forsennato. Pochi secondi, ma più che sufficienti a mostrarci tutta la rabbia sonora della band, che ha il suo più fisiologico sbocco nel primo lancinante acuto di Sir Rob. Come a dire "eccoci qua, siamo tornati e non immaginate quel che vi aspetta". Nella furia della ritmica, i pattern micidiali di Holland e le cavalcate impietose di K.K. e Tipton, l'ugola stridula e assordante di Halford ci scaraventano in un mondo in mano ad un'oligarchia malvagia e potente, in cui la massificazione dell' individuo, esercitantesi tramite imposizioni e violenza psicologica, sembra essere un esperimento perfido e spietato attuato da una casta di dominatori senza il minimo scrupolo. Ovviamente però, vi è il modo di opporsi ad una simile mattanza, ed è quello di non lasciarsi sopraffare dalla paura, di combattere, di reagire. Rob ce lo ricorda nello stridore di un refrain agghiacciante e minaccioso: urliamo il nostro grido di vendetta, acuto e terribile, lo sbattiamo in faccia ad un mondo ormai interamente dominato da caos, disgrazia e paura. Non c'è un attimo di sosta, la seconda strofa ci mostra immagini agghiaccianti: le vittime prescelte di questa mattanza, con una benda legata sugli occhi, vengono sbattute contro ogni spigolo, fatte girare su se stesse e infine condotte nel luogo del massacro finale. Immagini degne di un film di Kubrick o di Tarantino, se preferite. Il sudore inonda il loro collo, il cuore pompa talmente forte che pare stia per esplodere. Ma, nonostante tutto, bisogna riuscire a trovare la forza per combattere l'orrore di questo carico mentale. Il grido di vendetta giungerà inesorabile a scuotere un mondo,come sappiamo, caduto in disgrazia. È una corsa furibonda, la ritmica imperversa come in preda ad un raptus distruttivo, e la band ci scaraventa senza pietà nella terza strofa di questa killer song. Senza tirare un istante il fiato, Rob, che pare avere sette polmoni, prorompe in quello che ha tutta l'aria di essere lo scenario finale di questo mondo orribilmente immaginifico, ma dai tratti vividi e cruenti, sospeso a metà tra un realismo perverso e macabri presagi. Le grandi conquiste non si ottengono mai fuggendo, perché chi riesce a salvarsi lascia comunque i propri compagni in balìa delle atrocità. Bisogna dunque togliersi di dosso la camicia di forza che ci attanaglia e reagire. Lo scenario è cambiato: le urla della vendetta ricacceranno gli oppressori ai cancelli dell'inferno dai quali sono giunti sino al nostro mondo. La vendetta sta dunque per compiersi. L'assolo seguente è di quelli che farebbero impallidire gli stessi demoni dell' inferno: Glenn e K.K. iniziano con il rincorrersi reciprocamente a velocità siderali, dando vita ad un fulmineo scambio che sfocia in un intermezzo dai richiami epici (passaggio questo, che ricorda molto gli stilemi maideniani) fino a trovare il suo esito in un corposo e massiccio lavoro a due in contemporanea, che ci riconsegna all' iracondo refrain, ripetuto ossessivamente, senza tregua. Sino a quando, e siamo al minuto quattro, accade qualcosa di mai ascoltato prima: lo "Screaming" urlato da Halford è una dimostrazione nuda e cruda delle sue potenzialità canore, un modo per ricordarci, caso mai ce ne fosse bisogno, chi è il Metal God e cosa sia in grado di fare. Ma non è mera ostentazione di virtù. Nella potenza del suo urlo è possibile percepire tutto il pathos e il dramma di un testo ancora, purtroppo, terribilmente attuale. Giù il cappello signori, questa è classe, è storia, è l'epifania del Dio Metallo nella sua forma più genuina!

You've Got Another Thing Comin'

Passata la furia omicida della title track, i toni si stemperano nella celebre "You've Got Another Thing Comin' (Aspettate e vedrete!)" il brano forse più identificativo del platter, primo singolo estratto con tanto di videoclip ufficiale al seguito. È paradossale come proprio questa traccia, che non è decisamente tra le più heavy, sia stata quella che ha di fatto permesso alla release di registrare vendite stellari, facendola addirittura diventare doppio disco di platino negli U.S.A. E non è un caso, poiché è risaputo che in quegli anni, per conquistarsi il mercato d'oltreoceano, si dovesse vertere su sonorità più easy listening e ruffiane. Memori del precedente tentativo rappresentato da "Point Of Entry" (esperimento fin troppo ardito, del resto), i Priest e Allom decidono, in un generale contesto di ritrovata vena metallica, di strizzare qua e là di tanto in tanto l'occhio anche ad un modus compositivo più eterogeneo, senza però perdere di vista la linea guida "dura". Ecco dunque un pezzo a mio avviso straordinario: un hard rock roccioso ma di facile presa, strutturato su un semplice riff portante, un brano che pesca a piene mani dal repertorio zeppeliniano, irrobustito e incattivito il tanto che basta per consegnarlo alla gloria postuma come uno dei classici più acclamati del combo di Birmingham. Riff cadenzati dunque, pattern di batteria robusti ed un cantato, al solito, di pregevole fattura, aprono ad un testo che pare vedere al centro le istanze di rivalsa e di affermazione di una generazione che non intende piegarsi a imposizioni ed esitazioni. Vi è un mondo intero da conquistare là fuori,e soltanto uno stupido penserebbe di restarsene con le mani in mano senza nemmeno tentare di accaparrarsi un simile tesoro. È un'esortazione, un grido di battaglia idealmente rivolto all'ascoltatore, che si risolve nell'estrema schiettezza del refrain: ci hanno mostrato un mondo diverso da quello che in realtà è, per tarparci le ali: ma scopriremo, a nostro vantaggio, che la verità è un'altra. L'intelligenza di ciascuno non verrà mai e poi mai fustigata, si tratta di agire o morire. Il brano scivola via che è un piacere, godibile e capzioso come pochi. In una struttura lineare e piuttosto semplice, la bravura di Halford e le sue immense capacità interpretative sembrano essere il vero valore aggiunto, quel quid che rende speciale il brano. La seconda strofa viaggia sui medesimi binari concettuali della prima,ma con una certezza ed una rassicurazione in più: il discorso è chiuso, dalle parole bisogna subito passare ai fatti, senza perdere tempo, perché la vita è come una partita a carte in cui non bisogna mai farsi fregare dall' asso di turno. È proprio così, scopriremo che la verità è un'altra. Una variazione melodica si fa dunque portavoce di un altro concetto fondamentale: la conquista dei nostri spazi, la nostra affermazione nella società non saranno di certo indolori, è bene che lo sappiamo sin da subito. Bisogna essere tempestivi nell'agire, piuttosto che affidare le nostre speranze al domani. Il bell'assolo, marcatamente r'n r oriented, con chitarre affilate e distorte, mette ulteriormente in risalto la vena stradaiola del brano, prima che lo stesso conosca l'impennata d'orgoglio finale da parte dell'ideale protagonista delle lyrics. Non vi è tempo da perdere né modo di riposarsi, né tantomeno ci verrà concessa una seconda chance. La vera forza ci ha dato la consapevolezza di essere davvero importanti. Molto di più: noi siamo un successo vero e proprio, verremo considerati immensità. Un impianto concettuale che viene rimarcato, nel fading finale, dall'ossessivo ripetersi del ritornello, che ci ricorda che la verità è un'altra.

Fever

La successiva "Fever (Febbre)" è semplicemente uno dei brani in assoluto più belli dei Judas Priest. Annunciata da suadenti ed evocativi arpeggi di chitarra e da un cantato estremamente profondo e sommesso di Halford, vive di un costante e coinvolgente crescendo sonoro che conosce il suo picco massimo nella straordinaria potenza emotiva di un refrain che sembra studiato apposta per scandagliare gli angoli più reconditi del nostro animo. Ovviamente la sezione ritmica e l'andatura stessa del pezzo altro non sono che il referente della tempesta di sentimenti raccontata nelle lyrics, in cui Rob ci descrive lo stato di profonda frustrazione e depressione in cui versa. Rinchiuso in uno sprezzante isolamento, con il cuore oscuro e appesantito da mille angoscianti pensieri, egli è solito trascorrere le proprie giornate chiuso in casa, come prigioniero in una cella. Scorge in lontananza il brulicare di luci della città che,soltanto per un attimo, lo riportano al febbrile calore della vita. Ma è solo una fugace e illusoria sensazione, egli è come prigioniero di un incantesimo dal quale non riesce a liberarsi, un vero e proprio inferno nel quale è sprofondato. La strofa viaggia su binari estremamente pacati e ammantati di una melodia malinconica, laddove il refrain, giunto quasi inaspettatamente a squarciare il torpore della strofa, sembra in qualche modo dare una scossa interiore al sofferente protagonista. Egli invoca infatti la febbre, una febbre che gli bruci l'anima e lo riempia di desiderio, una febbre che gli apra la mente rendendolo sempre ricettivo, di giorno e di notte. Nella seconda strofa il Nostro ha come una visione che gli getta luce sui suoi patimenti: una notte, mentre cammina, egli vede riflessa in una stella cadente la figura della sua amata che gli parla. Come rapito da un'estasi, egli immagina di lanciarsi insieme a lei in una danza sfrenata che li porti infine a cadere esausti al suolo. Quale strano destino, chi glielo avrebbe mai detto! È qui che il brano conosce il suo momento topico: i toni che, sino a questo punto erano rimasti piuttosto pacati, subiscono una colossale impennata. Halford apre l'ugola in maniera da mettere i brividi, lanciandosi in un gioco sfrenato che lo vede superarsi di volta in volta nello sguainare i suoi proverbiali acuti. Subito egli ripete le sue invocazioni alla febbre che gli ha aperto gli occhi sulla realtà, prima che la terza strofa ci chiarisca del tutto la situazione. Come angeli che vivono in un sogno, i due amanti sono finalmente tornati ad unirsi l'un l'altro. Il destino ha riservato loro questa magnifica sorpresa, e lui finalmente può sentirsi bene, completamente appagato com'è dalla vicinanza della sua amata. L'accorata invocazione alla febbre torna dunque in auge prima che lo struggente assolo ci faccia letteralmente tremare le vene dei polsi per il devastante impatto emotivo che emana ad ogni singola nota. Dunque ancora una volta il ritornello sancisce inesorabilmente come lo stato febbrile in cui il protagonista versa sia indispensabile per la rinascita interiore dello stesso.

Devil's Child

Giungiamo così all'ultima traccia di questo eccezionale disco, con la letale macchina macina riff targata Downing/Tipton che fa ancora in tempo a strabiliarci con un attacco micidiale e possente. I ritmi cadenzati di "Devil's Child (Il Figlio del Diavolo)" ci catapultano in un testo folle e visionario in cui Halford, qui davvero straordinario per prestazione e interpretazione, instaura un intimo e malsano dialogo con un tipo poco raccomandabile. Con fare truce e sincopato egli ci racconta di come questo infido essere riesca ad ipnotizzarlo, ammaliarlo, a sottomettere la sua volontà, ad accendere in lui la fiamma col suo freddo desiderio. È in completa balìa del suo misterioso ospite. Mangiando i suoi diamanti e bevendo il suo gin, egli lo guarda con occhi lucidi quando lui cede alle lusinghe del peccato. Così dannato e malvagio, lo ha afferrato per la gola con i suoi artigli e non lo lascia più andar via."Io credo che tu sia il diavolo, io credo che tu sia il figlio del diavolo" urla il Metal God nel refrain, con un cantato che improvvisamente si innalza di tono, consegnandoci uno tra i più memorabili scream del singer albionico. Le chitarre continuano a sputare strali infuocati e ci conducono impietose alla seconda strofa, in cui Rob continua il suo perverso dialogo con l'empia presenza. La quale, inveisce il frontman, gli ha rubato tutti i suoi sogni ed ora, svelato l'inganno, gli appare come un bugiardo che prendendosi le sue cose più preziose costruisce la sua pira funebre. Gli intima quindi di smettere di fingere. A causa delle sue menzogne egli è invecchiato anzitempo, mentre i suoi tormenti gli stanno lentamente distruggendo l'anima. Così dannato e malvagio, lo afferra per la gola con i suoi artigli e non lo lascia più andar via. È il diavolo, è il figlio del diavolo. L'assolo che segue, ad opera di Downing, è un concentrato di rabbia e ferocia sonora. Siamo lontani dai memorabili licks a cui la coppia ci ha abituati, non vi è spazio per la tecnica, ma l'unico intento del biondissimo guitarist sembra quello di trascinarci nel ciclone di emozioni malsane e peccaminose delle lyrics. Ed è a questo punto che sale in cattedra il Metal God. La divinità borchiata sfodera un cantato talmente acuto, a tratti stridulo da far gelare il sangue e declama: "hai distrutto il mio cuore dopo averlo portato via, io ti ho donato il mio corpo come uno schiavo e tu ne hai mangiato la carne e bevuto il sangue che scorreva a fiumi. Ora mi lasci qui, malconcio e triste". Immagini forti, crude, cruente, che ci consegnano all'ultima strofa. L'infelice protagonista è ormai ridotto allo stremo, simile a una larva umana che si trascina inesorabilmente. Si sta piegando per sempre, sente il fragore del tuono e la morte che sconfigge la bellezza. Le sporche menzogne del diavolo lo uccidono lentamente, ora sparandogli in faccia,ora accoltellandolo. Le sue ferite e le sue cicatrici indelebili ormai lo hanno ridotto alla stregua di una sacrificale vittima umana. Così malvagio e spietato è anche l'ultimo lancinante refrain: il Diavolo lo afferra per la gola con i suoi artigli e non lo lascia più andar via. È il diavolo, è il figlio del diavolo. Morale della favola: mai fidarsi del demonio e dei suoi adepti!

Conclusioni

Su "Screaming For Vengeance" si è detto e scritto tanto, né avrebbe potuto essere altrimenti, vista l'importanza storica (ma non solo) che il disco in questione riveste in seno al nascente fenomeno denominato N.W.O.B.H.M.,e che proprio grazie alla release in questione assume connotati delineati e pressoché definitivi. Io stesso, essendo chiamato a darne le valutazioni conclusive, non sono immune da una certa riverenza mista a stupore. Dettata dalla constatazione che, ogniqualvolta mi trovi ad esprimere un giudizio tecnico su un'opera dei Priest, venga messo al cospetto di un qualcosa di nuovo, di un mondo da scoprire, di volta in volta. È successo con i vari album ritenuti fondamentali, come spiegavo nella intro; accade ora, con "Screaming For Vengeance", accadrà con almeno altri due album a venire. Il fatto poi che un disco come questo giunga dopo un album come "Point Of Entry" non fa che aumentarne il fascino l'imponenza. Ed io mi ritrovo qui, ancora una volta, a parlare, come estasiato, dell'ennesimo tassello aggiunto ad un processo evolutivo che pare inarrestabile ma che non ha ancora raggiunto il suo apice. Giova ricordare che siamo nel 1982, cioè nel bel mezzo di uno tsunami musicale, uno scenario in cui svariate bands si contendono lo scettro a suon di bordate di acciaio fuso. Non starò qui a dilungarmi sulle opere dei vari Saxon, Motorhead, Venom e via dicendo, correrei il rischio di diventare prolisso; o, perlomeno, di oltrepassare i confini della disamina. Ma non posso esimermi, per ossequio professionale, dal tirare in ballo un disco che proprio nello stesso anno vide la luce, e che più di ogni altro autorizza, pertanto, un paragone quasi d'obbligo con la release priestiana. Sto parlando ovviamente di "The Number Of The Beast" dei connazionali Iron Maiden. E qui mi corre l'obbligo di mettere per un attimo da parte i coinvolgimenti sentimentali a tutto vantaggio della fantomatica "oggettività del recensore", una dote imprescindibile ma di non sempre facile approdo. L'album dei Maiden è un'opera a dir poco straordinaria: innovativa sia dal punto di vista compositivo che da quello tecnico. Il lavoro di un grandissimo come Martin Birch alla consolle ne è prova più che evidente. I suoni pieni, corposi, nitidi, cristallini di quel disco rendono quelli di "Screaming.." quasi preistorici se messi a confronto. Ad appena un anno di distanza dal già eccellente "Killers", "The Number.." è in grado di compiere un sensibilissimo scatto in avanti in termini di resa sonora. Non solo, rivoluzionario appare anche il modus compositivo, figlio di quel genio assoluto rispondente al nome di Steve Harris. La classica e proverbiale "cavalcata" maideniana ottenuta suonando un riff in power chord con schema ritmico in sedicesimi vide la sua gestazione proprio nell'opera degli Irons ed avrebbe fatto letteralmente scuola, gettando le basi per il Power Metal. Un topos compositivo per certi versi sfrontato per l'epoca; e che, unitamente alla già citata veste produttiva, ebbe come inevitabile effetto non solo quello di collocare il platter una spanna sopra al già di per sé eccezionale "Screaming..", ma di erigerlo a paradigma della stessa N.W.O.B.H.M. Ma allora, è giusto che la magnificenza di un disco ne oscuri in parte l'altro? È giusto relegare un disco brillante e innovativo sia dal punto di vista strumentale che da quello del songwriting (tenete sempre ben presenti le lyrics di "Point Of Entry") alla stregua di protagonista secondario? La risposta è semplice, a mio avviso; e, più che nel singolo dettaglio, risiede nel fattore cronologico. Avevo già affermato nella recensione riguardante "Unleashed In The East" che i Judas Priest degli anni ottanta non reggono il confronto con altre bands coeve (gli Iron Maiden appunto) ma soprattutto non lo reggono con i Judas Priest del decennio settantiano. Lì l'apporto in termini di innovazione, quando non di vera e propria rivoluzione, dato dal quintetto di Birmingham, in uno scenario hard rock che sembrava aver già detto tutto e che versava in una fase di stallo, era stato di portata abissale, di proporzioni abnormi. Non a caso, album come "Sad Wings..", "Stained Class", "Killing Machine" e "British Steel" sono tuttora considerati i classici per eccellenza della band, e in tanti li preferiscono ai dischi successivi. Gli anni ottanta, viceversa, vedono proprio i Priest non riuscire a partorire innovazioni in grado di consegnarli alla storia (come accaduto invece nel decennio precedente) e questo, sia chiaro, non per una improvvisa e inaspettata involuzione tecnica e artistica (il valore dei singoli componenti e dei brani resta praticamente invariato oltre che di altissimo livello), ma semplicemente perché negli anni ottanta vi è stato chi ha saputo guardare più in là, spingersi oltre, riuscendo ad ottenere risultati più eclatanti. È il meglio doveva ancora arrivare! Alla luce delle considerazioni fatte, pertanto, "Screaming For Vengeance" resta un disco strepitoso, che non gode più del dono dell'unicità, ma si vede costretto a dividere il palcoscenico con avversari più che mai agguerriti e più talentuosi. I Judas Priest però, e questo accade praticamente da sempre, non fanno mai niente per caso, e difficilmente danno alla luce creature che non abbiano qualcosa da tramandare ai posteri. No, gli alfieri del metallo hanno sempre una lezione da insegnare alle generazioni coeve e future. Quella di "Screaming.." è una lezione fatta di passione, ferocia, melodia, rabbia, profondi sentimenti, sete di giustizia e disarmante nichilismo. L'Heavy Metal crudo, diretto, sanguigno ed incontaminato, senza fronzoli risiede qui e non altrove. Gli orpelli stilistici e le raffinate ricercatezze non sono cosa propria del Prete di Giuda (lo saranno soltanto con "Nostradamus", un capitolo a sé stante). Qui c'è il Metal della strada e non delle accademie; ricordatelo sempre, ogni volta che mettete il disco a girare sul piatto.

1) The Hellion / Electric Eye
2) Riding On The Wind
3) Bloodstone
4) (Take These) Chains
5) Pain And Pleasure
6) Screaming For Vengeance
7) You've Got Another Thing Comin'
8) Fever
9) Devil's Child
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