JUDAS PRIEST

Sad Wings of Destiny

1976 - Gull Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
05/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

"L'Heavy Metal, il vero Heavy Metal, è nato con Tony Iommi". Sentenziava così David Fricke, editor della celeberrima rivista statunitense di critica e news musicali "Rolling Stone", quando diversi anni fa stilò la classifica dei dieci chitarristi più influenti della storia del Rock. Affermazione a mio giudizio veritiera, ma che ritengo passibile di precisazione. Il chitarrista dei Black Sabbath, come è noto, subì l'amputazione delle falangi superiori del medio e dell'anulare della mano destra, in seguito ad brutto un incidente di lavoro. Essendo Iommi mancino, usava le dita della mano destra per schiacciare le corde sulla tastiera. Fu dunque necessario impiantare due protesi plastiche,che però gli pregiudicavano l'esecuzione dei bending. Ebbe così la geniale idea di accordare la sua chitarra due semitoni sotto rispetto alle normali chitarre, dando così vita a quel suono così oscuro, cupo e pesante che da sempre contraddistinse la band di Birmingham. Quel suono, che mai si era sentito prima (siamo sul finire degli anni sessanta) fu denominato dalla critica come "Heavy", "pesante" appunto, un sound che influenzerà da quel momento in poi tutte le future bands emergenti. Ritenevo questa premessa quasi fondamentale e naturalmente contestuale all'analisi dell'album che costituisce l'oggetto dell' articolo, "Sad Wings of Destiny", secondo full length dei Judas Priest, i cinque talentuosi rockettari di West Bromwich trapiantati a Birmingham; album uscito, così come il suo predecessore "Rocka Rolla", per la "Gull Records" ma prodotto questa volta da Jeffrey Calvert e Max West, naturalmente affiancati dagli stessi Priest e registrato presso i gallesi "Rockfield Studios" nel Novembre-Dicembre del '75. Torniamo dunque all'inizio dell'articolo ed alla premessa: l'annosa diatriba di addetti ai lavori e fans su chi tra Black Sabbath e Judas Priest abbia creato l'Heavy Metal. Tutte le strade porterebbero (ed anche giustamente) a Ozzy e co., anche se la precisazione di cui parlavo poggia proprio,oltre che sul suono della chitarra di Iommi e null'altro, sul fatto che le sonorità sabbathiane poggiassero più o meno "eternamente" e massicciamente su forti stilemi ed influenze blues, dalle quali faceva di tanto in tanto capolino qualche fugace e repentina accelerazione. Forse in maniera ancor più determinante e prepotente sulla pubblicazione di questo capolavoro di nome "Sad Wings of Destiny", che esaspera i toni creando una vera e propria gemma di Hard Rock settantiano ed, a posteriori, di Heavy Metal ante litteram. Sonoramente ed iconograficamente: a colpirci immediatamente è una cover tra le più belle e suggestive mai proposte da una rock band, raffigurante un angelo mestamente inginocchiato e con il capo ricurvo verso il basso; sullo sfondo, un poco rassicurante scenario semiapocalittico dalle tinte rosso fuoco, simile ad un Inferno di forgia dantesca, il quale sembra quasi voler anticipare a chi si accinga ad ascoltare questo capolavoro il fatto che ci si troverà dinanzi ad un'opera dagli eccezionali contenuti qualitativi e dall'importanza epocale. Siamo nel 1976 (data di effettiva uscita del disco in questione), anno in cui, particolare di non secondaria importanza, la scena hard era letteralmente dominata da gruppi del calibro,oltre che dei già citati Sabbath, anche da colossi come Deep Purple, Uriah Heep, Led Zeppelin, Rainbow, Thin Lizzy e The Who, giusto per fare qualche nome. Altro elemento rilevante, non vi era ancora stata l'esplosione totale del movimento punk, che si assesterà giusto qualche tempo dopo segnando un'altra tappa fondamentale nello sviluppo, metamorfosi ed evoluzione del sound Hard. "Sad Wings.." venne dunque concepito in un lasso di tempo in cui l' "estremo" musicale era ancora in via di codificarsi in pieno. Fattore da non trascurare, questo, il quale getta una luce ancor più forte sul messaggio rivoluzionario lanciato dai Priest con la loro release. Possiamo dunque a buon diritto affermare che il 1976 rappresenta la data ufficiale spartiacque per la genesi dell'Heavy Metal quale genere codificato. Era più che lecito attendersi, da una band velleitaria e ambiziosa come i Priest,un secondo album che segnasse una netta demarcazione con il debut "Rocka Rolla", un album dalla produzione a dir poco approssimativa che ne condizionò in parte l'esito finale (anche immaturo, soprattutto dal punto di vista lirico); così com'era lecito (principalmente) aspettarsi anche una volontà di distaccarsi dalle altre bands coeve, segnando un'autentica svolta nel mondo della Musica Hard Rock. Sono infatti evidenti, in "Sad Wings of Destiny" (e per la prima vera volta) tutti quei tratti salienti e quelle peculiarità che vennero in seguito ascritti al genere heavy: accelerazioni metodiche e ricercate e non più  non preponderanti come accaduto  per i Sabbath o i Deep Purple (in questi ultimi sicuramente più evidenti che nel Sabba Nero, comunque), riffs più incalzanti e massicci, un guitar work complesso e caratterizzato da sovrapposizioni, fughe e reciproche rincorse,un modo rivoluzionario di suonare che vide proprio nell'eccelso Glenn Tipton il capostipite che in seguito influenzerà lo stile e il sound di altri eccezionali guitar players. Continuando, un drumming serrato accompagnato da linee di basso ritmicamente sostenute, un cantato che pur essendo figlio dei grandi vocalists dell'epoca (in primis Gillan, Plant, Mercury e Dio) seppe oltrepassare la soglia dell'inimmaginabile con acuti impressionanti ed un metodico uso del falsetto.  Sebbene la carriera dei nostri sia costellata da picchi di successo di vendita ben più cospicui e significativi, rispondenti ai nomi di "British Steel", "Screaming for Vengeance", "Defenders of the Faith" e "Painkiller", il valore intrinseco del platter in questione non è forse paragonabile a nessun altra loro release. Pezzi come "Victim of Changes" (scritto tra l'altro dall'ex singer Al Atkins), "The Ripper", "Tyrant" (clamorosamente esclusa da Roger Bain dalla tracklist di "Rocka Rolla" per futili motivi commerciali ), "Dreamer Deceiver / Deceiver",sono diventati dei classici praticamente immortali del combo britannico, riproposti a distanza di quasi quarant'anni nelle set list live con frequenza pressoché costante. I primi brani della storia dell' Heavy Metal, pietre miliari di un movimento generazionale oltre che strettamente musicale. La tracklist originaria, curiosità, fu stravolta in seguito ad un errore nel lancio del disco sul mercato U.S.A., in cui fu erroneamente indicata come prima traccia "Victim..", escludendo la iniziale "Prelude" che, per ovvi motivi, a metà album non aveva senso. Le successive pubblicazioni videro invece ricomparire il succitato brano come quinta song. Parlando della formazione, invece, il quintetto conobbe il secondo cambio di line up con Alan Moore che andò a sostituire John Hinch dietro le pelli. Sebbene rispetto al debut sia stato registrato un discreto passo in avanti, la veste produttiva resta anche qui la nota stonata della release. Proprio per questo motivo, i Priest stessi furono sostanzialmente scontenti della resa finale dei pezzi, in quanto con il budget del quale disponevano (dovevano infatti auto-finanziarsi) avevano dovuto provvedere al tutto praticamente soli, senza aiuti sostanziosi da parte dell'etichetta. Il successivo album, "Sin After Sin", fu infatti il primo registrato sotto un'altra etichetta, la "CBS Records". C'è da dire però che mentre "Rocka Rolla" assurgeva a lavoro nel complesso appena superiore alla sufficienza e pertanto non era lecito attendersi un miracolo dai mezzi tecnici allora disponibili, la sensazione che si ha ad un primo (ma anche ai successivi ascolti) è che "Sad.." sia stato invece fortemente penalizzato dall' approssimativo lavoro di consolle, essendo un'opera dal valore intrinseco pressoché inestimabile. Non aspettatevi, dunque,suoni compatti o ritmiche schiacciasassi, o chitarre squartatrici: la magnificenza di "Sad.." risiede nella sua originalità, la sua eccezionalità nel messaggio rivoluzionario che reca, la sua bellezza nella semplicità del sound, la sua eticità nel maturato songwriting.

Victim of Changes

L'opener track è la monumentale "Victim of Changes (Vittima dei Cambiamenti)", uno dei brani in assoluto più famosi e belli dei Priest. Le articolate tessiture armoniche delle chitarre producono un riff portante sostenuto e cadenzato al tempo stesso, tessiture che si snodano via via lungo tutto l'arco del brano, sino a creare un suggestivo intreccio su cui si stagliano strofe melodicamente avvolgenti sulle quali a loro volta il cantato pazzesco di Halford disegna note inimmaginabili. Il pezzo è in realtà figlio di quel progressive rock tanto caro agli anni settanta, ma con in più la marcia della incipiente sperimentazione Heavy messa in atto dai nostri. Due minuti e infatti trova posto un primo breve intermezzo chitarristico possente e serrato, seguito subito, dopo una breve ripresa del tema iniziale, dal primo guitar solo ad opera di Downing, un vero e proprio esercizio di distorsione eretta a sistema: rozzo e graffiante, come da credo chitarristico di K.K. Il refrain scorre via piacevole ed è seguito da un improvviso rallentamento,  dannatamente introspettivo, suadente,magico, ove la voce di Halford ammalia letteralmente. Il secondo assolo giunge per mano di Tipton,e la differenza con il primo è subito evidente: il momento solista è qui complesso, nitido, veloce.. insomma, è il tipico Heavy Metal solo, senza "se" e senza "ma". C'è da dirlo, Glenn stava arrivando con l'impeto di un treno in corsa a stravolgere per sempre il guitar sound, a fare proselitismo metallico! Il brano riprende in seguito il suo trend, per avviarsi maestoso e trionfante alla conclusione, non prima di averci regalato un urlo terrificante e belluino da parte di Rob. A livello di liriche, siamo dinnanzi ad interpretazioni molteplici. E' giusto precisare il fatto che la song in questione fosse risultante dall'unione di altre due canzoni, ovvero "Whisky Woman" di Al Atkins e "Red Light Woman" di Rob Halford . In virtù di questo, pare prenda spunto da una mancata relazione amorosa di una donna a causa dell'alcolismo, ma si ricollega anche alla tematica "intrinsecamente" espressa dal titolo del brano di Rob, il quale sembrerebbe parlare di una donna estremamente volubile, per non dire "poco di buono" ("a luci rosse", ndr). Il testo pare dunque mettere in scena anche  il delirante ed intimistico sfogo di un uomo che, vistosi abbandonato dalla propria donna, si interroga sul perché delle azioni di quest'ultima. Egli trova dunque le probabili giustificazioni nel suo cambiamento, nel mutato aspetto di lei. Una lei divenuta più bella di prima che si rende conto di poter ambire a partner migliori, abbandonando dunque e per sempre il protagonista della lyrics, lasciandolo lacerare nel dubbio, nel dolore, nella rabbia e nella rassegnazione, conscio di essere stato una vittima dei cosiddetti cambiamenti. La chiara metafora della song sembrerebbe essere dunque proprio questa: i cambiamenti radicali sono indispensabili tanto nella vita di ogni singolo individuo quanto nell' intero sistema universale. Ma i cambiamenti non passano mai via in maniera indolore, lasciano anzi dietro di loro un lungo strascico di dolore e sofferenza. Dolore e sofferenza che però sono indispensabili al cambiamento stesso, senza il quale anzi essi nemmeno si attuerebbero. Interessante notare come i Priest, propongano una sorta di ponte concettuale con la prima song di "Rocka Rolla" ("One for the Road"), nella quale quasi si autocelebravano come musicisti e innalzavano un inno alla dea musica. Anche qui, celando accuratamente il messaggio, sembrano voler vaticinare un imminente cambiamento epocale nel panorama musicale di cui essi stessi saranno gli iniziatori ed i fautori. Loro, però non saranno le vittime.. piuttosto, saranno i carnefici. Una chitarra sinistramente distorta ed una voce inquietante ci portano nella fuliggine e nelle nebbie malsane della Londra ottocentesca, sulle tracce del perverso Jack lo squartatore.

The Ripper

 La seconda traccia del platter, "The Ripper (Lo Squartatore)" è una fulminea (2 min. e 50 sec.) rassegna di sonorità al limite tra l'incalzante e il drammatico, il lugubre e il laconico, con la voce di Halford che riecheggia come sempre nitida e possente,impressionando soprattutto con l'acuto udibile nei primissimi secondi. Il guitar work, lungi dall' imporsi per potenza, tende piuttosto a manifestarsi come la perfetta colonna sonora di un racconto a tinte noir, col suo incedere disturbante, per acquistare poi mano mano vigore e corpo col trascorrere dei minuti. Stesso discorso si può fare per il breve assolo, anch'esso distorto e inquietante, quanto basta per mettere in mostra le eccellenti doti tecniche di Tipton. Un brano non lunghissimo o dal minutaggio imponente, ma assolutamente fondamentale per quella che era la svolta che i Priest erano intenzionati a dare al mondo della musica Hard: un pezzo cupo e misterioso ma dall'incedere incredibilmente incalzante, quasi ci trovassimo veramente al cospetto di Jack The Ripper. I Judas aggiungono dunque un tassello importantissimo alla loro volontà di stupire e codificare un sound che, di lì a breve, vedrà in questo pezzo in particolare un vero e proprio inno. Nemmeno tre minuti di epicità tinta di oscuro, di tempi ben sostenuti ed a tratti "mistero".. insomma, un connubio micidiale, capace appunto di far scuola e di candidarsi a classico dei classici. Il brano,unico e solo singolo apripista del full length,narra come da titolo le gesta del noto maniaco seriale londinese, che a metà ottocento balzò agli onori della cronaca per i suoi efferati delitti. Le sue vittime erano soprattutto prostitute, ed i suoi delitti accertati sono cinque in tutto, anche se secondo le cronache ed i verbali della polizia ammonterebbero addirittura a sedici. Il suo modus operandi era particolarmente sinistro ed efferato: amava ghermire le proprie prede nel buio, facendole fuori immediatamente mediante un taglio netto alla gola. Di seguito, si divertiva ad infierire sui corpi delle donne, straziandoli e mutilandoli in maniera brutale. Le brevi liriche si concentrano dunque su questa particolare figura, leggendaria quasi come quella del vampiro Dracula ma dai contorni paurosamente letali e palpabili (il numero di vittime ed il numero di esecuzioni lo dimostrano). Non fu mai svelata la sua vera identità (recenti speculazioni hanno dato modo di credere che potesse trattarsi anche di una donna), fatto sta che il suo nome venne coniato in base a lettere e cartoline che proprio il killer si divertiva ad inviare ai quotidiani locali; egli era solito firmarsi Jack The Ripper, per l'appunto Jack Lo Squartatore. Interessante notare come  il brano faccia parte, insieme a "Tyrant", degli esclusi eccellenti della tracklist di "Rocka Rolla", come da decisione del dispotico Roger Bain. Nella sua versione originale era addirittura ben più lungo di questa versione, contando addirittura otto minuti circa. Non è dato sapere se i Priest godessero di un certo interesse storico nei confronti del personaggio qui trattato, ma quel che è certo è che la tematica a sfondo thriller / horror sarà una delle caratteristiche costanti dell'Heavy Metal, dunque possono dirsi antesignani anche in questo. Il brano divenne dunque anche una sorta di "trademark" al quale molti si ispirarono, traendo spunto dal brano dei Priest per creare addirittura nomi d'arte o soprannomi. "The Ripper" era, come noto, anche il soprannome del singer Tim Owens, grande fan dei Judas Priest il quale sostituì Rob Halford dalla metà degli anni novanta al 2003. Soprannome che traeva addirittura origine dal nome della tribute band dei Judas Priest in cui Tim militava prima di approdare alla corte di Tipton e K.K. La terza traccia consta in realtà di due songs accorpate l'una all'altra, sebbene sulla tracklist vengano indicate come separate.

Dreamer Deceiver / Deceiver

Come già accaduto nel debut in occasione della mini trilogia dedicata all'inverno ("Winter", "Deep Freeze" e "Winter Retreat"), il brano "Dreamer Deceiver / Deceiver (Il sognatore che inganna / Ingannatore)" presenta una soluzione di continuità esclusivamente tematica, poiché dal punto di vista musicale offre invece una netta frattura fra la prima song di circa cinque minuti e la seconda di tre scarsi. Il brano è in realtà una ballad composta dall' ex singer Al Atkins,ma mai registrata in studio con i Priest (Al la incise alcuni anni dopo in un suo disco solista) ed eseguita per la prima volta dalla band durante trasmissione televisiva della tv britannica, il "The Old Grey Whistle Test". Il pezzo,come da copione per ogni buona ballad che si rispetti, si apre con un fraseggio di chitarre languido e melodico, sul quale il cantato di Halford esegue linee vocali che spaziano, in un sommesso e lento crescendo, da tonalità bassissime (quasi grevi) fino a raggiungimenti di picchi altissimi, con vocalizzi da pelle d'oca i quali fungono da testimoni della straordinaria estensione vocale del futuro metal god, oltre che della sua incredibile duttilità e della capacità innata di esprimersi su diversi registri. L'assolo, anche qui ad opera di Tipton, è struggente ed intenso, mesto ed onirico, e nel suo fluire mellifluo conduce ad un acuto di Halford letteralmente da brividi, espediente che chiude la prima parte del brano. Come svegliatici da un lungo sonno intorpidente, "Deceiver" ci catapulta nel pieno dell'Heavy Metal sound, con un Alan Moore che accelera improvvisamente l'andatura e Ian Hill che tiene strepitosamente testa, correndo impeccabilmente dietro alla brusca velocizzazione, mentre all'uniscono i due axemen eseguono un riff martellante nel quale è impossibile non riscontrare una maestosa eco di "Children of the Grave" dei Black Sabbath. Il brano,diretto e incalzante nel suo incedere, porta ad un guitar solo stavolta breve ma intenso, benché non tecnicamente arduo, cui fanno seguito una serie di acuti letteralmente impossibili di Halford, un ensemble che ci conduce all'arpeggio finale del pezzo, registrato col volume a scemare. Questo è, a mio avviso, il primo brano del platter in cui è possibile riscontrare davvero l'Heavy Metal (decisamente più che in "The Ripper", addirittura) anche se circoscritto ai tre minuti della seconda mini song. Il songwriting, anche a livello di pezzo (come già accaduto per la musica di "Dreamer Deceiver") è poesia allo stato puro, con il protagonista che racconta di esser stato rapito mentre respirava la brezza estiva. Rapito e condotto in una dimensione onirica ai confini della realtà ,in cui asserisce di aver abbandonato ogni tensione e raggiunto la pace della mente. Egli fluttua leggero nell'aria, libero da ogni sorta di angoscia e preoccupazione, e ode una voce che gli dice che se ognuno di noi riesce a percepire la nota che vibra costantemente nell'universo, allora sarà libero per sempre e raggiungerà la felicità. Il testo potrebbe essere interpretato come metafora dell' oblio e della pace interiore raggiunto, nel caso specifico da musicisti, tramite l'arte della musica. Ad un'analisi approfondita, però, potrebbe anche rappresentare l'anelito alla pace in senso generale, tenendo conto anche delle dinamiche politiche di metà anni settanta, come ad esempio la guerra in Vietnam che si avviava a consegnarsi alla storia come una delle più cruenti mattanze di esseri umani e barbarie mai compiute, sia a livello di attaccanti (i marines americani) che di attaccati (gli spietati Vietcong).

Prelude

Terminato il Lato A, possiamo ora apprestarci ad udire la seconda metà del disco, il quale si presenta con la strumentale discussa nella intro della recensione. Come già accennato, la quinta traccia "Prelude (Preludio)" avrebbe dovuto essere, per ovvi motivi, la prima del full length, avendo dunque modo di presentarci a dovere quel che sarebbe stato tutto "Sad Wings of Destiny". A causa di una discutibile decisione, però, fu stranamente lasciata a metà disco in seguito al già citato errore di stampa negli U.S.A., che di fatto pregiudicò non poco il continuum dell'album tutto, andandolo a spezzare in un momento che invece non avrebbe richiesto tagli o "sospensioni" significative a livello di atmosfera. Il pezzo è infatti breve, proprio una intro piuttosto che un brano a sé stante. Poco più di due minuti, consistenti in poggia su di un affascinante e sommesso dialogo tra basso e pianoforte. L'incedere, quasi epico nelle sue sonorità, lascia spazio dopo alcuni secondi all'entrata in scena di una chitarra dai vaghi richiami ai Queen dei primi album, richiami che per la verità caratterizzano un po'tutto il pezzo, dimostrandoci di fatto quanto l'importanza dell'istrionismo della Regina del Rock sia stato di fondamentale importanza per lo sviluppo di molti generi venuti in seguito. Al di là di tutto, il preludio è comunque perfettamente propedeutico all'entrata in scena del pezzo successivo.

Tyrant

L'avevamo cercata, l'avevamo invocata, ed eccolo finalmente: con "Tyrant (Tiranno)" arriva la prima traccia 100% Heavy Metal della storia. La song mostra infatti, nei suoi quattro minuti e mezzo di durata, tutte quelle caratteristiche sonore e quei tratti distintivi inequivocabili che negli anni a venire ci avrebbero fatto riconoscere i Judas Priest. Già dopo un nanosecondo di ascolto possiamo infatti osservare, in tutto il suo metallico splendore, il marchio impresso a fuoco sulla pelle della band. L'attacco è diretto, deciso, senza preamboli; il riffing marziale attraversa impetuoso le strofe, accompagnato all'uniscono dalla batteria di Alan Moore che detta i tempi e scandisce i ritmi assai serrati, mentre le linee melodiche di un Halford assolutamente ispirato e sempre sul pezzo conferiscono una piacevolezza d'ascolto impareggiabile. Il refrain, dal mood vagamente epicheggiante, consta di un doppio canto di indubbio valore artistico, e conduce al primo guitar solo del brano. Un assolo veloce, aggressivo, preciso, emozionale come solo la mano di Tipton riesce a garantire. Unica pecca, sembra essere stato registrato ad un volume un tantino più basso rispetto al resto, e questo gli toglie forse quel quid di esplosività che altrimenti lo avrebbe reso perfetto. La ripresa del tema iniziale ed il seguente refrain precedono il secondo assolo ad opera di un Downing, che ,come da copione, denota una meno spiccata soglia tecnica, ma riesce a risultare maledettamente Hard, rendendo il suo momento solista ricco di pathos e di energia. Il brano, geometricamente lineare, si chiude con le medesime strofe iniziali ma impreziosite da un lunghissimo, impressionante acuto di Rob, il quale ci fa letteralmente capire perché verrà definito, negli anni avvenire, il "Dio del Metallo". Il testo mostra la folle autoesaltazione delle gesta di un imprecisato tiranno che mette sotto scacco la popolazione, minacciandola,vessandola ed infierendo su di essa con l'ausilio di ogni sorta di sopruso. Escludendo, data la natura ideologica fortemente libertaria del quintetto, una interpretazione di carattere politico, io propenderei per una spiegazione che vede come fulcro la stessa band: una visione messianica in cui essa rappresenta il vettore di un messaggio musicale rivoluzionario, la cui missione è quella di imporsi nel mondo dell'Hard 'n' Heavy, sbaragliando la concorrenza e divenendone i signori incontrastati, i tiranni appunto. Spadroneggiare a ritmo di musica mai udita prima, tosta e veloce, pesante e rivoluzionaria: sarebbe potuto essere tranquillamente lo scopo di una band che, in questo senso, avrebbe fornito ai "figli" Manowar una sicura fonte di ispirazione per quel che riguarda le liriche auto celebrative (del resto, furono proprio i newyorchesi a definirsi Re del Metallo, senza troppi problemi). Al di là della storia facilmente intuibile narrata dalle liriche, quindi, potrebbe tranquillamente aprirsi una sottotrama aperta al fatto che gli inglesi avessero effettivamente potuto avere volontà di ergersi a dominatori della scena, con violenza rispetto ai loro coetanei e contemporanei.

Genocide

La successiva "Genocide (Genocidio)" è forse la traccia, insieme proprio alla precedente "Tyrant",più presente in sede live e che confluirà nello storico "Unleashed in the East" (assieme alla già citata "Tyrant" più "The Ripper", e "Victim of Changes"). La ritmica, che si presenta molto serrata e potente, è però meno veloce rispetto al brano precedente. Il guitar work (rientrato nel frattempo nell'alveo di un hard rock energico e roccioso) è estremamente coinvolgente, mentre la voce possente del solito, eccellente Rob, stavolta non regala esplosioni d'ugola stratosferici, pur assolvendo magnificamente il suo compito di cesellare la componente strumentale con linee vocali espressive e comunque degne d'essere ricordate. Il pezzo non conosce accelerazioni e cambi di tempo, ma rimane invece su un'andatura costante che non fa che conferirgli compattezza. Le chitarre qui sembrano registrate in maniera più che adeguata ed infatti il pezzo ne guadagna in brio e dinamicità. Il drumming è normale amministrazione da parte di Moore,mentre il guitar solo, insolitamente, si assesta rabbioso nei secondi finali del brano,andandolo gradatamente a chiuderlo e donandoci un altro buon momento che conferma lo stato di grazia di un gruppo che, dopo un inizio stentato ed assai particolare, oggi riesce a proporci un qualcosa di innovativo ed assai più passionale e sentito. Le lyrics, dal canto loro, mostrano una lucida, spietata, apocalittica visione in cui l'intera razza umana, dapprima assoggettata e oppressa, verrà successivamente annientata e condotta alla totale estinzione (il genocidio, appunto )dalla nuova stirpe che ha invaso la terra per farla propria. Non mancano nel testo,come sovente accadrà per i Priest da questo album in poi, descrizioni crude e al limite di un realismo quasi macabro, fatto questo che causerà, negli anni a venire, non pochi grattacapi alla band con gli organi di censura, espressione di un conservatorismo quasi bigotto che vide la luce sul finire degli anni settanta e che aveva nelle rock band i suoi bersagli preferiti. Un testo che mostra comunque un certo coraggio nell'affrontare il tema dell'annientamento dell'umanità in seguito ad un'invasione e che può tranquillamente essere letto come espressione di quel sentimento pacifista che animava le giovani menti di quel periodo. Metterci dinnanzi agli orrori della guerra mostrandoci, dunque, immagini dirette e prive di filtri, in modo da farci anelare letteralmente la pace. Una terapia d'urto che, soggettivamente parlando, può dirsi sicuramente efficace. Quale modo migliore di far capire all'umanità gli orrori della guerra, se non mettendola davanti alle tristi conseguenze che essa comporta?

Epitaph

La successiva "Epitaph (Epitaffio)" è una gemma incastonata tra le pietre preziose che compongono questo capolavoro, un componimento breve, lento ed evocativo dove fortissimi sono i richiami ai Queen dei seventies, con tanto di pianoforte, cori e controcanto in risalto. Se al tutto sommiamo poi la voce magica di Halford intenta a tessere trame melodiche ammalianti, allora potete ben capire quanto il momento, benché particolare, si riveli essere incredibilmente valido e capace di farsi dignitosamente largo fra track cupe ed aggressive come "The Ripper" o possenti ed incalzanti come "Tyrant". Una track davvero sui generis per una release che ha ricevuto l'investitura di iniziatrice e "patrona" dell'Heavy Metal, ma che forse proprio per questo dona al plotter stesso quella componente di fascino in più che lo ha fatto di diritto entrare nella casta degli album leggendari, a prescindere dal sottogenere. Non scordiamoci che nelle vene musicali nei Judas Priest soprattutto degli inizi è sempre fluito quell'attaccamento al Progressive che di sicuro li ha aiutati a rendere le loro composizioni tecnicamente e "atmosfericamente" avvincenti, anche quando la loro porposta diverrà in seguito più ruvida, diretta ed appunto "pesante". Ad un corpus strumentale come quello descritto, non poteva che corrispondere ,nella più ferrea logica della soluzione di continuità tra forma ed argomento, un testo di una decadente e struggente poesia, in cui Glenn Tipton (unico autore della ballad) vede un anziano in procinto di morire; l'uomo, davanti alla sua sepoltura, rievocare nostalgicamente la sua vita passata. Le lacrime bagnano il suo viso, poiché egli è consapevole che, riannodando le fila della sua esistenza, non potrà riviverla se non in fugaci sogni ad occhi aperti. Il suo tempo è ormai trascorso, ma l'anziano signore scorge nei giovani intorno a sé una flebile speranza: quella che un giorno il suo ricordo potrà essere perpetrato e continuare a vivere in essi, così come in lui stesso risiede in parte in loro. Due anni appena sono passati da quel "Rocka Rolla" così acerbo ed immaturo, dove pure i nostri avevano dato dimostrazione di una certa capacità di affrontare tematiche più profonde, sia pure episodicamente. Ecco dunque un testo che a mio avviso li consacra definitivamente anche per quel che concerne il songwriting lirico. La metamorfosi è totale,l'evoluzione è compiuta: d'ora in poi questi sarebbero stati i Judas Priest, una band giovane ma al tempo stesso consapevole dei propri mezzi. Il finale è invece col botto, la band decide infatti di tornare a rendere serrati i tempi e di accelerare per quest'ultimo, incredibile sussulto che difatto chiude un album storico quanto pochissimi altri.

Island of Domination

L'ultima traccia, "Island of Domination (L'Isola della Dominazione)", è un brano di quattro minuti e venti secondi, attraversato da un riffing veloce, diretto, adrenalinico. Le melodie intonate da Rob, lineari e sostenute, ben si sposano col mood generale arrivando,nei finali di strofa, ad assumere addirittura timbriche "roche". Ad una prima parte (di poco superiore alla metà) caratterizzata da un'andatura dinamica, segue un intermezzo rallentato e vagamente blueseggiante, che sembra ripreso pari pari da un brano dei Black Sabbath, con tanto di chitarre cupe e pesanti, ma con la notevole differenza nella voce limpida e acuta di Rob,oggettivamente troppo diversa da quella di Ozzy. Il brano riacquista l'incedere iniziale per poi sfumare gradualmente. Particolare di non poco rilievo per una band come i Priest, in questo pezzo manca un vero e proprio guitar solo (salvo qualche sporadica improvvisata dell'ascia solista), che effettivamente avrebbe potuto aggiungere molto all'economia di un brano che, con una degna espressione "in solitaria", sarebbe potuto essere pressappoco perfetto. Abbiamo un altro testo che parla di invasioni, guerre, dominazioni, torture, soprusi, quasi a testimoniare un timore latente da parte dei nostri nonché una vera e propria ossessione per gli scenari bellici /apocalittici. Queste lyrics sono poi rese ancora più sinistre ed inquietanti dall'incubo vissuto dall'immaginario protagonista, in cui l'uomo vede una sorta di medico che lo minaccia brandendogli una siringa davanti alla faccia. Una caratteristica tipica dei regimi dittatoriali è quella degli esperimenti condotti su cavie umane, i prigionieri di guerra. La pratica era particolarmente e tristemente diffusa soprattutto nel regime nazista, sotto il quale si distinse per ferocia e crudeltà, nel condurre tali disumani esperimenti, il dottor Joseph Mengele (soprannominato Angelo della Morte), personaggio a cui Jeff Hanneman si ispirò per il testo di "Angel of Death", prima traccia del capolavoro ineguagliato degli Slayer, "Reign in Blood". Non è dato saperlo con certezza, ma è probabile che i Priest abbiano voluto rievocare vecchi spettri riguardanti la dittatura nazista che vide nell'Inghilterra di Churchill un'acerrima nemica, subendo anche diversi e terribili bombardamenti (su tutti quello di Londra del '43 ). Viene toccato, proprio nei versi finali del brano,anche il tema della salvezza della vita, pena l'abiura del credo politico avverso al regime, altro topos delle tirannie. In generale, il parlare di mezzi bellici avanguardistici, di deportazioni su questa fantomatica "isola" e di agguati avvenuti nel cuore della notte fanno propendere il tutto verso un nuovo argomento fortemente anti-militarista, narrato mediante una storia dai caratteri terribilmente definiti. Paura, ansia e panico da raid aereo, in poche parole.

Conclusioni

Descrivere o commentare un album di importanza epocale, che ha cambiato e stravolto la storia di un genere, non è mai impresa facile. Ancor meno lo è quando il genere in questione è quello che da sempre ti fa palpitare, ti regala emozioni ineguagliabili, accompagna le fasi salienti della tua vita come farebbe un amico fidato. Eppure mi tocca farlo, non senza una punta di rammarico causata dalla superficialità quasi blasfema che di tanto in tanto ho colto nelle parole di giovani seguaci della scena estrema nel parlare dei Judas Priest, definiti "lenti", "mosci", "troppo melodici", "poco violenti" (musicalmente parlando.. credo!), "sorpassati". E allora mi vien di pensare che certe giovani leve non abbiano la minima idea di quel che dicono, che non sappiano effettivamente di cosa stiano parlando, per i motivi più disparati, quali possano essere: il non aver avuto in famiglia il classi fratello maggiore al quale "rubare" i dischi, o più semplicemente la fallace convinzione che se non sei "estremo" ad ogni costo non sei metallaro, o ancora una malsana indolenza nel non voler valorizzare certi schemi gerarchici o di appartenenza. Proprio perché all'origine di ciò che tanto osannano ed inseguono, c'è proprio quella band che non considerano e della quale non sanno neanche pronunciare il nome. Perché dico tutto questo? Per il semplice fatto che è innegabile il fatto che i Judas Priest non siano semplicemente una Metal Band, ma il concetto stesso di Metal, e tutti dovrebbero convenire su questo. "Sad Wings of Destiny" è la più vivida e palese testimonianza di tutto ciò che in questo articolo si è asserito, senza timore di smentita: è la materializzazione di un qualcosa che prima non c'era e che poi c'è stato. Sarebbe forse più corretto dire di un qualcosa che c'era, in un iperuranio musicale occupato da Black Sabbath, Deep Purple, Led Zeppelin, Rainbow, Thin Lizzy ma che era rimasto imploso o comunque relegato a mera forma concettuale, ancora incapace di tradursi in atto pratico, se non sporadicamente e casualmente. "Sad Wings.." ha avuto dunque la capacità di superarlo questo limite, facendo proprie le inespresse istanze di evoluzione delle bands sopra citate ed illuminando il sentiero a chi sarebbe venuto dopo. Il tutto con disarmante semplicità e genuina passione, quella passione che è ciò che ha sempre contraddistinto i Judas Priest e che li ha fatti amare dal proprio pubblico; quel darsi anima e corpo in maniera quasi naturale. Tanto per fare un esempio: gli Iron Maiden, che si affacciarono alla scena della N.W.O.B.H.M. ben sei anni più tardi rispetto al quintetto di Birmingham, pur essendo altrettanto seminali ed essenziali nella storia dell'Heavy (sarebbe un delitto affermare il contrario) erano però degli "operai" se paragonati ai Judas Priest, o per meglio dire artigiani della musica. Tecnicamente preparatissimi oltre che dotatissimi di talento, vivevano però l'esperienza musicale più come un fenomeno accademico, sempre intenti nella spasmodica ricerca della perfezione, nella cura maniacale di ogni dettaglio (mi riferisco ovviamente agli album della maturità, cioè da "The Number of the Beast" in poi). Tutto ciò faceva perdere forse qualcosa in spontaneità ed immediatezza, doti invece unanimemente riconosciute ai  Judas Priest, che non sarebbero mai stati dei fini cesellatori (fatta eccezione per un album come "Nostradamus",che infatti non conseguì risultati degni del loro nome) ma diamine, se incarnavano alla perfezione il verbo del Metal. La cosa più sensata su di loro, in effetti, è stata detta da un certo Michael Ammott: "Il metal per me sono i Judas Priest, perché non hanno nessun'altra qualità se non il metal. Sono puro metal al 100%". So che molti reputano l'opera omnia dei Priest "Painkiller", ma la produzione improntata su di un sound eccessivamente corposo e massiccio, quasi power, snaturò alquanto l'essenza della band (fermo restando l'altissimo valore oggettivo della release del 1990), che è quella del Classic Metal. Quello puro, grezzo, melodico, diretto, avvincente, con i suoi cari suoni "imperfetti" ed un tantino sporchi. Quel sound che trasuda da ogni nota di "Sad Wings of Destiny", il primo ed unico (oltre che indiscusso) disco Heavy della storia, il disco che tanti preferiscono non solo a "Painkiller" ma anche ad altri colossi del calibro di "British Steel", "Screaming for Vengeance" o "Defenders of the Faith". Abbiamo citato Ammott, grande protagonista del Metal estremo, uno dei tantissimi di quegli ambiti ad aver riconosciuto nei Judas Priest un'influenza imprescindibile per tutti i movimenti nati a seguire. Come lui, anche un certo Olve Eikemo, detto Abbath.  Ora andateglielo a spiegare, ad un giovane blackster troppo esaltato, che senza i Priest non avremmo avuto gli Immortal!

1) Victim of Changes
2) The Ripper
3) Dreamer Deceiver / Deceiver
4) Prelude
5) Tyrant
6) Genocide
7) Epitaph
8) Island of Domination
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