JUDAS PRIEST

Rocka Rolla

1974 - Gull Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
07/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Adolescente inquieto e dal carattere ribelle, poco incline all'apprendimento (abbandonò infatti la scuola all'età di 15 anni), innamoratissimo della sua chitarra che acquistò ancora sedicenne coi suoi primi risparmi e che imparò a suonare da autodidatta. In perenne contrasto coi genitori che non ne approvavano scelte e condotta di vita; venne infatti cacciato di casa per colpa delle sue ambizioni musicali, deciso com'era a seguire le orme del suo idolo Jimi Hendrix. Questo era il ritratto del Kenneth "K.K" Downing jr., rampollo di una famiglia di stampo fortemente conservatore nella città di West Bromwich. Del tutto diverso caratterialmente invece il coetaneo, amico fraterno e compagno di scuola Ian Hill,figlio di un abbastanza noto contrabbassista jazz dell'epoca, il quale fu il primo ed unico precettore musicale del giovane Ian, che scelse in seguito però di cimentarsi nella pratica del basso. Teatro del tutto è sempre la città inglese di West Bromwich, sul finire degli anni sessanta; il periodo degli hippie (o "figli dei fiori") e delle contestazioni giovanili, ideali che proprio in quegli anni, nella penisola britannica, giunsero lesti dai caotici Stati Uniti per andare a divampare contemporaneamente nell'animo di migliaia di giovani in tutta Europa, in seguito nel mondo. Se qualcuno avesse detto ai due giovani protagonisti del nostri racconto che la rock band da loro fondata nel 1969 sarebbe divenuta col tempo una leggenda vivente dell'heavy metal, quasi sicuramente non ci avrebbero creduto. Proprio loro, due ragazzini ingenui e sognatori, fra gli ispiratori massimi di quel genere musicale nato dall'esasperazione delle distorsioni e dalla velocizzazione delle sonorità rock/blues, e che vide nei Black Sabbath (altra monumentale band britannica) i co-capostipiti di questa grande e fortunata storia musicale, senza dimenticarsi del preziosissimo apporto degli all'epoca giovanissimi Led Zeppelin e dei virtuosissimi Deep Purple, i due quasi inconsapevoli iniziatori del tutto, rimasti peraltro prevalentemente relegati nell'alveo del blues/hard rock. Insomma, il duo Ian / K.K. stava iniziando a scrivere una storia che, con gli anni, si sarebbe rivelata unica ed irripetibile. Volevano fare sul serio, e ben presto cercarono musicisti da affiancare alla loro presenza, per poter cominciare a girare componendo pian piano un repertorio di pezzi propri. A completare la line-up band furono reclutati il batterista John Ellis ed il cantante Alan"Al"Atkins, al quale si deve il nome della stessa band, ovvero  "Judas Priest", scelto in seguito all'ascolto del brano di Bob Dylan "The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest". Sulla nascita del monicker, tuttavia, occorre fare più di un passo indietro e narrare la storia ad esso legato. Una band denominata Judas Priest e priva dei nostri due amici era già nata nel 1969: fra i membri vi era appunto Atkins, supportato da Bruno Staphenhill (basso), John Partridge (batteria) e John Perry (chitarra). Proprio a Stapenhill si deve la scelta del nome Judas Priest, "ereditato" in seguito da Atkins quando la band si sciolse dopo una serie di show in Inghilterra e Scozia sempre nel 1969. A segnare molto il futuro di questa formazione fu anche la tragica morte di Perry in un incidente d'auto; venne sostituito per un breve lasso di tempo da Ernie Chataway, anche se il gruppo arrivò a sciogliersi definitivamente nel 1970. Il nome venne però mantenuto, e non fu cambiato neanche quando Atkins entrò in contatto con l'ambizioso Downing, il quale decise, assieme al nuovo compagno ed al suo amico fraterno Ian di dare una svolta solamente al genere musicale proposto. Mentre i "primi" Judas Priest erano dediti ad un normale Blues, i nuovi si sarebbero distinti per una proposta molto più Hard Rock, scaturita dai gusti condivisi da K.K. e Ian. I già citati Zep e Deep Purple, ma anche Jimi Hendrix, The Who, Cream.. tutto ciò che poteva far virare il sound del gruppo verso lidi più estremi. Nel 1970 a Birmingham, dunque, nascono (o meglio "rinascono") ufficialmente i Judas Priest, i quali tengono il loro primo concerto ufficiale il 16 Marzo del 1971 al "St. John's Hall" di Essington. Nonostante dietro le pelli si andassero alternando diversi drummers, la band effettuò diverse esibizioni nei pub inglesi ed anche in eventi di grande importanza (aprirono difatti per nomi come Budgie e Thin Lizzy), sino al momento in cui i tempi iniziarono a diventare assai duri: problemi economici e dissidi interni alla band portarono alla dipartita di Atkins e dell'allora batterista Alan Moore. Siamo nel 1973, e le sorti dei Judas Priest sembrano più nere che mai.. se non che l'allora fidanzata (ed in futuro moglie) di Ian Hill ebbe il definitivo colpo di genio, quello per il quale tutti i metallari del mondo ancora la ringraziano. Un atto semplice, in realtà, ovvero proporre ad Ian e K.K. di ingaggiare suo fratello come cantante. Il cognome della ragazza in questione era Halford, il nome di suo fratello Rob. Robert John Arthur Halford, per l'esattezza, ex frontman di gruppi come Athens Hood, Abraxas ed Hiroshima. Direttamente ispirato da personalità come Little Richard e Janis Joplin, e Robert Plant, grande estimatore di gruppi come Beatles e Cream, Rob era noto già da allora per la vastissima estensione vocale e per la sua duttilità, oltre che per la sua incredibile presenza scenica. La line up ebbe dunque una sua certa fisionomia definitiva, anche grazie all'inserimento di John Hinch alla batteria (ex compagno di Rob negli Hiroshima); ciò permise al quartetto di intraprendere un tour a supporto dei Budgie, nonché di intraprendere anche alcuni show da headliner in Norvegia e Germania. Ben presto, la "Gull" si interessò a loro e gli propose di realizzare un album, ma ad una condizione. Un suggerimento, per lo più: ai Judas Priest venne infatti chiesto, per migliorare il proprio sound, di assumere un secondo chitarrista. La scelta ricadde su Glenn Tipton, che si trovava momentaneamente privo di ingaggi, distaccatosi dalla sua vecchia band (i Flying Hat Band). Quasi per caso, dunque, venne a crearsi una delle coppie d'asce migliori mai esistite nella storia dell'Hard Rock / Heavy Metal. Glenn Raymond Tipton si accostò alla chitarra piuttosto avanti negli anni (secondo alcune fonti a 19, secondo altre a 21) ma, come nel caso del bassista Ian Hill, nella sua famiglia respirava aria di scale e pentagrammi. La madre suonava infatti il pianoforte, mentre il fratello Gary era il chitarrista di una rock band. È proprio "rubando"e strimpellando le chitarre di Gary, quando questi non era in casa, che il giovane Glenn rimase infatuato di questo strumento. A dispetto dell'età, imparò talmente in fretta che egli stesso,in un'intervista successiva,dichiarò di non aver mai creduto di poter arrivare dove è poi arrivato. Come detto, affiancò Downing alla vigilia delle registrazioni di quello che sarebbe stato il primo album dei Judas Priest, ovvero "Rocka Rolla", in ottemperanza col progetto dello stesso K.K. che voleva sviluppare il futuro sound dei Priest su due chitarre, d'accordo  con i consigli dei piani alti della "Gull". Diversi come il giorno e la notte: hendrixiano fino al midollo, grezzo, aggressivo,feroce,per certi versi sporco Downing; iper tecnico,pulito,rigoroso,velocissimo e melodicamente ordinato Tipton.Non vi è forse duo d'asce più completo e variegato in tutto il panorama. I loro assoli sono rimasti memorabili per la complessità di esecuzione, i loro intrecci, le loro reciproche rincorse e il loro vicendevole scambiarsi e sostenersi sono diventati l'emblema stesso del chitarrismo heavy metal. Posso tranquillamente parlare di veri e propri capolavori marchiati a fuoco dal loro stile: "Hell Bent for Leather", "Dreamer Deciever", "Electric Eye", "Exciter", "Painkiller", "One shot at Glory".. e potrei continuare se non volessi precludermi a priori la possibilità di esaltarmi con auspicabili, future recensioni riguardanti i Priest! Un duo dunque che già all'epoca iniziava a scrivere pagine e pagine di musica che avrebbero influenzato tantissimi altri colleghi e musicisti, prima fra tutte la coppia formata da Kai Hansen e Michael Weikath,con quest'ultimo ad accollarsi le parti pulite, mentre il caro vecchio Kai a fare da elemento trainante, grazie anche alle sue straordinarie doti nel songwriting. Tornando alla nostra Storia, digressioni a parte, è da notare come in breve tempo l'impressionante Glenn introdusse nella band il suo stile, cercando di partecipare attivamente al songwriting e mettendo al servizio dei suoi compagni diverse tecniche che all'epoca padroneggiava alla grande. Tecniche quali il tapping (il cui teorico di maggior successo fu Eddie Van Halen) e lo sweep picking, il tutto "ammaestrando" repentinamente anche il compagno K.K.,il quale era invece più noto per l'uso del pedale wah wah che, dall'essere praticamente una costante nei Priest degli esordi,fu poi gradualmente accantonato dal musicista,"a discapito" di un suono più pulito. Discorso a parte merita il bassista Hill, il quale non è stato mai troppo apprezzato a causa del suo stile troppo semplice e rigoroso e che non lascia spazio a virtuosismi di sorta, uno stile che gli ha quasi sempre precluso l'apporto in fase di songwriting (diversamente da quel mostro inarrivabile del collega maideniano Steve Harris, il quale era praticamente l'unico e solo compositore della sua band band); per quel che riguardava Rob Halford, il suo talento era più unico che raro, un uomo capace di unire a delle strepitose doti canore anche un'interpretazione talmente istrionica, tipica di un "frontman", da diventare sin da subito una vera e propria icona visiva e "genetica" dell'intero movimento Metal. Furono queste, più o meno,le circostanze storiche e oggettive che portarono al concepimento e alla nascita del full lenght che mi accingo ad analizzare e commentare, quel "Rocka Rolla" che i nostri sono dunque pronti a realizzare. Quando Roger Bain (già produttore dei Black Sabbath) decise di seguire i quattro negli "Olimpic Studios" e si collocò per loro dietro il mixer, lo fece senz'altro perché aveva intravisto nei quattro giovani delle promettenti potenzialità. Il buon Bain non si era sbagliato,ma per scorgere pienamente i risultati auspicati avrebbe dovuto attendere altri due anni ,quando uscì il secondo LP dei cinque, ossia quel "Sad Wings of Destiny" che cambiò davvero inevitabilmente la storia della musica rock. Ma è ancora presto per parlare di ciò, il presente dei Priest passava inevitabilmente per questa prima uscita non certo sensazionale. "Rocka Rolla" non è affatto un album originale o rivoluzionario, e sapeva anzi di già sentito già nel lontano 1974: le sue sonorità ricalcavano in pieno lo stile hard rock e progressive, i generi "duri" in quegli anni più in auge. Acerbo sino all'inverosimile, non fece registrare picchi di creatività e la sua tracklist non conteneva una sola traccia che potesse essere ricordata per un particolare degno di nota o che lo facesse esulare dal resto della produzione in voga in quel periodo,fatta eccezione (e questo la dice lunga sulla qualità del disco) per la presenza nella tracklist di "Diamonds and Rust", una decima traccia che si andava ad aggiungere alle canoniche nove del platter, che poi altro non era che una cover di Joan Baez. Pezzo che troveremo in seguito nella tracklist ufficiale di "Sin After Sin", terzo lavoro della band. Il songwriting non presentava note di particolare rilievo, segno questo che le menti dei nostri ancora non erano sintonizzate su una loro propria ben precisa frequenza. Tanto per fare un parallelo, quasi contemporaneamente, a Londra, Steve Harris scriveva per i suoi Iron Maiden pezzi come "Phantom of The Opera", la strumentale "Transylvania", "Wrathchild", "Purgatory"; brani dalla struttura estremamente complessa trasudanti preparazione classica e sapienza compositiva, aspetti questi che divennero poi prerogativa peculiare del fenomenale bassista londinese nonché del sound stesso dei Maiden. La strada preparata dai Sabbath (che Lucifero li abbia in gloria!)era lì, a disposizione di tutti, bisognava soltanto imboccarla e, se possibile, farla evolvere, ampliarla, saperla percorrere nel miglior modo possibile,ed in questo i Judas Priest furono a dir poco tempestivi,arrivando prima dei Saxon e paradossalmente prima degli stessi Iron Maiden, riprendendosi da un esordio come "Rocka Rolla" non propriamente esaltante ed innovativo. Col rischio di arrivare in ritardo, dunque, ma anche i migliori hanno bisogno del giusto tempo per farsi conoscere ed apprezzare. Anche la più bella delle farfalle è prima un bruco. Complice del parziale insuccesso di "Rocka..", inoltre, furono i diversi problemi avuti durante le sessioni di registrazione: la band, come dichiarato in seguito, registrò l'album quasi suonando dal vivo (ovvero suonando simultaneamente in sala di incisione, tutti nello stesso momento) e per colpa di molti inconvenienti tecnici la qualità del suono venne fortemente penalizzata. Bain, inoltre, ebbe la scellerata idea di voler "dominare" la scena quasi imponendo le sue idee, rifiutando addirittura brani come "The Ripper", "Tyrant" ed "Epitaph", giudicati "non commerciali" e dunque esclusi dalla tracklist ufficiale. Alla luce di tutto questo, l'album viaggia dunque su binari solidamente standardizzati, l'hard rock ed il progressive la fanno da padroni,ma qualcosa nei riff di Downing e negli acuti di Halford lasciava già intravedere caratteristiche che, anche se soltanto embrionali, precorrevano qualcosa che di lì a poco sarebbe nato. La fusione, l'alchimia della Metal Meltdown era in fieri, pronta per divenire tangibile, concreta. Anche nel look, addirittura, stentiamo a riconoscere i nostri cinque alfieri; soprattutto Halford, che sarebbe stato il principale responsabile dell'iconografia del metallaro, è praticamente irriconoscibile nelle vesti del "fricchettone" (l'abbigliamento suggerito era infatti quello tipico dei Rockers "figli dei fiori"). Per quel che concerne la produzione va ripetuto poi quanto Roger Bain non riuscì a ripetere il prodigio messo in atto con i Sabbath: se in quel caso era riuscito a valorizzare il sound della band conferendo ai pezzi quella componente di lancinante pesantezza e di melanconica oscurità che da sempre aveva contraddistinto lo stile di Iommi e co., qui non fu in grado di ottenere lo stesso risultato, e la buona aggressività che pure i pezzi mostravano rimase quasi implosa, dando la continua sensazione di perdersi nel corso del full length, trasformandosi addirittura in alcuni tratti in banalità. Ma tutto ciò non deve sembrare strano: i debut album recano solitamente in sé la singolare caratteristica di difettare in ricercatezza e in cura del dettaglio, ma sono al tempo stesso espressione della genuinità nuda e cruda di chi li partorisce, soprassedendo quasi in toto sul filtro della tecnica di produzione. Basti pensare a tal proposito ad un album come l'immortale "Battle Hymns" dei Manowar, che a dispetto di una produzione quanto mai grezza ed approssimativa, conteneva tracce rimaste pressoché immortali in ambito epic metal. Accingiamoci, dunque, ad analizzare in toto questo primo importantissimo passo della storia dei Judas Priest.


One For The Road

La prima traccia, "One For The Road (L'ultimo bicchiere)" è perfettamente in linea con gli stilemi del rock dell'epoca e,nello specifico, richiama alla mente alcuni brani dei "Traffic", gruppo britannico al tempo abbastanza in voga e che fece delle ballad una sua peculiarità. L'attacco è ben cadenzato e guidato da un guitar riffing energico benché alquanto semplice nella struttura. La venatura blues è anch'essa palese e ascoltando viene difficile non pensare anche ad un maestro come Ritchie Blackmore, vero e proprio mentore della chitarra Rock. Tipicamente Purple è anche il graduale ingresso nel brano del drumming dopo alcuni secondi iniziali dominati da chitarre e basso. Particolarmente blueseggiante (ma senza particolari pretese, come il resto del brano) è pure il solo centrale, anche questo di chiara matrice Deep Purple, parecchio lontano da quelle che saranno un giorno le monolitiche e complesse tessiture chitarristiche dei due axemen. Una nota di merito va comunque alla prova di Halford, il quale dà però la sensazione di trattenersi a fatica dal far esplodere la sua ugola, quasi come se il brano gli stesse stretto (o come se gli avessero imposto di rimanere su determinati registri). Non una variazione di ritmo e nemmeno un cambio di tonalità, il pezzo percorre il medesimo tempo per tutti gli oltre quattro minuti di durata. Per un brano che potremmo nel complesso definire divertente anche se non propriamente esaltante, abbiamo comunque un bel testo che è una vera e propria celebrazione della musica in quanto Arte. I nostri le si dichiarano debitori ("dove saremmo adesso senza la musica"), e quando chiamano in causa "le linee melodiche"e "l'adrenalina" pare quasi che, improvvisatisi indovini (anche se non era ancora tempo di essere "Nostradamus", ci sarebbero voluti ancora trentaquattro anni!) i Nostri ci stiano lanciando dei presagi, delle anticipazioni scorte fra la nebbia: elementi per i quali un domani saranno gli altri a dover esser loro debitori. Quel che pare molto più chiaro, invece, è l'invito alla baldoria e al divertimento, il manifesto programmatico di un modo di intendere e concepire l'esperienza musicale da parte di cinque giovani ragazzi che hanno inconsapevolmente, nelle proprie mani, le sorti di un intero movimento culturale in senso lato. Insomma, una spensieratezza esaltata che sa comunque molto di celebrazione del proprio stile di vita. Divertimento, certo, ma anche voglia di sfondare e donarsi totalmente alla Musa, per scottarsi con il sacro fuoco dell'Arte, vivendo poi con questa fiamma in corpo capace di generare momenti da ricordare e da celebrare assieme a tutti gli altri "folgorati". 

Rocka Rolla

L'incipit della successiva title track, "Rocka Rolla", è invece di stampo marcatamente sabbathiano, anche se rispetto agli oscuri Ozzy e co. percepiamo una vena molto più "catchy" e soprattutto tendente ad una gaudente e blueseggiante andatura. Un godibile dialogo fra basso e chitarre fa infatti da preludio all'accattivante voce di Halford che, anche in questa seconda traccia, sembra essere il vero valore aggiunto di una release che, lo ripeto, non regala perle. Questo pezzo, pur non eccellendo per originalità, ci presenta almeno tre aspetti di un certo interesse: il "doppio cantato" di Halford udibile nei primi secondi del brano (attorno al primo minuto, dal secondo 00:39 in poi), inciso su due diverse tonalità e che lascia intravedere le superbe potenzialità del venturo metal god; una sfuggente armonica a bocca, che ha fatto certamente storcere il naso a puristi metallofili ante litteram ma che, a mio avviso, calata nelle vesti spiccatamente blueseggianti del rock di metà anni settanta dona un ulteriore tocco di brio ad un pezzo già di per sé frizzante (se vogliamo, l'apparizione di questo strumento dà al tutto anche un tono quasi psichedelico); infine, la presenza di un primo vero assolo da parte di Tipton,il quale comincia qui a dar prova delle capacità che lo renderanno in seguito quell'eccelso chitarrista che diventerà, fonte di ispirazione per musicisti di tutte le generazioni avvenire. Insomma, nel complesso un brano meno anonimo del precedente, che fa comunque di un'andatura molto accattivante e di un ritornello vincente la propria forza. Un pezzo che tutto sommato diverte e di configura come una ventata di freschezza rispetto al precedente brano. La vivacità musicale, poi, ben si sposa con il testo del brano; anzi, possiamo dire che questa crea un vero e proprio ponte concettuale. Vi è infatti l'esaltazione della rock'n'roll girl, antitesi vivente delle "eroine" cantate nei versi di innumerevoli ballads del tempo, non ultime quelle dei già citati Traffic. Ella non è certo una ragazza romantica e sognatrice come lo stereotipo imporrebbe, tutt'altro. Regina della notte, fumatrice incallita, beve dieci pinte a notte e sa bene quel che vuole: la rock'n'roll girl è lì, e tu puoi averla, oh rock'n'roll man, se la vuoi. Dovrai però accettarne i rischi che ella reca con sé. Spavalda, trasgressiva, decisamente pericolosa, Lei è al tempo stesso croce e delizia di chiunque voglia conquistarla. Non credo di forzare eccessivamente l'interpretazione del testo se dico che scorgo una tematica di fondo velatamente femminista, assolutamente in simbiosi con alcune istanze ideologiche dell'epoca che vedevano la rivalutazione e l'affermazione proprio del sesso femminile, non priva però di una certa ironia da parte dei nostri. Una figura di donna emancipata e forte, capace di imporre il proprio volere e di non farsi considerare come una principessina da amare. Al contrario, una rocker tosta e decisa, che sceglie lei le sue prede e non si fa dominare da nessuno.

Winter/Deep Freeze/Winter Retreat

Segue un trittico di songs molto particolari, dalla durata esigua, quasi fossimo dinnanzi ad un unico brano spezzettato "in tre". Esattamente tre "mini brani" aventi per protagonista la stagione invernale, intitolati rispettivamente "Winter (Inverno)""Deep Freeze (Gelo profondo)"Winter Retreat (La fine dell'inverno). La prima, intitolata appunto "Winter", parte  con un basso registrato a volume minimo (coadiuvato da effetti sonori quasi "spaziali", che avrebbero sicuramente fatto la felicità di gruppi come Hawkwind) atto a creare un'atmosfera tipicamente seventies e contestuale alla componente marcatamente introspettiva di cui il pezzo è intriso. Fa seguito un breve reiterato riff di chitarra nel quale è impossibile non riscontrare gli accordi di una parte dell'assolo centrale dell'immortale "Iron Man", dei grandi Black Sabbath, contenuta nel monumentale "Paranoid" del 1970. Il cantato di Rob è molto calmo e declamatorio, quasi sussurrato, e continua a destreggiarsi egregiamente su questo tappeto spaziale - straniante, che giunge al suo culmine verso il raggiungimento del primo minuto, momento in cui la batteria prende a picchiare ed il cantato del nostro, su di una chitarra sabbathiana, diviene molto più acuta ed alta. Tutto questo in appena un minuto e quaranta secondi. "Deep Freeze", dalla durata ancora più breve, prosegue sulla stessa linea melodica della precedente song, ma mette in evidenza un piccolo solo di batteria davvero efficace. Al solito le chitarre sanno moltissimo di Black Sabbath, ed anche Rob Halford sembra quasi ricordare alla lontana Ozzy nel suo modo di cantare, risultando comunque più tecnico e consapevole dei mezzi della propria ugola. Un cantato comunque anch'esso figlio del Sabba Nero, che ben si inserisce in questa manciata di secondi assai "oscuri", che addirittura richiamano molto alla lontana dei mostri come i King Crimson, soprattutto quelli del celeberrimo "In The Court of the Crimson King". Un ulteriore intermezzo, che fa da preludio alla terza mini traccia (quella che, dall'alto dei suoi tre minuti e ventotto secondi, sembra essere una traccia "effettiva"), ovvero "Winter Retreat", quella che chiude anche il Lato B di questo disco. Si apre con un'accozzaglia di suoni distorti e stridenti,estremamente disordinati nel loro incedere e che tengono banco per circa due minuti, sino al momento in cui il brano subisce una repentina metamorfosi: il suono delle chitarre si addolcisce, la voce di Halford diventa avvolgente ed ammaliante, la batteria rallenta ulteriormente il suo ritmo, conferendo al brano un'andatura pacata e permeata di atmosfera che la caratterizzerà sino alla chiusura. Degna conclusione di un percorso interessante, che forse ci svela il lato più "progressive" dei Judas Priest, tre pezzi che uniti assieme avrebbero forse creato un unico brano molto più interessante, penalizzato forse dall'eccessivo "spezzettamento". Le lyrics trovano la loro naturale collocazione all'interno dell'impianto strumentale dei tre brani e ci mostrano i deliri di un Halford morbosamente depresso che si chiede come fare ad alleviare il suo mal di testa. Ogni mattina,quando la neve cade per terra, lo attanaglia la terribile sensazione di non riuscire a sopravvivere ad un altro inverno (visto dunque come vettore di morte, il tutto unito alla paura di diventare diventare matto, di questo passo (portatore, dunque, anche di follia).L'inverno prosegue imperterrito la sua corsa, sino a quando però, improvvisamente, il sole comincerà a sciogliere i ghiacci e nessun vento gelido scalfirà più il volto di chi, soltanto qualche istante prima ,era in preda a pensieri tumultuosi, caotici ed apparentemente privi di senso, ritrovando così la pace interiore dapprima smarrita. Un testo che trasuda dunque, suo malgrado, una concezione della vita ottimistica e positiva, in linea di massima coincidente con le tendenze ideologiche e sociali che caratterizzarono gli anni settanta. L'inverno è la tristezza, il sole primaverile la speranza. Nessun clima rigido può metterci K.O. e nessun vento gelido può soffiare per sempre. Non dobbiamo avere paura, la svolta è dietro l'angolo. Basta solo attendere.

Cheater

I riff e il drumming tutto sommato corposo e abbastanza sostenuto che aprono e attraversano i tre minuti scarsi della successiva "Cheater (Imbrogliona)" confermano, a mio avviso, quel quid di nuovo che i Priest (sia pur acerbamente ed occasionalmente) andavano via via aggiungendo ad un sound ancora intriso di venature rock/blues, molto legato alla classicità ed ancora poco incline alle variazioni stupefacenti presentate in pompa magna nel successivo "Sad Wings of Destiny". Difatti, come già accaduto in precedenza, il pezzo in questione non brilla certo per originalità, soprattutto se si pensa alla presenza, stavolta più assidua che non nella title track, dell'armonica a bocca, che tanto sa di ZZ Top di quell'incedere tipicamente zeppeliniano. Ripeto, però, che per lo meno vi è un qualcosa nel drumming di John Hinch che mi lascia intravedere avvisaglie del sound che diventerà poi il marchio di fabbrica dei Judas Priest, mentre il guitar solo si presenta rabbioso e veloce quanto basta per un pezzo che vede,ahimè, nel testo la sua vera nota stonata. Breve cronistoria di un tradimento: un uomo,ritiratosi una notte a casa piuttosto tardi, trova la sua donna addormentata in compagnia di un altro individuo. Il protagonista, colto dalla rabbia e sovrastato dell'incredulità, sfonda la porta del bagno, impugna la sua 44, si avvicina alla compagna e ricoprendola di parole offensive("troia" / "traditrice") nonché rinfacciandole di averla sempre trattata bene, le intima di accettare il suo destino a causa della colpa commessa, ossia la morte! Netto passo indietro dunque, rispetto alle atmosfere decadenti ed introspettive del precedente trittico, e che dimostrano come l'immaturità dei nostri si manifesti forse più a livello testuale che non strettamente a livello musicale. Un testo abbastanza elementare e privo di spessore, che nulla aggiunge di realmente concreto al lavoro compiuto dai nostri in questa occasione.

Never Satisfied

 La settima traccia, "Never Satisfied (Mai soddisfatto)", si annuncia con un drumming ovattato, a mò di percussioni sulle "padelle", questo un evidente segno delle pecche di Roger Bain in fase di produzione, quegli errori di cui parlavo nell'intro, per intenderci. Se il suono della batteria non risulta comunque particolarmente curato, almeno i riff di chitarra appaiono se non altro energici, anche se non ritmicamente esaltanti. Quel che colpisce negativamente di questo brano è il mid-tempo a dir poco monotono e privo di cambi di ritmica su cui viaggia, mentre è facile riscontrare un volume di registrazione delle linee di basso piuttosto alto che tende a coprire quello delle chitarre; altra situazione che, alla fine dei conti, motiva il mio precedente giudizio circa la poca vivacità delle chitarre stesse e del lavoro troppo approssimativo fatto alla consolle. Il solo centrale sembra ripreso pari pari da "Strange Kind of Woman" o "Mistreated", pezzi di Purpleiana memoria, e non sarebbe sbagliato dire che l'incedere di riff ricorda anche altre leggende dell'Hard Rock come i Mountain. Un brano, dunque, assai "derivativo" e monocorde, per nulla coinvolgente; il dramma è che la stessa monotonia si evince anche nel cantato di Rob: il frontman svolge diligentemente il "compitino" impostogli dalla struttura melodica del pezzo,rimanendo imbrigliato nei macroscopici limiti tecnici della partitura. Quel che non mi fa propendere per una intera bocciatura di questo pezzo è la componente testuale, che in questa occasione si riscatta dalla pochezza di "Cheater". Non che ci volesse poi tanto, ma si registra una netta evoluzione rispetto alla disarmante banalità della precedente song e si parla dell'esistenziale senso di inadeguatezza e di rimpianto in rapporto ai cambiamenti radicali che la vita, con i suoi ineluttabili cicli, impone. Tutto scorre, sosteneva un certo Eraclito, portando via con sé anche la giovinezza, e all'impotente spettatore della vita altro non resta che prendere dolorosamente atto di tutto quel che succede,cercando suo malgrado di adattarsi ai cambiamenti e mutando stile di vita così da risentire in maniera meno dolorosa possibile ai travagli dell'animo. Dobbiamo farci trovare pronti per quando la vita busserà alla nostra porta pretendendo in cambio qualcosa: cambieremo o resteremo uguali, la nostra esistenza sarà una girandola di volti e conoscenze.. o forse nulla di tutto questo accadrà? Non possiamo saperlo, ecco perché non dobbiamo mai abbassare la guardia.

Run Of the Mill

Un arpeggio di chitarra dal vago sapore pinkfloydiano, unito ad un basso sommesso, introducono la successiva "Run Of the Mill (Nulla di che)", una semi ballad che non conosce, come nel caso del precedente pezzo,un solo cambio di tonalità e di tempo nell'arco dei ben otto minuti e mezzo dai quali è composta. Si potrebbe anzitempo gridare alla monotonia  se non fosse che, ad un ascolto più attento, si può tranquillamente percepire qualcosa in più oltre ad una struttura "cristallizzata" non troppo pregna di varianti. Certo, il pezzo non brilla per originalità; ciononostante, questo tratto non va ad inficiare minimamente il fortissimo impatto emotivo e il pathos che esso comunica. L'incedere rimane ovviamente sempre lento, ed anche il lavoro di Hinch dietro le pelli va ad innestarsi alla perfezione nella generale atmosfera introspettiva del brano, mentre la prova vocale di Halford non presenta variazioni di un certo rilievo, almeno fino al minuto quattro, quando il solo di Tipton (dai fortissimi richiami blueseggianti, anche questa volta debitore a Blackmore) conferisce al pezzo quella coloritura tipicamente seventies. La ripresa dopo l'assolo si tiene sui medesimi ritmi della prima parte, ma la differenza sta nel cantato di Halford che finalmente fa letteralmente esplodere la sua immensa ugola lanciandosi in almeno tre acuti da brivido i quali, oltre a dar prova delle sue enormi potenzialità sino a questo momento rimaste pressoché inespresse (considerando che siamo quasi sul finire della release), contribuiscono a rendere ancor più struggente ed evocativo un brano già di per sé fortemente intimistico. Insomma, non un capolavoro di variazioni e cambi di tempo, ma sicuramente un brano che fa della carica emotiva il suo forte, una song che sa far emozionare. Il testo poi, con le sue riflessioni sulla precarietà della vita, sulla volontà di riscatto e redenzione dall' essere incappati in passi falsi e scelte sbagliate, ben si sposa con la struttura strumentale del pezzo. Il resoconto finale su quel che si è ottenuto dalla vita una volta raggiunta la vecchiaia fa da contraltare alle condizioni di partenza non proprio ottimali, ma comunque destinate a migliorare, condizioni che hanno indotto il protagonista a compiere determinate scelte. Il risultato è l'acquisizione della consapevolezza di aver agito senza rinunciare al proprio orgoglio ed ai propri ideali, consci del fatto che l'esito può premiare ma anche punire. Raggiunta un'età avanzata, che reca con se le sue difficoltà intrinseche, è necessario servirsi di un bastone per procedere nella spessa coltre della società senza farsene inghiottire. Una notevole maturità e una inclinazione alla riflessione dunque che ben poco hanno da condividere con i contenuti di altri brani ascoltati nel platter e che denotano l'anelito ad una crescita interiore ed intellettiva.

Dying to Meet You

La traccia seguente, "Dying to Meet You (Morendo incontrandoti)", è praticamente spaccata in due: la prima parte pare essere un continuum della precedente, con l'accoppiata chitarre/basso impegnate in un'andatura lenta e cadenzata ma dai connotati stavolta ben più mesti che non nel brano precedente, con il cantato greve e dimesso di un Halford che assume i tratti decadenti di un rapsodo dell'età moderna. Tre minuti circa e poi è come se iniziasse un altro pezzo: un fulmineo e deciso cambio di tonalità comandato da riff più incalzanti ed un drumming ben più sostenuto fanno da sfondo ad una sezione vocale finalmente all'altezza del giovane Halford, che fornisce una prova più che convincente, toccando note davvero alte. Fin troppo facile aspettarsi un guitar solo, questa volta per mano di Downing, assolutamente in linea con il sound del pezzo e quindi vivo, graffiante e grezzo quanto basta per fare da chiosa ad un brano nel complesso estremamente coinvolgente e qualitativamente maturo. Fortissimi i richiami blueseggianti, questa volta un chiaro omaggio ai Led Zeppelin. Se dal punto di vista meramente musicale il brano si assesta nei limiti della sufficienza, è invece il testo a mio parere a rappresentarne il vero valore aggiunto. Viene infatti cantata l'ansia e al tempo stesso la speranza di riuscire a riabbracciare i propri cari da parte di un soldato reduce da una campagna di guerra. Erano i tempi della guerra in Vietnam, che nel 1973 era sul volgere della fine con il rientro delle truppe anglo americane dallo stato asiatico, ed è facile immaginare da che parte potesse schierarsi una rock band britannica formata da cinque giovani cresciuti ed educati nella culla del pacifismo, del libertarismo,della convivenza civile e del rispetto delle pluralità e delle diversità. In effetti nel pezzo non manca la componente dell'invettiva e dell'offesa,con il soldato definito "assassinostupratoresaccheggiatore",ma soprattutto non manca neanche una vena ironica mediante la quale il militare viene invitato, dopo aver collezionato una serie di medaglie grazie alle sue nobili imprese, a leccarsi le ferite riportate sul corpo durante le battaglie. L'ironia assume tratti tragicamente grotteschi e amari quando al soldato viene ricordato di aver giurato di non aver fatto mai del male alla madre, atteggiamento questo in stridente antitesi con le poco lodevoli azioni da lui perpetrate ai danni del popolo nemico. Una tematica di forte impatto sociale dunque, una costante nel sentire comune e nel modo di concepire le dinamiche politiche e culturali nel periodo a cavallo tra la fine degli a anni sessanta (quando tutto ebbe inizio)e la metà dei settanta, e alle quali i nostri non erano affatto immuni, anzi ne incarnavano alla perfezione le istanze.

Caviar and Meths

Gli arpeggi del pezzo strumentale che chiude il platter, "Caviar and Meths (Caviale e metanfetamine)", risultano essere forse scontati e magari anche un po'forzati, se rapportati agli stilemi classici del Metal che verrà: fungono,nelle intenzioni dei nostri, più da ideale completamento del precedente brano che non altro, caricando quest'ultimo di un'atmosfera ulteriormente introspettiva, anche se questa trovata, a mio modesto parere, non fa altro che andare a rimpolpare (esiguamente tra l'altro, visto che parliamo di un brano di appena due minuti) il total running time del disco. A conti fatti, più che questa outro abbastanza priva di spessore, sarebbe stato meglio inserire effettivamente il già citato "Diamonds and Rust", l'omaggio a Joan Baez reinterpretato in chiave priestiana, il quale venne escluso assieme a molti altri pezzi per colpa di Bain, il quale ritenne la cover molto ben eseguita ma non commerciale, musicalmente parlando. Poco male, visto che il pezzo fu comunque uno dei pezzi forti delle setlist live di quel periodo e verrà definitivamente "consacrato" nei lavori successivi. Insomma, una chiusura che segue l'andamento dell'album: nulla di lodevole ma neanche di tremendo, una sorta di limbo nel quale i Judas Priest, ancora acerbi, sono loro malgrado rinchiusi. Dovremmo aspettare il prossimo lavoro per toccare con mano, finalmente, quell'ingranare la marcia che ci regalerà uno dei dischi più belli della storia dell'Hard 'n' Heavy.

Conclusioni

Tirando le somme, posso tranquillamente affermare come "Rocka Rolla" sia un album che si assesti su una piena sufficienza; non va certo denigrato o bypassato, merita senza dubbio un ascolto più o meno approfondito, nonostante i difetti  riscontrati. Un mio personale giudizio che scaturisce, come già detto, dal valutare a 360° il gruppo e l'inserimento nel contesto dei loro anni. I Judas Priest del 1974 non sono certo l'originalità incarnata e fatta musica, dal momento che il lavoro non fa altro che appoggiarsi su forme "cristallizzate" di facile presa e prendere linfa vitale da generi già ampiamente codificati e che al tempo dell'uscita della release avevano già sfornato veri e propri capolavori. Tuttavia, è necessario ed anzi doveroso accendere i riflettori anche e soprattutto sul coraggio e sull'intraprendenza di questi cinque giovani e dotati musicisti, i quali hanno profuso il massimo impegno nel prodigarsi in tentativi di una sperimentazione che, se pur rimasta evidentemente embrionale, denota se non altro una certa attitudine al superamento dei cliché e ad una spiccata, in taluni casi, maturità nel songwriting. Il giudizio su questo lavoro non può in alcun modo prescindere dalla nostra conoscenza dei Priest quale band che verrà, ossia gli alfieri dell'Heavy Metal, il genere che conosciamo e apprezziamo proprio in quanto i Priest hanno contribuito in maniera a dir poco determinante a crearne ed incarnarne valori, stilemi e dogmi. Se "Rocka Rolla" fosse apparso sugli scaffali, paradossalmente e per assurdo, dopo pietre miliari del genere come "Sad Wings of Dwstiny""Stained Class" "British Steel", potremmo allora e senza ombra di dubbio considerarlo un netto passo indietro nell'ambito di una produzione vasta e permeata di capolavori. Non essendo ovviamente così, il disco può tranquillamente essere considerato l'inizio, il primo gradino percorso che avrebbe portato alla realizzazione dei dischi appena citati, e può tranquillamente (in virtù di questo) collocarsi nell'olimpo dei debuts come lavoro per certi versi si temerario, ma troppo debitore (ed è questo a mio avviso a rappresentarne il limite più evidente) delle sonorità degli Zeppelin,dei Sabbath e dei Deep Purple. Come parziale scusante, va anche detto che dopo tutto non poteva essere altrimenti, visto il ciclone che questi scatenarono con il loro sound sul finire degli anni sessanta e durante gli anni '70. Se poi consideriamo che al tempo dell'uscita di "Rock a Rolla" il Rock, in particolar modo quello made in U.K., viveva forti dinamiche di metamorfosi ed evoluzione genetica, allora risulta tanto più chiaro come un album simile a questo debut, pur essendo in linea di massima qualitativamente valido, non avrebbe mai e poi mai potuto addivenire a gloria imperitura. Ma non è il caso di farne un dramma: "Sad Wings.." stava per arrivare,e da quel momento in poi sarebbe cominciata tutta un'altra storia!

?
1) One For The Road
2) Rocka Rolla
3) Winter/Deep Freeze/Winter Retreat
4) Cheater
5) Never Satisfied
6) Run Of the Mill
7) Dying to Meet You
8) Caviar and Meths
correlati