JUDAS PRIEST

Ram It Down

1988 - Columbia Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
25/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il periodo a cavallo tra il 1985 (all' indomani della pubblicazione del leggendario "Defenders", uscito un anno prima) ed il 1988 fu uno dei più prolifici della sfavillante carriera dei Judas Priest, un periodo in cui i cinque alfieri del Metal di Birmingham furono capaci di mettere davvero tanta carne al fuoco. Qualcosa come un corpus di più di venti pezzi che, secondo il progetto originario, avrebbe dovuto costituire l'ossatura di "Turbo" (1986), che, sempre nelle intenzioni della band, avrebbe dovuto uscire come doppio album. Ma l'opposizione della Columbia Records a tale progetto fu talmente strenua da indurre la band ad abbandonare i propri propositi, facendo confluire circa metà dei brani concepiti in una successiva uscita, quel "Ram It Down" che ci apprestiamo ad analizzare. L'album, ultimo con Allom dietro la consolle (coadiuvato comunque, in fase esecutiva, da Halford, Tipton e Downing), ed ultimo con Dave Holland alla batteria, fu registrato nei Puk Recording Studios di Copenaghen, Danimarca. Abbandonate dunque le ambientazioni esotiche delle precedenti release, l'opera dei Priest pare risentire degli effetti benefici della scelta di un sito "nordico" in cui far crescere e sbocciare un disco che, lo dico a priori, è a mio parere uno dei migliori della discografia priestiana (con tutte le limitazioni e le dovute differenziazioni che andremo a sviscerare). Solitamente non vedo mai di buon occhio le intromissioni e l'ingerenza delle labels nelle dinamiche che portano alla gestazione e alla pubblicazione di un disco, ma devo ammettere che, mai come in questo caso, i diktat imposti dalla Columbia non hanno fatto altro che giovare alla "salute" dello stesso. Al generale senso di piattezza compositiva e di ristagnante anonimato, sia a livello musicale che per quel che concerne il songwriting, che avevano letteralmente permeato di sé "Turbo", con le sue soluzioni "americaneggianti" che tanto avevano strizzato l'occhio al Pop, tramite il copioso utilizzo di sintetizzatori e pick-up esafonici, rei di aver eccessivamente plastificato ed "artificializzato" il suono, questo "Ram It Down", pur non eccellendo, come vedremo, in originalità, fa registrare un deciso ritorno a sonorità heavy nel senso più puro del termine. Torna infatti in auge in questa release l'heavy metal più ruvido e diretto, come i Priest ce lo avevano fatto conoscere anni addietro con dischi memorabili, senza fronzoli o artifici tecnici che ne snaturino oltremodo l'essenza. Un gradito ritorno, dunque, benché l'opera non resti immune da scelte a dir poco incomprensibili e apparentemente ingiustificate, quale ad esempio l'utilizzo della drum machine in ben quattro brani del platter (lo vedremo in sede di analisi track by track). Molti, com'è ovvio, avversarono aspramente questa decisione, imputandola ad una non meglio motivata incapacità di Holland di adempiere al ruolo di drummer, sospetto alimentato e fomentato dall'accresciuta complessità, e quindi velocità, dei brani presenti in scaletta. È come se, ad un certo punto, la band si fosse resa conto dell'inadeguatezza di Holland alla causa, ed il fatto che, appena un anno dopo, lo stesso fosse stato sostituito da Scott Travis (tuttora in forza alla band), non fece che confermare le illazioni circa l'improvvisa inopportunità tecnico/esecutiva di un batterista che, giova ricordarlo, aveva accompagnato l'intera epopea ottantiana del combo britannico, sin da "British Steel"(1980). E non lo aveva certo fatto da comprimario, anzi, tutt'altro. Nella mia personalissima opinione, la scelta è di mera origine estetica: vale a dire che, essendo stato il corpus dei pezzi concepito per "Turbo", la presenza della drum machine non è da intendersi che come un voluto retaggio della gestazione e della forma degli stessi. In sostanza, è come se la band non avesse voluto rinnegare del tutto le scelte fatte, ed avesse così deciso di conservare qua e là sprazzi delle idee originarie. I dieci pezzi in scaletta sono tutti di ottima fattura, e il comparto lirico - altra nota dolente del predecessore - risulta oltremodo valido e in linea con l'impianto concettuale caratteristico della band. Anche "Johnny B. Goode", singolo di lancio del platter, che costituisce la colonna sonora dell'omonimo film, pur avendo fatto storcere il naso a molti puristi e nostalgici degli anni cinquanta, proprio in ragione della proposta eccessivamente "metallizzata" dei Priest, resta, a mio avviso, un brano dall'impatto unico ed originalissimo, specialmente se si considerano le molte "coverizzazioni" ricevute dal celebre pezzo durante gli anni, inequivocabili omaggi tributati dai più svariati artisti al padre del Rock 'n Roll. Brani come la title track, "Heavy Metal", "Hard As Iron", "Blood Red Skies", "I'm A Rocker", "Love You To Death", "Monsters Of Rock", non fanno che confermare la ritrovata vena metallica del quintetto, momentaneamente smarrita tra lo sfarzo e la pompa del precedente album. Eppure, paradossalmente, il disco non ottenne il riscontro sperato, venendo a dir poco snobbato sia dai fans che dalla critica specializzata. Ma soprattutto fu preso in scarsissima considerazione proprio dalla band, la quale, fatta eccezione per il tour di supporto, decise di eliminare progressivamente i pezzi di "Ram It Down" dalle setlist live degli anni successivi. Scelta davvero inspiegabile, vista la qualità oggettiva dei brani e la loro intrinseca duttilità e capacità di adattarsi alle atmosfere da palco. Una curiosità, la già citata "I'm A Rocker" si ricollega direttamente a "Thunder Road", traccia bonus presente su "Point Of Entry", con la quale condivide un intero verso: "there's something in my blood [...] Wouldn't change it even if I could". Un ponte concettuale, un legame espressivo non solo tra due dischi, ma tra due modalità molto affini di concepire l'HM, essendo proprio "Point Of Entry" il primo album dei Priest ad essere stato accusato di scarso feeling metallico, a tutto vantaggio di una spiccata vena commerciale. Una nota di merito, infine, spetta senz'altro allo splendido artwork della copertina, eccezionale per fattura ed ideazione, ad opera di Mark Wilkinson (anche in questo caso il paragone con l'ambigua e banalissima cover di "Turbo" risulta a dir poco impietoso). Fatte dunque le dovute ed opportune premesse, non resta che lanciarci a capofitto nelle singole tracce del platter.

Ram It Down

Un urlo acuto e lancinante di Rob Halford squarcia il silenzio e introduce la title track: Ram It Down (traducibile non letteralmente "buttalo giù con l'ariete", o semplicemente "demoliscilo"), primo brano del platter, seguito dal riffing tagliente e infuocato di Tipton e Downing. Siamo in pieno classic Priest style, ritmi lesti ed energia a profusione, con Holland che ben presto si aggiunge alla straripante sezione ritmica, con colpi rapidi e precisi. È il pezzo che ogni metalhead avrebbe voluto riascoltare dopo le nenie laccate e artificiali di Turbo, il pezzo che riconcilia la creatura con i suoi padri e i fans con la band. Ritmi sostenuti e grande potenza si diceva, ed il tapping e il vibrato di K.K. ne danno ulteriore conferma, andando letteralmente a graffiare la sezione ritmica in fase iniziale e preparando il terreno ai proclami bellicosi del testo. Basta alzare lo sguardo al cielo, saturo di nitroglicerina, per rendersi subito conto che sta per accadere qualcosa. L'energia è percepibile in ogni singola nota e in ogni accordo, nell' incedere esaltante della strofa, la sinergia creata da tutti gli strumenti e dalle meravigliose linee vocali del Metal God è pressoché perfetta. Il brano avanza compatto e massiccio in un crescendo inarrestabile di intensità, fino a esplodere nel rabbioso refrain, il quale ci racconta di "migliaia di auto e milioni di chitarre pronti a urlare con forza", facendo esplodere tutti i loro decibel in un assordante fragore. La missione di questo "esercito del rock" è semplicemente quella di radere al suolo, di distruggere ogni città nella quale si scateni l'alchimia giusta, "colpendo con forza". I ritmi non si placano un istante e a gran velocità veniamo catapultati nella seconda strofa, con Rob che alza leggermente i toni ed intensifica la sua interpretazione, che diviene più passionale e sentita. Del resto, i "corpi vestiti di pelle" stanno per scatenare una vera e propria tempesta di decibel, ed "il tuono che infuoca il palco" altro non è che il possente braccio del Dio della Musica (pensate alla cover art del disco) che si abbatte sul mondo, colpendolo con tutta la forza possibile. Il refrain, che stavolta sfocia in un acuto spaventoso di Halford, fa da preludio ad un breve intermezzo che ricorda piuttosto da vicino gli stilemi di Turbo e in cui la band rivendica l'unione totale di tutti i seguaci del rock sotto un'unica livrea, urlanti con una sola voce, che è perfettamente connaturato alla struttura del pezzo. Esso ha la facoltà di troncarne l'incedere, ma solo per preparare l'ascoltatore a quello che, a detta di chi scrive, è il pezzo da novanta dell'intera traccia, ossia l'assolo. Le due asce danno vita ad uno di quei momenti che li hanno resi celebri, e che nel tempo hanno fatto sì che l'assolo heavy per antonomasia si identificasse proprio nei fantastici licks e nei reciproci inseguimenti di Glenn e K. K. Un continuo, implacabile scambio fatto di raddoppi e di continue fughe, uno degli inconfondibili marchi di fabbrica della band. Energico, sprezzante, spavaldo, acre, a tratti brutale, quest'assolo ci riporta ai bellicosi intenti del refrain: sottomettere il mondo a suon di decibel. Bentornati, Judas Priest!

Heavy Metal

La intro chitarristica di Heavy Metal, secondo brano del platter, vale da sola l'acquisto dello stesso. E del resto, un pezzo che già nel titolo reca i geni dell'autocelebrazione non poteva aprirsi in maniera più sontuosa, con Tipton che sfodera un assolo micidiale che, posto proprio in apertura di traccia, lascia presagire chissà quali meraviglie. Se vi è una band al mondo che può permettersi di dedicare un brano interamente al genere che suona, beh, questa band sono i Judas Priest. E lo dimostra ancor più nel prosieguo del pezzo stesso che, per la verità, dopo il fragore dell'assolo iniziale, renderebbe lecito aspettarsi un'esplosione orgiastica di riff e pattern di batteria, laddove, invece, adotta una soluzione assai più pacata. La sferzata la infligge invece la voce acuta e possente del Metal God il quale, neanche a dirlo, con la sua ugola infiammata inizia a tessere le lodi della musica prediletta. Le lyrics di questa song infatti vertono unicamente sull'esaltazione dell'heavy metal, tema per la verità tutt'altro che nuovo per i Nostri, i quali senza indugi si servono di immagini iconiche e a tratti boriose per inneggiare alla loro (e nostra) amata musica. Power chord che vengono giù come se piovesse inebriano i sensi, producendo sensazioni destinate solo ai più forti. "È la musica", proclama Halford con il martellare incessante delle chitarre e del basso sullo sfondo, la musica che "stimola, rigenera, e ti alza da terra", una vera e propria terapia per l'animo. La sezione ritmica, lanciata come un motore in corsa, risulta avvolgente, inarrestabile, esattamente come le immagini di cui si nutre: onde calde che caricano l'atmosfera, pugni che pompano in ogni direzione, teste che si agitano. Le chitarre si stanno preparando. "Heavy metal... cosa vuoi", urla Halford due volte nel refrain. Come un rasoio, ed eccoci nella seconda delle due strofe, migliaia di luci piombano sul palco, mentre le casse "sputano fuori acciaio fuso". L'immagine emblematica della bestia bardata di metallo e pelle che, infuriata, pesta ogni cosa si mette sulla sua strada, è contemporaneamente l'arma di sopravvivenza della belva stessa, nella quale, fuor di similitudine, è facile intravedere l'autoconservazione di un genere musicale: l'heavy metal, appunto, manco i Priest fossero presagi, anzitempo, del suo imminente declino. Giusto il tempo di riassaporare l'anthem epocale del refrain, che ecco giungere la consueta e amabilissima rasoiata da parte delle due asce, un altro memorabile assolo, bellissimo nella sua semplicità strutturale, corale nel suo incedere, maestoso per il modo in cui è incastrato nell'anima del brano. Del resto è Heavy Metal, cos'altro si può volere?

Love Zone

Love Zone (La zona dell'amore), terza traccia del platter, è invece un brano assai più "leggero" e scanzonato dei due precedenti, in cui, insieme ad un'interpretazione da manuale di Halford, merita particolare menzione un ritornello efficace ed azzeccatissimo. La "leggerezza" del pezzo, con le sue mirabolanti descrizioni di notti brave ed agitate, come in taluni casi è resa palese proprio dal comparto lirico, il consueto iter narrativo fatto di "femme fatale" disinibite ed oltremodo audaci, licenziose e sfrontate. Qui si ricalcano appieno i cliché tipici della figura della "donna rock" tutta sesso e libertà, cristallizzati in una tradizione che vide la luce nel decennio settantiano, e consolidatasi in seguito grazie al contributo di generi come il Glam, nel decennio successivo. Nello specifico, il pezzo colpisce sin dai primi secondi per una genuina aggressività conferitagli soprattutto, come si diceva, dal piglio sanguigno ed acuto di un Halford sopra le righe, coadiuvato da un gran lavoro da parte delle chitarre. Il bridge che porta dalla strofa al refrain serve a smorzare alquanto l'appeal mordace della ritmica, stemperandosi poi del tutto proprio nel ritornello; episodio tutt'altro che "epico" e solenne, anzi, quanto di più orecchiabile e ammiccante potesse fuoriuscire dalla mente dei tre autori. Repertorio immaginifico che affonda le radici nel consueto susseguirsi di auto che sfrecciano a velocità folli, "acceleratore al massimo e serbatoio pieno", con il giovane ed eccitato cacciatore notturno che va alla ricerca di esperienze forti, di quelle che non si dimenticano facilmente, nella tentacolare zona dell'amore, con il suo fascino e la sua pericolosa attrattiva.  Esperienze che hanno appunto, come protagonista, un ideale di donna pronta addirittura a vendere le sue prestazioni amorose al miglior offerente, o più semplicemente a chiunque le vada a genio. Perché anche queste sono esperienze che fanno crescere e che formano, bisogna solo essere in grado di epurarle da qualsivoglia prospettiva morale che ne ridimensioni in parte la natura. Le strofe e il refrain viaggiano che è un piacere, all'interno di una struttura compositiva e melodica senza tante pretese, e che non richiede chissà quali sforzi all'ascoltatore. La leggerezza la fa da padrona, e non può non saltare all'attenzione il fatto che la tracklist di Ram It Down faccia parte del corpus concepito per Turbo, fattore più che mai evidente proprio in questa traccia e che non lascia adito ad altro tipo di interpretazione. Ad ulteriore riprova di ciò, può valere anche l'assolo di chitarra, poco più che una fugace comparsata, a testimoniare l'impronta evidentemente easy listening del brano, in cui la vendibilità va a discapito del gesto prettamente tecnico e virtuosistico. Diciamo pure che i Priest volevano, dopo le due mazzate iniziali, ritornare un attimo su lidi più abbordabili, a riprova del fatto che il morbo contratto con Turbo non è ancora del tutto debellato, vuoi per scelta, vuoi per una fisiologica soluzione di continuità, sia pur fatta di episodi sporadici. E bisogna ringraziare gli Dei del Valhalla se ci è stato risparmiato lo strazio dei synth. Pezzo, comunque, nel complesso positivo, benché si tratti di uno dei quattro imputati di essere stati incisi con la drum machine.

Come and Get It

Un riff quadrato e diretto, subito seguito da una fluviale pentatonica di Tipton, annunciano Come and Get It (Vieni e prendilo), quarto estratto da questo full. Possiamo già dire, tanto per cominciare, che è un pezzo con cui i Priest rispolverano, in maniera piuttosto convincente, tutti gli stereotipi del verbo metallico che li hanno resi celebri: energia da vendere, un cantato stratosferico, begli assoli, e un refrain tanto efficace che, dopo averlo ascoltato una volta, ti rimane nella testa per diversi giorni e non lo dimentichi più. Una struttura tutt'altro che complessa ed elaborata, costruita intorno ad un classicissimo quattro/quarti, con Holland che svolge con diligenza un compito senza particolari pretese, essendo il brano incentrato sul suono delle chitarre. Ed in effetti, la sinuosa sinergia tra Tipton e K. K. ci consegna un episodio della carriera dei Preti da annoverare senza dubbio tra i meglio riusciti. Basti pensare che è tra i pochi pezzi estratti da Ram It Down ad essere scampato allo snobismo selettivo della band, essendo stato spesso proposto nelle setlist live, a cominciare proprio dal tour mondiale promozionale del disco. Il testo: due strofe semplici ma ad alto carico di adrenalina che vanno a far da cornice ad un segmento lirico incentrato tutto su un piccantissimo doppio senso. Sin dalle prime battute infatti, abbiamo la sensazione di trovarci dinanzi all'ennesimo testo imperniato sulla spavalderia da prestazione sessuale, avente come protagonista il fallo, con tanto di proposizione sfrontata e senza la benché minima forma di pudore. "Ti piace pesante... lo ami cattivo... lo vuoi sporco", e poi "Alzalo, abbattilo, martellalo fino alla fine", ed ancora, "Se lo vuoi? se ti piace? vieni a prenderlo". Sono questi i versi con cui veniamo tratti in inganno, salvo poi, nel finale della seconda strofa, scoprire che la band si riferisce in realtà al Metal, motore rovente di ogni loro azione o pensiero, atto conclusivo di un rapporto carnale ma anche spirituale tra musicista e ascoltatore, un rapporto unico nel suo genere, completo, totale. Un privilegio concesso a pochi, quello di assurgere attraverso il Metal, genere immortale ("Metal lives forever"), ad un intimo, profondo connubio tra chi suona e chi ascolta. Del resto, chi da sempre si è votato al Metal, queste sensazioni le conosce benissimo. Un pre refrain da brivido, in cui il Metal God innalza ulteriormente i toni vocali, raggiungendo vette inimmaginabili, fa da preludio ad un bell'assolo in cui Downing apre le danze in maniera fragorosa e Tipton prosegue e conclude l'opera. L'invito finale che la band ci rivolge è sempre lo stesso: se volete il Metal, quello vero, quello duro, quello puro e senza compromessi, venite a prenderlo dagli unici al mondo in grado di offrirvelo.

Hard as Iron

Signore e signori, prostriamoci tutti in onore degli Dei del Metallo, perché Hard as Iron (Duro come il ferro), quinta traccia del platter nonché brano che liquida il lato A, è uno di quei pezzi che fanno accapponare la pelle e producono stati di esaltazione estrema in chiunque abbia minimamente a cuore le componenti più sacrali e iconiche dell'HM. Non sono una power band, i Priest, non lo sono mai stati, così come non sono una epic band, ma negare che all'interno di questo brano scorra intatta la linfa vitale di entrambi i generi, sapientemente miscelata con l'imprescindibile matrice NWOBHM, significa non comprendere il senso di quello che si sta ascoltando. Nella mia personalissima scala di valori, poi, questo non è soltanto (e sfido ad asserire diversamente) il picco massimo del full in questione, ma, indiscutibilmente, innegabilmente, assolutamente uno dei migliori episodi in assoluto del Prete Di Giuda. E, come spesso accade, tra i più sottovalutati. Lungi dal voler inficiare la sacrosanta soggettività di giudizio in chi ascolta, ritengo che all'elevato tasso qualitativo di una composizione, non debba necessariamente corrispondere un riscontro di massa, né tantomeno di vendite nude e crude. E non è altresì vero che la suddetta composizione, per il solo fatto di attingere ad altri blasonati filoni, perda, come naturale conseguenza, in termini di genuinità e di specimen. Tutt'altro. Questo pezzo ha la capacità di tenerti inchiodato all' hi-fi dal primo all'ultimo secondo, i suoi quattro minuti di durata hanno il potere di scorrere via talmente veloci e godibili da sembrarti la metà. L'esplosione del power-chord iniziale è terrificante per impatto dinamico e imprevedibilità, così come il cantato istrionico e teatrale di un Halford sensazionale, e trasportano letteralmente l'ascoltatore in un'altra epoca, un'era lontana e fantastica, immaginaria, in cui è possibile udire il monologo di un giustiziere bardato pronto a punire il genere umano per le sue malefatte e a difendere a oltranza chi lo merita. Senza forzare troppo le interpretazioni, è lecito vedere, in questo brano, sia a livello testuale che musicale, impercettibili prodromi di quelli che sarebbero stati gli stilemi di Painkiller. La strofa, marziale e serrata, procede come un rullo compressore, ammantata però di una melodia che non fa che accentuarne l'aspetto più squisitamente epico, con un Halford che sui finali tocca picchi altissimi e squillanti. "Uno schiocco di frusta riecheggia nell' aria, nessuno osi imbrogliare il giustiziere, il più meschino rimasto in vita. Un terremoto (ed un assordante effetto tuono ne enfatizza il fragore), capace di scardinare la scala Ritcher, al quale è inutile opporre resistenza. Più si resiste più si soffre atrocemente". Le chitarre, spavalde e incontenibili, avanzano in modalità "distruzione sistematica", Hill e Holland sono poco più che due comparse, tanta è la potenza che producono le due asce. Il giustiziere prosegue nei suoi proclami autocelebrativi: "Sto risplendendo di gloria, c'è il tuono nelle mie vene, nulla è prima di me né dopo di me. Perché io rimarrò per sempre". Un anthem altezzoso e borioso, ma nel contempo solenne e terribile, che sfocia nell' altrettanto terrificante refrain, in cui il guerriero dichiara di essere appunto "duro come il ferro e tagliente come l'acciaio. Egli non si ferma davanti a nessuno, la sola cosa da fare è inginocchiarsi e chiedere pietà". Senza il minimo calo di tensione, in un continuum letale di potenza distruttiva, si passa alla seconda strofa, nella quale il Campione continua a profferire le sue sinistre minacce: "sono intoccabile, freddo come il ghiaccio, trasformerò il tuo sangue in acqua, soffocato dal mio stesso vizio. Sono un'onda d'urto in grado di ridurre le ossa in polvere. Stai giocando con un campo minato, quindi aspettati il peggio". La ripetizione del refrain apre ad un intermezzo vocale dai toni epici, maestosi, solenni, in cui viene chiarita una volta per tutte e in maniera definitiva la forza devastante e la blasfema pericolosità del giustiziere. La sola cosa che gli sentiremo urlare, mentre distrugge e uccide, è vittoria... vittoria! Altro momento topico di un brano straordinario, l'assolo offerto dalla premiata coppia Downing/Tipton, un fraseggio selvaggio e furioso nella prima parte, epico e maestoso nella seconda; un rapido e continuo passaggio di testimone che ci consegna un momento solista molto affine, per certi versi, ai funambolici duelli di un'altra celebre coppia d'asce, la teutonica Hansen/Weikath, che proprio in quegli anni spopolava. Il brano ritrova il suo incedere distruttivo, quasi a rendere materialmente l'idea delle truci azioni del guerriero, e si conclude con le reiterate minacce del refrain. Unica pecca di questo pezzo, ahimè, l'utilizzo della drum machine.

Blood Red Skies

L'apertura della B side è affidata a Blood Red Skies (Cieli rosso sangue), pezzo struggente e dall'aura decadente. I riflessi intimistici, ai quali pure i Priest ci hanno abituati durante la loro carriera, trovano qui una delle loro più alte e suggestive espressioni, in un ensemble testo/musica in cui la predominanza di toni drammatici è espressa in maniera magistrale. Le note malinconiche delle chitarre, coadiuvate da soffusi suoni di tastiera, accompagnano Halford in un cantato dai toni epici e dalla melodia sontuosa. Tristezza, tanta tristezza, percepibile sin dalle prime battute del brano, rese un tantino apatiche soltanto dalla drum machine, "colpevole" di un suono davvero troppo freddo e plastificato, ma per fortuna non in grado di inficiare più di tanto le atmosfere oniriche del brano. Halford e soci ci accompagnano in uno scenario decadente, fatto di immagini crepuscolari, città semidistrutte, fumi che si addensano nelle tenebre. Un'umanità messa in ginocchio dall'ennesimo conflitto - non è dato sapere se di natura nucleare o meno - un'umanità che, per raggiungere i propri scopi autarchici e di sottomissione, non disdegna l'uso di automi, progettati, programmati e costruiti per recare morte, obbedendo ciecamente agli ordini dei loro padroni "umani". Una volta raggiunti i propri scopi, la casta dominante, senza alcuno scrupolo, programma l'autodistruzione dei cyborg di cui si è servita. Ed è proprio su questo struggente sentimento di rivalsa misto a tradimento che è incentrato il tema di queste lyrics. Una sorta di Terminator "umanizzato" che, a causa delle continue frequentazioni con gli uomini, finisce con l'assumerne tutte le caratteristiche emotive, per cui, una volta resosi conto che sta per essere distrutto da altri infallibili cecchini simili a lui, attua una lotta ad oltranza per la sua stessa sopravvivenza. La voce di Halford è quella sognante, evocativa e possente di un cantore contemporaneo, tutto intento nel farci toccare con mano la imminente, probabile tragedia che il robot si appresta a vivere. Le chitarre tessono trame lussureggianti, ed in particolare, al minuto 3:38, danno vita ad un'armonizzazione da pelle d'oca in cui ai toni epici e cupi fa da contraltare lo sfavillio vocale di Rob, che sui finali di refrain tocca note inimmaginabili. Quello dell'umanizzazione delle macchine create dall'uomo è il tema principale dei "deliri" letterari di Isaac Asimov, uno dei più grandi scrittori di fantascienza del novecento, qui messi magistralmente in musica dai padrini dell'Heavy. Le rivendicazioni del cyborg, miste al suo fortissimo impeto nell'opporre strenua resistenza alla crudeltà e all'opportunismo umano, animano il break centrale in cui il solito Halford disegna linee vocali da brivido, intense e coinvolgenti, prima che un meraviglioso assolo ci inebri letteralmente i sensi con il suo pathos e la sua carica adrenalinica. Tipton e Downing, menestrelli suburbani da combattimento, la folgore risiede nelle loro chitarre! I propositi dell'automa sono fieri e commoventi nella loro carica drammatica. Non lo avranno, non lo spezzeranno, non si arrenderà mai, combattendo sotto i cieli rosso sangue del tramonto benché sia certo della sua imminente distruzione. Gli inarrivabili acuti del Metal God sanciscono il fade finale del brano, quasi a rendere materialmente l'idea della fine prossima del cyborg.

I'm a Rocker

Il mid-tempo roccioso e granitico di I'm a Rocker (Sono un rocker), settima traccia del platter, ci riporta in territori più congeniali al codice genetico dei Nostri, nella duplice valenza di musica e di testi. Il power chord iniziale non lascia spazio a indugi circa le intenzioni dei Priest di dar vita ad un altro memorabile anthem, con chitarroni compatti e ruggenti in bella mostra ed un Holland (finalmente), più che mai deciso a lasciare un'ottima impronta di sé con pattern schiacciasassi. E in effetti la sezione ritmica risulta marziale, tanto è energica e cadenzata nell'incedere, mentre il perfetto connubio tra potenza e melodia, indiscutibile marchio di fabbrica della band, trova qui uno dei suoi picchi massimi. Di quelli uditi su Screamig o Defenders, tanto per intenderci. La prestazione vocale di Halford è, nemmeno a dirlo, impeccabile, pur non sfociando stavolta in acuti da far drizzare i capelli, ma adeguando le modulazioni al generale andamento delle strofe e dei bridge, qui meno impetuosi che altrove. Come si evince facilmente dal titolo, siamo al cospetto dell'ennesimo episodio autocelebrativo del quintetto di Birmingham, il quale si concretizza in un comparto lirico dalla spavalderia inaudita in cui, senza mezzi termini, la figura del rocker assurge ai più alti ranghi della vita, a trecentosessanta gradi. Tutto quanto di più bello e nobile e che valga la pena di provare, il rocker lo ha conosciuto, toccato con mano, ne ha fatto esperienza diretta. Esperienza in virtù della quale egli sa che nessuno potrà mai portargli via il suo patrimonio. Egli vive sempre al limite, senza privazioni di nessuna natura, fa e dice sempre ciò che vuole, come viene sottolineato nel refrain. Delirio di onnipotenza o semplice, oggettiva realtà? Provate a chiederlo a chi ha avuto il privilegio di far cantare con sé milioni di persone, scolpendo nelle loro memorie e nei loro cuori sensazioni indimenticabili, come incise nella pietra. Vivere ogni giorno come fosse l'ultimo senza pentimenti e non guardandosi mai indietro. Vivere avendo come unico scopo il R'n R. Minuto 1:49 dei 3:55 totali: mr. Glenn Tipton sale in cattedra sfoderando un micidiale assolo, una prova esemplare di tecnica raffinata mista alla genuinità di un diamante grezzo. Il tutto prima che Rob si lanci in un break vocale dai toni maledettamente epici, in cui ci chiarisce ulteriormente le idee: essere un rocker è una condizione alla quale, pur volendo, non si può rinunciare, perché la si porta nel sangue. Ed egli non cambierebbe niente del suo stile di vita, anche potendo. Non ne ha e non ne avrà mai abbastanza. Quando la strofa e il refrain riprendono il loro corso, con le loro esplicative dichiarazioni d'intenti, abbiamo appena il tempo di ascoltare le asce di Glenn e K.K. ruggire fiere e fiammanti nel fade conclusivo.

Johnny B. Goode

Ci hanno provato in tanti a coverizzare il brano da cui tutto ha avuto origine, in tanti davvero. Mi limiterò a citare, giusto per fare qualche nome, Jimi Hendrix, Deep Purple, AC/DC, perfino Elvis Presley, ma la versione di Johnny B. Goode offerta dai Priest ha davvero del sensazionale. So che forse mi attirerò le ire dei puristi del R'n R incontaminato e senza compromessi, e so anche che questa riproposizione non ha mai goduto di particolare simpatia da parte dei sostenitori tanto dell'immenso Berry, quanto dei Priest. Paradosso assoluto, poiché, a mio parere, essendo al cospetto del padre del Rock e di quelli dell'Heavy, quel che viene fuori è una song estremamente affascinante, proprio per la commistione di due generi tra loro molto diversi (il che fa riflettere molto sul mastodontico lavoro svolto dai Priest in fatto di "epurazione" del metal dalle sonorità rock/blues da cui pure proprio il metal ha tratto origine). I Judas Priest, e lo hanno già dimostrato, ad esempio, con la meravigliosa cover di Diamonds And Rust di Joan Baez su Sin After Sin, o di The Green Manalishi dei Fletwood Mac su Killing Machine (bonus track), hanno la straordinaria, immensa capacità di fare proprio ogni brano che decidano di riproporre, arricchendolo di tutte le peculiarità tipiche del loro sound, senza però perdere troppo di vista l'humus originario del pezzo proposto. Nel caso specifico, invece, la critica maggiore mossa ai danni del combo britannico è proprio quella di aver eccessivamente metallizzato il brano di Berry, snaturandolo dunque oltremodo. Ovviamente, per quel che mi riguarda, trovo eccellente la versione dei Priest proprio per come riescono a personalizzarla e renderla "diversa" dall' originale, al punto che, ove vi fosse al mondo chi non conosca il celeberrimo pezzo di Berry, potrebbe tranquillamente prenderlo per un brano dei Priest. Il main riff che lo percorre è di una potenza assoluta, così come i nitidi e possenti scream di Halford, quanto di più distante possa esserci dalle vetrose rasoiate dell'ugola del compianto Chuck, perennemente percorse e inumidite da dell'ottimo Scotch. Una versione all'insegna dell'heavy, dunque, senza se e senza ma, con chitarre poderose e ruggenti a fare bella mostra di sé. Già, proprio la chitarra, il protagonista indiscusso della song, al pari del suo possessore - Johnny B. Goode appunto - che partendo dalla capanna di legno delle sperdute pianure tra Louisiana e New Orleans, con il suo strumento conservato in un sacco di liuta, arriva in città alla ricerca della fama e del successo. Fama e successo che non si può dire non gli abbiano arriso. In ogni angolo del mondo, tutti avrebbero saputo chi era quel ragazzo, ognuno avrebbe toccato con mano l'importanza epocale della sua impresa. Quel che reputo davvero strabiliante della cover in questione, poi, è l'assolo centrale, che muovendo da presupposti blueseggianti (certo, assai più rudi e grezzi) per mano di Downing, cambia letteralmente pelle nella seconda parte, in cui sia lui che Tipton danno vita ad un sontuoso intreccio chitarristico dalle venature epiche e solenni. Aspetto che cozza un po' con la natura estremamente stradaiola del brano, ma che testimonia, una volta di più, della sorprendente duttilità espressiva e della capacità dei Priest di personalizzare ciò che non è loro. Ma si può poi dire che Johnny B. Goode non sia un patrimonio inestimabile di chiunque si identifichi in un certo tipo di musica? Onore quindi ai Judas Priest per aver dato vita ad una cover "diversa". Era una scelta rischiosa, che richiedeva coraggio e assunzione di responsabilità. A mio giudizio hanno superato a pieni voti la prova.

Love You to Death

Bisognava arrivare a Love You to Death (Amarti sino alla morte), nona traccia, per incappare nel primo e unico brano del platter a far registrare un lieve calo di tensione rispetto a tutto il resto del corpus. Niente di preoccupante, sia chiaro, si tratta soltanto di un brano con una più alta percentuale di prevedibilità, evidente più che altro a livello testuale, essendo il pezzo un ulteriore resoconto, con annesse sensazioni emotive, di un'esperienza omosessuale del buon Rob come non se ne vedevano da "Defenders". Il testo si serve di immagini forti, sebbene lontane dai limiti di pudicizia toccati in altri brani; resta pur sempre un testo assai piccante e particolareggiato in talune descrizioni, in cui, la fisicità dei contenuti delle strofe viene in parte mitigata da un lieve cenno di sentimentalismo nel refrain, in cui Rob dichiara apertamente al suo amante che lo avrebbe "amato sino alla morte". La voce del Metal God risulta in questo brano particolarmente graffiante e piuttosto aggressiva, quasi a voler rendere concretamente l'idea della carnalitá del rapporto, salvo poi "pulirsi" ed innalzarsi nel refrain, che ritengo il vero punto di forza di questa traccia. Il ritmo, abbastanza serrato, deve quasi tutto alle galoppate chitarristiche delle due asce e al basso pulsante di Hill, qui in vero spolvero, mentre bisogna fare nuovamente i conti con l'incomprensibile scelta della drum machine. È un pezzo concepito, scritto e musicalmente diretto da K. K. Downing: suo è il riff, sabbathiano fino al midollo, e, soprattutto, suoi sono i due assoli. Quello centrale, una vera e propria scudisciata, selvaggia e furiosa quanto basta, con forse qualche "fischio" di troppo, e quello di chiusura, leggermente meno sguaiato. Non occorre dilungarsi più di tanto sulle sensazioni che inebriano i sensi dei due amanti, mentre meritano sicuramente menzione i micidiali e squillanti acuti di Halford che, a partire da un terzo circa dell'opera e sino alla conclusione, si cimenta in un esaltante susseguirsi di scream in cui tocca note altissime, come da copione, in cui fa però un deciso capolino uno stridulo falsetto. Viene così liquidato un brano che non tocca picchi eccelsi di epicità, ma che è pur sempre ottimo esercizio di mestiere da parte dei Nostri.

Monsters Of Rock

La chiusura dell'album non avrebbe potuto essere più travolgente. Monsters Of Rock (Mostri del Rock) è una marcia trionfale, epica e solenne, uno di quei brani che non hanno bisogno di chissà quali sofisticati artifici stilistici per mostrare la grandezza di chi lo ha partorito. È infatti un mid-tempo pesante, oscuro, asfissiante nell'incedere e dal mood morboso. Il suono delle chitarre, eccezionale per arrangiamenti, è un continuo, incessante fendente che lacera il brano dal primo all'ultimo secondo, mentre qui Halford, mantenendosi su toni piuttosto bassi, vista anche la natura del brano, riesce a conferire alle strofe un'aura tremenda, a tratti terrificante. Il testo è una sacrale apologia della musica alla quale la band si è votata anni prima: il Rock. Con incedere pachidermico, impresso dai colpi secchi e pesantissimi di Holland sul suo drumkit, viene narrata, tra slanci autocelebrativi e fantasiose iperboli, la genesi del Rock. La sezione cadenzata ritmica trasuda una potenza tale che pare realmente di sentire avanzare verso di noi una montagna. Il verbo del Rock vide la luce in tempi assai remoti. Il seme divenne embrione (il riferimento all'evoluzione e al superamento della lezione sabbathiana è più che mai palese), e il messaggio si diffuse come un travolgente contagio, di bocca in bocca, in ogni angolo della terra, e la cosa iniziò a crescere e a sfuggire di mano. Dal grigio e dal sudiciume delle giungle di cemento, esso è cresciuto a dismisura diventando un mostro, il Mostro del Rock, che non può essere fermato, arginato o distrutto. Il contagio del morbo, di cui proprio i Priest sono stati la causa generante, è ormai un fenomeno consolidato. Il Mostro non si sarebbe mai fermato, egli ha giurato di raggiungere la vetta più alta. Non vi è un attimo di tregua, il pezzo non concede pause di riflessione né un istante per rifiatare, la sensazione di apnea è perenne, incessante. Non vi è un solo cenno di leggiadria o di solarità, all'interno di questa struttura sonora semplice ma dannatamente opprimente. Il Mostro non lascia scampo, egli ha condotto sino a noi il suo suono attraversando i mari, ed alla fine è giunto dinanzi ai suoi accoliti: milioni di teste ruggenti diventate pazze ascoltando l'incredibile spettacolo sul palco. L'ossianico refrain è stavolta il preludio ad un assolo di Tipton, di quelli che generano brividi e fanno gelare il sangue. La sua chitarra incandescente sembra essere stata forgiata nelle stesse fiamme dell'Inferno, tanto è lugubre il suono che ne fuoriesce e freddo il feeling che crea, mentre Downing completa le armonie accentuandone la componente epica. Una certa aura di malvagità è percepibile lungo tutto l'arco del brano, un brano che procede imperterrito nella sua regale e maestosa fissità, consegnandosi alla storia del Metal e sancendo l'epilogo di un capitolo importante (nonostante tutto) della discografia dei Priest.

Conclusioni

"Ram It Down" non è un capolavoro, è bene sgomberare sin da subito il campo da equivoci. Ben altre caratteristiche oggettive confluiscono nell'accezione semantica del termine succitato, prima fra tutte la capacità, da parte di un artista, di soddisfare in toto determinati canoni stilistici ed espressivi, coniugandoli con apporti di innovazione che non vadano ad inficiare l'appartenenza dell'opera ad un preciso genere. Analizzando l'iter discografico dei Priest, scopriamo che ben poche volte il combo di Birmingham è rimasto invischiato nei pantani dello stantio o del già sentito. Poche volte, la prima delle quali forse proprio con questa release. E già, perché se è vero che "Turbo" ha rappresentato un episodio molto sui generis nella carriera della band, non gli si può certo imputare uno scarso feeling in termini di innovazione. Mai nessuno prima dei Priest, infatti, aveva tentato la strada della commistione e dell'interazione tra soluzioni stilistiche provenienti da determinati generi tra loro diversi, creando ibridi affascinanti o, quantomeno, affascinanti per qualcuno. Con "Ram It Down" invece la band, nel tentativo di recuperare il terreno perduto, mette in atto il progetto, riuscitissimo, di riappropriarsi della sua creatura prediletta, l'heavy metal. Nel farlo, però, per la prima volta nella sua veneranda storia (con la sola, logica eccezione dell'acerbo "Rocka Rolla", che davvero non può far testo), incappa in quel sofisticato e tendenzioso meccanismo che porta talvolta anche i più grandi a non sapersi reinventare. A ben vedere, infatti, proprio l'album in questione rappresenta l'unico tassello, del fantastico mosaico priestiano, che non presenta componenti innovative ma si mantiene su standard più che mai consolidati, oltre che già tracciati. Va detto, a onor del vero, che il periodo in cui l'opera vede la luce non è dei più propizi al clima metallico in senso stretto. Siamo sul finire del decennio ottantiano, e la NWOBHM,ha già quasi del tutto esaurito la sua carica "letale". L'Heavy Metal, attaccato e indebolito dal suo interno da fazioni ribelli come il Glam e l'Hair, prestava notevolmente il fianco al vero grande nemico d'oltreoceano, il Grunge. In questo clima di generale instabilità, una band come gli Iron Maiden era riuscita a dare alle stampe la sua opera più complessa ed elaborata, quel "Seventh Son Of A Seventh Son" che, non disdegnando intromissioni prog, avrebbe costituito il canto del cigno del gruppo londinese, perlomeno per quel che concerne un certo tipo di sonorità. Oppure basti pensare a dischi del calibro di "Operation: mindcrime" dei Queensryche o di "Trascendence" dei Crimson Glory, licenziati nel medesimo anno, per rendersi conto di quanto i Priest e il loro "Ram It Down" fossero indietro rispetto ad alcuni dei loro rispettabilissimi colleghi. In tutti e tre i casi, infatti, abbiamo a che fare con veri e propri capolavori rimasti ineguagliati, se non per i Queensryche, che col successivo "Empire" riuscirono nell'impresa di eguagliare, se non addirittura superare, i fasti del predecessore. Mi sono limitato a soli tre esempi, oltre che per evitare di dilungarmi oltremodo, soprattutto perché ritengo che i tre nomi fatti, con annesse release, bastino da soli a spiegare l'entità del fenomeno. E i Priest? Dove sono stati i padrini del Metallo proprio in quei due, importantissimi anni? (1986-1988). È quantomeno singolare il fatto che proprio loro si siano presi una sorta di pausa di riflessione, decidendo di tirare un attimo il fiato dopo un trittico da paura come "British Steel"/"Screamig..."/"Defenders", prima di preparare l'assalto finale con "Painkiller", probabilmente la sintesi estrema dell'Heavy Metal, il disco finale per antonomasia. "Ram It Down", stando abbondantemente due spanne sopra il precedente album, resta un ottimo disco heavy, suonato, prodotto ed interpretato in maniera magistrale, ed ancor oggi, a distanza di molti anni, fatico a comprendere lo snobismo e la discriminazione di cui è stato fatto oggetto. Forse dai Priest è sempre lecito attendersi il massimo, e magari risiede proprio in questo eccesso di aspettative, l'avversione riservata alla release proprio dalla stessa band. Quasi fosse inconsciamente consapevole di poter fare assai meglio? quasi sapesse, nel profondo del proprio animo, che ben altra gloria e ben altri fasti aveva in serbo. Ciò, ovviamente, non è affatto sufficiente come motivazione per spiegare lo scarso successo, commerciale e non, di un disco eccellente. Il valore oggettivo di "Ram It Down" resta di per sé molto alto, e viene minato alla base solo e unicamente dal paragone con altri dischi coevi, con il recente passato della band o con l'immediato futuro. A mio giudizio questo è un album che si piazza esattamente a metà strada tra "Defenders", di cui riprende sonorità e tematiche, e proprio il successivo "Painkiller", di cui precorre soluzioni e stilemi. Fortunatamente, come spesso accade, il disco ha goduto di una certa rivalutazione, dovuta in parte all'immissione sul mercato, nel 2001, di un'edizione re-masters che ha avuto l'innegabile pregio di far avvicinare alla band intere schiere di nuove leve, attratte dal fascino di un monicker tanto pesante quanto "scomodo", oltre che  quello di stimolare nuovamente la curiosità sopita di tanta parte di fan di vecchia data, se non altro per il fatto di poter riascoltare un album uscito sul finire degli anni ottanta, rivisitato alla luce di una veste sonora più moderna. Album assolutamente da possedere, e non solo, da ascoltare senza pregiudizi di sorta, perché merita, merita davvero tanto. 

1) Ram It Down
2) Heavy Metal
3) Love Zone
4) Come and Get It
5) Hard as Iron
6) Blood Red Skies
7) I'm a Rocker
8) Johnny B. Goode
9) Love You to Death
10) Monsters Of Rock
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