JUDAS PRIEST

Point of Entry

1981 - Columbia

A CURA DI
FABIO FORGIONE
10/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Il settimo album dei Preti di Giuda, "Point Of Entry" (ottavo se si considera il live album "Unleashed In The East") non passerà certo alla storia come un capolavoro memorabile della band. Tutt'altro. Faccio subito una premessa fondamentale: il sottoscritto non è mai riuscito, malgrado immani sforzi, ad accettare più o meno pacificamente una release che, lungi dall'essere considerata una (vogliamo chiamarla) opera di transizione, per il solo fatto di essere collocata esattamente al centro tra due colossi epocali come "British Steel" ed il successivo "Screaming For Vengeance", avrebbe se non altro potuto essere più "onesta". Ed invece, assume i connotati di un vero e proprio filler. Andiamo per gradi. Sin dal disco d'esordio, quel timido e acerbo "Rocka Rolla" pubblicato nel 1974, i Judas Priest sono sempre stati debitori nei confronti delle sonorità cupe e oscure dei Black Sabbath,condite però dal blues spensierato dei Blue Oyster Cult, due bands alle quali, per loro stessa ammissione, essi si sono sempre ispirati. Aggiungendo però al loro sound elementi che, sia pure in fase di gestazione, sarebbero andati, evolvendosi di volta in volta, a costituire la linfa vitale di quell'Heavy Metal che proprio da loro trae origine. Un cammino, se vogliamo, nemmeno tanto lungo, visto che il successivo "Sad Wings..", pubblicato appena due anni dopo, era già un'opera matura, ritenuta dai più, a giusta ragione, un autentico capolavoro della discografia della band. Di lì in poi un iter a dir poco inarrestabile, fatto di pezzi memorabili e hits mozzafiato, che li ha portati a partorire, nel 1980, un album sensazionale e rivoluzionario, come "British Steel". E qui, paradossalmente, proprio quando le tavole della legge metallica sembravano essere state incise indelebilmente dai profeti dell'acciaio, assistiamo ad un brusco dietrofront in termini di sonorità ed incremento innovativo. Un vero e proprio calo d'ispirazione, oserei dire, correndo il rischio di apparire anche fin troppo severo nei confronti della band. Eppure, oggettivamente parlando, le song contenute in questo platter non sono neanche brutte. Semplicemente non sembrano pezzi dei Judas Priest, perlomeno per come ci eravamo abituati ad ascoltarli. È come se avessero deciso di scorporare dal corpus compositivo la peculiarità "metallica", prediligendo l'aspetto guascone e scanzonato del R'n R. La release pullula infatti di pezzi "leggeri" come "Don't Go", "Hot Rockin' " (che rappresentano, insieme alla validissima "Heading Out To The Highway", due dei tre singoli di lancio del full, con annessa videoclip), "You Say Yes", "Solar Angels", "Turning Circle", brani dall'elevatissimo appeal radiofonico che rendono la band letteralmente padrona dell'airplay statunitense, a testimonianza di una concreta volontà di conquistare il mercato d'oltreoceano, utilizzando gli ingredienti più congeniali all'ascoltatore americano. Brani oltremodo rockeggianti, ritornelli semplici e diretti, melodie orecchiabili e chitarre quasi del tutto prive di fuliggine e cattiveria. Sarà stata la location della produzione, scelta dall' onnipresente Tom Allom in concomitanza con i Nostri: l'assolata Ibiza (a causa del basso budget messo a disposizione dalla "Columbia", malignò qualcuno), con le sue auree spiagge, i suoi arditi bikini, le ripetute serate ad alto tasso alcolemico,i suoi ritmi di vita sonnecchianti ed epicurei (insomma, non proprio la desolata e "totally british" magione di Ringo Starr).Fatto sta che questo "Point Of Entry" suona eccessivamente soft e assolutamente privo di rabbia e impeto distruttivo. Del resto, altre "voci di corridoio" volevano i Judas Priest decisamente intenzionati a "sfondare" in questo senso: ovvero, quello della radiofonia, cercando in tutti i modi di piazzare qualche altra hit in classifica. Il tutto era infatti scaturito dall'enorme successo riscosso da "Living After Midnight" e "Breaking the Law", contenuti negli album precedenti. Brani semplici e diretti, che in breve tempo conquistarono il cuore degli ascoltatori e rimasero a lungo in vetta alle charts di tutto il mondo. Un trend che i Nostri, a quanto sembrava, non volevano invertire. Anzi, volevano a tutti i costi confermare questa loro abilità di raggiungere l'ascoltatore, a prescindere dai suoi gusti musicali. Assaggiato quel tipo di successo, insomma, i Priest furono spinti a volerne ancora. Come molti gruppi inglesi dell'epoca, dopo tutto: la scalata alle radio, qualche anno più tardi (verso il 1988) venne infatti tentata in maniera ancor più spregiudicata dai loro connazionali Saxon, i quali "esagerarono" il concetto di "easy listening" pubblicando il controverso "Destiny". Senza contare, tornando oltreoceano, che esattamente due anni prima dei Judas Priest, anche i KISS avevano cercato di accaparrarsi un pubblico maggiore con la pubblicazione di "Dynasty". Un incredibile successo di vendite, che tuttavia portò alcuni dei fan storici ad allontanarsi dal gruppo di Simmons e co., a causa dei troppi ed eccessivi riferimenti alla disco music (per chi era cresciuto con brani come "God Of Thunder", dopo tutto, "Sure Know Something" dovette essere un brutto rospo da buttare giù). Due parole meritano di essere spese per la cover: un indefinito ed inquietante tramonto rosso fuoco su sfondo nero, per quel che concerne l'edizione europea; una improbabile e male riuscita "route 666" spezzata in due da una banda blu per ciò che riguarda invece l'edizione destinata al mercato americano e nipponico. Come sempre allora,addentriamoci nel track by track,dimenticandoci però a priori chitarre duellanti e ritmiche telluriche,assistendo invece ad una prova strabiliante del gran cerimoniere a nome Rob Halford, vero e proprio valore aggiunto dell' intero lotto, e ormai tutt'altro che una sorpresa.

Heading Out To The Highway

Apre le danze "Heading Out To The Highway (Uscendo dall'autostrada)", un mid tempo sobrio ma coinvolgente, costruito intorno a un riff semplice ma ammiccante quanto basta per rendere il pezzo un classico da live show, nonostante tutto; e caratterizzato da una ritmica decisa, che attraversa per intero i tre minuti e cinquanta di durata del brano. Le due strofe scivolano via leggiadre che è un piacere, all' insegna di quella giocosa e solare esuberanza che marchia a fuoco l'intera release, e le linee vocali di uno straordinario Halford (si vedano a tal proposito gli acuti sui finali di strofa e le sfavillanti impennate del refrain) ammantano il pezzo di una classe sopraffina e spavalda. L'assolo è convenzionale; come dicevo, le chitarre sin qui infuocate dei due axemen non ruggiscono, ma tracciano morbide iperboli, atte a colorare oltremodo un pezzo decisamente hardrockeggiante, ma che vive di una melodia azzeccatissima, e che lo colloca, a mio avviso, tra i migliori pezzi del lotto (che, a esser generosi, non sono più di tre). Speculare la ripresa della strofa che va a concludere così il biglietto da visita di questo controverso "Point Of Entry". Il pezzo, a dispetto del suo modus lieve e scanzonato,trasuda una maturità intellettiva non comune. La band affronta, servendosi della metafora dell' autostrada, il tema della massificazione e dei comportamenti convenzionali che tante, troppe persone assumono talvolta nella vita. Quando si segue il gregge è difficile andare controtendenza ma, ove ciò accadesse, l'incauto protagonista dell'evento, diverrebbe bersaglio prediletto dei moniti, dei giudizi malevoli, delle atroci critiche provenienti da coloro i quali, sino ad un attimo prima, erano complici silenziosi delle medesime azioni di chi, per pura casualità, o per una sorta di inconscia ribellione a certi schemi piatti e ingannevoli, ha "sbagliato". È proprio in quel momento che, prendendo spunto dall' "errore", l'essere sociale diviene finalmente padrone delle proprie scelte e delle proprie azioni, uscendo appunto fuori dall'autostrada ed imboccando un cammino autonomo e pienamente consapevole. Un cammino però, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, che non si presenta privo di insidie, né immune da sbagli; la vita è una giungla piena di tentazioni e di difficoltà, ma agendo in maniera individuale, si ha se non altro la possibilità di porre rimedio in tempo utile all'errore commesso e di carpirne la dinamica. Del resto,non è importante (oltre che impossibile)non sbagliare, ma quel che conta davvero è saper reagire agli errori, evitando di ripeterli e traendone preziosi insegnamenti. In quest'ottica anzi, lo sbaglio diviene quasi indispensabile e geneticamente connaturato alla crescita interiore di ciascuno di noi. Quella di sbagliare diviene un'esigenza fondamentale per la nostra piena maturità e il nostro sviluppo interiore, e senza la quale, probabilmente, rimarremmo fermi allo stato primordiale della conoscenza, come fossimo esseri incompleti. Quel che conta è farsi trovare sempre pronti ad ogni evenienza e non farsi travolgere dagli eventi.

Don't Go

Un serrate i ranghi triangolare introduce la seconda traccia, quella "Don't Go (Non andare)" che ai più parve una riproposizione, se non altro nella impostazione ritmica della celebre "Motocicletta 10 HP" ("Il tempo di morire"), pezzo di fine anni settanta a firma Mogol/Battisti. E il paragone ci sta anche tutto, non fosse che, nel prosieguo, il brano assume i connotati del classico brano hard/blues, con tanto di chitarre, docili e sbarazzine, in evidenza; un bel drumming, ma siamo ai limiti della banalità, una melodia fin troppo catchy e ruffiana, il tutto condito dalla pur sempre straordinaria voce del Metal God. Il guitar solo posto a metà pezzo ci catapulta invece nel bel mezzo di atmosfere sfacciatamente U.S.A., in cui è lecito, oltre che scontato, immaginarsi ragazze in bikini che corrono su spiagge assolate o ai tanti ragazzini intenti a cavalcare insormontabili onde suo loro surf. Pezzo oltremodo diafano e leggiadro, che richiama alla mente i primi Skid Row. Ma, tant'è, il pezzo divenne una vera e propria Hit, letteralmente mitragliata dalle radio, nonché acclamata a gran voce nei live show. Il videoclip fece il resto, nel fornire un' immagine dei Priest piuttosto conforme ai cliché vigenti all'epoca, quella dei rockers goderecci, come si evince anche da alcune sequenze del suddetto filmato. Il testo, banale quanto basta a costituire il tappeto concettuale di una veste sonora di tal fatta, si risolve in una sorta di disperata esortazione ad una non meglio precisata amante, a non piantare in asso il protagonista delle lyrics, lasciandolo solo ed in balìa della sua personalità stravagante. Una figura, quella a cui viene rivolta la preghiera, che assume i chiari connotati dell'elemento di equilibrio e di raccordo all'interno delle dinamiche del rapporto di coppia. Non ultimo,il fattore sessuale. Anche per quel che concerne i contenuti, fortissima risulta l'influenza dell' hard 'n heavy made in U.S.A. Nulla più. A discapito di ciò che avevamo invece incontrato nelle precedenti lyrics, molto più profonde ed impegnate, in questo testo non troviamo altro che una "riciclata" storia sentimentale, destinata a non lasciare strascichi e per nulla intenzionata a farci riflettere su alcunché. Brano leggero e testo leggero, l'ennesima storia "mordi e fuggi" della quale si cerca di fornire un'immagine leggermente più "impegnata". 

Hot Rockin'

L'hard rock energico e compatto di "Hot Rockin' (Rockeggiando)", terza traccia del full, è certamente figlio delle sonorità settantine ma, a differenza dei due brani precedenti, qui è possibile riscontrare più di una (quasi impercettibile) reminiscenza "metallica". Sarà l'incedere rapido, sarà il riffing serrato, saranno le chitarre più vive e taglienti, ma nell'insieme questo brano non dispiace affatto, anzi. Certo, non stiamo parlando di un pezzo da novanta, ma un lieve accenno di headbanging non è ipotesi remota. Bello anche il momento solista, palese dimostrazione del fatto che, pur trovandoci dinnanzi ad un episodio scontatamente americaneggiante, quando hai nella band due chitarristi come Tipton e K.K., è sempre lecito attendersi prodigi. Normale amministrazione invece per Halford, il quale controlla e gestisce con mestiere un brano oltremodo lineare, costruito com'è su un riff semplice e su una ritmica vivace ma scontata. Così come piuttosto scontato appare il contenuto delle lyrics, una eloquente esortazione a vivere all' insegna della passione e del febbricitante impeto del rock. Tema alquanto abusato quello del voler mollare tutto per montare a bordo della propria Harley ed abbandonarsi alla baldoria, all'alcool e all'amore, senza freni e senza esitazioni, consapevoli anzi che la vita da rocker sia l'unica maniera congrua per dare libero sfogo alla propria personalità, altrimenti imbrigliata e non libera di manifestarsi in tutto il suo slancio emotivo. Insomma, un "cantico della ribellione" come ne avevamo già incontrati mille, lungo la storia del Rock dalle origini sino all'anno di uscita di "Point..". Un'esaltazione dell'edonismo  propria di un gruppo che, in questa sede, sembra non più interessato a parlarci di Jack The Ripper, delle polverose strade londinesi, dei Metal Gods che presto conquisteranno la terra. Non più. I Judas Priest di "Point Of Entry" hanno cambiato registro e sono intenzionati a mostrarci, unicamente, come ci si diverte. Scadendo troppo spesso in liriche però "riciclate" e per nulla "personali". Non v'è dubbio che gli inglesi avessero avuto modo, in molte occasioni, di spassarsela alla grande fra un concerto ed un altro. Tuttavia, leggendo testi come questo, di "personale" non troviamo nulla, e potrebbero benissimo descrivere una qualsivoglia rock band all'apice del suo momento di gloria.

Turning Circles

"Turning Circles (Sterzata)", segna un deciso ritorno ad un sanguigno hard rock, col suo bel riff sparato in primo piano e un drumming corposo ma senza strafare. L'incedere in crescendo della strofa sfocia in un refrain imponente e per nulla prevedibile, soprattutto se calato nella tipologia specifica del brano, con le chitarre a ricamare poderose trame sul finale dello stesso. Ma a fare la parte del leone in questo brano è Halford, con la sua timbrica possente e a tratti ruvida, il quale,soprattutto nel break centrale caratterizzato da un assolo a forti tinte blues, si lascia andare a spavaldi vocalizzi e acuti a perdifiato. Per poi riprendere, subito dopo, ad interpretare canonicamente la strofa di chiusura. Un pezzo che mette in luce un contenuto finalmente più incline alla riflessione e dall' intento" didascalico". Se fosse possibile ripercorrere la nostra vita a ritroso, quasi come guardandola in una pellicola, la maggior parte di noi si accorgerebbe dei tanti errori commessi, che stavano per mandare in rovina la vita stessa. Col giusto tempismo e la dovuta intelligenza è invece possibile raddrizzare la situazione, in tempo utile prima che degeneri irrimediabilmente. Per raggiungere lo scopo prefissatosi, è indispensabile, talvolta, un certo cinismo, nell'escludere dalla propria vita. Anche quando, affettivamente coinvolte, ci si oppongono tutte quelle persone che, in un modo o nell'altro, sono a noi molto legate. Essere pronti, quindi, a combattere per noi stessi, per dare modo al processo di rinascita innescato di sbocciare definitivamente. Una scelta difficile e coraggiosa ma che, a conti fatti, ripaga. Una tematica che di certo non ti aspetti da cinque giovani ed esuberanti rockers, immersi nel sole e nella vita godereccia di Ibiza, ma che forse, proprio per questo, getta sulla band una luce ancor più affascinante.

Desert Plains

Giungiamo così alla quinta traccia, nonché brano di chiusura dell' A side, la blasonata "Desert Plains (Pianure desertiche)", riproposta quasi sempre in sede live e senza dubbio tra i migliori (se non il migliore) pezzi del lotto. Un brano finalmente profondo ed evocativo, sospeso a metà tra l'hard rock ed un certo metal che caratterizzerà i decenni a venire. Basti pensare, a tal proposito, a come gli Iron Maiden abbiano preso in prestito parte della ritmica portante della strofa per la loro "Ghost Of Navigator" (e parliamo di "Brave New World", album uscito ben vent'anni dopo). Il brano, grazie ad una bell'accoppiata batteria/chitarre, crea da subito un'atmosfera di attesa, che si dissolve non appena il riff emerge con tutto il suo fare coinvolgente. L'incedere è deciso e finalmente parti suonate e sezioni cantate non appaiono slegate l'una dall'altra, ma creano una sorta di mistica fusione, atta a conferire al brano un'aura quasi magica. Il ritornello, con la sua melodia semplice ma accattivante, è di quelli che si stampano subito in mente e che, logicamente, il pubblico intona all'unisono durante i concerti. La prova di Halford è strabiliante: parte quasi in sordina, con fare pacato e suadente, per poi crescere man mano d'intensità, a seconda del variare della sezione ritmica, giungendo a far esplodere letteralmente l'ugola in immensi acuti, da consumato istrione da palcoscenico. In verità tutto il pezzo vive di un continuo e costante crescendo sonoro, spezzato soltanto poco dopo la metà della sua durata, da un assolo di chitarra si interessante, ma un tantino scialbo se paragonato allo straordinario feeling del pezzo e che, paradossalmente, invece di completare il pathos dettato dalla melodia, appare piuttosto impersonale ed estraneo. Dopo il momento solista, la ritmica forsennata dell'accoppiata chitarre/basso riprende il suo iter, accompagnata dall'inarrestabile Halford, ed insieme, tra sfarzo e poesia, vanno a chiudere il brano. Poesia si, perché è di questa che si nutrono le bellissime lyrics di questo testo. Un uomo perdutamente innamorato che, a bordo della sua Harley, mettendosi in viaggio al calar delle tenebre, con la luna piena che si staglia brillante nel cielo nero, parte alla volta della sua amata, attraversando lande deserte e silenziose. Egli non teme sonno né stanchezza; il pensiero di abbracciare e baciare la sua amata, mischiato all'odore di bruciato degli pneumatici, lo tiene ben sveglio e vigile. L'attesa è interminabile, ma egli sa che, se vorrà averla, dovrà necessariamente attraversare le pianure deserte. Ora, per quanto il tema amoroso possa apparire alquanto abusato,oltre che banale, c'è da dire che il vero valore aggiunto a questo testo è dato dalla sorprendente capacità degli autori di ricreare magicamente, mediante l'uso di termini ed espressioni ad effetto, situazioni e momenti di pura alienazione emotiva. Chiudendo gli occhi e dimenticandomi per un attimo dei miei problemi, a me è capitato di immaginarmi effettivamente a bordo della mia Harley, di sentire i profumi della notte e il vento fresco lenirmi il viso, il rombo del motore accarezzarmi le gambe. Penso fosse proprio il preciso intento della band. Sentimento allo stato puro.

Solar Angels

Un riff coadiuvato da una batteria sincopata (dal quale i Maiden pescheranno a piene mani per la intro della loro "Tailgunner", nove anni più tardi) apre "Solar Angels (Gli Angeli del sole)", sesta traccia del platter e prima della B side. Brano piuttosto monotono, presenta una struttura semplice e quadrata, ricca però di atmosfere. Il cantato di Halford è perfettamente incastonato nella ritmica, scandendone i tempi e mettendone in risalto l'andatura. Non assistiamo alla benché minima variazione o ad un cambio di ritmo, anzi, l'incedere cadenzato ed angosciosamente uguale a sé stesso, crea una sensazione di fissità spazio/temporale che quasi aliena l'ascoltatore. Non si riesce a distinguere la strofa dal refrain, forse perché un refrain vero e proprio non c'è, ma il pezzo appare come un unico blocco armonico privo di soluzione di continuità. Halford è pigro e svogliato, ma non fa che adeguarsi alla non proprio esaltante sezione strumentale, riuscendo,se non altro, a spezzarne la monotonia con la sua classe, pur rimanendo su regimi da beginner. Così come di classe risulta il bello e lungo assolo centrale, interpretato in combinata dalla coppia Tipton/Downing. Un momento molto introspettivo ma non privo di un pizzico di velata malinconia e dai forti richiami blues. Subito dopo, come se nulla fosse accaduto, la strofa torna a compiere il suo noioso iter, fedelmente accompagnata dal sonnecchiante Halford e ci conduce al secondo guitar solo, molto simile al primo per esecuzione, meno per durata, posto proprio sul finale di pezzo. Il brano, dal punto di vista testuale, mette in scena una onirica e fantasiosa visione da parte degli autori. Il protagonista, alzando gli occhi al cielo, scorge colori, riflessi di luce, giochi di ombre che non aveva mai visto prima. Nell'aria vede serpeggiare strani infuocati bagliori, mentre un tiepido fluttuare d'aria annuncia proprio loro, gli Angeli Solari, esseri superiori e misteriosi che mai si sono mostrati ad occhio umano. Essi sono qui per noi, ma non si sa quali siano le loro intenzioni. Sembrano minacciosi, ma cosa vogliano in realtà non si riesce a dedurlo: mostrarci la strada verso la salvezza? Punirci spietatamente o osannarci? A noi, impotenti spettatori, non resta che immaginarli come benevoli, ma forse essi sono come i camaleonti, assumono cioè la fisionomia di chi li guarda. Del resto,non sono forse gli angeli la trasposizione etica e caratteriale di ognuno di noi? Scorporando da essi qualsiasi valenza religiosa, essi incarnano ideali di prenatalità che si uniformano a ciascuno di noi e ci guidano, ci consigliano, ci biasimano,ci approvano. Una visione fortemente laica, la sola che possa ritenere confacente alla filosofia e alla predisposizione mentale dei cinque ragazzi di West Bromwich.

You Say Yes

La successiva "You Say Yes (Hai detto sì)" fa registrare un deciso ritorno a sonorità hard rock, costruita com'è intorno a un riff semplice semplice e sorretto da un drumming abbastanza energico. La strofa è interpretata da Rob con voce piuttosto roca, che si "pulisce" soltanto in occasione del refrain, il quale riporta alla mente alcuni ritornelli dei primi Queen, ma con in più quel tanto di banalità a differenziarlo da una performance della mitica Regina. A circa metà dei tre minuti e mezzo di durata, possiamo assistere ad un rallentamento che se non pare preso pari pari da "Sinner", poco ci manca. Una chitarra e il basso tracciano linee oscure e ossessive nel loro ripetersi, mentre la seconda chitarra disegna fraseggi distorti che sfociano nel confusionario e breve assolo sul finire del break. Momento a cui fa seguito la ripresa del refrain che porta il brano alla conclusione. Un pezzo che, mi sia concesso, avrebbero tranquillamente potuto risparmiarsi, e che invece, tant'è, si staglia deciso nel bel mezzo del platter, in bilico tra bruschi cali di originalità e autocitazione. Un pezzo che non brilla nemmeno per songwriting testuale. Un non meglio precisato giustiziere/vendicatore, seduto davanti al suo bicchiere, in preda ai fumi dell'alcool, promette fuoco e fiamme. Egli si sente profondamente ferito, ma dal testo non si evince tanto chiaramente se dalla propria amata che lo ha mollato o da un ipotetico autore di uno "sgarro". In entrambi casi, un conto aperto, che va pagato e risanato, causa la perdita dell' onore. Tipica ambientazione che mette in mostra certa tipologia di "valori" tipicamente metropolitani assai in voga negli anni ottanta e in buona parte del decennio successivo, immortalati anche in decine di pellicole hollywoodiane.

All The Way

Anche la seguente "All The Way (In ogni modo)" pesca a piene mani nell'hard rock settantiano, riportando alla mente gli episodi più rocciosi degli Zeppelin e ritornelli tipicamente alla Thin Lizzy. Solo che in più c'è, in questo brano, una spolverata di heavy, componente che la band proprio non se la sente di metter completamente da parte. Il riff che la introduce scatena scariche di adrenalina, così come un po' tutta la sezione ritmica, fatta di chitarre dure e vibranti e di un basso pulsante. Le linee vocali del Metal God risultano, come sempre, potenti e precise, e trasudano classe da vendere. Degno di nota anche il chorus sul ritornello, la parte di brano che forse più ci rimanda al già citato rock seventies, mentre l'assolo è tipicamente r'n r oriented. Nulla di che, ma un pezzo che,riprendendo il solito leitmotiv, e andando a chiudersi in fade con la reiterazione del refrain, di sicuro si eleva qualitativamente rispetto al precedente, risultando estremamente godibile. Riguardo alle lyrics, è un altro pezzo in cui gli autori tessono le lodi di un uomo (nella seconda strofa viene per la prima volta definito come tale, ragion per cui è lecito pensare possa trattarsi di una fiamma di Halford).Questi è estremamente sicuro di sé, tanto da rasentare la spavalderia. Non teme niente e nessuno, e nel suo cuore porta "un leone pronto ad accendersi come un motore". Si muove sinuoso e affascinante, e pare abbia il mondo pronto a gettarglisi ai piedi ad uno schioccar di dita. Egli vuole tutto, e lo vuole sono in fondo, divenendo per il suo amante/ammiratore, quasi un'ossessione. Infatti egli è conscio del fatto che lui, se vuole, è libero appunto di scegliere chi vuole, e di lasciare il suo spasimante, reso cieco dalla gelosia, solo ed in preda ai deliri. Come è possibile arguire, siamo lontani anni luce dal songwriting di "Sad Wings.." o di "Stained Class..",  giusto per citarne due, e ciò è sintomatico di una volontà di "alleggerimento" su tutta la linea del modus compositivo. Vista la robusta distribuzione radiofonica di cui beneficiò il platter, sarebbe stata una scelta pseudo suicida, quella di tirar fuori testi violenti o di carattere esistenziale. Conquistare il mercato, in particolare quello statunitense, risultava cosa assai più semplice, con contenuti di tale natura.

Troubleshooter

Prendete un qualsiasi brano degli AC/DC, dategli una spolverata di Deep Purple (quelli di "Black Night") ed avrete ottenuto l'ossatura della successiva "Troubleshooter". Brano davvero privo di originalità per chi, solo un anno prima, irrorava di acciaio incandescente l'apparato uditivo di mezzo mondo. A mio giudizio il punto più basso dell'intera release, il brano ruota intorno ad un riff che sembra partorito da uno dei succitati gruppi. La strofa, nel suo incedere, ricalca appieno gli stilemi del R 'n R più intransigente, e il piglio di Halford pare anche encomiabile, sospeso com'è a metà tra tonalità ruvide e parti più nitide (nel ritornello). Ma è proprio nel refrain che cola a picco la peculiarità priestiana, fatta di anthem memorabili e chorus che ti si stampano nel cervello, per far posto ad un inaspettato tributo ai Canguri Australiani, che nemmeno la più accanita e innamorata delle cover bands. Nulla contro AngusScottJohnson e via dicendo,ma da chi ha forgiato il verbo metallico è lecito, doveroso attendersi ben altro. Ma non è "Point Of Entry" il posto giusto, questo lo si è capito fin troppo bene. Peccato, perché l'assolo ad opera di Tipton e K.K. è anche degno di plauso, e resta, a mio avviso, la parte migliore di un brano altrimenti davvero scialbo e impersonale. Così come ambiguo appare il testo, incentrato sulla smodata ammirazione/passione nei confronti di un "mediatore", il quale si fa carico di una sorta di rinascita interiore e di una impennata di autostima del protagonista. Come sempre, il messaggio è a tinte forti, e nell'esaltazione dell'omaggio reso al personaggio in questione, non mancano elementi ambiguamente piccanti, che lasciano pensare ad una "story" vissuta dal buon Rob, che finisce per considerare il suo partner come appunto un mediatore. Un mediatore verso una rivalutazione personale, che sopravvive sino allo sfiorire della passione. 

On The Run

Le chitarre svogliate del precedente brano, si ridestano improvvisamente dal letargo nella conclusiva "On The Run (In fuga)", brano che presenta davvero un ottimo tiro. Si torna se non altro a respirare un'aria un tantino più dura, con i bei riff introduttivi, coadiuvati dal basso vagamente pinkfloydiano di Hill, che detta nettamente i tempi, trascinandosi dietro i redivivi Tipton e K. K. Brano compatto e quadrato su cui impera incontrastata la voce di Halford, che torna finalmente ad impreziosire la composizione con i suoi acuti potenti e limpidi, mentre le strofe, acide e vetrose,lo vedono, come sempre, puntare dritto alla meta, senza fronzoli o esitazioni. A metà brano, dopo diverse e possenti ripetizioni del titolo, Rob lascia il testimone ai due axemen, autori di un bel momento solista a forti tinte hard rock. Ottima esecuzione, anche se siamo ben distanti dalle funamboliche iperboli e dai concitati fraseggi e dal gioco di fughe e riprese al quale i due ci avevano abituati. Eppure sono là, a dire la loro,e dopo l'assolo tornano a compattarsi nella consueta, rocciosa ritmica che, insieme ad Halford, porta il brano alla conclusione. In fuga, recita il titolo. E la fuga non può che essere intesa come fuga dal mondo reale e dalla dimensione della cosiddetta normalità. Chi è il responsabile di questa inesorabile escursione se non il Rock? La band, che già in passato si era più volte lanciata in esplicite dichiarazioni d'amore nei confronti della propria musica, torna qui a ribadire il concetto, arricchendolo di una componente quasi mistica. Esso è artefice di quell'alienazione che proietta chi la vive in una sorta di condizione di superiorità la quale, ovviamente, è appannaggio esclusivo di chi scelga di concedersi anima e corpo al genere musicale tanto amato, accettandone regole e dettami, senza compromessi e mezzi termini.

Thunder Road

Nell'edizione rimasterizzata di "Point of Entry", versione CD, è presente (oltre ad una riproposizione live di "Desert Plains""Thunder Road (Strada tonante)",una traccia scritta proprio agli inizi degli anni '80 e in realtà mai pubblicata ufficialmente; ma che, per sommi capi, possiamo ritrovare nella melodia portante di Johnny B.Goode, cover del celeberrimo brano di Chuck Berry nonché singolo di lancio di "Ram It Down", album dei Judas risalente al 1988. Questo è un pezzo in vero e proprio Priest style, introdotto da riff serrati e potenti e in generale sorretto da una ritmica sostenuta, in cui le chitarre roventi di Tipton e K.K. disegnano fraseggi rocciosi. L'incedere è dichiaratamente rockeggiante, ma il mid-tempo risulta possente proprio grazie alla produzione pulita e priva di sbavature. Chitarre compatte dunque, drumming tirato e una prestazione di Halford assolutamente eccezionale, ricca di acuti limpidi e potenti,da par suo. Il concitato bridge strofa/refrain conosce, a metà brano circa, una pausa in cui trova posto un assolo assolutamente favoloso, un costante scambio di testimone tra Tipton e K.K. Esaltante, graffiante, cattivo, ad alto contenuto di distorsione.. un frangente che, tuttavia, non cade mai nello scontato. Anzi: un momento di perfetta integrazione e complementarietà con la struttura melodica del pezzo, che produce un'impennata di adrenalina di quelle che non si sentivano da un po'. Fa seguito un intermezzo rallentato durante il quale, in un costante e progressivo crescendo, tutti gli strumenti vanno trionfalmente ad aggiungersi ai sommessi vocalizzi del Metal God, in un tripudio sonoro che conduce il brano al fade conclusivo. Un pezzo che vede, tra le pieghe del testo, il protagonista far ritorno a casa, dalla sua amata, dopo una notte o, per meglio dire, dopo una serie di notti folli, vissute all' insegna della trasgressione e dell' edonismo più perverso. Egli, tra le luci dell' autostrada, alla guida del suo bolide, riflette sulla sua condizione, giungendo alla conclusione che la vita dissoluta e senza regole non paga la mancanza del suo amore. Pensando di abbandonare una volta per tutte la "strada del tuono". Proprio in questo modo, difatti, egli ribattezza il percorso che lo ha portato a godere di piaceri forti e appaganti nell'immediato; i quali, una volta rimasto solo, dopo innumerevoli notti brave, gli lasciano dentro una terribile sensazione di vuoto e di solitudine, colmabile soltanto con un tuffo tra le braccia di chi lo ha sempre amato e atteso, nonostante tutto. Una tematica che valse alla band qualche sparuta accusa di un velato maschilismo, ma che per la verità non fa altro che ricalcare un topos più che abusato dell'etica del rocker, da leggersi preferibilmente senza interpretazioni di carattere morale o intenti anche solo lontanamente educativi. It's only Rock 'n Roll and it's great! 

Desert Plains Live

Giunge quindi il momento dell'ultima bonus, ovvero la versione live di "Desert Plains". Lo avevo battezzato il miglior pezzo del lotto, mettendo in evidenza taluni limiti individuabili più che altro nell'assolo di chitarra lievemente avulso dal profondo pathos di cui il pezzo è intriso. Questa  riproposizione dal vivo, invece, registrata in una delle date dello "Screaming For Vengeance Tour", conservando intatta la magnificenza data dalla sezione ritmica, unitamente all'interpretazione magistrale del Metal God, vede proprio nel guitar solo, qui più empatico, ruvido, vivido (come si conviene in effetti ad una esibizione dal vivo) un sostanziale elemento di distinzione rispetto alla versione originale. Ma non solo: il faster tempo che il pezzo mette in mostra è assolutamente esaltante, e non fa che conferirgli un'aura più "cattiva". Le chitarre risultano meravigliosamente distorte, Holland dietro le pelli è un funambolo, mentre K.K., nel già citato momento solista, si rende autore di una prestazione acre e aggressiva. Assolutamente da brivido l'improvvisazione che precede la chiusura del brano, introdotta da un pattern vagamente settantiano di Holland e costellato di terrificanti (nel senso positivo, ci mancherebbe) vocalizzi con cui Halford intrattiene l'attonito pubblico. A chiudere definitivamente la session ci pensano invece le due straordinarie asce, con ripetuti, sfuggenti riff. Spettacolo superbo e pubblico in visibilio, a testimonianza di come una band del valore dei Priest possa arricchire ulteriormente di varianti un pezzo già di per sé eccezionale.

Conclusioni

Cos'altro aggiungere dunque a quanto già detto in sede di presentazione dell' articolo? Senza ombra di dubbio, questo "Point Of Entry" fa registrare un brusco passo indietro non solo rispetto al precedente monumentale "British Steel", ma più in generale rispetto a tutto il corpus della produzione precedente, fatta eccezione per il davvero troppo acerbo (e quindi non valutabile) "Rocka Rolla". La discografia priestiana, a cominciare da quell'autentico capolavoro di nome "Sad Wings Of Destiny", è stata tutta un graduale, inarrestabile susseguirsi di elementi evolutivi che l'hanno fatta confluire nella già citata opera magna del 1980. Quasi per caso, senza alcun apparente sforzo, la band di Birmingham si è resa artefice di una delle più passionali e coreografiche creazioni che la musica possa annoverare: l'Heavy Metal. Tanto da esserne considerati i padri indiscussi. Cos'è accaduto allora nel 1981 da far involvere i cinque,compreso l'inseparabile Tom Allom, verso sonorità così scontate, ammiccanti, commerciali? Escludendo a priori l'eventualità che i Priest avessero d'improvviso e inaspettatamente disimparato a suonare in un certo modo o che, meno che mai, avessero deciso di rinnegare il verbo da essi creato e divulgato, rimangono da percorrere sostanzialmente due piste. Una è quella, cui facevo cenno nella intro, di una sorta di "pressione" esercitata dall' etichetta; o, più precisamente, dalla sua branca d'oltreoceano, affinché la band andasse ad un deciso assalto del mercato americano fino a quel momento rimasto imparziale spettatore (ed ammiratore) di un genere musicale ad esso pressoché alieno. Per lo meno fino all'esplosione, avvenuta di lì a poco, del Thrash a del Power/Epic, sottogeneri tipicamente e squisitamente autoctoni. Accondiscendere al selettivo pubblico d'oltreoceano era possibile, a detta di Allom e dei sancta sanctorum della "Columbia", soltanto tramite un sound sì duro, ma non eccessivamente pesante, quale poteva ad esempio apparire quello di "Stained Class" o "Hell Bent For Leather"; e che mostrava, tra le altre cose, un songwriting testuale fin troppo crudo e a tratti truculento. Nulla di tutto questo: per accaparrarsi i consensi del contraddittorio pubblico statunitense, occorrevano sonorità più morbide e scanzonate, condite da testi estremamente leggeri e a tratti svogliati, che pescassero a piene mani tra scene di ordinaria quotidianità metropolitana, che oscillassero tra una insperata rimorchiata e una notte brava fatta di sesso, alcool e baldoria. Salvo poi annaspare verso una improbabile "redenzione". Detto fatto, i Priest diventano padroni dell'airplay radiofonico, e il piatto è servito. L'album fa registrare ottimi dati di vendita negli U.S.A. e nell'immancabile Giappone, scalando vertiginosamente le classifiche del Billboard. Altra motivazione del drastico cambio di sound, può esser ricercato, e questa è una interpretazione del tutto soggettiva, in una sorta di machiavellica volontà della band di fermarsi, mettere punto e a capo, e girarsi a guardare cosa combinassero gli altri, dopo che essi avevano spianato la strada in maniera tanto incisiva. Ecco allora che il 1981 vede dare alla luce quel capolavoro di acidità metallica e di atmosfere claustrofobiche di nome "Killers", a firma Iron Maiden. Oppure l'ottimo, sia pur velleitario "Mob Rules" dei Black Sabbath con Dio alle vocals, passando per il vuoto "istituzionale" lasciato dai Motorhead autori,soltanto un anno prima,del leggendario "Ace Of Spades". I Saxon invece tirarono fuori il grandioso "Denim And Leather", degno erede dell'epocale "Wheels Of Steel". A ben vedere, limitandomi alle antagoniste più accreditate, se non altro in termini commerciali, tutte opere che stanno almeno una spanna sopra il disco in oggetto. Una pausa di riflessione voluta ed atta, oltre che a scatenare ansie da competizione in seno al movimento, a creare un clima di fervida e febbricitante attesa nei confronti del disco successivo. Che non tardò ad arrivare: appena un anno dopo, "Screaming For Vengeance" rimise a posto le cose e ristabilì le gerarchie momentaneamente saltate. Lungi dunque dal considerare "Point Of Entry" un album scarso, direi piuttosto che esso va inquadrato e valutato isolatamente, non relazionandolo necessariamente alle precedenti release. In tal caso, ferme restando le sostanziali differenze di genere, il paragone parrebbe davvero improponibile e spietato."Non è un disco dei Judas Priest" ebbero a dire irriducibili detrattori e fautori della metallica intransigenza tout court (tra i quali figura il sottoscritto). Ricordo ancora la delusione cocente seguita al primissimo ascolto del platter. Ma, tant'è, siamo qui per fornire una visione il più possibile oggettiva ed equidistante da coinvolgimenti affettivi. E dunque, in base ad essa, posso tranquillamente asserire che "Point Of Entry" è un ottimo disco di hard rock sporcato qua e là di heavy, ottimamente prodotto (e questo fa davvero aumentare i rimpianti) ed anche ben suonato. Semplicemente non è un album dei Priest, ma di una band che ad un certo punto della propria carriera ha deciso di mettersi a giocare con sé stessa e con la propria creatura, andando alla riscoperta delle proprie origini. Chi saprà inquadrarlo in quest'ottica, ne godrà copiosamente, nell' attesa del colossale disco successivo. Chi non ne sarà capace continuerà a tenere "Point Of Entry" relegato in un angolino del proprio scaffale, insieme a quei dischi che prima o poi si riprometterá di riascoltare, lottando contro la polvere, chissà quando.

1) Heading Out To The Highway
2) Don't Go
3) Hot Rockin'
4) Turning Circles
5) Desert Plains
6) Solar Angels
7) You Say Yes
8) All The Way
9) Troubleshooter
10) On The Run
11) Thunder Road
12) Desert Plains Live
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