JUDAS PRIEST

Painkiller

1990 - Columbia

A CURA DI
FABIO FORGIONE
20/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Anno 1990: i pionieri dell'Heavy Metal Judas Priest, reduci dai mai troppo apprezzati (anche se validi) "Turbo" e "Ram It Down" sfornano un album che segna una tappa fondamentale nella loro carriera, quel "Painkiller" destinato a divenire non solo un must per tutti i seguaci del genere,ma anche un esempio a dir poco determinante per bands  ben più giovani le quali conobbero l'apice nel successo nel decennio successivo e che proprio dai quattro di Birmingham trassero la loro maggior fonte di ispirazione. L'album segnò una sensibile virata verso sonorità quasi speed/power che i nostri fino a quel momento non avevano pressoché sperimentato,senza perdere però di vista la componente melodica tipica del British Heavy anni '80. E pensare che la genesi del disco fu per i nostri abbastanza travagliata: vennero infatti accusati della morte di due ragazzi dai genitori degli stessi. L'accusa fu di istigazione al suicidio, gesto estremo compiuto in seguito al ripetuto ascolto del brano "Better by You, Better than Me", cover degli Spooky Tooth contenuta nell'album "Stained Class", e che riprodotto al contrario ad un certo punto sembrava recitare la frase "do it, do it" ossia "fallo", proprio riferendosi all'atto di togliersi la vita. Messaggi subliminali quindi, che già avevano mietuto vittime illustri del calibro di Beatles, Led Zeppelin e Queen. Fu fin troppo facile per il P.M.R.C., organo di censura molto in voga all'epoca e presieduto da Tipper Gore (moglie del noto politico Al Gore), il quale aveva tra i suoi bersagli prediletti proprio i gruppi Hard Rock e Heavy Metal; fu dunque un passo quasi "naturale" (visto il clima di caccia alle streghe) puntare il dito contro la band inglese, ritenendola colpevole della morte dei due ragazzi. Alla fine, però, il quintetto riuscì a respingere le accuse (assoluzione piena) e "Painkiller" (grazie al cielo, aggiungiamo noi!) fu dato alle stampe in quel 1990, dopo intense sessioni di registrazione divise fra gli "Studio Miraval" e gli "Wisseloord Studio". Risultato, un full length compatto, roccioso, veloce, dalla ritmica devastante capeggiata dal drumming imperioso di Scott Travis, batterista precedentemente membro della band di Los Angeles Racer X e qui subentrato alla dipartita dello storico drummer Dave Holland, il quale lasciò il gruppo nel 1989 dopo ben nove anni di militanza (debuttò infatti nel capolavoro "British Steel", pietra miliare risalente al 1980). Un nuovo batterista, quindi, veloce e tecnico, capace di esprimere una potenza fuori dal comune unita ad una precisione a dir poco chirurgica. Un volto dunque nuovo e realmente "in stato di grazia", seguito a ruota dalla coppia Tipton / K.K. Downing, duo dannatamente coinvolgente capace di dare vita a brani destinati a rimanere a vita nella testa dell'ascoltatore. Refrain accattivanti studiati ad arte per i live e che incitavano al più sano e massacrante headbanging, il tutto cesellato da una produzione davvero sopra le righe, specie se si pensa alle disponibilità tecniche del tempo. Dietro la consolle troviamo infatti, oltre ai Priest stessi, un vero e proprio nume tutelare per molte band della N.W.O.B.H.M., ovvero Chris Tsangarides, considerato una vera e propria autorità in ambito Metal (la sua mano è presente in tanti capolavori che consacrarono definitivamente molte band nell'olimpo della storia: un nome su tutti, "Metal on Metal" dei canadesi Anvil). La prova del vocalist, poi, il Metal God Rob Halford è superlativa, non possiamo realmente trovare altri aggettivi per definire il lavoro compiuto dall'eccezionale frontman. Il nostro infatti sfodera una prestazione assolutamente in linea con il generale livello dell'album: mai un calo di tensione,sempre sul pezzo,quel malefico e duttile falsetto in grado di acchiappare note inimmaginabili. Per quel che concerne i testi, poi, il discorso è se possiamo ancor più estremo; la solita, allucinante, visionaria e a tratti violenta interpretazione della vita o di tematiche sociali di forte impatto, inserita in una sorta di concept che vede come protagonista una sorta di entità con il compito di salvaguardare l'umanità dalla definitiva estinzione. Un disco dunque violento, dall'impatto devastante, forse il più cattivo mai inciso dal nostro quintetto. Come già detto in apertura di articolo, infatti, i Priest erano reduci da due dischi non molto apprezzati, "condannati" da un'ampia fetta del pubblico Metal per la loro sostanziale leggerezza. Dopo due colossi come "Screaming For Vengeance" e "Ram It Down", infatti, molti fan si sentirono delusi dalla svolta "orecchiabile" e dall'ampio uso di sintetizzatori utilizzati nei due dischi successivi ai capolavori "Screaming.." e "Ram..", decidendo di virare su molte (allora in rampa di lancio) band come Anthrax o Slayer, in grado di incarnare alla perfezione l'ideale di violenza che i metallari di quegli anni cercavano ed anelavano. Dei maestri come i Judas Priest non potevano certo rimanere a guardare a braccia conserte: dunque, bisognava assolutamente ideare un disco che mettesse d'accordo vecchi e nuovi fan, pestando duro ma non dimenticando l'essenza del loro sound. Veri e propri alfieri del Metal britannico, dunque, giunsero con questo album a dire la loro, riportando in auge un genere che sembrava a dir poco perduto, viste le sperimentazioni che nei fine '80 ed inizi dei '90 stavano portando il Metal a ridisegnarsi ed evolversi verso nuove sonorità e stili. Il tutto fu accolto dannatamente a braccia aperte da intere generazioni di Metallari, i quali scelsero "Painkiller" come simbolo rappresentativo di uno stile di vita, un'ideale forgiato nel fuoco della Passione autentica e genuina. Insomma, questo disco fu realmente uno degli ultimi (se non ultimo) sussulto dell'Heavy Metal per così dire "classico", il quale giunse ad affermarsi in maniera prepotente anche nella "nuova era", e proprio per mano del gruppo che più ha rappresentato, assieme agli Iron Maiden, il genere di Metal per antonomasia. Un successo planetario e sconvolgente, che comunque fu seguito da un avvenimento assai significativo (non molto in positivo) per la storia dei Priest: Rob Halford, infatti, interessato ad intraprendere una carriera solista, deciderà infatti di lasciare il gruppo proprio dopo "Painkiller". Il suo posto, per i due dischi successivi, verrà preso dal comunque bravissimo Tim "Ripper" Owens, fino alla definitiva reunion del 2005 consacrata con il ritorno di Halford e l'incisione di "Angel of Retribution". Il "testamento" (fortunatamente momentaneo) lasciatoci da questa storica formazione, comunque, ha dello straordinario: "Painkiller" è ben più di un bellissimo disco, per molti (ancora oggi) è un vero e proprio stile di vita. Il Metal incarnato alla perfezione, nella sua potenza e fiera ferocia. Note indomabili che nessuno potrà mai soggiogare al proprio volere o interesse.

Painkiller

Il compito di aprire il disco è affidato proprio alla title-track, "Painkiller (L'Uccisore del Dolore)", vero e proprio inno generazionale coverizzato in seguito da personaggi divenuti leggendari come Chuck Schuldiner (il quale ce ne propose una sua versione nel capolavoro "The Sound of Perseverance"). Si parte con il drumming bellicoso di Travis, il quale pesta il suo drum kit donando vita ad un intro di batteria divenuto a dir poco leggendario e che ci rende subito partecipi delle sue grandi doti, il tutto seguito a ruota dai poderosi riff di Tipton e K.K. Downing , degno preludio all'inserimento del cantato malefico e tremendamente acuto di Halford, inserito alla perfezione in un incedere concitato in cui l'apocalittico testo trova il suo habitat più idoneo. L'uccisore del dolore, metà uomo e metà macchina, che scende sulla Terra per redimere e salvare definitivamente l'umanità, anche col pugno di ferro se sarà necessario. Strofe e refrain viaggiano velocissimi verso la prima metà brano, continuando a picchiare e coadiuvando perfettamente il singer nell'opera di donare la vita ad un pezzo velocissimo e dalle trame "terrificanti". Non si era mai udito niente di più violento in casa Priest, prima di questo momento, la forza che "Painkiller" riesce a scatenare è a dir poco senza limiti e cotanta cattiveria rischia seriamente di travolgere senza pietà gli ascoltatori "neofiti" o meno preparati! Travis non si ferma un secondo, Downing e Tipton fanno urlare le loro sei corde sfornando riff memorabili e la voce di Rob risulta più crudele e maligna che mai, aspra, acuta e stridente come un rastrello su di una lavagna. Proviamo un po' di sana "difficoltà" ad approcciarci ad una pesantezza del genere, ma è proprio per questo che il brano risulta irresistibile: siamo catapultati in un ciclone devastante, ed è proprio quello che cercavamo e pretendevamo dai Priest. Scordiamoci dei "Turbo Lovers", qui si picchia dannatamente forte. L'incalzante ritmica dei quattro conosce la prima pausa con l'inizio della seconda metà del pezzo, nel quale la batteria decide di lasciare maggior spazio ad uno degli assoli più belli mai eseguiti dai Judas Priest e dalle due asce in particolare, ma in generale uno dei più belli del scena Classic Metal. Un assolo che è un rapido e repentino rincorrersi, inseguirsi per poi riprendersi da parte di Tipton e K.K. Downing; come sempre, la parte tecnica, veloce e "pulita" è appannaggio dello stratosferico Glenn, mentre K.K.,complice la diversità di "tocco", si accolla le parti più cadenzate e sporche, sorreggendo alla perfezione l'amico e compagno di sezione. A fare da sottofondo il continuo, ossessivo e martellante basso dello stacanovista Ian Hill, eroe "silenzioso" ma comunque in grado di dire la sua fra tanti colossi (e ci mancherebbe anche, vista la sua all'epoca ventiseiennale esperienza nei Judas Priest). Dopo un break si torna sui vertiginosi ritmi precedenti, che conducono ancora una volta al secondo intermezzo solistico,questa volta meno lungo ma non per questo meno carico di pathos. La song si avvia così alla chiusura, con tanto di Rob Halford che sfoggia un cantato meno acuto, anche se solo per un breve intermezzo, visto che la conclusione è in seguito scandita dalle note prolungate e "gridate". Rullante, distorsioni come se piovessero ed in perfetto stile Heavy, e chiudiamo questo primo terrificante assalto. Un pezzo a mio avviso unico nella produzione della band, una vera e propria certificazione d'identità dell'Heavy Metal classico e D.O.C., alla luce di quanto ho detto, ma che strizza comunque l'occhio a sonorità marcatamente speed. Tradizione e violenza tipica dei gruppi che andavano affermandosi, dunque, un capolavoro imprescindibile per chiunque si definisca estimatore del Metal. Come anticipato nella descrizione, il testo ci presenta la figura che avrà il compito di salvare la nostra vita ed essenza stessa di esseri umani. Raffigurato splendidamente nella copertina del disco, realizzata da Mark Wilkinson (illustratore assai famoso nella scena Rock e Metal, autore di copertine / poster per molti gruppi importanti come Marillion ed Iron Maiden), l'eroe di metallo ci viene presentato come un cavaliere dalle fattezze quasi angeliche, con due ali spiegate sulla schiena ed il corpo completamente rivestito di splendente acciaio. Il suo look è chiaramente ispirato a quello di un motociclista e difatti cavalca un destriero particolare, ovvero una moto a forma di drago che al posto delle ruote ha due affilatissime seghe circolari. Sullo sfondo, una terra in rovina ed il "tridente" dei Priest che emerge prepotente dalla lava. Dunque, il nostro eroe è presto presentato: arriva "più veloce di un proiettile", "come un mostro di metallo respira fumo e fuoco", la sua presenza è  annunciata da un urlo terrificante. E' arrivato sulla terra per aiutarci, accogliendo le suppliche di un genere umano ormai ridotto in ginocchio ed anelante aiuto; l'eroe non si tira indietro ed è disposto a combattere al nostro fianco mettendo al nostro servizio la sua forza, più potente persino di una bomba atomica. Lui è Painkiller, l'angelo del giudizio finale, colui che salverà l'umanità dal suo tristissimo destino.

Hell Patrol

Ritmi meno rapidi e serrati ma non per questo meno possenti caratterizzano la seconda traccia: "Hell Patrol (La Pattuglia Infernale)" viaggia su un mid-tempo maledettamente marziale (la mano di Tsangarides è stata preziosissima per la definitiva esaltazione del nuovo sound di batteria che avrebbe dovuto caratterizzare il disco) grazie ad un Travis perfettamente in grado di tenere più che saldamente un tempo granitico. Si ha il "consueto" intro di batteria capace di far tremare il cemento armato, e si beneficia sempre dei riff vigorosi dei due axemen qui meno forsennati che nella precedente track ma perfettamente in linea con l'andazzo di un brano che vuole essere più "imperiale" che veloce e privo di freni. Nessuno deve naturalmente scordarsi delle urla acute di un Halford capace di destreggiarsi magnificamente fra  impressionanti cambi di tonalità, ancora una volta vera e propria anima di un pezzo che risulta incombente e minaccioso grazie alla sua voce, evocativa e capace di tingere il tutto dei toni giusti. Dobbiamo pensare ad un assalto che piove letteralmente ed incedentemente dal cielo (spiegando le lyrics capirete il perché), e direi che è proprio questa l'immagine che i Priest riescono a disegnare nella nostra mente. L'assolo di chitarra è stavolta meno tecnico e veloce, ma estremamente coinvolgente, e subito dopo la sua splendida esecuzione notiamo un inasprirsi dei temi che porta Halford ad emettere degli acuti spacca cristalli, proprio in concomitanza con l'avvicinarsi di una conclusione che chiude quello che è un altro ottimo pezzo, devastante a dir poco, coinvolgente, in grado di insinuare un'ansia atipica per il genere Heavy. Tutto questo perché la violenza alla base di "Painkiller" deve essere espressa non solo con la velocità, ma anche con tempi incalzanti e maggiormente contenuti. Un brano che suona infatti non velocissimo ma assai "ragionato", come un assalto ben studiato, una cavalcata micidiale e come già detto "imperiale", che ci sommerge poco a poco e non lascia prigionieri. Il testo, ancor più folle di quello della title track,descrive gli effetti devastanti della pattuglia infernale in un luogo solo all'apparenza imprecisato e indefinito. Quello che sembra infatti uno scenario apocalittico e privo di riferimenti concreti è invece direttamente ispirato da eventi reali: lo stesso Halford dichiarò in un'intervista che il brano fu ispirato dalle azioni compiute della forza aerea statunitense durante la Guerra del Golfo. La violenza dei raid aerei portò dunque la band ad "esagerare" il contesto, riproponendolo in chiave futuristico-distopica in queste lyrics, nelle quali appunto veniamo calati nel punto di vista di chi, alzando gli occhi al cielo, assiste al palesarsi di questi "demoni alati". Creature gigantesche, dei tuoni che squarciano il cielo con violenza e sono pronti a dispensare morte come se non ci fosse un domani. La loro azione è terrificante: sono pronti a neutralizzare qualsiasi cosa gli si paia davanti, distruggere tutto indistintamente per polverizzare in maniera totale ogni traccia di umanità presente sul nostro pianeta. Lo scenario, più che da un evento realmente accaduto, sembra preso pari pari da un film horror, con questi segugi infernali che si aggirano spaventosamente seminando terrore, morte e distruzione. "Ti neutralizzano,  ti vaporizzano" - "stringono le loro fauci intorno alla tua gola fino a farti soffocare". Ancora un testo follemente immaginifico sebbene ispirato ad eventi reali, che ci mostra quanto questa terra abbia dannatamente bisogno dell'aiuto di Painkiller. Senza lasciarci un attimo di respiro il disco prosegue, ed incombe la terza traccia. Si cambia di nuovo registro, e notiamo come i toni marziali di "Hell Patrol" siano lasciati da parte per proporci un nuovo assalto veloce e prorompente.

All Guns Blazing

"All Guns Blazing (Tutti i cannoni esplodono)" è infatti un'autentica mazzata,dall'inizio alla fine; la sulfurea strofa iniziale viene urlata da Halford in solitaria, notiamo come il vocalist sia intento nuovamente a proporci un falsetto stridente e dilaniante, capace di insinuarsi immediatamente nelle nostre orecchie scuotendo i nostri sensi, una voce anche coadiuvata da un diabolicissimo effetto eco. Il tutto viene presto seguito da massicci riff di chitarra e roboanti bordate di grancassa, e notiamo come con l'inizio vero e proprio del brano Rob cambi nuovamente registro, cantando in maniera ben più bassa e meno acuta che nell'inizio .Il pezzo si snoda dunque su vorticosi e velocissimi ritmi, beneficiando di una struttura coinvolgente e lineare, ed arriva rapidissimo all'intermezzo solistico che è assolutamente devastante, questa volta si torna a viaggiare sui lidi della titletrack e nuovamente la "divisione dei compiti" fra K.K. e Tipton avviene in maniera precisa e puntuale, con ognuno intento a sorreggere l'altro e ad eseguire meravigliosamente la propria parte. L'accoppiata Tipton/Downing sale prepotentemente in cattedra e ci consegna un assolo epico, fatto al solito di intrecci adrenalinici e malefiche distorsioni, sempre per rendere il brano "oscuro" e malvagio, in linea con l'intento generale. Il reiterato refrain emesso dall'ugola di Halford, suona come un vero e proprio inno di battaglia, un ritornello che subito si impara e subito si grida a squarciagola. Un nuovo (questa volta più breve) intervento solista ci porta ad una scansione lenta del riff di apertura e ad un suono di cannoni nell'intento di sparare, mix letale che ci accompagna dunque al finale di un brano concepito,composto e suonato in maniera da sembrare forgiato nel metallo fondente. Ritorna questa volta quel tema ricorrente che, ancora una volta, vede un messo divino inviato su una terra sferzata dai colpi della povertà e del male. L'angelo, l'uccisore del dolore, è intento a dare il via alla sua opera di "purificazione" ed a squarciare con i suoi velenosi artigli e le sue sanguinose zanne il tirannico oppressore."Tutti i fucili sparano", il suo arsenale è scatenato all'ennesima potenza e non c'è niente e nessuno che possa fermarlo, sembra una vera e propria macchina da guerra lanciata a folle velocità contro un nemico che non può far altro che arrendersi inerme dinnanzi ad un assalto così poderoso. La forza di una corazzata e la violenza di un bombardamento aereo, l'Angelo è in grado di disintegrare con un solo tocco anche la più potente delle armi, il più pericoloso degli avversari. il trionfale epilogo vede "le tristi ali inviate dal cielo" (forse una mezza citazione al titolo di uno dei capolavori dei Judas Priest, ovvero "Sad Wings of Destiny"?) fluttuare in segno di vittoria, spiegandosi vigorose al cielo dopo una durissima battaglia. Nemmeno i demoni della pattuglia infernale possono nulla contro la potenza del nostro angelo, acciaio concentrato e giustiziere implacabile.

Leather Rebel

Riff taglienti ed un basso a mitraglietta che squarcia il brano da cima a fondo, una batteria sempre corposa e martellante, un insieme che ben compattato  introduce l'implacabile "Leather Rebel (Ribelle in cuoio)", pezzo con il quale ci avviciniamo alla conclusione della prima metà al vetriolo di questo fantastico disco. Per quanto tempo effettivamente il disco ha girato sul piatto? Si direbbe quasi per niente, vista la straordinaria rapidità dei ritmi su cui viaggiano le songs, il fulmineo susseguirsi di fiammate, il repentino alternarsi di stoccate letali. "Leather Rebel" non è certo qui per abbassare i ritmi, anzi, se vogliamo si presenta ancor più "crudele" di "All Guns..": quel che sembra davvero incredibile è la compattezza e la rocciosità conferite al disco da una produzione talmente all'avanguardia da sembrare irreale (merito del mago Tsangarides), e questo pezzo ne è ancora una volta testimonianza. Una chitarra nervosa e velocissima apre dunque questo brano, ricamando una intro leggendaria quanto la batteria di Trevis nella title track. E' proprio Scott ad entrare presto in partita donando vita ad sezione ritmica potente, precisa e letale. Ben presto udiamo un riff ben più melodico del precedente e la voce di Halford giunge rapida a suggellare magistralmente questo intreccio melodico, anche se questa volta si tiene almeno un ottava sotto le consuete tonalità. Possiamo udire toni ben più acuti con l'avvicendarsi del ritornello, e notiamo immediatamente come nel suo incedere il brano porga il fianco ad una sorta di melodia che ha del "riflessivo". L'inizio violento ben si congiunge con questa velocità moderata e ben arricchita da espedienti maggiormente più "profondi" che "sciolti" come cani rabbiosi. Cosa insolita per i preti di giuda, però, in questo caso mancano soli chitarristici degni di essere ricordarti, almeno a parere di chi scrive. Abbiamo assistito a lavori di chitarra di ben altra caratura, in questo caso gli assoli sembrano quasi eseguiti in maniera "rapida ed indolore", non molto ispirati. Il ritornello è comunque coinvolgente e ci aiuta ad assimilare un brano particolare, potente ma mai invasivo, forte ma non violento. Il titolo viene ripetuto più volte prima di giungere in conclusione ad un altro accenno di assolo, e possiamo dunque ritenerci ancora una volta soddisfatti di quanto udito. Stavolta "in linea di massima" e non completamente, causa assenza di soli roboanti e particolari. A livello testuale, il brano celebra l'avvento nel mondo dei ribelli del cuoio,guerrieri metropolitani in grado di dominare la loro realtà. Il personaggio descritto sembra proprio ricordare un metallaro o comunque un biker (il "cuoio" è il materiale con il quale si realizzano i nostri gilet e chiodi) fieramente ribelle, un combattente che con la sua banda si aggira minaccioso per i vicoli, anche se la figura descritta non sembra connotata da lati negativi. Il ribelle sembra ben conscio di essere una figura che in futuro verrà ricordata, non si capisce se con terrore o meno (anche se egli afferma che nessuno ha il coraggio nemmeno di fissarlo negli occhi), e la sua attività di pattugliatore sembra comunque garantirgli una grande fama. Sarà forse un aiutante di Painkiller? Sembrerebbe di si, in quanto il suo pugno di ferro non sembra rivolto alla distruzione di innocenti come i "demoni" descritti in "Hell Patrol". Egli combatte e domina la notte con i suoi compari, riesce ad imporre la sua presenza a chiunque e nessuno ha il coraggio di ribellarsi. Sembra quasi un guerriero "della strada" di forgia Mad Max, fieramente avvolto nel suo chiodo, intento a perlustrare palmo palmo la città sino all'alba pronto a cercare azione. I ribelli di cuoio combattono vittoriosi la loro guerra fino al compimento del loro destino,che è il dominio assoluto sulla città avvolta nelle tenebre. Se la quarta track era stata caratterizzata da un autentico scoppio, l'attacco del brano che chiude la prima metà del disco è praticamente un'esplosione atomica. Uno degli aspetti peculiari di "Painkiller" è che ogni singolo brano vale da solo l'intero platter, non fai realmente in tempo a rimanere annichilito dalla traccia che stai ascoltando che quella successiva ti lascia ancora più "travolti", e ciò sembra quasi impossibile.. eppure, è realmente quel che accade, il tutto grazie alla magnificenza del lavoro svolto dai Nostri.

Metal Meltdown

È quel che accade anche e soprattutto quando ti accingi ad ascoltare "Metal Meltdown (Fusione metallica)". Una fucilata stratosferica,impetuosa, galoppante, un crescendo tellurico di sonorità pazzesche. Il pezzo si apre con un assolo di Tipton, intento a dispensare note acutissime e quasi "Malmsteeniane", strizzando anche l'occhio Van Halen se vogliamo. Un momento solista seguito immediatamente da riff terrificanti sorretti da una batteria incredibilmente tonante, combo che scandisce dunque un'accelerazione devastante e prepara l'ingresso in scena di un Rob Halford assolutamente impressionante, il quale sfodera un cantato possente, acuto, senza un calo di tonalità e di tensione che sia uno, un Halford forse mai sentito prima come ora, nel pezzo più che mai, ispiratissimo e travolgente a livelli a dir poco epici. Il ritornello lo vede invece ben più cupo ma ugualmente aggressivo, anche se questo espediente non dura tanto e presto ritorna, con l'arrivo della successiva strofa, a sfoderare il suo tagliente falsetto. La fase di pre-refrain è forse il momento più devastante dell'intero pezzo, anche se è difficilissimo capire quale sia il punto forte di un brano praticamente perfetto. Questo pezzo è infatti un concentrato di potenza, rabbia, energia, adrenalina, e il vorticoso assolo centrale chirurgicamente eseguito dalle due asce impietose ne è prova lampante. Un momento che ci risolleva, dal punto di vista solistico, da quanto ascoltato nella track precedente. La ripresa e il susseguente rallentamento portano inesorabili alla chiusura del pezzo,una vera e propria orgia metallica destinata a ritagliarsi un ruolo di primaria importanza all'interno del platter in generale. Il fase conclusiva assistiamo ad un progressivo rallentamento, sorretto da un tempo di batteria ben cadenzato e da una chitarra più oscura, anche se il ritornello finale è nuovamente eseguito a mille all'ora distruggendo tutto quel che c'è da travolgere. Il titolo viene pronunciato "spezzettandolo" in maniera precisa ma concitata e si giunge così alla fine, ancora senza fiato e provati da un nuovo assalto. Un vero e proprio trionfo dell'acciaio, come si evince anche dal testo. Il mondo si prepara dunque alla famigerata "meltdown", ovvero una "fusione" intesa come un incredibile rilascio di energia (difatti, il termine viene spesso accostato alle deflagrazioni di ordigni nucleari), un collasso dell'acciaio inserito nel contesto in maniera negativa ma che fra le righe si disegna come una vera e propria autocelebrazione, un'interpretazione messianica in cui la fusione del metallo viene vista come fenomeno ineluttabile nonché inevitabile, in cui chi si volesse opporre è avvisato: nessuno riuscirà ad impedire il compimento della fusione, essa divampa, brucia l'anima dei suoi accoliti, e chi tenterà di opporvisi ne pagherà fatalmente le spese. Il mondo verrà dominato dal metallo.. autoesaltazione a go go,come si conviene agli Dei del Metal! "Painkiller" è la loro bomba definitiva, e nessuno potrà mai sfuggirgli! Ritornando alla "trama" della storia, però, la fusione viene vista come un evento catastrofico che condannerà l'umanità all'estinzione totale. Il collasso del pianeta terra determinerà la fine definitiva dell'umanità, la quale vedrà il mondo sgretolarsi pian piano, secondo dopo secondo, privando tutti di ogni cosa. La morte è in agguato, tutto sta per esplodere e tutto si prepara a sparire definitivamente dalla storia dell'universo.

Night Crawler

Atmosfere malinconiche ed oniriche fanno da sfondo alla sesta traccia, la quale apre la seconda metà del disco. Assistiamo ad un cupo suono di tastiera intervallato da tamburi battenti in maniera confusa, sembra quasi in sottofondo si possa udire anche il rumore della pioggia.. l'atmosfera giusta per introdurre una nuova figura negativa, il "Night Crawler (Lo strisciante notturno)". Il pezzo parte su ritmi meno vertiginosi, ma l'impatto melodico è stavolta assai più pregnante che in precedenza, e i riff disegnati dai due axemen, pur risultando meno granitici che in precedenza, all'ascoltatore, trasudano un coinvolgimento emotivo di un effetto magicamente desolante. Il ritornello è il vero punto forte ed Halford è bravissimo ad adottare uno stile ben più oscuro ed a tratti cupo, narrandoci questa storia di violenza notturna.  Fantastiche le chitarre che a metà brano,dopo un assolo maestoso quanto essenziale, riprendono la suggestiva linea melodica intonata da sir Rob,in un trionfo di compattezza esecutiva a dir poco struggente.  Subito dopo il momento solista udiamo il Metal God riprendere il suo tipico falsetto e lanciarsi in una prova acuta e magnificamente malvagia, convincente ed incredibilmente "teatrale" nella sua esecuzione. Ad un certo punto i ritmi diventano meno forsennati e più precisi, ed udiamo un cambio di stile incredibile nella sua essenza. Un arpeggio malvagio e melodico fa da sottofondo ad un Halford che parlando in maniera spaventosa ci narra la seconda parte della storia, con in sottofondo anche delle grida effettate di notevolissimo effetto. E' la batteria di Travis a riportarci su lidi ben più estremi ed il ritornello viene dunque ripetuto per l'ultima volta, accompagnandoci verso il finale in cui Halford si lancia nelle sue ultime urla che sfumano pian piano. Nel complesso un pezzo davvero accattivante, un classico da affiancare assolutamente ad altri masterpieces del combo britannico, in particolar modo nelle setlists live. Il substrato testuale è ancora una volta espressione di quella sorta di concept che fa da filo conduttore all'intero platter: dopo gli "Hell Patrol" ci viene presentato un altro antagonista, il demone notturno che imperversa per la città chiedendo in pasto anime,incutendo terrore, seminando dolore e morte tra le inermi vittime che, rinchiusesi in cantina, non possono nemmeno respirare per la tensione ed odono le urla belluine del demone e il graffiare delle unghie sanguinanti sulle pareti. Il demone è in cerca delle sue vittime e sceglie proprio la Notte come momento ideale per cacciare, per procacciarsi quelli che sono i corpi che andranno a saziare la sua fame. Egli si nasconde nei vicoli, nelle ombre, nei tombini.. guai a girare per la città nelle ore notturne, si rischierebbe al 100% di cadere sotto i colpi degli artigli di questo pattugliatore notturno, l'esatta antitesi del "Leather Rebel". Se la prima figura portava dentro di se un senso di giustizia abbastanza evidente, il "Night Crawler" è malvagio e non annusa nient'altro che sangue. E' quel che lui vuole bere, la carne degli innocenti sarà il suo unico pasto, nessuno potrà mai sfuggirgli e serve dunque appigliarsi alla positiva forza degli eroi per sconfiggerlo una volta per tutte e riprendersi la libertà di farsi una passeggiata di notte, per ammirare le stelle.

Between The Hammer And The Anvil

Una chitarra dal sapore vagamente sabbathiano introduce "Between The Hammer And The Anvil (Fra l'incudine ed il martello)", brano dall'architettura e dall'incedere tipicamente eighties, con una ritmica vivace e sostenuta, una melodia scorrevole e piacevolissima, un drumming semplice quanto potente e di sicura presa. Lo apre una chitarra possente ed a tratti quasi solenne, ben presto unita ad un crescendo di batteria che in seguito comincia a martellare sostenendo perfettamente l'architettura del brano tutto. L'andamento è infatti molto coinvolgente, una sezione ritmica da manuale sorregge magnificamente dei riff perfettamente studiati per risultare diretti e non troppo "oscuri" e l'andazzo generale riesce a rendere felicissimi soprattutto gli amanti delle sonorità più ottantiane. Particolari cori riescono in alcuni frangenti a rendere il cantato di Halford ancora più espressivo, si ha in breve un rallentamento in cui notiamo il riff centrale suonato in maniera cupa e grave, sorretto da tipici rumori "da acciaieria" (colpi di martelli ecc.), un ottimo insieme che ci accompagna dunque al vero momento esaltante (come se tutto quel che già udito non lo fosse) di tutta la canzone. Il pezzo forte del brano è l'assolo centrale in cui emerge, ancora una volta, la classe cristallina, la sapienza tecnica, la sagacia esecutiva dei due axemen che,in pieno adempimento ai dettami della scuola chitarristica di cui rappresentano i massimi storici, sfoggiano magistrali intrecci e stoccate perentorie che sembrano il frutto della più geniale delle follie creative. Assolutamente da brivido l'acuto di Halford che, sul finale,  intona il titolo della song che si avvia in maniera a dir poco emozionante verso un finale che vorremmo non arrivasse mai, tanto siamo presi bene da quanto udito. Un riff che ormai conosciamo bene va via via sfumando e dunque anche questo brano si congeda in maniera perentoria. La parte strumentale fa da cornice ad un testo altrettanto folle e assurdo: l'umanità è condannata a vivere tra l'incudine del peccato e il martello della redenzione, redenzione che passerà però tra le maglie della sofferenza, del sacrificio e del dolore. Una redenzione concessa da chi ne ha ricevuto l'investitura direttamente dalle mani di un dio sadico che impone la sua misericordia più che elargirla, perché la sua misericordia ha un prezzo molto alto. Il modo di dire "trovarsi fra l'incudine ed il martello" indica infatti il vivere una situazione particolarmente pericolosa e rischiosa, e difatti l'ambientazione generale delle liriche riflettono quanto il proverbio è solito indicare. Si avrà la salvezza, ma a che prezzo? Nulla è dato gratis ed il Salvatore è disposto certamente ad aiutarci.. se noi siamo però disposti al sacrificio ultimo e definitivo. Nessuna salvezza può essere conquistata in maniera indolore, nessuna gioia arriverà se non attraverso sofferenze che comunque tempreranno il carattere dei sopravvissuti, spingendoli a lottare per la propria vita e a non dare mai nulla per scontato. L'ordine che garantisce la tranquillità deve essere difeso a caro prezzo, se necessario.. ed il Male non va mai in vacanza. Bisogna sempre essere pronti, vivere dunque schiacciati dal peso dell'incudine e del martello.

A Touch of Evil

Una campana rintocca ed il vento fischia, una tastiera di gusto neoclassico intervallata ad una chitarra rombante sancisce l'inizio della successiva traccia. Atmosfere oniriche, desolanti e lugubri che fanno da sfondo ad "A Touch of Evil (Un tocco di malvagità)", brano intriso di malinconia e morboso disincanto, in cui al senso di inquietudine dato dagli effetti iniziali e dalle chitarre fa seguito il cantato di Halford che mai come in questa traccia assume i connotati del malsano e sembra che proferisca anatemi e blasfemie. La batteria di Travis è essenziale quanto le chitarre degli axemen ed il pezzo sembra voler puntare sulla potenza di questo ritmo potente e distruttivo, senza concedere troppo spazio alla velocità, ed anche il ritornello risulta quasi beneficiare di quella malinconica melodia tipica di molte bands della prima era della N.W.O.B.H.M. Un gran ritornello, eseguito al solito in maniera espressiva e teatrale da un Rob capace di farcelo vivere e sentire da inizio a fine. La tastiera continua ad aiutare in sottofondo (siamo lontanissimi dagli ammiccamenti di "Turbo", qui lo strumento serve unicamente a rendere il tutto ancor più cupo). L'assolo centrale è un coacervo di pathos e malefica angoscia, con le due chitarre che danno la sensazione di lamentarsi dal dolore di nerbate sanguinolente. I tempi, su di esso, rallentano ancora e si beneficia ancora una volta di qualche sparuto effetto sonoro, anche se il 99% del lavoro viene eseguito da Tipton e K.K., ispiratissimi ed anche in questo caso capaci di creare un qualcosa di sentito, veritiero e passionale benché non si stia viaggiando su lidi estremi. Un assolo veramente da manuale, fra i più belli dell'intero disco. Ritorna ben presto il singer, il quale fende l'aria a suon di acuti e, sorretto anche da una tastiera cupissima, lancia l'ultimo "strillo" e ritorna a cantare un ritornello a dir poco perfetto, sognante, tinto d'incubo. Il riff principale assieme alla tastiera iniziale, più la ripetizione del titolo, chiudono di fatto uno dei brani meglio riusciti dell'intero platter. Un testo, inoltre, estremamente affascinante ed in grado di narrare appieno i poteri seduttivi del male. Delle lyrics infatti in cui si invoca il maligno, si cede alle sue lusinghe, si gode di quell'incomprensibile e tipicamente umano piacere dato dalla paura. Perché siamo effettivamente spaventati da questo nero angelo del peccato (una sorta di nemesi del Painkiller) ma vogliamo comunque avvicinarci a lui, sentire e percepire il suo tocco, per godere di quel brivido che solo la trasgressione sa darci. Il Male sa essere incredibilmente seducente quando vuole e, anche se riusciamo in un primo momento a sfuggirgli, finiamo col cadere nelle sue grinfie. Gli si prepara letteralmente l'animo in cui farlo albergare, sviscerandolo da ogni legame con qualsivoglia concetto di moralità. Un vero e proprio invito alla possessione, al cedere al cosiddetto "lato oscuro", al lasciarsi trasportare baciando con passione le nere labbra del peccato e della morte. Impossibile resistere, finiremo con l'arrenderci e con il convincerci di avere bisogno di questo "tocco maligno".

Battle Hymn

C'è tempo per un a brevissima digressione musicale rappresentata da "Battle Hymn (Inno di battaglia)", brano di neanche un minuto il quale, più che una canzone a sé stante, è lecito considerarla come una sorta di intro per la successiva ed ultima traccia del disco. Suoni cupi e disturbanti, sembra quasi di udire un ruggito proveniente dalle profondità spaziali o abissali e subito una chitarra ci aggredisce, scandendo un riff melodico ed a tratti "luminoso", "ottimista", in netto contrasto con dei rumori i quali sembrano urla distorte. Ben presto interviene anche la seconda ascia che, con una lunga nota altrettanto "luciferina" (intesa come portatrice di luce in tanta oscurità) dà dunque il benvenuto all'ultimo vero brano del disco.

One Shot at Glory

Non ci poteva essere chiusura migliore per un colosso come "Painkiller"; "One Shot at Glory (Ad un passo dalla gloria)" è uno di quei pezzi che non può non provocarti smottamenti tellurici interiori o pelle d'oca, c'è poco da fare, qualsiasi sia il genere preferito di ciascuno di noi. Annunciata dai pochi secondi dell'intro "Battle Hymn",che tanto sa di Manowar/Running Wild, il pezzo si presenta da subito in maniera prepotentemente solenne, con Travis a comandare le azioni di guerra con la sua sezione batteristica massacrante, le due asce che sputano riff epici come mai prima nel platter, mentre l'alfiere Halford comincia a pronunciare i suoi gloriosi inni alla battaglia, all'onore,alla vittoria. Una prova a dir poco perfetta, quella del nostro vocalist, in grado di districarsi fra veri e propri "ultrasuoni" ed un cantato ben più basso, mostrandoci linee vocali assai particolari e capaci di arricchire un brano dai connotati epic-powereggianti in determinati frangenti, come il ritornello che sembra in effetti una sorta di involontario tributo ad un altro nume tutelare dell'Heavy Metal, Herr Rolf Kasparek. Anche l'assolo sa molto di Running Wild in effetti, andando a sciorinare epicità come se non ci fosse un domani, dispensando melodie tipiche della prima vera ondata di Power, quella della quale i Running Wild furono ispiratori ed alfieri. Assolutamente maestoso e tecnicamente ineccepibile questo assolo di chitarra, lungo e corposo, emozionante e magnificamente eseguito. Forse godo di un'ammirazione smodata nei confronti di Master Tipton, ma signori.. il momento solista in questione è la bandiera della chitarra Heavy Metal, il vessillo immarcescibile di un concetto di musica che è praticamente incarnato da una band come i Priest. Quel concetto di musica che li porta superbamente ad autocelebrarsi e a dichiararsi ancora una volta, laddove ce ne fosse bisogno, come gli unici, incontrastati Metal Gods. Si alzino le spade,si accendano le torce, si invochino gli spiriti della guerra, si sventolino le bandiere, si intonino gli inni di vittoria, nel campo reso purpureo del sangue dei nemici,dominano trionfanti i signori del Metallo .Non c'è spazio per niente e per nessuno, Priest non sono ad un passo dalla gloria,loro sono nella gloria! Il terremoto di Painkiller è passato..fulmineo,maestoso, devastante. A chi ne sarà capace,il compito di ricostruire quanto il terremoto ha distrutto! L'umanità può dunque risorgere e rivedere la luce dopo una battaglia terribilmente impegnativa, in cui molti sono caduti ma non invano. Siamo ad un passo dalla vittoria, né la Hell Patrol né Night Crawler potranno fermarci, nemmeno la fusione, nemmeno i sacrifici dolorosissimi che abbiamo compiuto.. la vittoria è nostra e vediamo sventolare fiere le nostre bandiere!

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questo meraviglioso viaggio, possiamo tirare (prendendo prima un bel respiro e rilassandoci un po') le cosiddette somme circa quanto abbiamo appena avuto il piacere di ascoltare. Cosa dire, dunque? Accade spesso, a chi ascolti un certo tipo di genere musicale,di trovarsi al cospetto di album mediocri,buoni o a dei veri e proprio capolavori. Bene, "Painkiller" dovrebbe in teoria appartenere alla terza tipologia enunciata.. ma sorprendentemente, mi ritrovo a dire che non appartiene invece a nessuna di queste tre categorie, per il semplice fatto che "Painkiller" non è semplicemente un disco, è proprio l'Heavy Metal "in persona". Il messaggio che il quintetto aveva lanciato al mondo a partire dalla metà dei seventies, con quel trittico di album composto da "Sad Wings of Destiny", "Sin After Sin" e "Killing Machine",che già estremizzava (mi si passi il termine) la rivoluzione sonora tracciata dai Black Sabbath con una sostanziale accelerazione dei ritmi, trovò il suo fisiologico completamento nell'altro trittico fondamentale della carriera del Prete di Giuda, ovvero "British Steel", "Screaming for Vengeance" e "Defenders of The Faith". Insomma, i Priest stavano costruendo, volta dopo volta, la via dell'Heavy Metal, donando al mondo dei capolavori fondamentali per il genere. Questa volta, però, la svolta attuata non è più spontanea e quasi involontaria, come successo nel decennio precedente; al contrario, risulta ragionata ed oserei dire codificata, degna di un gruppo che sapeva esattamente cosa voleva e che ci dimostra anche di saperlo ottenere, dandosi da fare per donare all'Heavy Metal un sussulto importante che non lasciasse sole band come Running Wild, Manowar e Motorhead nell'intento di tenere alto lo stendardo di quel sound classico che andava via via disperdendosi con il proseguo degli anni, complici nuovi tipi di suono ed esperienze musicali. "Painkiller" è dunque il capolavoro fatto, finito e soprattutto voluto, creato con l'intento. Il continuum di musica e liriche è più che mai garantito, ogni base musicale ben si amalgama a racconti di forza e sangue, di acciaio e violenza.Lo scenario apocalittico di un mondo devastato da macchine letali, di un'umanità lacerata dal peccato, dall'aver troppo preteso, rappresenta il terreno di prova per l'uccisore del male,che scende sulla terra appositamente per salvare il genere umano dalla dannazione eterna,un angelo sui generis, a bordo di una moto con la testa di drago e lame rotanti al posto delle ruote. Forse, un'autocelebrazione, un modo per identificarsi come i salvatori del Metal in un periodo non troppo felice per il "classico". La fervida immaginazione dei cinque ci consegna dunque alcuni fra testi più "allucinanti" mai partoriti da una metal band, a cavallo tra sogno e realtà, a metà strada tra un presente angosciante ed un futuro surreale ma non troppo. Il tutto, unito ad una musica che definire eccezionale sarebbe poco: i Judas Priest incarnano il verbo stesso del Metallo,accentrando nelle proprie mani tutte le caratteristiche tipiche del genere, anche a livello iconografico ed estetico. Le vestigia di un movimento che da quel momento avrebbe abbondato ancor di più di borchie, catene,di un impressionante uso di cuoio.. già da tempi non sospetti, questa iconografia si doveva proprio a loro. La pausa di riflessione presa con "Turbo" e "Ram it Down" non ha fatto altro che preparare il viatico a quella vera e propria esplosione musicale chiamata "Painkiller", l'inno di tante generazioni, l'apice di un processo evolutivo, la pietra miliare di un intero sistema,il canto del cigno di una band che ha fatto tutto da sé, creando, innovando ed infine distruggendo la sua stessa creatura (imminente sarà il totale cambio di stile con l'avvento di Owens alla voce, di lì a poco),nquasi a voler dire al mondo: "il metal siamo noi.. nessuno prima di noi, e nessuno dopo di noi.". Che tu sia un thrasher incallito avvezzo alle più violente accelerazioni, un deathster abituato ai groove più ferini e laceranti.. non puoi in alcun modo prescindere dai preti di giuda!

1) Painkiller
2) Hell Patrol
3) All Guns Blazing
4) Leather Rebel
5) Metal Meltdown
6) Night Crawler
7) Between The Hammer And The Anvil
8) A Touch of Evil
9) Battle Hymn
10) One Shot at Glory
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