JUDAS PRIEST

Killing Machine

1978 - Columbia / CBS

A CURA DI
FABIO FORGIONE
10/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

A distanza di pochi mesi dalla pubblicazione dello straordinario "Stained Class", i Judas Priest tornano sul mercato con il loro quinto album in studio, "Killing Machine" / "Hell Bent For Leather", uscito per la "Columbia" / "CBS" e prodotto da James Guthrie, lo stesso che aveva parzialmente coadiuvato la band nella realizzazione del disco precedente. Nonostante il brevissimo tempo intercorso tra le due release, la portata di questo disco è di fondamentale importanza per la definizione ed affermazione dei canoni e degli stilemi della nascente N.W.O.B.H.M.; l'opera si presenta sin da subito ricca di elementi innovativi ,ed al contempo non scevra di polemiche o circostanze "scomode". A cominciare proprio dal titolo del platter. L'album venne lanciato sul mercato discografico statunitense, che nel frattempo stava divenendo sempre più territorio di conquista da parte della magmatica ondata di metallo britannico (complice anche un brusco tracollo del Punk, che proprio a causa delle bordate dell' Heavy Metal iniziava inesorabilmente a ridimensionarsi) con un titolo diverso rispetto all' edizione europea. Venne difatti il titolo di "Hell Bent for Leather", estrapolato da una traccia stessa dell' album. Dovessimo cercare una motivazione plausibile, alla base della differenziazione operata, la troveremmo (ancora una volta!) nell'ipocrisia del perbenismo americano. Gli organi statunitensi della  "CBS"  e della "Columbia" (quest'ultima distributrice dei Priest oltreoceano), difatti, ritennero il titolo "Killing Machine" come un qualcosa di inneggiante alla violenza: pertanto pretesero che il full length uscisse con un diverso titolo, pena la mancata pubblicazione sul suolo a stelle e strisce. Si è soliti riferirsi a questa release utilizzando il doppio titolo, anche se gli stessi Judas Priest dichiararono che per loro era e sarebbe stato sempre e soltanto "Killing Machine", poiché corrispondente (questa denominazione) alla loro idea originaria. Polemiche a parte, dicevamo della fondamentale importanza di questo album all'interno dell'intero panorama Heavy. Anzitutto, da un punto di vista meramente cronologico, esso chiude la decade settantiana del personale corpus discografico della band; e non solo, in quanto "Killing.." chiude una decade anche pregna di apporti rivoluzionari in ambito musicale, diretti riflessi di stravolgimenti socio/politici e culturali di enorme rilevanza. Un'epoca che cambiò in maniera radicale usi, costumi e abitudini sociali, che avrebbero poi avuto il loro fisiologico prosieguo nella decade successiva, andando a caratterizzare un po' tutto il modus vivendi tuttora in auge ai giorni nostri. I Priest, da sempre attenti anche alla loro immagine, furono quindi fra i fautori anche di una notevole "rivoluzione" dal punto di vista delle provocazioni, del look e del modo di porsi sul palcoscenico: a livello iconografico, infatti, è proprio a questa release che si deve la definitiva acquisizione del look cuoio e borchie, che sarebbe poi stato adottato dalla maggior parte delle nascenti band. Una mossa che andò a caratterizzare a livello estetico un intero movimento. La band, che fino al precedente platter (compresi i seguenti spettacoli live) aveva fatto sfoggio di un modo di apparire ancora fortemente legato all' abbigliamento quasi "gotico" che imperversava negli anni '70, opera quindi una brusca virata in questo senso, abdicando a favore di un abbigliamento diametralmente opposto a quello adottato sino a quel momento. Fruste, vestiti di pelle, manette, catene: stando ad alcune dichiarazioni dell'epoca, Rob Halford sarebbe stato solito rifornirsi in vari sexy shop, visto il look "sadomaso" che amava sfoggiare, nonché in negozi specializzati in abbigliamento Punk (corrente che, parlando di immaginario, giocò molto su questa nuova scelta dei Judas Priest. L'immagine voleva  a tutti i costi essere dura e shockante quanto la musica proposta, tant'è vero che l'abbondanza di borchie ed "acciaio" generale portò non pochi motociclisti ad eleggere i Priest come loro band di riferimento (assieme ai sempiterni Motorhead), visto anche il look considerato d'impatto ed incredibilmente violento. Non pochi furono i bikers che, da quel momento, cominciarono a vestirsi "in guisa di Priest", visto e considerato il fatto che proprio in quegli anni Rob diede vita al numero da palco che lo portò a divenire ancor più iconico: l'entrata sullo stage a bordo di una Harley Davidson, momento ancora oggi attesissimo ed acclamato, in ogni concerto dei Nostri. Per quel che concerne il sound, il lavoro compiuto da Guthrie è a dir poco eccezionale. Un corpus strumentale ancor più essenzializzato e ridotto allo stremo trova finalmente la giusta cattiveria sonora, la sua naturale collocazione in un ambito che risentiva ancora troppo alacremente delle sonorità prog /rock tipiche dell' epoca. Per dirla in altre parole, finalmente una Metal band trova il modo di esprimersi coerentemente con le proprie aspirazioni e in piena ottemperanza con la portata rivoluzionaria del messaggio recato. Sembrano davvero lontani i tempi in cui il buon Roger Glover aveva offuscato, con la sua scialba produzione, le pur eccellenti potenzialità di un album come "Sin After Sin", pregiudicandone di fatto parte del successo commerciale. Successo commerciale che, invece, ottiene questo seminale "Killing..", grazie anche ad un ulteriore indurimento del suono, qualcosa che davvero non si era mai sentito prima. Quel che colpisce di questo full length, eccettuando le peculiarità già esposte, è anche e soprattutto la straordinaria varietà di "sottogeneri" trattati, indice di una sorprendente versatilità interpretativa da parte dei nostri: abbiamo fast songs ("Delivering..", "Hell Bent..", "Burnin' Up", "Running Wild"), anthems ("Take on the World", "Evening Star"), ballads ("Before the Dawn"), mid tempos dal sapore marcatamente rockeggiante e dai forti richiami blues ("Rock Forever", "Evil Fantasies"), tutti sapientemente bilanciati e alternati, a costante dimostrazione della volontà di assecondare più fette possibili di pubblico ma al contempo non snaturando il proprio intento definitivo, ovvero quello di produrre un disco che suonasse tosto e roccioso dall'inizio alla fine. Sotto l'aspetto del songwriting testuale, la band abbandona in questo platter le tematiche a sfondo fantasy o comunque di fantasia per abbracciare contenuti mutuati dalla realtà quotidiana, addivenendo ad un realismo crudo e a tratti quasi cruento, che di fatto le provocò i noti problemi con gli organi di censura, espressione della morale comune imperante al tempo. In termini di novità, è sempre in questo disco che Glenn Tipton adotta definitivamente la tecnica chitarristica del tapping, della quale si suole attribuire la paternità al vulcanico Eddie Van Halen, ma che in realtà è stata perfezionata e codificata proprio dal talentuoso guitarist britannico. Quanto sinora detto rende "Killing.." una autentica pietra miliare del Rock, un album dall'importanza storica di immani proporzioni. La cosa che realmente lascia esterrefatti (in senso positivo, ovviamente)resta la capacità della band di aggiungere ingredienti ogni volta diversi ed indice di un repentino processo evolutivo; rispetto soprattutto alla release precedente, che già recava in sé elementi di innovazione che sembravano difficili da raggiungere, se non da superare. Quel che ancora di più sorprende è che l'apice con positivo è ancora lungi dall'essere raggiunto. L'epopea ottantiana che stava per emettere i suoi primi vagiti, ci avrebbe consegnato opere dal valore assoluto pressoché inestimabile, figlie di una genialità in continua evoluzione, che hanno avuto nei Priest gli indiscussi paradigmi da emulare. L'era aurea dell'Heavy Metal era alle porte e la strada, dapprima indicata, andava imboccata; ciascuno lo avrebbe fatto seguendo le proprie specifiche inclinazioni artistiche, ma tutte avrebbero avuto un'unica, splendente stella polare: i Judas Priest. Del resto, anche le dichiarazioni rilasciate all'epoca da Tipton non lasciarono troppo spazio all'immaginazione. "Si, siamo parte della New Wave. Alla fine.. siamo veloci, aggressivi ed adrenalinici. Questo è tutto ciò che siamo!".  Addentriamoci dunque e senza indugio nel track by track di questa sensazionale release.

Delivering the Goods

Prima traccia, "Delivering the Goods (La Consegna della Merce)", all'insegna dell'energia e dell'adrenalina pura: l'ulteriore indurimento del sound attuato rispetto al predecessore "Stained Class" è difatti palese già sin dai primi accordi di questa track. Un riff compatto e roccioso erige subito un vero e proprio muro sonoro, sapientemente orchestrato dalla chirurgica precisione di Binks dietro le pelli. La ritmica è travolgente, l'acciaio fuso cola letteralmente dalle chitarre dei due axemen, ma quel che realmente travolge l'uditore è l'impressionante prova di Halford, assoluto dominatore della melodia trainante, versatile istrione in grado di spadroneggiare a suo piacimento tra le pieghe del brano, alternando con impareggiabile maestria parti ora grevi e graffianti a linee pulite e potentissime, sviscerando acuti superbi. Come ad esempio quello con cui riprende la strofa subito dopo il micidiale guitar solo interpretato dal duo delle meraviglie Tipton / Downing; o come quelli con cui accompagna il brano verso la conclusione. Un pezzo che profonde rabbia sonora, compattezza e forza in ogni singola nota, quattro minuti circa di metallo incandescente come mai si era sentito e che funge da ideale viatico per le sonorità rivoluzionarie di cui la band sarà portavoce, da questo momento in poi (ancora più che in passato). D'ora in poi, fatta eccezione per alcune indispensabili varianti presenti anche in questa release, il trademark del combo di Birmingham sarà pressoché questo. Il testo propone un folle, esaltato, minaccioso manifesto programmatico di quello che sarà l'esito dell' invasione dei metalhead nella società. Non ci sarà scampo per nessuno, i Judas Priest puntano dritto al nostro cuore ed intendono conquistarlo senza mezze misure, rendendoci di fatto degli adepti di questo nuovo, meraviglioso ed elettrizzante culto. Inutile opporsi: solo una strenua resistenza è concessa, ma difatti nessuna reazione, nessuna battaglia, potrà portare qualcuno "alla salvezza", perché sarebbe una guerra persa in partenza. Delle lyrics a metà tra la teorizzazione delle linee guida del futuro movimento musicale, un vero e proprio incendio che di lì a breve sarebbe divampato, e la lucida autocelebrazione, in quanto la band stessa era perfettamente consapevole della portata del suo messaggio. Il successo di "Sad Wings.." fu in questo senso illuminante, dopo tutto, convincendo i Judas Priest di quanto la loro rivoluzione sarebbe stata importante, già in tempi non sospetti. È interessante notare come anche a livello di linguaggio, i Priest adottino in questo album uno stile espressivo decisamente diverso rispetto a quello utilizzato nei precedenti lavori. Uno stile in un certo senso "violento", diretto, senza fronzoli, improntato a colpire l'ascoltatore con enunciati al limite dell' offesa e della minaccia verbale. Uno stile che non mancò di lasciare il segno, in particolar modo negli ambienti perbenisti o ad alto tasso di moralità, i quali videro dunque nel combo inglese una minaccia per tutti i "ragazzi per bene". Non fosse stato mai che qualche madre avrebbe potuto vedere il suo adorato figliolo "tutto casa e chiesa" tramutato in un ribelle vestito di cuoio e catene, intento nel darsi a scorribande selvagge in sella ad una Harley. Questo era quel che i Judas volevano, comunque: portare il loro messaggio e fare in modo che arrivasse a più persone possibili.

Rock Forever

Sulla falsariga dell'opener track viaggia anche la seconda song, "Rock Forever (Il Rock, per Sempre)", brano anch'esso trascinante ed energico, ma che rispetto al precedente mostra un' attitudine assai più catchy,che si espleta alla perfezione nel graffiante riff portante e nel brioso, incessante drumming di Binks. Il pezzo è un vero e proprio anthem, e presenta la tipica struttura della "short song": ossia, una canzone abbastanza breve (tre minuti e venti secondi) ma dalla ritmica incalzante, recante poi una melodia abbastanza accattivante. Un pezzo che nel suo intento originario vuole dunque spingere alla partecipazione corale, al rimanere in testa e al farsi cantare. Presupposti interpretati al solito da un Halford straripante, il quale comincia definitivamente a mostrarsi come elemento "di distinzione", capace immediatamente di far riconoscere e spiccare i Judas Priest all'interno del loro complesso. Non c'è da stupirsi che, grazie a questo disco e ad i successivi, una vera e propria generazione di "screamers" sarà pronta a fare la sua definitiva comparsa (King Diamond, sicuramente, sa bene di cosa stiamo parlando). Abbiamo inoltre un bell'assolo centrale di stampo chiaramente R'n R, e molto suggestivo risulta il chorus, che precede proprio il guitar solo a metà brano, un aspetto che renderà interessante la riproposizione del pezzo in sede live. Un episodio che, possiamo dirlo, in virtù delle sue peculiarità porta alla mente gli episodi zeppeliniani più duri, come "Rock and Roll" o "Black Dog". Quasi a voler sgomberare il campo da equivoci e a ribadire la propria ferrea dichiarazione d'intenti, la band in questo pezzo professa amore eterno per il Rock. Un vero e proprio manifesto programmatico, una dichiarazione d'amore dai connotati epocali, uno slancio emotivo con cui i cinque inglesi affermano di essersi dati anima e corpo, e per l'eternità, alla causa del Rock. Un qualcosa, quest'ultimo, che viene identificato, ovviamente, non come puro e semplice genere musicale,ma come una vera e propria filosofia di vita: un modo di concepire ogni singola azione quotidiana, come un impulso irrefrenabile alla baldoria, all'impulsività, al vivere ogni singola vicenda con partecipazione emotiva e febbricitante enfasi, a trecentosessanta gradi. La scintilla del Rock era stata scoccata già prima dei Priest, ma sono loro ad avere avuto il merito di far divampare la fiamma e propagare l'incendio, uno smottamento tellurico irrefrenabile che di lì a breve avrebbe minato alla base stilemi e schemi precostituiti, un fenomeno generazionale dal potere devastante. Qualcuno potrebbe obbiettare che un messaggio di tale portata potesse già essere stato lanciato diversi anni prima dai Led Zeppelin, ma mentre per la band di Page il messaggio rivoluzionario può considerarsi "spontaneo", quasi involontario, i Priest dal canto loro gettarono volutamente le basi, quasi un decennio più tardi, per una precisa e puntuale codificazione del Rock in quanto stile di vita. Una teorizzazione che ben presto avrebbe conosciuto un processo evolutivo che li avrebbe condotti a impartire i dettami del movimento Heavy Metal, che del Rock è l'esasperazione o, definizione che prediligo, la sublimazione. Dopo due pezzi dall'attitudine marcatamente Heavy, il platter conosce la sua prima "pausa di riflessione". 

Evening Star

"Evening Star (Stella della Sera)" si presenta infatti e sin da subito come un brano dall'incedere leggero e spensierato. Il delicato arpeggio iniziale fa da preludio ad una strofa cantata da Halford in maniera quasi disincantata, seguita poi da un refrain assolutamente semplice e orecchiabile. La tipologia compositiva è chiaramente quella della semiballad, e ciò si evince in modo ancor più peculiare dall' assolo centrale, concepito e suonato secondo gli stilemi dell'hard rock melodico tanto caro ai seventies. Dopo il momento solista trova spazio un suggestivo e alquanto malinconico cantato che anticipa di poco la ripresa del refrain. Il quale si ripete fino a chiudere il pezzo, con delle considerevoli impennate di tono da parte di Rob. Impennate che, se non altro, hanno il pregio di spezzare quella sorta di "monotonia" vocale tipica di questo genere di songs. Pezzo atipico dunque per gli standard compositivi della band; un episodio che li riconsegna, fisiologicamente e di diritto, all'humus di provenienza, arricchito però da una certa attitudine alle melodie catchy e di facile assimilazione, aspetto che non mancherà in futuro di caratterizzare i loro lavori. Il brano, occorre ricordarlo, uscì come singolo di lancio per la versione statunitense del full length, ossia "Hell Bent for Leather", rilasciata nel Maggio 1979. Il testo, ad una prima lettura, parrebbe quasi il resoconto del viaggio dei magi, guidati appunto dalla stella della sera, alla ricerca della grotta di Betlemme.Vi sono state però interpretazioni diametralmente opposte a quanto enunciato, che sento di condividere; soprattutto pensando alla forma mentis dei cinque, intenti a provocare stando sempre sulla linea del "politicamente corretto", varcandola con nonchalance. Tesi ed opinioni che hanno visto in queste lyrics un messaggio che sottende a tematiche sataniche, del resto già ampiamente sdoganate grazie alle precedenti azioni di band come Black Widow. Non forzando eccessivamente il significato del testo, è possibile scorgere in esso una sorta di rassegnato abbandono, da parte degli autori, alla suddetta stella, un darsi totalmente ad essa, anima e corpo, godendo della forza che essa elargisce, del febbricitante impeto di cui è portatrice. Nella tradizione iconografica ed angelologica cristiana, la stella della sera viene chiamata anche Lucifero: nome di etimologia latina, che tradotto nell'italiano corrente suonerebbe come portatore di luce, appunto. Fin troppo semplice, essendo Lucifero uno degli epiteti di Satana, ipotizzare allusioni che vogliono la band come seguace di una filosofia basata sul culto della natura e della "fisicità", identificata e teorizzata negli anni a venire come satanismo, e che vide in Anton La Vey il suo più rappresentativo esponente.

Hell Bent For Leather

Non possiamo fare altro che prostrarci dinanzi agli dei del metallo, perché la successiva quarta traccia, "Hell Bent For Leather (A tutta birra!)", è un forziere in cui è custodita l'essenza vitale dell'Heavy Metal. Poco meno di quattro minuti, ma bastano e avanzano affinché la fucina incandescente dell'acciaio albionico si palesi in tutta la sua forza. La sezione ritmica martellante e ossessiva accompagna il brano sin dalle sue prime strofe, il drumming incessante di Binks è come un martello che percuote il cemento, mentre Halford (qui meno esplosivo che in altri episodi) fa a brandelli il brano mediante un cantato che richiama certamente rasoiate metalliche ma che risulta privo, per consapevole scelta, dei suoi memorabili scream. Chitarre in grandissima evidenza, sia in fase ritmica che solistica, e qui non si può non rimane da folgorati da uno degli assoli più belli, più lancinanti dell'intera scena nascente. Un'autentica scudisciata del guitarist HM per antonomasia, sua maestà Glenn Tipton. Un lieve innalzamento vocale da parte di Rob segna la ripresa del bridge, ed il pezzo può avviarsi alla conclusione, autoconsegnandosi di diritto alla storia. Incredibili Priest, sempre in grado di sorprendere clamorosamente: soltanto qualche mese prima un brano come "Exciter", presente su "Stained Class", aveva fatto gridare al prodigio musicale, quand'ecco un pezzo di siffatta caratura abbattere e superare i parametri stilistici partoriti dalla band stessa, indice di un processo evolutivo ancora in fieri ma già maledettamente concreto e devastante. Complice di tutto ciò, dobbiamo sottolinearlo, anche una veste produttiva finalmente all'altezza e "cattiva" al punto giusto. Parlando poi delle liriche di questo brano, esiste un aneddoto riguardante la creazione del testo, il quale recita così. Un pomeriggio, Glenn Tipton vide arrivare Rob Halford davanti alla sala prove a bordo della sua scintillante Harley, in un tripudio di potenza metallica. Quella visione colpì a tal punto il chitarrista da ispirargli le parole di questa killer song, la quale prese dunque vita grazie all'attitudine motociclista del frontman. Una canzone nella quale viene descritto, per l'appunto, il fasto, il clamore, l'ardore suscitato dall'ingresso in città di Halford. Egli, a cavallo della sua poderosa Harley, miete vittime a ripetizione: chiunque osi sfidarlo in sfarzo, velocità, atteggiamento (a metà tra boria e irriverenza) ne uscirà inevitabilmente con le ossa rotte. È inutile opporgli resistenza, egli è il futuro Metal God, ed è giunto per mostrare la strada da seguire e fomentare gli animi; egli è l'archetipo del perfetto metallaro, bardato di cuoio e rivestito di borchie. Qualcuno ha pensato a quanto sia buffo e paradossale il fatto che, a emblema di cotanta virilità e durezza, vi sia ("ironia" della sorte) un omosessuale. L'incarnazione del metallo, l'apogeo umano del genere hard per antonomasia, è proprio una di quelle persone giudicate "delicate" dal popolino. Ciò ha fatto letteralmente perdere il senno a più di qualche stereotipato sostenitore della mascolinità tout court applicata all'Heavy Metal, ma chi di dovere ha dovuto inevitabilmente farsene una ragione! La traduzione letterale italiana del titolo del pezzo sarebbe "l'inferno piegato per il cuoio" ma, non avendo evidentemente senso, è stata tradotta, riprendendo probabilmente un modo di dire tipicamente anglosassone, con la nostrana "a tutta birra".E non poteva esserci manifesto programmatico più azzeccato: è proprio ciò che i nostri intendono fare, andare a tutta birra e non fermarsi più. Non si può certo dire che non siano stati di parola, un album come "Redeemer of Souls" è qui a dimostrarcelo a distanza di ben 36 anni! Altro giro altra corsa, ed in nome di quella certosina alternanza di stili presente in "Killing Machine", la band sforna un altro anthem.

Take on the World

La quinta traccia, "Take on the World (Conquistare il Mondo)" è infatti uno di quei brani studiato apposta per essere riproposto dal vivo. L'inizio quasi in sordina, con un Halford sommesso e suadente, è il preludio ideale, il solco perfetto nel quale incastonare il maestoso refrain, accompagnato da pattern di batteria semimarziali, eseguito peraltro prevalentemente in coro che non in solitaria dal frontman. L'effetto è ammaliante, la coralità pregna di sé un brano che, nel suo incedere trionfale, ha fatto parlare di una sorta di "risposta" alla celeberrima "We Will Rock You" di queeniana memoria. A mio avviso, tuttavia, è più giusto dire che ci troviamo dinnanzi ad un brano / precursore di una tipologia compositiva che vide,di lì a qualche anno, "Denim and Leather" dei Saxon o "Chains and Leather" dei Running Wild erigerla a sistema. Pezzo comunque atipico, ma forse proprio per questo latore di un fascino intramontabile e di un feeling ancestrale. Nessuna "risposta" o "polemica", tutt'altro: solo la volontà di perseguire su di un mood compositivo che avrebbe trovato, come abbiamo ampiamente detto e dimostrato, numerosi proseliti negli anni a venire. È interessante notare, poi, proprio come con questa canzone la band fu ospite in una puntata della celebre trasmissione britannica "Top of The Pops", a testimonianza di un'attitudine "radiofonica" e di una incipiente volontà di accondiscendere a più ampie fette di pubblico nonostante il clima di potenza generale. Tendenza che la band conserverà anche nei suoi futuri lavori. Anche in questo brano i nostri riprendono il leitmotiv espresso precedentemente: l'intento è, al solito, quello di far arrivare nei cuori altrui il messaggio del verbo metallico. Come fosse una vera e propria dichiarazione di guerra, i cinque si lanciano in un accorato appello, a tratti dominato dall'esaltazione e dall' autocelebrazione. Un invito a lasciarsi sopraffare ed annientare dalla carica esplosiva della musica, del ritmo frenetico e rivoluzionario di cui essi sono forieri. Alla base di queste lyrics vi è una reale e concreta consapevolezza di essere la band che cambierà per sempre i destini dell'hard rock. I Priest sanno benissimo di essere i protagonisti di un messaggio dai connotati epocali, ne comprendono il peso e la portata, ed intendono pertanto infervorare gli animi di chi li segue e li ama; lo fanno quindi con pochi, semplici ingredienti: energia, passione,sentimento, forza. Il ritornello orecchiabile e di facile assimilazione è senza dubbio lo strumento ideale tramite il quale attuare il loro storico progetto, ossia quello di conquistare il mondo e di far sapere a tutti che lo stesso sta per conoscere una nuova era, quella del cuoio e delle borchie, un'era non ancora contemplata in nessun libro di storia, essendo un capitolo ancora da scrivere. Se ne stanno occupando, è solo una questione di tempo, presto l'epidemia si diffonderà e il contagio sarà inevitabile.

Burnin' Up

Sesta traccia, "Burnin' Up (Bruciando)", e si torna a fare (ancora di più) sul serio. Il pezzo, annunciato da alcuni sinistri sintetizzatori, divampa letteralmente; è il caso di dirlo (visto il titolo), e l'esplosione avviene mediante un riff incendiario sostenuto da una ritmica cadenzata, cesellato dalla voce acre e muscolare di un Halford sempre più camaleontico e protagonista. Il brano risulterà in seguito (generalmente) pervaso di un'aura lugubre, resa ancor più opprimente forse proprio dal cantato del venturo Metal God. Il quale, a metà pezzo, offre un ulteriore saggio della sua maestria, alternando alla sua timbrica agile e viscerale un tono suadente e ammaliante, donando al pezzo stesso un'atmosfera quasi pacata, complice un sostanziale rallentamento della ritmica e un abbassamento dei toni. Ecco però, subito dopo, le due asce infernali partorire un guitar solo devastante e ruggente, straripante nelle distorsioni e tagliente come una lama di rasoio; a costante monito di come si debba intendere il momento solista di un brano Heavy Metal, un ensemble che verrà preso come parametro imprescindibile da future generazioni di guitar heroes appartenenti anche a scene più "estreme". Binks, in pieno stile old school seventies, alterna ritmi e tempi come fosse un funambolo, ed accompagna le due chitarre più Halford alla chiusura del brano, il quale riprende lesto il bruciante ritornello. Messaggio a tinte forti quello lanciato in questa song: si parla di una passione bruciante e incontrollabile che il protagonista prova per la sua bella. Ma sembrerebbe una passione malsana e forzata, o comunque non corrisposta, dal momento che l'uomo afferma a chiare lettere il fatto che userà ogni mezzo a sua disposizione per riuscire a possedere la sua preda, a fare l'amore con lei, non disdegnando nemmeno l'uso della violenza, se sarà necessario ("farò il bastardo.. ti lego e ti appendo.. ti farò male").Egli non tollera che lei giochi con lui come il gatto fa con il topo, che si diverta ad accendere il suo desiderio per poi farlo subito dopo raffreddare. Tutto ciò è intollerabile, da qui l'uso incondizionato della forza, che avrà però come effetto quasi irreversibile l'improvviso divampare della passione anche in lei, che finalmente deciderà di concedersi senza esitazioni. Una tematica a suo modo spavalda e oltraggiosa, che non mancò di far sì che il genere musicale che tanto amiamo venisse tacciato di un certo maschilismo e di una mal celata violenza verbale e non, un preconcetto sopravvissuto sino ai giorni nostri e, come sempre, difficile da sfatare. Arriviamo dunque al settimo brano, quello "tale" nell'edizione Europea, l'unica riconosciuta canonica dai Judas Priest.

Killing Machine

Abbiamo quindi la title track di questo "Killing Machine (Macchina Assassina)", una canzone che fa registrare, a parere di chi scrive, il primo (ma lievissimo) calo di tensione dello stesso intero platter. Quel che ci troviamo dinnanzi è difatti un brano Hard Rock oriented, caratterizzato da una buona sezione ritmica e da un cantato energico e muscolare di Rob, ma privo (lo stile di quest'ultimo) degli impressionanti picchi vocali ai quali ci ha abituati. Ciò che colloca il brano un tantino al di sotto, rispetto ai pezzi precedenti,n on è tanto un deficit qualitativo/compositivo in senso stretto, quanto più una certa staticità o, se preferite, una sorta di ritorno della band alle sonorità di inizio carriera. Un qualcosa dunque di poco di impatto, privo degli spunti di originalità e degli stilemi riconducibili alla rivoluzione sonora attuata proprio con questo disco. Insomma, un pezzo un po' troppo dipendente dal "vecchio", con un assolo anche alquanto scontato. Brano che può certamente risultare bello o godibile, ma forse (soprattutto alla luce delle potenzialità sin qui espresse dalle due asce) mancante di quel "tassello" in più che invece ben notiamo in altri pezzi del disco. Apprezzabilissima invece la produzione, sempre in grado di conferire la giusta dose di cattiveria ai brani, questo compreso (basti pensare, dopo tutto, alla vera e propria metamorfosi sonora impressa al precedente pezzo dei Fleetwood Mac). Il brano, interamente scritto da Glenn Tipton, descrive ed esalta le gesta di un killer, mettendone in risalto "ideali" ed abitudini. La band, sul precedente album, aveva intrapreso la volontà di destabilizzare la morale comune, una scelta da ritenersi complementare e contestuale al messaggio rivoluzionario lanciato in termini musicali. In altre parole, a musica dura doveva necessariamente corrispondere una materia trattata anch'essa cruda e realistica. Ecco spiegato il motivo di un testo come quello del pezzo in questione che, lungi dall'essere un parto della fantasia del guitarist, è invece la lucida e cinica disamina del quadro psicologico e comportamentale di un individuo che per professione non fa che amnazzare altri uomini. Atto deprecabile sicuramente, ma che tuttavia fa parte della realtà. Triste finché si vuole,ma pur sempre realtà. E fu proprio il titolo di questo pezzo, lo stesso che dà il nome alla release, ad indurre i responsabili americani della "Columbia" a cambiare il titolo, nell'edizione statunitense del disco. Da "Killing Machine" ad "Hell Bent for Leather". L'ennesima, contraddittoria manifestazione del tipico perbenismo made in U.S.A.

Running Wild

Dire che con "Running Wild (Correndo Sfrenatamente)", ottava traccia del platter, ci troviamo al cospetto di un altro brano dalla portata storica epocale, potrebbe sembrare un impavido azzardo, se non fosse che negli esigui tre minuti di durata dello stesso è racchiuso il codice genetico di un intero movimento; tanto da esser stato preso in adozione (il titolo del brano) da un certo Rolf Kasparek, il quale lo ha usato successivamente per denominare la sua band (come fatto anche dagli Exciter con il brano omonimo, del resto). Annunciato da un infuocato riff che ha fatto scuola e prodotto un mistico proselitismo (basti pensare a come gli Iron Maiden lo abbiano letteralmente preso e posto in apertura di "The Wicker Man", opener track dell'ottimo "Brave New World", album che segnò il ritorno nella line up di Dickinson e Smith), il brano vive letteralmente di un'incessante, dirompente sezione ritmica, in cui il cantato energico e possente di Halford non fa che alimentarne la fiamma distruttiva. La batteria, un continuo, ossessivo ripetersi di colpi estenuanti; l'assolo, grezzo e distorto, e l'incendiario refrain: elementi che compongono il trittico perfetto in grado di produrre a sua volta il principio alchemico per la conversione della musica in metallo, quello autentico, reale, genuino, primordiale. La strada maestra era stata svelata e indicata, d'ora in avanti chi avesse voluto imboccarla avrebbe saputo in quali solchi incanalare i propri sforzi. È senza dubbio, insieme a "Hell Bent for Leather", il pezzo più rappresentativo dell' intero album, la chiave di volta della maestosa struttura architettonica chiamata Heavy Metal. "Che senso ha la vita, se non la si vive sfrenatamente?". Il senso di questo brano, che poi è anche il motto della band,è racchiuso tutto in questa frase. Frase che sarebbe poi stata presa in prestito e divenuta il manifesto programmatico dell'intero movimento. Fare baldoria, correre come forsennati a cavallo della propria Harley, ubriacarsi, fare l'amore, suonare R n' R: il corpus ideale delle regole del perfetto rocker. Egli è una figura inarrestabile, nessuno e niente riusciranno a fermarlo, scatenerà una tempesta visibile da ogni angolo del mondo, farà divampare la fiamma della passione nell'animo di tutti coloro i quali intenderanno seguirlo. Ancora una bruciante dichiarazione d'intenti dunque, interamente a nome Glenn Tipton, il quale si sta rivelando il vero stratega e padre fondatore dell'etica del Metalhead.

Before the Dawn

A deliziare gli animi più sensibili (o comunque il pubblico prevalentemente femminile dell'epoca) ci pensa "Before the Dawn (Prima dell'Alba)", nona traccia del disco. Siamo dinanzi ad uno di quei pezzi che trasudano poesia ad ogni singola nota ed aprono il cuore e l'animo ai pensieri più malinconici. L'incedere dolce e pacato, la suadente voce di Halford, poetico cantore di stranianti vagheggiamenti, l'assolo straziante e drammatico, fanno di questa song (poco meno di tre minuti e mezzo di durata) l'episodio più toccante dell'intero platter e fungono da precursori ad una tendenza che avrebbe di lì a poco imperversato nella scena hard 'n heavy, consolidandosi col passare degli anni. Il modo di concepire, intendere ed interpretare una ballad che possiede una band che solitamente "pesta duro " e corre, non ha eguali nemmeno in gruppi che hanno fatto di questo particolare genere compositivo la propria e più nitida peculiarità. Questo è, ci mancherebbe, un parere del tutto personale, ma che può esser senza timore di smentita suffragato da decine di esempi forniti da altre band facenti capo anche ad altri sottogeneri. Qualche esempio: "Fade to Black" (Metallica); "Strange World" (Iron Maiden); "Wind of Change" (Scorpions); "Frozen Rainbow" (Saxon)e potrei continuare per ore, se avessi tempo e modo. In sostanza, un brano poetico e particolarmente delicato, il quale ha comunque il pregio di presentarci il lato più intimo dei Priest, più introspettivo e particolare. Il Metalhead pesta duro ed ama la baldoria, ma più di tutto sa essere una persona come tutte: con le proprie paure, le proprie debolezze, i propri sogni. E' giusto che questo lato umano venga dunque rappresentato in musica, mostrandoci una panoramica dell'uomo a 360°. Un pezzo che non suona ruffiano in qualità di "ballad" ma che anzi risulta toccante nel suo essere facilmente assimilabile da una più ampia fetta di pubblico, rispetto a quella che compone l'utenza Rock / Metal. La struggente malinconia della parte strumentale trova il suo più fisiologico contraltare nel testo, anch'esso romantico e poetico. Si tratta infatti della descrizione degli stati d'animo di profonda tristezza derivanti dalla prima delusione d'amore di Rob Halford, autore della ballad. Halford dichiarò pubblicamente la sua omosessualità nel 1998, ma fu soltanto in una apparizione nel "Metal Hammer Magazine Show" che svelò l'origine e il significato di questo brano. Servendosi di immagini a dire il vero alquanto inconsuete per gli stilemi compositivi adottati dalla band in questa release e in quella precedente (gli uccellini che cinguettando volano via per sempre insieme all' amore perduto), il frontman racconta della sua profonda malinconia e dell'immensa delusione, una ferita indelebile inferta al suo giovane cuore; quest'ultimo, passato in maniera fulminea e inattesa da un sentimento di felicità (data dall' innamoramento) a quello dell'angoscia, recato invece dalla mancata corrispondenza da parte dell'amato. Amarcord della primissima esperienza amorosa, nella quale, credo, un po'tutti ci riconosciamo e identifichiamo. A prescindere dalla propria sessualità.

Evil Fantasies

Decima ed ultima traccia del platter, "Evil Fantasies (Fantasie Diaboliche)" ci mostra una band alle prese con un energico e roccioso R'n R dalla marcata infarcitura blues, con forti reminiscenze zeppeliniane. I roboanti riff di chitarra contribuiscono a rendere l'incedere molto cadenzato, mentre il cantato acre di Halford (che però quando prorompe con i suoi memorabili acuti in falsetto dà forse l'idea di fare un po'il verso a Plant) rende il brano estremamente catchy. Il break centrale, dal chiaro sapore hard seventies, è stilisticamente lontano anni luce dal topos del guitar solo a cui la premiata coppia d'asce ci ha abituati. Distorsore e pedaliera come se piovesse, nel più ferreo rispetto delle sonorità hard più genuine. Ogni volta che ascolto questo pezzo, esso richiama sempre più alla mia mente la celeberrima "For Those About Rock (We Salute You)" dei mitici canguri australiani AC/DC, rilasciata esattamente due anni dopo. Fatta naturalmente eccezione per lo straripante assolo finale di Angus, qui assente. Un gioco di rimandi "postumi" che comunque ci fa notare quanto i Priest fossero rimasti legati agli aspetti più viscerali dell'Hard Rock, incarnati dai super-coerenti AC/DC per l'appunto, i quali hanno sempre portato avanti una proposta rocciosa ed incorruttibile. Un pezzo, "Evil..", che potremmo definire allegro e divertente, palese testimonianza della versatilità espressiva acquisita dai Priest, nonché della loro sorprendente capacità di saper interpretare al meglio le svariate sfaccettature del filone hard 'n heavy. Propensione che continueranno ad avere fino al mostruoso "Painkiller",dove i Nostri toccheranno addirittura vette Speed Metal (genere che loro stessi hanno contribuito a creare). Anche sullo sfondo di questo pezzo vi è una vicenda amorosa, ma dai connotati ben più contorti e assai meno idilliaci rispetto a quelli annoverati nella precedente song. Qui l'amore è visto come esperienza traumatica e frustrante da parte di un protagonista che, vedendosi rifiutato dalla sua amata, immagina di possederla con la forza e la sopraffazione. Egli, alle prese con l'atteggiamento altezzoso e sprezzante di lei, non accetta di esser succube delle sue volontà e reagisce alimentando appunto fantasie maligne, pensieri morbosi e perversi in cui lui la tratta come una serva alle sue volontà, quasi un oggetto inanimato di cui poter disporre a proprio piacimento. Ossessionato dalla sua bellezza, esacerbato nell'animo dal suo fascino per lui irraggiungibile, egli si rifugia in venefiche immaginazioni in cui la possiede e la domina. Un testo che potrebbe, ad una primissima lettura, apparire violento ma che, visto dalla prospettiva dell' autore o dell' immaginario protagonista, può anche indurre ad una sorta di empatia con lo stesso. Del resto chi di noi, vistosi rifiutato da una donna, non ha mai fatto fantasie maligne sul suo conto, rifacendosi in parte della delusione patita? Discorso che può anche essere capovolto, se vogliamo, e modellato su di una storia "al contrario". Quante donne, a loro volta, hanno preso "malissimo" un nostro rifiuto? Chi più chi meno, a tutti è successo.

Bonus Track: The Green Manalishi (And the Two-Prog Crown)

La tendenza a coverizzare brani delle più disparate band ed artisti, da parte dei nostri Priest, continua anche in "Killing Machine".. o meglio, in "Hell Bent For Leather", dato che la "settima" track qui citata risulta tale solo nell'edizione americana. Questa volta tocca ai Fleetwood Mac di Peter Green, una band hard rock/blues/progressive attiva nel Regno Unito sin dal finire degli anni sessanta. Sono dunque loro ad essere omaggiati dell'interesse dei Nostri, sempre accorti e particolari nella scelta dei brani da riproporre. Il brano scelto è "The Green Manalishi (And the Two-Prog Crown)", primo singolo della band britannica, registrato e lanciato nel 1970. Si tratta di una cadenzatissima e fumosa slow song, a forti tinte rock/blues, una tipologia compositiva tipica di certo prog dell'epoca, in cui la ritmica e l'incedere quasi melliflui si alternano ad un cantato dalle melodie sornione ed ammiccanti. Per la serie, "come ti prendo un pezzo e te lo stravolgo", la versione offerta dai Priest risulta (manco a dirlo) velocizzata (dura quasi un minuto in meno rispetto all' originale) ed incattivita quel tanto che basta per far credere a molti che il brano fosse stato scritto dal quintetto di Birmingham. Dobbiamo dunque scordarci le lisergiche proposte dei Mac e rituffarci totalmente nel mondo delle borchie e delle catene: i Judas Priest hanno intenzione di presentarci una track potente e particolare, riveduta e corretta, adattata al loro stile. Halford offre un'interpretazione viva e agile, ma quel che realmente fa sembrare "The Green.." un brano dei Priest è la sezione ritmico / chitarristica. Impressionante è infatti l'incedere compatto e roccioso dei due axemen, mentre il solito Binks piazza bordate distruttive sul suo drum kit. Granitico è anche l'assolo di chitarra: il consueto, micidiale intreccio al fulmicotone della coppia Tipton / Downing. Esperimento molto ben riuscito, brano "stravolto" al quale però non è stata mossa violenza, al contrario: "The Green Manalishi.." ha avuto grazie ai Judas Priest una vera e propria "seconda vita", un'incarnazione del tutto particolare, tanto da essere richiesta ancora oggi (ed a gran voce) dal pubblico del nostro quintetto. Un'operazione simile a quella già avvenuta con "Lost Johnny", brano scritto dagli Hawkwind ed in seguito "ripreso" da Lemmy per conformarlo allo stile dei suoi (all'epoca nascenti) Motorhead. Il significato del testo si è prestato, sin dal momento dell'uscita del single, ad una duplice interpretazione. Una voleva che il pezzo fosse un esplicito invito a fare uso di LSD, essendo appunto il Green Manalishi una denominazione in uso per identificare un particolare tipo di acido lisergico in voga all'epoca degli stessi Fletwood Mac. Interpretazione corroborata anche dal fatto che Green e i suoi fossero assidui fruitori di LSD. Ma lo stesso Green, in un'intervista rilasciata qualche anno dopo ad una TV britannica, svelò il reale senso delle lyrics. Raccontò infatti di come una notte, in un periodo in cui faceva in effetti abbondante uso di LSD, fece un incubo rivelatore. Si svegliò in preda all'angoscia e, sentendosi paralizzato e impossibilitato a muoversi, sentì una voce che gli diceva che doveva liberarsi del Green Manalishi (letteralmente, la mazzetta verde)ossia il denaro in eccesso. Spiegò dunque di aver identificato il Green Manalishi (il danaro) con il Diavolo, il quale incombeva minaccioso alle sue spalle e lo terrorizzava. Prendendo spunto da questo suo terribile sogno, il giorno dopo Green donò la maggior parte dei suoi risparmi ad un ente benefico chiamato "War on Want", con sede a Londra, e che si occupava di prestare aiuti economici ai paesi in via di sviluppo,  soprattutto nel continente africano. Green dichiarò che lo spunto per la donazione gli fu dato dalla visione di un dossier televisivo in cui venivano mostrati i danni devastanti della fame nel mondo. Un'interpretazione (ma ovviamente in retrospettiva e quasi metaforica) del brano vuole inoltre che lo stesso fosse un implicito e silenzioso appello di Green ad esser aiutato ad uscire da un periodo di forte crisi depressiva (indotta forse anche dal costante uso di droghe), ma successive interviste fatte agli altri membri della band, che sostennero quanto Green fosse in perfetta salute mentale e fisica, soltanto un po'stressato dalla vita on the road, dissuasero e alla fine abbatterono questa ipotesi interpretativa.

Conclusioni

Riascoltare questo disco, anche a distanza di anni, non fa che confermare la straordinaria potenza comunicativa di una band che stava per consegnarsi alla leggenda. La tendenza a inglobare e integrare sul tappeto musicale preesistente elementi assoluti di innovazione, getta infatti una luce accecante sulle doti di tre ragazzi (Tipton, Halford e Downing sostanzialmente, visto il ruolo sino ad ora ballerino del drummer e la scarsa inclinazione di Ian Hill al songwriting) che, a dispetto della giovane età, si resero protagonisti di un fenomeno storico (per la musica, beninteso)devastante, dimostrando potenzialità oggigiorno difficilmente riscontrabili in loro coetanei "moderni". Sarò un inguaribile nostalgico, sarò un giudice fortemente critico nei confronti degli odierni prodotti musicali, sarà per il fatto che ritengo che ogni epoca abbia i suoi propri tratti peculiari, espletantisi nei diversi ambiti dell'Arte in senso lato.. ma ritengo questo disco davvero tra i più importanti e formativi per il genere. D'ora in avanti, tutto quel che sarebbe stato fatto, avrebbe avuto come unico filo conduttore questo disco: un disco che, a mio avviso, dovrebbe essere apprezzato anche da chi non si ritenga propriamente un seguace del genere, tanti e tali sono i contenuti oggettivi universalmente riconosciuti come costituenti lo spartiacque della musica moderna. Suggerisco ai più giovani di procurarselo, ai meno giovani che non lo avessero mai ascoltato.. naturalmente, consiglio di ascoltarlo. Così come lo consiglio a chi non lo ascolti da un po': rispolveratelo e tiratelo giù dallo scaffale, tenetelo sempre a portata di mano, accanto al vostro stereo, al vostro hi-fi, al vostro giradischi. Tutti vi riscopriranno il sepolto odore della storia, e non potranno fare a meno di apprezzarne il sapore del vaticinio retroattivo. Il futuro tracciato definitivamente da "Killing Machine", difatti, è di quelli che hanno una portata devastante. Lo spartiacque definitivo, l'episodio che avrebbe dunque portato alla codificazione totale di un genere che, da quel momento in poi, sarebbe stato noto con un'espressione, una sigla.. capace ancora oggi di far emozionare e battere il cuore di ogni Metalhead che si rispetti: "British Steel". Il passo avanti definitivo sarebbe stato compiuto appena un anno dopo, nel 1980: ma per arrivarci, "Killing.." è stato sicuramente un gradino fondamentale, un tassello imprescindibile, una tappa obbligata. Un disco che precede un'esplosione clamorosa e che al contempo amplifica le caratteristiche già presentate in "Stained Class". Una release da NON sottovalutare assolutamente, anzi. Un disco da far proprio, da amare a prescindere dal genere ascoltato. Che sia il Death o il Thrash, il Glam o il Black.. qualsiasi siano le vostre preferenze, fate in modo di passare per "Killing Machine". Non ve ne pentirete, e soprattutto apprenderete molte delle dinamiche che hanno portato alla teorizzazione ed in fine alla completa incarnazione di molti dei generi che tutt'oggi amate. Prescindere dai Judas Priest è impossibile, anti-storico, intellettualmente disonesto. Siamo dinnanzi ad uno dei combo simbolo di un movimento, una band che non si dovrebbe mai bypassare. Perché la storia è qui, e la storia va imparata.

1) Delivering the Goods
2) Rock Forever
3) Evening Star
4) Hell Bent For Leather
5) Take on the World
6) Burnin' Up
7) Killing Machine
8) Running Wild
9) Before the Dawn
10) Evil Fantasies
11) Bonus Track: The Green Manalishi (And the Two-Prog Crown)
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