JUDAS PRIEST

Jugulator

1997 - SPV/Steamhammer

A CURA DI
FABIO FORGIONE
12/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Faccio una breve ma doverosa premessa. Pochi giorni prima dell'incarico affidatomi di recensire Jugulator, il popolo metallico è stato scosso dalla notizia del Morbo di Parkinson diagnosticato a Glenn Tipton. Un'autentica doccia fredda per chi, come il sottoscritto, nutre una sana adorazione per il chitarrista più influente della scena metallica (insieme a Tony Iommi), vera e propria icona del movimento heavy planetario. Una di quelle notizie che non vorresti mai leggere. Potete dunque immaginare lo spirito con cui mi accingo a stilare questo articolo, benché dalle indiscrezioni emerga che in realtà il buon Glenn, che ha comunque suonato le parti di chitarra sull'imminente "Firepower", dovrà in realtà soltanto rinunciare all' attività live e sarà dunque impossibilitato a seguire la band nel tour di supporto al disco, e verrà rimpiazzato da Andy Sneap. Veniamo dunque a questo "Jugulator". All'indomani dello strepitoso "Painkiller", i Judas Priest, in giro per il mondo per promuovere il platter, sono contemporaneamente impegnati nel processo che li vede accusati di istigazione al suicidio per le morti di due giovani, avvenute, come ricorderete, rispettivamente nel 1985 e 1988. Sotto accusa era finito il brano degli Spooky Tooth "Better by you, better than me", coverizzato dagli stessi Priest su "Stained Class" nel lontano 1978, che, ascoltato al contrario, avrebbe indotto i due adolescenti a procurarsi la morte. I Priest, nel 1992 ottengono un'importante vittoria nel processo e sembrano sul tetto del mondo. La metal band più acclamata del pianeta, reduce dal proprio capolavoro tuttora ineguagliato, è quanto di più lontano si possa immaginare anche dalla più rarefatta parvenza di crisi. Eppure, il terremoto è dietro l'angolo. Come un vulcano che a fatica tiene a freno la sua furia distruttrice prima dell'eruzione, implodendo ripetutamente, giunge inaspettata la notizia: Rob Halford, storico frontman della band, Rob Halford il Metal God, annuncia la volontà di abbandonare il gruppo. A tal proposito sono state fatte le più svariate congetture: c'è chi ha imputato la decisione ad una presunta non accettazione da parte dei compagni dell'omosessualità del cantante (ipotesi, per quanto mi riguarda, assai poco credibile); altri hanno supposto una non ottimale condizione di salute dello stesso Rob, il quale, oltremodo stanco e provato, non avrebbe più retto i ritmi della vita "on the road"; altri ancora hanno posto l'accento su diatribe stilistiche in seno alla band, divergenze di vedute sulla futura strada da percorrere, e che avrebbero indotto Halford a tentare la carriera solista. Ma, appunto, si tratta solo di congetture, poiché, cosa realmente abbia sotteso ad una simile decisione, non è ancor oggi dato sapere. Quel che è certo è che, dopo lo split, Halford, insieme a Scott Travis, fonda i Fight, band con la quale rilascia due LP: "War Of Words" (1993) e "Small Deadly Space" (1995). E i Judas Priest? Orfani del loro istrione, non possono fare altro che mettersi alla ricerca di un valido sostituito che possa raccogliere la pesantissima eredità lasciata da Rob, riuscendo nell'impresa di non farlo rimpiangere e di rievocarne i fasti. Le audizioni si tengono copiose e fanno registrare due esclusioni eccellenti, quella dell'ex Gamma Ray (successivamente Primal Fear) Ralph Scheepers, un cantante dal potenziale semplicemente immenso, e D.C. Cooper dei Royal Hunt. Come quasi sempre accade però, è il caso a tessere le trame degli umani affanni, in barba a qualsivoglia forma di progettualità. Scott Travis, in giro per il mondo con i Fight, riesce ad inviare alla band una demo contenente due tracce interpretate dai British Steel, una tribute band dei Judas Priest. All'esibizione assiste lo stesso Travis in persona, rimanendo a dir poco folgorato dalla voce di Timothy S. Owens, cantante statunitense proveniente dall'Ohio. Tim viene immediatamente contattato dal management dei Priest, e, durante i provini, reinterpreta "Victim Of Changes" e "The Ripper". Tipton, Downing e Hill rimangono sbalorditi dalla potenza e dall'estensione vocale del ragazzo, che, da quel momento in poi, diventa il nuovo cantante dei Judas Priest e ribattezzato, proprio in ragione della prestazione fornita sul pezzo, "Ripper". È dunque giunto il momento di rimettersi al lavoro, "Painkiller" necessitava di un degno successore, i fans, ancora "sotto shock" per l'abbandono di Halford, dovevano ascoltare qualcosa di nuovo, di forte, che si ricollegasse ai fasti del passato e alla tradizione della band, ma che fosse nel contempo in grado di tranciare i legami che tenevano vivido nei loro cuori il ricordo del Metal God. Ed in effetti, sin dalle prime battute del disco, è percepibile la sensazione di "Jugulator" come di un disco diverso. Diverso da qualsivoglia opera priestiana antecedente, ma non troppo diverso dal Metal che circolava a metà degli anni novanta. Un album che, se è vero che da un lato esaspera ulteriormente la cattiveria sonora e la ferocia del predecessore, è altresì vero che si uniforma ad un trend stilistico assai in voga all'epoca, dando in pasto ai fans un prodotto massiccio, potentissimo, aggressivo, che vive addirittura di passaggi thrash, ma in cui a fare la parte del leone sono le fortissime venature groove di derivazione panteriana. Un sound estremamente greve e cupo, ottenuto dall'accordatura ribassata delle chitarre (Iommi docet), che meglio non potrebbe fare il paio con un impianto concettuale e lirico, interamente partorito dalla mente del grande Tipton, che è una fenomenologia in salsa metallica del male in ogni sua sfaccettatura. Partendo dall'avvento sulla Terra di quella sorta di angelo sterminatore (Jugulator, appunto) dalle fattezze robotico/demoniache che campeggia sulla fantastica cover dell'album, all'apocalisse descritta nella conclusiva "Cathedral Spires", il disco è una truce rassegna di atti esecrandi, inenarrabili crudeltà di ogni tipo perpetrate dall'umanità, indicibili sofferenze frutto di torture (come in "Death Row" ad esempio) o dolore fisico misto a stati di alterazione della coscienza con conseguente anelito alla morte di "Brain Dead". Ma avremo modo di analizzare il tutto nel dettaglio nel track by track. Il full, preceduto sul mercato dal primo singolo "Burn In Hell", e seguito l'anno dopo dall'altro singolo "Bullet Train", è registrato e mixato nei Silvermere Studios, a Surrey, Inghilterra, e vede la luce il 16 ottobre 1997 per quel che concerne il mercato nipponico, mentre il 28 ottobre tocca al resto del globo. Prodotto dagli stessi Tipton e Downing, oltre che da Sean Lynch, è licenziato dalla CMC International negli Stati Uniti, mentre in Europa e Giappone è la SPV/Steamhammer a farsi carico della distribuzione del platter. Quel che subito balza all' orecchio di questo disco, oltre che alla rottura con il passato, è la meticolosa e quasi certosina cura di ogni singolo dettaglio nei suoni e negli arrangiamenti. Ne viene fuori un sound elaborato e pressoché privo di difetti, che ne fa un prodotto a dir poco perfetto sul versante sonoro, particolare questo che acquisisce ancor più valore, soprattutto alla luce della considerazione che la band era reduce dai prestigiosi servigi di gente come Tom Allom e Chris Tsangarides. Non proprio gli ultimi due sprovveduti... e scusate se è poco! I due guru della produzione metallizzata erano stati co-artefici degli stratosferici successi discografici dei grandi classici ottantiani (Allom), e del divino "Painkiller" (Tsangarides). Ma non è solo la componente acustica ad essere mutata e a rappresentare la novità di questo "Jugulator". Come vedremo, un sensibile cambio di rotta viene impresso proprio al songwriting, con brani estremamente complessi, elaborati, ricchi di sfumature e a di espedienti tecnologici, taluni(brani) piuttosto lunghi e monolitici. Insomma, le premesse per essere tentati dall' ascolto ci sono tutte, ed è proprio quello che voleva Glenn Tipton quando ebbe a dichiarare che con "Jugulator" avremmo sentito dei Judas Priest mai sentiti. E ora sotto con la disamina dei dieci pezzi.

Jugulator

Si parte proprio con la title track. Jugulator non è un termine passibile di traduzione, essendo né più né meno che il nome della terrificante creatura dalle fattezze a metà tra il demone e l'androide raffigurato sulla cover del disco. Volessimo provare ad abbozzare una qualche sorta di fantasiosa, probabile traduzione, questa potrebbe essere: "colui che ti ammazza sgozzandoti, azzannandoti la vena giugulare", ma è meglio soprassedere, e lasciare al termine la sua aura pregna di carica fantastica e orrorifica. "Jugulator" è semplicemente il titolo del tredicesimo album da studio dei Judas Priest, nonché della sua traccia di apertura. Le sferragliate udibili sull'incipit di brano richiamano direttamente il passo letale di robot killer, intenti in un incedere marziale che non lascia presagire nulla di buono. Gli stessi versi pronunciati da Owens sono quanto di più sinistro e minaccioso la mente di Glenn Tipton potesse concepire: "Ora vediamo di cosa sei fatto, sta arrivando, non puoi scappare, i trasgressori che vengono catturati desidereranno non essere mai nati". Il graduale crescendo strumentale, sempre calato appieno nel suo mood da marcia bellica, vede dapprima il basso di Ian Hill serrare i ranghi, subito dopo seguito dalle chitarre, fino all'esplosione finale che apre di fatto al pezzo, simultaneamente ad un mezzo acuto di Owens sul "never been born" dei versi introduttivi. Le due asce ora producono un muro sonoro monolitico, compatto, dalla potenza impressionante, mentre il tentacolare Travis dietro le pelli accelera i tempi di esecuzione. È un brano che trasuda violenza e cattiveria da tutti i pori, non vi è melodia che stemperi i toni o rassereni gli animi. Le parole proferite da Owens hanno il sembiante di vere e proprie sentenze. Sentenze, condanne. Le condanne a morte inferte ad un'umanità che si è spinta troppo in là, che ha troppo osato. Ora Jugulator è arrivato sulla Terra per porre fine a sofferenze, angustie, violenza e soprusi di sorta. Ai più attenti non sfuggirà di certo il ponte concettuale instaurato dai Priest tra la figura del Jugulator e quelle di altri iconici personaggi partoriti dalla mente della band (in primis da quella di Tipton), e di cui abbiamo fatto la conoscenza in passato. Basti pensare a Starbreaker, Exciter, Night Crawler, Leather Rebel, Painkiller. Ed è proprio con quest'ultimo che il legame sembra essere ancor più diretto e vivido. Painkiller era l'essere sovrannaturale deputato alla cessazione del dolore del genere umano e, in ultima analisi, alla sua totale estinzione. Jugulator, se possibile, va anche oltre, essendo la rappresentazione vivente dell'errore per antonomasia della razza umana: quello di essersi generata e autodeterminata. Dopo la straripante intro, viene passato in rassegna il - chiamiamolo così - modus operandi di Jugulator, e a farsene carico è un Owens dalla timbrica calda e muscolosa, coadiuvato dai cavernosi backing vocals posti in finale di verso, che non fanno che conferire ulteriore drammaticità alla composizione. È un gelido e terrificante elenco, Jugulator è uno sterminatore, un rasoio affilato che ti prende la testa e non ti lascia via di scampo. Un profanatore che, prima ancora che tu possa rendertene conto, ti ha già mutilato, decapitato, ucciso. Quello che potremmo, non senza una qualche forzatura, definire una sorta di refrain dal retrogusto semi-melodico, rincara la dose. Attratto dalla puzza della paura, in parte macchina e in parte demone, artigli di ferro e zanne d'acciaio che gocciolano del sangue delle prede già sbranate, Jugulator è vicino, affamato, pronto ad uccidere senza pietà alcuna. E non puoi fare altro che sentire il tuo cranio sgretolarsi sotto la possente presa delle sue mandibole, mentre la tua spina dorsale si frantuma. Owens è straordinario per intensità interpretativa, il suo piglio è eccellente, così come i poderosi acuti posti in calce ai bridge, in cui mostra potenza ed estensione vocale che per nulla fanno rimpiangere i fasti del miglior Halford. È il momento del break centrale, nulla di quello a cui eravamo avvezzi. L'assolo che campeggia alla sua sommità è tirato e distorto, più vicino alle modalità thrash che non a quelle heavy. Ma, a ben vedere, è l'intero brano che vive di passaggi riconducibili al "bay area style", così come gran parte del platter. La rassegna prosegue, inframmezzata da taglienti solos che lacerano letteralmente il brano, giusto per rimanere in tema, servendosi di immagini al limite del raccapriccio, degne del miglior trash splatter movie. Jugulator lo stupratore, Jugulator il vendicatore ti spappola carne e ossa, ti spezza la gabbia toracica. Il massacro è compiuto, giustizia è fatta, ed ora il profanatore può ritenersi soddisfatto. Le chitarre, che non un attimo hanno smesso di martellare e di percuotere, cedono il passo a rumori robotici ricreati in studio, preceduti da un incredibile, mastodontico scream di "Ripper" che, di fatto, ci accommiatano dal brano. Ora, aldilà delle accuse di banalità e di retoricità e di eccessiva negatività di cui il pezzo è stato fatto oggetto, va invero precisato che di tratta di una traccia che fa dell'impatto drammatico e della disperazione il suo vero punto di forza, oltre che della sua grande potenza sonora. Se immaginare un'umanità spietatamente punita per i suoi errori e i suoi inenarrabili crimini è banalità, mi chiedo cosa in realtà sia profondo o impegnato.

Blood Stained

I più ferventi estimatori del cinema horror, oltre che dediti al culto metallico, avranno senz'altro notato che nella nutrita soundtrack metal del film "Bride Of Chucky" del 1998, figura anche la potentissima Blood Stained (Macchiato di sangue), seconda traccia di questo platter. Altro brano, altra stupenda intro, segno evidente che gli stilemi di "Painkiller" hanno fatto breccia nel songwriting priestiano. Chitarra e basso, subito dopo un sibilo sinistro, aprono le danze con fare glaciale, tetro. Pochi secondi ed ecco sopraggiungere la seconda chitarra, rumorosa e distruttiva, e, successivamente, la batteria, potente, schiacciante di un Travis in grandissimo spolvero. I primi versi del brano sono quasi dei lamenti sussurrati da Owens: "atrocità realizzate ogni giorno... religiosamente", il che ci fa capire, anche con un pizzico di amaro sarcasmo, che ci troviamo dinanzi ad una violenta invettiva contro il malcostume e le derive degeneranti del potere. E i successivi versi, anche qui quasi totalmente privi di una qualsivoglia forma di melodia, chiariscono ulteriormente il concetto, tra ritmi non forsennati, ma maledettamente cadenzati e intrisi di groove, forieri di una potenza devastante. Il bridge strofa/refrain è talmente sottile che tutto sembra far parte di un unico blocco. I detentori del potere commettono i loro crimini nascondendo le loro malefatte, indossando maschere create ad arte. Ma hanno le mani sporche di sangue, così come macchiati di sangue sono i tempi, le azioni, le bugie. Luridi affaristi senza scrupoli, non faranno altro che inchiodarci tutti. I loro delitti nascosti, vergognosamente, rivelano mani e azioni sporche di sangue. In un contesto che trasuda un disarmante pessimismo, che pare quasi una sorta di prequel alle gesta dello Jugulator del pezzo precedente, fatto di riff monolitici e rocciosi pattern di batteria, (la "modernità" del sound del nuovo corso priestiano, fatto di atmosfere gelidamente meccaniche), è invece il comparto lirico a rappresentare il legame più forte con la tradizione. Siamo al cospetto, urla Owens, di esseri spregevoli, privi di coscienza; il loro unico intento è quello di sparare, di uccidere, dando vita ad una vera e propria pulizia etnica, insozzando di sangue i popoli che sottomettono, adottando la guerra come loro paradigma di vita. La concitazione del momento, fatto di un continuo susseguirsi e alternarsi di ritmi alti e ritmi più ragionati, viene spezzata da un breve assolo, distorto all'inverosimile, cui fa seguito ancora un lacerante verso, stavolta di carattere lievemente più melodico. I loro occhi sono divenuti ciechi a causa dei crimini commessi, senza provare alcun rimorso, essi mettono a nudo le nostre anime. Le macchie di sangue, indelebili, non possono essere rimosse. Il secondo assolo, eseguito da Tipton, è stavolta più articolato e veloce del precedente, ma comunque stilisticamente più affine alle modalità thrash che non a quelle heavy, praticamente una sfuriata di vibrati e legati priva della sia pur vaga forma di melodia. È un brano che, in linea di massima, si nutre di un appeal plumbeo e malvagio, soffocante e sinistro. La perfidia della classe politica sta tutta nella nefandezza delle sue azioni: mentre i loro sicari compiono i loro delitti, i politici si girano dall'altra parte, fingendo vigliaccamente di non vedere. La loro avidità spaventa e atterrisce per sempre il popolo vessato. Macchiano di sangue tutto ciò con cui vengono a contatto, non vi è via di scampo. E mentre i predatori braccano su questa terra le loro prede, essi, travestiti da santi, uccidono la nostra fede. Ossessionati dalla loro quasi naturale predisposizione ad azzannare, non possono rimuovere dai loro denti le macchie di sangue, la prova tangibile, eterna, delle loro colpe. È una sorta di sentenza promulgata da Owens, con gli strumenti divenuti improvvisamente quasi muti. È l'amaro epilogo di un testo agghiacciante.

Dead Meat

Quale espediente più efficace di un ruggito felino per introdurre Dead Meat (Carne morta), terza traccia del platter. Tanto per sgombrare il campo da possibili equivoci riguardanti l'entità e lo specimen del nuovo corso intrapreso, i Priest sfornano un altro brano dalle violenza sonora straripante. I potenti power chord della premiata coppia Tipton/Downing questa volta, senza introduzioni articolate, portano il brano nel vivo del suo impeto devastante, con il solito Travis a pestare le pelli come un dannato e uno Ian Hill preciso e martellante al quattro corde. È un main riff dalla forza distruttiva quello su cui Owens ricama i primi versi di un brano che, già dal titolo, non promette nulla di buono a livello lirico. Il testo rispecchia infatti le istanze di ribellione, la precisa volontà di non farsi soggiogare, opprimere, vessare da un potere corrotto e violento. Ciò che abbiamo da dare in cambio, ciò che offriamo in sacrificio al sistema è solo e unicamente la nostra carne morta. Il potere che ci vuole imbrigliare, avviluppare nelle sue meschine maglie, potrà avere solo i nostri cadaveri, ma giammai avrà i nostri cuori, le nostre coscienze, la nostra anima. Resisteremo a qualsiasi sentenza di morte, nessun plotone di esecuzione potrà farci a pezzi nella nostra dimensione interiore. No, soltanto in quella fisica. Chitarre serrate, potentissime, una batteria che è una mitragliatrice, tanto per rimanere in tema, e un Owens che alterna con impareggiabile maestria parti vocali sporche a nitidissimi scream, nell'ottemperanza di quello che pare ormai essere uno schema pluriconsolidato dalla band, quasi sempre sui finali di strofa, trascinando il verso fino al limite del suo diaframma. È l'epifania di un martirio di massa, quello a cui assiste incredulo l'oppressore. Non si aspettava tanta resistenza, tanto ardore, uno spirito di affermazione tale da spingere addirittura alla morte, piuttosto che accondiscendere ai suoi biechi voleri. Un momento questo, messo meravigliosamente in risalto da un micidiale lavoro in combinata delle due asce, e che sfocia in due assoli, il primo ad opera di K.K., il secondo di Tipton. Ancora una volta, due taglienti, sporche, grezze rasoiate, una cascata di note sfuggenti, sofferte, dilaniate. Proprio come la carne morta del refrain, qui la sola parte del brano che presenti una componente melodica. La strofa invece è quanto di più serrato, furioso, "sgraziato" si potesse immaginare e concepire, se si tiene conto che i Priest non sono una thrash o hardcore/punk band, ma semplicemente l'incarnazione vivente dell'heavy metal che però, proprio a partire da "Painkiller" ha deciso di incattivire, velocizzare, rendere più sporco e massiccio il proprio sound. Siamo carne morta dunque, ma non ci arrenderemo, non ci piegheremo, non tradiremo. Non vi è catena che possa legarci, gabbia che possa imprigionarci, legge che possa obbligarci, né trappola che possa fermarci. Il ribelle ha però in serbo una terribile sorpresa per il suo carnefice. Prima di cadere morto nella fossa, con un ultimo, disperato guizzo, lo agguanterà trascinandolo con sé nel baratro. Allora il sacrificio sarà totale, l'esecuzione potrà ritenersi compiuta a tutti gli effetti. Nel fragore delle chitarre e sotto i colpi possenti della batteria, si consuma il verdetto finale. Saremo tutti, ma proprio tutti... carne morta!

Death Row

Un prologo che si vuole interpretato dalla voce dello stesso Glenn Tipton introduce Death Row (Braccio della morte) quarta traccia del platter. La scena sembra quasi tratta da un film: un condannato a morte, detenuto nella sua cella in attesa dell'esecuzione, urla in preda alla disperazione di essere lasciato libero, ma la voce fredda e spietata di Tipton gli ricorda che ha commesso un crimine, e ora è giunto il momento di pagare. È qui che fa il suo ingresso il sinistro arpeggio della chitarra di Downing, a mettere in risalto la tragicità del frangente. Un telefono squilla e la guardia carceraria risponde: "qui braccio della morte... non deve restare? Bene riferirò". Il detenuto, "un morto che cammina" viene prelevato dalla sua cella e tratto sul luogo dell'esecuzione, mentre le scariche della sedia elettrica sembrano già pervadere l'aria circostante. La deflagrazione del power chord sopraggiunge lesta e quasi inattesa, producendo un riff tra i più potenti, malvagi, letali partoriti dalla mente del grande Tipton. Tutto il brano incarna in sostanza dapprima la ribellione del condannato e i suoi iracondi proclami di libertà rivolti ai suoi aguzzini, salvo poi nel finale, vista la ineluttabilità della sorte, ripiegare su un atteggiamento più umile e dimesso, quasi di supplica. Ma atrocemente inutile! Ritmi serrati, anche se non altissimi, con quello schiacciasassi umano che risponde al nome di Scott Travis che dietro le pelli fa il bello e il cattivo tempo, ora serrando i ranghi, ora rallentando l'andatura, nel pieno adempimento dei dettami che si convengono al songwriting dell'"heavy moderno", di cui questo "Jugulator" è un illustre rappresentante. Il cantato di "Ripper" è lacerante e a tratti sgraziato, e risente di una impostazione quasi thrash, e nella concitazione iniziale, urla selvaggiamente tutta la sua disperazione. "Siamo stati tutti arrestati per dei crimini commessi, ora la nostra detenzione sta per avere fine. Non verremo mai assolti, e le nostre grida di paura riempiranno l'aria quando abbasseranno la leva di quella sedia elettrica". Il pezzo è tirato, potente, cattivo e non conosce cali di tensione. Tanto che il passaggio da una strofa all'altra risulta fulmineo. "I boia non mostreranno alcuna pietà, ci infileranno un cappuccio sulla testa e abbasseranno l'interruttore. In quel momento saremo tutti più vicini al creatore". Ecco sopraggiungere dunque un refrain, tanto semplice quanto efficace, uno di quelli che ti rimangono nel cervello per giorni interi, ed è proprio il refrain che si fa portavoce dei vani propositi di libertà del detenuto. "Oh no, non voglio andare... non vi seguirò mai nel braccio della morte" ripete per due volte un istrionico Owens. Quando però prende contezza della inutilità dei suoi proclami, cambia decisamente registro, rivolgendosi ai suoi aguzzini e pregandoli di essere clementi, dopotutto, "non ha fatto nulla di male". L'assolo seguente è forse il solo punto debole di un pezzo che si candida come sicura hit del full, zeppo com'è di whammy effects, un espediente che solitamente non prediligo ma che, devo ammettere, calato nel contesto sonoro del brano, ci sta tutto. Gli improperi del condannato, che sente ormai vicina la sua fine, riprendono imperterriti nel secondo refrain, speculare al primo. "Mi conducono via lentamente, con biglietto di sola andata per il braccio della morte, riprende laconico Owens, allorché uno dei suoi aguzzini gli si rivolge beffardo ricordandogli che "se è troppo giovane per morire...allora che affronti la questione da uomo, che la smettesse di piangere!" E aggiunge una risata colma di perfidia e di scherno al tempo stesso. La cosa non sembra però sortire alcun effetto sul giovane, il quale continua incurante a urlare la sua disperazione. Non lo avranno mai, non riusciranno a condurlo nel braccio della morte. La realtà è però purtroppo ben diversa, e lui lo sa bene. Implora allora i boia di dire una preghiera che allevi le sue sofferenze. "Sulla sedia elettrica non è molto bello", commenta il derelitto, riuscendo addirittura a tradire una certa ironia, o, se preferite, quell'amaro sarcasmo che pervade talvolta chi sa di andare incontro ad un destino inevitabile, alla fine certa. Ed è proprio tra le grida del condannato, accompagnate dagli inquietanti rumori delle scariche elettriche, che il brano si conclude.

Decapitate

La doomeggiante Decapitate (Decapitare), quinta traccia del disco, ne chiude anche il lato A. È un brano fortemente debitore nei confronti delle sonorità dei primi Black Sabbath, rivisitati però in chiave "Jugulator", ossia all'insegna di grande potenza e cristallina nitidezza sonora. Sensazione percepibile sin dalle prime battute del brano, allorché, dopo una intro fatta di suoni striduli e distorti, le chitarre duettano dando vita ad un riff dall'aura terrificante. Così come spaventoso è, manco a dirlo, l'impianto lirico che sottende al pezzo, assolutamente in linea col generale trend dell'intero album. Il brano descrive infatti, senza troppi fronzoli, e servendosi di immagini crude e realistiche, la fine a cui sono condannati fantomatici ribelli, autori di rappresaglie eseguite in seno ad un ipotetico golpe. Senza mezzi termini, sentenzia un Owens dall' ugola di cartavetrata, essi finiscono decapitati. Altro pezzo che non brilla proprio per slanci melodici, ma che, anzi, vive di versi brevi e sincopati, scarni ed estremamente ravvicinati tra loro. Il protagonista delle liriche diviene qui il nostro interlocutore, che ci parla in prima persona, mostrandoci gli effetti deleteri, letali delle azioni di chi ha osato ribellarsi al sistema vigente. Hanno letteralmente perso la testa, sia in senso figurato, ma ancor più in senso reale, presi com'erano dalla smania di sovvertire l'ordine costituito, e certi che non sarebbero mai stati catturati. Il ritmo è ipnotico, disturbante, quasi morboso, le chitarre avanzano lente e possenti, il basso di Hill pulsa come un martello pneumatico, mentre Travis picchia su tom e charleston con forza immane. L'atmosfera malata di questa traccia ne pervade ogni singolo attimo. I ribelli hanno segnato per sempre il loro destino, i loro sforzi, inutili, sono stati domati con misure repressive efficaci. Una volta catturati, hanno assistito impotenti alla promulgazione della sentenza: decapitazione! La parola che li fa tremare di paura, inorridire di terrore. Non vi è nulla e nessuno che impedirà tutto questo, la passeggiata presso i cancelli infernali è per loro stata prenotata. Un assolo ancora una volta lacerante, sgraziato, privo di armonie, sottolinea tetro la drammaticità del momento, quando un doppio verso, parlato, sopraggiunge sarcastico: "avete perso la testa, signori... sicuramente da domani dormirete piuttosto bene". Per la seconda volta nel platter (la prima era stata proprio nel brano precedente) emerge inesorabile tutto il gusto "perverso" di Glenn Tipton nell'ironizzare sulla morte violenta dei protagonisti delle sue lyrics, desacralizzando il concetto stesso di morte, per calarlo appieno nel contesto cruento del disco, rivestendolo di quel quid di amaramente grottesco. Un po' come dire che la morte, dopotutto, non va presa troppo sul serio, essendo qualcosa che prima o poi toccherà ad ognuno di noi, anche a chi si autoinveste dell'autorità di infliggerla ad altri. "La corte che si fa carico delle condanne capitali", prosegue Owens, è il miglior deterrente per impostare nuove procedure, il verdetto è dei peggiori: decapitare. Una parola d'ordine, che, da allora in avanti, sarebbe stata tradotta in pratica ogniqualvolta se ne fosse presentata occasione, segnando inesorabilmente il destino di ognuno.

Burn in Hell

La B side si apre con Burn In Hell (Brucia all'inferno), primo singolo estratto dal full. Abbiamo detto della malvagità che trapela da ogni singolo solco di questo disco, una malvagità che investe sia il contesto sonoro, sia, forse ancora di più, quello lirico. Finora siamo stati messi al cospetto di tematiche riguardanti i più svariati ambiti della cattiveria umana, inerenti la guerra, la morte, la tortura, la sofferenza fisica e psichica in senso lato. Mancava all'appello la sete di vendetta, ed ecco che ne facciamo la conoscenza all'interno di questa straordinaria traccia. Il singolo, si sa, assolve solitamente alla funzione di presentare il platter, e il più delle volte reca in sé caratteristiche sonore di più facile assimilazione, più melodiche od orecchiabili (rimanendo, è logico, nell'ambito di un prodotto catalogabile come "classic metal"), e, ferme restando tutte le circoscrizioni e i limiti del caso, attribuendo al termine un significato ad ampio spettro, questa "Burn In Hell" è una traccia di gran lunga più fruibile di una qualsiasi tra le cinque sinora ascoltate. Bastano sei minuti e quarantaquattro secondi ai Judas Priest per farci immaginare un sanguinario vendicatore, più che mai deciso ad infliggere al colpevole, responsabile di chissà quali atroci crimini e misfatti, una morte lenta, dolorosa, permeata di terrore e intinta nella spasmodica, angosciosa attesa. Effetti sonori degni di un film horror anticipano una chitarra sinistra e cupa, quella del grande Tipton, alla quale ben presto si aggiunge la seconda, quella di Downing, e poi ancora il basso di Hill, in un costrutto sonoro dall' aura macabra e terrificante. È qui che il misterioso vendicatore si annuncia, ridendo sadicamente, alla sua vittima, ricordandole che la sua ora è giunta. Egli è lì per vendicare tutto il male che lui ha commesso, in assenza di giustizia, l'impietoso giustiziere sarà lui. Sarà il suo incubo peggiore. Owens è poco più che una voce narrante, cavernosa e mefitica, mentre gli strumenti, in questa parte, languono. È una intro piuttosto lunga ed articolata, di quelle a cui questo "Jugulator" ci ha abituati, qualcosa che ci prepara lentamente alla vera esplosione del brano, facendocela quasi agognare. Ed in effetti, il graduale ingresso nel pezzo della batteria di Travis, dona allo stesso uno slancio adrenalinico spaventoso. Potentissimo, l'ex "Racer X", accompagna con formidabile precisione una sezione ritmica già di per sé pesante e massiccia, grazie al "low tune" delle due chitarre. Il brano, fin qui piuttosto blando, prende improvvisamente vigore e forza, le chitarre ruggiscono, Travis pesta il drumkit come un dannato, Owens alza e inasprisce i toni vocali. È la manifestazione del Metallo Puro nella sua forma primordiale, ma arricchita di quella modernità che tanto sta giovando a questo full. Il vendicatore ricorda alla sua vittima che possedeva un' arma da fuoco, con la quale era solito seminare morte e terrore. Ora, quell'arma, dovrà usarla contro sé stesso, autoinfliggendosi una morte lenta. Troppe menzogne, troppa crudeltà ha riservato nelle sue azioni, ora dovrà essere ripagato con la stessa moneta. È un refrain, stavolta, dall'impatto melodico un tantino più significativo, interpretato da un Owens assolutamente istrionico. "Sento il tuo respiro, il tuo affanno, la tua paura. Stai per disgregarti del tutto, è giunta per te l'ora di inghiottire il fuoco". "Lo stesso fuoco con cui solevi infliggere morte. Ora dovrai bruciare all' inferno". Potenza, rabbia, dolore, in questo brano ci sono tutti gli ingredienti tipici del repertorio priestiano intrapreso in "Painkiller" e qui elevato all' ennesima potenza. Un assolo fulmineo, lugubre, acido, squarcia il brano prima che lo stesso si avvii alla conclusione. Owens abbandona la forma "cantata" per assumerne una più drammaticamente narrativa. Prima di bruciare definitivamente all' inferno, il suo carnefice, divenuto vittima, passerà attraverso indicibili atrocità: ringhierà e sbaverà come un cane idrofobo, urlerà come una Banshee. Le sue grida di dolore saranno la giusta ricompensa per il male commesso, e l'ideale nutrimento per gli aneliti di vendetta del crudele giustiziere.

Brain Dead

Il genio e il frutto della fantasia perversa di Glenn Tipton hanno modo di manifestarsi in tutta la loro drammaticità in Brain Dead (Morte cerebrale), settima traccia del platter. La truce rassegna continua inarrestabile, e questa volta siamo alle prese con le ultime, angoscianti, terribili ore di vita di un uomo alle prese con uno stato di morte cerebrale. Il brano si apre con lo stridulo rumore di una frenata, a cui seguono i primi inquietanti riff. Il suono della sirena di un'ambulanza precede poi di poco i poderosi e massicci palm mute dei due axemen. Abbiamo dunque modo di capire che è appena avvenuto un incidente. Il riffing introduttivo è, al solito, tellurico, deflagrante, ma anche cupo e greve, e non potrebbe essere altrimenti, viste le lyrics. Il brano è generalmente pervaso da un'aura disturbante, morbosa, che ben si sposa con il cantato di Owens, qui più graffiante e rude che in precedenza. I suoi, in verità, paiono più dei lamenti, e quando inizia a passare in rassegna le sensazioni fisiche ed emotive che prova, paralizzato com'è sul suo giaciglio, il brano prende finalmente corpo in tutta la sua tragicità. Il malcapitato invoca, invano, non potendo essere ascoltato da nessuno, di staccare la spina, di spegnere le macchine che lo tengono ancorato a quella sorta di pseudo vita. Che gli sia concessa almeno un po' di dignità, ora che la morte cerebrale, e siamo già nel pieno della disperazione del refrain, gli impedisce di muoversi, di parlare, di urlare. Ma non di realizzare, in un turbinio di angoscia, quale sia davvero la sua condizione. Non vuole la compassione altrui, è conscio di tutto quanto accada intorno a lui, ode le voci dei suoi cari vicini al suo letto, sente i loro discorsi, ma è impossibilitato a interagire. Una sensazione terribilmente frustrante, oltre che annichilente, che gli fa agognare spasmodicamente il momento del reale, definitivo trapasso. Tipton e Downing sono due macchine da guerra, la potenza dei loro riff è dirompente, così come lo è la mestizia che ne fuoriesce, complice la ben nota accordatura sotto tono delle chitarre. Travis è un metronomo implacabile, che non manca però di colorire con fantasiose sfumature il suo drumming monolitico. La sezione ritmica, fin qui possente e pachidermica, conosce una improvvisa sferzata, con le due asce che si scambiano reciprocamente taglienti e sinistre scudisciate in cui a farla da padrona è la leva del distorsore. In quello che, con un po' di fantasia, potremmo definire un assolo, ciò che si riesce realmente a percepire, è il culmine della sofferenza e del dolore raggiunti dal nostro protagonista. Il quale, subito dopo, si lancia in un serrato e vetroso monologo, tanto disperato quanto commovente. Non riesce a muovere gli occhi né a piangere, non riesce a parlare, ma è in grado di udire le voci di coloro i quali si accalcano intorno al suo capezzale, persuasi del fatto che lui non possa sentirli. Sono degli idioti, essi non sanno che lui, dentro, è ancora vivo, ma la sua voglia di farla finita è superiore ad ogni sentimento o volontà. Che stacchino dunque quella dannata spina, una volta per tutte, ponendo fine ai suoi patemi. Come in preda ad un repentino accesso di lucidità, egli comprende la reale natura della sua condizione. Morte cerebrale, non c'è via di scampo. I lugubri lamenti di Owens accompagnano mestamente la cessazione delle sofferenze del Nostro. Nella concitazione della ritmica, con le chitarre che paiono recitarne le esequie, l'infelice non può far altro che dichiararsi abbandonato, dimenticato per sempre da tutti. La fine è dunque giunta, da quel momento in poi, la fleboclisi avrebbe smesso per sempre di alimentare il suo agghiacciante stato vegetativo.

Abductors

L'ottava traccia, Abductors (Rapitori), è un altro mirabolante esempio di terrore applicato al metal. Stavolta l'immaginazione del buon Tipton pesca a piene mani in un filone narrativo in verità già alquanto abusato, ma che non manca mai di destabilizzare e atterrire come fosse la prima volta, ossia quello degli esperimenti da parte di razze aliene, aventi come cavie esseri umani. A fare da cornice espressiva ad una tematica già di per sé ripugnante è il consueto tripudio di potenza e di groove micidiale, la greve pesantezza che sta praticamente caratterizzando questa release. Si parte con Owens che, con voce roca, quasi sussurra il titolo della song, prima che dei lugubri, disturbanti arpeggi, aprano alla prima strofa. La potenza dei riff è devastante, l'incedere è cadenzato, ha la pesantezza di un cingolato che distrugge qualsiasi cosa gli si pari davanti. Owens apre le macabre danze: i rapitori giungono di notte, improvvisamente, privi di qualsivoglia emozione, si insinuano nel tuo cervello, annullando la tua volontà, soggiogandoti. Ti sondano l'anima talmente a fondo da profanartela. Il refrain giunge lesto, ed è l'ennesima testimonianza della straordinaria, sorprendente capacità di "Ripper" di spaziare da pulitissimi scream a growl laceranti. Sono i rapitori, urla in preda a raptus di terrore, arrivano per te di notte; ti faranno sanguinare la mente, ti taglieranno dall' interno. Il brano si nutre di immagini di un crudo e, talvolta, perverso realismo, l'aura di cui è intriso è capace di atterrire, come di gettare nel più profondo senso di disperazione. Ancora una volta, è come se fossimo al cospetto di uno splatter movie a tema torture e sadismo estremo. I rapitori legano le loro vittime e iniziano a esplorare le membra delle loro vittime. Le quali, prive di anestesia, strillano in preda ad atroci dolori. Ma essi, i rapitori, sembrano essere sordi e insensibili ad ogni influsso emotivo. Ignorando letteralmente le loro cavie, continuano imperterriti a trapanare e perforare. Il secondo refrain stavolta è propedeutico ad un alleggerimento della pressione ritmica, fin qui massiccia, possente, ossessiva, un intermezzo ad hoc, che è portavoce della incredulità da parte del Nostro per essere stato scelto da questa crudele oligarchia aliena, per i suoi truci, folli rituali. È il momento del primo assolo, eseguito da K.K., accompagnato in sottofondo da effetti robotici e cibernetici. Senza tregua, incalza la terza quartina: ti svegli nella tua stanza in preda al panico, e speri con tutto te stesso di non avere memoria di ciò che stai vivendo. In un accesso di lucidità, fugace come un lampo, realizzi che per loro non sei che un volgare rappresentante di una razza inferiore, un esperimento intinto nel sangue. Il secondo assolo è un fulmineo scambio di rasoiate affilate e caotiche da parte dei due axemen, che meglio non potrebbe rendere l'idea dello stato di paura misto a confusione mentale del malcapitato protagonista delle lyrics. Passato il cui impeto, cede nuovamente il passo alla ritmica distruttiva delle ultime due quartine. Un nuovo, paradossale, beffardo elemento si aggiunge al già di per sé nutrito repertorio di sensazioni dilanianti: il rischio che, ove si riuscisse a sfuggire al massacro, raccontando in giro l'accaduto, si possa non esser creduti, e addirittura fatti passare per folli. Qualunque cosa, urla Owens, potrà essere usata contro chi la proferisca. È la nemesi totale, la più profonda e inesorabile cessazione della sia pur minima forma di speranza. Verresti abbandonato da tutti, dalle autorità, da Dio stesso, incriminato e dichiarato un bugiardo e millantatore. È l'epilogo amaro e raggelante di un'esperienza ai limiti del surreale.

Bullet Train

Correva l'anno 1999, quando i Judas Priest si guadagnarono una nomination per la seconda volta (la prima fu nel 1990 con Painkiller) per il Grammy Award For Best Metal Performance. Il pezzo in gara era Bullet Train (Treno ad alta velocità), secondo singolo estratto da "Jugulator", uscito nel '98, nonché nona traccia del full. Il brano dovette purtroppo arrendersi a "Better Than You" dei Metallica, estrapolato dal disastroso e pessimo "Re Load", un album (e un brano) che col Metal hanno da condividere ben poco. Praticamente niente. Ma, tant'è, quando a orientare e determinare le tendenze è esclusivamente il music business, capita purtroppo di assistere anche a scempi di tal fatta. Il pezzo, inserito anche nel Live Metal Meltdown '98, una sontuosa registrazione a supporto della release in esame, mette subito in chiaro le cose: trattasi di composizione dai ritmi tutt'altro che frenetici, ma estremamente cadenzata, potente e serrata, e che fa del costante e progressivo crescendo il suo punto di forza. Oltre che di un'interpretazione maestosa da parte di Owens, in assoluto una delle migliori nell' arco della sua militanza nei Preti Di Giuda. Un confuso vociare è udibile nei primissimi istanti del pezzo, subito seguito dai malefici sibili chitarristici di Downing. A cui ben presto si affiancano i riff distruttivi di Tipton e, gradualmente, i colpi di grancassa di Travis. Un attacco progressivo (nel senso più letterale del termine), su cui Owens inizia ad inanellare e alternare parti vocali roche e potentissimi acuti. Rivedere le cose alla luce del sole, dopo averle viste, la notte precedente, offuscate e nebulose, è un privilegio che ci viene concesso per far sì che ci rendiamo conto dei nostri errori. Del resto, la vita altro non è che un continuo, interminabile processo che ci vede, ora condannati, ora giudici, a seconda dei casi. La strofa è tirata, stridula, oltremodo compressa, le iperboli melodiche di halfordiana memoria non sono che un lontano ricordo. Il pre chorus, immediato, maledettamente esaltante, con il doppio canto messo in atto da Owens e da Tipton, preciso e micidiale nelle backing vocals, porta dritto al refrain, in cui "Ripper" urla minaccioso che "il treno ad alta velocità penetra attraverso il suo cervello". È questo ciò che il brano rappresenta, in maniera estremamente aggressiva, la metafora dei ripensamenti e dei pentimenti, i dubbi che ci lacerano anima e cervello. La potenza della sezione ritmica è impressionante, chitarre, basso, batteria, avanzano all' unisono possenti e distruttive. La morte ci sfida in ogni istante, e quando la luce irrora e rende chiara ogni cosa, ci sentiamo talmente sotto pressione, i battiti cardiaci accelerati, visibilmente alterati e schiacciati dalla forza di gravità, che il treno ad alta velocità non può fare a meno di lacerarci il cervello. Pre chorus e refrain sono di grandissimo impatto, esaltano e disorientano al tempo stesso. Un brusco stacco ci conduce dritti ad un fulmineo scambio di scosse elettriche ricreate dalla premiata coppia d'asce, ed il compito di chiudere il momento solista spetta ai precisissimi vibrato di Tipton. I convulsi e concitati pensieri di Owens troncano di netto l'andamento strofa/pre chorus/refrain fin qui di regolarità certosina. Pensieri oscuri che parlano di bugie raccontate da gente in malafede, di respiri affannosi, di una vertiginosa caduta libera verso il baratro della morte, che torna, come sempre, puntuale e inesorabile. Pare che la testa stia per esploderci, e, volendo osare qualcosa in più, esortiamo la stessa morte ad intraprendere una sorta di gara, per stabilire chi sarà, tra i tanti contendenti, quello che cadrà per primo. Ma la morte, invano implorata, assisterà glaciale e impassibile allo spettacolo, ignorando le urla di tutti. La vita non è che un treno ad alta velocità che perfora continuamente, impietosamente il nostro cervello. Ed è tra i cristallini scream di Owens e la forza prorompente di chitarre, basso e batteria, che il pezzo volge al suo epilogo.

Cathedral Spires

Giungiamo dunque alla fine di un viaggio che ha toccato i più disparati aspetti della corruzione umana, dalla violenza più cieca alla tortura, dalla morte cerebrale alle derive distopiche della guerra e del potere. E cosa meglio della visione apocalittica di un mondo ormai sull'orlo del precipizio e prossimo al giudizio universale, poteva rappresentare lo stadio finale di un excursus dai connotati talmente decadenti? Cathedral Spires (Guglie della cattedrale), è la degna chiusura di un disco che non ha praticamente conosciuto il benché minimo calo qualitativo, il vero pezzo da novanta, trionfalmente posto sul volgere del percorso intrapreso proprio con la terremotante title track. Arpeggi sinistri e lievemente malsani aprono le danze, mentre Owens recita una sorta di monologo introduttivo dall'aura funesta, un lamento che si insinua nelle pieghe della coscienza, e che, grazie ad alcuni striduli acuti, ha quasi l'effetto di scosse elettriche che ci risvegliano dal torpore indotto dal gioco arpeggiato di chitarre e basso. Quella recitata da "Ripper" è una sorta di testamento: il genere umano è stato privato, defraudato di tutto, anche della stessa luce del sole. Vivere dimenticati da Dio è praticamente impossibile, le conseguenze disastrose di scelte scellerate ora chiedono il conto. L'umanità sta per essere spazzata via per sempre, avvolta nelle spire dell'oblio più cupo. È a questo punto che il pezzo prende realmente vita. Un riff tetro, inquietante, dalla chiarissima eco sabbathiana fa da preludio ai robusti power chord che costituiscono l'ossatura del comparto ritmico. Travis è il consueto schiacciasassi, pesta sul drumkit con potenza e forza inaudite, serrando i ranghi di un'avanzata lenta ma dannatamente possente. Owens diviene il cantore di una fine annunciata, funesto e rancoroso, e la prima strofa non è che un agghiacciante repertorio di immagini sconfortanti e drammatiche. Al centro delle quali campeggia un uomo senza ormai più speranze di sopravvivenza, totalmente sopraffatto dai suoi errori e privo perfino della sua stessa forza di volontà. Un automa che esegue quasi meccanicamente le sue azioni, azioni che non sono più le sue, ma che sembrano piuttosto la risultante di una scissione etica e mentale. È l'apogeo della resa definitiva e totale, e il refrain, bellissimo, sia per appeal melodico che per intensità, nella sua sinistra epicità, non fa che esemplificare ancor meglio il concetto. E lo fa servendosi di immagini forti e di grande presa. Prima di essere definitivamente divorata, fatta a pezzi dagli artigli d'acciaio e dalle zanne aguzze del demoniaco Angelo della Morte, l'umanità ha una sola speranza di salvezza: ribellarsi e ritirarsi nelle guglie della cattedrale, il luogo sacro per antonomasia, il tempio eretto dagli uomini a salvaguardia della fede. Luogo deputato di culto e di venerazione, ora alla cattedrale è chiesto di fare da baluardo alle residue speranze di salvezza dell'umanità. È la rivalorizzazione della fede persa, che ora viene investita di un'importanza epocale. A suggellare il bridge è posto un assolo distorto e furioso, il solo elemento che cozza lievemente con l'andamento classicheggiante del brano. Avrei preferito di gran lunga ascoltare uno degli epici e straripanti licks o uno dei fulminei raddoppi a cui la prestigiosa coppia d'asce ci aveva abituati. I due riprendono a macinare riff assassini e Owens, lesto e leggermente schizofrenico, rincara la dose. Ogni residua speranza è ormai persa. Non servirà invocare nomi, non servirà pregare, non servirà prepararsi una tomba, niente e nessuno potrà ormai salvare il genere umano dal giudizio universale. Esso incombe minaccioso sulle teste di tutti e non può essere fermato, in alcun modo. Cenere e polvere saranno il manifesto finale di un genocidio annunciato, che era soltanto stato più volte rimandato nel corso dei millenni, e che ora è giunto implacabile e inesorabile. Il refrain, speculare al primo, addirittura circolare nella sua reiterazione, torna a deliziare l'udito. Il netto contrasto tra la solenne melodia di cui è intriso e il suo contenuto lirico è un vero è proprio paradosso compositivo, una sorta di gusto perverso di Tipton e Downing nel ricreare dimensioni fuorvianti. Un altro furibondo assolo, ed ecco che Owens torna a proferire sentenze, a celebrare le esequie dell'umanità. "Le fauci della corruzione ci inghiottono in un sol boccone, consumando dal suo interno ogni nazione, evocando resistenza senza ottenerne". La furia si è ormai estinta, non vi è più alcun bene da difendere, né più alcun luogo in cui cercare rifugio. Non resta che assistere impotenti alla totale disgregazione del mondo. Il passaggio dalla strofa al refrain è repentino, ma ancor più lo è la metamorfosi del refrain medesimo in quella che potremmo definire una stucchevole nenia che si ripete imperterrita fino alla conclusione del brano. "Siamo così stanchi è tempo di ritirarsi nelle guglie della cattedrale mentre osserviamo il mondo "cadere". La band si accomiata dunque con l'illusoria speranza di poter evitare la fine, per quello che resta uno dei pezzi più belli, ma anche più sottovalutati, mai composti dai Padri del Metal.

Conclusioni

Tirando le somme, ammetto con tutta la sincerità possibile: reputo Jugulator davvero un ottimo album. Partiamo dal presupposto che uscire dopo un colosso del calibro di "Painkiller" non era impresa semplice nemmeno per chi un capolavoro del genere lo aveva partorito. Figurarsi eguagliarlo. Superarlo poi avrebbe avuto il sapore del prodigio. Eppure, nonostante il paragone risulti giustamente improponibile, e dall' esito impietoso, la sostanza resta quella di un disco di fattura eccellente, fresco, ispiratissimo, dinamico, suonato magistralmente. Chi vi scrive gode di ammirazione e devozione smodata nei confronti dei Preti di Birmingham, ma ciò non mi impedisce di essere schietto e obbiettivo. Non essendo di quelli che mette su di un piedistallo la sua band preferita, incensandola oltre i meriti, accogliendo per oro colato qualsiasi loro produzione, giustificandola esclusivamente con il blasone del monicker, sono stato capace, ad esempio, di bollare con un secco e lapidario cinque in pagella un album come "Turbo", davvero troppo moscio e piatto, attirandomi non poche critiche. La stessa lucidità mi consente di valutare questo "Jugulator" unicamente nella sua dimensione di disco, il tredicesimo lavoro in studio dei padrini del Metal, svincolandolo da qualsivoglia raffronto o equiparazione con opere pregresse. Che sappia poco di "Priest" in senso nudo e crudo è un dato unanimemente accertato, ma può essere questo considerato un fattore limitante o snaturante? A ben vedere, questo è un disco che suona dannatamente heavy dal primo all'ultimo istante, è una fucina di metallo, forse non incandescente come quello di altre release, ma estremamente pesante, massiccio, compatto, possente. Quello di cui deficita è senz'altro quella suggestiva, imprescindibile, unica commistione di melodia e potenza, a tratti arricchita di venature epiche che da sempre contraddistingue il quintetto britannico, manca l'ugola maestosa di Halford, i licks, i raddoppi, gli inseguimenti e le fughe delle due asce sono forse meno incisivi, così come meno peculiari risultano essere gli assoli, ma non si può affatto negare di trovarsi al cospetto di un album metal in ogni sua incarnazione. Proprio l'ingresso nella band di un singer dal bagaglio tecnico strabiliante come quello di Owens ha contribuito a rivestire l'opera di un'aura genuina ma al tempo stesso innovativa. Le scorribande vocali di "Ripper", geneticamente diverse da quelle di sir Halford, donano alle composizioni quel tocco di imprevedibilità che con il Metal God dietro l'asta forse nessuno si sarebbe più aspettato. Insomma, in un contesto musicale come quello della seconda metà degli anni novanta, tutto volto e proteso alla riconquista di un classicismo perduto, i Priest si muovono nel senso diametralmente opposto, attuando un'operazione di svecchiamento e di modernizzazione del sound. Suoni pieni, nitidi e corposi sono quelli che ci aggrediscono ascoltando i brani di questo disco, suoni talvolta freddi e dallo scarso feeling, come pure più di qualcuno aveva rimproverato a Tipton e soci, ma tutti comunque ascrivibili alla dicitura Metal. Un atto di coraggio, frutto della volontà continua, costante, immutata, di una band, di mettersi in discussione, rimanendo però fedele ai dettami del sacro verbo metallico, sempre e comunque incline a quegli slanci innovativi che da sempre ne costituiscono il trademark. Un atto di coraggio però, come quasi sempre accade, non premiato dai veniali dati di vendita. "Jugulator" resta un album che ha venduto pochissimo, proprio in ragione dei motivi sopracitati. Nello stesso periodo, altre band dal nome e dal blasone eclatanti (qualcuno ha detto Metallica?), scalavano le vette del music business, auto imponendosi a fette di pubblico che giammai avrebbero immaginato di acquistare un loro disco, o di assistere ad un loro concerto. Ma lo facevano mutando radicalmente le proprie direttrici stilistiche, sfociando addirittura in altri ambiti, contravvenendo a quel senso di appartenenza che fino a pochi anni prima sbandieravano come un qualcosa di dogmatico. I Judas Priest, un po' come fatto dai Maiden con "The X Factor", restano fedeli alla linea, apportando sensibili variazioni al loro sound, rispondendo comunque a fisiologiche istanze di mercato. Nel caso dei Priest, poi, il discorso si fa se possibile anche più complesso, oltre che affascinante. Una band capace come poche altre al mondo di precorrere i tempi, il gruppo che negli anni settanta era in grado di suonare come si sarebbe suonato negli ottanta, e negli ottanta come si sarebbe fatto nei novanta, sembra essere giunto ad una sorta di capolinea evolutivo, ma per nulla invalidante l'apporto qualitativo della sua opera. Vistasi costretta da un lato ad arginare le derive contaminanti del nu metal e i retaggi del Grunge che aveva già esaurito la sua portata rivoluzionaria, e, dall' altro, a non smarrire la sua personalissima stella polare, tira fuori dal cilindro il classico album che spacca letteralmente in due le platee. Come davanti a un bivio, o ami o odi il nuovo corso dei Judas Priest, non sono consentite mezze misure. Dal canto mio, non riuscendo, nemmeno impegnandomi, ad odiare qualcosa che sia partorito dalle loro menti e dalla loro anima (un "parto" significativo, non foss'altro che per i tempi di gestazione del disco stesso), ho imparato ad apprezzare "Jugulator" nel corso degli anni, con l'ausilio del valore aggiunto dato dall'età a dalla mutata fruibilità di una manifestazione artistica. Al tempo mi sembrò un disco strano, oggi lo reputo un gran bel disco, onestissimo e per nulla ruffiano. Con buona pace dei detrattori dell'ultim'ora.

1) Jugulator
2) Blood Stained
3) Dead Meat
4) Death Row
5) Decapitate
6) Burn in Hell
7) Brain Dead
8) Abductors
9) Bullet Train
10) Cathedral Spires
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