JUDAS PRIEST

Firepower

2018 - Epic Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
02/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Un'uscita discografica dei Judas Priest è sempre, per forza di cose, accompagnata e preceduta da un clima di attesa capace di generare tensioni (nel senso buono, ci mancherebbe), che hanno il duplice effetto di innalzare l'opera su di un immaginario Olimpo del miglior disco della band, o di farla sprofondare negli abissi della delusione. È un trend tipico di ogni gruppo storico, mi direte, un fenomeno con il quale sono costretti a misurarsi, di volta in volta, i vari Maiden, Metallica, Megadeth, Saxon, Slayer e via in scioltezza. Ma per quanto riguarda i Priest, mi sento di dire, "l'ansia" da release è ingigantita dall'essenza stessa della band, essendo i padrini indiscussi del Metal, ed ogni eventuale passo falso diviene tale e lievita vistosamente proprio in quanto direttamente proporzionale alle aspettative maturate. È ciò che accadde quattro anni fa, allorché lanciarono sul mercato il controverso "Redeemer Of Souls", album da molti incensato (a sostegno di quanto sopra asserito), da altri considerato un autentico flop, paragonato niente meno che all'insipido "Turbo". Semplicemente, per quanto mi riguarda, "Redeemer Of Souls" è stato un album non da tutti capito, mettiamola così. Le premesse per riannodare i fili, per corroborare gli stimoli (peraltro mai sopiti), per dimostrare ancora una volta alla comunità cuoio e borchie di essere ancora, nonostante le decadi sul groppone, gli incontrastati "Metal Gods", alla vigilia del loro diciottesimo album in studio, c'erano tutte, e i Judas Priest, come sempre nella loro strabiliante carriera, hanno accettato la sfida con la consueta baldanza e con il coltello tra i denti. Proprio per fugare i dubbi circa un loro presunto inaridimento compositivo e mettere a tacere gli scettici - detrattori del già citato "Redeemer". Cominciamo col dire che il battesimo del disco non è dei migliori o più auspicabili. Una release datata nove marzo 2018 viene anticipata da due eventi tristissimi, quali la notizia della morte dell'ex batterista Dave Holland (per cause non ancora riportate), che aveva suonato nella band dal 1980 al 1988, e, soprattutto, dalla definitiva diagnosi di Morbo di Parkinson riguardante Glenn Tipton, di cui il chitarrista soffriva già da dieci anni, ma in forma meno invasiva. Una notizia che nessun fan avrebbe mai voluto apprendere, figurarsi il resto del gruppo. Da qui la decisione di Glenn di non prendere parte alla tournée di supporto al disco, per ovvie ragioni (anche se in realtà Tipton ha poi presenziato, sia pur tramite sporadiche apparizioni, ad alcune date del tour tenutesi negli Stati Uniti). Il suo posto è stato preso da Andy Sneap, produttore dell'album insieme allo storico Tom Allom, assente dal 1988 ai tempi di "Ram It Down", album su cui, ironia della sorte, comparve per l'ultima volta anche il drummer Dave Holland. A questo punto occorre aprire una parentesi assai spiacevole, soprattutto perché investe il grande ex K.K. Downing. Il chitarrista, forse perché indispettito dal fatto che il management della band non lo abbia convocato per sostituire il fuoriuscito Tipton negli spettacoli live, in preda ad un accesso di rancore, ha avanzato illazioni circa un presunto scarso apporto dello stesso Glenn al songwriting del disco, un lavoro che, a detta di Downing, si sarebbe accollato proprio Sneap. Un'evidente caduta di stile, tanto più riscontrabile dal fatto che, per chi conosca anche soltanto in minima parte lo stile di Glenn, può ritenere innegabile il suo apporto nel platter. Il disco, si diceva, vede la luce il nove marzo 2018 per la Epic Records, registrato nel periodo marzo - giugno 2017 nei Backstage Recording Studios, Derbyshire, e mixato negli studi del Worcestershire, in Inghilterra. Quattordici tracce (anche se in realtà una è una breve intro strumentale) di puro heavy metal massiccio, diretto e sanguigno, ma anche molto melodico, come da tradizione, e con uno spiccato gusto epico, proseguendo una strada che la band aveva intrapreso nel 2008 con "Nostradamus" e che era proseguita sul tanto bistrattato "Redeemer Of Souls". Quattordici tracce in grado di ricollegarci alla più gloriosa tradizione del combo di Birmingham, che coinvolgono un po' tutti i loro più blasonati lavori. Inutile citare ora i titoli, a loro modo, si tratta di almeno nove/dieci autentiche perle, di cui testeremo lo spessore nel track by track. Quel che rende evidente che non si tratta di una release degli anni settanta/ottanta è, ovviamente, la produzione: nella piena ottemperanza dei dettami di Sneap, (già con i Saxon su "Thunderbolt", ma potrei citare Kreator, Megadeth, Cradle Of Filth, Exodus, Blaze Bailey, Masterplan, Onslaught, Nevermore, Machine Head), il suono che fuoriesce da questo disco è maledettamente limpido e cristallino. Troppo, ha sentenziato lo zoccolo duro della fanbase (tesi, questa, che personalmente condivido) tanto da apparire eccessivamente freddo, sintetico, quasi plastificato, praticamente privo di qualsivoglia parvenza di imperfezione, quelle "imperfezioni" che tanto piacciono ai defenders, testimonianza inconfutabile di un vessillo sonoro che fa dell' "effetto graffio" la sua più audace peculiarità. Ecco, scordatevi in "Firepower" le chitarre mordenti e un po' sguaiate di "Painkiller", mettete da parte gli adorati "fruscii" di "Screaming For Vengeance", e le lancinanti distorsioni di "Defenders Of The Faith", o quel suono grezzo e diretto come un gancio di "British Steel", qui si viaggia sulle ali dell'assoluta perfezione sonora, una dote che contribuisce a fare di questo disco un capolavoro del Metal moderno, come già qualcuno lo ha definito. Assai più presente la mano di Sneap che quella di Allom dunque, anche se, va detto, in mezzo a tanta perfezione, assistere alla mancata correzione di un grossolano errore al minuto cinque e due secondi della conclusiva "Sea Of Red" (il brano si interrompe bruscamente per poi riprendere dopo una frazione di secondo) ha del paradossale. Se poi pensiamo che fu proprio la veste produttiva piuttosto scialba e poco incisiva a suo tempo a costituire uno dei "punti deboli" di "Redeemer", l'ostracismo di taluni fans nei confronti del suono di "Firepower" è prova inconfutabile dell'annosa incapacità a tenere contento il metallaro medio. Un'avversione a mio giudizio più accademica che non basata su dati concreti. Ma è un mio parere, appunto. I temi trattati nel platter ruotano quasi tutti intorno alla guerra (la title track, "Children Of The Sun", "Evil Never Dies", "Never The Heroes"), un tema storicamente caro ai "sessantottini" Judas Priest. Lo stesso titolo del disco inneggia (o denigra, fate voi) alla potenza del fuoco, magistralmente impressa a livello grafico nelle smaglianti, veraci, intense sfumature di giallo e rosso che troneggiano sulla cover, raffigurante un lancia fiamme). Non mancano liriche che ruotano intorno all'affermazione dell'uomo in quanto essere privilegiato della selezione naturale ("Lone Wolf", "Rising From Ruins") o che rievocano episodi storici ben precisi (come nel caso di "Traitors Gate" e della già citata "Sea Of Red"), brani che, anche se in maniera indiretta, si nutrono dell'argomento bellico. Segno più che mai palese di un approccio ai testi fatto di estrema maturità, profondità emotiva, e immensa padronanza della Storia. Una nota di merito, infine, va alla meravigliosa copertina ad opera di Claudio Bergamin, eccellente, geniale, talentuoso designer italo/cileno operante in ambito fantasy, già partner di nomi come Accept, Battle Beast, Arjen Lucassen, Nocturnal Rites e dello stesso Rob Halford).

Firepower

Il motivo per cui, dopo più di quarant'anni, i Judas Priest possono ancora vantare e sbandierare orgogliosamente la fama di Metal Gods è racchiuso, tra le altre cose, nei tre minuti e mezzo iniziali di questa loro diciottesima fatica. "Firepower" (Potenza di fuoco), rilasciato come secondo singolo sul web il primo febbraio del 2018, è la opener, nonché title-track del platter. Devo confessarlo, resto pressoché sbalordito da come una band con una carriera pluriennale alle spalle possa ancora sprigionare una tale energia, di come riesca a manifestare una tale freschezza di idee, mantenendo intatto l'entusiasmo e il vigore dei primi giorni. Siamo dinanzi a un pezzo che si ricollega a piè pari alla tradizione classica priestiana, un qualcosa sospeso a metà tra l'epica ferocia di "Screaming For Vengeance" (con vaghi richiami a "Electric Eye"), e la forza distruttiva di "Painkiller". I Priest, sin dai primissimi secondi, mettono subito in chiaro le cose: potenza di fuoco, recita il titolo della song, e potenza sia! Un riff assassino irrompe furibondo ad annunciare i propositi di battaglia di una band mai doma, mai stanca di diffondere nel mondo il verbo metallico. Chitarre ruggenti, massicce, infuocate (tanto per rimanere in tema), uno Ian Hill forse mai così efficace e "presente", cui presto si aggiunge lo schiacciasassi umano alias Scott Travis a dettare i tempi di un incipit all'insegna della velocità e della rabbia. Halford entra nella strofa dapprima con un acuto stridulo e malefico, declamando poi impavido i suoi intenti belligeranti, con il piglio vocale dei giorni migliori. Le meravigliose melodie fanno il paio con l'impeto furibondo della ritmica, e ciò che ne viene fuori è una fascinosa commistione di sonorità che ha il potere di innalzare l'adrenalina a livelli inimmaginabili. Heavy Metal nella sua forma più genuina, arcaica, ma anche più aulica e ricercata, senza particolari e sofisticati espedienti extra convenzionali, ma maledettamente efficace, in cui l'aura epica che ne permea i solchi riluce di una patina fastosa. Il tempo sembra essersi fermato negli eighties, lo testimonia, una volta di più, il fatto che il pezzo mi ha convinto, emozionato, commosso, esaltato già al primissimo ascolto. Strutturato su tre quartine seguite dal refrain e inframmezzate da una sensibile staccata melodica, il brano ricalca uno schema metrico alquanto semplice, ma, proprio per questo, estremamente valido ed efficace, dalla presa mnemonica di disarmante accessibilità. Chi conosce bene la band sa cosa vi sia a dar linfa vitale a molti dei suoi testi, sopratutto agli inizi della sua carriera, quando il pacifismo di matrice hippie imperversava incontrastato; vien dunque spontaneo considerare questo testo come un palese esempio di invettiva contro la guerra, contro tutte le guerre che affliggono l'umanità, intimamente fuso con la visione messianica della figura del metalhead. Dimenandosi tra le bellissime melodie della strofa, Halford ci parla di un futuro rivendicato con le armi in pugno, che si diffonde come un uragano, e che reca in sé il nemico da distruggere, da polverizzare letteralmente, dal tramonto all' alba. Non si fa in tempo a godere della bellezza e dell'andamento di versi che quasi ci cullano, che repentino e furioso irrompe il refrain. "Potenza di fuoco, agghiacciante, tra roventi sferragliate di chitarra. Ma non c'è un istante di pausa ed ecco allora la rivelazione, il monito, l'esortazione: "il dado è tratto, non ci sono eccezioni. Siamo stati plasmati nel male per comandare. Ora riunitevi pure tutti sotto questa assoluta mancanza di libertà, ma sarà tutto inutile perché la nostra unione (quella della comunità metal planetaria, qui vista come il vate preposto alla salvezza del mondo), risorgerà, e voi potrete andarvene tutti quanti all'inferno!" Potenza di fuoco, si prende, le vite potenza di fuoco, neutralizza. Giunge dunque un meraviglioso assolo a infondere solennità ad un comparto di per sé concitato e dagli inequivocabili messaggi di sfida, con i suoi corali richiami classici, ad opera di un Tipton magistrale per feeling interpretativo, cui segue un break che spezza in due la variante ritmico/melodica del brano, e che meglio non potrebbe incarnare la natura dispotica dei diktat di Halford. Bisogna svuotare le camere e ricaricare le armi; in un mondo che prospera di pericoli e destinato ad esplodere, le sole speranze di salvezza sono riposte nel mirare perfettamente il bersaglio, ossia la vittoria (micidiale lo scream di Halford sul finale di verso). Faulkner enfatizza il concetto con una valanga di vibrati non risparmiandosi sul distorsore, tanto per non far rimpiangere il buon K.K. . Si ritorna dunque sui più melodici lidi della strofa: "è troppo tardi ormai per pregare o chiedere perdono, quelle anime benedette (immagine bellissima per indicare gli innocenti rimasti vittime della guerra, soprattutto bambini), il rimorso non ha più senso, ora non resta che lottare a braccia aperte per la pace, lottare contro la potenza del fuoco, che pietrifica, si impossessa di vite umane e neutralizza. Lottare, prima che sopraggiunga la totale estinzione del genere umano.

Lighnting Strike

Era il sette gennaio dell'anno in corso quando i Judas Priest diramavano in rete il primo video ufficiale della traccia "Lightning Strike" (Fulmine), seconda del lotto, le prime nuove note, le prime nuove linee vocali della band a decorrere dal 2014. Un'attesa durata ben quattro anni e, aggiungo io, ottimamente ripagata. La piacevole sensazione di familiarità già percepita nella opener viene qui non solo riconfermata ma, se possibile, resa ancor più concreta e tangibile, grazie ad un comparto sonoro di pregevolissima fattura. Il nuovo confluisce nel vecchio con disarmante naturalezza, la tradizione si fonde con l'innovazione in un profondo, caldo, intimo abbraccio che mostra, una volta di più, come i Judas Priest non possano fare a meno di rievocare la gloria trascorsa e riproporla, dopo più di quarant'anni, con il disincanto, la passione, l'afflato dei novizi. Il passato riaffiora altezzoso, una band i cui pilastri, Halford e Tipton, hanno - l'uno messo nel mirino, l'altro centrato in pieno - la veneranda soglia del settuagenario, riesce a suonare ancora maledettamente e fottutamente heavy, manco ci trovassimo al cospetto di adolescenti dal sangue ribollente e nel pieno di una tempesta ormonale. Pronti via!, il main riff in accoppiata coi pattern di batteria ci catapulto in piena "Painkiller era", riportandoci alla mente la devastante "Hell Patrol", e ciò non fa che predisporci nel miglior modo possibile all'ascolto dei circa tre minuti e mezzo che verranno. La combinazione potenza/melodia assale i nostri padiglioni auricolari con un impeto e una forza dirompenti, ogni singolo accordo concorre alla percezione emotiva di un brano che fa della semplicità del suo costrutto e dell'attitudine straight i suoi punti di forza. Come del resto reclama e pretende il blasone del combo di Birmingham. Halford mette in mostra un piglio vocale al quale si stenta a credere, il 1990 sembra davvero dietro l'angolo per il Metal God, nonostante le 66 primavere e il bastone sul quale, ahimè, di tanto in tanto, da qualche tempo si appoggia. Il doppio bridge strofa/refrain è talmente rapido e accattivante che quasi sfugge ai nostri sensi. Il testo rievoca le istanze di rivalsa di chi non intende cedere il passo alle difficoltà che, giorno dopo giorno, cercano di soverchiarci. La testa del demone che cerca di soggiogarci è una sorta di trofeo di caccia da sbattere in faccia, in segno di vittoria, a quanti ci avevano dati per spacciati, sovrastati dalla disperazione, demoralizzati dalle disgrazie. Il bel refrain, con il costante, perpetuo muro sonoro della sezione ritmica (con uno Ian Hill forse mai sentito) sullo sfondo, con le sue superbe melodie, è il più nobile, illustre, alfiere di tali sussulti d'orgoglio. Siamo tutti uomini che camminano attraverso le fiamme, sul filo di una lama, sempre in procinto di cadere, ma, sempre e comunque, pronti a dare battaglia e a vender cara la pelle. Aspettando, per l'appunto, che il fulmine colpisca. Seminare i semi della paura, come provenissero dallo stesso inferno, è ciò che dobbiamo fare per affrontare chi ci vuole sopraffare, annichilire. Il refrain vive di un pathos e di un crescendo vocale da brivido, che si stempera soltanto al riaffiorare della strofa. La nostra mente, confusa e ammorbata dalle insidie del sistema, produce sogni contorti, con i quali difenderci dalle paure che ci attanagliano. Del resto, siamo solo uomini, e, come tali, esposti all' errore, alla paura, all' incertezza, alla confusione. Ma il colpo del fulmine è lì, in attesa, pronto per essere usato come micidiale, letale arma di rivincita. Il seguente break con il doppio lick Faulkner/Tipton è l'ennesima conferma di un riverbero di classicismo mai sopito nei pionieri britannici. Sopratutto i vibrati di Tipton, epici e commoventi, rendono massimamente l'idea della volontà di non far scorrere le lancette del tempo, in un assolo che prende letteralmente l'anima, malgrado la sua brevità. E, come a voler sottolineare la profondità del frangente, sopraggiunge spavaldo l'inciso di Halford, in preda alla classica variante del tema melodico, con le asce di Tipton e Faulkner a tessere trame vagamente tetre: "Girerò barcollando intorno al mondo; devo farlo, quando è l'umanità stessa a essere in gioco". E avverte "potrei rimanere ferito e sanguinante, perché il senso di tutto è racchiuso nella lotta che facciamo". L'acuto stridulo, altissimo sul "we make" finale è l'immagine stessa del tempo che indietreggia dinanzi alla potenza del Metal God, una clessidra dalla sabbia interminabile, inesauribile. Giusto il tempo di ricordare, nell'ultimo refrain, che siamo tutti potenziali vittime dei nostri stessi demoni, tutti inevitabilmente sul filo del rasoio, ma sempre e comunque tutti pronti a non soccombere, sopportando il marchio dell'onta imminente. Aspettando, come sempre, che il fulmine colpisca.

Evil Never Dies

I legami che intercorrono e sono alla base dell'esegesi della terza traccia "Evil Never Dies" (Il male non muore mai) sono affascinanti, pur non essendo suffragati dalla certezza matematica della loro veridicità. Soprattutto il primo verso, quel "Devil's moved from Georgia", talmente criptico da autorizzare a più di una interpretazione, è il classico rompicapo per filologi incalliti, o più semplicemente per chi senta la necessità di approfondire l'argomento. Partiamo da un movente esclusivamente musicale, e allora il verso potrebbe essere un implicito omaggio al celebre "The Devil Went Down To Georgia", cavallo di battaglia della country rock band statunitense "Charlie Daniels Band", presente sull'album del 1979 "Million Mile Reflections". Il pezzo parla di un ragazzo di nome Johnny che vende l'anima al diavolo (occorre ricordare a tal proposito il pezzo "Deal With The Devil" degli stessi Priest, facente parte di "Angel Of Retribution" del 2004, tanto per avvalorare una tesi instaurando una sorta di legame concettuale tra due brani della stessa band) dopo averlo sfidato in una tenzone a chi suonasse meglio dei pezzi al violino, ricevendo in dono, oltre alla fama e all'immortalità, un violino d'oro fabbricato dallo stesso Satana. Ora, la letteratura e la storia della Musica pullulano di topoi che vedono al centro del proprio nucleo narrativo il personaggio che si concede e si vota al Male pur di ottenere gloria terrena, potere, danaro o successo. Un cliché che, muovendo dal "Faust" di Goethe, passando per il Dorian Grey di Oscar Wilde, per Niccolò Paganini, per il Dottor Faustus di Thomas Mann, per finire con Robert Johnson, il bluesman che vendette l'anima al Signore dei Crocicchi, ha letteralmente imperversato per secoli di storia della letteratura popolare. Ma non è la sola interpretazione, come si diceva. La Georgia è anche uno degli stati confederati del Nord America che più ha patito la piaga dei conflitti razziali, sin dai tempi della Guerra Di Secessione. Un triste leitmotiv che purtroppo non abbandona le coscienze di taluni nemmeno ai giorni nostri, come se non fossero bastati secoli di soprusi e di ogni sorta di violenza a flagellare spietatamente la nazione che più di ogni altra si proclama e si erge a paladina dei diritti umani e delle libertà individuali. Bisognerebbe ricordarlo a mr. Donald Trump, che prima del suo insediamento alla Casa Bianca, proprio ad Atlanta, capitale della Georgia, subì una delle più violente contestazioni della sua carriera da personaggio politico, causate proprio dall' avversione dell'attuale presidente degli U.S.A. nei confronti delle "minoranze" etniche, in questo caso le comunità afroamericane, presenti in maniera massiccia sul territorio della capitale. Possiamo dunque facilmente immaginare come il conservatorismo liberale di Trump, dalle coloriture vagamente razziste e classiste, possa essere bersaglio di una band la cui ideologia, come quella della stragrande maggioranza dei gruppi hard 'n heavy di origine britannica, si nutre invece di valori inneggianti alla libertà e al rispetto delle "diversità" in senso lato. A tal punto da far identificare la discriminazione come origine e fonte suprema del Male stesso. Lo stesso Rob Halford, in un video in cui spiega la genesi, la gestazione e i temi che sottendono ad alcuni brani di "Firepower", ha spiegato, proprio riguardo a "Evil Never Dies", come tutto prenda vita dall'intolleranza, sia essa razziale, che sessuale o religiosa, e dal clima di terrore instaurato dalle classi dominanti. Il Diavolo, dunque, parte dalla Georgia, ma vuole espandere il suo dominio sul resto del mondo, come tradizione vuole, e qui, dopo una doverosa, necessaria (e mi auguro non noiosa) premessa, possiamo certamente passare all'analisi del pezzo in sé. L'aggressione mossa ai nostri timpani dai robusti power chord della coppia Tipton/Faulkner, coadiuvati da uno Ian Hill sempre più sorprendente (davvero, non ricordo un basso così presente, pulsante e vivo dai tempi di "Hell Bent For Leather") ci scaraventa in pieno territorio classic heavy. Riff massicci ed energici, batteria martellante, ed un cantato sommesso da parte del Metal God, rendono il pezzo il tipico esempio di heavy metal dall' attitudine straight, dalle sonorità accattivanti e dalle melodie indovinate, soprattutto nel pre chorus e nel refrain. Le chitarre avanzano compatte, non smettono un attimo di percuotere, il distorsore, come da copione, è inseparabile e fedele compagno ora di Glenn ora di Richie, marchiando quasi sempre i finali di strofa. Il Male, si diceva, muovendo dalla Georgia, parte alla conquista del mondo, per adempiere a una missione che è la stessa, da sempre! Chi ne è degno o capace, lo affronterà, ben sapendo che lui è al corrente di tutti i più intimi segreti della nostra anima. Il refrain, dall' immancabile appeal melodico, non manca di evidenziare una certa ironia. "Attenzione", avverte Rob, "c'è del Voodoo nella notte (il Voodoo, la celeberrima pratica di magia nera che trae origine dalle comunità nere francofone di Haiti), ed è il Male, il Male che non muore mai". Guardatevi dunque dal Male! Eccoci nella seconda strofa, senza che le chitarre smettano un attimo di ricamare un arazzo sonoro non privo di fantasiose coloriture. "Il diavolo, maestro e tessitore indiscusso di inganni, ti prende per mano e ti conduce nel palazzo dei dannati. Egli tira le corde dentro di te, giocando sulle tue paure, il grido che precederà la tua morte è musica per le sue orecchie". Quindi nuovamente il refrain, straripante nel suo impeto, drammatico nel suo costrutto logico, stavolta precede un riff esaltante e al tempo stesso cupo, di quelli che non si dimenticano facilmente, che fa a sua volta da preludio ad un brusco rallentamento, seguito da un breve assolo, in cui Halford è autore di una interpretazione vocale acre e venefica, in cui, sostanzialmente, dichiara di sentirsi vittima del Voodoo, di essere soffocato dalle spire del Male, quasi completamente incapace di sottrarsene, malgrado lotti strenuamente per opporvisi. Alla fine però, debolezza e terrore prendono il sopravvento, e il Male trionfa nella coscienza del Nostro, in un epilogo dai connotati estremamente negativi. L'assolo che segue, ad inficiare qualsivoglia malevola illazione di taluni circa l'incapacità del guitarist di fornire prove degne della sua fama e del suo nome, è un susseguirsi di sweep picking e vibrati nel più classico Tipton style, rapido, tagliente, bruciante, praticamente il Vangelo del momento solista secondo la parola di Glenn. Che poi è la parola dei Judas Priest! Si torna senza indugio all' amara ironia del refrain, che, ripetendosi per due volte, pone la parola fine su questo validissimo pezzo.

Never the Heroes

Lanciato sul web il due marzo scorso, ha preceduto di una settimana l'uscita del full: parliamo di "Never The Heroes" (Mai eroi), quarta traccia del lotto, è il classico dei classici mid tempos in pieno stile Judas Priest. Brano dal piglio melodico molto elevato, fa del vastissimo range vocale di un Halford davvero maestoso e sorprendente, dall'alto delle sue sessantasei primavere, la sua arma vincente. Mid tempo e melodie stranianti, autentici ricami tessuti intorno ad una sezione ritmica sempre e comunque precisa e potente, e come potrebbe essere altrimenti. Trasferiamoci, con una immaginaria macchina del tempo, nel cuore degli anni ottanta, quando imperversavano le synth (qualcuno ha detto "Turbo"?), qui poste, come scariche di fulmini, a inizio brano, seguite da un giro di tom di Travis, e dal basso ronzante di Ian Hill che di fatto aprono ai bei riffoni quadrati e rocciosi che andranno a costruire l'intelaiatura del pezzo stesso. Halford inaugura la prima delle due strofe con toni quasi dimessi, per poi dar vita, lungo il corso del brano, ad un continuo, costante crescendo che sfocierà nell'accorato refrain. A livello lirico, il testo si pone, come già più volte accaduto nella carriera della band, a cavallo tra polemica anti bellica e uno sfuggente senso di rassegnazione o accettazione di un destino scritto da altri. Il buono che patisce a causa del cattivo, è questo il tema portato avanti dagli alfieri di Birmingham, e, in un 2018 tristemente ricco di eventi tragici e di immagini sconcertanti provenienti, ad esempio, dalla Siria, giusto per limitarmi ad una testimonianza, diviene tanto più emblematico di dinamiche ed equilibri in procinto di crollare da un momento all'altro. Sensazioni alienanti percorrono dunque i solchi di questi versi, ma anche la consapevolezza che ammazzare il prossimo non rende affatto meritevoli di gloria, non rende eroi, come recita il refrain. Il senso di inadeguatezza di alcuni di noi dinanzi ad un sistema che, fin dai primordi dell'istruzione, ci educa ad atteggiamenti offensivi e volti all'ostilità, dato da chissà quale fede in una presunta superiorità sociale, è meravigliosamente espresso dalle intonazioni piene e corpose di un Halford sensazionale, non già per picchi vocali, quanto per il pathos e le emozioni che la sua ugola riesce ancora a trasmettere. Sembra davvero di essere all'interno di uno dei fantastici itinerari musicali tracciati dalla band negli eighties, senza particolari artifizi stilistici, ma con una struttura semplice e al tempo stesso elegante e ricercata. Come belve a forza tenute al guinzaglio, abbiamo il nostro onore da difendere; costruiti a tavolino per lottare, siamo in realtà stati sacrificati in nome di una guerra non voluta da noi, ma meschinamente imposta. Ma non vi è traccia di eroismo in ciò che facciamo, solo frustrazione e smarrimento. Al terzo minuto Tipton piazza un assolo, annunciato da un riff che squarcia in due il brano, e seguito dalla semplice ripresa del tema melodico del refrain, mentre Faulkner è contemporaneamente intento a modellare con efficaci bordate la sezione ritmica, con i fidi Hill e Travis a fare da commilitoni. La suggestiva variazione melodica seguente ha il compito di rendere il tutto ancor più evocativo. Come fanno i veri amici, si rimarrà insieme fino alla fine, difendendo l'onore, preservando la fede in quegli ideali in cui quasi più nessuno crede. Soprattutto chi, ripetono i refrain conclusivi, non ha ancora capito che in guerra non si può mai essere eroi. Mai! Personalmente, vista la fisiologia del brano, sono convinto che diverrà un vero e proprio must in sede live.

Necromancer

La quinta traccia, "Necromancer" (Necromante), contraddistinta da una partenza fulminea, attacca con un riff mozzafiato coadiuvato da suggestivi cori dai vaghi richiami orientali. Pezzo tirato e roccioso, fa del grande lavoro di Travis dietro le pelli e proprio della sezione ritmica la sua arma vincente, mentre Halford si mantiene su standard di media caratura. Il testo sembra rievocare le gesta di un imprecisato negromante che, in verità, leggendo le pratiche e le consuetudini descritte nei versi delle strofe, assume più i connotati del famigerato Nachzehrer bavarese (il masticatore di sudari). Trattasi di una sorta di vampiro appartenente al folklore germanico, il quale si nutre dei cadaveri situati nelle tombe intorno alla sua, onde accrescere le sue energie vitali e perpetuare la sua esistenza vampirica, da parassita. Un binomio, quello del negromante e del vampiro che, benché abbia come comune denominatore la morte (nella cultura arcaica il negromante era una sorta di stregone che traeva informazioni e chiaroveggenza dai defunti, talvolta interrogandoli, altre volte evocandone gli spiriti, altre ancora arrivando a contatto diretto con la stessa anima del defunto) potrebbe in realtà essere una perversione partorita dalla fantasia di Glenn Tipton, autore delle liriche, che sappiamo possedere una mente assai prolifica e visionaria (oltre che macabra)e una particolare predilezione per tematiche di questo tipo. Fuor di metafora, la figura del negromante potrebbe essere associata a quella di chiunque sfrutti a proprio vantaggio le risorse altrui, generando infelicità, miseria, povertà, disperazione e infine morte in chi abbia la sventura di imbattersi in individui di dubbia moralità, patendone le conseguenze. La prima delle due quartine ha il compito di introdurci, attraverso le intonazioni morbose e quasi lamentevoli di Halford, la figura del suddetto "necromancer": nato al di fuori dell' inferno dalle profondità di Gomorra (una delle cinque città bibliche distrutte dallo stesso Dio con una pioggia di fuoco a causa dell' altissimo tasso di corruzione e immoralità raggiunto dai suoi abitanti) epura le sepolture succhiando le anime di chi vi alloggia, si sazia di oscuro e vile terrore, mentre presagi di terrore infestano l'aria nella notte dei "ghouls", i demoni sciacalli. L'andatura cadenzata e torbida della strofa passa dapprima tramite l'improvviso impennarsi del pathos del pre chorus, per culminare poi definitivamente nell'agghiacciante drammaticità del refrain: lo stregone abbandonato (da Dio presumibilmente, che ha quindi completamente perso la sua anima), solleva i morti dalla terra, per nutrire le sue esigenze e placare la sua fame. Negromante, la morte è la luce che lo guida, per rubarti l'anima dopo il trapasso. I riff non cessano di percuotere per un istante i nostri sensi, chitarre, basso e batteria producono un tappeto sonoro rude e agile al tempo stesso, mentre le acide melodie intonate da Rob ci introducono nella seconda quartina. Il fetido negromante nutre della carne del suolo non consacrato, scheggia le ossa dei cadaveri che fagocita coi suoi denti aguzzi, rimpolpando il suo banchetto. In segno di scherno, egli danza sulle tombe dei puri e dei giusti, mentre, alla luce della luna, tira fuori i suoi occhi belluini. Quindi incalza nuovamente la doppietta pre chorus/refrain. Ridesta i morti, la blasfemia regna, il potere del terrore prospera su ciò che rimane dinanzi a lui. Il negromante, spettro maledetto e condannato alla perdizione, si nutre dei suoi ospiti. La morte è la sua guida, quando ti ruba l'anima dopo il trapasso. L'assolo che segue, sia pur minimale, è un più che valido rappresentante della gloriosa tradizione di duelli chitarristici "made in Judas Priest", e anticipa la ripresa di chorus e refrain, che, insistendo sulle poco ortodosse pratiche del negromante, sancisce anche la fine del brano.

Children of the Sun

Quello che segna l'incipit di "Children Of The Sun" (Figli del Sole), sesta traccia del platter, è uno di quei riff memorabili, destinati a rimanere scolpiti nella memoria della comunità metallica per i secoli dei secoli. La mitica "Vodoo Child" di Hendrix fa timidamente capolino tra i primi accordi, mentre, subito dopo, l'esplosione sabbathiana, segnatamente i Black Sabbath dell'era Dio che vedono in "Dehumanizer" il loro apogeo espressivo, marca il territorio in maniera imperiosa, superba, indelebile. Le strofe si stagliano maestose e sincopate a imporre il passo lugubre e sofferto di quella che ha tutta l'aria di essere una marcia funebre. Quella dell'umanità e del mondo intero, le cui vittime sacrificali sono i bambini, i "figli del sole", le anime pure e innocenti di coloro i quali avrebbero dovuto incarnare le aspettative, i sogni, le speranze di un'intera genìa. E che invece, spietatamente, cadono sotto i colpi della violenza, dell'arroganza, della sete di potere. Cadono uno ad uno, recita Halford in un refrain intriso di angosciante mestizia, come del resto ne è permeato l'intero brano. Non vi è guerra al mondo che risparmi i bambini, non vi è preghiera che possa alleviare le sofferenze di chi assiste impotente alla disfatta della progenie umana. Le chitarre, in un mid tempo dai connotati sulfurei, scandiscono i ritmi della parata funebre, di cui Halford è il triste cantore, voce profonda, compassata e carica di dolore ancestrale. Un paradiso è stato letteralmente sciupato, gettato al vento, ora i veleni ammorbano e infestano l'aria. Ma vi è ancora il tempo per inginocchiarsi e chiedere perdono. Perdono ai figli del sole che muoiono uno ad uno. Siamo a metà brano, e l'incedere laconico e ossianico delle strofe cede il passo ad un lieve cambio di ritmo, in cui le melodie si innalzano e lo stesso cantato di Halford si fa più struggente, emanando ancor più dolore, sofferenza, presagi di morte. Quasi avesse di fronte a sé il responsabile delle umane miserie, l'incarnazione del Male, Halford gli rivolge parole sprezzanti e rancorose: "non ci sarebbe stato concesso neanche di sognare un mondo diverso da quel che è, anche soltanto guarito dai suoi atroci mali. Tu sei la menzogna straziante che guida il cieco, hai sperperato la verità alla quale ci era stato insegnato a credere. Sei la ragione stessa per cui mi sento morto". A suggellare quest'ultimo tragico, funesto verso, oltre all' intonazione disperata di Halford, vi è l'assolo di Tipton, degno sigillo ad un costrutto catacombale. Le corde della sua Hamer sciolinano sofferenza e annientano lo spirito, mentre le note scivolano via fluidamente tra gli ultimi spasimi del refrain. Le montagne iniziano a franare, rotolando nel mare, in una visione semi-apocalittica che si consuma dinanzi ai figli del sole, che, tra le ultime impennate vocali del Metal God, muoiono uno ad uno.

Guardians / Rising From Ruins

La doppietta "Guardians"/"Rising From Ruins" (Guardiani/Sorgendo dalle rovine), rispettivamente settima e ottava traccia del full è, a detta di chi scrive, uno dei due episodi che valgono da soli l'acquisto del disco (l'altro è "Traitors Gate", come vedremo). Dico doppietta perché, anche se nella tracklist "Guardians" è annoverata come vera e propria traccia, è in realtà una intro strumentale al brano che segue, della durata di circa un minuto. E che intro! Se si eccettua la poderosa "Dawn Of Creation" che su "Nostradamus" apriva a "Prophecy", per trovare qualcosa di vagamente simile per epicità, maestosità, trasporto emotivo, bisogna riandare con la mente, ancora una volta, alla strepitosa "The Hellion/Electric Eye", paradigma di un cliché compositivo che ha evidentemente fatto scuola nel songwriting non solo dei Priest, ma di tutte le più grandi class metal band, istituendo un termine di paragone con il quale misurarsi, in un modo o nell' altro. Le sublimi note del pianoforte, che pian piano prendono corpo e vigore in un accorato crescendo, disegnano un tema melodico di rara solennità. Quando, sul volgere della intro, al piano si aggiunge la chitarra, l'atmosfera si fa più densa e avvolgente. È il segnale che il riff portante, meraviglioso, pesante come un monolite e al tempo stesso leggiadro come le ali di un'aquila reale, può deflagrare in tutta la sua possente carica epica, trasportandoci in un'epoca immaginaria, lontana dal tempo e dallo spazio, dispersa nei dedali della storia. È un tripudio sonoro di immensa bellezza, come sottolineato dal breve ma penetrante assolo di Tipton, in grado di corroborare anche gli animi più incerti, esitanti, votandoli all'adorazione degli Dei del Metal. Dopo il fragore iniziale, segnato da corposi riff eseguiti all' unisono, dal drumming spaventosamente potente e preciso di Travis e dal basso sempre vivo e pulsante di Hill, l'aria si stempera per lasciare spazio all' ingresso nella strofa di un Halford sommesso e suadente. Che dire del testo, una schiacciante dimostrazione di maturità arricchita di fantasia e di un estro narrativo ai limiti del surreale. È il moto di ribellione di chi decide di non soccombere, l'istanza di rinnovamento di una generazione soverchiata dal decennale malaffare, il canto di protesta dei forti, dei giusti e dei virtuosi, il trionfo di chi, appunto, è in grado di rialzarsi dalle rovine di un mondo corrotto, osando sognare, per risorgere a nuova vita. Un impeto che, lungi dall' essere esperienza isolata, si erge a portavoce e trascinatore di un collettivo, nel perseguimento e nel conseguimento del bene comune. Chi ha raggiunto questa potenza, questa consapevolezza, si sentirà capace, alzando gli occhi al cielo, tanto di sfidare Dio, quanto di porre resistenza al Male, facendo leva esclusivamente sulla straordinaria forza interiore data da anni di resistenze e sacrifici. Il refrain è quanto di più aulico, corale, maestoso le menti di Halford e Tipton potessero concepire. Alzi la mano chi, al solo udirne le esortazioni, non venga mosso dall' irrefrenabile esigenza di imbracciare le armi e sfidare il nemico, conscio di andare incontro a probabile morte. "Siamo uno soltanto e proseguiamo per la nostra strada, risorgendo dalle rovine, noi portiamo la luce nella notte, sollevandoci dalle rovine" recita il Metal God con pathos e coinvolgimento da manuale, un istrione prestato al sacro furor metallico. Poesia, elegia, fuoco che nutre lo spirito, sussulti di gloria e sprazzi di orgoglio, chitarre serrate e melodie sontuose, e subito la seconda delle due strofe ci mette al cospetto del guanto della sfida lanciato al nemico. È il momento della resa dei conti, bisogna affrontarlo a viso aperto, così da sentirne la voce, ansimante, timorosa. Non vi è modo di sfuggire ormai, bisogna combattere; qualunque sia l'esito della battaglia, quel che conta è soltanto alzarsi dalle rovine e rinascere a nuova vita. Come da copione, i Judas Priest inseriscono, in coda al secondo refrain, un intermezzo che si svincola dal tema melodico delle strofe stesse, facendo blocco a sé, ma integrandosi alla perfezione nel nucleo del bridge. Ecco dunque emergere la presa di coscienza del nostro valore, che si espleta superando sia i nostri avversari che noi stessi, i nostri limiti. Una volta compiuto questo passo, la vittoria giacerà ai nostri piedi. Semplicemente fantastico è il seguente scambio tra Faulkner e Tipton, i classici raddoppi e licks di chitarra che hanno fatto sciami di proseliti e che ci rimandano direttamente a quando il buon Glenn duettava col funambolico K.K. Un momento solista che trova il suo apice nella ripresa, stavolta eseguita con due chitarre, del tema melodico della intro. Un degno suggello a quella che potremmo definire una marcia trionfale, che vede nella ripetizione del ritornello, accompagnato da un altro avvincente assolo, il suo imperioso epilogo.

Flame Thrower

I Judas Priest non dimenticano di essere gli alfieri del metallo, gli eletti incaricati dal Dio Vulcano di divulgare nel mondo la sacra fiamma dell'acciaio incandescente, e la nona traccia, "Flame Thrower" (Lancia fiamme), è un più che palese esempio di quanto appena asserito. Dopo le eroiche esortazioni a rialzarsi, a non cedere alle avversità, non prive di una certa dose di autocelebrazione, del brano precedente, con le sue derive anche alquanto utopiche, le sue atmosfere gloriose e i suoi ritmi gravosi e cadenzati, la band torna a picchiare duro e a premere sull'acceleratore. Ad incenerire, bruciare, proprio come farebbe un lancia fiamme, in quello che sembra essere il nucleo tematico trainante dell'intero disco, ossia la forza dirompente di uno dei quattro elementi fondamentali di cui è composta l'atmosfera terrestre: il fuoco. Faulkner apre le danze, prima che un colossale riff, eseguito in combinata dallo stesso Faulkner e da Tipton, aggredisca letteralmente l'ascoltatore. Ribadisco quanto già detto: in questo platter l'apporto dato dalla bassline alla sezione ritmica è assolutamente fondamentale, conferisce ulteriore corposità e pienezza al già di per sé poderoso suono delle chitarre. Non si tratta di una vera e propria fast song, ma ritmi e tonalità si mantengono su standard medio-alti, vale a dire il terreno prediletto su cui i Priest, storicamente, si muovono con impareggiabile maestria. Halford è il solito, incommensurabile valore aggiunto ad un comparto sonoro sontuoso e agile, e in questo pezzo riesce perfino a tirar fuori dall' ugola un paio dei suoi proverbiali scream. Il pezzo ha il suo più illustre punto di riferimento nella ferale "All Guns Blazing", sia a livello musicale che per quel che concerne le liriche. Un invito a imbracciare le armi e a dar battaglia, vendendo cara la pelle, un inno alla più fiera resistenza, un monito per tutti coloro che hanno commesso il tragico errore di darci per spacciati. Bisogna gettare il cuore oltre l'ostacolo, come si suol dire, accettando anche sfide che paiono andare aldilà delle nostre capacità, essendo pronti a tutto. Concetto espresso magistralmente nella altezzosa, straordinaria accoppiata pre-chorus/refrain, vero punto di forza del brano, un ensemble capace di restituire forza e vigore ad un esanime, facendo leva sulla parte più fiera che alberga in ognuno di noi. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare qualsiasi situazione critica, qualsiasi difficoltà, a costo di dover pregare per la nostra stessa sopravvivenza, sul volgere del nostro percorso. Saranno gli altri a dover temere di incappare nella forza distruttiva del nostro lancia fiamme. Con il fragoroso muro sonoro eretto da basso e chitarre, e gli imperiosi, potentissimi pattern imposti da Travis a fare da costante filo conduttore, si passa lesti alla seconda strofa. Che sembra dare i primi segnali di un tentennamento, in cui siamo vicini al cedere dinanzi alla paura, che ci taglia dentro in profondità, come la lama affilata di un rasoio. Non vi è possibilità di fuga, se necessario, ci giocheremo le nostre carte con lo stesso inferno (sul "chance in hell" pare che Halford venga esorcizzato dai démoni che lo posseggono, tanto è acuto, stridulo, malefico l'urlo che riesce ad emettere). Ma, e qui nuovamente il meraviglioso bridge chorus/refrain, sgombera definitivamente il campo da incertezze ed esitazioni: bellissima l'immagine del pre chorus, "i raggi della redenzione cadono dal cielo, fin dentro il maelström, come un lampo che attraversa i nostri occhi", mentre il ritornello torna a mettere gli altri in guardia dal potere divampante del nostro lancia fiamme. Come da copione, i Judas Priest, piazzano tra refrain e assolo, la classica staccata che esula dal tema melodico portante, che qui acquisisce quasi il sapore della sentenza estrema, dell'epitaffio: "immolate i vostri corpi, nessuno riuscirà a salvarsi, consacratevi con il fuoco, mentre le ceneri riempiranno le tombe". Quello seguente è, per l'appunto, un assolo che verrà ricordato come tra i migliori del combo britannico, il consueto, infuocato duello chitarristico tra Tipton e Faulkner, che qui sfocia in un riff monumentale. Il tutto, prima che Halford ripeta i moniti già espressi nella strofa precedente, seguiti dai ripetuti inviti a guardarsi dalla forza annichilente del nostro lancia fiamme, tra le brucianti scudisciate delle due asce. Brano semplicemente fantastico, tra i migliori del lotto.

Spectre

Raffinatezza e classicismo si fondono all' unisono in "Spectre" (Spettro), decimo brano in scaletta, di cui la band ha diramato anche un videoclip. E qui va subito detto che siamo al cospetto di un anthem, che con ogni probabilità diverrà un altro dei classiconi dei Preti, un mid tempo arioso e melodico, dall' incedere morboso, conferitogli da un riffing ipnotico, ossessivo, che si sposa alla perfezione con il cantato intenso ed energico di Halford. Ad un primissimo ascolto non mi è sembrato un pezzo estremamente convincente, ma l'incertezza iniziale è andata via via scemando all' aumentare degli ascolti, facendomi apprezzare appieno le atmosfere settantiane di un brano dalle cui liriche emerge tutto il dramma e il senso di smarrimento che può provocare nel cuore dell'individuo comune la figura di un malvagio dittatore (imprecisato, verrebbe di pensare, ma come non ipotizzare, anche qui, lo spettro di Donald Trump?). La strofa, dopo i magnetici riff iniziali, prende vita sulle intonazioni suadenti di Halford, in un comparto sonoro pregno di un'aura malsana, disturbante. Prende vita, nelle parole del Metal God, il profilo psicologico, "etico" e comportamentale di un uomo "alleato solo con sé stesso, un cattivo senza morale, imprudente e non curante delle leggi. Si trasferisce giorno dopo giorno, invisibile e silenzioso, cospirando per ottenere potere. Quest' uomo non si fermerà davanti a nulla pur di raggiungere quel che vuole". Le atmosfere gravide d' angoscia e timore lievitano e s'intensificano, se possibile, nel refrain, le cui melodie Halford interpreta con incredibile pathos, e in cui ci viene descritto come "un ladro nella notte, con una lama tenuta stretta tra le mani, intrappolato nella mente dello spettro (il termine può servire a dare l'idea del lascito di azioni deplorevoli compiute nel tempo, il cui spettro, appunto, riecheggia ancora nel presente). E la successiva strofa, senza un attimo di respiro o soluzione di continuità, chiarisce meglio un quadro già di per sé drammatico. "Infestando la tua mente, egli si gira e si volta con terrore, esercitando pressione finché non ti rende insensibile". Un refrain, speculare al precedente, spezza in due la strofa, che riprende: "lo spettro si insinua dietro di te, avvolto nella sua segretezza, ignorarlo è a tuo stesso rischio e pericolo, uccide per guarire sé stesso". Altro memorabile assolo è quello che suggella la seconda metà del brano: ad una prima parte più lenta e dai richiami più che classici, segue il consueto, rapido scambio di vibrati tra i due axemen, per quello che risulta essere un momento estremamente coinvolgente, che pare quasi molestare i sensi di noi che ascoltiamo. Passato l'impeto della strumentale, il brano conosce le sue due ultime quartine: "in un batter d'occhio ti segna con precisione, corrompendo tutto ciò che tocca, salivando nella tua anima. Ti flagella in silenzio mentre fa le sue incisioni, il veleno sta prendendo il sopravvento. Questo tiranno ha il suo costo". Sono proprio questi ultimi versi quelli che, letti fuor di metafora, più autorizzano a fare congetture circa la fantomatica figura di questo personaggio politico ultra corrotta e senza scrupoli. Se si pensa, ad esempio, a quello che è stata la propaganda presidenziale di Trump negli Stati Uniti e alla sua devastante ascesa, i riferimenti contenuti in questo pezzo calzano a pennello con la realtà, offrendo uno spaccato dai connotati a dir poco sconfortanti. Chiaramente, dietro la figura dello "spettro" è lecito che si celi qualsivoglia rappresentante o capo di stato mondiale dalla dubbia moralità o dalla condotta poco cristallina (per usare un eufemismo), fatto sta che è sempre e solo l'ideologia libertaria dei Priest a fare da filo conduttore all' impianto lirico del brano. Il refrain torna prepotente per l'ultima volta, ma con un avvertimento in più: "sarai congelato dal terrore, dal luccichío del suo coltello, intrappolato nella mente dello spettro". Lo spettro della guerra, della guerra nucleare, chimica, batteriologica, dello sterminio di massa, aleggia impietoso tra le pieghe di questa traccia, e non c'è possibilità di sottrarsi alla sensazione annichilente di cui è foriera.

Traitors Gate

La Torre di Londra, castello medievale risalente alla conquista normanna dell'Inghilterra, edificato sulla riva nord del Tamigi, è uno degli edifici più iconici e rappresentativi della storia europea. Divenuta, nel sentire nazionale, simbolo dell'oppressione e della perdita di libertà a causa della sua stessa genesi (i Normanni, invasori, onde imporre la loro egemonia tirannica, misero a ferro e fuoco la Britannia), nel corso dei secoli, in concomitanza con le dinastie succedutesi alla guida del governo inglese, la Torre si è prestata agli utilizzi più disparati: da residenza reale ad artiglieria, da sede della Royal Mint ad arsenale, da ufficio del pubblico registro a sede dei gioielli della Corona Inglese, passando sotto l'egida dei vari Riccardo Cuor Di Leone, Enrico III e Edoardo I. Pur tuttavia, è al periodo risalente al XV - XVI secolo che la Torre deve la sua fama più sinistra e funesta, allorché, complice l'ascesa dei Tudor al trono inglese, essa divenne luogo di terribili punizioni, torture e sentenze capitali emesse dalla famigerata Bloody Mary, spietata sovrana cattolica, artefice di cruente persecuzioni a danno dei Protestanti. Nella Torre, tra atroci sofferenze, trovarono la morte centinaia di protestanti ma non solo, chiunque si dichiarasse politicamente avverso al regime, o ne fosse anche soltanto indiziato, esasperando ulteriormente, nell'animo degli spiriti giusti, quel sentimento di oppressione e di fustigazione delle libertà individuali che accompagna l'edificio fin dalla sua edificazione. Ed è a questo particolare, drammatico contesto storico che i Priest fanno riferimento, grazie alla loro straordinaria capacità di ancorarsi ad una pagina nera della storia autoctona, per il tema che sottende alla maestosa, imperiosa "Traitors Gate" (La Porta dei Traditori, come appunto veniva chiamato l'accesso alla Torre tramite il quale venivano condotti avversari politici e dissidenti religiosi), undicesima traccia del full. Sarò schietto e circonciso: questo brano è, a mio avviso, il vero e proprio capolavoro di questo sorprendente "Firepower", uno di quelli destinati a divenire pietra miliare dei padri del Metal. A partire dalla spettacolare, epicissima intro, in cui i richiami alla altrettanto solenne manowariana "Battle Hymn" mostrano orgogliosamente i vessilli di un'appartenenza che si perde nel tempo, il brano è tutto un susseguirsi di stilemi classici che conferiscono allo stesso un'aura solenne. Il riff che segue, con il costante accompagnamento del drumming di Travis, che produce un crescendo di rara intensità e potenza, si erge, granitico, a segnare il passo di una marcia bellica imponente. Poche altre volte poi, ho sentito Rob Halford interpretare versi con tanto sofferto trasporto, con tanto straziante coinvolgimento emotivo, con una voce che, per ovvie ragioni, non è più quella straripante fucina di note altissime che lo ha sempre caratterizzato, ma che, per pathos, profondità e teatralità, risulta forse anche più matura che anni addietro. Come in una pellicola in bianco e nero, scorrono davanti ai nostri occhi immagini che ci proiettano in un passato lugubre e fosco. Immagini viste da un condannato a morte che, nella Torre, attende impotente l'ora della sua condanna. La pienezza dell'impeto interpretativo di Halford è sensazionale, trasuda sofferenza e tragedia ad ogni nota emessa dalla sua ugola. Il piglio roco e graffiante con cui chiude i versi della strofa sono l'emblema stesso dell'angoscia mista a rabbia e paura che sovrastano il condannato che attende il compiersi del suo destino. Un fiume che non conosce pietà, la Torre che incombe alla sua vista. Circondato dall' oscurità, con il grido di un corvo che proclama pentimento, egli attende inerme che l'ascia si abbatte sul suo collo, ponendo fine ai suoi giorni. Un momento concitato, enfatizzato oltremodo da un refrain dal tocco macabro e drammatico, in cui le grida disperate del prigioniero paiono invocazioni invane alla cessazione di ogni sopruso e sofferenza. "Fuori dal buio, dentro, la luce lascia il segno, libero dalla Porta dei traditori". Un eroico spirito di rivalsa pervade l'animo del prigioniero: "nella tempesta, io, assassino del peccato, vincerò, salvandomi dalla Porta dei traditori". Tipton e Faulkner non cessano un attimo di martellare con i loro riff potenti e boriosi, preparando la strada alla seconda strofa, nella quale lo sciagurato riflette sul senso delle sue azioni, ripensando a ciò che lo ha sempre animato e alla fine a cui invece è destinato. "Sono ormai un uomo tradito, avrei voluto soltanto un epilogo più giusto alla ribellione da me indotta, ma la tempesta arriverà presto, lavando via il sangue. Questo cammino di morte porterà sopravvivenza". Quindi il refrain, che, alle esortazione già precedentemente espresse, unisce altezzosi aneliti di gloria ottenuti mediante la morte, come impongono i cliché della gloriosa virtù dei nobili guerrieri. "Pronto a morire, pur di trionfare, seppellirò per sempre la menzogna, abbattendo la Porta dei traditori". Al culmine della più epica rappresentazione del dramma in atto, quasi a smorzarne la tensione, trova posto un chorus dai tratti melodici ammalianti e ardenti, in cui il Nostro, certo ormai della sua fine prossima, si rivolge a Dio, invocandone il perdono: "non intendevo recarti offesa, ora, lascia che quest' uomo abbatta la sua scure su di me, affinché ciò che io ora ho iniziato, abbia un senso nel futuro". L'assolo seguente è un altro episodio memorabile della monumentale rassegna di momenti solisti di casa Priest, l'ennesimo duello d'asce che sfocia in un trionfo di epicità corale e austera. Il miglior viatico possibile per la ripresa delle tragiche riflessioni del prigioniero. Il quale, ingaggia una sorta di monologo interiore, che lascia intravedere più di un fioco bagliore di speranza, la speranza che il suo immolarsi non sia stato vano: "Dove sarò domani? Ora hanno rimosso questa spirale di morte, spero e prego di portarvi libertà. Per onorare Dio e la nazione, questo mondo sarà un posto migliore, mentre ascendo dalla mia condanna". Il truce ritorno del refrain emette la sua sentenza definitiva: "fuori dall' oscurità, dentro la luce, verrà abbattuta la Porta dei traditori. La marea cambia, il fiume di sangue viene lavato via dall' alluvione della rivoluzione in corso. Perderò la testa decapitato da una scure, ma, proprio quando sarò morto, allora inizierò a vivere, fuggendo dalla Porta dei traditori". Fuor di metafora e svincolato da qualsivoglia riferimento storico/cronologico, il brano è un palese invito a non arrendersi, a portare avanti imperterriti, contro tutti e contro tutto, i propri propositi, consci del fatto che, quel che oggi può sembrare inutile, costituirà un esempio da emulare per chi verrà dopo, rendendo immortali le nostre azioni, i cui effetti continueranno a vivere in chi le perpetrerà. Il ricordo delle nostre gesta sarà così eternizzato.

No Surrender

Chi segue i Judas Priest, sa bene che a partire dal 1980, la band ha inaugurato e, ad onor del vero, mandato avanti con discreto successo, un'attitudine "radiofonica" fatta di brani (che eviterò di elencare qui, perché diverrei prolisso) dalla spiccata matrice hard rock, tutta ritmi cadenzati e ritornelli catchy. Solitamente accompagnati da testi più disimpegnati e "soft", questa tipologia di brano ha il compito di smorzare i toni del disco, consentendo all'ascoltatore di divagare da sonorità decisamente più heavy, proiettandolo in una dimensione estremamente più melodica e dai contenuti più improntati all'easy listening. Facciamo dunque un balzo di circa trentacinque anni indietro nel tempo, quando band come Scorpions, Dokken, Twisted Sister, Van Halen, Kiss, W.A.S.P. , Quite Riot, Dio, gli stessi Priest e via di seguito, si contendevano il mercato americano a suon di hits dal facile approccio e dalla semplice memorizzazione, per analizzare "No Surrender" (Non arrendersi), dodicesima traccia del platter. E qui devo subito smentire quanto sopra detto circa la leggerezza delle liriche che fanno da sfondo a questo tipo di pezzi, essendo questo dei Priest un brano dai contenuti estremamente significativi. Un riff penetrante apre le danze, con Travis che si mantiene su ritmi piuttosto blandi, onde consentire ad Halford di intonare con pienezza e armonia eccellenti le ariose melodie che attraversano i quasi tre minuti di durata della traccia. Chitarre sbarazzine, specie se paragonate alla maestosa tracotanza del pezzo precedente, disegnano intrecci semplici ma maledettamente efficaci, mentre Rob si lascia andare a riflessioni che vedono ognuno di noi protagonista di una vita che, per forza di cose, non abbiamo né programmato né preteso di vivere, ma che vuole sempre e comunque che non ci arrendiamo dinanzi alle difficoltà che pone sul nostro cammino (come non pensare a Glenn?). Il ritornello, dalle fantastiche melodie, è il vero e proprio tramite verso i mitici anni ottanta, un elemento capace, in pochi secondi, di portarci a ritroso nel tempo, come già detto, impartendo una lezione importante: bisogna inseguire i propri sogni più grandi, con il cuore infiammato dal fuoco della passione, vivendo senza pretendere l'impossibile, ma restando sempre pronti a combattere per ciò che si ama, senza arrendersi. Senza perdere per un solo istante il suo piglio vivace e smanioso, Halford intona la seconda delle due sestine, aggiungendo sensazioni e sentimenti nuovi, quelli che si manifestano quando, sul nostro percorso, incontriamo chi la pensa come noi, la cosiddetta anima gemella che ci consentirà di affrontare con più forza e convinzione l'eterna battaglia della vita. Il refrain si ripete, spavaldo, agile e snello in tutta la sua scioltezza, fino al classico chorus che fa da variante, come da copione, al trend melodico portante. "Bisogna correre per la propria strada, fino alla fine dei giorni, non vi è posto per debolezze, solo i più coraggiosi andranno avanti". Un assolo di semplice lettura ed interpretazione, ma dallo straordinario impatto emotivo, si frappone tra chorus e ritornello, che va a chiudere il brano, ripetendosi per ancora due volte, coadiuvato da un breve assolo di Tipton che chiosa il finale di pezzo.

Lone Wolf

La voce della coscienza, quella che ci guida, ci ammonisce, ci consiglia, ci esorta ad agire nella maniera giusta, incitandoci ad andare oltre le restrizioni imposte dalla ragione o dalle convenzioni. Quella voce è come un lupo solitario, "Lone Wolf", come recita il titolo del tredicesimo brano del corpus. Un mid tempo roccioso, costruito intorno ad un riff pesante come un macigno, lento e massiccio. Per farvi un'idea, prendete un qualsiasi riff dei Black Sabbath di "Master Of Reality", aggiungetegli qualche vago richiamo a "Sad But True" dei Metallica (influenza che si evince peraltro, anche e soprattutto dall' "Hey... I'm" dell'incipit di brano, con cui Hetfield, e qui Rob Halford, instaurano una sorta di dialogo diretto con l'ascoltatore) e avrete ottenuto il tema ritmico trainante di questo pachidermico anthem. I Priest, già tradizionalmente costruttori di riff epocali, in questo "Firepower" stanno facendo quanto di meglio sia nella loro possibilità per crearne di altrettanto micidiali, onde farli rimanere ben appiccicati nella memoria di noi insaziabili fruitori del celeberrimo "true metal". Riuscendoci alla grande. Qualche breve arpeggio precede di poco il vero e proprio detonatore ritmico, che avanza inesorabile e compatto durante tutti i cinque minuti di durata della traccia, e fa da contorno alle esortazioni di un Halford, la cui voce, circondata da un soffuso effetto eco, proprio in ragione della profondità donatale dall' espediente tecnico, pare provenire realmente dagli anfratti di una caverna, la tana del lupo appunto. E, fuor di metafora, dagli angoli piu reconditi della nostra coscienza. Essa è la voce della nostra rabbia e del nostro dolore, una voce alla quale non abbiamo mai saputo dare un nome, capace di bramare la sensazione di pericolo, proprio come farebbe un lupo selvaggio. Facendo leva sul nostro orgoglio, essa ci invita ad "uscire fuori, nelle lande desolate", in un pre refrain da brivido, il cui riferimento a liberarci delle paure che ci attanagliano è più che mai palese. Nel chorus, avvolto dall' incessante martellare delle chitarre, il concetto viene ulteriormente chiarito da un Halford immenso. Impotente dinanzi al richiamo del lupo solitario, il Metal God lo invoca di condurlo fuori dal freddo, al riparo da incertezze e timori, (la natura selvaggia) nel caldo e confortante terreno della giustizia. Un refrain dalla bellezza ammaliante, torbida, velatamente morbosa, come asfissiante risulta un po' tutto il costrutto strofa/chorus/comparto ritmico. Quanto una band come i Sabbath abbiano fatto scuola, è un dato di incontrovertibile oggettività, soprattutto in questo pezzo. Il dialogo lupo/coscienza - protagonista delle lyrics riprende nella seconda strofa, in cui, per la prima volta, la coscienza si dichiara al Nostro nell'essenza ferale e primordiale di un lupo. Un lupo che prova una rabbia immensa, che nessuno può riuscire a comprendere. Una sola certezza esso possiede: nessuno potrà mai rinchiuderlo in una gabbia. Quindi, ancora il meraviglioso bridge pre chorus/refrain, che ribadisce i medesimi intenti, conduce ad un doppio verso in cui Halford prende piena consapevolezza del suo essere. Il lupo solitario cammina accanto a lui, e non prova né paura né dolore. È l'epifania dell'Io, la manifestazione suprema della coscienza, in un brano che sembra quasi nutrirsi di concetti filosofici esistenziali. È il momento migliore per piazzare un assolo che, nella sua prima parte, pare davvero uscire dalla Gibson di Tony Iommi, salvo poi virare, nella parte finale, verso lidi intrisi di un classicismo quasi power. Nulla da dire, una commistione ben riuscita e assai affascinante. C'è ancora il tempo, con animo estremamente rinfrancato, di volgere lo sguardo, per la prima volta senza paura nel cuore, alla natura selvaggia (i problemi, le incomprensioni, le diatribe, le mille difficoltà della vita quotidiana), con accanto il lupo solitario, venuto per condurci dalla morte verso la vita. Indubbiamente uno dei testi più riflessivi, maturi ed intimistici partoriti dalla mente dei Preti.

Sea of Red

Come spesso accade negli album dei Judas Priest, è una ballad a prendersi l'ingrato compito di mettere la parola fine sull'opera. Nel caso di "Firepower", la degna chiusura di un disco che oserei definire incredibile è affidata a "Sea Of Red" (Mare di rosso), e qui non posso non sprecarmi in encomi e attestati di stima nei confronti di una band capace di aver fatto del "suono duro" la propria missione spirituale, ma parimenti in grado di strabiliare con power ballads di assoluta bellezza, che non scivolano mai nel banale o nel mieloso. Potrei anche lanciarmi in paragoni più o meno arditi, e dire che questo pezzo riporta alla mente brani epocali dei Priest dei seventies, su tutti "Dreamer Deceiver" e "Beyond The Realms Of Death", ma preferisco, malgrado le indubbie analogie, restare ancorato ad un presente ed un'attualità ancora fieri e di assoluto valore. Dagli evocativi arpeggi iniziali, suadenti e intrisi di malinconia, l'atmosfera ricreata è quella austera di una poesia intinta nella sofferenza e nel sangue, il mare di sangue rievocato dallo stesso titolo. I Nostri fanno riferimento, nelle lyrics, nientemeno che ad un celebre episodio risalente alla Prima Guerra Mondiale, la famigerata battaglia dei Flenders Fields (I Campi delle Fiandre), combattutasi tra le truppe alleate anglo/francesi e le forze tedesche, proprio nelle province comprese tra le West e le East Flanders, in territorio belga. Il triste evento ispirò anche il colonnello John Mc Crae, canadese, ma impegnato in prima linea sul fronte europeo, per il suo omonimo poema bellico. La leggenda vuole che, dal mare di sangue versato dai soldati alleati, il giorno dopo la battaglia, prendesse vita un'immensa distesa di tulipani dal colore rosso sangue, appunto. Sprazzi di folklore e di tradizione popolare, ma comunque in grado di riportare in auge nelle menti e nelle coscienze la tragicità, il senso storico di eventi di cui mai e poi mai dovrebbe esser persa memoria. Inutile dire che la prestazione vocale di Halford fa letteralmente drizzare i peli tanto è profonda e calata nel mesto lirismo della vicenda narrata; inutile dire che quella che si dipana dai versi del brano è autentica, pura poesia. Le melodie, sia vocali che quelle dipinte dalle chitarre, sono realmente in grado di condurci indietro nel tempo, in una dimensione sospesa a metà tra realtà e sogno. Il genius loci di un territorio della mitteleuropa, falcidiato dalla violenza e attraversato dalla morte, le anime prive di pace dei soldati defunti, emerge in tutto il suo greve simbolismo dai versi della canzone. Non potrei trovare parole migliori di quelle del mitico Rob Halford per descrivere fatti e sensazioni, quindi a lui mi affido: "ora guarda e ascolta mentre cammini, e sentirai delle voci nel vento, quei sussurri solitari da questo sacro terreno. Prenditi il tuo tempo, mentre loro iniziano". Le continue alternanze di modulazioni vocali conferiscono alla strofa quel non so che di sfuggente e onirico, come se Halford sparisse e ricomparisse più volte davanti ai nostri occhi. "Mentre il sole tramonta, il silenzio è così profondo perché hanno dato tanto. Quindi potremmo andare avanti e vivere pacificamente, certi del loro perdono". Il perdono dei soldati dinanzi all' eventualità della perdita della memoria storica, una piaga che purtroppo affligge gran parte delle attuali generazioni, inconsapevoli del sacrificio compiuto da chi li ha preceduti, onde garantire loro la pace. Ma sia Mc Crae che i Priest sono persuasi che i soldati perdoneranno l'amnesia. Il refrain, di struggente bellezza, con il volume delle chitarre e i distorsori repentinamente divenuti solidi e robusti, fa scorrere dinanzi a noi i ricordi e il mare rosso sangue, con le sue storie da raccontare, mentre, col capo chino, siamo intenti ad annusare l'odore dei tulipani trasportato sino a noi dal freddo vento delle Fiandre. Cori maestosi che rievocano quelli della monumentale parte strumentale di "Seventh Son Of A Seventh Son" dei Maiden, fanno da cornice ad un ensemble governato da armonie sublimi. Non vi è tempo per rimestarsi nei ricordi o nei viaggi sensoriali, perché la seconda strofa si staglia splendida al nostro cospetto a ricordarci che "nei campi della meraviglia, dove volano le rondini, stanchi pregano i nostri cuori, mentre l'erba è più verde per le lacrime che cadono, per voi, in questo Giorno Della Memoria. Il messaggio è stato udito, la loro disperazione non avrà importanza. In un perenne slancio d'amore, essi si innalzano". L'immagine delle anime dei soldati che rivivono nei tulipani irti e tesi contro il vento, quasi a vegliare, incuranti e sprezzanti del pericolo come quando erano in vita, sui loro cari, tocca vette di evocatività inimmaginabili, con il suggello dei cori "maideniani" sempre a fare bella mostra di sé. Quindi il refrain riprende i concetti già precedentemente espressi, allorché un doppio canto corale e superbo si insinua tra i versi e il seguente assolo, facendo venire la pelle d'oca. "Da questa terra prendi il volo, brilli dal cielo, e ti sentiamo mentre voli". E qui la standing ovation per un momento solista, a firma sua maestà Glenn Tipton, di bellezza sopraffina è d' obbligo per chiunque, seguace o meno della scena, poiché rappresenta il trionfo della Musica, in una delle sue tante vesti. Triste, sofferto, straziante, ispido come una lama di coltello che perfora e dilania lentamente le carni, è il più genuino tramite concettuale con l'epocale assolo di "Beyond The Realms Of Death". La ripresa delle melodie di strofa e ritornello, nel loro significato già espresso, procede sino all'epilogo di un brano di rara bellezza. Il Remembrance Day (o Armistice Day) è un giorno di commemorazione osservato ogni 11 novembre nei paesi del Commonwealth (Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica e altri) e in diversi stati europei (compresi Francia e Belgio) per ricordare la fine della Prima Guerra Mondiale (11 novembre 1918) e le altre guerre. I papaveri rossi, sono per tutta la cultura anglosassone indissolubilmente associati al Remembrance Day, come simbolo unificante del ricordo dei caduti in battaglia.

Conclusioni

Sembra quasi impossibile ma eccoci qui, ancora una volta, a commentare, nel 2018, un album in studio dei Judas Priest. L'ultimo in ordine di tempo di una lunghissima serie di dischi che, in un modo o nell'altro, hanno segnato un'epoca, l'epoca che ha visto genesi, parabola ascendente, declino, rinascita e riaffermazione del genere, l'Heavy Metal, che forse più ha fatto parlare di sé nel corso del tempo. Non che i Priest siano gli ultimi rappresentanti di una gloriosa dinastia di dinosauri che di estinguersi non vuol proprio saperne, se pensiamo a quante band nate tra la fine degli anni sessanta e l'inizio del decennio successivo siano tutt'oggi ancora in voga e molto attive, sia sul mercato che in sede live. La piacevolissima sensazione di meraviglia che permea i sensi ascoltando questo disco è, in larga parte, giustificata dall'entusiasmo con cui un gruppo che, come sappiamo, ha fatto la storia, ancora riesce a manifestare quando compone canzoni. La band che ha codificato il Metal, nel terzo millennio, per ovvie ragioni non può e non deve più inventare nulla. Non deve più dimostrare nulla a nessuno, non è tenuta a stupire ma non è al riparo dal generare delusione. Una spudorata ingiustizia? No, tutt'altro, è il destino dei grandi, e i Judas Priest grandi lo sono, anzi, grandissimi. Il tempo è spietato e passa per tutti, vedere il buon Rob arrancare incerto su di un bastone già da qualche anno ormai, è il segno più impietoso dello scorrere delle decadi, schegge incontrollate che paiono aver avuto la durata di uno schiocco di dita. E invece sono scivolate via, prodighe di successo e di gloria, ma anche implacabili e severe. La conferma della diagnosi di Morbo di Parkinson a Glenn Tipton ha sicuramente, in questo senso, rappresentato la notizia più funesta e probabilmente lontana anni luce dalla mente di ogni fan (compresa la mia), i quali giammai sarebbero disposti ad accettare la resa o la caduta di un loro idolo, che, nella loro mente, è rivestito di quell'aura di sacralità che lo rende affine ad una divinità. Ed il personaggio in questione, in effetti, è un semi-dio, trattandosi di uno dei chitarristi più influenti (come lui solo Tony Iommi e, in certa misura, Eddie Van Halen) della scena hard 'n heavy. Giova ricordare che la critica non ha ancora trovato un unanime consenso su chi tra Glenn ed Eddie sia stato l'inventore di Sweep-Picking e Tapping. Tralasciando le fredde e sterili diatribe accademiche, si può senza dubbio affermare che Tipton sia stato colui che ha donato alla chitarra metal la sua fisionomia definitiva. Geniale costruttore di riff rimasti scolpiti nel granito, passionale, con un grande senso della ritmica ma dotato anche di un immenso approccio melodico, veloce e tecnico, preciso come un orologio svizzero, inarrivabile negli assoli, il buon Glenn ha contribuito in maniera massiccia all'evoluzione del chitarrismo heavy, oltre che al successo planetario dei Priest. A lui si deve la creazione del concetto di twin guitars armonizzate, tanto per fare un esempio, e, nelle esibizioni dal vivo, sua caratteristica tecnica principale è sempre stata la riproposizione degli assoli in maniera talmente affine all'originale da sembrare, in molti casi, proprio l'esecuzione presente sul disco di provenienza. Proprio da qui la decisione di abbandonare i concerti dal vivo, il pensiero di non poter offrire alle platee spettacoli degni della sua fama e del suo nome, deve averlo letteralmente sopraffatto. Ma sull'album la mano di Glenn si sente eccome! L'album, già, forse il miglior disco del post "Painkiller" (essendo questo divenuto una sorta di spartiacque del Metal), nonostante i vari "Jugulator", "Angel Of Retribution" e "Nostradamus" siano dei signori dischi. Un album suonato con l'anima, in cui potenza e melodia si inseguono a vicenda nel pieno rispetto della tradizione della band. Sembra essere cresciuto l'apporto del sempre più sorprendente Faulkner, un chitarrista davvero valido sia in fase di songwriting che sul palco, la vera ventata di rinnovamento in una line up un tantino datata e dall'età media piuttosto alta. Non era impresa facile sostituire K.K. ma l'ex ascia di Lauren Harris pare esserci riuscito egregiamente. Questo "Firepower" è un album eccezionale, alfiere di valori atavici che, se pur presenti sul precedente "Redeemer Of Souls", non erano riusciti ad avere sul pubblico quell'impatto e quell'effetto che la band senz'altro desiderava avessero. La tradizione rivive fieramente tra i solchi di quest'opera, vetusta e intrisa dell'esperienza derivante da anni di onorato praticantato, ma riproposta tramite i filtri di un sound moderno e cristallino. In un contesto simile è proprio la voce del Metal God a rappresentare il vero punto di forza del platter, e anche se non ci regala più i suoi mitici, proverbiali scream, essa stupisce per profondità e appeal espressivo. Alcune sue interpretazioni sono a dir poco commoventi, così come commovente, per impegno e "amore" per quel che si suona, risulta tutta l'opera. Molti lo hanno definito un capolavoro, ma, per quanto io ami visceralmente i Judas Priest, mi corre l'obbligo di essere quanto più possibile obbiettivo. Non è un capolavoro nel senso che, come si diceva, non inventa e non aggiunge nulla ad un comparto già cristallizzato da tempo, ma è un disco eccellente, tecnicamente ineccepibile e suonato da abili mestieranti. La differenza che intercorre tra "eccellente" e "capolavoro" è minima, sottile, impercettibile, ma purtroppo c'è. Non è il caso di gridare al miracolo, come molti fans della prima ora, infervorati dall'entusiasmo (ma come dar loro torto!) avevano fatto, ma sentire i Judas Priest, nel 2018, comporre canzoni e suonarle con tanto ardore, con tanta passione, non può che fare la felicità di chi li ascolta e ne segue le gesta da sempre. Tanto per fare un paio di esempi, mi ha colpito molto più positivamente "Firepower" che non "The Book Of Souls" o "Thunderbolt", che pure sono due dischi validissimi. Non potendo assolutamente negare l'altissimo tasso tecnico dei due album citati, va detto che entrambi mostrano, per motivi analoghi ma quasi opposti, derive snaturanti. Nel caso dei Maiden per il continuo incrementare quella vena prog che talvolta pare forzata e che rende i lavori quanto mai prolissi; per quanto riguardo i Saxon invece per quell'esasperato appesantimento delle sonorità, la smaniosa ricerca di un groove sempre più profondo, aspetti con i quali la band di Byford insiste imperterrita ormai dai tempi di "Killing Ground". I Judas Priest con "Firepower" restano invece più fedeli ai dettami del British Heavy, arricchendolo con le consuete, affascinanti venature epiche che tanto ci fanno emozionare (penso a "Rising From Ruins" o a "Traitors Gate") ma, soprattutto, sono artefici di un'opera emozionale, partorita più con il cuore che con la mente, una sincera, commovente dichiarazione d'amore. La Musica, si sa, prima ancora che tecnica o sperimentazione, è soprattutto sentimento. E che questo disco trasudi sentimento da ogni singolo poro è un dato inconfutabile. Avverto però una vaga, impercettibile sensazione di definitivo commiato serpeggiare nell'aria intorno a "Firepower", come se ci trovassimo dinanzi al testamento spirituale di una band leggendaria, epocale, sulla quale, oggi più che mai, aleggia l'anima di Glenn Tipton, custode benevolo di un mistico segreto. Tanti e troppi gli incidenti di percorso e gli imprevisti incontrati dal gruppo sul suo cammino e che, non essendo più nel fiore degli anni, potrebbero lasciare un marchio indelebile. Dio solo sa quanto vorrei sbagliarmi e ritrovarmi qui, fra tre anni o quattro, a parlarvi dell'ennesimo gioiello dei Judas Priest.

1) Firepower
2) Lighnting Strike
3) Evil Never Dies
4) Never the Heroes
5) Necromancer
6) Children of the Sun
7) Guardians / Rising From Ruins
8) Flame Thrower
9) Spectre
10) Traitors Gate
11) No Surrender
12) Lone Wolf
13) Sea of Red
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