JUDAS PRIEST

Demolition

2001 - Steamhammer

A CURA DI
FABIO FORGIONE
18/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Archiviata l'esperienza "Jugulator", album che aveva segnato il ritorno sul mercato dei Judas Priest dopo ben sette anni di assenza e con un singer nuovo di zecca, la band torna a chiudersi in studio dopo aver confermato Tim "Ripper" Owens alle vocals, e precisamente nei Silvermere Studios a Surrey, Inghilterra. L'idea di sfornare un nuovo disco, che rappresenti un degno seguito al più che discreto "Jugulator", si fa largo nelle teste di Tipton e Downing già nel 1999. Due anni di lavoro in fase di stesura e di produzione (di cui si occupa personalmente lo stesso Tipton coadiuvato da Sean Lynch), per un album, Demolition, che vede la luce nel luglio del 2001 per la SPV Steamhammer e che, com'è logico che sia, visto il blasone del monicker, è preceduto da un clima di fervida ed impaziente attesa, soprattutto da parte di coloro i quali si erano dichiarati delusi dal precedente lavoro. Come detto, siamo all'alba del nuovo millennio, e qualcosa (più di qualcosa, in verità) nello scenario metallico è cambiato o segue un processo in fieri. Le sirene del "Nu Metal" incarnate da band come Fear Factory, Korn, Slipknot o Rammstein, iniziano a confondere e irretire un contesto musicale sino a quel momento imperniato su capisaldi e direttici genuini e ben precisi. Ai tradizionali basso, chitarra, batteria (e tastiere) si aggiungono tutta una serie di suoni spaziali, elettronici, plastificati e cibernetici. L'artificialitá e la freddezza della cultura Industrial non risparmiano dunque nemmeno l'universo musicale, nella fattispecie quello hard; ma, soprattutto, non ne resta immune neanche la mente di un dinosauro dell'ortodossia metallica, e cioè quella di Glenn Tipton, il quale non si fa remore di inserire nelle sonorità di "Demolition" tutti i nuovi elementi sonori a disposizione. Il risultato è un disco che definire "sperimentale" pare oltremodo riduttivo: innesti modernisti a parte, ciò che più colpisce negativamente è l'eccessivo ammorbidimento dei suoni rispetto al predecessore, le melodie appaiono più lievi e orecchiabili, ma stridono non poco con un riffing roccioso e potente finché si vuole, ma estremamente monotono e ripetitivo. In sostanza, tanta potenza al servizio di poche idee, dal momento che diversi brani di questo "Demolition" risultano piuttosto scialbi e anonimi, una confusa e impersonale accozzaglia di nuove istanze musicali e stilemi che rimandano direttamente agli eighties che non riesce nell'intento, che per i Priest è consuetudine, di far rimanere l'ascoltatore con la testa attaccata agli amplificatori dell'Hi-Fi. Il che, per una band che si fregia, avendola conquistata sul campo, della fama di padri putativi dell'HM, se non suona come una sconfitta, poco ci manca. Tra i brani poco incisivi vale la pena ricordare almeno "One On One", il trionfo della monotonia, "Hell Is Home", "Jekyll & Hyde", "Devil Digger", "Cyberface" e "Metal Messiah", imbarazzanti e addirittura irritanti, mentre "Machine Man", "Bloodsuckers", "Feed On Me" e "Close To You" sono i pezzi responsabili della generale impennata qualitativa del platter. Poco, troppo poco, visto che la restante parte dello stesso giace nelle statiche e insignificanti secche di un preoccupante anonimato. Glenn Tipton, autore della gran parte delle musiche, ma, soprattutto, delle lyrics (talvolta di una disarmante banalità) è il principale responsabile di questo flop, essendo a tutt'oggi "Demolition" l'album dei Priest che in assoluto ha venduto meno. Dio solo sa, visto il sentimento di semi adorazione che nutro per l'attempato guitarist, quanto mi pesi profferire simili asserzioni, ma ci corre l'obbligo, malgrado le indubbie difficoltà derivanti dal fattore affettivo, di essere il più possibile oggettivi, pena una scarsa credibilità e una opinabile oggettività. Prima di addentrarci nel track by track è d'obbligo segnalare almeno altri tre elementi: il compianto Chris Tsangarides, produttore del leggendario "Painkiller" e che aveva aiutato la band nella stesura di "A Touch Of Evil", è qui co-autore insieme a Tipton dei brani "Subterfuge" e "Metal Messiah"; Scott Travis é autore delle musiche di "Cyberface", ed è la seconda volta dai tempi di Les Binks e della fenomenale "Beyond The Realms Of Death" che un batterista collabora alla stesura di un pezzo; infine Don Airey, sì, proprio lui, non occorre aggiungere altro, lo troviamo alle keyboards di "Close To You" ad impreziosire ulteriormente una traccia già di per sé potenzialmente valida, una delle migliori dell'intera release. E ora, sotto con l'analisi di questi tredici pezzi. Buona lettura!

Machine Man

La prima traccia è Machine Man (Uomo macchina), unico singolo estratto dal platter, ed è il più palese dei biglietti da visita del new deal priestiano: annunciata da suoni meccanico/avveniristici, vede l'entrata in scena della batteria di Travis che danza letteralmente su rullanti e charleston. Il riff seguente è gelido e possente e innesca una macchina da guerra sonora di proporzioni enormi, un vero e proprio muro di eccezionale potenza, ma estremamente freddo e lontano, quasi a voler rendere al meglio l'idea dei concetti espressi nelle lyrics. Le quali, tanto per cambiare, narrano l'avvento sulla Terra degli uomini-macchina, una sorta di poliziotti robotizzati dai modi di fare non proprio ortodossi, il cui compito è quello di ripristinare l'ordine in un mondo sempre più preda di violenza e sopraffazione. Il cantato di Ripper è sin da subito aggressivo, muscolare, truce ed è la voce narrante in prima persona del modus operandi e delle gesta degli automi, i quali, senza perdersi in convenevoli, hanno licenza di uccidere sulla 650 Bonneville, la strada sulla quale, evidentemente, e casualmente, sono stati catapultati al grido di "Hellfire!", il fuoco dell'inferno, fatto di combustibile fiammeggiante che proprio non vuol saperne di estinguersi, e con il quale essi intendono ristabilire la normalità. "Tienilo giù e prenditi la corona, siamo i rinnegati che vi stordiranno con i neon", sono i sinistri proclami della glaciale e artificiale voce del bridge. Non vi è paura nelle loro azioni, ma solo odio, odio allo stato puro. Sono macchine che guidano al massimo delle loro potenzialità, macchine che agiscono in maniera maniacale. Colpiscono il terreno con i loro passi pesanti e terrificanti, ma agiscono con la rapidità della luce. Il secondo bridge è vagamente più melodico e introduce al refrain, torbido e tagliente come una scheggia di vetro che si conficca nelle carni. "Quindi volete correre, figli di puttana, al punto tale da cancellare i tatuaggi che avete stampati sulla faccia. L'uomo-macchina sta correndo... provate, l'uomo macchina sta arrivando... e voi morirete tutti". Voci avide e sgraziate circondate da riff rocciosi e da un drumming di una potenza impressionante, con Travis che picchia con tutta la forza che ha in corpo, per un brano che deve incutere timore, annichilire. E, in verità, ci stava riuscendo anche bene, non fosse per l'improbabile intermezzo "rappato" con cui Owens esorta ad "accendere i motori, mentre le urla della bestia entusiasta imperversano tutt'intorno. La bandiera del genere umano è ormai abbassata, piegata per sempre. Chi ha osato sfidare questa macchina di morte ne pagherà le conseguenze". Un lieve cenno di melodia e " Ripper" riprende: "Mentre essi sorvolano le spoglie della città in preda al caos, assistono ad un vero e proprio bagno di sangue. Non vi è un secondo posto in cui fuggire". Le bordate di basso e chitarra si susseguono chiassose e fragorose, il distorsore sincopato di K.K. fa da preludio al bell'assolo di Tipton, un funambolico saliscendi sulla tastiera della sua Hamer. Le ostilità riprendono coi secchi e distruttivi power chord della premiata coppia d'asce, mentre il refrain minaccia furibondo: "gli uomini macchina stanno arrivando, correndo, e semineranno morte". Riff devastanti a profusione e l'ultima delle tre strofe è servita con la sua nenia cantilenante: "I miei nervi d'acciaio, glaciali, uccideranno ancora, sempre, ed io vincerò mentre voi perderete. Guiderò nuovamente alla volta della vittoria, piegando la flebile resistenza di chi mi si oppone. Toccherete ancora la terra... notti alla velocità della luce". Il conforto della semi melodia fa capolino per l'ultima volta in un contesto alquanto serrato e asettico: "Non mostreremo pietà per chi si metterà sulla nostra strada, guardando i succhiatori che si auto distruggono alle nostre spalle". Il refrain, come impazzito, continua a ripetersi fino alla conclusione, profferendo le sue sinistre e profetiche minacce. Gli uomini macchina stanno arrivando, di corsa, seminando morte e terrore.

One On One

Le contaminazioni elettroniche non risparmiano nemmeno l'incipit di One On One (Uno contro uno), secondo estratto del platter, prima che il main riff cominci a martellare a dovere. Direi però che si tratta piuttosto di un'illusione, poiché il suddetto riff, per quanto solido e coriaceo, diviene nell'arco degli oltre sei minuti di durata del pezzo il vero e proprio punto debole dello stesso. Si ripete infatti all'inverosimile, senza alcuna variazione che sia una, generando una monotonia sonora che solo il nu metal riesce a offrire. Dire che il brano è costruito intorno a questo riff è oltremodo riduttivo (ma è una caratteristica del songwriting di quest'album, dovremo farci l'orecchio), per non parlare del cantato cantilenante di Owens, che riesce a rendere, se possibile, tutto ancor più noioso. Perché tale in fin dei conti è questo brano: la fenomenologia della noia trasposta in salsa pseudo heavy. Non che il testo sfugga alla debacle, essendo l'ennesimo impeto di rivalsa di un imprecisato uomo comune che assurge al rango di eroe, e che decide di affrontare, uno contro uno e con l'intento di sconfiggerlo, il sistema costituito, al solito arrogante, violento e prevaricatore. E allora giù di proclami autocelebrativi esposti in prima persona dal singer statunitense, che fa sfoggio delle sue qualità sbattendole in faccia all'usurpatore. Il quale, manco a dirlo, dinanzi a tanta protervia, dovrebbe battere la ritirata terrorizzato, ma questo non è dato saperlo. Chi è che lancia il guanto della sfida? La lista è lunga: "io sono la tua ora più buia, sono la voce che temi e che urla nella tua testa, sono il conteggio finale e la rappresentazione dei demoni fuori di te, sono la tua morte peggiore e ridurrò al minimo tutte le tue grandi parole". L'elencazione si blocca un attimo per far spazio ad un minaccioso interrogativo, durante il quale Owens innalza i toni, con voce stridula e pungente: "Cosa fai? Stai per caso urlando"? É il preludio al refrain, tra chitarre serrate e, deo gratias, un drumming che pare l'unico fattore ancora genuino e incontaminato dell'intera traccia: "uno contro uno, faccia a faccia, ti porterò là fuori e proverai a prendermi". Senza pause si passa alla seconda strofa, in cui i proclami riprendono in tutta la loro enfasi e la loro autoesaltazione. "Sono la terribile verità, sono il giovane senza paura, sono la croce che devi sopportare e colui che osa restituire i tuoi sguardi perfidi. Sono il pugno di Dio, so di essere il perdente, ma resterò fermo al mio posto mentre tutti gli altri fuggiranno sparpagliandosi. "Contro tutte le probabilità, nonostante tutte le difficoltà" urla 'Ripper' con voce straziata, e do il meglio di me quando vengo messo sotto pressione, quando combatto il mio avversario faccia a faccia". Se fin qui il contesto sonoro si è mostrato tutto sommato tollerabile anche da parte di un orecchio avvezzo a tutt'altro tipo di sonorità, ma, se non altro, aperto a nuovi scenari, tuttavia riesce davvero arduo sopportare il secondo intermezzo "rappato". Il secondo in due brani, due indizi non fanno una prova? Ma, tant'è, "sono il tuo passato insanguinato che finalmente ti ha raggiunto, il bagliore dell'acciaio proveniente dal buio, sono l'ultima cosa che sentirai, un non morto fuori controllo che ha ritrovato la pelle che hai lacerato, sono la risposta alle domande che tutti si pongono, sono i brividi lungo le tue spalle". Finalmente un accenno di melodia fa capolino, dopo un rovente scambio di legati e distorsore tra K.K. e Glenn, ma è come un attimo fuggente nella fissità dell'eterno "sono molto più forte ora che riesco a trattenermi" quindi "andiamo là fuori e scontriamoci uno contro uno". C'è ancora tempo per l'ultima delle tre strofe, in cui le minacce dell'uomo divenuto eroe si concretizzano e si materializzano: "sono la notte più buia, il morso della vipera, ti vedrò consumarti mentre inizi a leccare le tue ferite mortali. Come un condannato che però non morirà, non proverò né pietà né rimorso, e non andrò mai via". Sarà un combattimento eterno, un agone infinito, sempre e solo uno contro uno.

Hell is Home

È bene precisare che in questo disco mancano pressoché del tutto brani veloci, o, men che meno, accelerazioni brucianti. La tipologia compositiva di "Demolition" è imperniata su solidi mid-tempos rocciosi, cupi, talvolta morbosi, quando non su veri e propri pezzi lenti e cadenzati. Il terzo brano, Hell Is Home (L'inferno è casa) corrisponde senz'altro al primo dei due tipi, e, fattore questo non secondario, non è affatto immune da contaminazioni extra metalliche. Alzi la mano chi di voi, nell'ascoltare questa traccia, non abbia, anche soltanto per un attimo, pensato agli Alice In Chains, con Owens che, soprattutto nelle tonalità basse, si diverte a fare il verso a Layne Staley; o non abbia rivolto il proprio pensiero, al solo udire quel suono di chitarre così oscuro, cantilenante, sofferto, ai decadenti miasmi partoriti dalla sei corde di Jerry Cantrell. Le analogie con il grunge che strizza l'occhio al metal ci sono, e sono anche palesi, è come se la band statunitense e quella britannica percorressero esattamente mezzo percorso per una, incontrandosi a metà strada. La somiglianza tra i due vocalist, però, ovviamente, si limita esclusivamente alle tonalità medio basse poiché in questo pezzo, caso mai ce ne fosse bisogno, Owens si consacra come quel grandissimo cantante che è, producendosi in acuti dalla potenza impressionante, a volte toccando picchi addirittura superiori a quelli di sua maestà il Metal God. Mi avvalgo dunque della liceità di reputare questo pezzo nulla più che un'ottima vetrina per le straordinarie doti canore del singer dell'Ohio, essendo, a livello testuale, la solita, trita e ritrita nenia delle dichiarazioni d'orgoglio dell'emarginato sociale che, bandito dalla collettività, o volontariamente alienatosene, recita i salmi dello spirito d'appartenenza, dichiarando che l'inferno è casa sua. La ritrosia dei cosiddetti "normali" non lo turba più ormai, a tal punto si è assuefatto alla vita dell'esiliato in casa. Anzi, venendo a contatto con altri come lui, è addirittura riuscito a farsi amare, instaurando un regime di non-vita libero da legacci di qualsivoglia natura. Il refrain, una sorta di lamentazione esaltata dall'incedere mefitico delle chitarre, è il manifesto di vita dell'emarginato: "l'inferno è casa per me, ormai, il solo posto dal quale io abbia ricevuto un invito. Nessun altro infatti mi ha invitato, nemmeno Gesù Cristo. Ho trovato la mia casa, e sono sicuro che le cose non potranno andare peggio di così". Rassegnazione dunque, ma di quella rassegnazione che rende più forti, che rende liberi. Gli acuti esplosi dall'ugola di "Ripper" sul finale di verso sono da brivido, peccato non si possa dire la stessa cosa per l'assolo (posso chiamarlo così?) che segue. Un susseguirsi caotico e cacofonico di suoni distorti e plastificati, senza né capo né coda, quanto di più lontano dai cliché stilistici delle due venerande asce. Pare che i due abbiano patito un vacuum mnemonico di proporzioni bibliche, rinnegando in un sol colpo tutto il loro illustre passato. Il pezzo prosegue imperterrito in tutta la sua pesante monotonia. Cosa accade a chi riesce ad adattarsi, quando non addirittura a bearsi della propria condizione di emarginato? Una cosa molto semplice, per quanto disgustosa: essere inviso e odiato dal resto della comunità. Invidia e odio derivanti proprio dal coraggio mostrato nell'aver fatto la scelta più difficile, avendo raggiunto forse la più alta tra le espressioni di libertà, ossia quella di ostentare orgogliosamente la propria diversità, senza timore di giudizi o di ritorsioni. A ben vedere, il testo mette in mostra una profondità di pensiero che rende finalmente giustizia a due songwriters del calibro di Glenn e Kenneth. "L'inferno è casa mia, ma è l'unico luogo che mi abbia riservato ospitalità e conforto, nemmeno il paradiso e Gesù Cristo lo hanno fatto" è la reiterata litania del refrain che si estende fino a concludere il pezzo.

Jackyll and Hyde

Un attacco thrash segna l'incipit di Jekyll And Hyde, quarto brano del lotto, con un lavoro chitarre/batteria in accoppiata dal mood davvero potente e incisivo, qualcosa che, per qualche istante, ha lasciato pensare ad un pezzo lanciato e dal tiro tipicamente priestiano (o, perlomeno, dei Priest di "Jugulator"), salvo ripiegare poi, ad inizio di strofa, sui consueti ritmi cadenzati e dal groove corposo. "Ripper" inizia in sordina, quasi sussurrando i versi di un brano che, lungi dall'essere una rievocazione del celebre personaggio del romanzo di Stevenson , un po' come era stato per Jack The Knife ai bei tempi, è piuttosto una metafora volta a stigmatizzare chi nella vita fa uso di maschere. In sostanza, una presa di posizione di Mr. Tipton contro ipocrisia e falsità, e chi meglio dell'erma bifronte rappresentata dal diabolico dottore poteva prestarsi ad incarnare tale realtà? Da un punto di vista prettamente musicale, ci troviamo al cospetto di un brano dal quale fuoriesce tanta potenza (le chitarre sono compatte, il basso di Hill martella a meraviglia, e Travis è un autentico schiacciasassi) ma è il feeling ad essere decisamente in deficit. In altre parole, la canzone, più che inchiodarti allo stereo, genera una sensazione di smarrimento, ridimensionata soltanto dalla prestazione vocale di Owens, ennesima riconferma, caso mai ce ne fosse bisogno. La componente melodica risulta essere quanto mai aleatoria e sfuggente, fatta eccezione per i due bei bridge e il refrain, nei quali non si fa fatica a scorgere, ancora una volta, influenze di Alice In Chains. I Judas Priest del nuovo millennio paiono essere questi: potenza, groove, pesantezza a go go, ma scarso coinvolgimento emotivo, tanto da parte di chi suona quanto fa da quella di chi ascolta, come logica conseguenza. Bello è, tuttavia, proprio lo stacco drammatico tra l'abulia delle strofe e la volontà di artigliare una melodia e farne un trait d'union con la tradizione. Da apprezzare quantomeno lo sforzo. Assolutamente inedita invece la chiusura "death", con Owens che si produce in efficaci growl e i quattro a pestare giù duro sugli strumenti, prima che lo stesso Owens chiuda con uno scream da par suo. Nulla di particolarmente rilevante da segnalare sul fronte delle lyrics, se non la denuncia della falsità e dell'ipocrisia, come già accennato. È chiaro che le analogie col personaggio di Stevenson, per quanto adottate in un contesto attiguo alla vita reale, si limitano ad un livello piuttosto superficiale e sono comunque da intendersi come pretesto per schernire la falsità a trecentosessanta gradi. Se ognuno di noi facesse uscire il Mr. Hyde che gli alberga dentro, espressione pura di rabbia e istinto che, senza le maschere delle convenzioni, difficilmente emergerebbero, cosa accadrebbe?

Close to You

È paradossale come in un album dei Judas Priest, solitamente, tra i migliori pezzi figuri una ballad, una regola alla quale non sfugge nemmeno la struggente Close To You (Vicino a Te), quinta traccia estratta dal full. Davvero, senza timore di smentita, si tratta di una delle cose migliori presenti su "Demolition", ed il fatto che sia un brano lento e carico di atmosfere, induce a fare più di una riflessione sul trend generale del sound adottato dai padri dell'HM. Tonalità delicate, chitarre sinuose e lievi, un incedere mesto e ombroso, ed un Owens capace di tirar fuori una prestazione da pelle d'oca. Il brano, poesia malinconica e commovente, mette in scena le parole d'amore di un uomo al capezzale della sua amata. Egli ricorda i bei tempi andati, i dolci momenti trascorsi insieme, e, struggendosi di dolore nel rimembrare la vita passata, egli si chiede come fare per non soffrire. Ma la risposta ha il peso di una condanna ed è ineluttabile come la morte stessa: non può fare a meno di ricordare, poiché i ricordi fanno parte della sua stessa anima, e quindi lo strazio è inevitabile. La gente intorno a lui lo esorta a risollevarsi, ma lui sa che non può. Lui e soltanto lui può starle vicino, rimanendo accanto alla sua tomba anche tutto il tempo, se necessario. L'assolo che tronca perfettamente in due il brano, in calce al primo refrain, è anch'esso struggente, carico di pathos, di una tristezza indicibile, e riporta alla mente gli sfarzosi arabeschi tessuti anni or sono da Glenn in "Beyond The Realms Of Death". La dolcezza delle melodie trascende il concetto stesso della morte, caricandolo di un'aura solenne, non del tutto esente da speranza, e a ciò concorrono le sognanti tastiere di sua eminenza Don Airey, creatore di atmosfere raggelanti. L'alternanza degli stati d'animo contrastanti dell'infelice protagonista delle lyrics, è magistralmente sintetizzata dalle improvvise e brusche impennate di Glenn e Kenneth, e dalle improvvisamente gelide, sofferte sterzate vocali di Owens. Egli prova a concepire una sia pur vaga idea di ricominciare una vita senza di lei, sospinto anche dai freddi e distaccati consigli della gente. Ma è fatica sprecata, i ricordi prendono il sopravvento e lo annientano. Lui e soltanto lui, potrà stare vicino a lei per l'eternità. Tra le strazianti stoccate delle chitarre, si risolve e si estingue l'ennesima incarnazione del dualismo amore/morte, nonché di estrema fedeltà alla memoria della persona amata.

Devil Digger

Dal testo profondo del brano appena descritto si passa a quello enigmatico, decisamente criptico (per non dire strano) di Devil Digger (Lo scavatore del diavolo), sesta traccia del platter. Una stranezza che, muovendo dalla bizzarria del titolo, si fa strada a furia di chitarre distorte, filtrate e imbastardite all'inverosimile da suoni sintetici e cibernetici, mentre Owens, che qui stavolta si diverte a fare il verso al Reverendo Manson più introspettivo e meno sguaiato, sbiascica letteralmente i versi della strofa, con impercettibili dissonanze vocali che altro non fanno che rendere il brano ancor più sfuggente e alienante. Eppure, contaminazioni a parte, il main riff si farebbe anche apprezzare, fatta salva una innegabile noia data dalla inesorabile monotonalità delle partiture. I deliri di Glenn Tipton in questo brano sono da ricovero, un testo allucinante ancorché incomprensibile, in cui il mastermind dei Priest dichiara, in apertura, di versare in una condizione psicofisica non proprio invidiabile, diciamo, quand'ecco sopraggiungere lo scavatore del diavolo (qualcuno mi dica di che accidenti si tratti!), ovvero "colui che non dimentica", come sbraita "Ripper" nel refrain, unico momento in cui è possibile recepire una sia pur vaga forma di furor metallico, con chitarre serrate e massicce che costruiscono un buon tappeto sonoro per le farneticazioni del protagonista. Anche Hill e Travis fanno il loro onesto lavoro ma, francamente, siamo davvero lontani dai fasti anche del validissimo, immediato predecessore "Jugulator". Pezzo impersonale e scialbo nella sua forzata, esasperata ricerca di una modernità che mal si sposa con il repertorio priestiano. Il Nostro, fotografato da Tipton evidentemente negli attimi immediatamente antecedenti la sua morte, è alle prese con questa creatura/oggetto misterioso, che, mettendogli le mani sulla fronte fredda, gli fa rievocare brevi flash di vita vissuta. Lo esorta a non aver paura e a lasciarsi andare. Deve aver fede, perché quando il mostro senza volto arriverà per portarlo via, il condannato potrà esprimere il desiderio di non invecchiare. "Ma non vi è motivo", spiega il messo infernale, "la morte non è poi così brutta". Un breve assolo, dapprima contaminato da effetti, e poi più convenzionale, spezza in due il continuum drammatico-narrativo del testo, che, dopo aver ripreso il suo folle corso, e aver sferzato a dovere l'ascoltatore con i suoi schizoidi refrain, si risolve in un accorato appello del malcapitato, ripetuto quattro volte fino all'epilogo del brano, a "non voler svanire", segno della natura coriacea di un uomo che proprio non vuol saperne di arrendersi alla morte, ma che sa bene che questa, alla fine, trionferà.

Bloodsuckers

Nella intro vi ho parlato di "Demolition" come di un album che coniuga il passato della band con le sonorità di inizio millennio, e in tal senso Bloodsuckers (Sanguisughe), settimo pezzo e a mio avviso il migliore del lotto, ne é un più che un valido esempio, con le sue vistose concessioni alla tradizione, che a qualche irriducibile purista tanto sono sapute di ruffianeria. L'incipit, oscuro e tenebroso, coi suoi molteplici effetti sonori fatti di eco spettrali, versi femminili incomprensibili oltre che inquietanti, e sinistre martellate, apre ad un micidiale riff sorretto dall'energico e preciso mid-tempo di Travis, che lascia intravedere più di qualche reminiscenza sabbathiana (i Sabbath più heavy di "Dehumanizer"). Chitarre robuste e marcianti, un cantato, come sempre eccellente, di un Owens in totale stato di grazia, danno vita ad un brano dalla struttura sì classica, ma su cui aleggia sempre quella impercettibile sensazione di meccanicità. Dobbiamo guardarci dai parassiti, da chi succhia le nostre energie vitali e la nostra forza interiore per ottenere i suoi meschini scopi. Come sempre accade nella gran parte delle lyrics di Tipton, questo ipotetico nemico vessatore e oppressivo è incarnato dal potere costituito, dal fantomatico "sistema". Una presenza oscura e ingannevole che, predicando moralità, integrità e giustizia, non fa altro che dissimulare i suoi reali intenti, inviando messaggi subliminali, confondendoci, mentendo spudoratamente. È il concetto espresso nella prima strofa, che vive di un ottimo dinamismo, dato dalla compattezza delle chitarre, da un drumming imperioso e da linee vocali energiche e sanguigne. Strofa/bridge/refrain si susseguono a ritmi velocissimi, ed in particolare il ritornello, breve ma lancinante, mette in mostra le straordinarie potenzialità di "Ripper" che quando urla "sanguisughe... come fanno a dormire la notte?! sanguisughe... nient'altro che luridi parassiti!", tocca note altissime, mettendo a nudo tutta la tragicità della realtà descritta nel testo. Il fagocitante mostro può incontrare la strenua resistenza di chi riesce a combatterlo ma, purtroppo, non è cosa da tutti. Esso divora, distrugge, stermina intere famiglie, succubi del suo potete ipnotico, che si esercita e lievita grazie anche all'utilizzo dello strumento televisivo, "un circo pieno di telecamere e pagliacci" al soldo del potere corrotto, in grado di farsi beffe del Primo Emendamento, prendendo a calci il mondo intero. Il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America è quello che prevede e garantisce ogni singola libertà di espressione dell'individuo, ivi compresa la facoltà di riunirsi in convegni pacifici. La trasgressione di questi diritti è uno dei reati più gravi che si possano commettere in uno stato democratico, e il fatto che Tipton, in questo brano, lo attribuisca alla giurisdizione degli Stati Uniti, lascia aperta più di un'interpretazione circa il presunto senso della libertà di cui essi (gli U.S.A.) si fanno portavoce e paladini! È il momento migliore, a livello drammatico, per piazzare un bell'assolo, fulmineo ma non banale, una rapida rassegna di legati truci e sgraziati, come si conviene ad un testo di tal fatta. Pare che sia Glenn che Kenneth proprio non vogliano saperne di regalarci uno dei loro memorabili passaggi di harmonized twin guitar, ai quali hanno indissolubilmente legato la loro fama, neanche in un pezzo come questo, piuttosto attiguo al loro più classico repertorio. È il prezzo da pagare alla modernità. La seconda parte del brano, speculare alla prima, fatte salve alcune riflessioni appena mormorate da Owens, vede il protagonista porsi un interrogativo inquietante: chi ha voluto tutto questo? Chi è l'artefice di un impianto tanto deplorevole e crudele? Chi si cela dietro la maschera di chi pontifica, agendo però meschinamente?". Quesiti ai quali pare non esserci risposta se non quella, aberrante e insindacabile del refrain: "sono sanguisughe.. luridi parassiti, ed io mi chiedo come facciano a dormire la notte!". Quasi in segno di scherno, il brano si conclude con la pronuncia da parte di Owens della formula rituale che i teste o gli imputati ripetono prima di deporre durante un processo: giuro di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, alla quale fa seguito, con sprezzante sarcasmo, l'invocazione a Dio affinché lo aiuti. "Non potranno nulla contro di me, ma stermineranno la mia famiglia, luridi parassiti", è l'amaro epilogo di questo validissimo pezzo.

In Between

In Between (Nel mezzo), ottavo estratto dalla tracklist, è da annoverare tra i più impersonali e scialbi del platter. Oltre cinque minuti di noia semi-mortale che, se non fosse per gli aspri, audaci e schizofrenici cambi di tonalità vocale da parte di Owens, sarebbe del tutto mortale. Annunciata da arpeggi simil country, si dipana in un dedalo di riff ora sincopati ora più omogenei, ma che non incidono affatto, non lasciano il segno. Owens si trascina, in un primo momento, quasi svogliato, la voce roca e abrasiva, per poi imprimere, nella seconda parte del brano, qualche fugace impennata, il tanto che basta per mettere in mostra le sue eccellenti doti. Per avere un'idea più chiara della scarsa consistenza del pezzo, basti pensare, oltre al fatto che le strofe appaiono come slegate tra loro, senza un legame melodico che le tenga unite, che lo stesso manca di un vero e proprio refrain. Ritmi lenti e coinvolgimento pressoché prossimo allo zero, laddove invece, perlomeno, sono le lyrics a rappresentare la parte migliore della traccia. Rimanere nel mezzo, sospesi a metà di tutto, non riuscire a prendere decisioni univoche e ferme, non schierarsi, restare vittime immobili di una morbosa ignavia, sono tutte sensazioni (o paure?) espresse in questi versi, che trasudano un certo nichilismo post grunge evidentemente mai sopito. Owens incalza "vivo di amore e odio, sono un ateo che ha fede, sfogo la mia rabbia con un sorriso, sono educato e osceno al tempo stesso, bisbiglio e urlo. Insomma, non sono proprio quello che sembro, sono sospeso da qualche parte, nel mezzo...". I saliscendi vocali di Owens confondono, annaspando fra trame di chitarra incerte e volubili, in cui emerge stavolta il basso di Hill, corposo e ruggente come poche volte. "Sono giovane e sono vecchio, sono calmo e arrabbiato, sono tuo amico e nemico, un pacifista in guerra, ricco e povero". Sono tutti concetti agli antipodi, ma il Nostro si sente esattamente a metà strada fra di loro. Come in un sogno, ma essendo invece ben sveglio, egli sente ribollire in sé il tumulto, sa di non essere sano, ma nemmeno malato. I pochi istanti che seguono, occupati da un assolo (si può chiamare così?) separano l'ascoltatore dalle successive, analoghe ammissioni che convergono tutte in un'unica direzione, l'alienante sensazione di chi non sa se è sobrio o ubriaco, se è ancora parte di questo mondo o se invece si sente esiliato da esso. Sempre e solo nel mezzo, egli sa, inconsciamente, di essere il suo alter ego, lo sa, come sa di essere in profondità ma anche in superficie, primo e ultimo, a nuotare con gli squali e ad affogare con i topi. In un contesto sonoro fatto di partiture che non danno punti di riferimento, un lieve sussulto melodico sembra impadronirsi delle strofe, e coincidono con la presa di coscienza del protagonista della diversità del suo mondo e di quello di chi lo accompagna nelle vicende della vita. L'ignavia non è un fattore comune a tutti, è lui a essere sintonizzato su frequenze diverse, a non trovarsi dove sembra che sia. Una sorta di sfasatura dimensionale che non permette agli universi di fluire in maniera uniforme e parallela. "Cerco vendetta ma perdono, muoio per vivere e non ho paura, benché io sia spaventato a morte. Non mi adatto, ma resto quello che sono". Un accesso di coerenza, restare sé stesso, in una vita vissuta all'insegna dell'ambiguità e del dualismo, che sa tanto di paradossale trionfo. Il finale di brano ci regala un mostruoso scream di Owens accompagnato da violente bordate di Travis sul verso "in between, all extremes", sostanzialmente, a livello sonoro, la cosa più bella dell'intero brano!

Feed On Me

Il limite tra hard rock ed heavy metal, si sa, è sottile, talvolta flebile, e sembra essere questo il caso del nono pezzo del platter, Feed On Me (Nutriti di me). Personalmente propendo più per un hard rock tirato allo stremo, per nulla avulso, ci mancherebbe, dalle irrinunciabili introiezioni elettroniche, udibili già dai primissimi secondi, prima che Travis impartisca un roccioso mid-tempo sorretto da chitarre robuste e da un basso coriaceo. L'incedere coinvolge, trascina, fomenta, ma convince poco, vista l'inconsistenza di un refrain che sembra essere quasi preannunciato dalla più che buona corposità delle strofe ma che, ahimè, non arriva, perdendosi nei meandri di un pur promettente bridge. Cadenza e melodie sono sapientemente bilanciate, le vocals, al solito, spadroneggiano ma, qui, meno energicamente che altrove, quasi a replicare lo smarrimento che fluisce nelle lyrics, uno spaccato di vita vissuta e consuetudini che vedono, al centro del proprio nucleo tematico, ergersi la figura eroica dell'uomo comune che non ha voluto piegarsi ad un sistema massificante e mortificante. Tra chi muore su una pista da ballo, chi si lascia letteralmente sovrastare dalle menzogne propinate dai media, svanendo quasi nel nulla a causa delle ferite mortali inferte dall'immancabile oppressore dei testi di Tipton, la sola speranza che hanno questi uomini in procinto di morire, disperati e rassegnati al proprio destino, è quella di nutrirsi delle energie vitali che ancora albergano nel virtuoso, vittima sacrificale consenziente al servizio di un esercito di disperati. Il "Feed on me" del refrain è come una formula liberatoria, un raggio di sole in un ammasso di nubi dense e scure, e Owens lo interpreta con piglio abrasivo ma distante. Un assolo, anch'esso ruvido e sfuggente, stavolta ad opera di Downing, suggella la marcia semi-bellica di un brano che avrebbe avuto tutte le potenzialità per divenire una hit del disco. Ma così non è, perché gli manca quel quid per spiccare il volo. I peccatori sono ormai fuori combattimento e in minoranza numerica, predica lamentosamente Owens, in un doppio canto filtrato e zeppo di effetti futuristici, e se anche ne avessero la possibilità, non tornerebbero mai sui loro passi. Il male ammorba, contamina e, a lungo andare, genera assuefazione in chi lo subisce. Essi hanno agito nel nome della libertà, pagando però un prezzo troppo alto, in ossequio a un ideale illusorio. Potremmo chiamarli mercenari? Senz'altro conoscono il dolore, ma sanno che esso è di gran lunga superiore ai guadagni prefissati. Quindi di nuovo il laconico invito "nutriti di me, nutriti se hai bisogno di respirare, sentendo una forza interiore che ti prosciuga, nutrirti di me, quando la fame torna a lacerarti, è la sola cosa di cui tu abbia bisogno, non dovrai accettare la sconfitta". Un testo dagli spiccati slanci motivazionali, che vive del contrasto tra nichilismo e speranze, in cui la ripetizione delle prime due strofe, nella parte finale del brano, altro non fa che rafforzarne le tesi. Un finale dapprima contrassegnato da un altro breve solo di K.K., ma che si perde letteralmente in labirintici miasmi di natura elettronica, tanto per non perdere il fastidioso vizietto. Una tigre che graffia ma non morde.

Subterfuge

Quanto a contaminazioni, altro esempio sfacciato è Subterfuge (Sotterfugio),con il suo main riff a la Rammstein, nella fattispecie quelli del brano "Engel". Basterebbe questo particolare per orientare la disamina del pezzo in una direzione ben precisa, se non fosse che Tipton e Tsangarides (come detto, qui co-autore) si ricordano del peso del monicker sotto il quale operano, e allora ecco venire giù un pezzo dallo straordinario impatto sonoro: incedere serrato, chitarre distruttive, drumming potente e un basso ossessivo, sì ma... La sensazione di già sentito (nel senso delle tendenze in voga nel periodo) si mischia ad una malcelata voglia di rimanere ancorati ad una sia pur vaga forma di classicismo, e il risultato non è malvagio. La linea melodica, aleatoria e impercettibile, è contestuale all'impianto sonoro, quindi fredda, distante, meccanica, al servizio di un testo che viaggia sulla falsariga di quello precedente, ma in maniera meno criptica. È una sorta di invettiva contro i falsi predicatori, gli imbonitori, i profeti della pace che, dall'alto dei loro pulpiti, esortano le masse alla pacifica convivenza, ma che con la mano armano i popoli affinché combattano tra loro, con il benestare dei politici, i quali agiscono sempre e solo in nome del loro interesse personale. Il sotterfugio è la loro tecnica prediletta, tessere inganni la loro arte, come declama Owens nel refrain, tra sussulti gutturali e synth opprimenti. "Il sotterfugio ci consuma, ma con aria di sfida, ma noi non ci inchineremo alle conformità". Non vi è l'ombra di una variazione della sezione ritmica, mid-tempo classico, quadrato e corposo; non la parvenza di un'accelerazione o di un rallentamento, é la monotona fissità del nu metal a fare la parte del leone, con buona pace di interpreti non avvezzi a simili partiture, ma che (la classe è classe), si dimostrano abili nel padroneggiarle. Uno sguaiato lamento della durata di più o meno cinque secondi, incarna la nuova concezione di assolo di chitarra, un qualcosa che, ove non ci fosse stato, non ne avrebbe avvertito la mancanza nessuno. Anzi, per quello che è il generale andamento del brano, tutto improntato sulla ritmica, lo considero addirittura inopportuno. Strofe e bridge proseguono fieri e possenti alla volta del refrain, in un' orgia di tecnocrazia che non perde un attimo di vista la potenza. "Madri malvagie nascoste sotto le coperte, fratelli maggiori infidi e malevoli", inganno, confusione, mistificazione dilagano in un mondo ormai corrotto e sottomesso, in uno scenario sconfortante. Vi è chi ha voluto tutto questo, ma non aveva fatto i conti con la voglia di lottare, l'impeto a non arrendersi, la capacità di radunare le forze disperse e colpire nuovamente, di chi non getta mai la spugna. "Qualcuno vince..qualcuno perde, cedendo ai sotterfugi" recita un laconico Owens. Tentano continuamente di ingannarci con i loro sporchi mezzucci, ma noi sceglieremo, ancora una volta, di non essere d'accordo. La nostra visione più ampia e periferica ci consente di inquadrare, circoscrivere e quindi affrontare al meglio il fenomeno". Nei finali di strofa Owens si prodiga in un acuto quasi growl prima, e in un acuto e pulitissimo scream poi, a riprova dello straordinario eclettismo e della duttilità di questo cantante. Il pezzo scema lentamente, nel reiterato monito "qualcuno vince, qualcuno perde, lasciandosi sovrastare e ingannare dai sotterfugi" nella consueta mistura di suoni sintetici e sincopati.

Lost and Found

Altra suadente ballad, l'undicesima traccia Lost And Found (Perso e ritrovato), crea una sorta di ponte concettuale con l'altro pezzo lento già ascoltato, l'accorata e malinconica "Close To You". I sognanti arpeggi acustici fanno da sfondo alla prima parte di brano, allorché brusche rasoiate elettriche interrompono l'incedere mellifluo delle strofe, quasi a rimarcare la presa di coscienza del protagonista delle lyrics. Siamo infatti al cospetto delle tribolazioni e delle peripezie emotive di un uomo che afferma che viveva in una sorta di stato alterato di coscienza, come una bolla di sapone che gli impediva di vedere la realtà con la giusta trasparenza. Come annebbiato e intorpidito dal suo stato mentale, procedeva incerto e incurante dell'eventualità che un giorno, per un qualsiasi motivo, foss'anche per un crudele e imprevedibile scherzo del destino, egli avrebbe potuto perdere la donna amata. Ora che l'ha persa (dal testo non ci è dato sapere come, per cui ognuno può immaginare quel che vuole), la sua vita è cambiata, si sente, recita il laconico refrain in un suggestivo intreccio di chitarre elettriche e acustiche, "perso e ritrovato". Egli, dopo il disorientamento dovuto alla triste perdita, dopo aver tanto esitato e tentennato, riacquisisce la giusta direzione, e a indicargli la strada è proprio lei, la sua amata. Come in un sogno, lei gli appare dinanzi agli occhi, incoraggiandolo ed esortandolo a non lasciarsi abbattere, in nome dell' amore, di quel profondo amore che li univa quando lei era in vita. Da un punto di vista musicale è un pezzo che non presenta intromissioni di qualsivoglia natura, ascrivendosi a cliché alquanto convenzionali, ossia quelli abusati della rock ballad: incedere lieve e ipnotico, ritmi blandi, linee vocali dolci, tonalità basse (ma parliamo di Owens, quindi è un concetto dall'interpretazione piuttosto vasta) e assolo di chitarra strappa lacrime. Nulla di nuovo, ma, direi, visto il contesto, che va più che bene così. "Ero perso e credevo di aver toccato il fondo, avevo smarrito ogni speranza, ma da quando ci sei tu a guidarmi, sono riuscito a ritrovare la forza necessaria per continuare a vivere e a non abbattermi. È grazie a te se ho ritrovato la voglia di combattere, solo, contro tutto e tutti. Il tuo ricordo è ciò che mi tiene ancora vivo, nonostante tutto". Una dichiarazione d'amore post mortem che, per quanto velata da un alone di tristezza, non annichilisce completamente, anzi, crea una sorta di continuità emotiva tra il prima e il dopo, con l'amore a fare da forza motrice. Il Nostro si era arenato, impantanato nelle sue stranianti incertezze, ma si è ritrovato, ed ora non zoppica più. È il canto dolce e suadente di un refrain rassicurante, magnetico. Egli ora può sopravvivere, non ha più bisogno di nessuno. Deve credere di farcela e ci riesce; come alleggerito da un peso, riprende la sua corsa. È risorto, risorto grazie alla forza dell' amore, e niente e nessuno potrà più affliggerlo. Le chitarre lievi accompagnano "Ripper" sino alla conclusione di un brano che, ad un primo ascolto, potrebbe apparire banale ma che, come è accaduto al sottoscritto, lascia adito a più di una revisione critica. Ottimo esercizio di mestiere e nulla più, ma l'abilità degli interpreti é il vero valore aggiunto.

Cyberface

Negli anni sessanta la BBC trasmetteva una serie TV di fantascienza di nome "Doctor Who" che riscosse grande successo presso il grande pubblico grazie al suo visionario sguardo lanciato sul futuro. È dunque ipotizzabile che Tipton e Travis abbiano tratto ispirazione per la loro Cyberface (Faccia di cyborg), dodicesimo pezzo del lotto, proprio dalla suddetta serie, in quanto i cybermen che in essa si muovevano erano proprio i nemici dichiarati del protagonista Doctor Who. Nella fantasia macabra e sognante di Glenn Tipton, il mondo descritto in questa song è un mondo caduto sotto il letale dominio dei cyborg, in un quadro decadente e a tratti agghiacciante, a rimpolpare il quale concorre in maniera significativa l'immancabile presenza di effetti elettronico/futuristici, a partire proprio dalle primissime battute, allorché un riff quadrato e imperioso, coadiuvato da un basso ossessivo e dal possente quattro quarti imposto dalla batteria, tracciano le linee guida del comparto ritmico. La voce gelida e robotica di "Ripper" poi, non è che l'effetto scenico finale di questo delirio cibernetico pseudo metallico. L'incedere del brano, dai tratti vagamente orientaleggianti, è il solo punto di contatto con una qualche parvenza di tradizione, essendo il brano un altro manifesto programmatico delle nuove tendenze: elettronica invadente, ritmi sincopati, copiosi accessi di freddezza interpretativa, vale a dire quanto di più lontano dal credo priestiano. Cyborg, automi spietati, freddi e crudeli esecutori di un potere supremo e oscuro, attendono davanti allo schermo di un computer che l'uomo sorvegliato commetta un errore, onde poterlo punire. Il cantato di Owens passa dai toni sommessi della strofa alle micidiali e possenti impennate del bridge, per ripiegare infine sulle tonalità asettiche, meccaniche, sfuggenti del refrain. Non vi è antivirus che tenga, Cyberface si acquatta silenzioso e circospetto in attesa di sferrare il suo attacco mortale su chi ha osato contravvenire agli ordini. Per lui, sadica creatura cibernetica, tutto ciò è come un gioco. "Ha una volontà di ferro, e siamo nel refrain, è programmato per corrompere e per uccidere, Cyberface, non concede vie di scampo, è interfacciato con l'inferno stesso". I toni si incupiscono, i miasmi spaziali si alternano ad un soffuso senso di angoscia, l'angoscia del protagonista vittima della violenza degli automi. Una volta installato e convocato per compiere il suo dovere, Cyberface infesterà la tua scheda madre, è il laconico e freddo lamento di un Owens sempre più calato nel suo ruolo, interprete dalla spiccata e raccapricciante teatralità. Un assolo lento, denso, malinconico, tronca in due il brano prima della ripresa della strofa, nella quale l'automa sferra il suo attacco finale. "Un demonio ossessionato, strapperà le tue carni, che tu sia vivo o morto, farà crollare l'intero sistema simulando ipocritamente". Dio stesso ha abbandonato il genere umano al suo destino, alla mercé di freddi e spietati assassini tecnologici, divenuti vere e proprie entità dai connotati grotteschi. È un'autentica nenia dall'incedere ipnotico e morboso, che annebbia i sensi e intorpidisce il cervello, che, dopo la repentina, acre sterzata vocale del bridge, si esaurisce inesorabile nella fetida glacialità del refrain "Cyberface, programmato per corrompere e per uccidere, Cyberface dalla volontà di ferro, direttamente interfacciato con l'inferno, non dà via di scampo", strappando dal cuore delle sue vittime il sia pur vago sentore di speranza.

Metal Messiah

Si erano autoproclamati Metal Gods, ma avevano visto messa in discussione la loro leadership dai Manowar, i Kings Of Metal; mancava quindi all'appello la visione messianica del fenomeno, solo che, detto con tutta la possibile onestà, i Judas Priest non potevano scegliere brano peggiore al quale affidare cotanta missione. Eh si, perché Metal Messiah (Il Messia del Metallo), tredicesima e ultima traccia, contrariamente a quelle che forse erano le intenzioni di Tipton e Tsangarides, decisamente non incarna il prototipo dell'inno immarcescibile da tramandare ai posteri. È una bizzarra accozzaglia di suoni e impressioni che oscillano tra il nu metal e un non meglio precisato identikit che vorrebbe attingere alla tradizione, senza riuscirci. L'incipit, contrassegnato dagli immancabili effetti da videogame, dopo un bel riff aveva lasciato ben sperare con una intro di batteria a la "Painkiller" (il brano), salvo poi disperdersi per gli impervi sentieri del succitato nu metal, con Owens che recita le strofe a velocità esorbitante, sbiascicando letteralmente parole e concetti. La melodia, una delle armi migliori a disposizione nell'arsenale di Birmingham, è qui poco più che un lontano ricordo, laddove sono stridore e toni acerbi a farla da padroni, ad eccezione del refrain, unico bagliore in uno squallido collage senza un apparente filo conduttore. Non bisogna scomodare più di tanto la fantasia nemmeno per sciorinare e interpretare le lyrics, autocelebrazione allo stato puro affidata ad una mistura di esaltazione e blasfemia, e non potrebbe essere altrimenti. Le profezie parlano di una divinità empia (Satana in persona) che recluterà il suo personale esercito di accoliti. "Il tempo è vicino, il giorno sta per spuntare, ciò che verrà sta per prepararsi" blatera il bridge per far spazio al bel ritornello "Egli è l'uomo, l'Armageddon, cammina attraverso le fiamme, il Messia del metallo, proprio lui, padre e figlio, creatore e distruttore al tempo stesso". Si diceva della bizzarria di questo pezzo, ed ecco spuntare, nel bel mezzo dello stesso, un break strumentale che sembra uscire dai quartieri più vetusti di Costantinopoli, seguito da un assolo tirato e velocissimo, altro momento da salvare e che avrebbe fatto un figurone in un brano più dignitoso. La creatura infernale è risalita in superficie per instaurare la sua dittatura, quella del rock, egli vuole scatenare l'inferno a suon di decibel. Sesso, baldoria, trasgressione a tutto tondo, la sostituzione dei valori convenzionali con quelli del rock è in pieno svolgimento, e chi non ha intenzione di aderirvi può anche morire, o, in caso contrario, pentirsi. Il refrain, vaticinio sfacciato e dissacrante oltre ogni immaginazione, si ripete ancora, e il brano sembra accomiatarsi. Ma, in barba a qualsivoglia schema metrico o ad una vaga forma di canone compositivo, lo stesso si rianima, sottoforma di stoccate chitarristiche, serrate e ben assestate, alle quali fa seguito una sorta di litania più volte ripetuta "Messia del metallo, venga il tuo regno, saranno fatti", tra chitarre chiassose e un basso che, così come ha fatto nell'intero arco del brano, scuote e vibra a dovere. È l'epilogo, scontato, di un pezzo che almeno potenzialmente aveva tutte le carte in regola per essere la classica "last song" di una band leggendaria, e che invece non è che un incauto e strampalato tentativo di suggellare e sublimare una improbabile fusione tra vecchie e nuove sonorità.

Conclusioni

Lo devo ammettere, non provavo una simile delusione per un disco firmato Judas Priest dal lontano 1986, quando diedero alle stampe quella bizzarra e controversa creatura di nome "Turbo". Quindici anni dunque, quindici lunghi anni durante i quali i Preti sono riusciti nell'impresa di garantire al loro nutritissimo seguito prodotti degni della loro fama, passando per il colosso irripetibile "Painkiller" e per due release dagli esiti altalenanti come "Ram It Down", album pregevole ma estremamente sottovalutato, e "Jugulator", il primo disco del post Halford e con "Ripper" dietro il microfono, il disco della brusca virata sonora, il disco che aveva tenuto a battesimo il nuovo (momentaneo) corso del sound priestiano. Ed è questo il punto dolente del discorso: la ricerca e il conseguimento di nuove sonorità. È indubbio che, per stare al passo coi tempi, per ampliare la cerchia della propria fanbase, per accalappiare i consensi delle nuove leve, per non precludersi i vantaggi e gli introiti del mercato discografico (aspetto, quest'ultimo, al quale i Priest hanno sempre mostrato attenzione, a partire dal 1980), si debba scendere a compromessi, accogliendo nel proprio repertorio stilistico tutti gli elementi che caratterizzano un determinato trend del periodo. A tal proposito, se un album come "Jugulator", venuto alla luce nel 1997, aveva risentito degli influssi derivanti dal Grunge, strizzando l'occhio a Thrash e Groove, inasprendo i toni, mozzando di netto le melodie, innalzando vertiginosamente la potenza e la compattezza della sezione ritmica, era riuscito a impressionare non poco, malgrado le corpose novità, lo stesso non può esser detto di "Demolition", vittima predestinata dell'inconsistenza del nu metal forzatamente accorpata a stilemi più convenzionali per il combo britannico, dai risultati piuttosto stravaganti, per non dire fuorvianti. Stavolta, il voler a tutti costi aderire alle mutate istanze del mainstream, accogliendo all'interno del proprio repertorio elementi oggettivamente troppo differenti e talvolta incompatibili con il proprio credo musicale, ha prodotto esiti scialbi, impersonali, oltremodo snaturanti. L'esasperata ricerca di un ammorbidimento delle trame, dei fraseggi, delle melodie, mal si sposa coi dettami estremamente freddi e asettici del nu metal, dando vita ad un disco che, per quanto si prodighi e si sforzi di mostrare ventate di "freschezza", non riesce nell'intento di svecchiare il sound senza creare deficit significativi. I fans che, nel bene o nel male, avevano accolto "Jugulator" considerandolo un punto di partenza più che accettabile in un contesto di rinnovamento, vedono invece messa realmente a dura prova la propria "pazienza" con questa nuova opera, risvegliando nei cuori i fantasmi che circondavano lo split di Halford. Già, Halford, che nel frattempo, archiviate le ottime esperienze con i Fight, si sollazzava e si godeva i soddisfacenti risultati di "Resurrection", primo album licenziato sotto il monicker Halford, per l'appunto. Il tutto mentre Tipton e compagni arrancavano, andando incontro al peggior disco della carriera dei Judas Priest, perlomeno in termini di vendite. Volendo fornire un'interpretazione alquanto fantasiosa, è come se i geni del fallimento fossero insiti nello stesso titolo del disco e in esso incorporati, in quel vistoso, aggressivo trionfo di rosso e nero sul quale il titolo stesso campeggia, il sangue e le tenebre. Demolizione, sì, perché è come se la band, nel breve arco di un'ora di tempo, avesse letteralmente demolito, frantumato, distrutto la sua creatura prediletta: l'heavy metal. Il confronto spietato, implacabile col passato della band è la più distruttiva delle martellate inferte all'album che, ove fosse uscito sotto altro nome (un side project ad esempio) di certo non avrebbe prodotto un simile terremoto, anzi... Intendiamoci, non è un disco da bocciare tout court, episodi buoni, come detto, al suo interno non mancano, ma francamente sono ben poca cosa se paragonati all'avulso resto del platter. Di certo i Priest sono musicisti ai quali non manca il coraggio, lo hanno dimostrato più volte nell'arco della loro carriera, mettendosi in discussione. Lo hanno fatto anche con "Demolition", ed è proprio l' orgogliosa e fiera ostentazione di coraggio mostrata da gente che non deve più dimostrare nulla a nessuno, avendo una reputazione che parla per sé, a far sì che questo platter non scenda al di sotto della sufficienza, ma che, anzi, la superi abbondantemente. L'esercizio di mestiere è indubbiamente dalla parte dei Nostri, i quali, anche se ciò che suonano non incontra il gusto dei più, lo suonano dannatamente bene. Il vero limite di "Demolition" è quello di suonare molto metal (nell'accezione che ne veniva data agli albori del nuovo millennio) e per nulla heavy, e chi è addentrato nei meccanismi sa senz'altro di cosa io stia parlando. I tempi erano dunque maturi, gli scarsissimi risultati commerciali di questa release sono da considerarsi il reale viatico, se non la causa scatenante, della reunion avvenuta tre anni dopo, una reunion che avrebbe regalato alla comunità metallica dischi come "Nostradamus", concept ardito e ambizioso, il classico album, viene di pensare, che Halford non avrebbe mai potuto concepire senza i Priest e che i Priest non avrebbero mai potuto fare senza Halford. Il che è tutto dire, visti i valori in campo. Altro fattore, concludendo, che lascia l' amaro in bocca, è il non aver potuto sfruttare al meglio, da parte di Tipton e soci, un potenziale strabordante come quello di Tim Owens, un cantante fenomenale sotto ogni aspetto che non ha raccolto quanto meritasse ma che, fortunatamente, si sarebbe ampiamente riscattato negli Iced Earth di Jon Schaffer. Disco di transito dunque, che sicuramente non viene messo di frequente a girare nel lettore, ma che non può e non deve mancare nella collezione di ogni Judas Priest maniac che si rispetti.

1) Machine Man
2) One On One
3) Hell is Home
4) Jackyll and Hyde
5) Close to You
6) Devil Digger
7) Bloodsuckers
8) In Between
9) Feed On Me
10) Subterfuge
11) Lost and Found
12) Cyberface
13) Metal Messiah
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