JUDAS PRIEST

Defenders of the Faith

1984 - Columbia Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
28/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Quando vidi per la prima volta la copertina di Defenders Of The Faith fui preso da un attimo di smarrimento: poteva mai un carrarmato multicolore recante sulla parte anteriore la testa di un improbabile felino bardato di un elmetto munito di due lunghissime corna, raffigurato quasi al momento di spiccare un balzo verso l'osservatore, essere il referente grafico di un disco della medesima band che aveva appena dato alle stampe qualcosa chiamato Screaming For Vengeance, e deputato a raccoglierne l'eredità nonché a proseguirne il processo evolutivo? Ricordo anche che all'attimo di smarrimento si accostò il ricordo di aver visto da qualche altra parte una cover simile, e, frugando tra i sentieri della memoria, mi apparve davanti agli occhi la copertina di Tarkus degli Emerson Lake & Palmer. Simile, dannatamente simile, anche se qui l'animale illustrato era un armadillo o qualcosa del genere. Ricordai anche che il suddetto disco nel tempo era diventato uno dei più rappresentativi in assoluto del prog rock britannico, e tanto bastò a farmi abbandonare qualsivoglia tipo di pregiudizio inerente la oggettiva e presunta inopportunità di talune cover. Mettendo il disco a girare sul piatto, la primissima sensazione fu quella di essere letteralmente travolto da un'orgia di suoni incandescenti, ritmi serrati e velocissimi che si susseguivano a ripetizione, senza sosta, sferzate taglienti di chitarra, riff monolitici e infuocati, pattern di batteria al fulmicotone e una voce sublime e sontuosa che suggellava e impreziosiva lo straordinario ensemble in maniera unica. Fu così che, dopo ripetuti ascolti pensai: ci risiamo, i Judas Priest colpiscono ancora. Non avevamo ancora avuto il tempo necessario per metabolizzare e assimilare a pieno un album strepitoso come Screaming For Vengeance, che già i nostri padiglioni auricolari erano alle prese con un altro capolavoro assoluto, per certi versi anche superiore al suo illustre predecessore. Perlomeno nelle hits. E già, perché, a differenza di Screaming, questo Defenders Of The Faith possiede la singolare caratteristica di offrire almeno cinque brani (i primi cinque per l'esattezza) a dir poco devastanti, altri due di ottima fattura, e soltanto un paio invece a mostrare un lieve calo di tensione. Cosa che non era invece accaduta con Screaming, che non presentava picchi eccelsi come quelli qui presenti, e che sviscereremo, ma che rimaneva costantemente sintonizzato su livelli altissimi praticamente dall' inizio alla fine. Qui siamo al cospetto di una pietra miliare non solo della discografia del combo di Birmingham, ma dell'Heavy Metal tutto, un manifesto imperituro di un certo modo di concepire, intendere e suonare metal, una testimonianza che ancora oggi fa proselitismo. Niente fronzoli, niente sofisticate ricercatezze, solo metallo puro al 100%, infarcito di melodie sempre avvolgenti, a tratti sublimi. Il team, consolidato e vincente, è sempre lo stesso, con Tom Allom dietro la consolle più che mai calato nel ruolo del Re Mida della band (ricordiamo il Disco d'Oro in Spagna e i Dischi di Platino in Canada e Stati Uniti), e incessantemente impegnato nella ricerca della perfezione sonora, della cura del sia pur minimo dettaglio che possa concorrere all'evoluzione del metal sound. Un lavoro mastodontico e certosino, la cui risultante è un disco in cui i suoni vengono esaltati in ogni loro singola componente. La differenza che subito balza all'attenzione di un ascoltatore piuttosto attento, è la diversa qualità del suono degli assoli rispetto a Screaming. Lì talvolta apparivano alquanto grezzi, vetrosi e in qualche caso "slegati" dal restante corpus sonoro. Qui invece appaiano praticamente perfetti, del tutto amalgamati nella struttura dei pezzi, ma senza per questo apparire anonimi o impersonali. Per non parlare del suono della batteria, non più ovattato come in precedenza, ma assai più corposo, vivido, massiccio. Annunciato da tre singoli di lancio, Freewheel Burning (da cui fu estratto anche un videoclip), Some Heads Are Gonna Roll e Love Bites, il platter viene registrato e missato, per la terza volta di seguito, a Ibiza nel trimestre settembre/ novembre 1983, negli Ibiza Sound Studios e viene licenziato per la Columbia Records. L'album verrà immesso sul mercato nel 1984, e rappresenterà l'ennesimo, incredibile, stupefacente tassello evolutivo di un meraviglioso mosaico iniziato con Sad Wings Of Destiny nel 1976, e del quale andiamo, come di consueto, ad analizzare nello specifico, le tracce che lo compongono.

Freewheel Burning

Apre le danze Freewheel Burning (Combustione a ruota libera), fast song all' insegna dell'adrenalina e dell'energia allo stato puro. Pattern di batteria velocissimi e riff schiacciasassi tracciano linee di fuoco, l'epifania del metallo incandescente senza compromessi e senza artifici di sorta viaggia a ritmi forsennati lungo i quattro minuti e mezzo di questa autentica colata lavica. L'ingresso di Halford nel pezzo è impetuoso e teatrale al tempo stesso(È d'uopo, a tal proposito, ricordare il videoclip tratto dal brano, un collage di immagini della band dal vivo che si alternano a spezzoni che ritraggono adolescenti in una sala giochi, alle prese con alcuni videogames di auto da corsa, all'interno di una delle quali fa la comparsa, nei panni di pilota, proprio il buon Rob, con improbabili effetti speciali che al giorno d'oggi fanno davvero sorridere).Cosa poteva esserci al centro di un brano di siffatta caratura se non gli slanci e gli impeti di rivalsa di una intera generazione? Un manifesto programmatico quello della band di Birmingham, già abbondantemente espresso in album precedenti, e che qui torna in auge più spavaldo e orgoglioso che mai, a sgomberare il campo, ove mai ce ne fosse bisogno, da equivoci e fraintendimenti circa il ruolo e la missione del rocker: conquistare fama e onore a colpi di acceleratore, sgommate, folli velocità, e altissimo numero di ottani. Non poteva che essere inevitabile la sinergia e la simbiosi tra un impianto concettuale di tale portata e il mondo delle auto da corsa, vero leitmotiv dell'intero pezzo, che ci ricorda, nel refrain, che la vita del rocker è come una combustione a ruota libera, un incendio perenne che mai verrà domato negli animi di chi lo vive. Le chitarre, il basso, la batteria, proseguono la loro folle corsa in una furia distruttiva, mentre l'ugola al vetriolo di un grandissimo Halford ci catapulta nella seconda strofa. Niente e nessuno potrà opporsi alla smania di chi è nato per sfrecciare e conquistare traguardi ai limiti della normale accettazione. Siamo nati per accogliere ogni tipo di sfida, declama perentoriamente Rob,e per vincerla senza esitazioni. La combustione a ruota libera non può essere spenta o domata. È a questo punto che Rob innesta la settima marcia e si lancia in un vorticoso monologo che si consuma a velocità esorbitanti. Riflettere prima di agire non è mai stata prerogativa di chi ha scelto di vivere on the road, il loro unico obbiettivo è quello di viaggiare a testa alta e conquistare la gloria a velocità folli, tenendo sempre duro una volta raggiunta la testa della corsa. Nessun compromesso, nessuna esitazione è consentita, tra il rocker e la vittoria non ci sono ostacoli che tengano. L'assolo che spezza in due il brano è da manuale, con la prima parte, rapida, diretta, sferzante, eseguita da Tipton, ed una seconda, eseguita invece in combinata dalle due asce, che tradisce un appeal melodico di stampo classicheggiante, maestoso nell' incedere, epico e borioso al punto giusto. I concetti precedentemente espressi vengono ripetuti, a scanso di equivoci, prima che il bellicoso refrain conduca il brano al traguardo finale.

Jawbreaker

Se avevate resistito all'assalto frontale della prima traccia, i vostri nervi verranno nuovamente messi a dura prova da Jawbreaker (Lo spezza-mento), altra killer song dalle fattezze marziali. Ancora una volta tocca alle due asce andare all'arrembaggio del nostro apparato uditivo, con un gran lavoro in combinata. Il main riff è straripante e rimane stampato nella mente già al primo ascolto. Rob si insinua nella strofa da gran cerimoniere qual è, ed inizia a declamare versi che hanno turbato per anni chiunque abbia provato a dare qualsiasi sorta di interpretazione al testo. Va infatti detto a tal proposito, che siamo al cospetto di un brano dal significato quantomeno ambiguo e che si presta ad almeno una duplice interpretazione. Ecco che allora torna alla ribalta l'omosessualità di Rob Halford, la cui pubblica dichiarazione risale proprio a quegli anni, e in virtù della quale Jawbreaker altro non rappresenterebbe che un resoconto dettagliato e piuttosto emozionale di un'esperienza di sesso orale vissuta dal Nostro. Non si sprecano infatti i dettagli, che, anzi, vengono alquanto enfatizzati e portati a conseguenze quasi estreme. L'ansia dell'ipotetico e fortunato beneficiario di tale prestazione è espressa con toni e con termini ai limiti della normale cognizione di un fenomeno edonistico che, sia pur atteso da tempo, si colora di una "esagerazione" tanto assurda quanto voluta e che, in ultima analisi, è stato proprio il fattore che ha autorizzato anche altro tipo di interpretazione, che potremmo definire più "canonica". Non me ne vogliano i caldeggiatori della trasposizione tout court dell'esperienza sessuale in musica o in qualsivoglia altra forma d'arte, ma, in tutta onestà, faccio davvero fatica ad immaginare ansia e tensione accumulate per anni, a causa di un atto che tardava ad arrivare e che, finalmente giunto, dovrebbe produrre esiti a dir poco devastanti. La cosa realmente innegabile di questo brano è l'indubbio fascino che esercita il suo comparto ritmico vorticoso, e che, paragonato alla opener track, si arricchisce di sfumature epiche riscontrabili soprattutto nelle accattivanti melodie di cui è intriso. Non ultimo l'irriverente refrain che, sempre volendo suffragare la tesi della "fellatio penis", assumerebbe connotati perlomeno grotteschi. Ciò che, almeno personalmente, mi fa propendere per altro tipo di interpretazione è, oltre la già citata, improbabile, assurda (proprio in ragione delle sensazioni vissute) attesa pluriennale di un lieto evento, anche il fatto che le lyrics portano la firma di Glenn Tipton. Accoglierei dunque, molto più pacificamente, la tesi della fortissima pressione alla quale talvolta la vita ci sottopone e che, in qualche caso, può manifestarsi proprio tramite un eccessivo schiacciamento delle mandibole, tale da dare la reale sensazione dello spezzarsi del mento. Pressioni di varia natura e origine, non ultima, perché no, quelle derivanti dal non poter, in una società ostile e refrattaria all'accettazione del "diverso" in senso lato, esprimere liberamente la propria sessualità. Il fenomeno è tanto più comprensibile se si considera che, al momento dell'uscita del platter, correva l'anno 1984, praticamente gli albori del vivere civile: se ancor oggi, 2017, assistiamo purtroppo a scene di intolleranza estrema e dalle conseguenze talvolta drammatiche, è facile immaginare cosa dovesse scatenare una solare ammissione di omosessualità agli inizi degli anni ottanta. Ma, tant'è, il brano scorre via che è un piacere, quale che sia l'impianto concettuale a cui sottende, e il meraviglioso assolo eseguito in solitaria da K.K. Downing ne è ulteriore dimostrazione. E può tranquillamente assurgere al rango dei palpabili migliori pezzi mai scritti dal quintetto albionico, heavy metal primordiale e privo di smancerie, acciaio puro contaminato soltanto dall' imprescindibile gusto per l'epico e per la più maestosa melodia. Provate ad arrestarne l'impeto e la furia, provate ad opporre resistenza allo spaventoso scream del Metal God sul finale di refrain.

Rock Hard Ride Free

È difficile, quasi impossibile non farsi trasportare dall' emozione parlando di Rock Hard Ride Free (Fai Rock duro corri libero), poiché siamo al cospetto, senza ombra di dubbio, di uno dei pezzi in assoluto più belli del Metal tutto. Prendete qualsivoglia brano Epic, Power et similia e ditemi se non si dissolverebbe dinanzi a cotanta maestosità. Il cuore e i sensi vengono come stretti in una morsa dalla quale sembra impossibile liberarsi, perché il suono magico della chitarra di Glenn Tipton, posto in apertura di brano, è un più che degno preludio ad un idillio sonoro che prosegue, come da copione, con le due asce che compiono un ciclopico lavoro in combinata, dando vita ad un incipit chitarristico di portata epocale. Ogni singola nota di questa meravigliosa ode è atta a smuovere i più reconditi meandri dell'animo dell'ascoltatore. Una melodia superba, sulla quale la sfavillante voce di un Halford sempre più padrone della scena (alla pari delle due strepitose chitarre) dà vita alla prima strofa. Nella quale viene ribadito, ancora una volta, abusando alquanto di concetti già reiteratamente espressi più e più volte, il modus operandi del rocker. A differenza della primissima parte, in cui la componente melodica risulta più che mai dominante, i ritmi della strofa si mostrano sincopati e piuttosto serrati, quasi a voler mettere in risalto la ferma volontà espressa nelle lyrics: bisogna assolutamente prendere il comando dell'azione, senza esitare. Le nostre azioni produrranno sicuramente una reazione, che può essere addirittura rappresentata da movimenti della terra stessa. Nel nostro dare anima e corpo alla causa, potremo apparire come insolenti, dando l'impressione di andare contro natura. Ma non importa, la sola cosa che conti è la consapevolezza che non verremo mai sconfitti. Il refrain non lascia scampo alcuno: "fai rock duro e corri libero? tutto il giorno, tutta la notte". Come un fulmine e senza una apparente soluzione di continuità, prorompe la seconda strofa. E il concetto è sempre il medesimo, soltanto ulteriormente rafforzato ed estremizzato. Bisogna essere forti come l'acciaio, sfidare il destino guardandolo dritto in faccia, rifiutando il no come risposta, ponendosi, come sempre, al comando della gara. Fare rock duro come unico imperativo categorico, trovando una soluzione che non morirà mai, consci di una forza interiore che mai verrà piegata. Rock duro allora, tutto il giorno, tutta la notte. Ed è a questo punto che si compie il sortilegio musicale: il sacro furor si impossessa degli strumenti di Downing prima e di Tipton dopo. In un aulico scambio di testimone i due danno vita ad un momento solista che ha pochi eguali nella storia della nostra musica. I due bardi fanno sfoggio di maestria pura, cimentandosi in uno dei celebri "inseguimenti" grazie ai quali si sono consegnati di diritto alla storia del Metal. Qui vi è tutto: tecnica, pathos, melodia, classe cristallina. Qualcosa di vagamente paragonabile a questo, avevamo avuto modo di ascoltare soltanto in Beyond The Realms Of Death, anche se lì il testo si faceva portavoce di contenuti di ben altra natura. È l'ultimo sussulto emotivo, prima che Rob ci esorti ancora una volta a suonare rock duro e a correre liberi, impreziosendo una prestazione già di per sé superba con acuti al limite delle umane potenzialità.

The Sentinel

Chitarre tetre e solenni al tempo stesso aprono The Sentinel (La sentinella). Senza pietà, senza un attimo di tregua, questo strepitoso full ci offre un altro saggio di classe mista a potenza, un altro di quei brani che potrebbero tranquillamente essere annoverati sotto la dicitura "Che cos'è l'Heavy Metal". Dopo la maestosa apertura eseguita ancora una volta in doppietta, Tipton si stacca per pochi secondi, dando vita ad un riff tanto rapido quanto efficace, su cui Halford innesta i primi versi di un testo che rasenta la follia. I ritmi sono alti anche se non funambolici, in un brano che, contrariamente ai primi due, non vive di una ritmica frenetica, ma piuttosto della perfetta alternanza tra il suo incedere cadenzato e la forza evocativa di un refrain capace di abbattere un rinoceronte, con i suoi scream pazzeschi, il tutto gestito e bilanciato in maniera impeccabile. Sì, il punto di forza di questa traccia è proprio la completezza e al tempo stesso la disarmante semplicità del suo fantastico ensemble. Melodia, pathos, rabbia che si fondono magistralmente, anche qui, con una velata predilezione per l'epico. Siamo al centro di un desolante scenario metropolitano, fatto di viali bui e deserti e di vapori che esalano dall' asfalto. Una sinistra figura vede avvicinarglisi minacciosamente alcuni individui. È pronto a qualsiasi sorpresa ed è conscio che è la sua vita stessa ad essere in gioco. Ecco, e siamo sul fragoroso refrain, che facciamo la conoscenza del protagonista delle lyrics. Egli ha giurato vendetta, si è condannato all'inferno. Che nessuno osi sfidare la sua lama, perché tutti temono la sentinella. L'obiettivo si sposta nuovamente sul paesaggio urbano: cani che ululano nei vicoli, fumi trasportati dal vento e la campana di una cattedrale che da lontano emana un battito assordante, mentre tutt'intorno si prepara una tempesta. Quindi ancora il refrain: ha giurato vendetta e si è condannato all'inferno. Non tentate la sua lama, non vi è chi non tema la sentinella. Lo stridore dell'ugola di Halford atterrisce impietosamente, prima che le sferzate vocali si stemperino in tonalità più pacate. Ma solo nella forma, perché in realtà siamo nel pieno di una scena che sembra tratta da "I Guerrieri Della Notte". Una guerriglia metropolitana è in procinto di scatenarsi: tra i fumi di auto semidistrutte e rovesciate, gli sfidanti, muniti di spranghe di ferro, attendono la sentinella. Essi però forse non sanno che nelle fodere del suo petto giacciono affilatissime lame con le quali ha spezzato molte vite. È quando hai in formazione due chitarristi come Glenn e K.K. che ti rendi conto di come anche le soluzioni più artificiose possono trasformarsi nelle cose più semplici che si possano immaginare. Come l'assolo che segue, uno scambio rapidissimo e interminabile di sferzate taglienti e letali che non lasciano scampo. Esattamente come le lame della sentinella. Passati l'impeto e la concitazione del momento solista, gli strumenti tacciono, e Rob, con fare dimesso e vagamente malvagio, ci illustra, con dovizia di particolari, le efferatezze della sentinella, un resoconto dettagliato e cruento della sua perversione. Combatte contro svariati avversari, come sospeso nel tempo. Poi improvvisamente cala il silenzio e la campana smette di suonare. A questo segnale gli sfidanti scappano via urlando, mentre i coltelli volano come proiettili e li inseguono per ucciderli. Urla di agonia e di dolore lacerano l'aria silenziosa, tra i corpi agonizzanti il sangue scorre ovunque. La figura si erge in mezzo a loro, inespressiva, impassibile e sola. Ha seminato il seme della morte, rimanendo indifferente all'ennesima vittoria. Il refrain torna a lacerarci l'anima per l'ultima volta, spietato, lucido, furioso. In quel "condemned to hell" sulfureo e raggelante sono racchiuse tutte la drammaticità e l'empietà della figura della sentinella.

Love Bites

I riff infuocati di Love Bites (L'amore morde), fanno il paio con un incedere ritmico vagamente ipnotico, in cui Halford, suadente e voluttuoso, ci introduce nelle lyrics di un brano che, stavolta senza mezzi termini, descrive un atto d'amore vissuto con impeto e malsana passionalità. L'amore morde, e lo fanno anche le chitarre dei due funamboli Tipton e Downing, mentre Rob ci parla di una stanza, e di un letto in cui riposa, al caldo e al sicuro, un ignaro amante. Ignaro del morboso approccio che di lì a poco avrebbe provato, ignaro dello strisciare perverso e dei baci "portati dal male" di cui sarebbe stato fatto oggetto. Nel silenzio della notte l'amore morde, recita due volte il sensuale refrain, e subito le successive strofe ci danno un'idea più chiara del rapporto che si sta consumando tra i due amanti. Uno, riverso nel tepore del suo letto, in uno stato di carezzevole dormiveglia, riceve le morbose attenzioni dell'altro che, approfittando del torpore del partner, striscia su di lui, baciandolo, avvolgendolo in una ammaliante spirale di libidine. Non si ritrae però, accetta anzi di buon grado le sue avance, porgendo le sue labbra altrettanto vogliose, per nulla disturbato per esser stato svegliato dal suo piacevole sonno. Possedere l'anima della persona amata tramite il corpo è l'essenza stessa del rapporto d'amore, ed è ciò che si consuma qui, davanti ai nostri occhi. Il controllo è ormai completo, totale, assoluto. La vita e l'anima stesse dell'oggetto dei suoi desideri sono ora in pieno possesso del lussurioso protagonista delle lyrics, il quale accoglie il risveglio del suo amante tra gemiti e mormorii. L'amore morde, nel silenzio della notte, l'amore che ti invita a festeggiare, ti eccita, ti morde, ti fa impallidire. Il momento è topico, la fusione dei due corpi crea una interazione appagante a trecentosessanta gradi. A sottolinearlo troviamo, per contro, un assolo quasi svogliato da parte delle due asce, che, per la verità, più che un vero e proprio assolo, è una enfatizzazione della sezione ritmica trainante, sempre uguale a sé stessa durante tutto l'arco del brano. Nella strofa finale il diabolico amante promette alla sua "preda" che tornerà ogni notte e lei si perderà nuovamente tra i suoi abbracci. Colpirà ad ogni ora e lei lo accoglierà nella sua alcova. Lei, che sapeva sin dal primo sguardo, dal primo morso, che quell'attacco le sarebbe piaciuto, non riuscendo a farne più a meno. Non ci sarebbe stata via di ritorno. Nel silenzio della notte, l'amore morde. Se musicalmente il brano reca in sé spunti piuttosto interessanti, pur non presentando topoi compositivi tipicamente priestiani (nel senso più conclamato delle neonate e peculiari sonorità "metalliche") devo dire che, a mio avviso, è il testo il vero punto debole di questa traccia. Troppo molle, leggero, sia pur velato da un impercettibile sensazione di malsano, per chi aveva narrato di urla di vendetta, di occhi elettrici invadenti e infidi, per non parlare di sanguinarie e spietate sentinelle metropolitane che seminano il panico nella notte. Ma i Priest ci hanno abituati anche a questo, e in fondo li amiamo anche per questa continua alternanza e varietà del loro comparto lirico. Sempre e comunque pronti a sconvolgere e scandalizzare.

Eat Me Alive

L'apertura della B side è affidata a Eat Me Alive (Mangiami vivo). Che dire, il buon Rob ci sta provando in tutti i modi possibili e immaginabili in questo disco a sbattere in faccia al mondo, con orgoglio e non senza un pizzico di provocazione, la sua omosessualità. Qui, nello specifico, lo fa attraverso un testo stavolta estremamente esplicito, oserei dire sfacciato, che non lascia adito a dubbi o diverso tipo di interpretazioni. Sì, perché Eat Me Alive, descrive, servendosi di immagini e vocaboli forti, un'esperienza di sesso orale vissuta dal nostro buon Rob, raccontata con enfasi ed una certa dovizia di particolari. I riff di apertura sputano fuoco e fiamme, Hill e Holland tornano a premere sull'acceleratore, mentre Tipton e Downing erigono un muro sonoro fatto di potenza e compattezza impressionanti. Tre minuti e mezzo di heavy metal suonato in maniera eccellente, per quello che, dal punto di vista squisitamente musicale, è indubbiamente uno dei migliori brani del lotto. Il Metal God inizia pertanto a descriverci corpi avvinghiati in una calda spirale di piacere, brividi languidi che salgono lungo la gamba e selvagge vibrazioni. Un' amante insaziabile, pronta a "mangiarmi vivo", come ricorda il refrain, mentre Glenn e K.K. rombano spietatamente, come racchiudendo il refrain stesso in una sorta di corazza d'acciaio. I freni inibitori iniziano pian piano a cedere, e il voluttuoso amante si trasforma in un animale che segue i battiti del cuore e viene inebriato dal calore del corpo con cui è a contatto. Sono attimi di spasimo: la frenesia attacca lo stomaco, provocando rivoltanti sensazioni, mentre viene perentoriamente impartito il comando di inginocchiarsi. Per esser mangiato vivo. L'assolo che segue rappresenta un'altra interpretazione da manuale da parte delle due asce, ennesima dimostrazione del momento solista eseguito secondo i dettami del Verbo Metallico. Uno scambio rapido, fulmineo, tagliente come una lama di rasoio, sferzante come una scudisciata dietro la schiena. Perfetto per mettere ulteriormente in risalto l'ecstasy vissuta dai due amanti. Il pudore, semmai se ne avessimo sino ad ora avuto sentore, cede definitivamente le armi nella strofa finale. La preda genuflessa è pronta a compiere il suo dovere. Senza alcun ritengo il "bastone d'acciaio" è pronto ad iniettare il suo seme, mentre le urla di piacere riecheggiano nell'aria. Gli ultimi versi non lasciano scampo, e valgono assai più di qualsivoglia perifrasi: "Spingiti al massimo, apri le gambe e mettiti al muro. Sei ben equipaggiata per prenderlo tutto". Il refrain ribadisce il languido imperativo "Mangiami vivo!", mentre le sferragliate di chitarra chiudono questo irriverente pezzo. Appena un anno dopo Tipper Gore avrebbe fondato il P.M.R.C., il più celebre e osannato organo di censura, figlio del conservatorismo e del bigottismo di stampo statunitense, e il brano dei Priest fu tra quelli messi sotto accusa, assieme a molti altri pezzi di band e artisti famosi.

Some Heads Are Gonna Roll

Spettacolare la intro di chitarra di Some Heads Are Gonna Roll (Qualche testa rotolerà), brano scritto per i Priest da Robert Halligan jr., come già accaduto per (Take These) Chains sul precedente album. Terzo singolo estratto, si presenta sin dalle prime battute, come un pezzo molto dinamico, in cui, neanche a dirlo, Tipton e Downing imprimono il loro inconfondibile marchio di fabbrica, tirando fuori, dopo la monumentale intro, una ritmica solenne e cadenzata, su cui Halford erige le sue sontuose linee vocali, stavolta intente a stigmatizzare i potenti della terra(in senso generico e senza alcun preciso riferimento).Che tu guardi a destra quanto a sinistra, giungerà la notte in cui riceverai l'attacco di un nemico subdolo e potente, che colpirà in silenzio, facendoti uscire di senno. Vedrai luci accecanti, bagliori di colori, e se l'uomo col potere non riuscirà a controllarsi, qualche testa rotolerà, recita il refrain. La potenza evocativa emanata dalle chitarre è straripante, tanto quanto l'ugola del Metal God, stavolta alle prese con un testo dall' impatto socio/politico assai pregnante. Lo dimostra la strofa successiva: i leader impazziti che controllano la terra ti dimostreranno quanto poco pensano tu valga. Con una gola animale divoreranno la tua vita e faranno a pezzi questo mondo come con un grande coltello. Un ultimo giorno a bruciare nel fuoco dell'inferno e verrai spazzato via. Se l'uomo col potere non riuscirà a controllarsi, qualche testa rotolerà. Il ritmo è incalzante, le chitarre macinano riff a ripetizione, e quando non lo fanno, danno vita all'ennesimo straordinario assolo, eseguito ancora una volta in due riprese, prima da Tipton e subito dopo da Downing. Anche qui siamo al cospetto di una tipologia esecutiva che ha fatto la storia dell'HM, senza mezzi termini. E indubbiamente figura tra i migliori assoli partoriti dalla premiata coppia d'asce, e non possiamo non considerare quanti di questi compaiano soltanto in questo platter. Dopo la sfuriata, non resta il tempo che per le amare valutazioni finali. Sai com'è, quando prendi le cose per certe poi ci va di mezzo la tua vita, e ti senti sottovalutato. Se l'uomo col potere non si controllerà, rotolerà qualche testa, inevitabilmente. È il laconico refrain che chiude il brano. Un brano che, lungi dall' apparire profetico, rappresenta piuttosto un'analisi lucida e spietata di un imprecisato e non meglio identificato periodo di tensione, come tanti se ne erano vissuti fino al 1984, e come tanti purtroppo se ne sarebbero continuati a vivere anche dopo. Una generale invettiva contro la guerra, un tema caro alla band, espresso soprattutto nelle prime release di metà anni settanta.

Night Comes Down

La sfuriata pressoché costante di Defenders Of The Faith conosce, se così si può dire, una piccola pausa di riflessione in Night Comes Down (Cala la Notte), e il contenimento avviene sia a livello musicale che di liriche, essendo questa traccia una stupenda ballad dalle atmosfere sognanti ed evocative, che presenta un testo per certi versi struggente. È, senza ombra di dubbio, uno dei brani più profondi sinora mai partoriti dal quintetto di Birmingham, delicato e soffuso quel tanto che basta, ma mai immune da quella carica emotiva tipica della NWOBHM. La intro è affidata alle chitarre, qui piuttosto timide e pacate, mentre la sezione ritmica, ammiccante e cadenzata, è dettata da Ian Hill, il gregario silenzioso, il cui basso qui pulsa vivo e vibrante, come un cuore che batte. Un cuore in preda alle pene e alla sofferenza, quale quello del protagonista del brano. Solo, immerso negli ultimi raggi di un rosso tramonto, egli torna sui luoghi in cui ha vissuto i primi spasmi d'amore con la sua amata. Ma è affranto, provato dalla consapevolezza di veder volare via le memorie e i ricordi di quei giorni. Halford inizia con tono dimesso, per poi dar vita ad un progressivo, prorompente crescendo vocale, enfatizzato ancor più dalle chitarre che, come ridestatesi dal torpore e dai sonnolenti ritmi iniziali, irrompono maestose e solenni, non senza tradire un impercettibile tocco di malinconia. È il momento del refrain, interpretato con pathos e coinvolgimento estremi da un Halford sensazionale. Quando scende la notte egli resta solo, non ha nessun posto dove andare. L'amore talvolta può significare anche attesa, e lui è pronto ad attenderla una intera estate, anche una vita intera, se necessario. Questo però lei non lo ha ancora capito, e la paura l'avvolge, come un incubo che inizia col calar delle tenebre. Torna dunque l'amara riflessione espressa nel refrain: scende la notte, ed egli è solo, senza alcun posto in cui andare. L'atmosfera sognante del ritornello cede il passo ai patemi del solitario amante, magistralmente espressi da un Halford straziato e urlante: ella non sarà lì ad attenderlo né domani né mai, contrariamente a quanto lei pensi. Non può riuscire a sopportare tutta quella sofferenza, ella non può nemmeno immaginare il suo cuore spezzato in due. Ormai non vi è più niente per cui valga la pena lottare. Il momento triste e decadente è magnificamente sottolineato dallo struggente assolo eseguito da Tipton, prima che il refrain esprima, per l'ultima volta, il senso estremo di solitudine e di rinuncia del tormentato protagonista.

Heavy Duty / Defenders Of The Faith

La chiusura di questo mastodontico disco è affidata alla doppia traccia Heavy Duty/Defenders Of The Faith (Dovere pesante/Difensori della fede)in realtà concepita come un unico blocco compositivo. È il celeberrimo brano con cui la band chiude tutti i suoi spettacoli live, un brano nato appositamente per infiammare le platee. E qui non posso che esprimermi con toni a metà tra l'entusiasmo e la incantata ammirazione per un gruppo che, non contento di averci letteralmente inebriati e rapiti con otto pezzi stratosferici, si accommiata con un anthem, da molti definito come l'inno degli inni del Metal tutto. Una marcia bellica possente, devastante, inesorabile, spietata, poderosa, inarrestabile. Pensate a quanti brani dei Manowar (tanto per fare un nome), ma più in generale dell'intero filone epic metal, siano debitori nei confronti di questa traccia. Pensate a quanto proselitismo abbia dato vita il leggendario quintetto di Birmingham. Dave Holland picchia sul suo drumkit con tutta la forza possibile, quasi volesse distruggerlo, mentre le due asce innalzano un muro sonoro di proporzioni immense. I ritmi sono tutt'altro che frenetici, ma la potenza e l'energia che ne vengono fuori sono qualcosa di impressionante. È come sentire avanzare un cingolato, il Metallion con il capo ferino della cover, che distrugge e travolge qualsiasi cosa incontri sulla sua strada. Manco a dirlo, siamo al cospetto dell'autocelebrazione messianica del Metal e del suo patrimonio etico/immaginifico. Tema già trattato in precedenza, mi direte. Sì, solo che qui il tutto assume i connotati della profezia, della sentenza, dell'indottrinamento. Quando ti contorci caldo e sudato e credi di aver già sentito tutto, quando guardi i segni rosso fuoco sul palmo della tua mano, quelli sono i segni dell'imminente terremoto che sta per scuotere il tuo corpo. È il nostro dovere pesante. Raggiungeremo la terra promessa, ci innalzeremo nella tua testa fino a fartela esplodere e ti faremo fare rock finché la tua fame di metallo non sarà saziata. È quello il nostro gravoso dovere: impartire le regole del Metal, unirci tutti insieme e regnare col pugno di ferro. Dimostrare al mondo intero che è il Metal che comanda. Perché noi siamo i difensori della fede. Come rimanere indifferenti dinanzi a tanta tracotanza, a tanta spavalderia, a tanta passione, a tanta fierezza, a tanto impeto, a tanto orgoglio e, perché no, a tanta superbia? Non sbaglia chi ha paragonato questo pezzo all'altrettanto celebre We Will Rock You dei Queen. Anche lì la Regina aveva immortalato i propri nobili propositi in un inno altrettanto memorabile. Qui però c'è di più. C'è in ballo la fede, e i Judas Priest, sprezzanti e supponenti, se ne proclamano come i baluardi.

Conclusioni

Lo ammetto, trovo più di qualche difficoltà nel dare una valutazione globale di quest'opera senza contravvenire alla tanto invocata obbiettività del recensore, o senza perdermi in facili entusiasmi ed eccessive enfatizzazioni, dando l'idea del fanboy sfegatato e oltranzista. Ragion per cui, facendo appello a tutto il distacco intellettuale di cui possa esser capace, oltre che ad una discreta dose di onestà, vi dico semplicemente: questo è un disco pazzesco. Non era facile riconfermarsi dopo un album del calibro di Screaming For Vengeance, che già pareva recare in sé i crismi della perfezione; e invece, magicamente, i Priest non solo si riconfermano, ma addirittura si superano, partorendo questo capolavoro. Capolavoro di potenza, classe, rabbia, velocità, melodia, provocazione, semplicità. Soprattutto semplicità. E già, perché se valutare oggigiorno,2017,alla luce delle attuali produzioni, un'opera la cui gestazione e genesi risale a ben più di tre decadi fa, risulta ancora un'operazione di un certo fascino, immaginate cosa dovesse rappresentare l'esperienza nel 1984.È proprio la semplicità, l'apparente facilità delle soluzioni adottate, il vero segreto del successo planetario di Defenders Of The Faith.Il sapiente bilanciamento, cosa in cui Tom Allom è maestro, tra parti veloci, rallentate, armonizzazioni, assoli straripanti, sontuose melodie, riff roventi e passaggi più ragionati e intimistici, è la summa di quanto di meglio il Metal potesse offrire all'epoca(c'erano anche gli Iron Maiden con Powerslave, ma questo è un altro discorso),e rappresenta la linfa vitale di un album che mira a colpire l'ascoltatore già al primo impatto, senza preamboli o scrupoli di sorta. Privilegiando la velocità dei riff rispetto alla potenza della sezione ritmica (provate ad ascoltare l'edizione Remasters del 2001 per rendervi conto della differenza). Lo dimostra il fatto che quello di Defenders è uno dei più grandi "A Side" della storia del Metal, con quei primi cinque pezzi che abbatterebbero un bisonte. Attacco diretto dunque, a viso aperto, per poi, quasi fisiologicamente, vista la sfuriata iniziale, stemperare alquanto i toni nella seconda parte. Salvo poi condurci dritti dritti nel Valhalla con la monumentale Heavy Duty/Defenders Of The Faith, la chiusa delle chiuse (da notare come The Hellion/Electric Eye sul disco precedente era stata la madre di tutte le intro), il pezzo che ti prende l'anima a randellate. Ancor oggi fatico a trovare, nel panorama metallico più datato e più recente, un'opera che dia una tale impressione di completezza e compattezza, uno di quei dischi che, una volta ascoltato, renda quasi superfluo l'ascolto di altre release, tanta è la totalità di cui è latore. Senza voler con questo nulla togliere ad altre band o ad altri artisti, sia chiaro. Ma l'unicità di questo disco sta proprio nella sua appagante pienezza e totalità. Quando si parla di Heavy Metal viene spontaneo pensare ai Judas Priest, che ne sono stati i padri fondatori, ma quando si parla di Judas Priest è davvero difficile pensare ad un solo album che li identifichi e caratterizzi. Nell'arco della loro superba e sterminata carriera, si sono più volte reinventati, non senza accusare qualche passo falso, che però è nulla se paragonato alla portata storica del loro messaggio musicale, sin dai tempi del seminale Sad Wings Of Destiny. E reinventandosi, volta dopo volta, hanno sempre dato l'idea di aver raggiunto traguardi invalicabili, fissato paletti oltre i quali non si potesse procedere. Ed ogni volta, sorprendentemente, hanno abbattuto i limiti posti da loro stessi. Già, perché gli unici avversari temibili per i Judas Priest, sono sempre stati i Judas Priest. Battistrada indiscussi e dominatori assoluti di quasi una decade, non vi è band estrema al mondo che non ne riconosca importanza e influenza sull' intero tessuto musicale "duro". La continua, costante, inesorabile cavalcata evolutiva che da sempre li accompagna, stavolta li ha condotti qui, ad una release che già nel titolo, autocelebrativo e messianico al tempo stesso, li consacra definitivamente quali baluardi del verbo metallico. Chissà quali sorprese riserverà il futuro.

1) Freewheel Burning
2) Jawbreaker
3) Rock Hard Ride Free
4) The Sentinel
5) Love Bites
6) Eat Me Alive
7) Some Heads Are Gonna Roll
8) Night Comes Down
9) Heavy Duty / Defenders Of The Faith
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