JUDAS PRIEST

British Steel

1980 - Columbia Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE & ANDREA CERASI
25/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Acciaio Britannico! Due parole, due semplici parole, poste alla sommità di una cover terribilmente cruda, sono il biglietto da visita (in termini di artwork) con cui i Judas Priest diedero il benvenuto alla decade discografica ottantiana, lasciandosi alle spalle mezzo decennio di successi, culminati con la pubblicazione del monumentale e pirotecnico "Unleashed in the East", primo Heavy Metal live album della storia. Due semplici parole dicevo, ma tremendamente pesanti nella loro veste extra semantica. Per comprenderne appieno la portata, gioverebbe forse (a tal proposito) ricordare le parole spese da un grandissimo  personaggio della scena Thrash, Scott Ian, storico chitarrista degli Anthrax, da sempre fervente estimatore del quintetto britannico. In un'intervista rilasciata in un documentario, "Heavy Metal: Louder Than Life" , Ian dichiarò quanto "British Steel" fosse l'album che "meglio determini che cosa sia l'Heavy Metal, poiché si stacca definitivamente dagli ultimi frammenti di blues tipici della scena". "Perfino il titolo", sentenziò, "come potrebbe essere più metal di così?". A ben vedere tuttavia, non me ne voglia in buon vecchio Scott, il fenomeno è ancor più articolato e complesso di come lui, che pure ne ha dato esatta interpretazione, lo abbia valutato. A partire da "Sad Wings of Destiny", album seminale di valore storico e musicale abnorme, in cui sprazzi di proto Heavy Metal sono (per la prima volta nella storia)  frutto di uno studio consapevole, ma dovevano necessariamente convivere con inevitabili componenti blues/rock /prog figlie dell'epoca, la discografia priestiana è un susseguirsi di piccoli ma significativi tasselli sovrapposti l'uno dopo l'altro, volta dopo volta, nei successivi album. Tali tasselli avevano come obbiettivo ultimo quello di "epurare", mi si passi il termine, il sound dalle suddette matrici rock/blues, di condurlo verso una totale metallizzazione, processo del quale "British Steel" altro non è che un fondamentale passaggio intermedio, e che sfocerà, come vedremo nel prosieguo dell'analisi delle successive release, in un'opera come "Screaming For Vengeance", primo album realmente e totalmente Heavy Metal, perentoriamente  emancipato e scevro dalle suddette sonorità genitrici. Il percorso giunge dunque ad uno snodo determinante, e la sensazione che provo ogni qualvolta mi accinga ad esaminare un disco dei Priest è sempre ed inesorabilmente la stessa: quella di trovarmi dinanzi ad un superamento, un perfezionamento, una sublimazione delle peculiarità riscontrate nell'opera immediatamente precedente, opere che pure a loro volta erano state innovative. L'album, giova ricordarlo, disco d'argento nel Regno Unito, e disco di platino negli U.S.A. grazie soprattutto ad una corposa distribuzione radiofonica di alcuni brani in esso contenuti, venne registrato (per conto della "Columbia Records"), al "Tittehurst Park", Ascot, dimora personale nientemeno che di Ringo Starr dei Beatles,negli "Startling Studios", ad eccezione della sola "Red, White & Blue", traccia bonus presente sulla versione europea del platter, scritta in realtà nei primi anni di carriera della band, ma incisa soltanto nel 1985 nei "Compass Point Studios" di Nassau. La release vide l'ennesimo avvicendamento dietro le pelli. A sostituire il dimissionario Les Binks venne infatti reclutato Dave Holland (proveniente dai Trapeze), batterista che garantì alla band una certa compattezza in una line up che sinora aveva avuto proprio nel drummer il suo anello debole, viste le continue defezioni in quel ruolo. Holland rimarrà in seno ai Priest sino al 1989, quando, all'alba delle registrazioni di "Painkiller",cedette il posto all' ex Racer X Scott Travis. Stabilità dunque, elemento imprescindibile quando si intende scrivere la storia, missione che i Priest avevano intrapreso nel 1976, e che erano seriamente intenzionati a portare a compimento. E di storia questo album profuma a chilometri di distanza, sospeso com'è tra pezzi di sfavillante bellezza e di portata rivoluzionaria, tra testi a metà tra il borioso e l'autocelebrativo. Ma di sepolto dalle sabbie del tempo sanno anche taluni primordiali, commoventi espedienti tecnici in esso adottati. Memorabile resta infatti il suono di vetri rotti presente all' interno della traccia "Breaking the Law", dalla quale fu peraltro estratto il primo videoclip ufficiale della band. Un effetto ottenuto dalla registrazione in presa diretta di alcune bottiglie di latte appositamente frantumate. In assenza di campionamento.. ci si arrangia come si può! Altri tempi, decisamente, e l'ilarità suscitata da tale soluzione meriterebbe da sola l'acquisto del full lenght, se non fosse che siamo dinanzi ad una pietra miliare dell'intera N.W.O.B.H.M.! Era, come sappiamo, il 1980, e la scena era dominata da bands prevalentemente britanniche, che avevano nella N.W.O.B.H.M. la propria direttrice stilistica, il proprio punto di riferimento. Proprio nel 1980 videro infatti la luce opere di importanza che, se non proprio paragonabile a quella di "British Steel", potremmo comunque definire senza dubbio rilevante, ai fini della teorizzazione e definizione di un genere. Gli Iron Maiden facevano il loro sornione ma al tempo stesso trionfale ingresso nella scena con l'omonimo album di debutto; i Motorhead, attivi anch'essi già da qualche anno, pubblicarono "Ace of Spades", altro album fondamentale nell'evoluzione musicale del genere; i Saxon pubblicarono l'importantissimo e seminale "Wheels of Steel"; i Black Sabbath, reclutato Ronnie James Dio al posto del dimissionario Ozzy, partorirono il controverso ma validissimo "Heaven and Hell", disco lontano anni luce dalle sonorità dei primordi; lo stesso Ozzy, dopo aver costruito una band eccezionale, fece il suo debutto solista con "Blizzard of Ozz", altra release dal valore oggettivo clamorosamente alto; i KISS pubblicarono "Unmasked"; gli AC/DC, orfani del defunto Bon Scott, sostituito da Brian Johnson, tirarono fuori dal cilindro un concentrato di hits Hard Rock di nome "Back in Black". Su tutto aleggiava poi minaccioso il movimento punk che, "esportato" dagli U.S.A. proprio nel Regno Unito a metà anni settanta, il quale aveva i suoi alfieri in bands come Sex Pistols, The Clash e Damned, oltre che i blasonati capiscuola d'oltreoceano, i Ramones. Ma quella punk era una scena avviata verso un lento ma inesorabile declino, un astro in procinto di spegnersi, proprio sotto le massicce bordate della nascente colata di acciaio albionico."British Steel" era dunque in ottima compagnia, e la sua affermazione e il suo successo tutt'altro che scontati, dovendosi guardare da antagonisti di indiscusso valore. E fu proprio questo serrato agone, dal quale uscì trionfatore, a decretare il successo planetario della release oggetto della nostra disamina. A chiosare una presentazione del disco che, per quanto prodiga di argomentazioni, ha sempre il singolare effetto di apparirmi scarna, merita una menzione particolare la figura di Tom Allom, già co-produttore di "Unleash..", il quale accompagnerà il quintetto durante tutto l'arco del decennio incipiente. Allom era un personaggio arcinoto in seno alla scena hard del periodo, per essere stato ingegnere del suono dei Black Sabbath nelle loro prime cinque release. E qui giova ricordare quella che è forse l'unica critica mossa a questo disco, quella riguardante appunto proprio il suono. Molti hanno rimproverato ad Allom di averlo sensibilmente alleggerito rispetto a "Killing Machine", ma anche e soprattutto rispetto proprio ad "Unleash..". Ciò in parte è vero, e lo si evince sin dalle prime battute: non si ha affatto la sensazione di essere aggrediti, di essere in preda di un leone inferocito ascoltando, "British Steel"; cosa che invece accadde invece con i due album sopracitati. Il suono appare leggermente più ovattato e morbido ma, per contro, vi è un sostanziale innalzamento del groove ed un considerevole appesantimento del basso e della batteria, che proprio al groove sono preposti. Un'inezia dunque, che però fece storcere il naso a più di qualcuno, purista della prima ora e inguaribile zelante. Soprassiedo senza colpo ferire su tali, accademiche questioni.. sarebbe come discorrere del peso specifico di un capello, e mi addentro a spron battuto nell'analisi specifica dei brani, gli unici e i soli che possano parlare.

Rapid Fire

L'attacco è di quelli che rimangono impressi nella mente a vita. "Rapid Fire (Fuoco serrato)", prima traccia del corpus, è un vero e propria attentato alle vertebre del collo. Quattro minuti in cui l'adrenalina scorre a fiumi inondando ogni cosa, e l'esaltazione ottenebra le facoltà cognitive. Il Dio Vulcano, materializzatosi in cinque giovani musicisti, forgia con il fuoco incandescente  l'archetipo musicale dell'acciaio albionico. Holland apre le danze con rapidi e possenti colpi di grancassa, seguito a ruota dai monolitici e rapidissimi riff della coppia d'asce. Sul ritmo frenetico e indiavolato imposto dai quattro agli strumenti, si staglia ruvida e possente la voce di Halford, che inizia a recitare le litanie dell'autoesaltazione che il testo sputa fuori in ogni singolo vocabolo. Il brano, nel suo incedere bellicoso, non conosce rallentamenti, cambi di velocità, men che meno pause. Il cantato di Halford dà l'idea di essere un'unica emissione di fiato, tanto è convulso e tirato. A metà brano circa, trova posto il primo, unico, lieve accenno di un qualcosa che assomiglia vagamente ad un cambio di ritmo. Holland accelera l'andatura, Tipton e Downing danno vita ad un lesto e massiccio fraseggio, preparando la strada all'inserimento di Halford nel bridge. Prende ora il via una serie di brevi, ravvicinati, intermezzi vocali, acuti e graffianti al tempo stesso, suggellati ognuno da laceranti e velocissimi solos. Siamo nel cuore della tormenta, il momento più devastante e feroce dell'intero pezzo, dove la quintessenza del credo metallico prende forma e vigore, in un tripudio di potenza ed energia, andando letteralmente  frustare l'udito e la comprensione, per poi lasciare nuovamente spazio alle strofe vertiginose con cui il brano stesso si era aperto. Come Prometeo, sfidando l'ira degli dei che ne avevano proibito l'uso ai mortali, fece dono all' umanità di un bene inestimabile come il fuoco, così i Priest, pervasi da un sacro furore, forgiano l'arma letale con cui liberare il mondo dalla schiavitù e dall' oppressione: il Metal. In un crescendo di autocelebrazione pregna di minaccia, essi dichiarano guerra a chiunque sbarri loro la strada. Fuoco a ripetizione, recita il titolo del brano, e allora niente e nessuno potrà sottrarsi agli strali infuocati dei nuovi messia borchiati e ricoperti di cuoio, giunti nel mondo per portare il loro messaggio nel solo modo che conoscono, l'unico con cui possano essere sconfitti per sempre il perbenismo e la barbarie dell'ipocrisia e dell'inganno. 

Metal Gods

Dopo la sfuriata iniziale, i ritmi si abbassano leggermente e la folle corsa del pezzo precedente cede il passo alla ritmica cadenzata e dannatamente potente di "Metal Gods (Dei di Metallo)", seconda traccia del platter. L'impatto uditivo è spaventoso, le chitarre compatte e rocciose delle due asce innalzano un muro sonoro di impressionante potenza. Questo pezzo dà l'idea, col suo incedere da macchina bellica, di travolgere tutto quanto incontri sulla sua strada. Riff tanto semplici quanto trascinanti fanno da cornice ad un cantato, stavolta meno squillante, ma estremamente intenso e muscolare. È l'anthem più famoso dei Priest, pluriosannato, plurivenerato, pluri-imitato dalle future generazioni di metallers. Aggiungerei, modestamente, che è l'anthem degli anthem, must imprescindibile di ogni esibizione live che si rispetti, obbligo inderogabile dell'appartenenza e dell'ortodossia metallica tout court. La ritmica poderosa e la maestosa melodia nata da quella voce un po'sommessa del buon Rob, sfociano in un refrain che ha il sapore del vaticinio: quel "Metal Gods", pronunciato con enfasi quasi mistica e seguito da un riff che ne sancisce la imperitura solennità, consegnandolo alla storia. A metà brano, Tipton si stacca e produce un assolo che, lungi dall'essere ostentazione di virtuosismo, è invece estremamente semplice e poco articolato, quasi a non voler in alcun modo scalfire o alterare il pathos e la monumentalità conferite dalla ritmica. L'attenzione dell' ascoltatore, nelle intenzioni della band, doveva assolutamente esser concentrata sulla dimensione d'insieme, sul corpus musicale inteso come monolite sonoro. E così questo pezzo di storia si avvia alla conclusione, tra bordate impetuose e melodie sublimi. Questa marcia distruttiva ha come oggetto un testo fantasioso mutuato dalla fantascienza e partorito dalla fantasia morbosa, ma nemmeno troppo distante dal reale, di Rob Halford. Più di qualcuno, per anni, ha visto celato dietro l'apparente lirismo dei contenuti, profetici slanci autocelebrativi inneggianti al ruolo egemone assunto effettivamente dalla band nella scena all' indomani della pubblicazione e del successo ottenuto dalla release. Ma fu proprio il frontman in persona, durante un'intervista rilasciata alla vigilia della pubblicazione di "Screaming for Vengeance", a spiegare che le lyrics di "Metal Gods" altro non erano che la trasposizione in musica di una sua primordiale paura. Quella, cioè, di un mondo che si apprestva ad essere completamente governato dalle macchine, dai robot. Una paura per la verità comune un po'a tanta letteratura e cinema del periodo, un velato timore di perdere quei tratti di umanità che, nel bene o nel male, differenziano gli uomini dagli automi. È interessante notare come proprio a inizio anni ottanta la tecnologia stesse prendendo via via piede negli usi e nelle abitudini degli individui. Certo, si era lontani anni luce dalle odierne degenerazioni ed esasperazioni del fattore tecnologico, ma il cambiamento era percepibile nell'aria, le consuetudini, poco più che embrionali, erano in procinto di palesarsi in tutta la loro deleteria efficacia. Fu molto abile il buon Rob a cogliere la peculiarità di tale fenomeno e a ricavarne il testo che Tipton e Downing avrebbero poi trasformato in uno degli inni immortali della band. Quasi a fare da contrappasso alla tematica affrontata, troviamo (e la cosa fa davvero sorridere) i rudimentali espedienti tecnici adottati dal quintetto e da Allom per riprodurre gli effetti sonori all' interno del brano. A ricreare acusticamente il rumore metallico prodotto dalla marcia dei robot, in assenza di campionamento, fu registrato il suono generato da alcune posate d'acciaio, gentilmente messe a disposizione da Ringo Starr, lasciate cadere più volte sul pavimento dall'alto. Per non parlare dello schiocco di frusta, ottenuto vibrando realmente un colpo di frustino. Assolutamente esilarante, oggi. Al tempo, invece, sicuramente no: proviamo ad immaginare la pazienza e l'ingegno profusi nella causa.. elementi che non fanno altro che aumentare la nostra stima nei confronti dei cinque di Birmingham. 

Breaking The Law

I successivi due minuti e trentacinque secondi di "Breaking The Law (Infrangendo la Legge)" sono la più palese testimonianza di come una song oggettivamente breve possa entrare prepotentemente nella storia della musica.. o, per meglio dire, di una certa musica. Un riff semplice, una melodia scorrevole, una sezione ritmica tutt'altro che frenetica, un chorus e un ritornello estremamente catchy, hanno fatto di questo brano il vessillo dell'estetica priestiana per un'intera decade. Pezzo dalla struttura talmente semplice da entrare nel cervello già al primo ascolto, trova il suo picco massimo di attrazione nel febbricitante refrain, divenuto simbolo di ribellione generazionale, come recita lo stesso titolo, ma anche e soprattutto un leitmotiv stilistico di innegabile valore storico. È un brano che ha fatto la sua comparsa in film cult come "Scarface", in serie televisive di successo come "The Simpsons" (in un episodio in cui il buon Homer scarica musica illegalmente) e "Beavis and Butthead", cavallo di battaglia di MTV nel decennio novantiano. Senza contare le diverse coverizzazioni ricevute da artisti più o meno noti della scena. Dal punto di vista prettamente musicale, desta curiosità il fatto che nel pezzo manchi un, sia pur breve (vista l'esigua durata dello stesso) assolo di chitarra. Fatto questo che non mancò di procurare alla band qualche critica da parte di puristi intransigenti. I più attenti però sapranno senz'altro che di questo brano esiste una rara versione alternativa con un assolo eseguitoda K.K. A livello testuale il brano si fa portavoce di quell'esigenza latente e talvolta repressa che alberga in ognuno di noi: quella di infrangere le regole, di rompere gli equilibri, di raggirare la legalità. Halford, in un'intervista dell'epoca dichiarò che lo spunto per le lyrics del brano gli fu offerto dalla convulsa situazione economica e sociale in cui versava il Regno Unito in quegli anni. "Operai di fabbrica in sciopero, minatori in sciopero ,ferrovieri in sciopero, personale navale in sciopero. Il mondo in Gran Bretagna era in forte fermento, istanze di rinnovamento e di rivoluzione nei costumi erano nell'aria già da qualche tempo. E ciò mi fece capire che i tempi erano maturi per scrivere un testo come Breaking The Law; un qualcosa che tutti talvolta vorremmo fare, ma che non facciamo perché inibiti dalle convenzioni sociali". Credo non vi sia modo migliore che affidarmi alle parole dello stesso frontman per spiegare la genesi e l'evoluzione del testo. Da questo brano, com'è noto, fu tratto il primo videoclip ufficiale della band, diretto da Julien Temple, famoso per una nutrita serie di mockumentaries fra cui "The Great Rock 'n' Roll Swindle", realizzato per i Sex Pistols. Il videoclip raffigura i Nostri alle prese con un assalto ad una banca. I cinque fanno irruzione nella struttura, prendendo in ostaggio il personale con le sole armi di cui possano disporre: i loro strumenti. Halford,nei panni del capobanda, piega con le mani le sbarre metalliche della cella in cui è contenuta la cassaforte e, dopo averla aperta, ne trae l'ambita refurtiva: un disco d'oro recante il logo della band e il titolo della release. Il disco divenne effettivamente disco d'oro: un segno del destino o semplice causalità? Il video, esilarante, si conclude con la band che, con il bottino tra le mani, manda in frantumi la telecamera di sicurezza (qui l'artificio delle bottiglie rotte a riprodurre il rumore dei vetri infranti), monta a bordo della Cadillac utilizzata per il furto, e fugge ripetendo a squarciagola il refrain, mentre le sirene della polizia (effetto sonoro ottenuto stavolta dal whammy della chitarra di K.K) impazzano dietro di loro. Il tutto mentre la sonnecchiante guardia preposta alla sicurezza della banca gioca a suonare riff con una rudimentale chitarra, costruita chissà quando.

Grinder

La successiva "Grinder (Tritatutto)ci catapulta in un roccioso ed energico quattro quarti dal marcato  sapore Hard Rock. È infatti il primo brano del lotto che si stacca dalla tipologia compositiva  squisitamente metallica per lasciare il posto ad un qualcosa più in linea con stilemi riconoscibili ai primi lavori della band. Pur andando a scapito di velocità e tracotanza, il pezzo presenta tuttavia una sezione ritmica serrata, compatta, quadrata, supportata da un cantato ruvido e al tempo stesso possente, ma privo degli altisonanti e proverbiali screams ai quali il buon Rob ci ha abituati. Del resto, le tonalità generali del brano non autorizzano in alcun modo a prorompenti aperture d'ugola, quanto piuttosto inducono l'ascoltatore a godere a piene mani di un mood che gioca tutto sulla ritmica dettata da chitarre ancora una volta corpose e rudi. A metà dei quattro minuti di durata del pezzo, si assesta un bell'assolo di Tipton, di stampo marcatamente rockeggiante, zeppo di distorsione ed effetti da pedale, seguito a ruota da un break con annesso rallentamento dei tempi su cui, col costante, assiduo, asfissiante sottofondo ad alto tasso di distorsore, Halford disegna linee vocali stavolta più introspettive, quasi narranti. Il brano ritrova il suo andamento iniziale per avviarsi verso la più classica delle conclusioni. Un trademark compositivo  che, manco a dirlo, avrebbe fatto scuola presso la gran parte delle band Hard' n Heavy che avrebbero conosciuto di lì a poco un enorme successo. Le lyrics si fanno qui portavoce del senso di frustrazione che deriva dallo svolgere lavori, attività, occupazioni che danno appagamento sì, ma esclusivamente dal punto di vista economico, relegando invece ai margini la gratificazione personale, l'affermazione "spirituale". I ritmi vertiginosi imposti dalla società moderna sono come un tritacarne (il titolo) che frantuma le coscienze, divora le individualità, inibisce le soddisfazioni, offusca i sensi. Chi è nato per correre, volare, non può vedersi costretto in occupazioni che ne inficino la natura selvaggia. Troppe volte, obbligati da necessità contingenti il più delle volte legate all'esigenza della sopravvivenza quotidiana, precludiamo al tuono e al vento che sono  dentro ciascuno di noi, la possibilità di esplodere e manifestarsi in tutto il loro impeto, pagando pesanti conseguenze in termini di felicità. Il tritacarne è lì che ci aspetta, in agguato, pronto a ridurci in poltiglia. Spetta a noi non finire tra le sue affilate lame.

United

La quinta traccia, "United (Uniti)", è anche il terzo e ultimo singolo di lancio dell'LP, oltre ad essere la canzone che chiude l'A side del disco. Ed eccoci dinanzi ad uno di quegli episodi quantomeno controversi della discografia priestiana, il tipico pezzo da arena rock tanto caro al modus compositivo di svariate bands del decennio settantiano. I nostri, che già si erano cimentati con questa tipologia di brano su "Killing Machine" con "Take On The World", e che già a suo tempo si era distinta per i fortissimi ed evidenti richiami ai Queen di "We Will Rock You", piazzano anche su questo innovativo "British Steel" il classico pezzo da stadio caratterizzato da una struttura semplice e diretta, ritmica sincopata, melodia avvolgente e ritornello orecchiabile. Nulla che sappia anche soltanto lontanamente di quanto udito sino ad ora (non la sola ombra di qualcosa che somigli ad un guitar solo), nulla che sia nemmeno semanticamente riconducibile ai cliché che la band stava plasmando con certosina pazienza. Eppure, questo brano,come singolo di lancio, fece registrare dati di vendita più che apprezzabili; segno forse che un'attitudine più guascona e radiofonica non era necessariamente da ritenersi deleteria in un contesto duro come quello Heavy Metal, specie se si considera che il quintetto usciva fresco fresco dagli sfarzi di "Unleashed..". Semplice dal punto di vista strettamente musicale, dunque, ma estremamente profondo nel significato delle lyrics. Come dichiarato dallo stesso Halford, lo spunto per il testo gli fu offerto dalla situazione di forte stallo in cui versava il governo britannico a inizio anni ottanta. Una staticità intellettuale ancor prima che pragmatica, data dall'impostazione eccessivamente conservatrice dei regnanti d'oltremanica. Il frontman immaginò allora di chiamare idealmente in adunata i suoi connazionali e di incitarli a manifestare il comune dissenso nei confronti di un governo che asfaltava le individualità. Ma il buon Rob non mancò di dichiarare anche che il pezzo era una velata invettiva contro gli organi di stampa del tempo; rei, a suo dire, di non aver dato il giusto risalto non solo alla sua band, ma più in generale a tutte le realtà metal nascenti. Un vagito epocale vergognosamente ignorato per dare invece visibilità al fenomeno Punk. Ecco allora che in questo caso l'accorato appello è idealmente rivolto a tutti i metalheads sparsi per il mondo, l'invito ad riunirsi in forze sotto i vessilli dell'Heavy Metal, per contrastare tutti quanti insieme il dilagare del punk e sostituire ad esso le regole del Metallo. Spavaldi e boriosi sino all' inverosimile. Qualche anno dopo, soltanto i Manowar avrebbero avuto il coraggio di ergersi portavoce di altrettanta fierezza e orgoglio, estremizzando se possibile ancor più il ruolo e la portata di un messaggio già di per sé intriso di autoesaltazione. 

You Don't Have To Be Old To Be Wise

L'arrembante mid tempo di "You don't Have to be old to be Wise (Non devi essere vecchio per essere saggio)" ci lancia a capofitto nella B Side dell'LP. Il brano si preannuncia già sin dalle prime battute come un energico Hard Rock incentrato sui precisi riff della premiata coppia d'asce, che si fanno via via più intensi e corposi a mano a mano che i secondi scorrono. Halford li accompagna con la consueta disinvoltura, adattando il suo cantato ora ai blandi ritmi iniziali, ora al progressivo aumentare di intensità e pathos. In effetti il pezzo, per la verità molto debitore a sonorità purpleiane, vive di un costante e progressivo crescendo armonico, in cui Halford gioca a suo piacimento con la voce, alzando e abbassando le tonalità e concedendosi anche un fulmineo, stridulo falsetto proprio nell'intonazione del refrain. A metà dei cinque minuti di durata, un breve, classicissimo stacco di chiara impronta seventies, precede un assolo di Tipton, solido e stradaiolo come si conviene alla tipologia del brano in corso. Anche in questo caso l'influenza dei Deep Purple è più che un cenno, ma piuttosto un vero e proprio omaggio al mitico quintetto di Hertford. Il pezzo, passato il momento solista, ritrova il suo leitmotiv portante, oscillando tra le orecchiabili melodie e i ruvidi riff, sempre accompagnati dall'incessante drumming di Holland a scandirne i tempi. Altro brano che potremmo dunque definire "atipico" se paragonato al modus compositivo che la band, soprattutto con "Killing Machine""Unleashed.." e poi con questo "British Steel" stava testardamente e instancabilmente portando avanti. Uno stile aggressivo, diretto, potente, feroce. Sonorità d'impatto sì, ma al tempo stesso intrise di melodia, talvolta forse troppo catchy, ma senza dubbio inserite in un contesto innovativo e, al tempo, pressoché unico nel suo genere. Sinuoso brano che fa della saggezza della maturità la sua arma di denuncia, proseguendo un po' sulla stessa scia depressiva di "Breaking The Law" ma irradiandosi si luce, rinunciando al nichilismo futuristico espresso in "Metal Gods" e "Rapid Fire", poiché pregno di speranza e in cerca di pace. Nelle liriche, infatti, emerge la figura di un giovane che cerca di mettere la testa a posto, stufo di essere un burattino comandato a bacchetta dagli adulti e con la vita già programmata. Ora è un uomo, probabilmente si trova sperduto nel passaggio che tutti noi, prima o poi dobbiamo affrontare, e ciò quello che dall'adolescenza conduce all'età adulta, e in questo particolare e delicato momento il ragazzo decide di scrivere da solo il proprio destino, senza più dare ascolto a chi lo circonda. Il pregio dei testi di Judas Priest è che, nonostante l'apparente semplicità espressiva e concettuale, denota invece una profondità esistenzialista che solo analizzandone le parole giunge a compimento. Anche in questo caso si parla della vita stessa e delle sue difficoltà, dei problemi che subentrano dal momento in cui ci si spoglia della tutela degli adulti e si allontana quel mondo fatato e privo di responsabilità che è l'infanzia. Qui ci troviamo di fronte a un ragazzo con la testa sulle spalle, che vuole fare tutto di testa propria scacciando i consigli degli altri e proseguendo dritto nel proprio cammino di maturità. Se poi sbaglierà se ne assumerà la totale responsabilità, ma fintanto che è vivo, giovane e forte, vale la pena lanciarsi nell'avventura che ha scelto. È il momento giusto per intraprendere questo percorso, ora che è felice e che ha avuto un bell'assaggio dei piaceri della vita è pronto ad andare, lasciandosi alle spalle problemi e stress. Il giovane potrebbe sembrare un bugiardo, uno che parla ma che poi non agisce, invece egli dimostra coscienza e maturità, tanto che è convinto che per essere saggi non bisogna per forza essere vecchi. L'esperienza arriva con gli anni e si accumula, ma la saggezza, dopo tutto, è uno stato interiore nel singolo individuo. Basta guardarsi dritti allo specchio, vedere se stessi, per capire cosa si vuole, fregandosene di tutti gli altri, vivendo e lasciando vivere, ignorando gli sguardi indiscreti della gente, le malelingue, andando incontro a un mondo personale, seguendo le proprie idee, facendo ciò che si vuole e difendendosi da solo, raggiungendo infine la vera libertà. Un uomo libero è colui che decide del proprio destino e che è conscio delle proprie azioni, e nel caso in cui dovesse servire, un piccolo aiuto o un consiglio non farà male di certo. 

Living After Midnight

"Living After Midnight (Vivendo Dopo La Mezzanotte)" è uno dei singoli (il primo estratto per lanciare l'album) più famosi al mondo, una di quelle tracce in grado di segnare in maniera indelebile la storia della musica, nonostante sia probabilmente il brano dal tema più leggero di tutto l'album. Musica e testo, infatti, richiamo un party notturno dove emerge lo spirito scatenato ed edonistico del combo inglese (ma anche di tutta la loro generazione), ricalcando fedelmente la regola del "Sesso, droga e rock 'n' roll", una legge che mai passerà di moda e che, da decenni, tutte le rock band tributano; tanto per essere chiari e per colpire il pubblico sin dal primo istante, si attacca immediatamente col leggendario ritornello. Dave Holland dirige i giochi, le chitarre infuocate di Downing e Tipton si lanciano nel micidiale riffing, tanto semplice quanto trascinante, entrato di diritto nella storia della musica rock. Sfido chiunque a non riconoscerlo al primo millesimo di secondo. Dunque, quando la sezione ritmica è al completo, con l'inserimento del basso di Ian Hill, parte il magnifico refrain interpretato da Halford. La melodia è spietata, ti si incolla addosso e non va più via, e si comincia a cantare di una notte di follia dove si farà baldoria fino all'alba. Il riffing portante ricompare subito dopo, per la prima strofa, dove Holland mantiene lo stesso ritmo dell'inizio e le asce si scatenano in fraseggi che accompagnano la rauca voce di Halford mentre narra di essere giunto in città in tarda serata, carico e pronto alla devastazione. Un paio di mosse sceniche sotto i riflettori della luce al neon del locale e via al suo interno a suon di rock duro e letale. È interessante notare la semplicità strutturale di questo pezzo, il quale alterna a ripetizione chorus e versi, il tutto concentrato in soli tre minuti e mezzo. A volte ci vuole poco per scrivere la storia. Riprende il ritornello e subito dopo la seconda strofa, nella quale il singer canta di essere bello carico, di indossare acciaio e lustrini e di essere emozionato per la notte che trascorrerà, ubriacandosi e facendo l'amore fino al sorgere del sole. Giunge il bridge, sorretto sempre dalle due graffianti chitarre e dalle pulsazioni di basso, l'incedere resta comunque velenoso, i fraseggi delle asce si trasformano in specie di cori di accompagnamento che gridano dello sballo che sta accadendo dentro al locale, quando due corpi vengono in contatto e si uniscono per il sesso selvaggio. Un ottimo e non troppo tecnico assolo di K.K. Downing spazza via l'aria calda che è penetrata nel locale, si sente odore di sudore, di calore corporeo, di orgasmo, poi si riparte con l'ultima strofa nella quale si raggiunge l'acme della serata; atmosfera elettrica e divertimento assicurato. Ritornello che va a sfumare e chiude uno dei capitoli fondamentali che hanno costellato la carriera dei Priest. 

The Rage

"The Rage (La Furia)" è una delle mie canzoni preferite, costruita sul corposo basso di Ian Hill, qui vero protagonista sin dall'inizio. L'attacco è particolare, basso in primo piano e poi andamento dal ritmo quasi reggae che dura giusto qualche secondo, almeno fino all'arrivo delle chitarre che potenziano il tutto creando un hard n' heavy sensuale costituito da tre strofe soltanto. Le chitarre restano al servizio di un Halford scatenato e solenne che mette in evidenza le sue doti interpretative e tecniche, sparando gli inconfondibili acuti sul finire di ogni strofa. Mentre le asce di K.K. Downing e Glenn Tipton si uniscono e si scontrano, quasi all'unisono, per una simbiosi perfetta, Rob Halford le sovrasta narrando di un mondo difficile (quasi apocalittico) nel quale un manipolo di uomini ha attraversando montagne e mari per godere dei suoi spazi aperti, dei meravigliosi angoli di natura che sa regalare, per stare solo, lontano dalla civiltà. Dal testo edonista e festaiolo della precedente traccia, qui torniamo a liriche piuttosto mature e seriose, incentrate sullo scontro tra uomini, l'impossibilità del dialogo, le difficoltà nell'adattarsi alla società. Questi uomini vogliono restare soli per godere della vera bellezza della natura, per dimostrare a se stessi che non hanno bisogno di nessuno e che sono in grado di cavarsela per conto proprio, e qui ci riallacciamo vagamente alle tematiche di "You Don't Have To Be Old To Be Wise". In definitiva, quello che emerge è la voglia di libertà che alberga in ognuno di noi, una voglia di autonomia che divora l'animo umano, sempre schivo alle regole imposte da altri, anche se il rischio effettivo di essere ostacolati esiste e perciò ci si prepara anche a pagarne il prezzo. Nessuna libertà è mai stata conquistata senza dolore o sacrifici. La seconda strofa si conclude con una domanda emblematica: Meglio il dolore della fossa? Nel senso che molti preferiscono continuare a soffrire e di essere sottomessi pur di non andare incontro alla morte, ma l'individualità si ottiene combattendo e rischiando la vita. Il solo di chitarra che segue è sinuoso, sentito, profondo e di chiara derivazione blues; così, mentre Tipton e Downing si scambiano ruolo quasi duellando con una serie di riffs taglienti, Holland, dietro le pelli, non eccede mai, risultando costantemente cauto e riprendendo, dopo la sezione strumentale, un ritmo reggae sul quale svetta il massiccio basso di Hill. Si tratta si un pezzo eccentrico, che alterna parti furiose, più che altro in prossimità dell'ultima frase della strofa, dove il vocalist spara l'acuto e gli strumenti esplodono contemporaneamente, a parti intermedie nelle quali ci sono netti stacchi che donano calma attraverso un dondolio sommesso, senza contare il fatto che "The Rage" è effettivamente un bravo privo di refrain e senza alcun aspetto melodico. Dopo la pausa centrale si riparte con l'ultimo verso, questa volta intonato con voce acuta sin dall'inizio, ma a parte questo, nulla cambia rispetto alle altre due versi che abbiamo avuto modo di analizzare. Qui si giunge allo scontro, alla resa dei conti con altri uomini, si cerca di instaurare un dialogo con loro, di farli ragionare per svegliarli dal torpore che li avvolge e dalla schiavitù mentale che li sovrasta, ma loro non vogliono sentire ragioni. Minacciano, vengono alle mani, tanto che i nostri uomini cominciano a perdere la pazienza, gli occhi rossi iniettati di sangue e adrenalina a mille, e come una tigre agitata e nervosa  in gabbia si iniziano a lasciarsi andare alla furia. Mentre il primo solo era stato eseguito da Downing, ora tocca a Titpton farsi valere, quasi molestando le corde della sua chitarra per creare degli effetti strani, come nel ricreare lamenti provenienti da chissà dove e concludendo così il brano. 

Steeler

"Steeler (D'Acciaio)" parte a cannone, l'heavy metal dei Judas Priest si riversa sulle casse attraverso il vortice sonoro creato dalla sezione ritmica e, appena qualche secondo, Halford intona a gran voce le prime quartine che, come vedremo, sapranno trasformarsi e prendere altre forme. Il ritmo è feroce ma ci sono vari spiragli di melodia modellati dall'ugola del cantante e dai fraseggi delle asce, mentre il testo è un lungo avvertimento sulle avversità che posso colpire chiunque e in qualsiasi momento. I testi dei Priest, come già accennato in precedenza, sono più profondi di quanto possano sembra a prima vista, perciò vanno approfonditi e capiti. Il tema portante, anche in questo caso, è la minaccia che incombe su ognuno di noi da parte del nemico che si chiama Società e che è sempre pronto a spiccare il salto e ad aggredire il malcapitato, fagocitandolo con i suoi denti aguzzi bocca famelica. Non bisogna farsi sfuggire le opportunità che capitano, bisogna prenderle al volo e non rinunciare alle svolte in grado di cambiare la vita. Il cambiamento fa parte dell'uomo, crea esperienze e nuove emozioni, nuovi stimoli, perciò non si deve mai restare fermi in balia degli eventi. La società va combattuta al fine di realizzare se stessi; la realizzazione personale è un tema molto presente nelle canzoni della band, ma anche nelle canzoni delle varie band inglesi dell'epoca e appartenenti alla cosiddetta N.W.O.B.H.M., visto che ci troviamo in un periodo rivoluzionario e pregno di cambiamenti. Terminate le prime due quartine, Downing esegue un assolo che accelera secondo dopo secondo, tanto che dopo poco, anche grazie alla rullata di Holland, entriamo nella seconda fase della traccia, dove il ritmo si velocizza bruscamente e nel quale troviamo altre due quartine costruite su linee melodiche e su riffing diversi. Halford avverte che le città sono piene di banditi che si camuffano da brave persone, lupi travestiti da agnelli che fanno da esca per attirarci e infine catturarci. I criminali sono nascosti nell'ombra pronti a colpire nel momento opportuno, colpendoci alle spalle. A questo punto l'andamento rallenta di poco, tornando all'origine e riprendendo il ritmo iniziale, tanto che la nuova strofa ricalca fedelmente l'impronta delle prime due. Giungiamo al terzo minuto, dove troviamo una ricca parentesi strumentale, le chitarre eseguono dei fraseggi violenti, mentre batteria e basso sono pronti a scatenarsi. La cosa fantastica da notare è l'effetto sirene che Tipton crea facendo vibrare le corde del suo strumento, proiettandoci in mezzo alla folla, tra le strade di una città, circondati da auto della polizia che cercano di smorzare il caos. Il "British Steel" originale si chiude dunque qui.

Red, White & Blue

La prima versione, infatti, conteneva nove tracce, ma alla versione ristampata del 2001 dobbiamo aggiungere l'anthem "Red, White & Blue (Rosso, Bianco e Blu)", in riferimento evidentemente ai colori della bandiera britannica. Il brano è stato scritto nel 1985 durante le sessioni di "Turbo" ma non è mai stato incluso nell'album, tanto che viene ripescato anni dopo per la versione rimasterizzata di questo "British Steel". La scelta è ricaduta su questo disco proprio perché, come intuibile, il richiamo alla bandiera e all'orgoglio anglosassone sono evidenti sin dal titolo dell'opera. Il patriottismo, che già faceva capolino nella lenta e più modesta "United", qui ha il suo sfoggio più palese, essendo proprio concepita per essere cantata dalla folla inglese durante i concerti. Il sentimento patriottico è avvertibile sin dall'attacco, con la chitarra elettrica che esegue l'inno inglese per poi lasciare spazio alla voce di un Halford liturgico che canta, col cuore in mano, della sofferenza che si prova a restare lontani da casa, dalla propria nazione, perché la lontananza acuisce questo sentimento. Eppure, ovunque si vada, il senso di appartenenza rimane immutato e un pezzo di Inghilterra viene sempre portato dentro di sé. Il ritornello prosegue sulla scia delle strofe, la sacralità del canto diventa ancora più profonda, le chitarre si innalzano e la batteria colpisce più duramente. Il ritmo cadenzato si tinge di nostalgia grazie all'intervento di Hill che solidifica il tutto, mentre la melodia continua a cullarci in questa cantilena piena di speranza. Un anthem che colpisce dritto al cuore al popolo, lo invoglia a proseguire con coraggio il proprio percorso, ad essere coraggioso e speranzoso, e soprattutto lo invita ad alzare al cielo la bandiera britannica. Si prosegue con la seconda parte, i versi rafforzano il sentimento di orgoglio nei confronti una nazione ricca di storia e di cultura, terra di speranze e di opportunità. Il refrain si avvale dell'inserimento di cori che danno una dimensione ancora più elevata e solenne, dopodiché attacca il bridge, mascherato da quartina visto che ne riprende le caratteristiche, nel quale il nostro protagonista sta tornando a casa, ha attraversato mari e montagne per ritornarci ed è giunto finalmente nella terra che lo ha visto nascere e che lo riempie di orgoglio e di gioia. Ancora il ritornello, sempre impreziosito da cori ancora più insistenti di prima, si ripete fino al termine del brano, dove gli strumenti non sono altro che decorazioni che strizzano l'occhio al bellissimo inno inglese.

Grinder (Live)

L'altra bonus track è la performance live di "Grinder (Tritatutto)" che, come già analizzato in precedenza per la versione in studio, rende dannatamente bene anche dal vivo. Quella che ascoltiamo è la versione registrata nel 1980 in California, durante il tour di "British Steel", e introdotta dal cantante che afferma di essere contento perché si trova a suonare davanti a ben 14000 maniaci di heavy metal. Il pubblico è in delirio, il boato esce dalla casse dello stereo e invade l'ambiente, poi le chitarre attaccano in un mid-tempo feroce e piuttosto pesante per l'epoca e che si trasforma in prossimità del popolare ritornello. Al di là della musica, già analizzata e qui riproposta senza variazioni di sorta (praticamente identica che nella versione in studio), è bene focalizzare l'attenzione su un testo che rappresenta, per l'ennesima volta, la massima espressione di individualità. E' come se i Judas Priest ce l'avessero cl mondo intero, evidentemente parliamo di un'epoca di profondi cambiamenti, dove i ragazzi cercano un modo per esprimere se stessi liberamente ed evadere, così, dalla quotidianità. La vita è vista come una lunga autostrada e ognuno di noi è alla guida di un auto; andiamo tutti di fretta, ci aspettano ostacoli, problemi, appuntamenti più o meno importanti, ma la strada è ancora lunga e non sembra finire mai. Dunque, qualcuno mette la freccia e preferisce andare fuori strada in cerca di una scorciatoia, magari attravero sla natura selvaggia e lontano dalla strada asfaltata. La routine quotidiana logora l'animo dell'uomo, un essere che per vivere ha bisogno di continui stimoli, in questo caso rappresentati metaforicamente dalla ricerca ossessiva di carne. La carne è il simbolo concreto delle emozioni, delle nuove esperienze, noi siamo visti come belve affamate in cerca di cibo, ma questo cibo lo andiamo a cacciare oltre i confini convenzionali, perciò optiamo per la fuga nei boschi, lontano dalle strade di città, immergendoci nella natura. Questi stimoli dovrebbero condurre alla libertà, perché non c'è libertà se si vive sotto il controllo della società, non ha la libertà di espressione se si resta automi. L'uomo si deve trasformare in aquila e volare lontano, libero in cielo e respirare aria pulita, lo deve fare prima che tutto sia finito, prima che la strada sulla quale viaggiamo si interrompa giungendo al capolinea. L'asprezza del testo è ideale nell'accompagnare le note dure, feroci degli strumenti, e il pubblico è in delirio per tutta la durata del brano per poi sfumare nel silenzio.

Conclusioni

"British Steel" segna non solo una trasformazione in casa Priest, allontanandosi quasi definitivamente dall'Hard Rock degli anni '70 e lasciandosi alle spalle suoni più evocativi e leggeri, favorendo quindi un'impronta maggiormente pesante e diretta, entrando di diritto in una nuova concezione musicale; al contempo, l'album segna anche un'epoca, dando origine a tutti gli effetti alla scena Heavy Metal inglese, nata giusto qualche mese prima ed etichettata con la famosa sigla N.W.O.B.H.M. Ma già dal precedente capitolo, "Killing Machine", la band aveva dato segnali di cambiamento, irrobustendo il suono e componendo testi diversi del solito, in una costante evoluzione che non ha mai accennato a interrompersi e che ha portato i Judas Priest a sfornare dischi totalmente diversi tra loro. Ogni loro album suona diverso, non solo perché legato alle varie epoche, ma anche perché la volontà di questi artisti è sempre stata quella di non adagiarsi e di continuare a sperimentare, restando comunque fedeli, in tutti i contesti, al credo dell'Heavy Metal nudo e crudo che proprio loro hanno contribuito a delineare nonché a diffondere. "British Steel" è uno degli album simbolo di questo percorso musicale, non solo perché consacra a livello planetario la fama della band, ma perché diventa, sin dalla sua uscita, il simbolo stesso del metal inglese. Non a caso il titolo dell'album è chiaro a tutti, così come ne sono chiari gli intenti, ossia quello di regalare al mondo intero degli inni destinati a diventare immortali e ad essere conosciuti da tutti i metallari del pianeta. "Breaking The Law""Living After Midnight""Rapid Fire""Metal Gods".. veri e propri anthem che hanno fatto la storia della musica dura e caratterizzato un intero genere. Certo, come molti hanno denunciato, le trame concepite dai cinque musicisti si snelliscono per favorire la facilità dell'ascolto e per esaltare il riffing portante, risultando quest'ultimo maggiormente orecchiabile e di facile presa. La band non è che faccia chissà quali magie a livello strumentale, scegliendo i Nostri di suonare semplici e diretti rispetto a quanto proposto nei dischi precedenti, i quali conservavano ben altre atmosfere, più sognanti e apparentemente mature. Ma se si scende in profondità, ci si accorge che anche in questo "British Steel", i nostri denotano una certa saggezza, specie a livello testuale, consegnando ottime liriche che molto spesso trattano il tema della fugacità della vita e dell'esigenza individuale di rapportarsi al mondo che ci circonda. Cambiano le atmosfera alle quali i Priest ci avevano abituati, e in questo senso questo album si inserisce nel loro percorso artistico seguendo le orme del precedente capitolo in studio e modificandone i connotati, inaugurando effettivamente il periodo dell'Heavy Metal vero e proprio, cioè quello più lontano dall'hard rock e dal blues che contraddistingue tutte le opere, loro e delle altre band Rock, uscite negli anni 70. A cavallo tra il 1979 e il 1980 nasce concretamente l'Heavy Metal e "British Steel" si pone come un ponte tra passato e futuro, facendo da fulcro per poi trascinare tutta la scena musicale europea e dettare regole precise per definire un genere, in questo caso l'Heavy: riff spietati, ritornelli catchy, melodia che ti si appiccica sulla pelle e struttura dinamica e piuttosto snella; queste sono le caratteristiche dell'Heavy Metal europeo dei primi anni '80, e tutto ciò grazie all'importanza storica che ha assunto questo gioiello dalla copertina emblematica e dal titolo così altisonante. Certo è che i Judas Priest hanno fatto ("Sad Wings Of Destiny" e "Stained Class") e faranno in seguito ("Screaming For Vengeance""Defenders Of The Faith" e "Painkiller") di meglio, ma l'importanza storica di "British Steel" è davvero unica e impressionante. Tutta la musica metal nata dopo il 1980 deve qualcosa a questo disco.

1) Rapid Fire
2) Metal Gods
3) Breaking The Law
4) Grinder
5) United
6) You Don't Have To Be Old To Be Wise
7) Living After Midnight
8) The Rage
9) Steeler
10) Red, White & Blue
11) Grinder (Live)
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