JUDAS PRIEST

Angel of Retribution

2005 - Columbia Records

A CURA DI
PAOLO GLENNTIPTON ERITTU
02/09/2013
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Il 2005 porta freschezza e rinnovamento in casa Judas Priest: dopo le spiacevolissime (almeno per me) parentesi di Jugulator e Demolition (che, se si fosse trattato di un'altra band, sarebbero stati album validissimi), i Metal Gods rimettono la testa a posto. Letteralmente. Ritorna infatti, più pelato, tatuato e barbone che mai, Robert John Arthur “The Metal God” Halford (nomen omen), che torna a casa dopo dodici anni di pellegrinaggio, iniziati a tre anni dall'arrivo del Painkiller sulla terra. Il buon Rob porta tante belle idee, maturate durante la strada percorsa con i suoi Halford, e anche gli immarcescibili Glenn Raymond Tipton, Kenneth "K.K." Downing, Ian Frank Hill e Scott Travis, hanno un bel po' di ingredienti nuovi da buttare nel calderone, retaggi di un recente periodo che vedeva all'opera degli “altri” Judas Priest. Ed ecco che il vulcano, dopo anni di borbottii, erutta nuovamente ondate di fuoco sul mondo. Angel Of Retribution si presenta come un degnissimo successore dell'inarrivabile Painkiller, e passa dalle più alte vette di epica potenza alle più calme onde di triste malinconia, con il gruppo che, di nuovo unito e infiammato da una nuova linfa, si lancia in una performance eccezionale, supervisionata da un impeccabile Roy “Z” Ramirez in veste di produttore.



Dal silenzio, ha inizio "Judas Rising", con il sollevarsi di una tenebrosa melodia di chitarra, ossessiva, alla quale si unisce un'altra chitarra, che ricama sopra note eleganti e soavi. Tra le chitarre si fa strada un urlo di Halford, la cui voce successivamente si acuirà, unita alle chitarre in un crescendo dal quale esploderà il riff principale, cadenzato, potente e diretto. Travis martella incessantemente la doppia cassa, mentre al riff si aggiungono di tanto in tanto licks riecheggianti; il ritornello viene caricato, per poi esplodere con magnifica violenza, con Halford che annuncia l'Ascesa di Giuda, “Eterno traditore / Malvagio e freddo come ghiaccio / Non fa prigionieri / Oscuro principe del mondo”. Si arriva poi agli assoli, che come da tradizione vedono i due virtuosi alternarsi e duettare, riuscendo a fondere i loro antitetici stili e a rendere ogni assolo un momento di pura estasi musicale, anticipando un ultimo ritornello che chiude il pezzo. Ed è con un riff micidiale sul quale danzano i licks di Downing e Tipton, che inizia "Deal With The Devil": una traccia di pura cattiveria, rapida, e di immediata memorizzazione (alla cui creazione ha partecipato anche Roy Z). La voce di Halford è insidiosa e feroce, mentre Travis si sbizzarrisce dietro le pelli e Hill sottolinea ogni istante con il suo stile minimalista ma granitico. Salta subito all'orecchio il cambio del riffing che preannuncia il ritornello, con le chitarre che rallentano la corsa virando dall'aggressività all'epicità, per poi ritornare sui propri passi nel tiratissimo ritornello. La sessione solistica è preceduta da un ulteriore cambio di riffing, con Halford che rende la voce sempre più acuta; gli assoli sono ognuno un momento di magia, un alternarsi di note selvagge con altre di impeccabile paganinismo, prima di un duetto davvero superbo in cui i due sfoggiano una sincronia da applauso, che termina con un coro di sweep-picking che lancia il ritornello finale, sorretto da licks funambolici. Per arrivare a un tale livello di bellezza sembra che il quintetto di Birmingham abbia preso il testo alla lettera, e abbia fatto un “Patto col Diavolo”. Si arriva poi a "Revolution", un cavallo di battaglia sul palco, che inizia nientepopodimenochè con un intro di basso di Ian Hill (uno dei rari episodi che nei live lo portano al centro dell'attenzione). Al basso seguono le due chitarre, che danno il via a un riff leggendario, un qualcosa del livello di "Breaking the Law", talmente intuitivo e geniale, che al primo ascolto ti sembra di conoscerlo da sempre. La canzone si presenta piuttosto leggera, tanto che la parte solistica delle chitarre è praticamente assente; è un vero e proprio inno, cadenzato e creato apposta per essere urlato da migliaia di voci, un'incitazione alla Rivoluzione che vede un antesignano nella bellissima "United" dello storico British Steel (dedicata alle lotte operaie nelle fabbriche inglesi). “Qualcosa è nell'aria / È ora di cambiare, è tempo di cambiare”, quindi “Preparatevi alla Rivoluzione”! Dei bellissimi arpeggi ci immergono poi nella stupenda "Worth Fighting For", una canzone d'amore malinconica e poetica, capace di far scendere qualche lacrima anche al blackster più brutale. La voce meravigliosa di Dio Halford vola su riff sognanti, e ci fa capire che “Per alcune cose vale la pena combattere” senza mai risparmiarsi. Il ritornello è magico, e il breve assolo ne riprende le note struggenti, che aprono la strada alle ultime strofe, che chiudono splendidamente il pezzo. E adesso dimenticate ogni speranza o voi che ascoltate, perchè parte la roboante "Demonizer", una delle canzoni più violente e feroci della storia del gruppo. Il rumore di una fiammata introduce delle chitarre laceranti, che ci squarciano con riff che grondano veleno in un puro concentrato di brutale distruzione, portata da una figura demoniaca che si risveglia per annichilire l'esistenza, cavalcando un destriero infernale e avvolgendo il mondo nelle fiamme: “Inizia un vortice / Di disintegrazione / E polverizza tutto nella sua scia”, dando vita a una situazione talmente terribile da provocare una nuova venuta del Painkiller, che si risolleverà per difendere l'umanità. La batteria rischia di finire in pezzi, mentre Ian Hill scioglie il plettro sulle corde del basso. Le chitarre si lanciano in un assolo che vede Downing come protagonista, una scelta perfetta dato il suo stile graffiante, quasi caotico, con venature blues che tengono insieme note intrise di cattiveria, il tutto sostenuto dalle ritmiche di Tipton, che con potenti accordi rende il tutto ancora più epico. L'assolo si interrompe per fare spazio all'ultimo ritornello, dopo il quale le due chitarre innalzano, grazie a un uso abbondante della leva del vibrato, un distorto coro di urla diaboliche, che si intrecciano riecheggiando, stampandomi in mente l'immagine di un crogiolo infernale, ribollente di lava ed eruttante fumi sulfurei, sui quali si librano anelli di demoni, giunti a combattere per il loro signore. Ed è a questo punto che parte la loro acclamazione, con Halford che ripete più volte “Demonizer”, come un oscuro mantra, sempre più forte, sempre più acuto, portando la canzone alla fine, in un caos di chitarre e urla disumane: “Demons out!”. E con un riff simile a quello della traccia precedente, attacca la accattivante "Wheels Of Fire", di sicuro la canzone più “leggera” dell'album per quanto riguarda la tematica, relativa all'orgoglio di essere un biker e alla libertà che questo porta, mentre le “ruote di fuoco”, infiammano l'anima. La canzone mantiene un'ottima carica fino alle strofe prima dell'assolo, dove la musica rallenta, e Halford si lancia in un melodico (e piuttosto banale) “Guidare per vivere / Vivere per guidare / Ruote di fuoco / Per sempre”. Pur non avendo palesemente grandi aspirazioni, questo rimane comunque un bel pezzo, orecchiabile e semplice, con due begli assoli snocciolati uno dopo l'altro che lo impreziosiscono, anticipando le ultime grintose strofe. Si arriva poi a uno dei pezzi più acclamati del gruppo inglese: "Angel". La bellissima ballad vede Halford rendere la sua voce pulita e struggente come non si sentiva da "Dreamer Deceiver", e sollevarsi lieve su un delicato tappeto di arpeggi e accordi acustici, in una danza di melodie che vede un picco durante l'assolo, che stringe il cuore in una morsa di malinconia fatta di note vibranti di tristezza. Le chitarre virano poi verso un suono distorto, senza però abbandonare il leggiadro mood, aggiungendo una vena epica. Il testo è rivolto a una figura angelica, e non è chiaro se si riferisca a un essere fantastico o a una persona amata, ma non importa, è qualcosa di troppo bello per perdersi in inutili elucubrazioni. Bisogna solo chiudere gli occhi e lasciarsi andare. O meglio, ci si può provare, perchè si sente già il rombo infernale che preannuncia l'arrivo dell'"Hellrider", un redivivo Painkiller giunto per portare il giudizio finale per i tiranni che schiavizzano il mondo. Il pezzo viene aperto da un intro soffuso di chitarre, che suonano una rapida e ossessiva melodia; le note, come emergenti dalla nebbia, si fanno via via più chiare e squillanti, e ad esse si aggiungono potenti powerchord, che mettono bene in chiaro che ci troviamo davanti a un pezzo che è un manifesto di epicità. Le chitarre si uniscono in un riff, al quale si aggiunge la batteria in un esplosione di rullanti e doppia cassa, seguita a ruota da un basso martellante, mentre la voce colpisce come una stilettata, feroce e acuta. Il riff si arricchisce di fischi, e varia in un impeto di violenza durante il ritornello. Si ha un ulteriore variazione del riff con le strofe che precedono e caricano l'assolo, con le chitarre che seguono le linee vocali, in un escalation di potenza che sembra quietarsi, con la batteria che cessa di cannoneggiare per qualche secondo, mentre un riffing in slide si impone sul silenzio. Ma è solo un attimo, perchè Travis comincia a intessere un lento ma imponente basamento di batteria, che accompagna le due asce fino all'esplosione dell'assolo, dove il ritmo vede un'istantanea accelerazione, mentre i due grandiosi chitarristi si lanciano in una serie di assoli incrociati da applauso, fino ad arrivare a un duetto, nel quale Downing costruisce un rapidissimo tappeto di note, che sorreggono una tiratissima linea melodica di Tipton, in un intrecciarsi di sinfonie che supera la Leggenda ed entra nel Mito, consacrando il “dinamico duo” alla vetta dell'Olimpo del Metal, con una delle esecuzioni migliori della loro carriera. Le chitarre si uniscono infine in un coro al quale si aggrega poi la voce, in un epico movimento che porta al ritornello finale, per poi essere ripetuto, chiudendo così il pezzo. Godremo adesso della particolarissima "Eulogy". Questa sorta di funerea profezia, criptica e bellissima, vede delle chitarre acustiche unirsi a un piano, accompagnando la voce pulita e maestosa in un'atmosfera onirica, arricchita da orchestrazioni sognanti. Questi tre minuti di pace vi passeranno attraverso, lasciandovi straniti e incantati, come per una sorta di misterioso incanto, che scaturisce fin dalle prime note di questa inusuale traccia. Eccoci dunque arrivati all'ultimo pezzo dell'album, il gran finale, che prende la forma della canzone più lunga mai composta dai Judas Priest, con i suoi 13:30 minuti. Si solleva attorno a noi una nebbia quasi palpabile, rievocata da un preludio dove, mentre una chitarra e il basso creano una lenta base, l'altra chitarra esegue una melodia vibrante che riecheggia negli abissi dell'ignoto, traghettandoci dentro i misteri di "Lochness". Dopo questo etereo intro, una distorta chitarra fischiante dopo un po' vede l'aggiungersi dell'altra, a formare un coro, che sfocia in un riff nel quale si percepisce un'atmosfera simile a quella di "Kashmir" dei Led Zeppelin, in qualche modo “esotica”. Intanto Halford, con una voce insinuante descrive la Creatura del lago: “Una bestiale testa di onice / Con occhi come carboni ardenti incastonati”, una “leggenda che vive attraverso i secoli / evocando i ricordi della Storia”, circondato da un alone di terrore e mito. La voce e il riffing esplodono in un crescendo imperioso durante il ritornello, dove il cantante si rivolge al lago come a un'entità viva e senziente, esortandolo a svelare i suoi segreti. Tipton mette poi la firma su un meraviglioso assolo di chitarra, straripante di epicità, dopo il quale si ha un percorso all'indietro, ripassando per le chitarre fischianti per arrivare agli inquietanti arpeggi iniziali, mentre la voce si riduce a un sussurro appena percettibile, fino a un'ultima strofa: “Your secret lies safe with me” ("I tuoi segreti con me sono al sicuro”), la musica cessa per lasciare il campo all'ultima vocale, che viene sostenuta per una manciata di secondi, prima del silenzio. Ed ecco che dopo un'istante si hanno le ultime strofe, seguite dall'ultimo ritornello; l'outro si apre con le distorte chitarre fischianti dell'inizio, che sostengono prima un assolo dove Downing insegna come si usa il wah-wah, poi una serie di pesanti powerchord mutati, in uno sfumare progressivo...



Siamo arrivati al termine della quindicesima fatica degli Dèi di Birmingham, con un ritorno di fiamma dell'ugola d'oro di Rob Halford che ha reso questo disco uno dei lavori migliori del gruppo. L'abilità maturata in anni di attività non lascia spazio a errori, ragion per cui non ci sono punti deboli (se non una relativa banalità testuale della già citata "Wheels of Fire"), mentre la produzione impeccabile esalta ogni singola nota. Vale comunque la pena di soffermarsi a lodare ancora una volta (e mai abbastanza) la bravura di ogni singolo componente, dalla voce di Dio Halford, ai duelli mozzafiato di sensei Tipton e sensei Downing, dalla batteria cannoneggiante del geniale Travis, al martellante basso del buon vecchio Hill, semplice ma mai banale, una colonna che sostiene tutto il gruppo. Questo disco è troppo importante e bello per mancare alla collezione di qualsiasi metallaro, quindi se non l'avete abbiatelo!


1) Judas Rising
2) Deal With The Devil
3) Revolution
4) Worth Fighting For
5) Demonizer
6) Wheels Of Fire
7) Angel
8) Hellrider
9) Eulogy
10) Lochness

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