JOY DIVISION

Unknown Pleasures

1979 - Factory Records

A CURA DI
ANDREA CERASI & ANDREA ORTU
16/10/2018
TEMPO DI LETTURA:
10

Prologo

8:30 del mattino. Ho un gran mal di testa dovuto all'alcool ingurgitato ieri sera. Ho un appuntamento importante stamattina, al quale non posso rinunciare per nulla al mondo. Sono in condizioni pietose ma devo alzarmi. Mi dirigo in bagno, strusciando i piedi al suolo come uno zombie, e mi guardo allo specchio: volto scavato, carnagione pallida, l'odore del whiskey ancora lo sento addosso, incollato alla pelle. Ho un rigurgito, lo soffoco. Devo far presto o rischio di arrivare in ritardo. Ho un contest di sceneggiatura, il vincitore del concorso firmerà un contratto con una casa di produzione. È la mia occasione. Mi preparo alla svelta ed esco di casa senza nemmeno fare colazione. Sono le 10:00 passate, sono in fottuto ritardo, come al solito. Anche la mia ragazza mi rimprovera sempre per le mie tempistiche, ma non posso farci nulla, è una condizione cronica che fa parte della mia natura. Questa volta però devo essere puntuale. È una smorta domenica autunnale, le foglie scricchiolano sotto i miei passi ed io adoro il loro suadente rumore, adoro il cielo grigio che promette pioggia e l'atmosfera malinconica della città. L'autunno mi inebria, ma non ho tempo di contemplare le sue bellezze. Affretto il passo, corro tra le vie a perdifiato e sento il cuore esplodere, fortuna che il luogo dove si terrà il contest è vicino casa. Nella corsa mi risale il sapore del whiskey, che diavolo, ma perché mettere un concorso di domenica mattina? Mi fermo un istante per respirare, ci sono quasi. Ecco la mia meta, l'edificio si erige davanti a me con aria cadente, intonaco rovinato e inferriate arrugginite, la sua sagoma svetta offuscando un cielo terso, somigliando al cadavere di una vecchia belva pronta a divorare i malcapitati, inghiottendoli nel proprio grembo. Ricomincio a correre e attraverso la strada, quando la melodia notturna di uno strano pezzo rock, proveniente dallo stereo di un'automobile, irrompe nell'aria offuscando lo stridio degli pneumatici. Non faccio in tempo a riflettere sulla tragedia, sento solo il colpo violento che mi fa ribaltare prima sul cofano, sbattendo sul vetro, e poi ricadere a terra inerme. Immobile, dall'asfalto osservo il cielo ricoperto da una coltre bianca, poi una goccia di pioggia si abbatte sulla mia guancia. «È sbucato dal nulla, stava correndo come un pazzo» dice una voce maschile, «Ho visto tutto, si è gettato in strada» aggiunge la voce di quella che deve essere una giovane ragazza. «Chiamate qualcuno!» urlano. L'asfalto è umido e freddo, non riesco a muovermi, le voci attorno a me si fanno confuse. Il mio corpo è fatto a pezzi, sento le ossa all'interno scricchiolare, spezzate come il mio sogno di firmare l'agognato contratto con la casa di produzione. Questa volta arriverò in ritardo, penso soffocando una risata amara, dalla gola riemerge il sapore del whiskey e si confonde con quello del sangue. Disordine e silenzio calano sul mio corpo avvolgendolo in una coperta di velluto. L'autunno si palesa ai miei occhi scaraventandomi nell'incubo più buio.

Unknown Pleasures nasce dal buio, da quella stessa oscurità cosmica così magnificamente esemplificata dalla sua iconica copertina. Ma il suo fascino non è solo in quel misterioso diagramma, sintesi grafica di quella che fu la prima stella pulsar scoperta da uomo, ma nell'oscura bellezza che definisce la natura umana disperata, senza speranza di Ian Curtis, e nella fine di un'epoca fatta di sogni infranti e di altri ancora da infrangere, luogo di estremi immaginifici e musicali ai bordi della storia contemporanea. Nel 1979, quando il disco viene dato alle stampe, sembra che l'intero pianeta stia correndo a velocità folle verso l'ignoto più assoluto. Ogni artefatto tecnologico appare superato nel giro di alcuni mesi, ogni moda sorpassata in poche settimane, mentre media e intrattenimento pompano in egual misura modelli di vita progressisti e pessimismo disarmante, a metà fra la voglia ancora dilagante di cambiare il mondo, e la costante minaccia dell'annientamento nucleare. Il Rock, figlio prediletto del 900, è al suo bivio storico: incapace d'incarnare per un altro decennio lo spirito del rock 'n' roll, almeno nella sua più profonda accezione, esso lascia spazio a movimenti sempre più estremi nonché agli antipodi, desiderosi di sganciarsi dall'imborghesimento di quella che fu la più gloriosa controcultura del nostro tempo. Da una parte, ciò che inizia ad essere definito "Metal" raccoglie l'eredità del rock più duro per andare ancora oltre, verso orizzonti d'estremismo addirittura parossistici, ma il suo approccio tecnico e colto alla materia musicale lo porta distante da intere categorie sociali, le quali, soprattutto in un'Europa silenziosamente dilaniata da marcate sproporzioni socio-economiche, trovano la loro bandiera nel cosiddetto movimento Punk. Irriverente, antitetico al concetto stesso di tecnica, estremo sia nel sound che nella poetica, squisitamente anti-tutto, il punk raccoglie l'eredità del rock 'n' roll e delinea l'immaginario ribelle dei suoi anni, ma come ogni altra cosa del suo tempo, la sua natura pura e incontaminata dura lo spazio di una manciata di dischi. La svolta pop è dietro l'angolo fin da subito, e sebbene ne escano cose anche interessanti, l'impressione è che la controcultura sia stata fagocitata da un mostro che puzza già di plastica e di lustrini, e che l'estetica stessa del punk, così intrinsecamente derivativa da quella del "vecchio rock", non riesca a tenere il passo di quei caotici tempi. I Joy Division nascono nel 1976 in piena ondata punk, delineandosi in meno di due anni sotto l'arrogante etichetta di "post-punk", imprecisa, vacua e di comodo come tutte le etichette, ma in fondo, perfettamente indicativa di una mutazione da intendersi non tanto - o non solo - in termini di sound, quanto soprattutto di momento storico. Ian Curtis, Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris propongono qualcosa che nasce dall'implicita sintesi del punk, ma che raccoglie e porta avanti il carattere di una nuova generazione e del suo tempo.

Le sirene dell'ambulanza si avvicinano velocemente. «Va tutto bene» dice l'uomo che mi soccorre «sta tranquillo, non aver paura». Io non ho paura, oramai non sento più dolore, forse me ne sto andando per sempre. Sento che vengo issato su una barella e messo all'interno della vettura. Raggiungiamo l'ospedale a folle velocità. «Presto, in sala operatoria». Le voci dei medici adesso cominciano a confondersi sembrando rigurgiti alieni, i loro volti deformati, i grandi occhi neri e le teste allungate. Mi iniettano qualcosa e il dolore svanisce, adesso fluttuo in un abisso profondo, la mia mente precipita in un oceano nero, sommersa dall'acqua, attorniata da placenta, ma la mia non è una rinascita. La morte sta venendo a prendermi, sento il suo puzzo rancido, e mentre mi abbandono sono investito dai frammenti della mia stessa esistenza, labili memorie di una vita agli sgoccioli.

Capitolo primo - Disorder

La professoressa chiama ad alta voce il mio nome, tra gli sguardi timorosi dei miei compagni. Sono al liceo, nella mia vecchia scuola. Mi rivedo in classe con quei vestiti fuori moda, il viso tempestato di brufoli, i capelli lunghi fino a metà collo. Dondolo nervosamente il piede, la professoressa sta indicando proprio me: «Ragazzetto», la professoressa di filosofia chiamava tutti così, «Ragazzetto, parlami degli stoici». Quella vipera è sempre stata fissata con le interrogazioni a sorpresa. Io balbetto qualcosa di indecifrabile, lei si sfila gli occhiali da vista e aguzza la vista «Forza, sono settimane che parliamo di questo». Io sprofondo nel caos, la mia mente viene divorata da un buco nero, l'ignoto mi si palesa davanti, volto il capo in cerca di aiuto, ma i miei compagni fanno finta di nulla. Sono solo e la mia voce squilla e rimbomba per tutta l'aula. «Corrente filosofica e spirituale nata ad Atene, in Grecia. È una filosofia che si basa sul pieno controllo delle emozioni, il distacco dai beni materiali, la razionalità. Le passioni vengono ordinate secondo l'integrità morale». Lo sguardo della professoressa sembra rilassarsi, forse è soddisfatta della mia spiegazione, accenna un sorriso e ripete «Bene, bene, bene», poi chiede «l'ordine della vita è importante per la disciplina, il disordine è nemico dell'intelletto. La pace dei sensi dunque è raggiungibile?». L'aula di offusca, la luce del sole sembra appannarsi per colpa di una nuvola in transito, il grigio di quel cielo entra prepotente in classe e pervade l'ambiente, compresa la mia mente. Apro la bocca e trovo le parole per rispondere.

Come l'Universo Greco nasce dal Caos, Unknown Pleasures nasce dal Disordine, o meglio, da Disorder. La ritmica apre insieme morbida e marziale, nel suo inesorabile staccato, seguita da un giro di basso divenuto iconico e da pochi, essenziali accordi di chitarra, a suggerire una malinconia distante, lontana, come provenisse da profondità siderali che le tastiere sembrano quasi voler richiamare. La voce di Curtis risuona vibrante e calda, anch'essa però distante anni luce, come il messaggio radio di una sonda ai confini del sistema solare, ma il suo tono perentorio, perfino dittatoriale, chiarisce subito l'assolutezza del messaggio. Non c'è contatto, non c'è pietà, e nessuna emozione, se non il ricordo d'un antico, primordiale desiderio. Desiderio d'esser preso per mano da una guida, entità salvifica dal richiamo addirittura messianico - reale o astratta che sia non ci è dato saperlo; così come non ci è dato sapere se l'incomunicabilità, il mancato contatto col resto del mondo, richiami la malattia del cantante, e l'incapacità di provare emozioni la sua depressione. O magari, se il messaggio sia molto più ampio. Forse "Disorder" è tante cose insieme: distanza dal piacere, dal mondo dei sani e dei cosiddetti "normali"; distanza dagli adulti e rito di passaggio, innocenza che va in frantumi; distanza dal mondo e dal suo collasso, dalle luci impazzite e dalle automobili distrutte, come se tutto intorno fosse l'apocalisse, una metamorfosi irreversibile portatrice di nuove, sconosciute sensazioni. "Possiedo lo spirito, ma ho perduto la sensazione", declama Ian Curtis, mentre il brano volge alla piena catarsi in un tripudio che unisce suoni spaziali a una sorta di semplice, caotica danza, disordine interiore ed esteriore.

«Atarassia» dico con voce tonante «la pace sensoriale tanto ricercata dagli stoici, un flusso di coscienza netto e lineare, che procede dritto senta intoppi. La mente e il raziocinio al di sopra delle emozioni, il pieno distacco dai valori terreni e il raggiungimento di una dimensione interiore serena. Perfetta». La professoressa fissa i miei occhi per diversi secondi, poi afferra gli occhiali e li indossa. Continua a scrutarmi, forse cerca di vedere in me, dentro di me, i miei pensieri che fluttuano nel mio corpo. «Il disordine regna nel cuore di ogni uomo, l'atarassia è ancora un sogno lontano. Noi umani siamo lontani dalla perfezione» espone con tono quieto ma soddisfatto. La donna sorride, forse contenta del mio intervento, mi volto e il mio compagno di banco strizza l'occhio. In cielo la nuvola passeggera va via e nell'aula un raggio di sole irrompe in tutto il suo bagliore, inondandoci di una luce che ci acceca. Veniamo travolti dal bianco.

Capitolo secondo - Day of the Lords

Sono regredito. Adesso sono di qualche anno più piccolo: dieci-dodici anni. Non ricordo nitidamente l'età ma ricordo bene questo giorno. È un venerdì di tempesta, la grandine scende in picchiata con impeto, chicchi grossi quanto una pallina da ping pong. È uno dei giorni più strazianti della mia vita: il funerale della nonna. Osservo la cerimonia lontano da tutti, seduto sul muretto di fronte alla chiesa. La bara contenente il corpo risplende sotto i lampi provenienti dal cielo nero che si irradiano dalle finestre della chiesa. Il prete, al microfono, recita preghiere al Signore, benedicendo l'anima della donna, augurandole un viaggio sereno nell'aldilà. «Tu non entri?» mi chiede una signora di mezza età, accarezzandomi la nuca. Non l'ho vista arrivare, probabile che ero immerso nei miei pensieri. Scrollo le spalle e abbasso lo sguardo. A proteggermi dalla pioggia c'è un grosso ombrello giallo, un colore che contrasta fortemente con gli abiti scuri di tutti i presenti e con il clima della città. «Sai, ero molto legata a tua nonna» dice cercando di sovrastare il rumore della pioggia, proteggendosi col suo ombrello «è stata una seconda madre per me, mi ha cresciuta. Ero una ragazzina all'epoca, tu ancora non eri nato. Tua madre era una mia cara amica». Non capisco perché mi stia dicendo tutte queste cose, proprio a me che me ne voglio stare solo e lontano da tutti. Le parole sono come gocce di pioggia, calano e si disperdono una volta arrivate a terra. Non ho bisogno del suo conforto, non ho bisogno delle sue parole. Ho solo bisogno di stare con me stesso. In mente riecheggia soltanto una domanda, e la rivolgo alla donna che mi è accanto «Il corpo, dove finirà?».

Day Of The Lords, il Giorno dei Padroni, sembra rimarcare il netto cambio di rotta dei Joy Division rispetto agli ambienti punk tradizionali: è un pezzo lento, cupo e profondamente solenne, smaccatamente figlio delle derive più oscure dell'hard rock settantiano, oltre che delle più opprimenti melodie dei Velvet Underground. Sull'influenza della band di Lou Reed ci sono d'altronde pochi dubbi, e cavolo se è un bene, ma la tendenza melodiosamente nichilista di quel sound s'indurisce e s'incattivisce oltremisura in un'oscura sinergia tra basso e chitarra, il primo funereo ed incombente, la seconda squillante e allarmante come una sirena nella notte. La voce di Curtis è un eco profondo e baritono, quasi impossibile concepire che esca da quella stretta gabbia toracica e da quel corpo così gracile, piccolo e perennemente in movimento. La sua è una cantilena senza ironia, una messa senza fede, un'apatica litania cui risponde una strumentale sempre più cupa e pregnante, circolare, opprimente, fino ad un finale improvvisamente disperato, insieme catartico ed asfissiante. E in effetti la musica è talmente avvolgente, nel suo annichilimento, da lasciare al testo solo il suono delle parole; un testo che non è e non vuole essere chiaro né intellegibile, ma che suggerisce immediate immagini di dolore, sangue, solitudine. Soprattutto solitudine. Non il semplice trovarsi da soli, ma l'essere soli, sperduti e abbandonati al centro del nostro stesso universo, circondati da montagne di corpi e da compagni di vita che non conosciamo e non conosceremo mai. Ian Curtis racconta non l'orrore della morte, ma l'orrore della vita, della nascita, della crescita, di un mondo che non ha spazio per i deboli e che ci guarda passare tutti, indifferente. Where will it end? Dove finirà?

«Dove finirà?» ripeto alla donna. Lei mi fissa interdetta, forse non ha ben compreso la mia domanda, o molto più probabile che non sappia cosa rispondere. Volta la testa in direzione dell'entrata della chiesa, adesso i fedeli son tutti in piedi per l'omelia, il prete alza in alto le braccia e tutti recitano delle parole in coro. La donna osserva la scena per qualche secondo, poi torna a guardarmi. «Il corpo si dissolve, torna nel buio, ingoiato dalla notte eterna», e allora ripenso alla mia povera e dolce nonna, chiusa in quella cassa di legno, al buio, senza ossigeno, senza luci né modo di evadere. Il nulla è pronto ad accoglierla. Rintoccano le campane, il loro suono si confonde con quello irruento della grandine.

Capitolo terzo - Candidate

Mi ritrovo catapultato in un bar insieme ad alcuni amici. Stiamo guardando una partita di calcio, l'ambiente risuona a festa, persone eccitate e brille per la partita e che urlano e si dimenano. Sul tavolo abbiamo dei boccali pieni di birra, le sigarette e i cellulari accanto. Uno degli amici, alticcio e sudato per il caldo opprimente, ha la nostra piena attenzione: parla del senso della vita, lo paragona alla traiettoria di un pallone da calcio. «La traiettoria che deve prendere la sfera di cuoio va calibrata, ha un territorio da rispettare, non può andare ovunque, ha uno spazio limitato nel quale agire». Noi annuiamo, seri ma anche perplessi, ogni volta che si ubriaca spara una marea di cazzate, ma il bello è che sono cazzate con una loro logica. Da ubriaco il nostro amico trova il raziocinio, nell'irrazionalità trova la ragione. Ci capita spesso di perderci in discorsi lunghissimi e profondi, suscitati da piccole e apparentemente insignificanti azioni, e in questo noi ci sentiamo uniti. «Quanta verità» se ne esce un altro per prenderlo in giro, ma lui è serio, non ride, afferra il boccale di birra e butta giù un sorso. Si pulisce le labbra col dorso della mano e prosegue «Il calcio alla palla va dato seguendo dei parametri, potenza e direzione, senso delle misure. I muscoli delle gambe tesi e proiettati nel movimento futuro» «Sì, cazzo» urlo io e alzo in alto il calice di birra. Questi discorsi senza senso mi invasano, mi inebriano come l'alcool. «La vita è così, stesso concetto. Bisogna seguire una certa traiettoria per arrivare alla meta, bisogna rispettare gli spazi concessi dalla natura, vivere secondo determinate regole e avere intuizione». «E poi calciare» aggiungo, «E poi calciare» urliamo tutti in coro.

"Unknown Pleasures" gioca palesemente sul senso di distanza, metafora d'incomunicabilità ed intrinseca solitudine. Così non stupisce quando il suono di Candidate, "candidato", giunge all'orecchio da chissà quale inimmaginabile stella ai confini della galassia. Il silenzio, il sussurro, poi il basso e la batteria, calmi ed aggressivi come una velata minaccia pronunciata a denti stretti. La chitarra rincara la dose ricamando un'atmosfera decadente e guardinga, notturna e fumosa, mentre la voce di Curtis pare raccontare una storia un poco ironica, un poco oscena, ma sulla quale è chiaro ci sia ben poco da ridere o da strizzare l'occhio. La tematica del brano sembra evocare infatti argomentazioni politiche, sebbene in molti abbiano ritenuto tali argomentazioni mero pretesto immaginifico, una via alquanto curiosa - dicono - di raccontare il rifiuto nella relazione. Se andiamo ad analizzare l'intera poetica di Ian Curtis, tuttavia, risalta evidente l'attitudine non già semplicemente "intimista" del cantante, ma la capacità di scavare nel significante più profondo sia di persone, sia di concetti astratti. Il "potere perduto", la "corruzione della memoria", "cambiare ciò che è sbagliato in ciò che è giusto" - è pungente attualità politica e sociale, ma è anche critica dell'individuo, contemporaneamente sia odio che pietà per l'essere umano in quanto tale e per se stessi, impietoso autodafé dei propri sbagli, dei propri errori, delle proprie relazioni. O forse, più che una banale critica, una fredda presa di coscienza, rimarcata dall'implacabile marcia di quell'opprimente giro di basso.

Un boato fa tremare le pareti, puntiamo gli sguardi alla tv, un calciatore ha segnato e il pubblico è in delirio. Il legno del bar scricchiola, i bicchieri di vero sbattono, la gente intona canti. Siamo divorati dal brusio concitato, qualcuno scappa fuori per vomitare, qualcun altro rovescia l'alcool a terra per la foga, accanto a noi c'è una coppietta che si bacia da tre ore, lingua contro lingua, e della partita non gliene frega niente. Un gruppo di turisti grassoni sta ingurgitando cibo. Il fumo di sigaretta ci sommerge, annebbiando il bar. L'interno si trasforma magicamente in un sogno nel quale si muovono i vari personaggi, accalcati e sudaticci. «Questa è la nebbia dell'inferno, tra poco sputerà i suoi mostri come nel film The Mist» dice uno del gruppo e tutti noi scoppiamo a ridere. Improvvisamente ho un senso di nausea ma cerco di resistere, intanto tengo d'occhio la porta, forse tra qualche minuto potrei anche io ritrovarmi di fuori a rigettare nelle aiuole. C'è un'aria spensierata al locale, ma nella nebbia dispersa dal fumo il male giunge d'improvviso: un tifoso della squadra avversaria spacca un bicchiere di vetro e lo indirizza alla spalla di un altro. Il sangue esce a fiotti e schizza sul bancone, le urla si fanno pressanti e in un istante il bar è nel caos. «Oh cazzo, andiamocene» urla il mio amico, si alza in piedi e mi prende per il braccio per trascinarmi fuori. Nella calca inciampo su una ragazza distesa a terra e cado al suolo, sbattendo la fronte contro lo spigolo di un tavolo. Buio.

Capitolo quarto - Insight

Lo scorso inverno sono andato in montagna con la mia ragazza. Rivivo quel magico weekend di amore. Sono seduto in macchina e accanto c'è la mia bella, mi volto verso di lei e noto che ha un'espressione radiosa. Sta canticchiando allegramente una canzoncina alla radio, io non la conosco ma è carina, molto melodica e spensierata. La macchina percorre un lungo viale alberato e poi sale e sale e sale, la strada è piena di curve a gomito, tornanti che affacciano su terreni scoscesi. L'asfalto è ghiacciato, se soltanto sbaglio la frenata le gomme potrebbero scivolare e farci andare di sotto. Fortuna che siamo quasi arrivati a destinazione: i miei hanno una casetta immersa nel bosco, un meraviglioso rifugio contornato da natura. «Sei eccitata?» domando alla mia compagna, lei tira fuori la lingua e mi accarezza il collo. «Avevo proprio bisogno di staccare da lavoro e prendermi una pausa relax» dice mentre controlla il telefonino «comincia a non prendere più». «Weekend tutto per noi» le dico, chiarendo che lì nel bosco nessuno avrà modo di disturbarci. Poco prima di giungere a destinazione inchiodo e la macchina sbanda di qualche metro: davanti al cruscotto una lupa con dei cuccioli al seguito, strano vederli da queste parti e nei pressi del paese, devono essere scesi a valle in cerca di cibo. L'animale, maestoso e seducente, guarda dritto verso di noi con il muso sporco di sangue, attende che anche i cuccioli attraversino la strada ghiacciata e poi si inoltra nella vegetazione. «Che meraviglia!» esclama la mia ragazza, rapita dalla bellezza eterna della natura. E proprio in questo momento incomincia a nevicare, i cristalli di neve si depositano sul vetro dell'auto. «Sta nevicando, il lupo ha portato la neve» dice lei, io non capisco cosa voglia intendere ma percepisco la "poesia" delle sue parole. Faccio scattare i tergicristalli e questi emettono una specie di ronzio elettrico, come se stessero delineando gli impulsi di un elettrocardiogramma.

La copertina di Unknown Pleasures è la rappresentazione grafica di cento impulsi consecutivi della prima stella pulsar mai scoperta; allo stesso modo, un rumore di fondo assimilabile a deboli e distanti impulsi sonori nello spazio, anticipa l'incombere di Insight, ovvero "intuizione". Suoni ambientali, metallici, forse quelli di un ascensore da cantiere, sono l'inizio di un brano strano: orecchiabile eppure decadente, ballabile, ma troppo deprimente per essere ballato veramente. Il semplice e netto giro di basso, la voce smorta di Ian, delineano un quadro grezzo e conciso, in netta contrapposizione ai suoni da fantascienza che ne spezzano la marcia, rafforzati da un basso improvvisamente aggressivo ed inesorabile. Il finale è un anti-catarsi che lascia spiazzati e quasi contriti, perfino in ansia, perfettamente in accordo con una poetica che fa del tempo, e del suo trascorrere, il soggetto principale. Il cantante gioca sulla contrapposizione fra momenti della vita differenti: l'infanzia e l'età adulta, delineando la prima come una più vera età del buon senso, capace di offrire una percezione illimitata del tempo, e la seconda come una sorta di oggetto estraneo, inesplicabile, che scivola via dalle mani come sabbia senza che nulla, in fondo, abbia davvero significato. Lo spreco di se stesso, il rammarico, poi l'accettazione, passano rapidi sulle strofe di questo brano ambiguo e triste, lugubre, nel suo ricordare a chi l'ascolta di dare un senso ad ogni attimo, lasciando però tale retorica quasi svuotata del suo significante in favore di una più concreta, oscura visione del mondo. Una fugace intuizione, il lampo di un ricordo, I'm not afraid anymore. Non ho più paura.

«Ci sei? Parlo con te», la voce della mia fidanzata mi riporta al presente, evidentemente ero rimasto incantato dai fiocchi di neve. «Sì, rieccomi, tranquilla» le dico e lei mi abbraccia. Ingrano la marcia e riparto lentamente. Dopo poco sono costretto a fermarmi ancora, sulla strada i resti di un corpo dilaniato, non riesco a capire di quale animali si tratti ma è sicuro che a ridurlo a brandelli sia stata la lupa di proco prima. «Vado a vedere», dico aprendo lo sportello, «No, non scendere, potrebbero tornare i lupi», la mia amata è spaventata. «Senti, quella cosa è proprio in mezzo alla strada, devo spostarla» e dicendo così scendo dalla vettura, lasciandola in folle, avvicinandomi al cadavere dell'animale. Con la scarpa sposto il piccolo corpo maciullato e subito un fiotto di sangue si estende sul ghiaccio. Il rancido puzzo di morte sale nell'aria e investe le narici, mi viene un conato di vomito. Mi volto alla ricerca di un bastone per scansare la povera bestia uccisa, la nevicata si intensifica, la mia ragazza suona il clacson e il suono squarcia il silenzio della montagna. Ho un brivido di paura, ma so che è una paura irrazionale.

Capitolo quinto - New Dawn Fades

È una notte fresca e limpida, fuori il rumore del vento, io sono a letto e non riesco a prendere sonno. Stamattina ho dato l'ultimo esame all'università: filologia classica, materia davvero dura, ma ce l'ho fatta, non resta che preparare la tesi e sbarazzarmi per sempre di libri, esami e tasse da pagare. I miei russano nella camera accanto, gli oggetti della mia camera sembrano prendere vita al buio, forse è la luna che li fa muovere attraverso un gioco di ombre. A me incutono timore. È il cuore della notte ed io ho i battiti accelerati, la stanchezza si è riversata su di me come una belva famelica, ma più mi sento stanco e meno riesco a chiudere gli occhi. Ripenso continuamente al vecchio incontrato in strada, all'uscita dalla facoltà: barba incolta, giubbotto lercio, sguardo perso nel vuoto. «Serve aiuto?» gli ho chiesto, ma lui mi ha fatto un cenno della mano, come a dire "scansati, tu" ed ha proseguito il suo cammino. L'ho rincorso, ho capito subito che quello era uno sguardo di perdizione, di confusione mentale, di rassegnazione alla miseria. «Voglio solo aiutarti», ma il vecchio mi ha fulminato con quegli occhi di ghiaccio «Ragazzo, non ho bisogno di nessuno. Non più». Da quell'ultima lapidaria sentenza ho ricevuto la netta sensazione che l'uomo abbia preso una decisione drastica, ma in quel momento non sono riuscito a mettere a fuoco l'evidenza che trapela dal suo sguardo. «Posso offrirti da mangiare» ho insistito «sto andando al bar per festeggiare il mio ultimo esame. Vuoi un panino? Offro io». Il tipo mi ha scrutato, camminando lentamente all'indietro, mi ha rivolto un timido sorriso. In quel momento mi è parso che piangesse.

Un'effettistica ambientale distorta apre ad un riffing caldo e sensuale, eppure ambiguo, nei suoi circospetti movimenti di basso e batteria, lasciando spazio alla melodia sofferta di New Dawn Fades, letteralmente: "la nuova alba svanisce". I Joy Division s'allontanano quasi violentemente dalle sonorità minimali delle canzoni precedenti, tratteggiando un brano dal sapore post rock, un po' Lou Reed solista, un po' punk, un po' hard rock vecchia maniera, sulle righe, eppure difficile da inquadrare. Se Hook e Morris fanno ciò che sanno fare meglio, costruendo una base ritmica pregnante, scura e annichilente, la chitarra di Sumner innalza l'opera verso una melodia molto più satura del solito, colorata da digressioni stilistiche e illuminata da soluzioni compositive. La sensazione che al bianco e nero del solito sound si aggiungano tinte inaspettate, è rafforzata dalla prova di Curtis, ora più appassionato, ancora lontano ma avvolgente e permeante, come avesse accorciato le distanze da noi di qualche migliaio di anni luce, portandosi abbastanza vicino da farci sentire non già lo strazio di un'anima rassegnata, ma la rabbia di uno spirito ancora vivo e turbolento. Così come la strumentale dipinge tinte differenti, rispetto a quanto ascoltato fino ad ora, il testo racconta cambiamenti importanti: di velocità, di stile, di scena. Di colori differenti e di differenti sfumature. Cambiamenti che, tuttavia, vengono traditi e vanificati. "Dopo aver riflettuto sulle parole di New Dawn Fades, ho affrontato l'argomento con Ian, cercando una conferma che si trattasse solo di testi e che non avessero alcuna somiglianza con i suoi veri sentimenti. È stata una conversazione a senso unico. Si è rifiutato di confermare o negare ognuno dei punti sollevati ed è uscito di casa. Così mi sono interrogata io stessa, ma non avevo nessuno abbastanza vicino da potergli esprimere le mie paure". Queste sono le parole Deborah Curtis, giovanissima moglie del giovanissimo cantante. Parole che rispecchiano i problemi tra i due ed il conflitto in atto nell'animo di entrambi, e che rendono chiari alcuni dei più cupi riferimenti di "New Dawn Fades", a malapena illuminati dalle ultime, potenti parole del brano, suggellate da un raro momento solista della chitarra elettrica.

Il vecchio si è voltato ancora e ha proseguito, io stupidamente sono rimasto lì imbambolato a fissare i suoi passi incerti, dopodiché è svanito dalla mia visuale. Mi sono incamminato verso il parcheggio, stanco ma felice per l'esito dell'esame, ho fatto alcuni passi dimenticandomi quasi subito dello sguardo del poveretto, delle sue lacrime, delle sue parole. Quando ho svoltato l'angolo è iniziata una discesa, sul lato destro un'alta muraglia, ho proseguito dritto noncurante della piccola folla che via via si stava aggregando sotto quel muro, ma mentre gli passavo accanto, una voce ha attirato la mia attenzione: «Ma che sta facendo?» ha gridato una donna, e subito «È pazzo? Che vuole fare?», ha detto un'altra persona. Allora mi sono voltato e ho seguito le voci. I loro sguardi fissavano in alto e puntavano qualcosa. È stato in quel momento che ho visto il volo del vecchio, braccia larghe e ginocchia distese. Un salto di parecchi metri e un corpo in picchiata sull'asfalto. Il colpo è stato tremendo, il vecchio si è schiantato sul cofano di un'auto e le sue ossa sono state fatte a pezzi, gli organi spappolati, e poi l'allarme della vettura in sosta ha cominciato a cinguettare. «Si è ucciso. Mio Dio, si è lanciato da quel punto» ha indicato una signora. Mi sono voltato e sono andato via. Ecco, oggi ho avuto due forti emozioni, da una parte il senso di libertà a seguito dell'ultimo esame discusso, dall'altra una libertà meno terrena, quel volo dritto in braccio alla morte. Il mio cuore è ancora scosso, per questo non sono riuscito a prendere sonno, eppure adesso comincio a far fatica a tenere le palpebre aperte. Sì, credo proprio che stia per abbandonarmi al sonno, ora che sta per sorgere il sole, ora che la luce sta divorando il buio della mia stanza.

Capitolo sesto - She's Lost Control

Percorro i corridoi di una clinica riabilitativa. Riconosco l'edificio, lo vivo da due mesi, un mio caro amico vi è ricoverato per combattere la sua tossicodipendenza. Ogni tanto vado a trovalo e gli faccio compagnia. La clinica è immersa nel verde, sembra un'isola di pace nella quale le anime ribelli trovano rifugio, ma il mio amico racconta che neanche qui esiste il paradiso. Parla di una certa Lara: «Ogni tanto dà di matto, le serve la dose, e allora comincia a battere la testa contro il muro. Un paio di giorni fa ha spaccato il vetro della finestra con una testata». Guardo il vetro della finestra della sala mensa e noto le fratture che formano una ragnatela. «E poi che ha combinato?» domando incuriosito, il mio amico alza le braccia e butta via il fumo dalla bocca. Sta fumando una sigaretta, il massimo che gli è consentito. «L'hanno portata via in preda al delirio, col volto ricoperto di sangue, l'hanno sedata e l'hanno medicata». «Assurdo» dico, è l'unica cosa che riesco a dire, il mio amico ripete lo stesso «Assurdo, già. Ma non è tutto», si gratta il mento, si sistema il ciuffo dalla fronte, e prosegue «il problema è arrivato la sera stessa». Lo guardo intensamente, gli scrocco una sigaretta e mi preparo alle sue parole. «Che è successo?», «Ha perso il controllo. Totalmente» dice lui «quando ha ripreso i sensi, dopo aver dormito per ore, è tornata in cortile e lì ha fatto il suo grottesco spettacolo».

She's Lost Control indica fin dal titolo una donna che "perde il controllo", un cliché talmente radicato nei canoni del rock 'n' roll che trovarlo in un'opera del genere, intimista fino all'astrazione e completamente avulsa alla vitalità del rock, produce un effetto straniante e disorientante. Una sensazione che si fa ancora più netta quando scopriamo che in effetti, la canzone, è tutto tranne che vitale o stereotipata. La perdita di controllo è infatti frutto dell'epilessia, e la donna - sebbene realmente esistita - è lo specchio di un avvilito e terrorizzato Ian Curtis. Perfino la musica ha un sapore sottilmente inquietante, frastornante, in un andamento determinato quasi totalmente da pochi accordi di chitarra e da una ritmica particolarmente ruvida. L'essenzialità, figlia del punk delle origini, sposa l'intimismo del post rock, e quest'ultimo la siderale freddezza di Curtis, la cui voce recita senza emozione alcuna un racconto che pare un mantra, tanto la poetica del cantante sembra procedere per automatismo di pensiero. Oggi, sappiamo che questa canzone parla di una ragazza che Ian conobbe in un centro di collocamento particolare, "riabilitativo", ovvero specializzato nella reintroduzione di pazienti con traumi o patologie particolari nel mondo del lavoro. La ragazza, malata di epilessia, era alla disperata ricerca di un impiego, e tuttavia, ad un certo punto sparì nel nulla. Credendo avesse trovato un lavoro, Curtis non pensò più alla donna fino a quando non scoprì, più o meno casualmente, che un attacco di convulsioni ne aveva stroncato l'esistenza. Fra le righe del brano il cantante è come uno spettatore indifferente, costretto suo malgrado ad osservare la protagonista disperare sempre di più, sempre di più, fino a perdere il controllo di se stessa, ad annullarsi in una catarsi infernale che basso e chitarra esemplificano meglio delle parole, regalando uno dei pezzi più crudi della band.

«Che significa?» chiedo, preso dal racconto, «Sì è spogliata, completamente nuda, ha iniziato a rotolarsi nell'erba, a gridare come una pazza che voleva la sua dose, poi ha spaccato un vaso, ha preso un frammento di terracotta e ha cominciato a infliggersi dei tagli». «Oh, cazzo!» esclamo per la follia della ragazza. «Succede, sai? Quando sei in crisi di astinenza non ti rendi conto neanche di quello che fai. Anche a me è successo, non fino a questo livello, ma ho avuto anche io i miei momenti». Il mio amico è sempre stato un tipo sincero, estremamente lucido nell'affrontare il problema della droga, ma ne è rimasto schiavo sin dall'adolescenza. «Si è puntata il frammento contro la giugulare e ha tentato di squarciarsi il collo. Ha tentato di farla finita», «E ci è riuscita?», «No, è state presa in tempo dagli operatori sanitari, le sono saltati addosso e le hanno strappato via l'arma». «E tu come stai?» gli chiedo per accertarmi non avesse perso il senno, lui mi tranquillizza «Io vado dritto verso il recupero, ce la sto facendo, tra poco mi riavrete nel gruppo». «Bene» gli picchio la spalla «bene così. Tutti noi ti aspettiamo, e senza più quella merda in corpo».

Capitolo settimo - Shadowplay

Sto giocando a calcio sulla strada che costeggia la mia scuola. Noi maschi formiamo le squadre e ci dividiamo, a terra mettiamo gli zaini per delineare le porte e subito prendiamo a tirare calci al pallone. Accanto a noi giocano le ragazze, si divertono in bici. Dopo venti minuti facciamo una pausa, è estate e fa un caldo infernale, siamo tutti sudati. Stiamo pareggiando. Uno dei miei avversari afferra il pallone e lo fa rimbalzare con le mani «Volete vedere una cosa?» lo guardiamo tutti con fare interdetto, «Che hai in mente di fare?» chiede uno dei miei compagni di squadra, e lui «Aspetta e vedrai, ci faremo due risate». Dalla discesa, che parte dall'entrata secondaria della scuola e arriva al cortile dove noi stiamo giocando, una bella ragazza sfreccia in bicicletta davanti alle sue amiche, che nel frattempo si sono fermate e stanno parlottando. "Parlano di noi?" penso tra me, ho una cotta per una di loro, la biondina con gli occhi verdi, ma lei sembra non calcolarmi. La ragazza in bici si avvicina velocemente a noi ragazzi, il tipo col pallone poggia la sfera a terra e calcia. Ride ed esclama «Strike!», e tutti noi ridiamo appresso a lui. Ma la palla va a infilarsi tra le due ruote della bici, facendola ribaltare. La ragazza viene sbalzata via e noi restiamo col fiato sospeso.

Un'ossessiva e cupa nota di basso apre alle ambigue ombre di Shadowplay, espressione che indica ciò che noi conosciamo come "ombre cinesi". Al basso seguono distorsioni chitarristiche cupe ma non monocromatiche, sorrette da una ritmica incalzante e dalla consueta voce di Curtis, così assurdamente baritona ed esasperata, quasi non sia di questo pianeta. Il brano segue un andamento narrativo e quasi didascalico, definito da strofe lunghe e ripetitive, per terminare nell'anti-catarsi di un singolare, gotico e scurissimo solo di chitarra. Fra le righe, Ian tratteggia una personalità alienata e preda di se stessa, disperatamente intenta a distorcere la realtà con l'apparenza, a creare giochi di ombre per ingannare se stessa e gli altri. Dietro l'evidente metafora platonica o i più britannici riferimenti a Shakespeare, si cela la personalità di un cantante e il suo personaggio, quello apatico, cupo e distorto, la maschera che cela il ragazzo fragile e disorientato, preso dalla costante, pericolosissima recita della sua stessa morte. Quando parliamo di un artista morto suicida, è fin troppo facile cadere nel pregiudizio di leggere la morte ovunque, ma l'ombra della non esistenza, dell'oblio, di certo traspare con immane forza da Unknown Pleasures, da quella fetta nerissima di spazio profondo debolmente illuminata da una flebile, piccolissima pulsar.

Il volo della ragazza delinea una curva perfetta, in pochi istanti il corpo viene capovolto e la bici si ribalta. Sentiamo uno scricchiolio sull'asfalto. «Oh, merda! Merda!» grida l'autore dell'insano gesto, e continua a imprecare tenendosi le mani tra i capelli. Restiamo tutti immobili, sia noi che le amiche della poveretta, tutti a bocca aperta e col fiato sospeso. La ragazza si rimette subito in piedi, sembra non si sia fatta nulla, e allora scoppiamo a ridere cercando di allentare la tensione. La tipa accenna un passo. «Come stai?» le chiedo ancora preoccupato, non sembra stia molto bene, lei si volta verso di me, ha gli occhi rigirati, scatto a soccorrerla e mentre mi avvicino lei perde l'equilibrio e cade col culo a terra. L'afferro per il braccio e nello stesso momento vedo uno zampillo di sangue fuoriuscire dalla calotta cranica. Una delle sue amiche comincia a urlare come indemoniata, il ragazzino che aveva lanciato il pallone scappa via in lacrime, spaventato a morte, e mentre corre urla «Scusa, scusa, scusa» e dopo poco sparisce. Il sangue zampilla sempre più forte, come una fontana, la ragazza si tocca il cranio ma non dice nulla, è nel caos, forse non connette bene. «Fate qualcosa! Aiutatemi» dico ai miei amici «chiamate sua madre». Rimetto in piedi la ragazza, mi sfilo la maglia sudata e le tappo la ferita sulla testa, dopo poco la ragazza realizza l'accaduto, fissa i mici occhi ed emette un urlo atroce che mi rimbomba nel cervello.

Capitolo ottavo - Wilderness

Mio padre e mia madre sono sempre stati credenti, rispettosi dei dogmi della chiesa. A me della chiesa non è mai importato niente. Sento mio padre che predica le virtù del Signore, mani davanti al volto e testa china sulla tavola, prima della cena, mentre la mamma ripete le sue parole, pregando per il cibo che ci è stato concesso. «Che palle!» sbuffo afferrando la forchetta con l'intenzione di mangiare prima che la pasta si raffreddi, mio padre alza lo sguardo verso di me e mi fulmina con i suoi occhi color miele «Quante volte ti ho detto che devi saperti comportare con criterio, stai diventando grande, e certa insolenza comincio a non tollerarla più». Interviene mia madre, cercando di placare gli animi «Su, è ancora un bambino, certe cose non le afferra», e mio padre replica infastidito per essere stato interrotto durante la preghiera «Bambino? Ma quale bambino? Ormai sta diventando grande, dovrebbe..» il tono di voce è alto, se ne rendo conto anche lui, perciò termina la frase abbassando la voce «..dovrebbe capire come funziona la vita». «La vita?» sospiro io «la religione non è vita, papà, la religione è roba per chi rifiuta la vita, per chi si rifugia nella speranza vana di una vita oltre la morte. Lo sapete anche voi che non esiste un aldilà» sbotto e giù mi sento il fiatone. Sono stufo di quelle parole dette al vento, del cibo comprato dai miei e non certo regalato da qualche entità superiore. «Ma che stai farfugliando?» mi rimprovera il mio vecchio, io sono adirato, oggi a scuola ho anche preso un richiamo dal preside per aver lanciato un temperino nell'occhio di una mia compagna. «Adesso basta con questa ipocrisia!» esclamo sbattendo sul legno del tavolo la posata, il colpo è forte e rimbomba in cucina, mio padre alza il braccio e mi colpisce con una sberla. L'impronta della sua mano resta a bruciare sulla guancia, sento il fuoco che mi ustiona la pelle e una lacrima mi sgorga dall'occhio. Mi alzo di scatto e scappo via, sbattendo la porta della mia camera.

I movimenti di basso, base e tratto distintivo del sound dei Joy Division, si fanno suadenti e pericolosi, lascivi e ambigui, introducendo così Wilderness, ovvero "natura selvaggia". La chitarra va immediatamente a definire le sfumature caratteriali del brano, incalzata quasi subito da un Curtis differente dal solito, ancora più distante e come sarcastico, quasi la sua sia una sorta di cantilena. La ritmica turbolenta, spaccata ripetutamente da violenti accenti, mette in luce un pezzo breve ma incisivo, innalzato da un testo che fa del valore immaginifico delle strofe il suo punto di forza. Il cantante non punta a una narrazione didascalica coerente, ma imposta la sua poetica su sequenze precise e ben distinte, la cui totalità va però a definire un quadro omogeneo. Il sarcasmo suggerito dalla strumentale trova così il suo senso in una presa di posizione nei confronti del cristianesimo, una dura critica che ritrova i punti salienti della storia e li ribalta, esaltando la figura di Cristo a martire dei suoi stessi credenti, dell'ignoranza, dell'omologazione, ricordando il sapere andato perduto ed innalzando l'ambiguo concetto di Peccato, la sua gloria e la sua potenza. Più profondamente, tuttavia, la narrazione in chiave religiosa è più probabilmente un'impietosa metafora, un escamotage intellettuale per descrivere l'ipocrisia della società per bene e la ferocia della razza umana tutta. 

Dopo pochi istanti sento bussare alla porta «Mi dispiace per lo schiaffo», mio padre ha una voce tremula, come se stesse cercando di trattenere il pianto. Io sono seduto al buio, rannicchiato contro la parete «Io non sono come voi, dovete rispettare le mie idee» urlo «non me ne frega niente della religione e delle sue stupide regole». Il silenzio si abbatte sulla casa, non sento nulla per qualche secondo, poi percepisco il profondo respiro di mio padre oltre la porta. Forse ha la testa poggiata contro. Mia madre, dalla cucina, richiama il marito «Dai, lascialo perdere e torna a cenare, si sta freddando tutto». Mio padre non le risponde, poi dopo poco si rivolge a me con un tono arrendevole «Senti un po'» prende ancora fiato e abbassa ulteriormente la voce «capisco bene quello che ti passa per la mente, sono stato ragazzo anche io, ma vedi.. io ho bisogno di aggrapparmi a qualcosa, di credere a quel Dio che tu tanto odi. Ho bisogno di speranza» prende ancora qualche secondo per ordinare i pensieri e poi riprende a parlare «Sono malato, ho una brutta malattia e non so se riuscirò a..» non termina la frase, mamma scoppia a piangere, la sento indistintamente anche in lontananza. Nel buio decido di rimettermi in piedi, apro la porta della camera e in corridoio vedo i miei che si abbracciano. Li raggiungo, do un bacio a mia madre e poi faccio lo stesso con mio padre «Ti voglio bene, pà» gli dico e scoppiamo in lacrime.

Capitolo nono - Interzone

Fuggo via dalla città in una notte serena e noiosa, fuggo via per trovare l'amore, anche se è un amore effimero che svanirà alle prime luci dell'alba. Sui marciapiedi si avventurano creature di grande bellezza, dalle lunghe gambe toniche, i fondoschiena da infarto, i vestitini sexy semitrasparenti. Davanti a loro sfilano uomini in cerca di piacere carnale, si accostano lungo i lati della strada e procedono lentamente per scrutare e selezionare il prodotto che più li aggrada. Io li supero in sella alla mia vettura, non voglio quel tipo di sesso, ne voglio altro, di altro tipo, più passionale e meno istintivo. Mostri e demoni trasformati in insetti si aggirano nei paraggi come nel "Pasto Nudo", ma io non sono il tossico protagonista del romanzo di Burroughs, che parla e interagisce con loro in preda ad allucinazioni e flash continui, privi di logica. No, io sono altra entità, meno astratta, più razionale, e ho una meta da raggiungere. Casa della ragazza conosciuta online è qui vicino, oltrepassato il covo di mostri e di sirene che attirano clienti mostrando la mercanzia. Accosto nel parcheggio di una fatiscente palazzina, scende dall'auto e vado al citofono. Una voce squillante mi risponde e dice che sta scendendo. L'aspetto appoggiato sul cofano della macchina e dopo poco la mia lei si palesa davanti ai miei occhi. Il passo è sicuro, felino, probabilmente ha una decina di anni più di me, forse anche venti, età indefinita, ed io non ho mai avuto il coraggio di chiedergliela. Che importa? L'importante è che ci siamo trovati, che abbiamo trovato complicità, affinità, interessi comuni. Sono un giovane verginello imbranato, lei lo sa e le sta bene così, e ha accettato di introdurmi nel mondo del sesso per prima. Lei è la mia prima donna in assoluto. Mi saluta schioccando un bacio sulle labbra, ha un profumo inebriante che mi fa perdere i sensi, mi eccita, mi fa sudare. «Andiamo» dice prendendomi per la mano, «Dove stiamo andando?» le domando, lei si volta e risponde: «Seguimi, fidati di me» e mi strizza l'occhio.

Il rock n' roll più puro apre alla penultima traccia dell'album, portando all'oscurità di "Unknown Pleasures" la violenza della luce di Interzone. L'espressione racchiusa nel titolo indica letteralmente una "zona di mezzo", un non luogo in cui le regole normalmente accettate e date per scontate non esistono, e nella concezione di Curtis, un confine mentale delimitato dal selvaggio caos urbano, notturno eppure privo di buio. Annichilente. Ma se la poetica, all'apparenza, sembra flirtare ancora con alienazione e disagio, la sua narrazione poggia su di una musica dinamica, vitale, soprattutto caotica, esemplificativa delle fugaci immagini di dedali di cemento, di auto che seguono altre auto in un turbinio di colori, di stridere di pneumatici e di fragore artificiale. Così, basso e chitarra ruggiscono all'uniscono su di una ritmica sostenuta, mentre la voce di Ian si sdoppia a creare due differenti personaggi, uno rabbioso e dal tono squillante, l'altro mortalmente calmo e distante, baritono, lo stesso che domina quasi tutte le canzoni del disco. L'uno dice, l'altro risponde, in un balletto infernale e oscuro che rischiara la notte della sua luce giallo-arancio, fino alla distorsione quasi stonata, malatissima sul finale. Andando oltre le immagini suggerite dal testo, è difficile, se non impossibile, trovarne un senso compiuto, sebbene molti ritengano la narrazione un riferimento esplicito al "Pasto Nudo", di William Burroughs. Ciò che ci è dato sapere è che esiste uno spazio di confine selvaggio e alienante, laddove un uomo alla ricerca di qualcosa - amici, risposte, forse se stesso - è infine smarrito nella ricerca di un uscita che non esiste.

Facciamo il giro del suo palazzo e arriviamo in un parco che affaccia su una vallata. Nessuno in vista, il parco è deserto, pulito e accogliente. Dalla borsetta la donna tira fuori una coperta arrotolata, ci piazziamo sull'erba, accanto al tronco di un albero fiocamente illuminato da un lampione, stendiamo la coperta e ci sdraiamo. Lei mi fissa «Li hai portati?», io annuisco e tiro fuori il pacchetto dalla tasca dei jeans. Iniziamo a baciarci e la passione esplode all'istante. Pelle contro pelle, siamo accaldati per l'eccitazione e per l'afa di questa notte estiva. Facciamo l'amore, non quello sterile delle creature della strada, ma un amore delicato e sentito. La donna si mette sopra di me ed io la ammiro in tutta la sua bellezza notturna. Si muove con movimenti sensuali e ansima in preda alla passione. Il sudore si confonde con il suo profumo, entrambi gridiamo eccitati fregandocene di essere sentiti dagli inquilini del palazzo. Sto per raggiungere l'orgasmo, «Pasto Nudo» pronuncio senza apparente motivo e lei, senza fermarsi, «Che hai detto?», «Niente, è una cosa che mi è venuta in mente adesso», e allora la donna sobbalza con maggiore impeto. Raggiungo il massimo del piacere quando, forse per uno strano gioco di luci, la sagoma della donna sembra trasformarsi, trasfigurandosi in una belva infernale, un insetto dal corpo ricoperto di scaglie. La creatura che è sopra di me emette un urlo stridulo ed entrambi raggiungiamo l'orgasmo.

Capitolo decimo - I Remember Nothing

Ricordo ben poco di questo momento, forse perché ho appena aperto gli occhi alla vita, lanciando grida a dirotto contro il medico che mi ha messo a testa all'ingiù. L'uomo mi appoggia su un lettino, poi una donna pulisce il mio corpo ricoperto di sangue e di altre sostanze melmose e mi riporta tra le braccia di mia madre. È lei, ne sono certo, la sento pronunciare all'orecchio «Il mio piccolino, il mio bel bambino», la sua voce è ancora spezzata dal dolore del parto, mentre mio padre, sorriso stampato in volto, scatta le mie prime foto. Sono giunto alla vita dopo un oblio infinito, dopo un'eternità di battiti cardiaci, bruschi movimenti, morbide pareti oscure. Ho galleggiato nel libro tra il nulla e il mondo, dal buio sono arrivato alla luce dopo una prigionia di settimane, mesi, forse anni.

Il gran finale incombe su di una distorta scarica elettrica, seguita dal più cupo dei bassi immaginabili e da un'effettistica siderale e violenta allo stesso tempo, definita da vibrazioni impercettibili e da cocci in frantumi. Inizia così la fine sulle note di I Remember Nothing, letteralmente: "non ricordo nulla". Distorsioni e vibrazioni tratteggiano sensazioni dolciastre, malate a una maniera che fa male allo stomaco, e la voce di Curtis si divide ancora una volta in due entità distinte, una più dolce e malinconica, l'altra implacabile e maledetta. La chitarra non sembra chitarra, ma graffia sul metallo e sulla corteggia cerebrale, mentre le tastiere portano avanti una versione minimale della scuola progressiva anni settanta. Riuscendo a vincere la schiacciante sensazione di totale annichilimento, e volendo dare un parere oggettivo sul brano, "I Remember Nothing" si qualifica come l'esperimento più squisitamente avanguardistico di "Unknown Pleasures", un mix di soluzioni compositive e sonore praticamente inconcepibili nel '79, e tutt'oggi considerate "sperimentali" quando portate avanti da altri artisti. A fare la differenza non è la fredda disperazione che traspare netta dalle note, né il moderno senso di minimalismo del brano, ma l'incredibile buon gusto nel mettere insieme tutti questi elementi ed altri ancora, in tempi, vale la pena ricordarlo, decisamente non sospetti. Fra le vibrazioni di quest'oscura litania, Ian Curtis ricama un testo semplice e conciso, in evidente contrapposizione con i quasi sei minuti di durata del pezzo. C'è lui, intrappolato nella sua gabbia, rinchiuso nel suo mondo e brutalmente schiavo dalle sue manie, e accanto a lui una persona inseparabile, l'unica che ne conosca i recessi dell'anima, subendone le conseguenze. In questa breve ma potentissima analisi del rapporto col prossimo, con l'altro al di fuori del sé, prende forma la vita di Curtis con la compagna, con gli amici, con la band, con i perfetti sconosciuti, e soprattutto: con se stesso. L'amore e l'odio per se stesso. L'incapacità di accettare se stesso. E in ultima analisi, la dissociazione da sé e dagli altri, definitivo sipario sulla debole luce di quella pulsar che avrebbe fatto la storia.

Ora sono nato, pronto alla vita, pronto ad affrontare il mio percorso, a conoscere gente, ad assaporare amori, disperazioni, rimpianti, emozioni. Mio padre mi accarezza la piccola mano, mi bacia le dita affusolate e scoppia a piangere. «Sei bellissimo, il mio angelo» dice baciando prima me e poi mia madre «sei una benedizione del cielo», non capisco cosa voglia intendere ma sono certo che sia una cosa positiva. Ci abbracciamo con i nostri corpi caldi e percepisco amore profondo e il calore di una famiglia. Guardo con occhi incantati i miei genitori, cerco di pronunciare le prime parole che mi vengono in mente ma dalla bocca esce soltanto un lamento, dovrò imparare tutto sin dal principio, i miei ridono e mi stringono forte. Imparerò ogni cosa del mondo, imparerò a vivere e a riconoscere ogni singolo elemento dell'esistenza. La vita è il mio piacere sconosciuto.

Epilogo(?)

Torno al presente. Le allucinazioni sono terminate improvvisamente. Cosa è successo? Ho rivissuto le tappe più importanti della mia vita, i miei ricordi, così vivi in me, ma se la mia mente sembra così lucida il mio corpo è un involucro che sta marcendo. Riemergo dal lungo sogno e torno alla realtà. «I battiti sono regolari, dottore» dice un'infermiera, la sento oltre la coltre buia che si staglia davanti ai miei occhi, chissà se è carina, dal timbro della voce si direbbe di sì. «L'operazione di stamattina è andata bene, adesso lasciamolo al suo destino». Destino? Quale sarebbe il mio destino? Vita o morte, ma se sento ancora le loro voci e percepisco la dimensione reale significa che sono vivo, e allora mi aggrappo a questa misera speranza. Non tutto è perduto, o forse sì, i miei sogni, il contest di sceneggiatura, ma di fronte all'esistenza chi se ne frega. «È un ragazzo forte, ce la farà, tutto dipende da come andrà la prima notte» sottolinea il dottore con voce tonante. Mi incute coraggio, devo solo attraversare la notte, cullato dai miei pensieri, gli stessi che mi hanno accompagnato fin qui da quando sono entrato in ospedale. Adesso sono un'anima vagante nelle mani del destino, ma non ho intenzione di arrendermi. Qualcuno mi accarezza la mano, sento il candido tocco delle sue dita. "Chi sei?" provo ad urlare nella mente, ma non ottengo risposta. «Oh Dio! Perché? Perché?» esclama la misteriosa figura, non riconosco la sua voce, ma provo una sensazione di freschezza sul dorso della mano. Lacrime. Sta piangendo. «Ma come è potuto accadere?» la sua espressione interdetta dice tutto, e allora riconosco la persona: è la mia bellissima ragazza. Un raggio di sole in questa grigia e malinconica domenica d'autunno. Nel buio intravedo la sua sagoma, i tratti del suo volto in lacrime. Amo questa ragazza, devo sopravvivere per lei, non solo per me.

Jon Savage, critico musicale per la celebre rivista Melody Maker, definì la band meglio di chiunque altro, affermando che i Joy Division "tracciano una rotta sul presente con un occhio verso il futuro", aggiungendo che "forse, non si potrebbe chiedere nulla di più". Ma la definizione migliore la darà lo stesso critico anni dopo, forte della consapevolezza del senno di poi, scrivendo che Unknown Pleasures è stato "una dichiarazione di estetica e cultura Northern Gothic: romantico, claustrofobico, e pregno di sensi di colpa". Primo dei due album dei Joy Division e l'unico ad essere uscito con Curtis ancora in vita, "Unknown Pleasures" è ancora e nonostante tutto speranza, lieve bagliore di una stella pulsar nell'immensità del cosmo, prima di quell'immane e disperata oscurità che sarà "Closer". L'opera anticipa di pochi mesi un nuovo, più edonistico decennio, ed è figlia della giovinezza più spregiudicata, dal neanche trentenne Tony Wilson, padrone dell'indipendente Factory Records, al ventiquattrenne Peter Saville, autore di una delle cover art più famose di tutti tempi. E i musicisti, naturalmente, tutti a malapena ventenni e carichi di sogni, perfino Ian, prima che malattia e depressione riuscissero a strappargli la vita di dosso. Il successo fu tutt'altro che immediato. Unknown Pleasures esce il 15 giugno del 1979 in sole diecimila copie, e l'etichetta discografica, piccola e indipendente, non è in grado di garantire alla band gli spazi che meriterebbe. La critica specializzata quasi grida al miracolo, ma quella dei Joy Division è un'opera difficile da assorbire ed interpretare, il mercato mainstream semplicemente non è pronto e potrebbe non esserlo mai, e le vendite, com'è facile immaginare, vanno a rilento. Se la Factory Records non ha i numeri per entrare nei circuiti di distribuzione ordinari, il suo proprietario, Tony Wilson, ha però dalla sua parte un medium in costante ascesa e pronto ad esplodere definitivamente: la televisione. La band di Ian Curtis si appropria così dello strumento che, nel decennio successivo, ridefinirà completamente le regole del mercato musicale e la fruizione dell'arte in generale, anticipando anche in tal senso meccaniche in là a venire, e i risultati pian piano arrivano. Sebbene siano ancora una realtà di nicchia, quella nicchia i Joy Division la dominano incontrastati. Poi, accade. Ian Curtis muore il 18 maggio del 1980, due mesi esatti prima dell'uscita del secondo album della sua band, a soli ventitré anni. Il peggioramento della malattia e delle relazioni personali, l'intorpidimento mentale prodotto da droghe e medicine - soprattutto medicine - hanno la meglio sul suo animo tormentato, e il cantante si toglie la vita. L'arte, da sempre, è vita e morte. E se la vita fa sì che l'arte nasca ed esista, è la morte che la consegna all'immortalità. La scomparsa di Curtis consegna definitivamente i Joy Division all'immortalità della fama mondiale, al nobile Pantheon delle band imprescindibili per l'evoluzione della musica tutta, passando la loro arte alle generazioni a venire. Unknown Pleasures rimane così il documento di una speranza che è esistita, che pur immersa nell'oscurità più totale, ha brillato con coraggio fino ad esaurire ogni atomo di se stessa, regalando all'immaginario collettivo non solo un suono, o una poetica, ma un'idea; un'intuizione che tutt'oggi è parte indissolubile della coscienza collettiva e che supera il ricordo degli uomini, delle loro azioni e delle loro piccole vite.

Un lampo bianco e mi rialzo in piedi, stendendo bene le gambe e le braccia. Il pavimento sembra inconsistente, forse levito in aria, eppure sono qui, all'interno della stanza d'ospedale. «Sono tornato in vita, vero?» domando ma nessuno si volta per rispondermi. Allungo lo sguardo e vedo la mia lei: sta dormendo con la testa poggiata al mio letto, ed il mio corpo giace inerme sotto le coperte con mille tubi di plastica infilati in gola. «Ma che sta succedendo? Qualcuno mi vuole spiegare?». Mi volto e noto che accanto al mio giaciglio ve n'è un altro sul quale il mio compagno di camera, schiena poggiata al cuscino e volto incantato, è immobile nel suo letargo. Accanto a lui, un uomo contempla la grande finestra di lato, quella che probabilmente affaccia sul giardino dell'ospedale. Il ragazzo dormiente ha alle orecchie un paio di auricolari. Sta ascoltando musica, le note si fanno largo nel suo coma profondo. Mi avvicino con passo felpato, ondeggiando nell'aria come uno spirito, mi chino per percepire il disco che sta ascoltando. Dai suoi occhi chiusi sembrano cadere delle lacrime, ma la mia è solo immaginazione. Questo ragazzo non può piangere, non sente niente. Mi avvicino ancora, siamo quasi guancia a guancia, le note fuggono dai suoi auricolari e si espandono nell'ambiente. Sono suoni oscuri, decadenti, la voce del cantante è ipnotica e gelida, la melodia affranta e annichilente. È rock, è punk, è gothic. L'uomo di mezza età che contemplava la finestra ora si avvicina a noi, tra le mani stringe la custodia di un cd: sfondo nero e linee bianche che si intersecano. Distoglie lo sguardo dalla finestra e lo punta verso di me, forse riesce a vedermi, ma è solo per pochi secondi, perché estrae il cd dal lettore, lo ripone nella custodia, e subito dopo dal comodino afferra un altro disco, la copertina stavolta è bianca, al centro l'immagine di un dipinto nel quale una donna veglia sul letto di un defunto. L'uomo estrae il cd e lo inserisce nel lettore, facendo ripartire la musica negli auricolari del paziente. «Tesoro mio» pronuncia accarezzandogli il viso, poi anche la voce della mia ragazza squarcia il silenzio e mi fa trasalire «Ho fatto un brutto incubo», dice rivolgendosi al mio corpo dormiente. Torno da lei mentre l'uomo schiaccia il tasto play e fa partire le note di "Closer" per cullare il sonno di suo figlio.

CONTINUA 

1) Prologo
2) Capitolo primo - Disorder
3) Capitolo secondo - Day of the Lords
4) Capitolo terzo - Candidate
5) Capitolo quarto - Insight
6) Capitolo quinto - New Dawn Fades
7) Capitolo sesto - She's Lost Control
8) Capitolo settimo - Shadowplay
9) Capitolo ottavo - Wilderness
10) Capitolo nono - Interzone
11) Capitolo decimo - I Remember Nothing
12) Epilogo(?)