JOY DIVISION

Closer

1980 - Factory Records

A CURA DI
ANDREA CERASI & ANDREA ORTU
31/10/2018
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Prologo

«Ho fatto un brutto sogno». La mia ragazza, Elisa, rompe il silenzio dell'ospedale. Questo luogo sembra inghiottire anime e spiriti di ogni sorta, annientandoli e riducendoli al silenzio. Proprio come me, inerme sotto le coperte e con un tubo infilato in gola che mi mantiene in vita. Quello che resta di me è in coma profondo, immobile, occhi chiusi e mente spenta, e accanto la mia compagna piange, togliendosi le lacrime dal viso col dorso della mano. Il mio Io spettrale resta in piedi dietro di lei e la osserva di spalle. «Eravamo io e te mano nella mano e passeggiavamo in un bosco, poi il colpo di un'arma da fuoco e un dolore pungente all'altezza del cuore. Qualcuno mi aveva sparato e tu gridavi come un pazzo facendo fuggire via tutti gli uccelli dagli alberi». Mi guardo intorno, fuori il cielo nero è sereno, le stelle creano una dolce coreografia, il padre del mio compagno di stanza si alza e va dritto in bagno. Elisa riadagia il capo sul mio letto e torna a dormire. Fluttuo nell'aria, ondeggio con una certa pesantezza e torno al mio corpo, cercando di toccarlo, ma lo attraverso. Non riesco ad afferrare il mio braccio, non riesco a percepire la mia pelle. La mia povera ragazza è accanto a me, tra il corpo e lo spirito, sospesa in questa dimensione onirica, in questa illusione tra vita e morte, tra sonno e veglia. Provo ad abbracciarla ma i miei arti inconsistenti la trapassano. Sono creatura immateriale, mentre lei è pura materia, vita. Sosto al centro della camera, dei rumori concitati emergono dal piano di sotto, dove c'è l'entrata: probabilmente l'ennesimo incidente, qualcuno grida e scoppia in lacrime, gli infermieri arrivano a soccorrere il malcapitato appena sceso dall'ambulanza. Le sirene rimbombano nella notte per alcuni istanti e poi muoiono. Il vecchio torna dal gabinetto, si abbottona la patta e torna a sedersi sulla poltrona accanto alla vetrata. Ha lo sguardo spento, spettrale, proprio come il mio, proprio come quello dell'altro ragazzo in coma. Suo figlio. «Hei, ci sei?» chiedo al dormiente, sperando che possa sentirmi, desiderando che possa unirsi a me nel mio delirio allucinato. Un alito di vento caldo, venuto da chissà dove, visto che è tutto chiuso e fuori è sereno, mi accarezza le membra, sospingendomi verso il muro. La mia ragazza ha un sussulto, si muove di scatto e ricade nel sonno, l'uomo alla finestra inizia a russare, poi il ragazzo davanti a me apre gli occhi. È in questo momento che riesco a sentire la musica che sta ascoltando alle cuffie. Il macchinario che lo tiene in vita emette dei bip continui, le linee sullo schermo si intersecano come la copertina dell'album dei Joy Division che prima stava ascoltando, ma adesso è tutto più quieto, forse sta morendo come me.

Closer è morte. Se "Unknown Pleasures" era flebile luce nell'oscurità, debole ma vitale impulso stellare dallo spazio più profondo, "Closer" è sepolcrale e terrena solennità, definitivo abbandono della luce e della speranza c'essa rappresenta. Il secondo album dei Joy Division esce due mesi dopo la morte del cantante, il 18 luglio 1980, sancendo la fine della band e l'inizio della leggenda. Il disco di debutto aveva iniziato la sua corsa sul mercato grattando la frizione e annaspando sulle marce, recuperando il terreno perduto lentamente ma inesorabilmente, imprimendosi nei diffidenti ascoltatori con placida ma ineluttabile fermezza. Ben presto, il genio intrinseco di quel sound, di quella poetica, di quello stile avanti di anni, aveva infine ottenuto il più tradizionale e ambito dei premi cui un musicista inglese potesse sperare: un tour americano. Col fiato delle date statunitensi sul collo, per "Closer" s'impongono ritmi di registrazione e di missaggio assai spediti, coordinati ancora una volta da Martin Hannett e dal suo staff. Il produttore decide di sovvertire quelli che erano stati gli equilibri sonori del primo album, e con essi, di sovvertire il significante stesso dell'opera. Se su "Unknown Pleasures" la voce di Curtis pare quasi sempre giungere da distanze siderali, lontana come il giudizio, l'ira e la compassione del Creatore sulle miserie degli uomini, "Closer" s'avvicina all'ascoltatore ora sussurrando al suo orecchio, ora quasi urlandogli contro, alla profonda ricerca dell'anima e delle sue vergogne. "Closer" è mortalmente vicino, proprio come suggerisce il nome, spiritualmente terreno e pragmaticamente crudo. Di contro, chitarra e batteria s'ammorbidiscono in un astratto effetto eco, lasciando così tutta la sostanza a basso e sintetizzatore. Il risultato finale è strabiliante e potentissimo: in antitesi con l'opera precedente eppure in perfetta continuità con essa. Di quei giorni i musicisti raccontano il buon umore, la positività, gli scherzi. Di tutti, nessuno escluso. Eppure, Ian Curtis si toglie la vita il 18 maggio di quello stesso anno, neanche ventiquattrenne. "Closer" è l'epitaffio perfetto, e la copertina di Peter Saville la sua perfetta esemplificazione: una foto di gusto espressionista della tomba della famiglia Appiani, al cimitero monumentale di Stagliano a Genova. Le figure piangenti ai piedi del corpo di Cristo, scure sullo sfondo bianchissimo, non-colore dell'assenza, sembrano rappresentare i sentimenti della band e di un intero movimento precocemente orfano del suo più influente padrino. Sì, "Closer" è morte. 

Mi avvicino al volto del ragazzo, gli occhi sono ben chiusi, anche se le palpebre tremano freneticamente. Forse prima mi sono lasciato impressionare e lui non ha mai aperto gli occhi. Le sue pupille sono spente, immerse nel tunnel nero che conduce alla morte. «Ehi, ci sei?» torno a domandare, allungo il braccio per toccare il corpo, le mie dita penetrano la sua carne, ma più vado a fondo e più trovano consistenza. Continuo a tastare fino a quando non riesco ad afferrare qualcosa. Stringo la mano e tiro verso di me con forza. Il suo spirito fuoriesce dal corpo schizzando davanti a me. «Che sta succedendo?» chiede, fluttuando nell'aria sopra il suo letto. «Non lo so» rispondo, lo spirito del ragazzo si guarda attorno, confuso, vede il suo corpo adagiato sul letto e con la musica sparata nelle orecchie, «Questo sono io» dice spaventato indicando se stesso «e quello sei tu» indicando il mio corpo. Annuisco ma non concedo spiegazioni, non ne ho. «Perché siamo qui? Chi siamo?», «Non lo so» ripeto «so soltanto che stiamo lottando tra la vita e la morte». «Come è successo? Ricordi qualcosa?» chiede, «Ricordo solo di essere stato investito». Lo spirito si avvicina «Io stavo guidando, ho sbandato, poi il buio». Ho la sensazione che quello di fronte sia il mio investitore. Strano destino il nostro, in un certo senso legato. «Potremmo non farcela» dico con tono arrendevole «ma dobbiamo lottare, dobbiamo sopravvivere», lo spettro annuisce, guardo il suo corpo, è giovane, all'incirca della mia età, il volto è ricoperto di ferite, all'attaccatura dei capelli ha un grosso ematoma violaceo, il braccio destro sembra contorto, deve esserselo spezzato nell'impatto. «Stavo raggiungendo mio fratello ed ero in ritardo» spiega, dato che stavo guardando il suo corpo «era il giorno del battesimo della figlia di mio fratello maggiore. Lui è mio padre» e indica il vecchio addormentato in una posa strana sulla poltrona. «Tu chi sei?» gli domando «Perché tuo padre ti fa facendo ascoltare quella musica? Perché proprio quei cd?». «Sono i Joy Division, la mia band preferita, così come la preferita da mio padre quando era ragazzo». E così, al chiaro di luna, il ragazzo inizia a raccontarmi la sua vita.

Capitolo primo - Atrocity Exhibition

Guardiamo entrambi in direzione del ragazzo, io e il suo spirito, e ci soffermiamo sul lettore cd, appoggiato sul letto accanto al suo braccio disteso. All'interno dell'apparecchio il cd gira producendo una specie di sibilo che nel silenzio della notte si acuisce. Il led luminoso del lettore indica che la sua mente in coma, ma non spenta, sta percependo le note della traccia numero 1. «Ti racconto un fatto legato a questa canzone» dice il mio compagno, fluttuiamo attorno al letto, in balia delle note del primo brano di "Closer", e queste riecheggiano nell'ambiente come se la band suonasse dal vivo nella nostra camera d'ospedale. Lo spirito socchiude e schiude le labbra e dalla sua bocca vengono dipinte delle immagini. Riesco quasi a vederle. «Avevo credo dodici anni. All'epoca con i miei andavamo in vacanza in montagna. Mia madre aveva una bella casa nel bosco e noi ci recavamo lì spesso». A questo punto il ragazzo, intendo il corpo del ragazzo in coma, ha uno scatto quasi impercettibile, come se i suoi nervi stessere riprendendo vita. Lo spettro davanti a me inizia a emanare un bagliore intermittente. «Un pomeriggio d'autunno io e mio padre stavamo facendo una passeggiata nel bosco adiacente. Siamo sempre stati amanti della natura, bella e rilassante, perfezione divina. Quella volta però abbiamo visto la crudeltà: abbiamo sentito dei colpi d'arma da fuoco, poi un fruscio tra la vegetazione, e un cinghiale è venuto contro di noi. Ci siamo rifugiati dietro un tronco rovesciato, spaventati dall'animale, ma quella povera bestia barcollava e rallentava il passo, fino a quando non si è stesa accanto a noi. Gli occhi sgranati e il manto ricoperto di sangue.

"Closer" è morte, ma è anche una sorta di ballo convulso e distorto. Vitale, a modo suo, ma come può esserlo una coreografia di scheletri danzanti, come quelle che si vedono in certi vecchi cartoni animati. Caos, ed una vitalità malata, distorta, sono i canoni con cui la band definisce il concetto di "esibizione dell'atrocità", Atrocity Exhibition. Titolo, tra l'altro, preso dalla raccolta di novelle di James G. Ballard, opera che influenza profondamente l'intero album. La vitalità della batteria si scontra subito con un basso lugubre come non mai, gli accordi di chitarra graffianti e vigorosi con i suoni distorti e infernali, dando luogo a una melodia che sembra giocare sull'antitesi. Sul fastidio, quasi. E la voce di Curtis, ora in primissimo piano rispetto a quanto ascoltato sul disco precedente, è una nenia atona e contemplativa, quasi inumana, eppure al tempo stesso ricca delle più diverse e inesplicabili sfumature. Sonorità ambientali, distorsioni, anti-melodie espresse nella sinergia tra accordi rotondi, piacevoli, e suoni graffianti e meccanici, tipici di una post-era d'inferno industriale. E in questa sorta di placido inferno, Ian ci parla di se stesso e dello spettacolo di se stesso. Lo show della sua devastata persona a uso e consumo di un pubblico pagante e curioso. Ma la puerile autocommiserazione non è nel suo stile, l'orrore non è solo in lui e lui non è il centro dell'universo. Anzi. Così dall'iniziale, apparente intimismo, "Atrocity Exhibition" si fa critica dei mass media, dell'ipocrisia di massa e di quel sentimento morboso che spinge la cosiddetta gente per bene a godere dell'atrocità, a esserne insieme disgustata ed attratta. E se l'intimismo prima, e la digressione sociale poi, non fossero sufficienti, l'opera si trasforma in più ampia e astratta considerazione sulla natura umana e sulle atrocità della sua storia, dalle arene fino alle guerre moderne, trovando il suo cantilenante leitmotiv nel mantra recitato da Curtis: "This is the way, step inside", fai un passo dentro, entra. E goditi lo show. 

«E che avete fatto?» domando curioso, addolorato per la sorte del povero animale. «Il cinghiale ha guardato dritto nei nostri occhi, poi si è rovesciato sul fianco, ansimante. Dopo pochi secondi quattro piccoli cinghiali hanno fatto capolino da un cespuglio e hanno iniziato a girare attorno alla madre in fin di vita. Un paio hanno anche succhiato le ultime gocce di latte dalle sue mammelle». Non so per quale motivo mi stia raccontando ciò, evidentemente il brano gli ricorda quell'esperienza nel bosco. Un'esperienza atroce. «I piccoli si guardavano attorno confusi, avrei voluto stringerli forte uno per uno e piangere con loro. Poi la madre ha smesso di respirare, io mi sono mosso di scatto e li ho fatti scappare». «E poi?» «Poi è arrivato il cacciatore con i suoi due cani, il volto soddisfatto, si è accasciato sul corpo dell'animale e poi ci ha salutati. Mio padre gli ha raccontato la vicenda: per prima cosa ha privato dei cuccioli della loro mamma, per seconda cosa ha rischiato di colpirci a causa della sua imprudenza. Il cacciatore si è scusato, ha gettato a terra il fucile e si è messo in ginocchio. Lo abbiamo lasciato lì con la sua povera preda e siamo tornati a casa». La musica sta per sfumare e le parole di Curtis ci accompagnano parlando di una vita atroce, della violenza scaturita dall'uomo, delle nefandezze del mondo.

Capitolo secondo - Isolation

Il display del lettore cd scatta dalla traccia 1 alla 2. La luce rossastra richiama i raggi luminosi emanati dai nostri corpi astratti. Siamo spettri, energia misteriosa. «Isolamento» pronuncia lui, lo guardo indispettito, non so cosa voglia intendere ma lui sembra leggermi la mente e risponde: «Questa musica» e indica la custodia del cd appoggiata tra le lenzuola «è stata ancora di salvezza, per me e per mio padre». «Come mai?» chiedo fluttuando nell'aria e provando ad afferrare la custodia dell'album, dall'affascinante art-work che richiama un po' la nostra condizione di vivi morenti. Niente, le dita attraversano la plastica e a me non rimane che balzare sull'altra sponda del letto dove il mio nuovo amico ha lo sguardo fisso sul pavimento e la testa china. «Abbiamo avuto un periodo nero. Io ero un adolescente felice e spensierato, ma a diciotto anni sono stato preso a pugni dalla vita». Ad essere sinceri, io ho auto sempre una vita tranquilla, una bella famiglia, una stabilità economica, soddisfazioni personali e ottime relazioni sociali, perciò forse non sono in grado di cogliere tutte le sfumature del caso, ma i drammi mi affascinano. I drammi sono sempre affascinanti, ti fanno rimanere sospeso nei tuoi pensieri, ti fanno riflettere sul corso dell'esistenza. Sono stato fortunato, almeno fino a stamattina, prima dell'incidente. Ma anche se dovessi morire non me la prenderei, ho avuto tutto nella mia breve vita, e conta questo. Apro bene le orecchie e ascolto le parole del mio compagno, a quanto pare molto più sfortunato di me. «Nell'arco di pochi mesi tutto è cambiato drasticamente: mia madre si è ammalata ed è stata mangiata dal cancro in breve tempo. Mio padre ha perso il lavoro ed è caduto in depressione. Io, da studente modello, mi sono ritrovato a trascurare la scuola per andare a cercare qualche lavoro pomeridiano». Ecco l'inferno, lo posso assaporare dal tono di voce dello spettro.

Spaziale ed eterea, Isolation, "isolamento", tende in parte a riesumare il modus operandi di "Unknown Pleasures", ponendo la voce del singer in lontananza e la strumentale in primo piano, in modo da dare risalto alle sonorità elettroniche di Sumner, artificiose ed invasive fino al parossismo, e al drum beat vibrante di Morris, sul cui crescendo di forza e volume s'innesta il giro di basso di Hook, come sempre perno del sound dei Joy Division. Il tripudio creativo del brano, comunque, ruota tutto intorno al sintetizzatore e alla sua effettistica malsana. Sumner dà vita a una sorta di danza infernale e traballante, mortalmente allegra, una catarsi che non raggiunge mai l'orgasmo e che anzi s'inceppa, difettosa e quasi fiera di esserlo, fino ad un finale improvviso, sbagliato, avulso ad ogni qualsivoglia regola del buon gusto. Fra le strofe, Ian Curtis parla del suo isolamento auto-indotto, delle crisi d'ansia che doveva combattere per salire sul palco, per affrontare la malattia, per far fronte alla vita. Una vita percepita come un nemico impalpabile e spietato. La sua voce distante sembra quella del primo album, ma stavolta pare di avvertire i segnali di una pulsar estinta da eoni, impulsi radio giunti fino a noi dopo millenni-luce di viaggio interstellare. E lui come un bambino si scusa, e sembra quasi di vederlo, rannicchiato in posizione fetale, e chiede perdono alla madre per i suoi peccati, per la sua vita ch'egli ritiene indegna, aggrappandosi ancora una volta a quei piaceri, quegli "unknown pleasures" che noi conosciamo bene, che rappresentano il suo unico, vero premio. La sua ancora di salvezza. Almeno per un po'.

«Tornavo da scuola, preparavo il pranzo per me e per mio padre e poi fuggivo a lavoro, nella pizzeria di alcuni amici. La sera tornavo a casa e nel poco tempo che avevo dovevo fare i compiti». «Mi dispiace tanto» gli riferisco, mi sento obbligato a farlo, anche se poi non so cosa aggiungere «deve essere stata davvero dura». Lui mi fissa negli occhi, le sue iridi sono incandescenti, dal blu passano al rosso fuoco, sembrano stiano per incenerire la camera, poi tornano al blu, passando prima dal giallo e dal verde. «Spesso, trovavo mio padre rannicchiato a terra, nel salotto di casa. Si metteva sempre in posizione fetale e a me faceva pena. Mi sembrava un bambino. La depressione lo stava divorando lentamente, aveva vestiti sudici che non cambiava mai, puzzava di alcol e di sigarette, i suoi occhi erano gonfi e violacei. Nelle casse dello stereo c'era sempre e solo la musica dei Joy Division, la sua band preferita. È stato in quel periodo che ho cominciato ad apprezzarli e ad avvicinarmi a tutto quel filone dark».

Capitolo terzo - Passover

Adesso capisco meglio l'intimità di quella figura e per quale motivo il papà sia giunto in ospedale portandosi dietro i cd dei Joy Division. Questa band rappresenta tutto per loro, per la loro unione. La band di Ian Curtis rappresenta il legame più prezioso, quello tra padre e figlio, e simboleggia la rinascita, la forza di continuare a vivere, di riprendersi ciò che si è perduto. In questa musica oscura e decadente i loro animi si fortificano, ed io che ho sempre pensato che fosse musica depressa per gente depressa. Non avevo capito un bel niente: questa è arte per chi si aggrappa alla vita, per chi non si arrende. «E non vi siete arresi?» chiedo timidamente, un po' spaventato dall'esito della risposta, ma il mio confidente ha ormai il cuore aperto e mi risponde in tutta sincerità. Lo ringrazio per aver dato modo di entrare nel suo intimo, ma dato il delicato momento in cui ci troviamo, se non ci confidiamo tra noi anime erranti, chi dovrebbe farlo?

Nei suoi neanche tre minuti di durata, la folle genialità di "Isolation" rappresenta chiaramente un fugace esperimento. In effetti, uno dei tanti elementi antitetici del cosiddetto post-punk, rispetto al punk tradizionale, è la durata delle singole tracce. Quelle di Closer durano quasi tutte più di quattro minuti, e tre di esse superano i sei, ricalcando una propensione caratteristica del rock più impegnativo. Con Passover, termine che indica la Pasqua ebraica, torniamo decisamente verso quell'impegno, e con esso al sound che definisce realmente l'opera e la sua anima oscura, sepolcrale.  Basso e chitarra, ben definiti e rotondi, vivono in una simbiosi perfetta adagiata sulla ritmica lenta, volutamente svogliata e decadente del batterista. Su di essa s'inserisce la voce di un uomo che pare già morto, finito, eppure inesorabile. Ogni elemento trasuda disagio, annientamento spirituale, e nonostante ciò il brano lentamente incalza, prende allo stomaco, graffia la pelle e s'insinua al suo interno, in un crescendo di piccole, enormi finezze, di soluzioni compositive tanto semplici quanto pregnanti ed essenziali. Su quest'ipnotico viaggio sonoro s'innestano quasi estranee le riflessioni di Curtis, ambigue e quasi indecifrabili, immagini fugaci di equilibri spezzati, disorientamento e paura. Di crisi. Ma non ci è dato sapere quanto abbia a che fare con quelle del cantante, di crisi, o con le nostre e della società civile tutta. Il marchio impresso sulla porta è l'astratto riferimento alla Pasqua ebraica, ora simbolo di salvezza personale o di possibile dannazione, di cambiamento, di qualcosa che può e deve accadere. Un passaggio dovuto, insieme malinconico e liberatorio, qualsiasi cosa significhi.

«La musica è salvezza personale» dice lui e non posso che dargli ragione «Mio padre si è tirato su, giorno dopo giorno, ed è guarito. È stato difficile per noi ma ce l'abbiamo fatta: lui ha ripreso a lavorare ed io a studiare. Mi sono diplomato e lui è venuto alla discussione della tesina accompagnato da una nuova donna». Comincio a capire: "Closer", nell'immaginazione del mio amico e in quella di suo padre, e forse anche di tutti quelli che ascoltano questa band, non è solo rappresentazione fisica di morte, ma è anche attestato di rinascita spirituale. E noi forse non siamo altro che astrazioni di questa musica, siamo spiriti incorporei costituiti da note musicali, e ondeggiamo sospinti dalla voce di Curtis. A pensarci bene potrebbe essere così, il nostro viaggio extracorporeo potrebbe essere stato scaturito da quei cd. Il padre del mio compagno di stanza si volta di scatto e riprende a russare. Chissà cosa sta sognando, sembra così quieto adesso. Forse sta sognando di passeggiare nel bosco insieme a suo figlio, forse di baciare la sua povera moglie. Queste persone non meritano tanto dolore.

Capitolo quarto - Colony

«Dalla culla alla fossa. Questa è la maledizione della vita». E guardiamo intorno, verso i nostri letti dalle lenzuola pulite e profumate che avvolgono i nostri corpi. Ecco, nella fossa potremmo finirci noi stessi tra non molto. «Sai, non ho mai avuto molti amici» dichiara lo spettro dell'investitore «ma c'è stato un tempo in cui pensavo di aver trovato un amico per tutta la vita». Il silenzio viene spezzato dallo starnuto della mia fidanzata, evidentemente si è svegliata. Fa un certo freschetto nella stanza, deve aver preso freddo, poiché si alza in piedi, tira fuori un fazzoletto dalla borsetta e si soffia ripetutamente il naso. Dunque va in bagno, ha il viso stravolto, povera piccola. «Ti vuole molto bene» dice l'altro ed io annuisco, «Siamo molto legati, ci amiamo tanto. Da pochi mesi siamo andati a convivere, siamo stati un po' imprudenti, lei con un lavoro part-time, io scrittore e sceneggiatore squattrinato in cerca di impiego». «Se vi volete bene ce la farete, nonostante le avversità» dice lui e non posso che essere concorde. Sentiamo lo sciacquone del bagno, la luce illumina il piccolo corridoio della camera, di sfuggita vedo il riflesso allo specchio della mia amata. È bellissima. Non so quanto darei per poterla abbracciare e baciare su quella pelle fresca. Il buio torna a ingoiarci, lei si riadagia sulla poltrona, si aggiusta la coda e si riappoggia al mio braccio immobile. Chissà se il mio corpo è ancora caldo. «Stavi dicendo?» domando al mio compagno «Mi parlavi di un tuo amico, se non sbaglio».

Un sound strano, insieme nuovo e già sentito, come a metà fra Black Sabbath e Sex Pistols,  introduce Colony, letteralmente "colonia": una traccia dal sapore aggressivo e pessimista, insieme lenta e rabbiosa, graffiante. Il basso definisce un'atmosfera guardinga, minacciosa, adagiata su di una ritmica cadenzata regolarmente rotta da rullate furiose. La chitarra delinea la personalità del brano e la sua aggressività, la sua velata malinconia, il suo inesorabile pessimismo. Quanto più la strumentale ruggisce, tanto più si fa marcata la netta contrapposizione con la voce di Curtis, fredda e apatica, indifferente alle sofferenze e alle lotte degli esseri umani, e forse, da esse, insieme affascinato e disgustato, come se non lo riguardassero più. L'unica emozione che trapela netta, tangibile, è la disperazione, una richiesta d'aiuto muta e assordante che parla di anestesia e di luoghi abbandonati, anzi distrutti, spazi della mente e dei ricordi ormai lontani. Fra queste righe e queste melodie il cantante parla della sue tante vite - quella sentimentale, quella lavorativa, quella sociale - e del dolore che in esse, ognuna di esse, vi è intrinseco. Il dolore della separazione, dell'innaturale dislocazione. E la necessità di un tepore differente, della saggezza di un Dio cui forse non crede neanche. Cos'è "colonia", allora? Non ci è dato saperlo. Forse la sua vita, le nostre vite, inevitabilmente preda d'istanze che non ci appartengono e non ci dovrebbero appartenere, mai.

«Era il mio amico sin dall'asilo, stavamo sempre insieme, abbiamo persino frequentato le stesse scuole. Ma dopo il diploma le nostre strade si sono separate». «Succede quando si cresce e si passa dalla giovinezza all'età adulta» sottolineo io banalmente. «Noi ci siamo divisi per seguire due mondi diversi. Io l'università, lui la scuola della vita. Almeno così la chiamava, ma erano solo stronzate». «Che è successo?». «Ha iniziato a frequentare un brutto giro di amicizie, spacciatori e tossici. Giorno dopo giorno lo vedevo dimagrire, barcollare strafatto in strada, col volto scavato e la lingua viola. Mi faceva schifo». «Questo perché eri deluso da lui?» «Esatto, per tutta la vita aveva avuto un aspetto rassicurante e pulito, e poi nel giro di poco si era ridotto a un fantasma». «Un fantasma come noi?» chiedo ironicamente e poi scoppiamo a ridere. Ridere è forse il segreto per andare avanti, anche se il momento è quello meno opportuno, come quello che stiamo vivendo. Ci ricomponiamo, due spiriti allegri, assoggettati al destino, ma con ancora il senso dell'umorismo. «Mi aveva deluso da morire, mi sentivo tradito. Sentivo come se avesse gettato alle ortiche la nostra amicizia decennale. E poi me lo sono ritrovato così, un tossico, lercio e strafatto, che si aggirava per i vicoli della città in cerca di elemosina».

Capitolo quinto - A Means to an End

«Sai l'ultima volta che l'ho visto che stava combinando?» io scuoto la testa, ovviamente non posso saperlo, così il mio compagno continua a raccontare la vicenda dell'amico che lo ha tradito. «Passeggiavo in strada, accanto a una vecchia baracca abbandonata, e lo vedo rannicchiato sopra il corpo di una ragazzina poco più che adolescente. Oltre a lui c'erano altre tre quattro persone, e davano degli schiaffetti sulla guancia della poveretta accasciata a terra e che respirava a fatica. «Droga?» domando io, quasi ingenuamente e lui annuisce. Ovvio che si tratti di quello, un tossico pensa solo a quello, da mattina a sera, vive e muore per la droga. «Non mi sono fermato, ho proseguito dritto, il mio amico mi ha guardato a lungo con gli occhi rossi e tristi. Mi ha fatto pena in quel momento. La ragazza sdraiata a terra ha avuto un rigurgito e gli ha vomitato tutta quella schifezza tra le mani. Una scena pietosa». «Che storia! Quindi è finita con quella scena la vostra amicizia?» «La nostra amicizia era già finita da anni, ma quella scena mi ha fatto capire che noi due non avevamo più nulla in comune». «Che ne è stato di lei?» domando, «Di lei chi?» «Della ragazza a terra?» «Ah, è morta, stroncata delle droghe. E la colpa è anche del mio ex amico. Non appena ho saputo della notizia ho inveito contro di lui, l'ho odiato con tutto me stesso, ho ripercorso tutti i momenti più belli che ho trascorso con lui e ho cercato di cancellarli».

Ai Joy Division piace stridere, giocare sulle contrapposizioni, provocare godimento facendo del male. Così, ecco che un sound di chitarra melodico ed arioso, per quanto distorto, lotta con un basso dal suono serrato e opprimente, sulle ambigue note di A Means to an End, espressione che rappresenta l'equivalente anglosassone della nostra "il fine giustifica i mezzi". Su questa contrapposizione di corde rimbomba una batteria secca e meccanica, monolitica, mentre l'indefinibile melodia è squarciata da cacofonie metalliche, forse perfino inattese e lasciate lì in fase di missaggio, a fare dell'opera qualcosa di reale, di vero. La voce di Curtis è baritona e ultraterrena, irata a una maniera innaturale, di un dittatore che arringhi la folla con parole di morte. E con quella voce, il cantante riporta alle parole gli stessi contrasti della musica, la speranza e la disillusione, il sodalizio e il tradimento. C'è chi dice vi sia una narrazione personale a proposito del matrimonio di Ian, fra le righe di "A Means to an End", una relazione resa infernale dalla malattia, dall'ansia, dagli impegni, dalla giovanissima età. C'è chi dice si parli del tradimento di un amico, forse una figura professionale, o magari un amico d'infanzia; "la nostra amicizia non morirà mai", declama infatti il cantante, ma ci sono ira e sarcasmo nella sua voce. C'è chi dice che invece è lui, ad allontanarsi dall'altro, schiavo delle sue manie ed accecato dai suoi interessi, dalla sua band. Forse sono vere tutte le storie, e nessuna. Forse ad aver tradito Ian è stata la vita, ed è alla morte ch'egli rivolge il suo accorato, rabbioso ritornello: "I put my trust in you", ho fiducia in te.

«Cancellarli come si fa al pc, si prendono i file e si trascinano nel cestino. Momenti buttati nel dimenticatoio, archiviati.», «Questo mondo è malato» aggiungo io «siamo tutti malati di qualcosa». «Tu di che sei malato?» mi chiede lui, spiazzandomi. Non so cosa rispondere, e quando sto per aprire bocca un rumore ci distrae. Un uccello sbatte contro la vetrata della stanza, un tonfo vuoto rimbomba per la sala. Che significa? È presagio di qualcosa? Di morte? L'animaletto si scontra col vetro e cade in picchiata, lasciando sulla lastra trasparente una scia rossa e bianca. «Questo è un brutto presagio» dice lui sospirando, io penso che stia scherzando, poi però mi volto e lo vedo sconvolto. Lo spettro va da suo padre e fa come per accarezzargli la fronte, trapassando la carne con le dita astratte. Intanto Curtis canta ipnotico delle sue crisi esistenziali.

Capitolo sesto - Heart and Soul

«Il cuore rispecchia l'anima». Guardo le sue labbra formare queste parole, ma non le comprendo. Che significa? Il mio compagno spettrale è ancora accanto al padre, che dorme sprofondato nella poltrona accanto alla vetrata. Russa talmente forte che nemmeno deve aver sentito il colpo dell'uccello sfracellato al vetro. Lo spirito si piega su suo padre e allunga le braccia, penetrando il petto dell'uomo. A un certo punto un bagliore si irradia all'altezza dei suoi polsi e si estende per tutto il corpo. È un bagliore dorato, mistico, divino. Sacro. «Lo sento» dice lui sotto sforzo «sento la forza del suo cuore, lo sto accarezzando. Batte forte, ma è energico». I bagliori luminosi del suo corpo si accendono e si spengono come le luci di un albero di Natale, andando probabilmente a ritmo con i battiti accelerati del cuore di suo padre. Si viene a creare un legame fantastico, un'unione di puro amore. Sangue del proprio sangue. Lo spettro estrae le braccia dal corpo del vecchio e torna da me. «Lui non aveva questo cuore puro, era stato contaminato dal male». «Chi?» oso chiedere e lui riprende «Il mio amico, il traditore, il tossico, il perduto. Ma non è tutta colpa sua, e sai perché» scuoto la testa da destra a sinistra, «perché da ragazzino era stato violato».

Rispetto al suo predecessore, Closer è un album che riesce ad essere incredibilmente vario pur mantenendo una sua particolarissima unicità. Heart and Soul, letteralmente "cuore e anima", strizza l'occhio a movimenti ballabili, perfino da discoteca di un certo tipo, trasportando l'ascoltatore su scenari notturni e sonnolenti, su strade illuminate da luci che sfrecciano rapide dal vetro di un finestrino. Il peso del basso è ancora più marcato ed evidente del solito, l'effettistica elettronica è soffusa, non invasiva ma piuttosto rilevante, a definire la personalità dell'opera. Pochi accordi di chitarra completano il quadro, reso veramente unico da un Curtis mai così morbido e suadente, quasi sensuale. Solo il ruggito di chitarra che spezza l'idillio a metà del brano, evidenzia la drammaticità che vi è intrinseca, tradendo il velato sarcasmo, o forse la malinconia, di quella voce così pacata. Delle tante canzoni che hanno fatto discutere sulla possibile prefigurazione del suicidio di Ian, "Heart and Soul" è quella che più spicca per chiarezza e drammaticità. Ad ascoltare il cantante, pare che già si rivolga a noi da un tempo e uno spazio che non sono di questo mondo, distante, ma non fisicamente, come l'avevamo conosciuto su "Unknown Pleasures", ma a una maniera più astratta e intangibile. Gli istinti che tradiscono, il viaggio che conduce al sole, l'assenza di un anima che porta alla distruzione: sono immagini allegoriche che poco spazio lasciano ai dubbi. Dalle parole di Curtis risuona una pena per se stesso e per gli altri, un delicato monito che ha il sapore dell'amore, una tenerezza inedita. Cuore e anima. Uno dei due deve bruciare, cessare d'esistere, non c'è una via di mezzo. O il corpo, distrutto e ormai una gabbia, o l'anima, finalmente libera.

«Era appena tornato dal campetto di calcio quando, lungo la strada, aveva incontrato questa persona, che poi è stata arrestata, ma solo anni e anni dopo il fatto. Questo uomo lo aveva avvicinato con la scusa dei complimenti, gli aveva detto che era un fenomeno sul campo, che avrebbe sfondato, che sarebbe diventato ricco e famoso», «Invece questo mondo malato lo aveva mangiato!» evidenzio con tono di stupore. «Aveva detto di accompagnarlo a casa per conoscere i genitori, gli aveva detto che lui era un importante agente sportivo, lo aveva caricato in auto e portato in periferia, in una zona industriale. Gli aveva fatto annusare un fazzoletto intriso di un liquido biancastro, lo aveva stordito e poi aveva abusato di lui». Resto a bocca aperta, pensando a cosa avesse dovuto subire quel povero ragazzino. Si vede che quella brutta avventura gli era rimasta nel cuore, lo aveva in un certo modo traviato, lo aveva condotto sulla cattiva strada, giorno dopo giorno, e allora ha sfogato la frustrazione una volta diventato maggiorenne. «Io sapevo dell'accaduto, suo padre ne aveva parlato con mio padre, io avevo origliato tutto. Pensavo che il mio migliore amico fosse uscito pulito da quella tragedia, invece la sua mente aveva fatto scintille, era già andata in tilt. È rimasto al mio fianco per tanti anni, per poi allontanarsi e perdersi, corrotto e divorato dal vizio».

Capitolo settimo - Twenty Four Hours

Mi sporgo per osservare il cd che gira indisturbato nel lettore, siamo alla settima traccia, il mio amico mi lancia un sorriso e dice: «Avevo anche io una band. Per un breve periodo ci siamo divertiti tantissimo». In effetti il mio nuovo amico ha l'aspetto di un musicista: capelli incolti, orecchini ai lobi delle orecchie, anelli e bracciali di acciaio, in questo momento appoggiati sul comodino dopo che gli sono stati tolti in sala operatoria. Scommetto che il genere proposto dalla sua band è lo stesso suonato dai Joy Division, ed è lui stesso darmene conferma, specificando che «Suonavamo post-punk, ma molto più veloce rispetto ai Division e alle band di simile estrazione. Noi eravamo più vicino al rock n' roll». Annuisco, «È importante per te la musica?» chiedo, ma già conosco la risposta, «È tutta la mia vita, anche se oggi non la suono più... ascolto più che altro». Lo spirito mi fissa negli occhi e mi vede titubante, perciò prosegue «A un certo punto siamo cresciuti, noi della band, intendo. Ci siamo ritrovati a trent'anni, con sempre meno tempo a disposizione, con sempre più impegni quotidiani. C'è chi si è sposato, chi si è trasferito per lavoro, chi ha cambiato gusti». «Siete cresciuti!» esclamo io e pronunciare quelle parole mi fa venire i brividi: «Sai che intento io, invece? Che non bisogna mai abbandonare le proprie passioni, in un certo senso bisogna restare bambini dentro». Sto dicendo una banalità, me ne rendo conto, e infatti lui mi riprende «Capisco quello che intendi, ma la realtà è diversa, prima o poi bisogna affrontare la quotidianità. Le passioni ovviamente rimangono intatte, ma le si vivono in modo diverso. Io non ho più avuto tempo di suonare la chitarra, non ho avuto più occasione di formare un'altra band, ho iniziato a gestire un locale e ho preferito contattare e far suonare gruppi». «Insomma, sei passato dall'altra parte?», «Già, ma ti racconto la serata più bella della nostra carriera da musicisti».

Forse, dopotutto, "Heart and Soul" è soprattutto un monito di Curtis nei confronti di se stesso, una canzone che paradossalmente racconta la speranza attraverso la rassegnazione. Twenty Four Hours, "ventiquattrore", è invece reale presa di coscienza, non solamente un monito, ma quasi una minaccia autoinflitta. Il dramma stavolta è voluto e ricercato, ma non è l'intimismo della riflessione, bensì il terrore del tempo che scorre inesorabile, annientando al suo passaggio ogni residuo di speranza. A rimarcare la corsa del tempo è il forsennato incedere di basso e batteria, mentre pochi ed oscuri sono gli spazi lasciati al pensiero ponderato, tratteggiati da intriganti sfumature chitarristiche e vocali. Così la canzone procede, corre, corre ancora, si ferma, poi accelera, si ferma di nuovo e accelera di nuovo, sempre più veloce, inarrestabile come il tempo assassino e maledetto, e infine rallenta in una smarrita ed esterrefatta anti-catarsi. Qui, Ian ci racconta delle sue battaglie, delle sue speranze e delle sue delusioni, dell'innocenza perduta e delle scelte di vita. Ma soprattutto ci racconta del tempo che lo divora, del suo rimorso, della necessità d'una terapia, di una cura. "Gotta find my destiny", dice. Devo trovare il mio destino. 

«È stato un delirio» racconta lo spirito del musicista in coma «Stavamo suonando in una bettola di periferia. Tra il pubblico c'erano ubriaconi, tossici, ragazzi fin troppo esuberanti e puttane in cerca di clienti». Ascolto con estremo interesse, questi racconti di vita mi fanno impazzire, anche perché il mio mestiere di sceneggiatore si basa su storie di vita, le fa proprie e le plasma, mettendole per iscritto. «Stavamo suonando da paura, ma il pubblico tutto stava facendo tranne che ascoltarci e noi eravamo nervosi. Intorno al palco alcuni si spintonavano, altri andavano a vomitare fuori dal locale, sui divanetti dei clienti abbordavano le prostitute. Il gestore ci guardava e scrollava le spalle. sapevamo a cosa andavamo incontro quando abbiamo accettato l'ingaggio, però ci aspettavamo un po' di rispetto, non per noi, ma per la musica». «E l'atmosfera come era?», «Malsana! Odore di alcol e fumo nell'aria e che ci investiva, ma noi ci stavamo mettendo cuore e anima per suonare le nostre note. Poi il delirio: il nostro vocalist, stanco dai continui lanci di bicchieri di plastica e schizzi di birra lanciati sul palco, inveisce contro il pubblico urlando -Questa è per tutti voi, grandissimi figli di puttana. Si intitola "Prisoners"- e attacchiamo con un vertiginoso rock 'n' roll spaccatimpani. Uno dei ragazzi ubriachi, a un certo punto, sale sul palco e salta addosso al cantante. La rissa scoppia per tutto il locale, io che spaccavo la chitarra in faccia a tutti gli stronzi che mi venivano incontro». Rido a crepapelle, queste storie underground hanno sempre avuto un certo fascino su di me, «E come è andata a finire?», «Dopo dieci minuti siamo fuggiti, abbiamo caricato gli strumenti sul furgone e siamo scappati sgommando mentre le sirene dei carabinieri erano sempre più forti. Abbiamo riportato graffi e lividi, abbiamo frantumato gli strumenti, abbiamo perso tantissimi soldi, ma cazzo, ci siamo divertiti da morire». «Serata epica» dico mentre una nuvola di passaggio oscura la notte.

Capitolo ottavo - The Eternal

«Nella casa di fronte alla mia c'era un uomo» se ne esce così il mio amico, che nel frattempo ha già cambiato argomento. «C'era perché adesso è morto. Suicida». È strano parlare di morte quando siamo noi quelli appesi a un filo, che lottano tra la vita e la morte, ma forse i nostri dialoghi sono un esorcizzare la paura del nulla. Che cosa c'è dall'altra parte? Non lo so, non sono religioso, non ho mai creduto in niente, a differenza di mio padre. In questo momento vorrei credere che ci sia qualcosa di bello dopo, vorrei credere a una seconda vita dopo la morte, ciò mi tranquillizzerebbe. Se così fosse potrei raggiungere mio padre, riabbracciarlo, ma mi riesce difficile credere alla favoletta religiosa dell'anima vagante. E se adesso mi mettessi a pregare un Dio che non conosco risulterei ipocrita, dopo che l'ho sbeffeggiato per anni. Preferisco restare più razionale possibile, anche se la situazione in cui vivo non è del tutto razionale. Voglio dire, sono uno spirito fuoriuscito dal corpo in coma e che sta parlando con quello del suo investitore, di spirito, in una folle notte ospedaliera. Tutto ciò non è affatto razionale. «Stava sempre da solo, trascorreva le giornate chiuso in casa e affacciato alla finestra», le parole del mio interlocutore mi riportano sull'attenti. «Mi stai ascoltando?» dice lui ed io faccio su e giù con la testa «Sì, stavo solo pensando a una cosa. continua pure».

Un suono artificiale e meccanico, simile a quello d'un vecchio marchingegno a vapore, apre alla desolante melodia di The Eternal, "l'Eterno". Inedite sonorità di piano incedono lente e inesorabili come una malattia terminale, la ritmica procede stanca, quasi dovesse fermarsi da un momento all'altro, mentre pochi effetti sonori definiscono sfumature essenziali ma dannatamente pregnanti. In tutto questo i bassi sono come un lungo tappeto logoro su cui passeggia il cantante, spossato e a testa bassa. La sua poetica si fa quasi narrazione, ma alla retorica della prosa si sostituisce la fugace visione d'immagini cimiteriali, nebbiose inquadrature di cancelli e cieli e nuvole, di fiori morenti, di persone in processione. Il cimitero è tuttavia una strada fra tante, e il protagonista è un essere che vive come fosse morto, anzi, peggio: bloccato. Immobile nello spazio e nel tempo, Eterno. Dicono che Curtis abbia tratto ispirazione da un vicino di casa, un ragazzo affetto da malattia mentale cui non era dato di muoversi da quel quartiere, da quelle strada, e che mai in vita sua ha visto qualcosa di differente che non fossero quelle persone in processione e quel cielo e quelle nuvole. Viene tuttavia da chiedersi quanto, di quella vita che non è vita, il cantante abbia rivisto in se stesso e negli altri. L'incomunicabilità, elemento imprescindibile e fondamentale della poetica di Ian, pone l'essere umano come chiuso nella piccola strada della sua mente, intrinsecamente disperato e solo, circondato da sagome indefinite e mai veramente conosciute, centro del suo stesso universo e dunque: eterno.

«Lui cercava l'eternità. Restava chiuso in casa e dalla finestra fotografava le nuvole, sempre lo spicchio di cielo. Lo vedevo ogni giorno affacciato, con una sigaretta in bocca e la macchina fotografica puntata in alto. Non aveva nessuno, né moglie né figli. Un giorno, torno dall'università e apprendo che l'uomo si era lanciato dal quinto piano la mattina stessa. Quando i carabinieri sono entrati in casa sua hanno trovato un ambiente spoglio, interamente ricoperto da fotografie di nuvole, attaccate al soffitto, alle pareti e al pavimento. Una casa di nuvole, e al frigorifero un foglio di carta con su scritto -Cerco l'eternità-». Penso a quell'uomo, me lo figuro intento a ricoprire ogni singolo angolo dell'appartamento con le foto scattate e, una volta terminata la mansione, ha cercato di tuffarsi in quel cielo nuvoloso che tanto amava. È questa l'eternità?

Capitolo nono - Decades

Il papà dell'investitore si muove, adesso ha gli occhi aperti, si alza per un istante, sgranchisce le gambe e poi torna a sedersi. Da una valigetta preleva un diario, lo apre e annota qualcosa con una penna. Fa tutto al buio, con la lieve luce dei lampioni esterni. Noi ci avviciniamo alle sue spalle. l'uomo ovviamente non può vederci né sentirci. Ha gli occhi umidi. «Mio padre ha la mania del diario. Quotidianamente appunta qualcosa, lo fa sin da quando era piccolo». «È una bella abitudine» dico io, e lo penso davvero. Annotare appunti, pensieri, emozioni, ogni giorno, per ricordarli in eterno. Allunghiamo il collo nello stesso momento, per sbirciare la pagina del diario. Notiamo una scritta che recita: "Ricorda chi sei. Un soldato".

Un ritmo lontano, più ambientale che strumentale, poi pochi accenni di batteria ed un basso meno possente del solito, calmo, ma non per questo meno importante. Infine una melodia elettronica quasi sacrale, ma distorta e malata, segna definitivamente l'inizio di Decades, "decadi". La voce di Ian è oltre qualsiasi possibile emozione, perfino oltre l'apatia o l'indifferenza. È lo sguardo di uno spettatore neutrale, la voce di una narrazione ormai avvenuta. Il crescendo dell'effettistica elettronica è l'unico ed essenziale elemento d'una catarsi sacrale, eterea, ma anche disperata e priva di speranza, destino segnato e già scolpito nella pietra da intere, lunghissime decadi. Dicono che questa canzone parli della guerra, del primo o del secondo conflitto mondiale... non che sia importante. Ciò che è importante sono gli uomini che quelle guerre l'hanno combattute, e tornati alla vita civile, si sono scoperti incapaci di lasciarsi alle spalle i ricordi degli orrori inflitti e subiti, di dimenticare le porte dell'inferno cui loro stessi hanno bussato. È probabile che sia proprio così, ma è anche probabile che ci sia ben altro. Se guardiamo a "Closer" nel suo insieme, o addirittura all'intera poetica di Ian Curtis, scopriamo un microcosmo di elementi cardine immutabili ed essenziali: l'incomunicabilità, la decadenza fisica e morale, il disprezzo più duro e l'amore più tenero. E l'attitudine alla permeabilità, la capacità di fare proprie le sofferenze altrui, per raccontare le proprie. E allora con "Decades" siamo tutti soldati, portiamo tutti un peso sulle spalle e un'intima sofferenza che è la nostra stessa gabbia. E viene un po' da pensare che forse, dopo il funerale che è stata "The Eternal", queste non siano che le riflessioni postume su di una vita già vissuta, su di una carriera già definita, come quella che abbiamo esplorato, riscoprendo, attraverso i suoi antichi impulsi, quella lontana e malinconica stella morta chiamata Joy Division.

Ci guardiamo per cercare di capire la criptica frase scritta dal padre. Forse, proprio come recita il testo dell'ultima traccia di "Closer", quella stessa traccia che riecheggia negli auricolari e che percepiamo indistintamente, quella frase indica il peso della vita e la necessità di affrontarla con cuore impavido. I nostri raggi luminosi, quelli emessi dai nostri contorni astratti, iniziano a brillare, ci accendono luminosi nel buio, poi si affievoliscono di nuovo. Forse è l'altra dimensione che ci sta invocando, la morte che arriva con il suo corpo liquido. Io sento una scossa intensa che mi avvolge, mi solleva da terra e mi la levitare a mezz'aria. Lo stesso il mio amico. Dopo pochi secondi scendiamo e ci avviciniamo, i nostri raggi luminosi vengono attratti e si amalgamano tra loro, fondendosi in una luce intensa. Con una spinta ci dividiamo.

Epilogo

«E così sai più o meno tutto» conclude lo spettro del mio investitore. Un animo buono, non c'è che dire, l'ennesimo tributo di sangue che certamente non avrebbe meritato tale sorte. «Mi dispiace» pronuncia all'improvviso «mi dispiace di averti investito, ma hai attraversato velocemente ed io non ho fatto in tempo a...» lo blocco «Tranquillo, non ce l'ho con te. Si vede che doveva andare così». In un certo senso siamo entrambi uniti da un destino nefasto, i nostri cammini si sono incrociati e scontrati per puro caso. Non abbiamo potuto evitarlo, ed ora ci ritroviamo qui a vagare come morti viventi o vivi morenti tra i corridoi di questo ospedale. Fuori è notte fonda, le stelle brillano in cielo e la luce pallida della luna filtra nella nostra camera illuminando le nostre fattezze spiritiche. Entrambi siamo creature astratte e luminose che brillano nella notte. Nessuno può vederci. Nessuno di vivo, intendo. Dal corridoio si affaccia l'anima vagante di una signora anziana, emette degli strani bagliori azzurri, ci strizza l'occhio e sorride, lei ci ha riconosciuti. Tutti noi stiamo morendo, siamo nel limbo tra la vita e la morte. «Non abbiate paura» ci dice lo spettro dell'anziana. Per lei deve essere semplice, è giunta alla fine del suo viaggio, noi no, noi siamo ancora giovani. Forse non conta l'età, la paura colpisce ognuno di noi, al di là dell'età e della classe sociale. La morte spaventa tutti quanti. La vecchia sparisce ondeggiando sulle mattonelle e attraversando una parete. Guardo il mio nuovo amico, anche lui ha lo sguardo perplesso, poi si rilassa e dice «Lo facciamo anche noi?». Scattiamo in direzione del muro a una velocità pazzesca, come se qualcuno ci avesse sparato con un cannone, siamo leggeri come piume e i nostri corpi non sentono il peso della gravità. Lui mi prende per mano e a testa china, come arieti, ci abbattiamo contro la parete del muro dietro ai letti. Un secondo di buio e riemergiamo nella stanza accanto. Due suore sono in ginocchio e pregano una loro sorella, nella notte recitano sommessamente il rosario. Anche questa stanza odora di morte. La morte ha un odore preciso, è amaro e soffocante che proviene dal corpo che si sta degradando. Proseguiamo la nostra perlustrazione e ci schiantiamo contro l'altro muro, sbucando in una grande sala deserta. Dagli addobbi e dai giochi sparpagliati a terra deve essere l'area divertimento per i bambini malati. «Povere anime» dico. «Poveri piccoli innocenti» dice il mio amico di viaggio. Ad un tratto uno spasmo lo colpisce, lui singhiozza «Che sta succedendo?» gli urlo contro preoccupato. Non risponde, si piega in preda a una scarica epilettica, il suo corpo trasparente spara elettricità, si accende e si spegne a intermittenza. «Dobbiamo tornare» dice, e ci catapultiamo nella nostra camera riattraversando le pareti dell'ospedale.

Esattamente due mesi dopo la morte di Ian Curtis, mentre la critica specializzata esalta "Closer" come uno dei più brillanti dischi rock degli ultimi dieci anni, letteralmente in visibilio dinanzi allo spessore poetico del cantante e quello avveniristico dei musicisti, I Joy Division assistono all'epitaffio della loro brevissima parabola. Un epitaffio dorato che al posto dei cancelli del paradiso, apre alla band i cancelli dell'immortalità artistica e del successo popolare. Ma in fin dei conti, pur sempre un epitaffio. La band si scioglie, e i membri superstiti - Sumner, Hook e Morris - vanno a formare i New Order, formazione che prosegue sul solco tracciato dai Joy Division con maggior consapevolezza, una più matura chiarezza d'intenti, ma anche senza l'energia dirompente, deflagrante, di quel nero lampo ch'era intrinseco in "Unknown Pleasures" e su "Closer". Quell'irripetibile scintilla capace di cambiare le carte in tavola, e ridefinire le regole di un intero linguaggio. Non sapremo mai se e quanto "Closer" nascondesse i segnali di ciò che sarebbe avvenuto, ma conosciamo l'eredità ch'esso ha lasciato al mondo dell'arte, al rock e alla musica tutta. I Joy Division hanno attraversato indenni quattro decenni, influenzando una quantità immane e talvolta insospettabile di materiale artistico, dall'elettronica all'intero post-punk, dal metal più oscuro e cimiteriale all'intimismo del grunge, dalla dance al synth-pop fino alle contemporanee correnti derivative. La loro opera rimane fresca e genuina perfino oggi, per molti complessa e impenetrabile quanto lo era nel '79, eterna ed incapace d'invecchiare: che sia per il minimalismo del sound, o per lo spessore della poetica, è difficile a dirsi. Forse il segreto dell'immortalità dei Joy Division è qualcosa di più profondo, indefinibile a parole. Rimane il fascino di un paradosso: di una band figlia d'un genio morto prematuramente capace di non morire mai, e anzi, di rinnovarsi ad ogni generazione. Vita che nasce dalla morte, imprescindibile regola della natura.  

Il macchinario che lo mantiene in vita sta suonando dei bip velocissimi, sul monitor la linea del cuore si sta affievolendo. Il padre si sveglia di botto e così fa la mia ragazza, attirata dal frastuono. In breve ecco due infermiere che entrano a passo svelto «Il suo cuore, lo stiamo perdendo!» grida una delle due, e subito si precipita sul corpo facendogli un massaggio cardiaco. Dalla quiete alla tempesta, la nostra camera è in tumulto. «Che cosa sta succedendo?» urla tra le lacrime il papà, ma già sa la risposta. Giunge il medico, lanciando la cartellina a terra «Dobbiamo rianimarlo». Io mi volto, torno al mio letto, accanto al mio corpo e alla mia bella ragazza. Lei osserva la scena a bocca aperta, forse prega perché non accada lo stesso a me. «Fate qualcosa, per l'amore di Dio!» urla il padre del morente, ma viene accompagnato fuori all'istante. In soli due minuti la foga del medico e delle infermiere scema, restano i fiatoni, poi il silenzio interrotto dal bip continuo del macchinario. Allungo lo sguardo e una linea verde percorre lo schermo nero, è piatta. «Spegnilo» ordina il medico all'infermiera, e questa si precipita a spegnere la macchina. Per qualche tempo non ci sono rumori. Tutti escono dalla stanza e dopo poco sento un lamento lancinante dal corridoio, è il papà del mio amico che urla, sbraita e colpisce le pareti con i pugni. I colpi rimbombano e fanno tremare tutto. Elisa scoppia a piangere, mi accarezza la fronte e mi bacia la guancia. L'infermiera torna in camera e con un lenzuolo copre il cadavere, dunque sposta il lettore cd e lo appoggia sul comodino. Va via. Nella notte il cd di "Closer" dei Joy Division" continua a girare, forse è ricominciato da capo, e in lontananza sento le note uscire dagli auricolari. Ho un sussulto, una forza indomita mi strattona, sembra prendermi a calci, mi trascina di qua e di là. Un colpo al petto e vengo sospinto verso il mio corpo steso a letto. Rientro nelle mie carni e sento uno strano calore. Forse la morte non è riuscita a prendermi. Non sento più la puzza. Ossigeno, adesso percepisco ossigeno, dai polmoni sale un soffio d'aria. Apro gli occhi e vedo il volto del mio amore, ha un'espressione incantata, sbalordita, sgrana le pupille e poi grida «Sei vivo! Sei vivo!» e poi scappa a chiamare qualcuno.


FINE

1) Prologo
2) Capitolo primo - Atrocity Exhibition
3) Capitolo secondo - Isolation
4) Capitolo terzo - Passover
5) Capitolo quarto - Colony
6) Capitolo quinto - A Means to an End
7) Capitolo sesto - Heart and Soul
8) Capitolo settimo - Twenty Four Hours
9) Capitolo ottavo - The Eternal
10) Capitolo nono - Decades
11) Epilogo
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