JOE PERRINO'S GROG

Bomba - W W La Guerra

2017 - Minotauro Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
06/02/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il sacro verbo del rock continua ad ardere come una sempiterna fiamma nel cuore, puro ed immacolato, di un manipolo di artisti disposti a spendersi in tutto e per tutto per portare avanti una passione, per alimentare quel fuoco che coincide con un credo: la voglia di rockeggiare, comunque e sempre, aldilà delle mode, a prescindere se come spesso accade "tira più ciò che è mainstream" (ma cosa importa: i veri rocker si sono mai preoccupati di questo?) perché è meglio avere una fanbase affezionata, che attende con trepidazione un prodotto "vero", piuttosto che accontentare chi si culla crogiolandosi di moda in moda, ossia quello stuolo di svogliati maldisposti verso una ricerca più attenta di cosa sia effettivamente la vera musica. E, nel nostro caso, di musica rock. Termine questo che vuol dire un sacco di cose. Molti artisti sono considerati "rock" (dagli U2 a Vasco Rossi) ma è logico che più si va nel mainstream, più si perde il senso immacolato del termine. Per inciso: in tanti usano le contaminazioni e spesso - non sempre, per carità - sviliscono il proprio prodotto per renderlo alla portata di ogni palato. La musica che diventa forzatamente popolare riducendosi a un mero prodotto di consumo come la Coca Cola. Fu Alessandro Baricco nel suo "I Barbari", a riportare la differenza tra un vino ad uso e consumo di tutti e un vino veramente di classe: il vino alla portata di tutti (da lui definito "vino Hollywoodiano") può essere un vino buonissimo, ma standardizzato per una banale "comprensione generale", mentre il vino di classe non ha un gusto immediatamente percepibile - dal palato non allenato - come eccellente, ma lo è. Non punta alla spettacolarizzazione (il termine è pescato ancora una volta da Baricco) ma si fregia di un'essenza che lo rende oggettivamente speciale. E così fa il buon rocker, il vero rocker, quello che non fa musica per accontentare un pubblico annoiato e alla ricerca del trend, ma fa musica innanzitutto per se stesso, per concretizzare un progetto, dare corpo ad una sua precisa idea. Un rocker come Joe Perrino, AKA Nicola Macciò, grande artista, dotato di una caratura indiscutibile, di cui prendiamo in esame il suo ultimo parto discografico: "Bomba (W W La Guerra)", un Ep di sei tracce che porta avanti in maniera egregia una carriera inattaccabile. Perrino è un Artista (la maiuscola è d'obbligo) che per molti non ha bisogno di presentazioni. La carriera musicale del nostro inizia nel 1982 in un gruppo hardcore punk chiamato SS20. Grazie a questo primo progetto Macciò/Perrino partecipa al primo raduno punk nazionale a Certaldo, quindi, nell'85 vi è l'inclusione del suo gruppo nella compilation "Quelli Che Urlano Ancora" (prodotta da Giulio Tedeschi) e dalla C.A.S. Records. Tale release risulta a suo modo di una certa importanza, considerando anche i nomi coinvolti: basti pensare ai Klacson, ai Cani, ai Nabat e ai Rough. La parentesi punk comunque non dura tantissimo, considerando che già nel 1984, quindi un anno prima di "Quelli Che...", Perrino diviene frontman di un gruppo dalle sonorità a cavallo tra hard rock e psichedelica, ossia i "Joe Perrino and the Mellowtones". Un altro artista, subodorando già i primi frutti positivi con la propria band "inaugurale", avrebbe continuato su quella strada, "battendo il ferro ancora caldo", ma Perrino no. E in questa voglia di trovare la sua vera strada musicale, in questa sua tenacia e capacità di mettersi in discussione - dimostrata già in tempi non sospetti - ritroviamo il rocker che dà tutto se stesso per la musica. Ma torniamo a noi. Questo nuovo progetto, già dal titolo, richiamava palesemente Frank Zappa, il quale ad inizio carriera ebbe modo di suonare in una band dallo stesso nome. Un gruppo, questo, nato a detta dello stesso Perrino "per gioco", a rimarcare l'approccio disinteressato del frontman ai meccanismi dello show business e al contempo a sottolineare la sua volontà di portare avanti un progetto in una maniera che fosse il più possibile "pura" e d'impatto. Nell'organico seminale della band troviamo, oltre Macciò, anche Carlo Camerota alla chitarra, Mario Loi al basso, Nello Argiolas alla batteria e Mario Scano alle tastiere; il gruppo affronta successivamente vari cambi di line up (Michele Taras e Carlo Cuccureddu prendono il posto di Camerota ed Argiolas) ma trova comunque il modo di imporsi all'interno del panorama rock sardo ed italiano, grazie a indimenticabili esibizioni dal vivo e partecipazioni ad innumerevoli compilation ed eventi live. I Joe Perrino And The Mellowtones riescono poi nell'intento di piazzare due bei colpi: nel 1984 sono ospiti nella trasmissione radiofonica RAI "Un Altro Discorso", mentre un anno dopo, nell'85, i nostri riescono a debuttare ufficialmente in studio mediante la registrazione del singolo "Love the Colours", prodotto dalla High Rise / IRA. Si susseguono le date live, con alcuni appuntamenti di una certa rilevanza come ad esempio il "Rock contro il Silenzio", tenutosi a Palermo nel 1986, evento imperniato sulla protesta contro la mafia nel quale sono coinvolti gruppi di indiscutibile caratura (mi preme citare ad esempio Neon, Denovo, Diaframma, Gaznevada); o ancora, sempre nel 1986, una serie di concerti che il gruppo intraprende assieme ai Litfiba, band capitanata da Piero Pelù, che in quel periodo erano intenti a promuovere il disco "17 Re". Nel 1987 abbiamo la registrazione del disco "Mi Sento Felice", che confluisce nella compilation "San Remo Rock" (i nostri hanno poi modo di partecipare alle selezioni di tale manifestazione). Nel 1988 giunge la consacrazione grazie al disco Rane & Roll (pubblicato da IRA/CGD), considerato da molti il loro capolavoro nonché il disco più celebrato a livello di critica e pubblico. Cavalcando l'onda del successo e di un certo entusiasmo per via della riuscita di tale release, la band intraprende un tour ancora una volta con i Litfiba e, successivamente, in una serie di concerti in cui hanno modo di suonare da headliner in solitaria, cosa che incrementa il loro già abbondante successo. A coronazione di tutto ciò si aggiunge, nel 1988, anche una tournee estera - in Francia - che li porta all'apice di un successo forse inaspettato. Purtroppo non tutto fila liscio fino in fondo: a causa di una serie di vicissitudini con la casa discografica (la IRA), colpevole di non dare il giusto supporto ad una band che ha sino a quel momento ha sempre e comunque dimostrato il suo valore, il gruppo di Joe Perrino si scioglie. Lo step successivo è cambiare aria: Macciò si stabilisce in Inghilterra per un periodo, imbarcandosi dapprima in una breve, fugace avventura musicale con gli Horse London, quindi, dopo aver incrociato la strada con il chitarrista Perry Boyeson, fonda una sua band, gli A.D. Show (il genere è il crossover metal), ed è grazie a questa band che riesce a risalire sulla cresta dell'onda, esibendosi in un buon numero di club londinesi. Tutto questo non passa inosservato: di certo non al pubblico, che eleva il gruppo allo status di band di culto, né tantomeno a una casa discografica blasonata come la Geffen, che di lì a non molto propone alla band di realizzare il loro debut album, stupita dall'incredibile energia emanata dalla band. Purtroppo anche stavolta non tutto sembra andare per il verso giusto: nonostante il successo - che eleva la band a una delle migliori realtà inglesi del periodo - e nonostante l'interessamento di una major, qualcosa va decisamente per il verso sbagliato. A quello che potremmo definire lo zenith della band coincidono i numerosi problemi di droga del loro manager, Jack Stevens, lo stesso che aveva contribuito grazie al suo stakanovismo e alla sua infaticabile attività al successo della band. E questi problemi purtroppo contribuiscono all'affossamento - ancora una volta prematuro - di una band che altrimenti sembrava destinata ad andare molto lontano. Ma come al solito Macciò non si perde d'animo e, tornato in Sardegna, si rimbocca letteralmente le maniche per ricominciare da capo con una nuova band. È il 1994, e Perrino/Macciò plasma la sua nuova creatura, l'Elefante Bianco. Il primo full non si fa attendere, considerando che viene dato alla luce quello stesso anno: l' "elefantino" (omonimo) è ancora una volta un successo, e permette a Macciò e ai suoi di imbarcarsi in una nuova serie di concerti. Ma un "nuovo cucciolo di elefante" è pronto per essere partorito: stavolta è il turno di Elevazione (1998) che sancisce un ulteriore successo nella collezione di Macciò, uno che con il concetto di "successo" ci è andato a braccetto per tutta la vita. Sempre nel 1998 vede la luce un nuovo parto discografico, intitolato semplicemente Joe Perrino and the Mellowtones (Four Monster Records) , lavoro celebrativo e raggruppante tutto il lavoro svolto dalla ex band di Joe prima del noto "Rane 'N' Roll". Il nuovo millennio vede Perrino smarcarsi dal progetto "L'Elefante Bianco" in cerca di nuovi stimoli, anche extra-musicali. Questo lo porta sia a cimentarsi con il teatro (lo spettacolo "Operaio Romantico" del 2000) che con il cinema (prima il cortometraggio "Kirie Eleison", regia di Bepi Vigna, celebre oltre che come regista anche come sceneggiatore di fumetti; quindi il cortometraggio "in Preda", regia di un esordiente Paolo Carboni). Ma la passione per la musica non si spegne facilmente: senza dilungarmi troppo (un mio collega ha già ripercorso per tappe la sua carriera nella recensione dedicata a "L'Esercito Del Male") ci basti sapere che dapprima (nel 2007) Perrino fonda i Rolling Gangster, band con cui pubblica un Ep; quindi da alle stampe un disco chiamato "Pure Sardinian Rock n' Roll Power" (registrato presso i "Vintage Studio" di S. Antioco), al quale succede la pubblicazione del disco "Canzoni di Malavita", un album atto a raccogliere vari canti carcerari che il nostro aveva già messo a punto in occasione di un festival sulla poesia e sulla letteratura noir tenutosi anni addietro. Arriviamo così al giugno 2010: Nicola Macciò intraprende un nuovo percorso musicale destinato in qualche modo a ricalcare le orme di quanto già compiuto con i Joe Perrino & The Mellowtones  e gli Elefante Bianco, e per poter iniziare questa nuova avventura decide di reclutare all'interno di questa nuova realtà, denominata Grog, una schiera di musicisti di indubbia preparazione e altresì di grande esperienza. Alle chitarre troviamo Gianni Solinas (già membro di realtà quali Nero Perverso e Umiliati & Offesi) mentre la batteria è totale appannaggio di Claudio Sechi (Negacy, No Mercy); a completare il cerchio Angelo Pingerna al basso (bassista di indiscutibile caratura, già con gruppi come Hot Pets e B.B.H.) e Gianmario Solinas alle tastiere / Hammond, celebre musicista jazz, nome di punta in ambito sardo. Il monicker trarrebbe ispirazione da un concetto ambivalente: da una parte ci si riferisce al grog, celebre bevanda piratesca composta da rum e - da quanto ci è dato sapere - polvere da sparo (?); dall'altra il riferimento è ad una razza di drago. Con questo nuovo progetto i nostri partoriscono nel 2015 il loro debut, "L'Esercito Del Male" (prodotto dalla Isula Records), a detta di molti un capolavoro, e nel 2017 questo "Bomba (W W La Guerra)", il disco che per inciso andremo ad analizzare oggi (che tra l'altro vede un'ulteriore cambio nella line up: al basso Marcello Capoccia e alla batteria Gabriele Lobina). Un mini cd o Ep, considerando il numero stringato di tracce complessive (6 in tutto) dotato di un estremo fascino, capace di dare un egregio proseguo al percorso di Perrino. Un disco con molti "pro", che estinguono quasi completamente i pochissimi "contro" presenti come inconsistenti, sparute ombre in un lavoro che a suo modo rasenta la perfezione. Sul primo versante dobbiamo sottolineare come alcune tracce siano effettivamente dei capolavori (sugli scudi la Title Track, La Più Grande Delusione, La Giostra Di Momotti e in parte quello che poteva essere a mio parere uno dei pezzi migliori in assoluto, ossia La Mia Piccola Hiroshima. Più avanti troveremo di questa traccia il "pelo nell'uovo"). Per quanto riguarda i cosiddetti "contro" diciamo che, essendo il disco così stringato, a mio modestissimo parere non era del tutto necessario inserire il remix di un pezzo già contenuto nel precedente album. L'operazione si salva grazie comunque alla riuscita della nuova versione, ma se invece di qualcosa di "riproposto" avessimo avuto un pezzo completamente nuovo non sarebbe stato affatto male, anzi. E in più l'exploit rap in coda a "La Mia Piccola Hiroshima", brano davvero molto coinvolgente, ben studiato, di gran presa... una coda non proprio necessaria. Non ho mai amato le contaminazioni tra rock e rap (comunque il successo che ha avuto questo genere di crossover tra il pubblico rende il sottoscritto una mosca bianca) e penso che specie in un brano di tale caratura un simile esperimento non sia assolutamente indispensabile. Non che questo incida sul suo fascino, per carità. Anzi. Pur non amando il genere di contaminazioni rap/rock, si può dire che comunque lo strano reprise finale aggiunga qualcosa di "diverso" ad un brano che, fosse finito nella maniera più canonica (il brano ad un certo punto si interrompe e dopo pochi secondi parte il reprise di cui sopra), sarebbe stato comunque perfetto. A far guadagnare ulteriori punti al disco, tra le altre cose, come nello scorso parto discografico troviamo dei featuring celebri: in "L'Esercito Del Male" spiccava una collaborazione con il grande Pino Scotto, e anche qui, ancora una volta, chiamiamo in causa nomi di una certa caratura: in primis il leggendario G.L. Perotti degli Extrema e il celeberrimo Gianni Maroccolo (CCCP Fedeli alla linea), ma anche il meno noto - magari solo al sottoscritto -  Ergobeat, che ha dato il suo contributo al quarto brano (di cui abbiamo prima parlato). Quindi di base abbiamo una gran bella release, "consistente nella sua stringatezza", un lavoro destinato non solo ai fans ma anche a chi si vuole addentrare per la prima volta nelle sonorità di questo grande artista: un "biglietto da visita", a suo modo, che come il pezzo di carta di cui sopra mantiene un numero essenziale di dati adeguati ad una successiva, approfondita conoscenza del referente. Non un capolavoro compiuto come il penultimo disco (ossia l'ultimo full-lenght, dato che questo è a tutti gli effetti un mini disco) ma una perla essenziale, che preferisce giocare su un numero più limitato di brani ma definendo ulteriormente una crescita che negli anni non è mai venuta a mancare. Una tensione se vogliamo verso un percorso di sublimazione: la musica che data l'esperienza e una certa cognizione del proprio percorso, si fa più consistente, più penetrante, più matura. E di questo passaggio si porta qui testimonianza con una simbolica impronta nel cemento di un percorso che può portare verso una ulteriore raffinazione e una tipologia di prodotto sempre più perfetta. Perrino in realtà, data la sua attitudine da rocker, non sembrerebbe avvezzo a un percorso del genere, che potrebbe sembrare quasi quello dell'artista asceta alla ricerca della perfezione. Ma ci sono elementi nel mondo della musica che pur non ricercandola la carpiscono ugualmente: artisti che hano la musica nel DNA, che la sentono come un qualcosa di vero, che sono stati baciati dalla musa Euterpe ("colei che rallegra", la musa della Musica). Ma lascerei molte considerazioni alla parte finale di questa recensione, passando direttamente all'analisi track by track dei vari gioiellini che adornano questo diadema sonoro.

Bomba

Si parte benissimo con la quasi title track, "Bomba", tra le più riuscite in un lotto di song di caratura sicuramente invidiabile. Un pezzo bellissimo, una bomba in tutti i sensi, accattivante musicalmente e nel testo, attuale e anacronistico al contempo, che colpisce immediatamente duro portandoci verso terribili scenari "guerreschi", con combattimenti e fucilazioni. L'inizio è toccante ("Dormivamo tutti in una stanza/ vestiti con le scarpe pronti a scappare/ fuori nella strada c'era la guerra si sparava duro/ noi bambini fingevamo di dormire di sognare") e riporta in mente tanti, troppi orrori vissuti dalle vittime delle varie guerre che si sono succedute nei secoli: viene in mente la seconda guerra mondiale, con i civili stipati in stanze, nascosti agli assalti dei nemici, disperati per una cattura imminente. Ma in realtà a balenarci per la testa sono tante guerre: quella del Kosovo, le guerre in Vietnam, in Corea, i rastrellamenti dei civili in Siria, in Iraq, e via dicendo. Gli input forniti in questi primi passaggi sono talmente "universali" da richiamare qualsiasi conflitto bellico che possa ritornarci in mente. In breve una voce dice "corri, scappa via, ho una bomba nella cintura, ma non sei tu il mio bersaglio", riferito in maniera quasi evidente ad uno dei bambini, e per la precisione il bimbo protagonista che funge anche da voce narrante. Non ci è dato di sapere invece chi pronuncia quella frase, anche se quasi sicuramente si tratta di un soldato nemico che ha avuto pietà dei bimbi. Infatti nel passaggio successivo udiamo: "ma quelle mani sporche del sangue della mia gente/ senza una terra che tu gli hai portato via", e capiamo che effettivamente l'uomo armato di bomba è il nemico, pronto ad usare la bomba per causare altre vittime. L'invasore, venuto nella sua terra per conquistarla uccidendo innocenti in nome della sua causa. Ben presto si consuma la tragedia: i soldati scoprono il gruppo di civili e li massacrano senza pietà alcuna, mettendoli al muro e fucilandoli come bestie. Ma il bambino protagonista della vicenda riesce comunque a salvarsi svenendo e facendo credere ai militari di essere morto ("All'improvviso la porta esplose nel buio/ un gruppo di soldati apparse come per magia/ tutti al muro urlarono i fucili sulle nostre schiene/ fu un'esecuzione, io svenni e fui lasciato lì...") ed è solo questo che permette almeno ad un piccolo, innocente membro di quel gruppo inerme di civili di non venire giustiziato insieme a tutti gli altri. Un resoconto crudo che riassume a grandi linee un'infinità di anni di guerre e massacri indiscriminati che hanno indiscriminatamente falciato gente priva di ogni colpa, se non quella di essere di una diversa bandiera, di un diverso credo o di voler semplicemente vivere la propria vita, senza mescolarsi con gli affari dei potenti e dei pazzi sanguinari che decidono il destino dei popoli.Arrivando al lato "strutturale" del brano possiamo notare come l'introduzione non si affidi ad una vera e propria parte musicale ma a un discorso in inglese della durata, sì e no, di una quarantina di secondi, inframezzato da una sirena e succeduto da applausi. Verso il cinquantesimo secondo parte il brano vero e proprio, sostenuto da ritmiche pesanti e sincopate e da una voce acre che ripete mantricamente "Bomba! Bomba!". Oltrepassato abbondantemente il minuto i ritmi divengono più vacui, evanescenti, ma sostenuti da una parte ritmica tribale ed aggressiva. La voce di Perrino si inserisce a breve, aspra e nasale, per iniziare il suo racconto sugli orrori dela guerra. Nessuna variazione ritmica (ancora una texture musicale lattiginosa sostenuta da un incessante tamburellare) sino al refrain verso i due minuti, in cui voce e strumenti esplodono all'unisono in un picco emotivo da lasciare atteriti: la voce qui si carica di una notevole forza ed espressività, accompagnata da un passaggio strumentale ben più energico rispetto a quanto udito nella main structure. Finito il refrain si torna in seno alla struttura principale, senza grandi variazioni rispetto a quanto udito in precedenza, così fino ad una nuova ripetizione del refrain. Brano lineare nel suo svolgimento, e la cosa risulta decisamente positiva: non ci si perde in fronzoli e voli pindarici, dando modo all'ascoltatore di concentrarsi sul lato testuale e su una struttura perfettamente fruibile data la sua architettura essenziale. Bravi tutti, dal singer ai vari membri della band, ma era quasi scontato.

La Più Grande Delusione

Si continua egregiamente con "La Più Grande Delusione", altro piccolo grande capolavoro del disco. Un brano dotato di un feeling unico, con un testo altrettanto bello e significativo, che stavolta, smarcandosi ma solo in parte del messaggio universale del precedente brano (come abbiamo visto una condanna agli orrori della guerra) ci porta al cospetto di problemi apparentemente di natura più attuale. Abbiamo una voce narrante, quella del protagonista - non meglio specificato - del brano. Un uomo della "vecchia generazione", ergo di un'epoca più semplice ma più genuina, in cui le persone ancora dialogavano guardandosi negli occhi e non tramite mezzi virtuali che eliminano qualsiasi emozione. Ho introdotto questa parte dicendo che "ci si smarca ma solo in parte dal messaggio universale", perchè in realtà anche questo concetto è globalmente valido: ogni vecchia generazione guarda con sospetto e con fare critico la generazione corrente sottolineando quanto "nella loro epoca si stesse meglio", ma alcuni dati presenti nel testo ci fanno capire che chi parla in rappresentanza della "vecchia generazione" si riferisce proprio alla generazione attuale (e lo abbiamo già accennato nel passaggio precedente, in riferimento al "virtuale"), quella che si fossilizza per ore di fronte ai pc, ai tablet, agli smartphones, chattando, postando selfies (bah) e guardando quanti "like" sono riusciti ad ottenere per qualche cavolata condivisa sul web. E non me ne vogliano i virtualdrogati, ma le nuove generazioni - sovente contagiando anche elementi delle vecchie generazioni - si sono spersonalizzate rinchiudendosi in gabbie di vetro ove ogni dialogo vero risulta quasi impossibile. E il riferimento all'epoca attuale, nel testo, si può facilmente dedurre da passaggi quali "hai banalizzato le mie conquiste con un click, svogliatamente" (in riferimento a chi, magari, ha libero accesso con un "click" ad un sapere infinito - si veda Wikipedia, enciclopedia elettrodomestica ad uso e consumo di tutti - seppellendo completamente il piacere della ricerca; o ancora un "click", la pressione di un tasto del computer o della tastiera digitale di smartphones e tablet, per postare una foto stupida sui social network; ancora, la stessa frase riferita ad un dialogo freddo e impersonale tra persone, per cui basta scrivere poche, laconiche parole e digitare invio - in un click appunto - per spedire la propria risposta, la propria impressione priva di vita e sentimento, oppure "tu pensi e credi che la vita sia un videogioco dove vinci facilmente", in riferimento a chi, plagiato letteralmente dai videogiochi - o dalle simulazioni virtuali stile "Second Life" -  scambia la vita per uno di questi assurdi giochini e pensa che tutto sia facile e permesso; e ancora, e arriviamo al nocciolo della questione: "ma è una trappola e tu sei caduto nella rete, tu sei HAL, e io ti spengo, e qui si noti bene il doppio senso della parola rete: sei caduto nella rete viene inteso come sei caduto in trappola, ma impieghiamo poco per capire che il termine rete viene usato anche per riferirsi al World Wide Web. Vi è un riferimento ad HAL, il computer senziente di 2001 Odissea Nello Spazio, e non a caso, dato che viene sotteso un riferimento all'uomo di oggi come ad un automa impazzito. E l'unica cura, in questo caso, è spegnere tale automa. Quindi in definitiva un'invettiva semplice ma efficace di chi ha vissuto in una generazione ben più autentica, nei confronti di chi si sta spappolando il cervello nel virtuale e punta senza mezzi termini all'auto-isolamento. Ancora una volta, arrivando alla parte prettamente musicale, ci si affida ad un'introduzione recitata più che musicale, la quale risulta decisamente più breve della precedente essendo della durata di solo pochi secondi. Questa confluisce gradatamente in una parte musicale di carattere vagamente mesto, malinconico, succeduta dalla voce soave, carezzevole del singer. Giocoforza in questa prima parte è l'uso di note languide di piano, capaci di rafforzare un certo spleen. Verso il cinquantesimo secondo cambiano le carte in tavola: il brano diviene nettamente più energico, affidandosi ad un riffing serrato e rafforzato da una nuova performance piena di grinta, quasi arcigna, di Perrino. I ritmi si mantengono quasi "d'assalto" sino al minuto e cinquanta, quando il refrain smorza di una tacca i toni accesi per affidarsi ad una parte intrisa di un certo pathos e lirismo. Si riprende pochi secondi dopo, ancora una volta scortati da ritmi belligeranti, forti di un main riff (lo stesso ascoltao prima del minuto e cinquanta) davvero azzeccato e capace di catturare all'istante l'attenzione e far sbattere la testa in un headbanging sfrenato. Ancora una volta viene ripetuto il refrain, emozionale e caldo, quindi ci si avvia ancora verso una parte nuova, serrata,succeduta ancora una volta dal refrain (ancora per un paio di volte). Terminata questa nuova ripetizione del ritornello si ha una gustosa parte strumentale in cui è il synth a giocare una parte molto importante, portandoci deliziati alla fine di questo nuovo piccolo capolavoro.

La Giostra Di Momotti

Proseguiamo con la terza track, "La Giostra Di Momotti", altra piccola perla in un disco che conosce ben pochi cedimenti. Un brano dal testo stavolta molto surreale, di non immediata comprensione - al contrario dei testi dei due precedenti brani - che sembra velato di un flavour onirico, capace di suggestionare affidandosi più alle immagini che ad una narrazione continuativa. Vi sono probabilmente significati reconditi, comunque difficili da afferrare, e il potere delle parole usate sembra in realtà ben più importante che la ricerca di un senso ben preciso. Il protagonista/voce narrante è in cima ad un albero, con i rami pieni di bottiglie ("Arrampicato su questo albero/ i frutti son bottiglie vuote/ vedi ambra bianche e blu") che posseggono capacità sovrannaturali, variamente interpretate ("dicono che servono ad intrappolare spiriti/ che rubano nel sonno i sogni ai bambini"). Il protagonista, scrutando dal suo albero vede gruppi di bambini - paragonati a piccoli uomini -  giocare con le altalene, spingerle sempre più su, quasi come se toccassero il cielo ("vedo tanti piccoli uomini giocare/ stretti stretti alle altalene/ volano verso il cielo"); gli animali del circo e i clown, che lontani dal loro naturale spirito goliardico, sono in questo caso colmi di una certa tristezza ("i clown del circo sono tristi come gli animali") identica a quella delle bestie stipate in questa fiera. Il protagonista, osservando silenziosamente queste scene vorrebbe sentirsi di nuovo bambino, partecipare a questa strana fiera dove invece non può entrare, e nelle sue riflessioni finali tante parole sono associate ai classici feticci da parco di divertimenti o che comunque rimandano al concetto di fanciullezza: lo zucchero filato o la cioccolata, per fare un esempio. Sembra che in questo strano excursus il protagonista sogni di diventare bambino, agognando di entrare in un magico mondo destinato solo al periodo fanciullesco, ma tutto è velato di tristezza perchè sa che la fase dei balocchi, dei ninnoli e dei divertimenti innocenti è solo un ricordo. Un silenzioso spettro che può giusto ripresentarsi come visione intangibile e comunque priva della totale innocenza che è invece appannaggio dei bimbi: infatti il protagonista coglie la tristezza di quello spaccato, con i clown e le bestie che svelano il loro vero modo di essere. Cosa che i bimbi non potrebbero notare appieno dato che il loro sguardo coglierebbe in primis il lato ludico di tutto questo. Ancora una volta ci si affida ad una introduzione recitata per inaugurare il brano ("Venghino, venghino signore esignori, bambini e militari a metà prezzo"), che in breve sfuma in una orripilante distorsione (la voce diviene bassa e cupa, come in un trip negativo o un incubo) e ci porta ad un riffone compatto di vaga reminiscenza nu-metal o groove thrash. La voce subentra quasi immediatamente, aspra e rabbiosa, lasciandosi cullare dal riffing ferale architettato sullo sfondo, e fluendo con acredine sino al refrain, molto compatto ed energico che non spezza di una virgola la tensione generatasi sino a questo momento. Al termine del refrain ci si rincanala nella struttura principale, granitica, sorretta da un rifferama solido e dalle vocals consunte e nasali di Perrino. A un minuto e quaranta ancora il refrain, ad amplificare il senso di tensione eretta dal brano con ammirevole maestria. Qundi abbiamo una parentesi strumentale, disturbata e noisy che ci porta verso i due minuti e mezzo ad una nuova ripetizione del ritornello. Ancora una parentesi strumentale, più breve e sempre animata da un flavour noise, che, superata una nuova ripetizione del refrain, ci porta dunque alla fine del brano. Ancora una volta si può gridare al capolavoro: il pezzo, nonostante la sua semplicità, fa breccia immediatamente nel cuore e nell'orecchio dell'ascoltatore, complice un uso sapiente del tappeto strumentale, della voce - sempre espressiva - di Perrino e dei testi, onirici e un pizzico stralunati.

La Mia Piccola Hiroshima

Il quarto brano, "La Mia Piccola Hiroshima", presenta un testo decisamente più intellegibile rispetto al suo diretto predecessore. Mentre nel brano prima analizzato tutto è riconducibile a un sogno o ad una visione, con elementi che si susseguono senza una salda continuità, qui abbiamo una scena decisamente più canonica, il cui argomento è il rapporto conflittuale del protagonista con la sua donna, e in più narrata in maniera maggiormente lineare, per quanto basata generalmente sulle considerazioni di lui. Dunque quanto udiamo ci porta ad un rapporto morente o già morto tra due persone, ossia il protagonista e la sua compagna, i quali, pur condividendo ancora il letto, sembrano mal tollerarsi: magari la cosa non è reciproca, dato che dall'animosità con cui questi parla della donna possiamo intuire che c'è ancora qualcosa, nel suo animo, che arde per lei. Magari solo i tizzoni in fase di spegnimento di quello che una volta era un vero amore. La colpa di questa rottura, si legge tra le righe, è essenzialmente dell'uomo, che complice un ego smisurato (questo ci è dato di capire) ha tradito la fiducia della ragazza: si tratta possibilmente non solo di un tradimento di fiducia, ma di uno o più tradimenti effettivi compiuti alle sue spalle e quindi smascherati. Questa situazione logora il protagonista dall'interno, che si capisce in certi passaggi ("Giocare coi sentimenti fa tanto male/ l'ho capito troppo tardi/ora zitto incasso e muoio/ sono solo polvere cattiva da smaltire/ che nessuno vuole più") avere decisamente un'anima, una coscienza, e che quindi non è solo un cinico menefreghista per cui le sue "scappatelle" vengono affrontate con totale vacuità. Anzi, la riflessione finale fa capire quanto il protagonista sia frustrato dal fatto che per dei tradimenti senza valore questi si sia giocato l'amore, il rispetto di una donna che possibilmente lo amava. Un uomo che cercava la perfezione nel sesso (come si legge nel testo) e che quindi agognava il migliore rapporto sessuale per appagare le sue voglie, ma che così facendo ha perso tutto ritrovandosi ad essere un uomo terribilmente e inesorabilmente solo. Passando al lato strutturale del brano, stavolta non si può fare a meno di notare come vengano lasciate da parte le intro "recitate" per un avvio musicale sicuramente particolare: una prima parte dai suoni in odor di sol levante (un lauto tratteggia una melodia ariosa) si trascina verso una seconda parte più inquietante, simil-industriale, un pizzico claustrofobica. Superato ampiamente il minuto i toni si stemperano offrendoci una base più dilatata e trasognata, nella quale subentra la voce mesta del singer, che lasciandosi cullare da tale apporto strumentale quasi evanescente, ci delizia con una prova vocale letteralmente da brividi. Tutto qui funziona alla perfezione, e il rock duro assume nuovi connotati che si elevano a potenza sino a diventare puro hard cantautorale. Siamo deliziati in ogni secondo, in ogni frangente da una trama musicale che si dimostra vincente in ogni sua sfumatura, da un testo bellissimo e una voce, quella di Perrino, ancora una volta capace di emozionare come poche. Il brano, esattamente come molti suoi precedenti, è articolato in maniera lineare, e dopo le prime strofe - che non hanno bisogno di variazioni ritmiche o artifizi per risultare brillanti - si arriva ad un refrain talmente intenso da far venire la pelle d'oca, lo zenith assoluto del livello di perfezione in cui si muove il brano. Cantautorato hard rock, dicevo prima: si, questo brano, molto più dei precedenti, ci può far gridare al miracolo. Si sente il notevole tocco artistico di un maestro che non ha mai smesso di nutrirsi di pane e rock, e la capacità di creare un brano davvero adatto a tutti i palati. Dato l'airplay sarebbe da trasmetterlo a rotazione in radio ad usufrutto di qualsiasi ascoltatore, ma data la sua forza anche il medio fruitore di hard rock e - perchè no - anche metal, può trovare qui gustoso pane per i suoi denti. Nota un pizzico stonata, ma neanche tanto - già ne abbiamo parlato per sommi gradi nel nostro "cappello" introduttivo, è il reprise in modalità rappata nella parte finale. Il brano sembra cessare, ma dopo pochi secondi di silenzio riparte in questa maniera molto particolare per un finale sicuramente stravagante. Non una brutta idea: il sottoscritto non ama il rap né le contaminazioni tra rap e rock, ma la bizzarria di fondo, l'originalità che finisce per avvolgere l'intero prodotto finale e il fatto che questa "coda", questo "reprise" o come lo vogliamo chiamare, non inficia negativamente sul brano finisce per rendere il tutto più "particolare". Quindi bravi, anche per l'arditezza di questo singolare esperimento.

Oltre Il Dolore Dell'Incomprensione

La quinta traccia, "Oltre Il Dolore Dell'Incomprensione", affronta di nuovo un tema già toccato nel brano precedente, ossia quello del rapporto amoroso. Stavolta fulcro di tutto il discorso è la pazienza di lei, la figura femminile, che, nonostante gli atteggiamenti difficili del protagonista/voce narrante, è sempre disposta a perdonarlo e venirgli incontro. In un passaggio iniziale intuiamo che il protagonista potrebbe essere un musicista, per l'esattezza quando viene pronunciata la frase "accusato se non scrivo mai di te/ ma descrivere la purezza non è facile". Certo si potrebbe tranquillamente trattare di uno scrittore o di un poeta, ma ci piace pensare che il brano abbia qualcosa di autobiografico al suo interno. Parte del significato del brano può esser colto da tale incipit, con lui, il protagonista, che si giustifica nei confronti della sua amata per questa mancanza, e per quanto il testo, più in là, faccia ricorso a metafore surreali ("E danzate ai miei occhi, cari commedianti/ acqua trasparente dove io lavai/ la mia maschera in faccia, quello sono io"), crediamo che tutto ruoti attorno al carattere difficile del sopra citato artista e del fatto che non sia facile comprenderlo per i suoi atteggiamenti. E il tutto inserito in una connotazione relazionale, considerando che viene tirata in causa questa non meglio specificata figura femminile (La sua donna? La sua amante? Una fan?), capace di creare un sottile fil rouge con il brano precedente, rafforzato anche dal fatto che si parla sempre dell'atteggiamento indigesto del protagonista. Ma al contrario del brano precedente, in cui le colpe di lui - ben più gravi, considerando che si parla di tradimento - vengono male accettate dalla sua donna, qui vi sono invece risvolti più pacifici, considerando che la donna è sempre e comunque disposta ad accettare, anche se a malincuore, il comportamento sbagliato di lui. Una donna passiva, succube, ammantata di un velo di rassegnazione. Il brano, musicalmente parlando, prende il via ancora una volta con un'intro suonata e non recitata, o basata su monologhi/stralci discorsivi, immergendoci sin da subito nella texture portante del brano senza troppi preamboli. Si parte con un ricamo strumentale moderatamente aggressivo, in cui l'irruenza della parte chitarristica è in certa misura mitigata dall'uso del synth. La voce potente e volutamente sgraziata di Perrino si inserisce quasi subito nella tessitura sonora, dandole, data la sua verve carica di grinta, un surplus di energia. Nessuna grande variazione ritmica si impone nell'architettura strumentale, suggerendo ancora una volta una certa linearità di fondo. Il tutto continua giostrato su un guitar work semplice ma efficace, un intreccio di synth che dona grazia ed armonia al tutto e la voce, forte di una grande espressività. Si arriva per gradi ad un certo incremento di espressività in prossimità del bridge - come da miglior copione - che porta ad un ritornello in cui vi è un uso meno energico ma più "espressivo" delle vocals: Perrino, per intenderci, si smarca momentaneamente dal suo cantato "punk oriented" per affidarsi ad un'interpretazione più morbida e ariosa, mentre sul fondo la componente strumentale si relega ad un mero ruolo di contorno. Terminato il refrain si arriva ad una parte strumentale che ricalca per sommi capi l'andamento della struttura principale, nella quale si reinserisce inglobando nuovamente la voce di Perrino. Torniamo quindi ad un andamento complessivo praticamente gemellare a quanto sentito prima del bridge. Per sommi capi possiamo ancora una volta, come già percepito prima, definire il brano in questione lineare e privo di grossi vezzi che possano distogliere l'ascoltatore dall'efficacia del suddetto e dal testo, nuovamente ben fatto e oltretutto significativo.

Madre (Remix)

L'amore fa capolino anche nell'ultimo brano del lotto, il remix di "Madre", pezzo ascoltato nel precedente disco dei nostri: "L'Esercito Del Male". Stavolta si parla di amore materno, e non più di rapporto interrelazionale di due amanti, tra passioni e incomprensioni. La protagonista, come si evince dal titolo e da quanto accennato in precedenza, è una madre, possibilmente una figura realmente esistita e non un "elemento simbolico", dato il trasporto emotivo che si intuisce dalle toccanti frasi riportate nel testo ("Prenderò il tuo ultimo respiro per poi chiuderlo tra le mie mani, conserverò, come una conchiglia il mare, il suono della tua voce"). Questa viene descritta nei suoi giorni felici, mentre, seduta in riva ad un fiume, si diletta a raccontar favole alla sua prole. I momenti più dolci di una persona prodiga d'amore, ritratta con naturalezza e in maniera toccante: quasi una foto in bianco e nero riportata con colori tenui e sfumati, a memento di un periodo che purtroppo è passato. E infatti successivamente la donna viene descritta invecchiata, stanca e ammalata, in procinto di esalare i suoi ultimi respiri prima di svanire nel mistero che tutti attende. Morente, ma forse tutto sommato felice, considerando che anche in questi ultimi momenti i suoi figli sono con lei, accudendola amorevolmente nella stessa maniera in cui questa è stata accanto a loro nei giorni della loro infanzia. La madre, la mamma, questa figura così importante e così amata, se ne sta andando per sempre. La clessidra del tempo sta facendo scorrere i suoi ultimi granelli di sabbia, e la signora di nero ammantata, la depositaria del grande mistero sta muovendo i suoi passi verso di lei, tendendole la mano per portarla nei campi della pace eterna. A contatto con questa figura materna, ormai debole e stanca, in procinto di andarsene, il protagonista si spende in riflessioni: ci si è amati come odiati, si è discusso e ci si è voluto un bene dell'anima... l'augurio è solo quello di ritrovarsi presto, in un aldilà ove comunque sarà presente quel ruscello, in riva al quale la Madre sarà di nuovo intenta a raccontare quelle fiabe magiche ed avvincenti. Il brano, sul piano musicale, mutua l'impostazione drammatica dell'originale, deliziandoci con peculiarità differenti rispetto al suo predecessore. Differente è il ricamo di piano introduttivo, più semplice per quanto ugualmente efficace (l'originale con tale intarsio strumentale crea un notevole pathos inserendoci gradualmente nel dramma espresso poi sul piano testuale, qui invece vige una più stringata semplicità che coincide con una ben più ampia rassegnazione). Mancano nell'originale i ricami elettronici, che qui si possono avvertire già dal trentesimo secondo abbondante. Il pezzo contenuto ne "L'Esercito Del Male" poteva contare invece - sempre in prossimità del quarantesimo secondo - su un rumorismo ovattato meno "straniante" e più contestualizzato. Le vocals fanno in ambedue i brani capolino approssimativamente dal minuto in poi, ma cambia l'impostazione vocale: decisa e drammatica nell'originale, soffusa e sussurrata, quasi recitata nel remix. Ad arricchire musicalmente il brano qui - nel remix - è un'effettistica più elettronica, mentre nell'originale la parte introduttiva è screziata da meste note di piano. Nell'originale l'esplosione "emotiva" viene dipinta a colori accesi attraverso un riffing che si impone con forza verso il minuto e quaranta; nella controparte avviene dieci secondo dopo e il tutto è tratteggiato - con uguale, imponente forza - tramite un'effettistica quasi noise: le sonorità si fanno disturbate e disturbanti, gestite tramite un ronzio da segnale audio fuori frequenza. In somma, le differenze sono molte, ma l'emotività trasmessa da questa nuova versione è molto simile, ugualmente mesta, malinconica, autunnale, capace di esprimere in toto le stesse sensazioni del brano originale, giostrato su un senso di desolazione per via di una figura così importante - quella materna - che sta arrivando all'autunno della sua esistenza, preparandosi a varcare per sempre le soglie dell'infinito. Di nuovo un capolavoro, dunque, capace di concludere in bellezza un disco senza grossi punti deboli. Se proprio bisogna trovare un "neo" anche qui, possiamo dire che se gli inediti fossero stati sei, invece che cinque e un remix, sarebbe stato ancora meglio - per una squadra di professionisti come i nostri non è certo un problema riproporre un proprio pezzo elevandolo nuovamente allo status di masterpiece, e lo hanno dimostrato - in modo da rendere il piatto ancora più ricco e forte solo ed esclusivamente di novità. Ma è impossibile bocciare un esperimento pienamente riuscito come questo, quindi alla fine chi scrive è totalmente soddisfatto, così come lo saranno gli ascoltatori... sia i fan di lunga data di Perrino, sia chi si avvicina a questo genio solo di recente.

Conclusioni

In conclusione, non posso che spendere parole di elogio per questo disco e di totale ammirazione per Perrino e la sua squadra. Questo mini disco rappresenta una riconferma della classe e delle capacità dei nostri, che già con il precedente L'Esercito Del Male avevano piazzato un capolavoro destinato ad elevarsi a pietra miliare del rock duro italiano. Un dischetto - termine usato solo per il minutaggio, in realtà è un discone - forte di pezzi bellissimi (non potrete non emozionarvi ascoltando la title track o la mia preferita "La Mia Piccola Hiroshima") sorretti da testi ben scritti e soprattutto significativi; una voce, quella di Perrino, che non fa prigionieri tanta è la sua carica espressiva; una band affiatata e notevole sotto ogni aspetto, pienamente in grado di rendere ogni singolo pezzo una piccola perla; un lotto di collaborazioni di una certa caratura, capace di impreziosire ulteriormente un disco che già di per sé avrebbe funzionato. Dunque, fondamentalmente, solo lati positivi per un prodotto piazzato per dare ulteriore forma alla visione artistica di Perrino, e per riconfermare il suo/loro talento, già pienamente evidenziato con la precedente - e più sostanziosa - release. Nonostante ciò mi sarebbe piaciuto sentire, e parlo a titolo personale, un disco ancora più sostanzioso. Non che qui la sostanza manchi, anzi - e chi ha letto la mia recensione per intero avrà evidenziato le ottime parole spese - ma è ridotta a sole sei tracce, di cui una un (bellissimo) remix. Sarebbe stato bello sentirne dieci di tracce così, come nel disco precedente, perchè quando si scova qualcuno capace di dare forma a delle emozioni si diviene avidi di quanto si sta ascoltando, e si vorrebbe ascoltare di più, molto di più, facendo in modo che quell'estasi non finisca tanto presto. Lo confesso, mi sono emozionato, divertito, sono stato rapito da quanto ascoltato come non avveniva da un po'. Ho ascoltato in questo periodo molti altri dischi, alcuni buoni, altri meno, ma qui ho finito per lasciare un pezzo di cuore. È proprio per questo che se mi fosse capitato un disco come questo, ma con quattro/cinque tracce in più, avrei immediatamente etichettato un simile prodotto come disco dell'anno, senza neanche avere il tempo di trascorrere qualche mese per vedere cos'altro offre il mercato. Invece abbiamo un'ottimo "contorno", dopo l'abbuffata offerta dal disco precedente, che funge da preambolo a quella che - spero con tutto il cuore - sarà la prossima, golosa portata (e incrocio le dita augurandomi che non sia troppo lontana). Solo sei tracce a disposizione, ma nelle quali i nostri dimostrano di essere una grande realtà nel panorama italiano e non solo (inutile ripetere i trascorsi di Perrino, un artista ampiamente conosciuto anche fuori dal nostro territorio) e danno un'ulteriore prova di come Perrino, non avessero giocato a suo sfavore alcuni fattori negativi già evidenziati nella nostra introduzione, sarebbe già assurto allo status di pilastro musicale mainstream a livello internazionale ormai da moltissimi anni. Perchè ci vuole davvero un maestro per tirar fuori pezzi come, ad esempio, la meravigliosa "La Mia Piccola Hiroshima", capace di emozionare grazie a testi e musiche perfetti e a un refrain semplicemente superlativo; o ancora di ripescare un pezzo già perfetto di suo come "Madre" e tirarne fuori ancora un capolavoro: un brano che già si erigeva come un pilastro, splendeva come una delle più preziose perle nel disco appena antecedente e che qui riesce a non sfigurare affatto, concorrendo direttamente con la sua precedente versione. Un artista, Perrino, da riscoprire assolutamente per chi non è ancora stato catapultato nel suo magico mondo in cui la parola rock è ancora un termine carico di significati; e da incensare e osannare nuovamente da parte di chi già lo conosceva e ha seguito la sua lunga parabola sino a qui. Sempre per il fattore minutaggio non mi sbilancerò troppo sul voto, ma chi ha letto sino a qui sa bene come la penso, sia di Macciò/Perrino come artista, sia del suo progetto, sia del disco in questione: ma in fondo, ad un'anima veramente rock, gliene frega poi qualcosa del voto? Non credo. L'importante, per questo imprescindibile artista, è stato sino ad ora dare forma e concretezza alle sue visioni musicali, aldilà delle mode, dei critici, degli imprevisti, di qualsiasi cosa... Promuovo comunque a voti più che alti questa nuova prova, riservando un punteggio (che serve relativamente, ma per noi del mestiere talvolta è inevitabile) ben più alto al disco che verrà. E sarà un capolavoro, me lo sento. Perchè un artista di questo calibro non può che stupire... e noi siamo in attesa di essere stupiti, deliziati, colpiti, rapiti altre dieci, cento, mille volte.

1) Bomba
2) La Più Grande Delusione
3) La Giostra Di Momotti
4) La Mia Piccola Hiroshima
5) Oltre Il Dolore Dell'Incomprensione
6) Madre (Remix)
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