INSURRECTION

Extraction

2017 - Galy Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
28/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Bentrovati rockettari e metallofili, a tutti voi i miei saluti. Siamo qui, stavolta, per parlare dell'ultimo parto discografico di un gruppo canadese magari non eccessivamente noto ai più, ma comunque responsabile di ben quattro dischi (compreso l'album che vado a recensire quest'oggi) più due demo, una del 2004 e una del 2008. Loro sono i death metallers Insurrection, e l'album oggetto dell'analisi di oggi è il loro recente "Extraction", del 2017 (Galy Records), lavoro molto gradevole in cui, a dirla tutta, l'elemento "death" è solo una parte del discorso. Citando il buon vecchio Angelo Infanti su "in Viaggio Con Papà" di Sordi, che, nella parte di uno sceneggiatore descriveva il proprio manoscritto dicendo "È un giallo... ma non è un giallo", io direi "è death metal... ma non è death metal". E mi spiego: i nostri sono catalogati come gruppo death da Metallum (e non solo), ma quest'ultimo parto dimostra come il loro retaggio, background, chiamatelo come volete, non prescinde affatto dal thrash metal, ma anzi lo incorpora in dosi massicce nella propria formula. Certo, obbietterà qualcuno, è impossibile che il death prescinda dal thrash: i Possessed sono chiaramente un gruppo thrash che ha spinto il genere verso le inevitabili "conseguenze death", un estremizzazione che in molti gruppi, all'epoca, evidenziava la componente primaria - del thrash - e la volontà di spingersi oltre. Gli stessi Slayer, con "Reign In Blood", sono stati citati come uno dei gruppi ispiratori della nuova ondata death. Quindi in teoria il death non prescinde dal thrash. Ma nel corso degli anni, nel suo standardizzarsi, il death metal ha sicuramente acquisito una sua formula, un suo modo di essere, e non è più detto, nella maniera più assoluta, che in un disco death o solo in un brano death, diciamo, "odierni" si debba avere a che fare con qualche partitura thrash, qualche solo guitar o passaggio che ricordino il suddetto genere. Mentre era lecito sentire "del thrash" nei Master o nei Pestilence, è innegabile che non si senta nulla di thrash in dischi dei Brodequin, dei Disgorge, dei Prostitute Disfigurement. Ma sto divagando. Succo del discorso è che qui il thrash si sente eccome, e io sarei più portato a parlare di gruppo thrash/death che di gruppo death metal tout court. E se non altro, il disco che vado qui a recensire è senza ombra di dubbio un disco thrash death. Già, perché nei vari pezzi che si susseguono - dieci in tutto - è facile scorgere qua e la rimandi vari agli Exodus (la prima traccia è palese in tal senso), ai Pantera e a differenti gruppi thrash più o meno conosciuti. E anche quando nessun rimando è evidentemente palese, la materia thrash affiora con prepotenza "imbastardendo" - il termine è usato in maniera assolutamente positiva - il magma death che nei nostri è, o sarebbe, il genere di partenza. E quindi nella sua "promiscuità", nella sua essenza meticcia, questo disco com'è? Perché è questo ciò che molti vorrebbero capire, aldilà di eccessive divagazioni sul death metal o sul thrash, aldilà di citazionismi di ogni genere. Dunque, arrivando al sodo, possiamo definire il disco sicuramente buono, molto scorrevole e talvolta addirittura catchy, violento ma senza esagerare negli estremismi. L'evidente componente thrash miscelata al nocciolo death rende i brani scattanti e grintosi, ed è proprio tale mescolanza ad evitare che la seconda componente prenda eccessivamente piede: la violenza sonora non trasmette, ergo, effluvi "morbosi", normali nel cosiddetto death canonico (l'uso del termine "canonico" vi fa capire come generi tipo il "melodeath" e il "modern death" siano distanti anni luce da tali considerazioni) ma esprime comunque una sana carica dirompente. Ora, conscio del fatto che comunque ritornerò sul disco a chiusura della recensione - nelle classiche "considerazioni finali" - passerei subito a un breve spaccato biografico sulla band prima di concentrarmi nella consueta track by track. Gli Insurrection, dopo essersi formati nel 2003 dai membri fondatori Martin Samson e Stef Jomphe a Gatineau (Canada), sono cresciuti progressivamente, mutando per migliorare loro stessi, per evolversi col tempo nella macchina d'assalto sonoro che conosciamo oggi, emergendo dalla scena canadese per portare la loro personale ricetta di Death Metal privo di pietà, unendo tecnicismi calcolati a lineare semplicità, assaltando ogni ascoltatore sia in francese che in inglese, un suono che ha seguito un suo processo evolutivo negli anni. Subito dopo aver rilasciato un primo demo eponimo nel suo primo anno, la formazione si pone come un caposaldo dell'underground regionale (la zona del Canada da cui provengono, ndr), espandendosi costantemente per portare il sound dell'insurrezione oltre i limiti della città. Dopo pochi anni la band soffre un contrattempo a causa di un cambio di lineup, ma armandosi di grinta sorge l'opportunità di reinventare loro stessi per raggiungere nuove vette, e questo avviene grazie all'inclusione nella band di Vince L. Ségun e Phil M. Latreille. Poco tempo dopo, nel 2008, la band rilascia "Prologue", il suo primo full length, registrato con Jef Fortin ei Badass Studio, dando per la prima volta alla vita la propria mostruosità grazie a titoli come "Fear Tomorrow", "Festin d'Entrailles" e la title track, "Prologue to Our Demise". Quindi è stata la volta della seconda release, "Fracture" un'oscura profezia degli imperdonabili tempi a venire, il ritmo brutale e implacabile della colonna sonora della caduta dell'uomo. Per la seconda volta dall'attivazione del progetto, gli Insurrection portano la complessità della condizione umana avvolta nel fuoco dell'intensità e della forza bruta. Oltrepassando i limiti segnati dall'uscita precedente, gli Insurrection diventano più di una semplice somma delle parti, e ogni traccia contribuisce nuovo abominio privo di pietà. Nel 2013 è stata la volta del terzo full "Prototype", e quindi, quattro anni dopo, arriviamo a Extraction", disco che prosegue in maniera egregia la loro sfrenata corsa verso la distruzione. Bene, detto ciò direi di passare alla consueta track by track.

System Failure

Si inizia molto bene con "System Failure" (Fallimento del sistema) brano che, a livello testuale, si carica di significati riguardo al sistema di produzione di massa che disumanizza l'umano. Il Sistema è la macchina economica che cresce e arricchisce a dismisura, la sua vittoria è la sconfitta dell'essere umano. La band fa uso di linguaggio informatico asciutto e freddo, che si fonde singolarmente con le liriche, dal ricco linguaggio caratteristico del genere. Molti termini, essendo di linguaggio informatico, non possono essere tradotti letteralmente, a partire dal titolo stesso. A un certo punto un elemento improvviso, incatalogabile, che ti dice che "Dio non c'è", provoca l'errore del sistema: è l'esistenza stessa della band, di quelli come loro e, in generale, del "metallaro", che per sua natura rifiuta di conformarsi al sistema. L'accettazione dell'umano errore diviene l'antitesi della perfezione di un sistema marcio e corrotto, la sconfitta un grido di libertà nei confronti di un sistema che non prevede imperfezioni. In generale quindi ci troviamo di fronte a un tema di grande attualità, quello della "spersonalizzazione", che nel mondo odierno si sta manifestando in diverse sfaccettature, non ultima quella della gabbia virtuale chiamata web (in particolare dei social network, anche se questi non sono l'unico elemento su cui puntare il dito) in cui i giovani si rinchiudono creandosi ad hoc una vita fittizia; qui il concetto di spersonalizzazione tratta del rapporto tra l'essere e la produzione, che, considerando i tempi odierni, frenetici, capaci di deumanizzare l'individuo che si ritrova solo a elemento di produzione, finisce per snaturare il concetto stesso di personalità. L'uomo deve produrre per esistere, almeno nei tempi che corrono, pena l'estromissione dai meccanismi sociali. Ma vivere per produrre allontana l'uomo dal suo vero io rendendo la propria esistenza "inautentica" (Heidegger parlava di qualcosa di molto simile, su "Essere e Tempo", mettendo in campo la differenza tra "esistenza autentica" e "esistenza inautentica": per Heidegger l'essere uomo ontologicamente parlando trova coincidenza con il Dasein, cioè "esser-ci", un ente differente dalle "cose" data la sua capacità speculativa sul perchè si è qui e ora. L'uomo, differentemente dalla cosa si può interrogare sui perchè riguardo il proprio esistere, e mettere in campo un numero infinito di "possibilità" riguardo il suo "percorso". Ora, l'esistenza autentica rifletterebbe i veri obiettivi dell'essere umano, mentre quella inautentica risulta caratterizzata dalla dispersione, da attività disparate destinate inesorabilmente ad assorbire il nostro tempo - ossia il tempo dell'essere "senziente" - e al contempo la nostra consapevolezza, rappresentando dunque un allontanamento dalla nostra autenticità. L'essere per Heidegger essendo consapevole della morte tenta di adeguarsi alla stessa banalità del quotidiano di tutte le persone di cui è circondato, finendo nel mondo del "si": il mondo del "si dice" e del "si fa", ossia facciamo una determinata cosa perchè comunemente "si fa così" e pensiamo una determinata cosa perchè nel quotidiano "si pensa così". Ora, l'"esistere per produrre" non è differente dal "si fa", che allontana l'uomo dai suoi veri obiettivi). Sul piano musicale il brano inaugura bene una fila di pezzi destinati a fare la gioia di chiunque cerca un prodotto violento, veloce, dalle sfumature thrashy ma senza essere effettivamente thrash: ascoltandolo sembra infatti di trovarsi di fronte a una versione estrema di qualche pezzo di Tempo Of The Damned degli Exodus, con growl vocals e ritmi se possibili ancora più tirati; il riffing però non si mantiene distante anni luce da quel tipo di sonorità. Andando per ordine, dopo trenta secondi spaccati di "introduzione", fatta di suoni stranianti e cibernetici, ci troviamo catapultati di botta all'interno del brano vero e proprio, in cui si alterna un riffing "à la Exodus", ripetuto ad libitum ad un guitar work più ragionato, piazzato in prossimità di quelli che possiamo considerare "rallentamenti", in cui il pezzo, dall'up tempo sfrenato su cui è costruito, si placa in un mid tempo più marziale. Non sono eccessive le variazioni, le quali comunque si piazzano a partire dai tre quarti finali del brano: queste si concretizzzano invero, soprattutto, in un riffing differente rispetto a quanto ascoltato nei primi tre minuti, comunque veloce e ossessivo, che ci porta verso la fine a un nuovo rallentamento giostrato ancora una volta su un mid tempo. Brano decisamente lineare, molto accattivante, destinato a stamparsi subito nella corteccia dell'ascoltatore.

Onward To Extinction

Si continua con il secondo brano "Onward to Extinction" (Avanti Verso l'Estinzione), brano che a livello tematico sembra mantenersi coerente con il precedente, solamente che qui la tematica sembra essere più ampia e assoluta. Siamo tutti colpevoli, tutti parte della stessa macchina che divora vite per garantire al nostro stile di vita di rimanere immutati, consapevoli di marciare verso l'estinzione, la distruzione, la miseria, ma incapaci di guardare in faccia la morte e la distruzione che lasciamo, capaci solo di essere gregge che viene nutrito da mostri. Il controllo della massa è ciò che mette in moto la macchina, la guerra, l'omicidio, la distruzione, ciò che la tiene in vita. Sebbene sia un testo relativamente apolitico, di critica alla natura più oscura dell'essere umano, traspare un sentimento anti-capitalista e anti-guerrafondaio, concetti in teoria distanti, ma che nella pratica vivono in simbiosi. Heidegger ritorna anche qui ("Sacrificati al nostro stile di vita") ma non solo: la tematica è più attuale dato che si parla anche e soprattutto di un'estinzione prossima a venire. I responsabili siamo noi e la nostra consapevolezza viene affogata nella nostra voglia di vivere in sudditanza dell'ingranaggio che alimenta il nostro status quo. E l'attualità traspare qui anche da asserzioni ciniche che tirano in ballo i feticci dei giorni nostri, in primis i discount ("Sacrificati al fucile di Cristo, conta dei corpi: carneficina al discount") messi in relazione con figure sacre come quella del "redentore" di cristiana memoria. La società, prostituita dagli status symbols ("Si possono ravvisare degli aspetti psicopatologici che sottintendono una rinuncia all'affermazione del proprio IO attraverso la crescita delle qualità esistenziali, morali e conoscitive a vantaggio della propria imposizione forzata agli altri attraverso la proiezione di una immagine della propria ricchezza o della capacità reddituale" da wikipedia), annega inesorabilmente trascinandosi verso il collasso. A livello musicale, stavolta siamo sbattuti direttamente in una struttura ferale e bellicosa, che fa a meno di grosse introduzioni (giusto un guitar work iniziale, come preambolo) per darci in pasto a una roboante texture sonora decisamente impattante. La velocità è di una tacca più ridotta rispetto al precedente brano, ma la potenza non è lesinata: il pezzo si muove spesso sul mid-tempo, ma sa graffiare in maniera egregia. Sugli scudi la batteria, sempre molto dinamica e spesso veloce, così come l'egregio guitar work e la voce roca e martoriata del singer. Il pezzo sa anche trovare spazi più veloci, come dimostra il frangente dal minuto e quaranta, in piena corsa per almeno una ventina di secondi. Anche qui, a parte poche variazioni abbiamo un brano fondamentalmente lineare, decisamente buono soprattutto nel suo voler tralasciare divagazioni e svolazzi pindarici: un brano diretto come un uppercut capace di mandare k.o. al primo colpo.

Pull The Plug

Il proseguo è affidato a "Pull the Plug" (Inserire la presa), brano che tematicamente ci pone di fronte a una sorta di conferma: l'album, pur non essendo nello specifico un concept, calza le vesti di un qualcosa di molto prossimo a quello che potrebbe essere un album "a tema". La band infatti prosegue in una disamina contro l'attuale società passando di tematica in tematica, e dopo l'economia, la guerra e il capitalismo, è il turno della tecnologia; una tecnologia che tutto appiattisce e annichilisce, a tal punto da rendere la vita simile alla morte, sterile e spenta... una "macchina immortale" che simula la vita ma che vita non è, parte anch'essa del grande quadro di degrado già delineato nei precedenti brani, destinato a portarci tutti all'autodistruzione. Anche qui, come sul primo brano, termini tecnici e informatici vanno a far parte integrante della poetica, e ricompare anche l'espressione "errore di sistema" (system failure). Si fa dunque, di nuovo strada, dopo gli accenni sul primo brano, la tematica della tecnologia vista in maniera sicuramente non positiva: a parte i palesi rimandi alla corrente "posthuman" rivisti in veste pessimistica, notiamo un'accentuazione del concetto riguardante il rapporto uomo-macchina. in un mondo ormai sempre più dominato dalla tecnologia, l'uomo è schiavizzato da "prigioni tecnologiche", metaforiche e non. Il brano, questo si a suo modo metaforico, pensiamo possa fare riferimento a qualsisasi "prigione tecnologica", sia quelle dotate di una loro fisicità (i macchinari che agiscono al nostro posto, ormai sempre più presenti nella vita di tutti i giorni) sia quelli "meno fisici" (i macchinari che "pensano" al nostro posto, e il riferimento va ai computer che, con il web, imprigionano la mente dell'essere senziente veicolando il suo pensiero). Una società, la nostra, ormai schiava di mezzi che dovevano essere a nostra disposizione per aiutarci a vivere meglio, e che invece si ritrova succube delle proprie creazioni. Cinematograficamente parlando vengono in mente tanto il Matrix dei Wachowski- per quel che riguarda la supremazia delle macchine sull'uomo - quanto Tetsuo di Shinya Tsukamoto. Si potrebbe citare in blocco l'intera corrente cyberpunk per quel che concerne la letteratura. A livello musicale anche qui ci troviamo in ambiti aggressivi e irrorati di grinta, pur senza strafare. L'inizio, particolarmente marziale, giostrato su un riffone cupo e su sapienti rintocchi di batteria, lascia presto spazio a dosi maggiori di aggressività, grazie alle vocals catacombali di Stéphane Jomphe, oltre che a una batteria furente e a una intelligente alternanza di riffing thrashy reiterati più volte. Anche qui non è la velocità a farla da padrona, anche se non mancano belle sfuriate (si veda ad esempio oltre il minuto e quaranta), ma comunque tutto il brano sembra muoversi su interessanti alternanze tra frangenti mid tempo - in maggiore misura - e accelerazioni.

Le Prix à Payer

Il quarto brano "Le Prix à Payer"(Il prezzo da pagare) ha la peculiarità di essere il primo brano francofono del lotto (e non è neanche l'ultimo, dato che ne troveremo altri tre), quasi a sottolineare fieramente il loro "essere canadesi". Il brano testualmente, in una maniera o nell'altra si riallaccia in un sottile fil rouge a varie tematiche espresse sino ad ora, prima tra tutte quella della fine dell'uomo, un'estinzione già scritta che in questo brano sembra ad un passo dal compimento: i nostri errori, le nostre scelte non oculate ci portano verso la morte, e in un marasma di asserzioni lapidarie e laconiche ("La pelle che annerisce senza fermarsi" [...]"Assorbe, consuma tutto nel suo cammino, divora, rigetta tutto") ci rendiamo conto di come quegli errori, di cui si è trattato anche in precedenza, alla fine sono destinati a portare l'uomo verso l'auto-annichilimento. Per fugare ogni dubbio sulle responsabilità individuali destinate a portare una morte collettiva basta leggere/ascoltare passaggi come "Il prezzo da pagare, il prezzo da pagare, troppo tardi per cambiare di fronte ai nostri errori". Già, perchè è evidente che non è un cataclisma naturale quello di cui si parla, non è il destino naturale dell'uomo quello di trovare una fine brusca, ma è la sua stupidità a trasformare la civiltà della comodità e delle macchine nella civiltà dell'autodistruzione. E considerando che nel mondo reale - cioè, tralasciando un attimo il brano - questo sta già avvenendo...considerando che vari aspetti di una futura possibile estinzione umana sono già sotto gli occhi di tutti (inquinamento, disboscamenti, effetto serra etc...) continuare a coprirsi gli occhi in nome degli introiti economici è stupido e totalmente nocivo. Con poche frasi ad effetto i nostri riescono a far riflettere anche su questi aspetti, giocando su un concetto (l'auto-estinzione umana) sempre più d'attualità. Musicalmente parlando anche stavolta ci troviamo di fronte a rimandi thrashy abbastanza palesi: nello specifico di groove thrash si parla, specie nelle prime battute, in cui sembra di trovarsi di fronte a una rivisitazione estremizzata dei Pantera. Il pezzo comunquecambia quasi subito registro, passando nel giro di trenta secondi circa da un registro groove a una meccanica più martellante. Verso il minuto, grazie a un riffing atonale e freddo vengono in mente addirittura i conterranei Voivod (o possibilmente certo thrash evoluto dei nostrani Braindamage): nessun citazionismo presente, il rimando è molto libero e non vincolato dalla riproposizione di qualche loro schema. Per il resto il brano scivola fluido su un tessuto thrash/death abbastanza moderno (il che non vuol dire inserimenti di modern death, assolutamente) ove a un substrato death, suggerito anche dalla classica voce sporca del singer, vi sono importanti iniezioni di thrash spesso veloce e comunque dirompente. Come specificato in precedenza i rimandi, specie alla scena thrash, possono essere molteplici, e anche ove non ve ne siano comunque l'elemento più thrash balugina sempre con una certa sostanza.

The Eulogy Of Hatred

Si arriva al quinto brano "The Eulogy of Hatred". L'elogio dell'odio - questo la traduzione letterale del titolo, in italiano - è l'elogio del linguaggio del gruppo, di una realtà artisticamente e socialmente ai margini che si contrappone a una società che ti dice di "venerare il guinzaglio" e "stigmatizzare la frusta". L'odio, la rabbia, il rigetto, assumono dunque la valenza di un testo sacro, di un Libro dei Salmi, il cui canto è la religione che si contrappone a quella ufficiale, di stampo cristiano e protestante, in questo caso. La fallacia è il verso perché la fallacia non è ammessa, nella perfezione del sistema perverso nel quale viviamo, concetto già espresso in due dei precedenti brani, e il rigetto di tutto questo sistema è il coro. L'odio è il motore che fa partire tutto, sia il "bene" che il "male": non possiamo sopirlo, quindi lo nutriamo. L'elogio dell'odio ha un retrogusto sarcastico e caustico perché, come vedremo, può essere inteso come arma a doppio taglio e parte integrante del Sistema. Dunque con questo brano non ci allontaniamo poi eccessivamente da certe linee guida tracciate da alcuni brani precedenti. Il "male del mondo" raffigurato in precedenza sotto differenti sfaccettature stavolta si visualizza in una dicotomia tra elementi dello strapotere imperante (la società/la religione che impone una venerazione del guinzaglio e una stigmatizzazione della frusta, come abbiamo visto sopra) e l'odio, il rigetto, elementi immancabili nello spirito umano. Il sistema dominante sulle masse stavolta assume connotati religiosi o para-religiosi: certi elementi suggeriti nel brano possono rimandare effettivamente a prediche da curia, o semplicemente la metafora dei nuovi predicatori - non forzatamente religiosi - che impongono il loro modo di pensare sulle masse inermi/inerti (politici, giornalisti e quant'altro). Sul piano prettamente musicale ci troviamo di fronte all'ennesimo brano di pregevole fattura, costruito su alternanze sapienti tra frangenti in mid tempo e parti più veloci. L'introduzione - non brevissima considerando i suoi quaranta secondi su tre minuti e trenta abbondanti di brano - costruita su un freddo ma evocativo guitar work si da il cambio ad un certo punto con una struttura giostrata su tempi medio/veloci, destinata ad un certo punto a lasciare spazio, pur se per poco, ad un frangente più "massiccio" e granitico. Ho detto "per poco": e in effetti nell'arco di un tempo relativamente breve, pochi secondi al massimo, si ritorna sulla struttura principale, relativamente veloce (niente orge di ipercinetismi e ritmi terremotanti). Certo è che la velocità, pur se non fa capolino con una certa frequenza nella massificazione sonora del brano, sa ritagliarsi belle parentesi (si veda verso il minuto e trentacinque). Nel complesso comunque - ed è questo che c'interessa, considerando che il dato importante è una valutazione onnicomprensiva del brano - ci si trova di fronte ad un buon pezzo, abbastanza lineare, potente e facile da memorizzare.

Parasite

Continuiamo con "Parasite" (Parassita), brano che ritorna all'anglofonia dopo la parentesi francese del precedente. Testualmente non ci allontaniamo dalla sottile linea che sembra guidare tutto l'album. Sempre in perfetta armonia con la tematica che riguarda un po' tutto l'album, l'elemento marcio della società è stavolta il politico, non necessariamente chi sta in parlamento, anche chi magari ha il potere, economico ad esempio, e lo esercita ricavandone privilegi, "spolpando" il resto della società e arricchendosi, godendosi la vita, pasteggiando alle spalle di coloro i quali invece soffrono e lavorano. Insomma, parassiti sociali, come afferma esplicitamente il testo. Un elemento interessante, oltre che nichilista, può essere dato dall'apparente fatalismo di tale brama, appannaggio di pochi ma, di fatto, insito in tutti gli esseri umani, potenziali "parassiti" di natura, oltre alla condanna di coloro i quali strisciano e s'inchinano dinnanzi ai più forti per avere una fetta da "parassitare". Tematicamente ci riaffacciamo a quanto suggerito dal brano precedente: il potere imperante è gestito da esseri viscidi il cui unico scopo è soggiogare le masse, ingigantirsi "nutrendosi" dell'energia vitale del popolo: ci si spinge ancora più in la nell'analisi già abbozzata in precedenza, perché, se il popolo sino ad ora era - o poteva - essere visto come massa inerme, irretita dai poteri forti e da uno stile di vita di cui non può fare più a meno, ora è palese che i vermi non sono più solo quelli "in alto", quelli che dettano le regole e dicono alla massa come pensare e cosa comprare: i vermi siamo anche noi. Noi tutti che giochiamo al gioco dei potenti, che ci siamo lasciati sedurre dalle loro promesse e deliziare dalle loro menzogne. Spaccato molto veritiero di quella che è la società nel complessivo, e in particolar modo la società di oggi. Il brano nel suo complessivo è particolarmente ferale, e si può già sentire una bella dose di bestialità nell'introduzione, aggressiva come non mai, giostrata su un riffing dirompente e una batteria che non lascia scampo, Anche la voce sembra ergersi tonante più del solito. Brano più death dei suoi predecessori, trova anche in certi momenti più "ragionati" (vedasi verso il minuto e quarantacinque) tanto impatto e violenza. Tuto funziona egregiamente, il macchinario sembra oliato a dovere, e piccoli momenti marziali come quelli citati poc'anzi, non fanno altro che rendere il brano, di per se molto violento, meno monolitico e più accattivante.

Le Pesant d'Or

Si prosegue con il settimo brano "Le Pesant D'Or" (La Ponderosità dell'oro), che come avrete intuito ritorna alla francofonia, e non solo nel titolo. La tematica del brano si inserisce come sempre nella continuity dettata dai precedenti pezzi, in un corpus che sembra non ammettere troppe divagazioni nonostante l'assunto che  di concept non si dovrebbe trattare. Ma come già specificato ci sono molti modo di rendere unitario un disco nell'ambito testuale, pur senza agganciarsi di volta in volta, pedissiquamente, a elementi specifici tanto da trasformare il disco in un vero e proprio disco a tema. Qui, lo abbiamo visto, si gira e rigira, di volta in volta, sul concetto di malessere della società contemporanea, funestata da politici corrotti e predicatori mendaci e senza scrupoli, che per sostentarsi e mantenere salde le loro poltrone e il loro scettro alimentano menzogne e promesse, trastullano le masse tanto da occupare le loro menti; e la tecnologia in tutto questo gioca un grosso ruolo: odierno feticcio, indispensabile ormai per chiunque, rappresenta una nuova droga destinata a tenere a bada i ceti medio/bassi. Un "demone" insediato tra le pieghe della società contemporanea al quale l'uomo "schiavo" ha venduto la sua anima. Il testo di cui sopra non si smarca da tutto qusto, ma ne costituisce una "parentesi": l'uomo - possibilmente l'uomo ancora non irretito, non plagiato - continua a lottare, continua a tentare di far sentire la sua voce, tra fallimenti e piccole vittorie. Si vive nell' isolazionismo, ma si tenta ancora, disperatamente, di smarcarsi da questa condizione. Sul piano musicale ancora una volta ci troviamo di fronte ad un brano le cui influenze thrash sono sicuramente evidenti, ma mai invasive. Un brano che nuovamente non gioca tanto la carta della velocità - i tempi per quanto "dinamici" non si spingono mai verso l'eccesso - quanto della compattezza. E in effetti, dopo un'introduzione granitica - sorretta da un riffing poderoso - il brano si assesta su tempi medio/veloci, più medi che veloci, per poi regalarci nel corso del brano frangenti forti di una velocità leggermente più sostenuta. Ma non è, ancora una volta, nella velocità che è da ricercarsi l'essenza i questo nuovo brano, quanto in una compattezza blindata ma a suo modo catchy, capace di catturare sin dal primo ascolto, far sbattere la testa, e memorizzarsi senza eccessivi problemi di sorta.

Misère Noire

Il proseguo è affidato all'ottava track "Misère Noire" (Miseria Nera), altro brano in lingua francofona, e anche qui proseguiamo tematicamente continuando a percorrere certe linee guida dettate dalle precedenti track: solo, stavolta il brano si fa più intimistico, puntando i riflettori su chi il potere lo subisce, sugli umonini comuni, di tutti i giorni, soggetti disperatamente a quella "miseria nera" presente nel titolo. In realtà non ci è dato sapere con esattezza chi siano i diretti interessati di questo "excursus", ma è facile leggere tra le righe che si tratti, come sottolineato poc'anzi, di chi in questa vita fatta di miserie, inganni, superficialità, è destinato a perdere. Una condizione esistenziale, quella del perdentente, in cui non vi è "Nessuna via d'uscita, nessuna speranza, nessun aiuto", ma solo la più terrificante, oscura, deprimente miseria. E non importa essere complici del sistema (lo abbiamo visto: l'uomo comune non è sempre vittima, ma sovente "complice") o solo soggetto inerme alle brutalità e ai loschi inganni dei fautori del potere. L'ignominia dell'esistenza è distribuita democraticamente a tutti coloro che non "tirano i fili" (i burattinai del sistema). Musicalmente parlando abbiamo ancora a che fare con un brano dotato di una consistente introduzione forte di un riffing davvero carico e roboante, destinato a portarci in seno ad un brano particolarmente grintoso - in cui vi è un consistente utilizzo del rifferama di partenza - forte ancora una volta di parti granitiche strutturate su tempi medi, rallentamenti (ad esempio verso i due minuti) e accelerazioni considerevoli. Non mancano frangenti strumentali capaci di alimentare una sorta di atmosfera deumanizzante (dai due minuti e venti) capaci al contempo di accentuare l'attenzione verso il brano nel suo complessivo. Già, perchè se sono già ottime le parti in cui la voce si erge a protagonista, se le varie accelerazioni e decelerazioni contribuiscono a rendere il brano piacevolmente strutturato, sono proprio questi intermezzi strumentali che ci permettono - possibilmente - di tirare il fiato pur senza che la tensione venga smorzata di mezza tacca. Contribuendo tra l'altro ad un egregia e completa riuscita del prodotto finale. Quindi il brano in se è ancora una volta ben cesellato, capace di colpire e tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore, che ancora una volta - per l'ottava volta - ha a che fare con un brano roboante, thrashy (ma sempre e comunque death) e di presa quasi immediata.

Assassins

La nona traccia "Assassins" (Assassini) si collega ancor più esplicitamente rispetto al precedente brano a certe linee cardine di tutto il discorso generale: succo del brano, senza girarci troppo attorno, è che fondamentalmente siamo tutti assassini e complici di un sistema assassino, armati di sondaggi e sobillati dalla classe dirigente. La responsabilità in primis è sempre dei cosiddetti poteri forti, i colletti bianchi, la classe dirigente di cui sopra, chi gestisce il potere nelle sue varie forme. E abbiamo avuto uno spaccato nei precedenti brani di cosa intenda per tale asserzione: i politici, i predicatori, chi gestisce i media e via discorrendo. Tutto e tutti parte di un sistema corrotto e fatiscente, in cui l'uomo "comune" pur nella scusante di essere "assoggettato", circuito, plagiato dai poteri forti, è complice del loro trionfo. Perchè per quanto lottare ed essere liberi è, o sarebbe bellissimo per chiunque, farsi schiavizzare e essere parte di un sistema marcio che comunque distribuisce certezze (fasulle) è più comodo e forse rassicurante. Dunque in un sistema assassino è meglio per molti "adeguarsi", piuttosto che sentirsi uomini facendo valere le proprie ragioni. C'è dunque chi - ed è implicito nel brano - scende a patti col sistema virulento, chi lotta (per quanto sia una lotta "contro i mulini a vento") e chi, conscio della "miseria nera" dell'esistenza (vedasi il precedente brano) si piega a quest'ultima. Musicalmete parlando abbiamo un inizio molto grintoso, meno "cesellato" e più impattante rispetto a tanti brani ascoltati in precedenza. Un introduzione in your face e diretta che si assesta quasi immediatamente in un brano veloce e irruento. Anche qui la carta del mid tempo non viene lesinata: e infatti già prima dello scoccare del minuto scivoliamo in un frangente granitico, pesante, destinato comunque a durare relativamente poco. Già oltrepassato di poco il minuto la velocità deragliante torna a farla da padrona, e complice un terremotante blast beat, arriviamo ad un frangente a tutti gli effetti "death", scevro da qualisasi contaminazione thrash. Il proseguo non è meno destabilizzante: la batteria continua a ricamare rintocchi velocissimi, mentre la voce gorgheggia inumanamente alimentando la malsana atmosfera. Nel complessivo si può dire senza troppi giri di parole che il brano sia uno dei più violenti del lotto, o almeno il più "death". Echi morbidangeliani baluginano qui e li senza che il combo floridiano sia minimamente scomodato. E se non vogliamo scorgerci a tutti i costi qualcosa dei Morbid Angel possiamo comunque dire che l'influenza floridiana si fa sentire, seppur di misura. Interessanti anche certi spunti melodici (dai tre minuti e un quarto) che si manifestano in un solo guitar raffinato e melanconico, non lunghissimo (quindici secondi al massimo) ma capace di elevare il brano, uno dei migliori del disco, a piccola opera d'arte.

Data Extracted? End Transmission

Si conclude in bellezza con la decima traccia, "Data Extracted? End Transmission" (Dati estratti... Fine trasmissione), che tematicamente sembra "quadrare il cerchio" di un disco sapientemente giostrato su tematiche tra loro affini e collegate da un sottile fil-rouge. Quest'ultimo brano, insieme al primo, racchiude l'intera opera come in una cornice, modellando ancora una volta l'intera poetica sul linguaggio informatico. È di fatto l'epilogo di tutto, di quest'umanità disumanizzata collegata attraverso "le spine". Alla perfezione del sistema si contrappone un errore improvviso, fuori d'ogni calcolo: la rabbia. Come un castello di carte, l'intero sistema collassa, cercando di salvare sé stesso senza riguardo per le vite inermi che, schiave del sistema stesso, si spengono una dietro l'altra. È un'estinzione che diviene purificazione, catarsi, sia che risparmi chi s'è tenuto fuori del sistema (la rabbia è figlia dell'anticonformismo idealizzato nella stessa band) sia che muoiano tutti, dal primo all'ultimo. Infine, il sistema è in crash definitivo, disconnesso. Inutile sottolineare come qusta sia una metafora del destino dell'umanità, imprigionata, irretita dal virtuale, che, inebetita non ha più la facoltà di rendersi conto di essere da un passo dal baratro. La società è al tracollo, il virtuale ha preso il sopravvento sulla "vita vera", l'alienazione alimentata dai vari burattinai impedisce alla gente comune di farsi grandi domande, e tutto questo porterà presto l'intero sistema ad un totale tracollo, primo passo di una possibile ed eventuale estinzione dell'uomo (che comunque, con nutrite probabilità, e il testo in questione lo suggerisce) a cui arriverà con le proprie mani. La fine dell'uomo infatti è qui "narrata" in forma di fiction prendendo spunto da idee à la Matrix (film dei Wachowski), con l'uomo ormai collegato a macchine. Ma sul campo del mondo reale, anche se non in maniera esplicita, è ormai effettivamente così per tutti: siamo tutti soggiogati dalle macchine, strumenti nati per aiutare l'uomo e divenute imprescindibili nella vita di tutti i giorni. Musicalmente abbiamo un pezzo che parte con un'introduzione granitica, serrata, dai ritmi "meccanici" strutturati su tempi medi, adeguati alla tematica portante. Il pezzo si assesta ben presto su ritmiche thrashy sporcate come sempre da elementi death, percorrendo sentieri non eccessivamente veloci come del resto molti suoi predecessori (ma al solito la velocità non manca baluginando in sfuriate frenetiche: si veda verso il minuto e dieci o verso i due minuti e cinquanta. Interessanti anche certi ricami melodici (che si palesano ad esempio oltrepassati i due minuti, e ancora verso i tre minuti e quaranta). Nel complessivo uno dei pezzi da novanta del disco, grazie ad un guitar work veramente ispirato (che non vuol dire capace di far miracoli sul piano tecnico, ma capace di esprimere feeling per tutto l'arco del pezzo) e a un lavoro magistrale di tutto il combo. 

Conclusioni

Arriviamo così alla conclusione della nostra disamina e a quelle considerazioni finali che bene o male riassumono quanto detto e chiudono metaforicamente il cerchio. Il disco, si intuisce perfettamente da quanto accennato a più riprese, è sicuramente buono: un buon prodotto che, lungi dall'essere chiamato semplicisticamente death metal, si inserisce nel novero delle ibridazioni, in questo caso death/thrash, risultando vincente proprio per questo "quid" aggiunto. Non sempre le ibridazioni vengono fuori perfettamente: alcune volte si pecca di incertezza dando spazio talvolta a una componente, talvolta ad un altra, in un saltellare indeciso che finisce per rendere il prodotto fuori fuoco. Altre volte lo stesso gioco sottolinea una certa genialità di fondo (inutile citare i Celtic Frost). In questo caso ci troviamo di fronte a una dignitosa via di mezzo, considerando che il death/thrash ormai è collaudato da anni e quando un buon gruppo (come in questo caso) si cimenta nel genere è difficile che venga fuori un prodotto "brutto". Tanto mestiere, dunque, ma anche barlumi di vera ispirazione qua e là, e basta ascoltare brani come "Data Extracted? End Transmission" per rendersene conto: un brano, questo, in cui praticamente tutto risulta vincente, a partire dal lavoro di chitarra. Ma anche altrove, in certe "mosche bianche", ossia il death più intransigente di "Assassins", brano che mette parzialmente da parte il background più thrash per definire un death d'assalto ispirato e convincente. Qui, a parte il solito guitar work riuscito, potete trovare un lavoro alla batteria da brivido. Bravi tutti, nel complessivo, dai musicisti al vocalist, che offre una prova davvero molto buona. La capacità di quest'ultimo è assolutamente innegabile, e il suo growl sporco ma non eccessivamente efferato (del resto non ci troviamo di fronte un disco slam brutal o goregrind) è perfetto per la tipologia di musica suonata dai nostri. Dunque nel complessivo tutto sembra funzionare, il meccanismo è oliato a dovere e tutti gli amanti di un certo death irruento ma non morboso (o tutti gli amanti del thrash più estremo) troveranno pane per i loro denti nell'ascolto di questo disco. Menzione particolare alla parte "concettuale" del brano (la tematica che verte attorno a questo, insomma) che oltre ad essere veramente efficace, risulta assolutamente contemporanea, "cronistica", in linea con i tempi che corrono: : tutto l'album risulta infatti - e lo avrete capito -  un excursus nel marciume umano attraverso vari "step", diciamo, una catalogazione precisa e puntuale dei molti e vari aspetti della società contemporanea, il tutto racchiuso nel post-modernismo dell'era digitale, della connessione di massa e della dominazione tecnologica, dei quali la band mutua il linguaggio in termini allegorici e metaforici. Di fondo a tale linguaggio originale c'è però una tematica cara al genere: l'estinzione e la morte come purificazione dal marciume della società e, in generale, della razza umana. Lodevole che in un genere talvolta "solo di intrattenimento" come il metal, alcune volte si arrivi a parlare di temi "attuali" o di precognizione di un'attualità prossima a venire (e mi riferisco all'estinzione: fortunatamente siamo ancora qui, ma l'abuso della tecnologia, l'alienazione, l'inquinamento, le guerre, l'effetto serra e mille altre cose stanno accelerando il processo di decadimento della civiltà umana, quindi...). Certo i nostri non sono i primi e non saranno sicuramente gli ultimi, ma piuttosto che ascoltare le solite menate su mostri, zombi, riti demoniaci e quant'altro, è di gran lunga meglio che si parli, o anche solo si accenni a tematiche più affini al nostro modo di essere attuale. Del resto, oggi i veri mostri sono altri, e il web, la glorificazione dell'immagine rispetto alla sostanza, la perdità d'identità collettiva e individuale, e varie cose citate appena un attimo fa (inquinamento, guerre, alienazione, etc) fanno più paura rispetto a satanassi e mostriciattoli vari. Promuovo dunque i nostri e rimango in attesa di un loro prossimo disco, sperando che le tematiche siano sempre così focalizzate ed intriganti.

1) System Failure
2) Onward To Extinction
3) Pull The Plug
4) Le Prix à Payer
5) The Eulogy Of Hatred
6) Parasite
7) Le Pesant d'Or
8) Misère Noire
9) Assassins
10) Data Extracted? End Transmission