INSOMNIUM

Winter's Gate

2016 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
23/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Appuntamento stimolante e, per alcuni versi, insolito quello odierno con la discografia dei finlandesi Insomnium, da diversi mesi, ormai, protagonisti di prim'ordine sulle pagine della nostra testata giornalistica. Per il loro settimo lavoro su lunga distanza, Friman e soci decisero di intraprendere una via ardita e rischiosa, sebbene non del tutto inedita in ambito metal: quella rappresentata dalla realizzazione di un album costituito da un'unica traccia. Il quartetto scandinavo, debitamente arricchito per l'occasione, si cimenterà, quindi, con una pregevolissima ed intricata suite della durata complessiva di 40 minuti, grazie alla quale il pubblico all'ascolto verrà proiettato sulle impervie e fredde coste irlandesi, con l'intento di seguire, da diversi punti di osservazione privilegiati, le sfortunate e drammatiche vicende di un manipolo di avventurosi conquistatori vichinghi, in un epico e vorticoso crescendo emozionale, davvero ricchissimo di pathos. Dopo sei full length di qualità complessivamente eccelsa, (su tutti ricordiamo il prodigioso One For Sorrow del 2011), caratterizzati da un livello di innovazione non particolarmente elevato, gli Insomnium, almeno da un punto di vista compositivo, cambiarono sostanzialmente le carte in tavola e decisero di alzare la posta in palio. La classica e proverbiale lampadina, quella che attivò i primissimi prodromi compositivi per elaborare un prodotto simile si accese, in questo senso, quando ancora non era stata ultimata la fase di scrittura dei pezzi del precedente platter Shadows Of The Dying Sun, (2014). Inizialmente l'intento del gruppo era quello di realizzare un ep della durata di una ventina di minuti, eventualmente da suddividere in diversi e più brevi momenti lirici, sulla scia di quanto fatto, ad esempio, dai Dream Theater nel monumentale A Change of Seasons, ma, in fase di stesura dei riff, essi si resero contro di avere a disposizione molto più materiale, decisamente sufficiente per produrre un lp. Per dare una forma concreta a queste stimolanti premesse, Sevanen pensò bene di andare a ripescare un suo breve racconto scritto in passato, Talven Portii in lingua originale, basato su di una interessante commistione tra moderni elementi fantasy e più tradizionali riferimenti alla mitologia scandinava, accolto con interesse e premiato in patria, tra il 2007 ed il 2008, in piccoli, ma ben radicati, concorsi letterari locali. Già in precedenti dissertazioni, come ricorderete, avevamo accennato alla grande passione di Niilo per la scrittura: nel presente episodio, proprio questa sua ardente pulsione giovanile, ulteriormente rafforzata dal vivace periodo universitario vissuto, avrà, finalmente, modo di essere condivisa all'esterno, con il grande pubblico. La ardita proposta del cantante e bassista incontrò un iniziale scetticismo da parte degli altri membri del gruppo, d'altronde è innegabile che prodotti di questa tipologia vengano spesso etichettati come autentici mattoni, il rischio di andare incontro ad un fallimento commerciale era molto alto, ma, quasi inaspettatamente, Century Media Records si dimostrò subito ben disposta e recettiva da questo punto di vista, al punto tale che affidò, di lì a poco, l'incarico di tradurre in inglese la versione originaria di Niilo a tale Tuomas Puumalainen. "Winter's Gate (La porta dell'inverno)" narra, come poc'anzi anticipato, la storia di un piccolo gruppo di coraggiosi vichinghi scandinavi, attratti sulle nebbiose coste di una piccola e remota isola ad ovest dell'Irlanda da antiche leggende riguardanti favolosi tesori, presumibilmente, ivi conservati. Essi, fermamente intenzionati a mettere le mani su quelle ricchezze, alla ricerca di una eterna, (vana)gloria decidono, quindi, di issare le vele e di mettersi in viaggio, non tenendo conto che il rigido inverno è alle porte. Dopo un difficile e fortunoso approdo a terra ed un primo contatto con la popolazione locale, carico di diffidenza reciproca ed ulteriormente complicato dalle (apparenti) difficoltà di comunicazione, essi si rendono conto di essere impossibilitati a trasportare verso casa l'oro effettivamente scovato, a causa della sua scarsa maneggevolezza, (lo troveranno, infatti, incastonato all'interno di alte e pesantissime statue). Timorosi che altri possano saccheggiare quelle fortune al posto loro, decidono di trattenersi ancora in quel luogo, per quanto alcuni, all'interno del gruppo, ritengano sia più opportuno ritornare in primavera con una attrezzatura più adeguata e con l'ausilio dei cavalli. Così facendo, finiranno per rimanere intrappolati sull'isola, prima raggirati dalla astuta ed ispida popolazione del posto, la quale non esiterà a scagliare contro di loro un rabbioso anatema, (pronunciato, peraltro, in lingua norrena corretta), ed in seguito definitivamente soverchiati dall'arrivo del grande freddo, cui non erano preparati. A stretto giro di posta gigantesche e spaventose creature semineranno il panico, disperdendo gran parte del gruppo, (ormai profondamente sfaldato nei legami sociali e famigliari), il gigantesco lupo Fenris, liberato dalla pesante catena, scatenerà tutta la sua rabbia e mieterà un gran numero di vittime, imponenti bufere di neve, vento e ghiaccio acuiranno ulteriormente i loro stenti, la colossale battaglia finale, il Ragnarok, tanto caro alla letteratura norrena, si paleserà, infine, in tutta la sua drammaticità e violenza. Solo gli individui più giovani, quelli non ancora corrotti dalla cupidigia dei padri, si salveranno: a loro sarà affidato il compito di fare rinascere il mondo, il sangue pagano e norreno si mescolerà, pertanto, con quello cristiano e celtico, a suggellare, così, nell'unico modo realmente possibile, l'alba di una nuova era. Un prodotto, quindi, certamente audace come dicevamo più sopra, forse anche inaspettato da parte di una band come gli Insomnium, sebbene non manchino, nel passato, casi simili nel panorama estremo, (in modo particolare in quello scandinavo). Pensiamo, ad esempio, ai norvegesi Abruptum ed al loro lunghissimo, (in tutti i sensi), In Umbra Malitiae Ambulabo, In Aeternum In Triumpho Tenebrarum, sempre dalla Norvegia annoveriamo, anche, il valido Light Of Day, Day Of Darkness dei Green Carnation, mentre in Svezia, qualche mese prima rispetto all'album oggetto della presente recensione, l'esordiente one man band dei Necrosavant si fece conoscere negli ambienti underground con Aniara MMXIV. Altrove nel mondo, il caso limite è rappresentato dai transalpini Monolithe, autori addirittura di quattro album di questa tipologia, i primi della loro discografia, mentre gli statunitensi Agalloch consolidarono la loro fama con il meritevole ep Faustian Echoes del 2012. Sempre dal nord America, precisamente dal Canada, possiamo citare il caso dei virtuosi Gorguts di Luc Lemay che, nel 2016, diedero alla luce il faraonico ep Pleiades' Dust. Influenze e stili diversi quindi: si spazia, senza apparente soluzione di continuità, dal black al folk, dall'atmosferic al doom più funereo e lento, non tralasciando nemmeno l'ambient, il techinical death ed il progressive. Proprio in Svezia, tuttavia, possiamo individuare il riferimento stilistico più prossimo a Winter's Gate, e precisamente dobbiamo tornare indietro nel tempo sino al 1996 quando, quella mente superiore che risponde al nome di Dan Swano diede alla luce Crimson, opera visionaria e folle dei suoi Edge Of Sanity. Nel corso di quegli epici quaranta minuti, egli poté dare libero sfogo a tutto il suo smisurato talento compositivo, grazie ad una spettacolare commistione di sofisticate influenze retrò anni settanta e più moderni e progressivi arrangiamenti futuristici. Il filo conduttore che lega indissolubilmente i due album viene confermato anche  dalle parole dei componenti del gruppo, secondo cui la famosa lampadina, cui abbiamo fatto riferimento più sopra, si attivò in modalità on durante una cupa e fredda serata autunnale, tipicamente finlandese, in cui i quattro stavano trascorrendo il tempo ascoltando proprio Crimson. Sette anni più tardi, nel 2003, uscì Crimson II: in questo caso, l'estroso e poliedrico Swano preferì suddividere il platter in nove differenti capitoli, ognuno dei quali costituito da un numero variabile di tracce, tutte di durata inferiore ai due minuti. Subissato dai suoi numerosissimi impegni, sia come produttore di fama internazionale, sia nei suoi molteplici side project, il progetto di un Crimson III, svanì definitivamente, (o no?), con lo scioglimento degli Edge Of Sanity del 2015. Il buon Dan, tuttavia, è uomo dalle mille risorse: in fondo, se le energie non sono più quelle dei tempi migliori, se le idee cominciano a latitare in fase di songwriting, perché non passare dall'altra parte della barricata e collaborare attivamente alla realizzazione di quello che, in alcune sfumature non secondarie, può essere considerato come il più accreditato erede dei due memorabili lavori sopracitati? Ed ecco quindi che ritroviamo il prode Swano, (già, più volte, collaboratore di Markus Vanhala negli Omnium Gatherum), nelle vesti di produttore di Winter's Gate, le porte dei suoi Unisound Studios accolsero Friman e compagni nel mese di maggio del 2016 per le sessioni di missaggio e di masterizzazione. E la sua mano si sentirà eccome nel corso dei 40 minuti, (guarda caso esattamente la medesima durata dello stesso Crimson), che ci apprestiamo ad ascoltare. Tutti gli strumenti godranno di una pulizia invidiabile e di una nitidezza pressoché perfetta, le diverse sezioni che andranno a comporre l'album risulteranno amalgamate l'una all'altra, quasi incastonate l'una dentro l'altra, nella giusta misura. Quando si tratta di prodotti simili, la cui particolare natura risulta essere tutt'altro che leggera, del resto, il rischio maggiore è proprio quello di comporre un lavoro disomogeneo, non coeso, pericolo che, in questo caso, viene in gran parte scongiurato anche grazie alla fattiva e preziosa collaborazione dei membri stessi della band, ormai navigati veterani della musica metal. Ospiti d'eccezione saranno l'immancabile tastierista Aleksi Munter, di fatto il quinto membro degli Insomnium, ed il cantante Teemu Alto, (già incontrato nel precedente lp ed anche collaboratore esterno degli stessi Omnium Gatherum). Allo stesso Alto venne affidato anche il compito di registrare le porzioni vocali, di basso e di chitarra, mentre le parti di batteria vennero incise, presso differenti studi, da Kimmo Perkkiö. Affascinante, per quanto volutamente minimalista, è l'artwork di copertina, proposto dal quasi impronunciabile Teemu Tåhkånen: egli ci mostra l'aulica immagine di una solitaria ed innevata cima montuosa, la quale si staglia alta e gagliarda in un sobrio scenario naturalistico, dominato da un cielo oscuro, sebbene stellato. Per poter fruire a pieno di un lavoro così particolare come questo, Century Media Records ha previsto di proporre il racconto originale di Sevanen in ben tre lingue, (inglese, tedesco e finlandese), oltre ad un interessante audiolibro narrato dallo stesso vocalist, della stessa durata dell'album, (ovviamente parliamo qui di una edizione superdeluxe, uscita il giorno stesso di quella standard). L'album, immesso sul mercato il 23 settembre del 2016, (curiosamente nel giorno che segna l'inizio dell'autunno), riscosse subito un notevole successo in quanto a vendite, oltre a critiche generalmente positive da parte degli addetti ai lavori. Seguendo quella che è l'indicazione contenuta nel booklet della nostra umile versione standard, anche noi decidiamo di dividere la recensione in sei momenti lirici ben distinguibili, ciò nella speranza di rendere la trattazione più agile e scorrevole, anche se, ribadiamo il concetto ancora una volta, Winter's Gate è un album monotraccia a tutti gli effetti.

Winter's Gate

Il primo capitolo si intitola "Slaughter Moon" (La luna del massacro): esso si protrarrà per poco più di 6 minuti e, come facilmente evincibile dal titolo, mostrerà la band in una versione assai bellicosa ed aggressiva. Una affabile e dolcissima melodia ci accoglie, invero, nei primi novanta secondi, sulla nostra pelle si adagia una amena ed intensa sensazione, a base di note suadenti e carezzevoli, una leggera brezza ci scuote lievemente e giunge sino al cuore. Ci rendiamo, peraltro, conto che il relativo tepore autunnale sta, inesorabilmente, lasciando spazio ai primi ringhiosi ululati dell'inverno, la nostra solida prua vichinga avanza lentamente tra le fitte nebbie della verdeggiante "Isola di smeraldo", il mare, sinora calmo e bonario, si prepara a palesare il suo lato più minaccioso. E' il segnale che qualcosa sta cambiando, svanita la fugace e sobria illusione iniziale le coordinate stilistiche del pezzo mutano drasticamente. La batteria di Hirvonen esplode, infatti, di lì a poco in tutto il suo tempestoso fragore, grazie ad una prima tonante sequela di blast besats. Gli echi degli svedesi Amon Amarth sono i primi che ci vengono alla mente, (non poteva essere altrimenti, trattando la storia di navigatori vichinghi), mentre pure le due chitarre fanno il loro ingresso sulle scene, condito da una impressionante serie di riff, pesanti come macigni. Mostrando grinta e determinazione, l'assalto sonoro degli Insomnium si concretizza in questi ulteriori sessanta secondi, caratterizzati da un incedere decisamente andante e, a tratti, persino furioso, come non ricordavamo di udire da tempo per la band di Joensuu. I tre fidi compagni di ventura, (Friman, Vanhala ed Hirvoven), intendono, in questa maniera, spianare il campo nella miglior maniera possibile all'inizio della incalzante narrazione proposta da Sevanen. Nel segno della continuità e della fervida tradizione death del suo Paese, egli si affida al suo caratteristico growl, cavernoso e profondamente incavato, con il quale sciorina di gran carriera le prime due stanze, innestate sopra ad un tessuto ritmico consistente ed in cui non è difficile imbattersi, nel giro di qualche istante, nel più classico dei wall of sound eretto dallo stesso Hirvonen e dal suo drumming di caratura internazionale. Uno spesso strato di brina ricopre il mare che ci sta portando su queste mitiche coste, l'aroma dell'inverno, ormai prossimo, si diffonde tutto intorno, udiamo il poderoso urlo del vento, sentiamo anche una dolce, benché ignota, canzone provenire dal grembo dell'oceano. Lontano, alle nostre spalle, si alza ancora alto il fumo nero con le sue dense spire, le fragili ed umili abitazioni di questi miserabili cristiani del sud sono state travolte dai nostri pesanti zoccoli di ferro. Altra debordante accelerazione dei toni al minuto 03:24, l'impatto acustico che gli Insomnium ci regalano è qualcosa di spettacolare, poco o nullo lo spazio concesso alla melodia, il primo spezzone dell'album presenta, piuttosto, tutte le caratteristiche tipiche per essere ascritto al filone del death metal tout court. Ci imbattiamo in quello che, con i dovuti distingui del caso, è l'interessante refrain centrale. E' questo il momento del massacro perpetrato al chiaro di luna, senza sole né stelle la violenza può dilagare ciecamente, navighiamo verso la fine del mondo, andiamo incontro al destino per conto della nostra valorosa corona, fieri e spavaldi avanziamo sempre più, nel cuore della stagione delle nebbie, procediamo completamente al buio, corriamo il rischio di sprofondare nella fredda notte. Le partiture disegnano, ora, un andamento mitico e sensazionale e la band, nella sua interezza, sprigiona energia in gran quantità. Il mare cupo si spiega dinanzi a noi, annusiamo il profumo dei templi che ancora ardono, sentiamo le onde che si infrangono contro la nostra barca, ancora la stessa canzone misteriosa risuona dalle profondità abissali. Siamo lontani dalle rive sicure della nostra terra natale, l'inverno ci sta seguendo come un'ombra ed è pronto a stendere la sua rigida morsa intorno a noi, un gruppo di vichinghi spinti dalla fame e dal desiderio di ricchezze che presto finirà con l'essere inghiottito da un verme gigantesco. Dopo un'ultima, solenne, ripetizione del memorabile coro, Slaughter Moon si chiude senza concedere spazio per interludi atmosferici ed evocativi, assenti le digressioni progressive e doom, così come davvero marginali sono le tastiere di accompagnamento, piuttosto cogliamo senza difficoltà delle sinistre e taglienti sferzate di natura black, quasi del tutto inedite per la band, che avremo modo di ritrovare anche in seguito. Nel frattempo il mare si ingrossa ancora e si fa decisamente burrascoso, è tempo per noi di approdare a terra. Il secondo, ben più consistente ed impegnativo momento, intitolato "The Golden Wolf"(Il Lupo d'oro), si apre su cadenze decisamente meno indiavolate, improntate ad evocare atmosferiche magiche ed oniriche, prettamente nordiche nella loro latente labilità di fondo. La melodia che ci accompagna in questi primi istanti è stata debitamente ripulita delle evidenti distorsioni precedenti, (ottimo, a tal proposito, il lavoro svolto in sede di produzione): l'intento del gruppo sembra quello di volerci introdurre, a poco a poco, nel cuore delle fitte nebbie celtiche. Del resto, non dobbiamo dimenticarlo, siamo pur sempre stranieri in una terra sconosciuta e, fin dalla prima apparenza, poco ospitale, le cui popolazioni locali possiedono una lunga e radicata tradizione cristiana, in netto contrasto, quindi, con la nostra, norrena e pagana. La prima strofa ci viene, pertanto, sussurrata in punta di piedi da un appassionato e coinvolgente Sevanen, anch'esso in grado di dare la giusta importanza al momento, con la sua ottima performance vocale, (la vicinanza con un certo Mikael Stanne ha giovato non poco in questo senso). Laggiù in fondo, isolata tra nebbie all'apparenza impenetrabili, scorgiamo una ieratica montagna ergersi nel cielo, la sua vetta imbiancata pare perdersi nelle altezze sconfinate di un cielo plumbeo e grigio, intorno ad essa abeti silenziosi sorvegliano le rive dell'isola e fungono da attente vedette. Al minuto 07:13 una potentissima deflagrazione elettrica ci investe in pieno, i riff delle chitarre acquisiscono consistenza e spessore, il processo di armonizzazione tra Friman e Vanhala è decisamente di livello, le cadenze del pezzo assumono connotati fastosi e celebrativi, grazie anche agli inconfondibili e potenti rintocchi della batteria. Si vuole, così, esaltare l'incredibile abilità di questi signori del mare, capaci di domare con coraggio e maestria anche le gelide e spaventose burrasche delle propaggini più settentrionali del Vecchio Continente. Proprio in virtù di questa loro egemonia marittima, i vichinghi furono dominatori pressoché indiscussi in gran parte dell'Europa per quasi trecento anni, (si parla, a tal proposito, di epoca vichinga negli anni compresi tra il 793 ed il 1066). Ben diversi sono, quindi, i parametri entro i quali viene inserita la seconda strofa, affidata ad un più ordinario ringhio in growl. Su quell'isola ci aspetta un premio che ci ripagherà degli sforzi compiuti, un grande sorriso si stamperà sui nostri arcigni visi, nel momento in cui avremo messo le mani su quei colossali e magnifici tesori, grazie ad essi il nostro nome sarà scolpito, per sempre, nella leggenda, laggiù troveremo ad attenderci un magnifico lupo dorato, un glorioso semidio con le fattezze di una enorme bestia con sei gambe. Continua lo spettacolare alternarsi di grandiose sfuriate verso l'alto, al confine con il black metal, e fragorosi rallentamenti avanguardistici ed ambient. Ecco, dunque, minuto 07:44, il talentuoso e rodato chitarrista Vanhala, (protagonista assieme allo stesso Sevanen di un interessante trailer in lingua finlandese, della durata di una ventina di minuti, pubblicato in anteprima di un mese prima rispetto all'album), cimentarsi in un incantevole stacco solista, dal carattere prevalentemente melodico, ammantato anche di una ragguardevole caratterizzazione epica. Eppure io sto ancora cercando qualcosa di più nobile, aspetto ancora di scovare la tua ombra, nel corso della notte più buia io desidero trovarla. Poco prima del nono minuto, i ritmi calano sensibilmente, per una porzione più consistente di tempo. Le chitarre tornano a disegnare armonici accordi puliti, Niilo lascia, saggiamente, spazio all'amico Friman dietro al microfono. Con lui le inflessioni di natura prog e doom crescono notevolmente, il suo affabile cantato pulito, altrove non esattamente memorabile, nel frangente specifico piace molto, soprattutto perché è in grado di conferire la necessaria profondità tridimensionale al magnifico substrato lirico. Siamo in grado, così, di percepire la profonda inquietudine d'animo di quel disperato manipolo di vichinghi, padroni incontrastati del mare, ma, incapaci di mettere radici stabili sulla terraferma, individui sostanzialmente soli e malinconici, troppo a lungo costretti a stare lontano dalle famiglie e dalla propria casa, brutali e spietati invasori per soddisfare una atavica sete di denaro e per inseguire una quanto più possibile effimera gloria, ma forse ancor di più per placare la carenza di affetti e di relazioni autentiche della loro vita. Porto ancora su di me i fiori del dolore e della solitudine, per quanti sforzi io faccia non riesco a liberarmene. Che trucco divino è mai questo, si chiede un frustrato Sevanen, rientrato in possesso del microfono. Ricompense in patria ed infinite ricchezze quaggiù sembra stiano attendendo solamente noi per essere afferrate, eppure, nel concreto, non siamo in grado di farle nostre. Le chitarre si ergono protagoniste dopo lo scoccare del decimo minuto, ritroviamo nelle fattezze, ora delineatesi, la medesima potenza che ci aveva travolto dopo l'iniziale ouverture melodica, viene riproposto anche il fortunato coro centrale, ulteriormente arricchito di un'altra linea vocale. Quello che cerchiamo con più insistenza, in fondo, è solamente un luogo in cui il dolore non possa più insinuarsi al suo interno, nessuna ricchezza materiale di questo mondo, nemmeno la più grande, potrà mai darci la stessa gioia di un posto in cui vivere serenamente, in armonia con le nostre amate donne e con tutti gli affetti più cari. Superato il dodicesimo minuto la canzone entra decisamente in territori prog, tanto cari agli imprescindibili Opeth: la melodia diviene leggera, al punto da farsi quasi inconsistente, incredibilmente eterea ed impalpabile, una solitaria chitarra acustica strimpella minimali e parchi accordi, lo sperimentalismo degli Insomnium esplode in tutto il suo fragore e ci affascina alla grande, ci seduce come solo una bella donna sarebbe in grado di fare. Peraltro è forse questo il momento dove più delicata si fa la transizione sonora, al punto che proprio qui, altrove, si è optato per trattare questi ulteriori 5 minuti abbondanti come una sezione diversa rispetto alla precedente. Lo stacco che la band propone appare, in effetti, un poco forzato, qualche edulcorato arpeggio in più, forse, non avrebbe guastato, tuttavia lo etichettiamo come un peccato veniale, connaturato alla natura stessa di un album monotraccia. Del resto, completamente errata è la diversa suddivisione altrove proposta, dal momento che la sezione lirica di The Golden Wolf è ben lungi dall'essere terminata, (questo è il rischio più grande che si corre quando si sceglie di recensire un lavoro di questo tipo senza averne sott'occhio una copia fisica). Non mancano riferimenti nemmeno ai Dream Theater più ispirati ed avanguardistici dei primi anni novanta e persino ai Tool, sebbene il tutto venga qui declinato in una versione meno cervellotica, più canonica, per quanto possibile. La band finlandese arricchisce il sound di pregevoli elementi visionari, ai limiti della psichedelia, quasi del tutto estranei al metal, il pezzo avanza lentamente, con un andamento ossessivo e circolare. Incontriamo anche, per la prima volta, il parlato dell'ospite esterno Teemu Alto che, però, non convince particolarmente, risultando abbastanza piatto e scialbo. La sezione ritmica è ridotta ai minimi termini, le percussioni, (il pianoforte più che le tastiere), si fanno sentire qua e là, ma sono davvero in sottofondo, non capaci di spostare in maniera sostanziale l'ago della bilancia, sono le chitarre, viceversa, ad essere poste al centro della disputa e, a fronte di una concorrenza quasi sbaragliata, decidono di dilatare all'inverosimile le loro partiture. Più nello specifico, si nota come Friman risulti diversamente coinvolto rispetto al passato, se da un lato, ciò limita abbastanza il suo contributo a livello solista, dall'altro, questo suo essere meno al centro dell'attenzione, enfatizza al meglio il pregevole lavoro di squadra intessuto sia con il collega Vanhala che con lo stesso Sevanen, in quanto bassista capace. Il singer del gruppo, peraltro, ricompare di lì a poco, ripetendo in growl la stanza precedentemente recitata a voce e deborda in un urlo liberatorio al minuto 16:48, un nuovo climax emozionale è stato conseguito. Sento di essere ancora costretto da qualcosa, vincolato da una fredda mano che mi accarezza il viso, percepisco il mio corpo ardere in calorose fiamme, sollecitato ripetutamente dalla lingua di una vipera velenosa. Il drumming di Hirvonen riprende forza, dopo un corposo momento di down, e ci accompagna degnamente al gran finale. Meglio sarebbe per me sdraiarmi sopra ad un letto di limo e guardare in faccia la luna, da sotto le onde, maggiore giovamento troverei se potessi riposare su di un giaciglio fangoso, all'interno del letto dell'oceano, sognando giorni lontani, irrimediabilmente perduti. Senza sole, né stelle, mi incammino su di un sentiero che non esiste, se non per condurre ad un eterno oblio. Sono trascorsi, nel frattempo, poco meno di venti minuti, un leggero e candido sipario cala, giusto per qualche istante, a sancire la conclusione del secondo atto di Winter's Gate, per riaprirsi subito dopo e mostrarci una differente ambientazione di fondo. "At The Gates Of Winter" (Alle porte dell'inverno), più simile, per quel che concerne il minutaggio globale, all'iniziale Slaughter Moon, mostra, infatti, una band alle prese con pregevolissime digressioni d'antan, innestate sopra ad una solida e tradizionale base di death metal, certamente melodica ed assai moderna. Più morbido è, in questo caso, il passaggio da un capitolo all'altro, affidato ad una solitaria chitarra acustica, la quale disegna arpeggi delicati e soavi, dall'andamento quasi folk, per oltre un minuto, a Ville Friman è, invece, affidato il compito di riallacciare il filo del discorso con la precedente The Golden Wolf ribadendo uno dei concetti fondamentali dell'intero corredo lirico: stiamo ancora portando, dentro di noi, i fiori del dolore e della solitudine, il nostro stato d'animo, già inquieto ben prima della infelice scoperta dell'oro, è reso ancora più tormentato ed instabile dal prossimo sopraggiungere dell'inverno, il nostro ruolo autorevole all'interno del gruppo ci impone delle responsabilità nei confronti dei nostri figli e delle nostre mogli, che fare dunque? Avanzare ancora verso l'interno, andando incontro all'ignoto ed inseguendo una chimera o, piuttosto, riprendere il mare e tornare verso casa, prima che il ghiaccio renda, fatalmente, impossibile la navigazione? Lasciare simili ricchezze fino alla prossima primavera significa, certamente, perderle per sempre, come potremo giustificare un simile fallimento al nostro ritorno in patria, saremo screditati e denigrati a lungo dai compagni. Tormenti d'animo che vengono, ben presto, sottolineati anche a livello musicale, grazie, in primis, ad una debordante e fulminea accelerazione, guidata dalle chitarre elettriche, alle quali si affianca, con piglio e disinvoltura, pure la batteria. Niilo, dal canto suo, non fa mancare il suo prezioso contributo e gonfia i muscoli con il suo growl debordante, di assoluto spessore artistico. Sul lato della montagna più fosco ed oscuro rivolgo il mio scrupoloso sguardo, resto fisso in direzione del profondo nord e, nella più completa solitudine, attendo un segnale che possa schiarirmi le idee. Gigantesche porte in pietra ostacolano il nostro transito verso l'interno, esse, per quanto non siano state costruite per gli uomini mortali, bensì per gli dei, non ci consentono di andare oltre. E' forse questo un tiro mancino da parte degli dei stessi, da sempre a noi ostili? Ricompense e ricchezze ci attendono oltre questo oneroso sbarramento, all'apparenza sembrano vicine, ma, in realtà, non lo sono affatto. Spettacolare è quanto avviene al minuto 21:25, allorquando la melodia torna ad ammantarsi di fattezze gentili e sognatrici, Friman torna nelle vesti di cantante pulito e si cimenta, con lauto profitto, in quello che potremmo catalogare come il ritornello centrale. Perfetta è pure la ricerca del giusto groove d'ambientazione, carico di un altissimo livello di epicità, esso contribuisce ad innalzare di parecchio verso l'alto la tensione del pezzo. In cuor nostro ci stiamo amaramente rendendo conto che questa isola dorata potrebbe, presto, assumere i connotati di una tomba, luttuosa e nera, non abbiamo, tuttavia, il coraggio di confidarlo agli altri per timore di seminare il panico nel gruppo e per non vedere incrinata la nostra autorità, le porte dell'inverno si stanno per schiudere sopra di noi, non siamo attrezzati per reggere l'urto. Io cammino con la mia testa china verso il basso, il vento soffia con impeto attraverso il mio cuore in disarmo, leggera, quasi senza peso, ella scruta il fondo della mia anima, assume le sembianze di un bianco uccello che si posa tra le mie braccia. E' questo un vero e proprio coro a due voci, assai orecchiabile ed ancora guidato dalla componente acustica, dal momento che, in sottofondo, fa nuovamente capolino anche Teemu Alto, qui maggiormente a suo agio nel duettare con Friman. Nei pressi dello scoccare del ventiduesimo minuto sono davvero meritevoli pure gli assoli di chitarra, per quanto sempre molto brevi nella loro durata. Sevanen ci informa che notizie drammatiche giungono dal versante nord dell'isola, angosciose sono pure le tonalità che si stagliano in cielo nel corso di questa notte, più pesante si è fatto il buio intorno a noi, anche il tempo pare aver rallentato il suo ineluttabile corso e si fa, ora, più doloroso. Nessun canto melodioso si alzerà per rischiarare le tenebre, nemmeno il più coraggioso di noi si sentirà al sicuro lontano dal fuoco, sognando di possedere il lupo dorato, rischiamo che a materializzarsi davvero sia la gelida e maestosa potenza dell'inverno. In ultima analisi, dopo l'apertura pulita e melodica, possiamo parlare di una porzione di album piuttosto canonica e robusta, ulteriore, mirabile esempio del sorrowful melodic death metal, autentico e genuino marchio di fabbrica di casa Insomnium. Un malinconico e solitario pianoforte ci accoglie nel successivo capitolo del concept: "The Gate Opens" (La porta si apre), si palesa al nostro cospetto quando abbiamo, da poco, superato i 24 minuti dall'inizio dell'album. L'atmosfera si carica subito di una desolante mestizia, la melodia si erge nell'aria con un andamento lento e lugubre, il paragone che ci viene, immediatamente, in mente è quello con i connazionali Swallow The Sun del tastierista Aleksi Munter. L'interludio d'apertura, facilmente ascrivibile al filone del funeral doom, ci tiene compagnia per circa novanta secondi, al termine dei quali è possibile udire, in lontananza, il tipico boato dei tuoni, essi segnalano l'approssimarsi della bufera, i cancelli dell'inverno si sono dischiusi alle nostre spalle, la strada è segnata in una sola direzione, tornare indietro, ora, è impossibile. Il ringhio belluino di Sevanen che segue innalza la tensione e spina la strada ad un incredibile crescendo verso l'alto, al contempo melodico ed emozionante. La prima, corposa, stanza viene enunciata con grande perizia, ogni singola parola è scandita con calma e pacatezza, al fine di risuonare nell'atmosfera con una notevole forza d'impatto. Le chitarre si muovono senza fretta e con cognizione di causa, senza prevaricare il resto della strumentazione a disposizione del gruppo, (in quest'ottica, laddove più marcato si fa il ricorso alle tastiere, non mancano richiami ai brillanti compatrioti Amorphis). Sentiamo l'eco dell'inverno che ci sta raggiungendo, lo avvertiamo sulla nostra pelle, lo percepiamo attraverso il terreno che si è fatto più freddo, le tonalità del cielo, mutate anch'esse, ce ne danno una ulteriore conferma. Un ruggito scoppiettante, il fragore di un tuono, i loro echi giungono sino a noi, questa è la voce del destino avverso che ci viene incontro, nubi oscure ricoprono la volta celeste, le ire dell'inverno, sinora assopite, stanno per scatenarsi. Segue il primo passaggio dallo stringato, ma evocativo, refrain. Dal cuore della terra, da sotto la montagna l'inverno salirà verso l'alto, esso si presenterà a noi con la sua sinistra faccia nivea e senza pronunciare alcuna parola. Gli strumenti a corde sono i protagonisti principali, con il loro efficace cesello di riff, sempre preciso e puntuale in ogni sfaccettatura, le linee armoniche sono eleganti e sobrie, siamo alle prese con quella che potrebbe essere descritta come una versione rallentata dei già menzionati Amon Amarth. Come se ciò non bastasse, il corredo lirico, inoltre, è semplicemente strepitoso e ci consente di visualizzare, con relativa facilità, quei virili e gagliardi vichinghi in quei fatidici momenti in cui si resero conto di non avere scampo, possiamo provare ad intuire quali fossero i loro pensieri in un frangente così doloroso, quale angoscia devono aver provato nell'istante in cui ebbero la piena consapevolezza che sarebbero periti lontani dalla propria terra natale e dai propri affetti, loro, imbarcatisi per la fama e per l'oro, finiranno per morire esuli e dimenticati. La tempesta di vento ci sommerge con il suo grandioso vortice bianco e grigio, il nostro tracollo è vicino, la crudele, sproporzionata, rappresaglia degli dei ha preso forma. Qui, alla fine del mondo, stiamo tremando come foglie, lontani dalle ben note insidie del mare, su queste coste nebbiose siamo costretti a nasconderci, strisciare a terra, simili a vermi, per trovare un riparo, come sono lontane le rive amiche della cara terra nostra. L'inverno divorerà ogni cosa, il sole e la terra, le foreste ed il mare, ci annienterà senza alcuna pietà. La tempesta si placa per qualche momento, i ritmi rallentano ed il nostro respiro si fa più regolare. La batteria scandisce il tempo con classe, il riffing, nel frattempo, si è ammantato di un caratteristico ed oscuro mood anni novanta, il quale pare, nuovamente, flirtare dappresso con la declinazione più melodica del black metal, Niilo si affida una narrazione meno abrasiva e sporcata. Con la neve ormai alle ginocchia, inciampo in avanti diverse volte, il vento mi sferza senza sosta e mi ha quasi del tutto congelato il volto, ho smarrito la direzione maestra, con essa sono quasi del tutto svanite anche le speranze di poter uscire vivo da questo inferno, in mezzo a quella enorme distesa di neve e ghiaccio io mi chiedo quando arriverà la fine. La paura della morte mi sta fissando attraverso i suoi occhi, nel cuore di quella immane freddura sono in grado di afferrare la sua scarna figura. Hirvonen ci prepara al gran finale ricorrendo ad un drumming più ficcante ed incisivo, sopra al quale si staglia un secondo urlo terremotante del singer. Il nostro destino è scritto, andiamo incontro ad esso a testa alta, indomiti, vogliamo guardarlo dritto negli occhi. Attraverso il sibilo continuo del vento, un urlo agghiacciante risuona nella valle, qualcosa si muove nel vortice di neve ed avanza speditamente verso di noi. Creature bestiali, nate dal furore dell'inverno, si stanno avvicinando a grandi balzi, minacciose. Dalla fenditura della caverna, squarciatasi in maniera netta, qualcosa ostacola il mio titubante cammino nell'oscurità, una bestia gigantesca ringhia davanti a me ed oscura definitivamente la luce. Sento un inquietante stridore, pietre su pietre stanno rotolando verso il basso, sono costretto a strisciare ancora più in profondità, al buio più competo. Non appena la ricca e spettacolare narrazione lirica si è esaurita, siamo esattamente al minuto 31:52, torna protagonista la malinconica chitarra acustica, le cui note si propagano nell'atmosfera con garbo e gentilezza, compaiono altri brevi e piacevoli assoli che impreziosiscono ed irrobustiscono il finale, il massimo momento di pathos è stato superato, le sfuriate al vetriolo, (mai così vicine al black metal degli Emperor o dei Dissection del periodo d'oro), hanno lasciato il segno in noi, qualche istante di relativo stacco per riprendersi era assolutamente necessario e doveroso. Gli Insomnium hanno, pertanto, capito il nostro bisogno impellente, consegnandoci questo soffuso interludio strumentale di gran pregio. "The Final Stand" (La resistenza finale), quinto e penultimo capitolo di questo affascinante viaggio, riporta al centro dell'attenzione la componente più prettamente death metal della band finlandese. Le prime due strofe del brano vengono enunciate a voce, con notevole enfasi e veemenza, da parte del roccioso singer, quando sono da poco trascorsi trentaquattro minuti dal momento in cui abbiamo premuto il tasto play sul nostro impianto hi-fi. Basterebbero quelle, in effetti, per rendersi conto della estrema gravità della situazione, le speranze di sopravvivenza sono, ormai, al lumicino, al punto che la stessa morte sembra essere il solo modo, quello più rapido almeno, per porre fine alla nostra agonia. La fiamma arde ancora, ma è debole ed assai instabile, un manipolo di uomini impauriti si riunisce attorno ad essa, ognuno di loro è pervaso da violenti brividi di freddo che non finiscono mai, è questa per loro la notte più lunga, l'oscurità che li avvolge pare essere eterna. Il sinistro gemito dei venti immortali ora si fonde con le urla spaventose che echeggiano in ogni direzione, infine anche il fuoco emette il suo ultimo, flebile, respiro e va a morire, l'ora della fine è giunta. Qui assistiamo ad un'autentica esplosione di blast beast del batterista Hirvonen che riprende, con ancora più forza e vigore, il tema principale già incontrato nell'iniziale Slaughter Moon. La coppia di chitarristi si accoda subito al funambolico compagno di squadra e mostra anche l'indispensabile capacità di graffiare a dovere, laddove necessario. Il vocalist, da parte sua, decide sia arrivato il momento di sporcare il suo tradizionale growl con un più acido scream, con l'intento di conferire ancora maggiore incisività alla sua performance canora, (in ciò Niilo sembra trovare ispirazione nel collega, nonché connazionale, Pekka Kokko dei Kalmah). Fuori dal buio e dal freddo, oltre la notte più buia, essi sono giunti sino a qui, crudele è la loro risata beffarda, perfido il disegno del destino che ci vedrà soccombere nel giro di qualche minuto, spietata è la volontà dell'inverno che reclama il suo tributo di sangue. Senza pietà il duello che andranno a combattere, la loro strenua resistenza avrà un epilogo amaro, perdizione e rovina tutto intorno, saranno intrappolati, senza scampo, dalla presa mortale del ghiaccio. Proprio qui, alla fine del mondo, il gelo della morte li coglierà tutti quanti. Breve stacco strumentale, nell'ordine di una trentina di secondi, dominato dall'incedere sicuro e vivace delle chitarre, mentre la batteria scandisce il tempo, come un preciso metronomo, in sottofondo. Di gran carriera, si procede verso il gran finale, non c'è spazio per esitazioni o ripensamenti di sorta. I signori dei mari più tumultuosi sono scaraventati a terra dalla potenza furibonda della neve, non c'è alcun modo di sopravvivere all'impeto tremendo dell'inverno, nessuna possibilità di scongiurare tutti i demoni che ci stanno soverchiando. In chiusura viene ripreso un concetto già espresso nella precedente The Gate Opens. Essi divorano il sole e la terra, radono al suolo le foreste ed oscurano il sole, distruggono tutti noi senza pietà. L'ultimo, acuto, graffio del frontman, minuto 36:30, precede di qualche momento una fugace e piacevole incursione da parte delle tastiere che ben si incastonano tra le chitarre e la batteria. Per chiudere, la quinta sezione di Winter's Gate si caratterizza, per quanto riguarda il comparto strumentale, per una estrema fluidità e speditezza che ne agevola grandemente l'ascolto, per contro va detto che ci troviamo di fronte alla porzione lirica di gran lunga più drammatica ed evocativa dell'intero album. L'ora fatale è, quindi, giunta, il sacrificio di questi sfortunati eroi è compiuto. L'epilogo è affidato alla breve ed interamente acustica "Into The Sleep" (Nel sonno), in cui una nostalgica chitarra solista disegna appassionati e languidi accordi, ammantati di un elegante retrogusto, che potremmo definire come un interessante ibrido a metà strada tra l'arabesco, il jazz ed il flamenco, (Mikael Akerfeldt è, da sempre, un punto di riferimento fondamentale per Ville Friman). Scoccato da poco il trentasettesimo minuto, egli si ritaglia gli ultimi tre minuti dell'album interamente per sé e mostra ancora una volta il suo genuino amore, in questo caso più simile ad una focosa e travolgente passione, per la musica classica. Le note, inizialmente dotate di una certa qual consistenza, divengono progressivamente sempre più leggere, fino a scomparire quasi del tutto, ci si eleva in una dimensione superiore, probabilmente irreale, si assiste alla sublimazione massima dell'animo, si galleggia a mezz'aria, liberati del nostro peso corporeo e si viaggia liberamente con la mente e con la fantasia. Ci tornano, così, in mente i primi istanti passati su questa isola misteriosa, le sensazioni contrastanti che abbiamo provato nel momento in cui, dopo aver trovato l'oro che tanto agognavamo, ci siamo resi conto di non essere in grado di possederlo fino in fondo, i rimorsi per non avere dato retta ai nostri compagni che ritenevano fosse più saggio rientrare in Patria, quando già i primi morsi dell'inverno si stavano facendo sentire, ci scalfiscono solo in misura minima, non è questo il momento, tuttavia, per lasciarci sopraffare dalla malinconia e dalle recriminazioni, il nostro spirito è profondamente quieto e rilassato. Lo stringato comparto lirico, una sorta di gentile invocazione celeste, viene sussurrato sottovoce da Sevanen in maniera quasi impercettibile, relegato al ruolo di accessorio secondario al cospetto di questo etereo momento catartico conclusivo, prima che gli ultimi quaranta secondi siano dominati dal debole sibilo del vento che, alzando e spostando la neve fresca, ricopre ogni cosa, speranze, ricordi, legami famigliari, delusioni, timori ed infine i corpi stessi, consegnando all'oblio la sfortunata vicenda degli avventurieri vichinghi. Cantami una canzone tranquilla, che mi parli della primavera e del mare, cantami una canzone silenziosa, che contenga la speranza e che possa conciliare, affabilmente, il mio sonno. Nonostante il viaggio sulle coste irlandesi non sia andato a buon fine, nei delicati arpeggi che caratterizzano l'epilogo ultimo, si avverte una sensazione di benessere e di pace interiore, quasi che si volesse esclusivamente rendere omaggio al meritato riposo di questi potenti eroi del mare. La morte, allora, diventa occasione per poter finalmente rasserenare il nostro animo, rischiararlo da tutti quei pensieri, quelle angosce, quei gravosi oneri che in vita ci avevano reso individui ombrosi, solitari e misantropi. Il destino avverso, il fato inclemente, quello che gli inglesi definiscono doom, avevano già deciso per noi e prima di noi.

Conclusioni

"Winter's Gate", probabilmente, non sarà il miglior album monotraccia mai composto, ma, tra i tanti, ha il grande merito di mostrare al mondo intero una band maggiormente incline alla sperimentazione sonora e sovente propensa a ricercare soluzioni stilistiche di valore, a tal fine spingendosi anche piuttosto lontano dagli ambienti tradizionali del death melodico. Nello specifico, a nostro avviso, brillano in maniera particolare le fredde e sinistre sfuriate di derivazione black metal, con le chitarre impegnate a tessere riff semplificati ai minimi termini nelle strutture portanti, fortemente distorti, ma che, tuttavia, non disdegnano nemmeno passaggi più articolati, principalmente ispirati al folk tipico delle regioni scandinave. In questi frangenti anche il singer opta per tonalità più abrasive ed acide, con risultati tutto sommato apprezzabili, al fine di rendere ancora più incisiva e lacerante la proposta sonora dei nostri. Laddove, invece, l'ensemble finlandese preferisce muoversi con maggiore ariosità e raffinatezza, in tutte quelle consistenti porzioni, cioè, che spaziano dal progressive d'autore degli Opeth, al doom catacombale degli Swallow The Sun fino all'eclettismo musicale sconfinato dei Tool, si ha la sensazione che gli Insomnium pecchino ancora un pochino quanto a personalità e carattere. La classe, decisamente superiore alla media, di cui il quartetto originario di Joensuu dispone, consente loro di districarsi con mestiere e furbizia anche nei momenti più introspettivi e cadenzati dell'album, ma il rischio più grande che si corre, a nostro dire, è quello di smarrirsi all'interno di anfrattuosi vicoli oscuri, senza sapere con esattezza quale sia la direzione giusta da percorrere per riemergere in superficie. Alcune digressioni acustiche, nello specifico, paiono essere non esattamente necessarie, per certi versi ridondanti, anche se, hanno il merito, (già evidenziato in precedenza), di esaltare, una volta di più, la raffinatezza e la ricercatezza delle soluzioni tecniche approntate dal talentuoso Friman. Egli, nel corso di questi quaranta minuti appena ascoltati, preferisce profondere lo sforzo maggiore nelle parti acustiche e melodiche, mentre le sezioni di matrice death, imparentate da vicino con il black, sono, quasi sempre, guidate dal bravo Markus Vanhala, con lo stesso Ville nel ruolo di fido e leale gregario di lusso. I momenti di transizione tra i vari capitoli di cui il platter è composto sono, nel complesso, ben amalgamati e non si riscontrano stacchi eccessivamente forzati o innaturali, (se non, in minima parte, quello già rimarcato nel corso della presente trattazione), complice anche l'ottimo lavoro svolto in fase di missaggio e produzione. Il songwriting di Niilo è maturo e coinvolgente al punto giusto, sebbene non particolarmente originale in ambito scandinavo. Viene qui ripreso, declinato in una versione leggermente differente, il famigerato tema della difficile, per molti versi impossibile, convivenza tra le popolazioni pagane e quelle cristiane, già tanto caro, tra gli altri, ad un certo Quarthon nella leggendaria One Road To Asa Bay. In questo caso, l'atavico nemico cristiano si limiterà ad ingannare i valorosi vichinghi, prima mandandoli volutamente fuori rotta, poi fingendo di non comprendere la loro lingua, infine scagliando contro di loro un violento anatema, preannunciandone l'imminente fine, senza dover ricorrere alla spada ed alle percosse come, viceversa, accadeva nell'illustre termine di paragone poc'anzi citato. Pregevole e meritevole di una segnalazione particolare risulta essere il contributo offerto dal tastierista Aleksi Munter, non a caso lautamente ringraziato da Sevanen e Vanhala nel già menzionato trailer, sempre sul pezzo e capace di supportare con maestria, e spesso sostituirsi in pieno alla, comunque valida, sezione ritmica della batteria, mentre il buon Teemu Alto con la sua voce dall'impostazione vocale prettamente classica, ma oggettivamente piuttosto debole, poco o nulla di realmente significativo aggiunge a quanto detto sinora. Per quel che concerne la produzione di Swano, ribadendo la solidità e la validità del lavoro globalmente svolto, l'unico appunto che ci sentiamo di muovere, consiste nel fatto che, in più di una circostanza, le sonorità paiono ricalcare, sin troppo fedelmente, quelle da lui stesso elaborate negli anni migliori degli Edge Of Sanity, (come peraltro da Dan affermato in alcune interviste rilasciate a riguardo). Questo aspetto non necessariamente deve essere inteso come un difetto, se è vero che il ritorno in auge della cosiddetta old school è spesso cosa buona è giusta, ma va anche aggiunto che un pizzico di freschezza e di modernità in più all'opera, magari anche a discapito della naturalezza, probabilmente, non avrebbe guastato. In ultima analisi, Winter's Gate è un album che sa essere, al contempo, maestoso e drammatico, potente ed evocativo, che si colloca solamente mezzo gradino sotto rispetto a One For Sorrow e che conferma, una volta di più, il valore artistico imprescindibile degli Insomnium nel panorama contemporaneo della musica metal. Il consiglio è quello di ascoltarlo tutto d'un fiato, senza timore, a maggior ragione se, anche voi, siete alla disperata ricerca di un genuino e rinfrescante toccasana contro la grande calura di questi giorni. Sevanen e compagni, ancora una volta, non vi deluderanno!

1) Winter's Gate
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