HIM

Dark Light

2005 - Sire Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
03/09/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Ricordo come fosse ieri l'uscita del quinto album firmato HIM. Ricordo nitidamente la grande ed entusiasmante attesa verso quello che, almeno nelle parole dei musicisti coinvolti, avrebbe dovuto essere il punto massimo di espressione gotica, un misto di vecchia scuola e di modernità destinato a rivoluzionare la scena dark del 2000. Definito dallo stesso Ville Valo come un lavoro di contrapposizioni, una via di mezzo fra il tradizionale ed esoterico doom dei Black Sabbath di "Sabbath Bloddy Sabbath" e la sperimentazione industriale degli U2 di "Achtung Baby", il nuovo sigillo firmato HIM avrebbe evidenziato una svolta stilistica importante per la carriera della band finlandese. Di questo la band ne era convinta, ma le parole, si sa, spesso e volentieri si disperdono nell'aria senza lasciare traccia, e allora tutto l'entusiasmo generato dalle dichiarazioni era evaporato non appena inserito il disco nello stereo. La svolta stilistica c'è, eccome se c'è, ma non è quello che tutti noi ci aspettavamo: dei toni tenebrosi e rallentati tipici del doom vi è davvero poco, e vi è ancora meno la geniale sperimentazione elettro-rock dell'album più grande e prezioso degli U2. Forse gli esempi presi in esame dal gruppo finnico erano davvero troppo, prendere due degli album più grandi e importanti della storia e fonderli tra loro è già impresa titanica, se non folle, ma gli HIM, in questo caso, sbagliano proprio obiettivo. Abbandonata la BMG che li tiene incatenati e li costringe a rispettare determinati vincoli, è con la firma per la Sire Records che la band si prende il suo spazio e i suoi tempi per organizzare il nuovo materiale. La libertà concessa dall'etichetta, data ormai la popolarità raggiunta dagli HIM, spinge ad essere ottimisti tutti gli ascoltatori. Se Valo si era scontrato con la BMG perché non voleva scendere a compromessi e modificare il suono della sua musica, commercializzandolo troppo, allora con la nuova casa discografica ci si aspetta un "Love Metal" parte seconda, forse ancora più coraggioso. Se le muse ispiratrici si chiamano "Sabbath Bloody Sabbath" e "Achtung Baby", che cosa si può temere? Ma le illusioni si frantumano nell'autunno 2005, quando "Dark Light" esce allo scoperto, risalendo dai profondi abissi dell'oceano: il suono è pulitissimo, levigato, epico e teatrale, il mood è oscuro ma caloroso, eppure la delusione è cocente e sommerge ogni elemento positivo. Il quinto album degli HIM è dannatamente, fastidiosamente pop, altro che Sabbath, altro che gli U2 più sperimentali, altro che Type O Negative; qui le canzoni si fanno dirette e leggere, dalla struttura minimale come era stato per un disco come "Dark Light And Brilliant Highlights", anche se lì gli arrangiamenti erano decisamente migliori e meno ruffiani, e tutto ciò di complesso e nobile che era stato creato per "Love Metal" qui viene rigettato, dando in pasto al pubblico un album di facile presa, servo del mercato americano. Sebbene le melodie siano ancora da fuoriclasse e i testi di egregia fattura, sono proprio la produzione iper-moderna e il minimalismo musicale a rovinare il prodotto finale. Gli HIM tentano la carta della commercialità, ammorbidendo le chitarre e togliendo gli spericolati cambi di tempo, lasciando affogare l'ascoltatore in un mare nero piuttosto placido e innocuo, più vicino a un laghetto rispetto all'oceano in tempesta ritratto sull'iconica copertina. No, stavolta la band fa un sonoro buco nell'acqua, i suoni sono troppo soft rock e i pezzi troppo lineari per impressionare, e pazienza se i singoli estratti, "Rip Out The Wings Of The Butterfly", "Killing Loneliness" e "Vampire Heart", scalano le classifiche di tutto il mondo rimanendo in cima per intere settimane, facendo decollare le vendite dell'album. Pazienza se "Dark Light" resta tutt'ora il best seller della band, con diversi milioni di copie accumulate, specie negli U.S.A. dove le ragazzine ne vanno matte, ma gli HIM non sono quelli di questo lavoro. Il suono si fa scarno, ruffianamente fastidioso, studiato per porre l'attenzione sull'aspetto melodico ma tralasciando la parte strumentale, e nelle tenebre risalta solo una pallida luce che riesce a illuminare ben poco. Parliamoci chiaro, "Dark Light" non è affatto un brutto disco, le canzoni di discreta fattura ci sono, alcune anche molto belle, hanno un ottimo piglio e sono create con gusto da una band che ha una classe infinita ma, a parte il calo di ispirazione nella seconda metà, sono proprio gli arrangiamenti basilari e i suoni proposti a non convincere e ad allontanarlo dai vecchi fans, e non si tratta di sperimentazione ma di mera svolta commerciale. La qualità c'è, si sente, ma va a braccetto con la delusione per tutta la durata del lavoro.

Vampire Heart

Dagli abissi più profondi un palazzo scheletrico e misterioso buca la superficie dell'acqua e si innalza al cielo. Fulmini e tuoni tempestano la carcassa dell'edificio, le acque si ritirano e poi si infrangono pesantemente lungo le fondamenta. Così come il logo della band si palesa smorto sulla facciata del palazzo, Vampire Heart (Cuor Di Vampiro) irrompe nelle casse dello stereo con un fragoroso e cupo giro di chitarra, molto simile alla colonna sonora di "Halloween" di Carpenter, ma si tratta di un riff offuscato dall'acqua, quasi liquido, che non emerge in tutto il suo splendore. Pallido come l'Heartagram apparso dal nulla, proiettato da chissà dove, Linde Lindstrom esegue un drammatico fraseggio, portandosi dietro tutta la band. Arrivano Burton e Gas, infine Migé, e allora il brano più potente del lotto ha origine. Nel clima apocalittico, in mezzo alla tempesta, la voce di Valo tuona vigorosa e perentoria: "Non puoi fuggire alla rabbia del mio cuore che batte al ritmo del tuo canto funebre. Sei così sola. Ogni fede è perduta per riguadagnare l'inferno, e l'amore è polvere nelle mani della vergogna. Sii coraggiosa". Si tratta di una storia d'amore gotica, ottocentesca, dove un vampiro sta per trasformare la sua amata in una creatura notturna, e se il primo verso è energico e costruito sul potente riff di chitarra, la seconda strofa è estremamente dolce, poggiata sull'ugola cadaverica del cantante: "Lascia che sanguini questa canzone dal mio cuore sfigurato, e che ti guidi lungo questo sentiero nell'oscurità, alla quale appartenevo prima di sentire il tuo calore". Gli HIM hanno la capacità di creare stupende melodie, e allora anche in questa occasione troviamo un ritornello che si incastra alla perfezione tra le note partorite dai musicisti: "Abbracciami, come abbracciavi la vita, quando tutte le paure prendevano vita e mi seppellivano. Amami come hai amato il sole che brucia il sangue nel mio cuore di vampiro", ed ecco che il vampiro si catapulta sulla propria amante e le scocca il bacio mortale ed eterno, succhiandole il sangue fino all'ultima goccia. Insieme si ritroveranno nella dimensione oscura, insieme si terranno caldo e sfideranno le loro paure. Il momento è catartico, la voce di Valo viene sommersa dai cori che trasmettono l'estasi dell'immortalità, il basso pulsa come sangue nelle vene e le tastiere di Burton assumono connotati sinistri. "Sarò le spine su ogni rosa, sei stata mandata dalla speranza. Stai diventando gelida. Io sono l'incubo che ti sveglia dal sogno di un sogno d'amore. Proprio come prima". Il vampiro è la rosa con le spine mortali, pericolosa ma al tempo stessa bella e magnetica, la donna rappresenta la speranza di una vita eterna e senza rimpianti, poiché è il trionfo dell'amore. Come in un sogno, la ragazza sta perdendo calore per diventare una non-morta. "Lascia che pianga questa poesia per te, mentre i cancelli del paradiso si chiudono, e dipingi la mia anima, ferita e sola, mentre aspetto che un tuo bacio mi riporti a casa". La casa è metafora di questo sogno d'amore, di questo rapporto profondo tra lui e lei, prima due esseri umani, adesso due vampiri che si tengono per mano e affrontano contenti la loro esistenza, la loro nuova vita. Il break conquista nell'immediato, il ritmo si infrange sula basso di Migé, che ci culla per qualche secondo, poi la sezione ritmica torna a pestare, guidata dal riffing sanguinolento di Linde, per poi riesplodere nella ripetizione del refrain, che questa volta si contorna di cori e contro-cori.

Rip Out The Wings Of The Butterfly

Se il riff portante di "Vampire Heart" ancora riecheggia nelle casse dello stereo, prolungandosi a dismisura, il nastro si riavvolge e riattacca col giro vincente di Rip Out The Wings Of The Butterfly (Strappa Via Le Ali Della Farfalla), che ci riporta indietro nel tempo, al sound goth misto glam di "Razorblade Romance", da una parte cupo e misterioso e dall'altra fascinoso e fiero. È il singolo di lancio, e allora la struttura si assottiglia, giocando sulla classica strofa/ritornello/strofa. Dall'intro tipicamente metal, gli strumenti si quietano, accartocciandosi su un riffing leggero che fa cornice alle strofe: "Il paradiso è in fiamme nei nostri occhi, siamo ancora in tempo, il sangue sulle nostre mani è vino che offriamo come sacrificio", recita Valo con voce filtrata, ponendo fine alla prima brevissima strofa per fare subito spazio al grande ritornello, enfatico e trionfale: "Vai, e mostra loro il tuo amore, strappa via le ali di una farfalla per la tua anima, amore mio. Strappa via le ali della farfalla, fallo per la tua anima". Le liriche si riferiscono alla leggenda orientale secondo la quale l'anima immortale è racchiusa nelle ali delle farlalle e riflette sul concetto di distruggere qualcosa di bello al fine di ottenere un potere illimitato. Ed è un po' la concezione egoistica dell'uomo, il quale non esita a distruggere la terra, il mondo e la natura, per guadagnare potere e soldi. Ma in questo contesto il significato è molto più profondo e astratto, diciamo pure nobile. "Lungo questo infinito miglio di speranza stiamo strisciando fianco a fianco, con l'inferno che si congela nei nostri occhi, gli dei si inginocchiano davanti al nostro crimine". Strappare le meravigliose ali delle farfalle, creature sacre e simbolo di libertà, è un vero sacrilegio, e allora gli dei inorridiscono di fronte a cotanta spavalderia da parte degli amanti, i quali sognano soltanto di essere immortali per amarsi in eterno. Definita da Valo come un mistra tra "She Sell Sanctuary" dei Cult e "Billie Jean" di Michael Jackson, questo brano brilla di luce propria nonostante l'estrema semplicità di fondo. Il tutto è poggiato sul bellissimo riff di Linde, dall'idea vincente, e sul piglio estremamente radiofonico che colpisce al cuore l'ascoltatore. Il ritmo rallenta impostandosi su un mid-tempo vagamente doom, intanto la chitarra arpeggia e il basso si crogiola in questa estatica dimensione. Gas picchia le pelli e fa ripartire la canzone, a cominciare dal clamoroso refrain. Scelto come primo singolo, il pezzo, a detta della band, rappresenta alla grande i connotati dell'album, questo gioco tra luci e ombre, tra tonalità cupe e manifestazioni di energia.

Under The Rose

Under The Rose (Sotto La Rosa) si apre con un duello tra chitarra e tastiere davvero trascinante, dallo spirito teatrale e horror, con un Gas alla batteria scatenato, ma è solo un'illusione, perché il tutto si ridimensiona non appena giunge la prima strofa, delicata e poetica, che dona vita a questa buonissima semi-ballata dalle grandi linee melodiche. "Sogno l'inverno nel mio cuore che si trasforma in primavera, mentre il ghiaccio si fa strada sotto i miei piedi, e così annego insieme al sole". Le stagioni sono sempre state importanti per la penna raffinata di Ville Valo, perché indicano l'estensione dei suoi sentimenti, perennemente in bilico tra estate e inverno, tra autunno e primavera. Ma questo, in ambito gothic metal, è da sempre un aspetto preso in esame. Se l'uomo è incarnazione di inverno, gelido e col ghiaccio sotto i piedi, dal cuore freddo e innevato, la sua amata è la primavera, colorata, solare, radiosa e rassicurante. "Sono stato bruciato nell'acqua e annegato nelle fiamme, per provare che sbagliavi e per spaventarti. Ammetto la mia sconfitta e voglio tornare a casa, nel tuo cuore sotto la rosa". Il ritornello esplode in tutta la sua natura agrodolce e le tastiere di Burton, dal suono ipnotico e cosmico, ricordano la base di "Heartache Every Moment", uno dei singoli di "Deep Shadows And Brilliant Highlights", a ricordare a tutti il collegamento tra due opere tendendo al rock leggero e più base sulle melodie radiofoniche. Il gothic metal, anche qui, si tinge di pop e le linee vocali sono dannatamente ruffiane, furbette, ma belle, visceralmente di buona fattura. "Apro i miei occhi con un sospiro di sollievo, mentre il calore del sole estivo danza intorno a me, e ti vedo con delle foglie morte tra le mani", il duello tra batteria e chitarra acustica è una vera delizia, poi le tastiere subentrano prendendo il posto della chitarra elettrica, ma è solo per pochi secondi e tutto ritorna alla normalità: strofa, ritornello e coda finale. Gli HIM portano a casa un buonissimo pezzo, intanto anche la donna, incarnazione di primavera ed estate, calda e solare, si sta tramutando in autunno ed è ricoperta da foglie morte cadute dai rami. È stata influenzata dalla cupezza de suo amato e insieme si uniranno nel gelo di un abbraccio invernale. Le ultime battute sono affidate alle tastiere, che ci cullano in un inverno profondo ed eterno.

Killing Loneliness

Ispirata al popolare skateboarder Brandon Novak, grande amico della band, dipendente dall'eroina, Killing Loneliness (Uccidendo La Solitudine) è un canto di disperazione per tutti coloro che cercano di uccidere la propria solitudine, e soprattutto con cosa. Valo è in questo periodo è in preda alla depressione, perciò ha chiaro quel sentimento di solitudine e di allontanamento dal mondo che lo circonda. La sua mente torna al passato e rievoca ricordi sepolti: "Ricordi, taglienti come pugnali che penetrano oggi nella carne. Il suicidio dell'amore ha portato via tutto ciò che era importante, e seppellito i resti in una tomba senza nome nel tuo cuore". Le tastiere regalano un clima sofferente e sognante, le chitarre graffiano nell'anima, la batteria calpesta ogni memoria. Valo è delicato ma pronto a lanciarsi in un ritornello strepitoso che cattura il cuore e la mente, nel quale il protagonista delle liriche cerca di abbattere la noia della quotidianità e la frustrazione della vita con i vizi che lo stanno lentamente annientando. "Col bacio velenoso che mi hai dato sto uccidendo la solitudine. Col calore delle tue braccia mi hai salvato. Sto uccidendo la solitudine con te, la solitudine assassina che ha trasformato il mio cuore in una tomba". L'isolamento dalla realtà è annichilente e quando ci si ritrova in una situazione del genere, schiavo della noia e della solitudine, neppure le emozioni hanno più importanza. "Inchiodati a una croce, insieme, mentre la solitudine ci implora di restare, e noi svaniamo nella bugia per sempre, e biasimiamo il potere della morte sulle nostre anime, e parole segrete sono dette per cominciare una guerra". La solitudine è paragonata a una crocifissione, dove l'anima viene strappata dal corpo e stracciata. Le tastiere di Burton si prendono la scena con suoni molto particolari che vanno ad accoppiarsi ai glaciali riff di chitarra, crogiolandosi in una situazione extrasensoriale che ci fa intuire la sensazione provata dal protagonista, impotente davanti alla forza della realtà e assopito dalla droga iniettata nelle vene. "Killing Loneliness" è uno dei maggiori successi degli HIM, in America è il singolo più venduto in carriera, dal quale vengono estratti ben due differenti videoclip, una per il mercato europeo e l'altro destinato al mercato statunitense, nel quale figura l'artista dei tatuaggi Kat Von D, che condivide con Ville Valo una profonda amicizia e, secondi alcuni, persino una breve storia d'amore.

Dark Light

Da una ballata piuttosto veloce e diretta a un'altra dai toni decisamente più cupi e morbidi. È in questo momento che l'Heartagram che emerge dalle acque dell'oceano brilla di una luce fioca, lanciando un segnale a tutti i naviganti, a tutti gli esploratori di questi mari neri. Intesa come una canzone di contrappunti, Dark Light (Luce Oscura), a cominciare da un titolo ripreso dall'omonimo romanzo dello scrittore norvegese Mette Newth, ha l'obiettivo di rappresentare l'anima stessa del disco: un gioco di luci e di ombre, di speranza che si insinua attraverso le piaghe delle tenebre. Il clima è sognante e calmo, protratto costantemente dalle chitarre acustiche e dalle tastiere sempre in primo piano. E poi la voce eterea di valo a incorniciare il sogno d'amore: "Scorrono lungo la schiena dei brividi di speranza, mentre lei piange lacrime avvelenate di una vita negata. In una notte corvino lei è tenuta per mano". L'amata è in balia della morte, della crisi e del dolore, piange lacrime di veleno per l'impossibilità di vivere serena. È depressa e perduta, ma in una notte magica tutto è destinato a cambiare, la luce pallida della luna proietta un raggio rassicurante che la prende per mano a la induce a resistere. La notte è salvezza e speranza, il buio è conforto e abbraccio eterno. In questo caso i ruoli si scambiano, la notte non è più antro di mistero e di orrore, ma pace dei sensi e stabilità emotiva. L'anima gotica della band si concentra in queste liriche meravigliose, dove la penna di Valo raggiunge una qualità poetica davvero imponente. "Luce oscura, splendi stanotte nel suo cuore perduto, e attraverso il tuo sorriso acceca tutte le paure che la ossessionano", gli strumenti restano quieti, a riecheggiare ci sono solo le tastiere di Burton, mentre Gas non picchia mai dietro le pelli, preferendo tenere un andamento sereno. Il refrain si tinge di poesia, intervengono i cori a dare maggiore enfasi divina e a irrobustire il corpo melodico. Si tratta di un inno alla notte, e allo stesso tempo è un inno alla vita e all'amore, i cui tormenti sono ribaditi nella seconda celere strofa: "Nei giardini dell'oblio il suo corpo è in fiamme, e si contorce verso gli angeli corrotti, per imparare a morire in pace col suo Dio". La donna si contorce in preda al dolore, il suo corpo brucia aspettando il paradiso, ma la morte viene vista come pace e benedizione. La notte conduce al benessere, il viaggio astrale di un'anima che si distacca dal corpo è ben rappresentato dal break centrale, dove le tastiere si divincolano in un vortice di effetti sonori astratti, spaziali, come se la luna stesse proiettando il fascio di luce verso la ragazza e le stesse rubando l'essenza. I cori angelici in sottofondo sono la ciliegina sulla torta.

Behind The Crimson Door

Behind The Crimson Door (Dietro La Porta Cremisi) è la rielaborazione del poema dell'autore finlandese Timo Mukka, artista specializzato sulle descrizioni di scene e leggende dei popoli della Lapponia. Trattandosi di questi territori impervi e dominati dai ghiacci, il pezzo non può che rievocare gli stessi paesaggi, e quindi la sezione ritmica si prospetta fredda e oscura, dal vago ritmo doom, seppur un poco accelerato. Le strofe sono melodiche e morbide, incentrate sul fraseggio di una chitarra disillusa e sul giro di un basso innevato, il suono sembra essere offuscato: "Coperta di fiori è la carcassa del tempo, per mandare l'odore della colpa nella tomba. Dati alle fiamme i pensieri più oscuri e guardate le ceneri arrampicarsi sui cancelli del paradiso". Troviamo una metafora geniale e alquanto affascinante, dove il tempo è visto come un corpo concreto, un cadavere ricoperto da fiori, sintomo che ha già ricevuto la sua veglia funebre. Dal suo corpo gelido si diffonde uno strano odore, un odore che proviene proprio dalla sua tomba e che avvisa tutti che il tempo è finito e si stanno spalancando i cancelli del paradiso, pronti ad accogliere quante più anime possibili. "Ci nascondiamo dietro la porta cremisi, mentre l'estate viene uccisa dall'autunno. Vivi, dietro la porta cremisi mentre l'inverno canta che il tuo amore sarà la mia morte". Se il ritornello, cupo e maledetto, richiama a gran voce la grandezza dei brani di "Love Metal", le strofe sono molto simili a quelle di "Killing Loneliness", adagiate sulla stessa melodia e sulla stessa base strumentale. Valo grida al mondo la sua sofferenza, l'amore lo sta uccidendo, la chitarra di Linde riecheggia nell'etere, le tastiere rintoccano come campane nel giorno di lutto, delle voci confuse provengono dal paradiso, come messaggi criptici degli angeli. L'apocalisse è vicina, adesso la terra è invasa da diavolo: "La morte ha servito vino per gli amanti, portato dal mondo dove regnano i diavoli, e la morte ha intossicato gli angeli con il dolore. Essi hanno testimoniato davanti agli occhi dei loro schiavi". Un buon pezzo, che forse viaggia un po' col freno a mano tirato.

The Face Of God

The Face Of God (Il Volto Di Dio) è il brano che, almeno secondo le dichiarazioni del vocalist, dovrebbe avvicinare gli HIM al suono degli U2 di "Achtung Baby", un suono sperimentale ed elettronico, industriale. L'attacco, con quegli strati cibernetici di tastiere e di batteria elettronica, promette bene, ma si stempera quasi subito, rivelando invece una composizione piuttosto canonica e neanche troppo riuscita. Dai battiti gelidi che riportano alla memoria la grande "Zoo Station", ecco che le linee strumentali si definiscono, scivolando su una strofa sinuosa ma poco impattante, dove a dominare è sempre il solito Valo: "Sono prosciugato ma desidero di più, e il diavolo dentro di me sta leggendo le parole del più triste poema per farle imprimere sulla pietra della mia tomba". Un uomo è schiavo del demonio, il suo destino corrotto, la sua morte certa; il ritornello si compone di due parti, la prima molto accattivante, dall'aspetto corale e la melodia ottima, fa presagire una forza dirompente e oscura, e invece la seconda parte delude le aspettative, depotenziando il tutto e soffocando il pathos: "Ucciderei per condividere il tuo dolore, e porterei la vergogna, e venderei la mia anima solo per farti dire che sogno ciò che stai sognando, e provo ciò che stai provando. L'amore è la nostra ombra riflessa sul muro, con il volto di Dio". Dall'incedere doom si passa subito alla nenia funebre, un po' troppo morbida. Da sottolineare la grande esecuzione di Burton e di Gas, i quali svolgono un grande lavoro di rifinitura. "Niente sarà mai abbastanza per coloro che continuano ad inciampare nel giardino della fiducia calpestata, senza il coraggio di andarsene. Darei la vita per un tuo bacio, concedimi questo desiderio, e perderei tutto per portarti attraverso questo abisso". Le liriche appaiono morbose, definite dai musicisti abbastanza sataniche, ma è la musica che fatica a decollare, mantenendo sì una buona atmosfera e una discreta melodia, ma certamente latita per costruzione e incisività. "Un labirinto a forma di cuore, l'architettura segreta dell'amore, mi trovo a perdermi tra le braccia del tuo destino. In nome dell'amore è vano, ancora e ancora" è il bridge dove Valo canta con voce modificata, per poi tornare a intonare il chorus che ci conduce al termine.

Drunk On Shadows

Se la precedente traccia incide ben poco, lo stesso da Drunk On Shadows (Bevuto Sulle Ombre), risultando abbastanza anonima. Il fatto è che a questo punto gli HIM diventano prevedibili, e allora, dopo una strofa delicata e poggiata sul basso e sul tappeto di tastiere, tutti noi sappiamo che, una volta giunti al refrain, la band si ridesta e scalcia irrobustendo tutta la sezione ritmica. Struttura basilare che, accompagnata da una melodia questa volta poco accattivante, fa disperdere tutte le buone qualità. "Nascosto sotto il velo dei sogni infranti, la troviamo in lacrime. Sulle sue ali una volta bianche porterà il peso delle nostre azioni, e sanguinerà per un amore perso per sempre". Come un Cristo crocifisso, un uomo è destinato a soffrire d'amore, disperato e stanco dopo una lunga battaglia. Egli è in lacrime e piange a dirotto nel buio, tra le ombre, le uniche amiche che danzano intorno a lui ascoltando i suoi sospiri. Il ritornello è fulmineo, arriva in un lampo: "Bevuta in mezzo alle ombre e perduta in una bugia, uccidendoci un bacio per volta. I diavoli danzano mentre gli angeli sorridono, sbronzi tra le tenebre e persi in una bugia". Le ombre prendo diverse forme, quelle di angeli sorridenti, quelle di diavoli danzanti, quelle di amici e conoscenti perduti. Tutte le creature magiche consolano il nostro povero protagonista, affranto dal suo sogno non realizzato. Linde si divincola in un buon fraseggio, sfidando Migé al basso. Giunge la seconda strofa: "Cercando anime per nutrire il lato oscuro dell'Eden, la vediamo lottare per il suo amore. Un ultimo respiro e poi lei si allontana". A questo punto l'andamento si interrompe, lasciando una voragine nella quale si inseriscono prima le tastiere, regali e solenni, e poi i tamburi, per un intermezzo di grande fascino, la cosa più interessante del brano. Valo torna in scena, con voce filtrata, intonando gli ultimi battiti: "È frenata dalla paura della vita e della morte e di ciò che vi è nel mezzo. Sorridiamo mentre piange un fiume di lacrime, uno specchio in cui non vediamo nulla se non il riflesso di un paradiso troppo lontano".

Play Dead

Il tappeto di synth invade l'ambiente, dunque le chitarre e la batteria scalpitano per prendere vigore, indirizzandoci in un clima sofferente ma romanticissimo. Uno dei migliori pezzi in scaletta, uno di quelli che testimoniano la bravura degli HIM e una classe enorme nello scolpire emozioni profonde nei cuori di tutti i fans. Il tocco leggiadro delle tastiere si rispecchia nella raffinata voce di Valo, e come un pallido bagliore nelle tenebre si fa largo la dolce Play Dead (Mi Fingo Morto), canto funereo di estrema bellezza. "Una falena in una farfalla e una bugia nella più dolce delle verità, sono così spaventato della vita. Provo a chiamare il tuo nome ma sono ammutolito dalla paura di morire ancora una volta nel tuo cuore". Le ali della farfalla sono state strappate e tutto è stato rinchiuso in un bozzolo oscuro a protezione di un mondo crudele che spaventa e fa tremare le gambe. Ancora un passio temporale importante, le stagioni cambiano ma siamo sempre lì, nell'autunno del cuore, stagione prediletta per amori stroncati e canti gotici. Il pre-chorus toglie il fiato, spazza via le lacrime e conduce alla caduta finale prima della morte: "Vedo le stagioni cambiare e nel cuore di questo autunno cado insieme alle foglie degli alberi", declama il vocalist, ormai rinsecchito e morente come una foglia spazzata via dal vento autunnale, e così parte uno dei migliori ritornelli dell'album, sofisticato e ipnotico, dal retrogusto doom che cavalca le note in una corsa rallentata e catatonica: "Fingo di essere morto per nascondere il mio cuore finché il mondo si oscura e svanisce via". Valo implora di non soffrire, e allora si rannicchia in se stesso aspettando che tutto abbia fine. "Piango come Dio piange la pioggia, e sono giusto a un passo dalla fine di oggi. Vedo le ragioni cambiare e nel calore del passato mi trascino bruciato dalla vergogna". Le tastiere decorano costantemente ogni suono, per poi accelerare il passo e lasciare dietro ogni altro strumento. Burton svolge un lavoro egregio, creando un'atmosfera suggestiva e poetica, prendendosi tutta la seconda metà della canzone, canzone che purtroppo è destinata a chiudersi presto e a svanire nel nulla, lasciandoci con un ultimo refrain: "Mi fingo morto per nascondere il mio cuore, finché il mondo si oscura e svanisce. Resto morto finché non coprirai le mie ferite e dirai addio al destino, prima che sia troppo tardi".

In The Nightside Of Eden

Dante Alighieri e la sua Commedia sono gli ispiratori della crepuscolare In The Nightside Of Eden (Nel Lato Buio Dell'Eden), tra le migliori tracce di "Dark Light", quella più vagamente doom, quella più ancorata alla classica linea HIM. Le ritmiche doom si arricchiscono di varie sfumature che vanno a incastrarsi in un meccanismo ben congegnato e costruito come al solito sulle tastiere di Burton. Valo attacca con voce filtrata, mentre Gas e Linde si prendono tutto il tempo prima di intavolare la parte migliore, che corrisponde al refrain, questa volta irresistibile e puramente infernale. "Separati nella luce di un sole ghiacciato, malediciamo gli dei che siamo diventati, rubiamo il fuoco da un cuore sacro e sanguiniamo il vino sconsacrato. Ci innamoriamo con la canzone del serpente e non abbiamo paura di nulla". La band racconta di tutti noi, paragonando la nostra storia, la storia dell'umanità, a una leggenda mitologica, uno scontro da divinità alla ricerca del sacro nettare. Un riff potentissimo, una ritmica annichilente, un basso iper-pompato, raggiungiamo il chorus: "Nel lato oscuro dell'Eden rinasciamo morti, per sempre siamo e per sempre siamo stati, per sempre saremo crocifissi a una sogno, nel lato oscuro dell'Eden" intona Valo con un'intonazione infernale, dai toni gravi che sembrano provenire dagli inferi. È lo stile che tutti noi vogliamo dalla band, quello più cupo, quello più drammatico, con un vocalist che mette in mostra tutte le sfumature della sua voce. "Sconvolti, strappiamo via i petali del desiderio, imparando a memoria la matematica del male. Inganniamo noi stessi per iniziare una guerra, nel dominio dei sensi, e scendiamo nel quarto girone dove non siamo più nulla" recita la seconda strofa, e il testo è una meraviglia tutta da assaporare, fatta di metafore e di simboli antichi. Il break è impressionante, l'elettronica viene a scontrarsi con un riffing duro e minaccioso, Gas pesta che è una bellezza e si mette in mostra soprattutto nella parte finale, cadaverica, letale e vicina al funeral doom, anche se purtroppo dura pochi istanti. In aggiunta, in una versione del cd troviamo la cover di "Poison Heart" dei Ramones a seguire, mentre nelle versioni U.S.A. e giapponese la band completa il tutto con due gustosi pezzi che non avrebbero certo sfigurato nella scaletta ufficiale e che forse sarebbero stati più consoni rispetto ai brani minori che qui troviamo.

Conclusioni

Inizialmente intitolato "In The Nightside Of Eden", proprio come la traccia conclusiva, "Dark Light" raggiunge un successo spaventoso sin dal giorno della pubblicazione, rilanciando la band in ogni continente, specie nelle Americhe e in Asia, dove era rimasta un po' in ombra, e ottenendo inspiegabilmente ottime critiche da buona parte della stampa specializzata. Un album riuscito a metà, che presenta alcuni elementi di qualità, come le bellissime melodie, i testi superbi e le crude atmosfere, ma che viene schiacciato dai numerosi difetti. Eppure, la critica, in questo caso fin troppo benevola, lo ha sempre trattato con i guanti, considerandolo addirittura il "perfetto album goth, ricco di anthem da cantare", come scrive la rivista Q Megazine. Ecco, a mio avviso tale definizione è tutto fuorché positiva in ambito metal, e ciò sottolinea la natura altamente pop del quinto album degli HIM, capace di soddisfare i fans più giovani e meno quelli che seguono la band sin dagli esordi. U2, Black Sabbath, Cult, Type O Negative, non scherziamo, questo è, insieme a "Screamworks", il disco di Valo e company meno riuscito, quello meno ispirato, quello più leggero, quello più commerciale. Il clima californiano filtra in ogni brano, e non è un caso se la band si trasferisce a Los Angeles per le sessioni, assorbendo atmosfere, suoni ed emozioni tipicamente americane. "La malinconia finlandese è stata portata sotto il sole di Los Angeles, e così abbiamo cercato forzatamente di unire in matrimonio l'una con l'altro, trovando una buona combinazione" dichiara Ville Valo all'uscita del disco, ma le parole trovano riscontro nella musica solo in parte. Era ovvio che dopo un capolavoro come "Love Metal", la gente si sarebbe aspettata una sua prosecuzione, magari un'evoluzione sonora (che arriverà solo con l'imponente "Venus Doom"), e non un'involuzione che tenta la carta della commercialità per vincere facilmente. I suoni sono così limpidi e levigati che gli strumenti non hanno modo di emergere, essendo tenuti a bada per fare in modo che a guidare la musica siano soltanto le tastiere di Burton e la profonda voce di Valo, in questo periodo dall'aspetto un po' appesantito e col capello corto. E sì che il primo singolo, molto canonico a dire la verità, faceva ben sperare: "Rip Out The Wings Of The Butterfly" è veloce, costruito su un bellissimo giro di chitarra e dotato di un refrain irresistibile, il cui sound, dal piglio asciutto e pomposo che mescola gothic e glam, riporta ai tempi di "Razorblade Romanze". Anche gli altri singoli danno una certa soddisfazione: "Vampire Heart" è l'apripista oscura e ben calibrata, anche se fa intuire i binari sui quali si muoverà l'intero album, ma è molto buona, mentre "Killing Loneliness" è la ballata strappalacrime dalla melodia perfetta che scala le classifiche e conquista i giovani cuori gotici. Poi ci sono le bellissime e decadenti "Dark Light", dal titolo ispirato all'omonimo romanzo dell'autore norvegese Mette Newth, e "Play Dead", entrambi morbide e struggenti, e poi ci sono le cupe semi-ballate "Under The Rose" e "The Face Of God", quest'ultima non proprio riuscita, e gli inni vagamente doom di "In The Nightside Of Eden" e "Behind The Crimson Door" o la scossa elettrica di "Drunk On Shadows", tutte tracce un po' troppo elementari. Purtroppo, oltre a notare un evidente assottigliamento della sezione ritmica, è anche l'ispirazione che ogni tanto latita, soprattutto nella seconda parte dell'album, dove troviamo due o tre riempitivi belli e buoni che sarebbero potuti essere sostituiti dalle migliori bonus-tracks "Venus In Our Blood" e "The Cage". "Dark Light" è disco d'oro in vari paesi e ha il merito di aprire le porte del successo di massa a molte nazioni nelle quali gli HIM non hanno mai suonato prima, come Nuova Zelanda e Giappone, ma è anche l'inizio di quello che il cantante Ville Valo definisce il momento peggiore della sua vita, perché proprio tra il 2005 e il 2006 è schiavo di una forte depressione, iniziata durante le sessioni dell'opera, e che si acuisce non appena termina il Dark Light Tour. La malattia del vocalist è legata soprattutto all'abuso di alcool, problema questo che lo costringe al ricovero in una clinica riabilitativa di Helsinki all'inizio del 2007. "Dark Light" è un disco che porta con sé un certo successo e tanti nuovi fans, soprattutto americani e orientali, ma anche molti fantasmi, delusione da parte dei fedeli e gli spettri di una fase delicata e altamente critica che costringono la band ad affrontare un'altra lunga pausa, durante la quale vengono rilasciate le due raccolte "Uneasy Listening", compilation di materiale remixato e ri-arrangiato, che culminerà con il rientro in scena al massimo della forma e con un nuovo meraviglioso lavoro in studio: questa volta il più cupo, il più potente, il più complesso in carriera, intitolato "Venus Doom", album nel quale emerge veramente l'anima degli HIM.

1) Vampire Heart
2) Rip Out The Wings Of The Butterfly
3) Under The Rose
4) Killing Loneliness
5) Dark Light
6) Behind The Crimson Door
7) The Face Of God
8) Drunk On Shadows
9) Play Dead
10) In The Nightside Of Eden
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