GRETA VAN FLEET

From the Fires

2017 - Republic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
20/06/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Quel giorno ero a negozio, come tutti i giorni. Non ricordo la data precisa, ma si era a fine 2017. È un'attività che mi consente una certa autonomia, così decisi di mettere su un po' di musica optando per qualcosa di classico, i Budgie o i T-Rex, credo, o magari erano i Funckadelics... ad ogni modo, il tempo stringeva e il lavoro incombeva, così lasciai acceso Youtube a scegliere lui, al posto mio, finché ad un certo punto non sentii le note di "Highway Tune" e pensai, lo ricordo chiaramente: "Quale canzone dei Led Zeppelin è mai questa? Page ha forse riesumato qualche altro unreleased dai suoi scaffali?", ma non erano gli Zeps, erano ragazzini imberbi, il loro nome: Greta Van Fleet. Faccio qualche ricerca e scopro che hanno anche un certo successo, e sono sorpreso, perché il loro sound è davvero vecchia maniera, puro rock 'n' roll anni '70 di cui solo la patinatura in fase di registrazione tradisce la contemporaneità. Che poi, a ripensarci bene credo fossero già passati su Virgin Radio, ma non dovevo averci fatto troppo caso. Mea culpa. Cercando su Facebook trovai la pagina dedicata alla band, scoprendo una fan base di oltre duecentoquarantamila fans, e non era tutta gente tra i quaranta e i sessant'anni, o trentenni dai gusti un po' antiquati, come me, ma ragazzi e ragazze della stessa età dei musicisti, persone sulla cui playlist trovano spazio pop, hip hop, trap, elettronica... e rock 'n' roll vecchia scuola, a quanto pare. In fondo non tutti devono essere integralisti, no? Con un leggero sussulto pensai che, dopotutto, "rock's not dead, baby", e benedii l'esistenza di ragazzi come loro e la loro musica, e chi se ne frega se assomigliano fin troppo ai Led Zeppelin, o se la voce del cantante pare la copia sputata di quella di Robert Plant. Ad ogni modo, l'ascolto critico del loro secondo EP, From the Fires, riservò sorprese inaspettate e assolutamente positive, tali che adesso non guardo più ai Greta Van Fleet come ad un piccolo, nostalgico diversivo, il trastullo di chi vive nel secolo sbagliato, ma come a una promessa per il futuro del rock e una band da tenere seriamente d'occhio, a prescindere dal genere. Otto canzoni che vale la pena analizzare per capire come le influenze di questi giovani musicisti, in realtà, vadano ben oltre il solo Dirigibile, e per scoprire quali siano le loro debolezze e soprattutto i punti di forza, base essenziale per una futura produzione dal parte del gruppo. Partiamo dal principio. La band ha i suoi natali nel 2012 a Frankenmuth, una cittadina turistica del Michigan che pare quasi finta, nelle sue architetture fiabesche, e a formarla sono tre fratelli: Joshua e Jacob Kiszka, classe '96, gemelli, e Samuel Kiszka, nato tre anni dopo. Ad essi si unirà il batterista Kyle Hauck, ben presto sostituito dall'attuale drummer Daniel Wagner. Ad ogni modo, come da tradizione, i quattro sono noti semplicemente come Josh, Jack, Sam e Danny. Quanto al nome della band, sembra che sia ispirato a una donna residente a Frankenmuth chiamata "Gretna Van Fleet", una musicista ultraottantenne della zona, a rimarcare le origini paesane di ragazzi che, adesso, se ne vanno in giro per tutto il pianeta. Il loro primo pezzo in assoluto è anche quello attualmente più famoso, lo stesso che ascoltai quel giorno su youtube e che imperversa sulle radio dedicate al rock, Highway Tune. Intervistato, Jake affermò che la canzone risale addirittura al 2010, quando i gemelli avevano appena sedici anni e l'altro fratello non andava ancora al liceo, per poi essere registrata una prima volta con Hauck e in seguito, negli anni, rimaneggiata e corretta con l'attuale batterista. Il brano finisce rapidamente in TV e in radio, lanciando il gruppo che a questo punto inizia la stesura di un repertorio originale e coerente. Nell'aprile del 2017 esce così Black Smoke Rising, il primo EP dei Grata Van Fleet, forte di quattro brani di cui due, "Highway Tune" e "Safari Song", raggiungono rispettivamente il primo e secondo posto nella Billboard Mainstream Rock, ovvero il top del settore. Pochi mesi dopo, il 10 novembre 2017, esce il secondo EP della band, oggetto della nostra attenzione: From the Fires. Più che un vero "secondo capitolo", l'opera è una "bella" del precedente EP, una raccolta delle medesime quattro canzoni arricchita da due nuove tracce, del tutto originali, e da due cover di altrettanti classici. Ad oggi le vendite del disco hanno superato le centomila unità, aggiungendosi alle settantamila di quello precedente: un ottimo risultato in epoca di internet. Tuttavia, proprio come fu per gli Zeps, è dal vivo che i Greta Van Fleet riescono a dare il meglio, riuscendo a riempire ogni arena nella quale si esibiscono, tra cui vale la pena ricordare l'evento che li vide aprire il concerto a Bob Sager, o quello all'Academy Award Party di Elton John, sebbene sia agli eventi a loro dedicati che i Nostri offrono davvero il top, dimostrando una presenza scenica rara in ragazzi così giovani e una tecnica invidiabile, tipica di chi, come loro, ha avuto la fortuna di crescere con uno strumento musicale in mano fin dalla più tenera età, complice la più rosea delle situazioni famigliari. Ma anche di chi si è messo in gioco prestissimo, mettendo a rischio un futuro tutto sommato confortevole in seno all'agiata middle class americana. Certo, manca il fascino del contesto quasi-proletario da cui venivano tanti musicisti del vecchio rock, ma sono altri tempi e altri luoghi. Ad oggi potrebbe mancare poco, pochissimo, all'annuncio di un full length dei Greta Van Fleet, evento che rende obbligatorio riascoltare "From the Fires" e immergersi nelle sue atmosfere intime, frutto del ricordo infantile di tre fratelli e dei loro campeggi in Michigan, fra le sterminate e monolitiche foreste americane, intrise di una magia che la copertina dell'EP sintetizza in quattro mistiche figure intorno al fuoco, incappucciate e senza volto, intente ad ascoltare una misteriosa figura centrale vestita di rosso, mentre tutt'intorno la foresta è una presenza notturna e silenziosa. È un po' come avvicinarsi alla fonte del fumo che riempiva la copertina di "Black Smoke Rising", e per molti versi è esattamente così: uno sguardo ancor più vicino e particolareggiato sulla band, non solo "fumo", ma fuoco vivo e vitale. Ascoltando queste otto canzoni, cercate ogni tanto di dimenticare l'enorme voce di Josh, affine a quella di Robert Plant come mai avevo sentito fino ad ora, e concentratevi sugli altri musicisti e sul complesso della loro opera: troverete altre magnifiche influenze musicali, settantiane ma non solo, spesso britanniche, ma reinterpretate ad una maniera culturalmente peculiare e tipicamente americana. Jake, il cui contributo nella creazione di riff e melodie è determinante, affonda le sue radici personali nel blues rock e nel rock 'n' roll, con una predilezione per artisti come Eric Clapton, John Lee Hooker, Jeff Beck, Bert Jansch, Pete Townshend, Dwane Allman e altri, alcuni dei quali non erano neanche nati all'uscita di "Led Zeppelin I" . Sam ha una predilezione per il jazz e per il soul, mentre Danny ama il folk americano e britannico, ma annovera tra le sue icone più grandi Ringo Starr, Carmine Appice, Alex Van Halen, Keith Moon e, naturalmente, John Bonham. Quanto a Josh... be', lui è davvero un piccolo Robert, con la sua passione per la "world music" e quei suoi urli heavy blues, vestito com'è di abiti da figlio dei fiori e di una faccia da schiaffi impossibile da non amare. Ve lo ricordate Plant, pochi mesi fa, quando scherzando disse di odiarlo, gli occhi ricolmi di benevolenza? Ascoltando "From the Fires" capirete il perché!

Safari Song

Mentre il primo disco esordiva con "Highway Tune", ad aprire "From the Fires" è la potente e bluesaggiante Safari Song (Canzone del Safari). Quattro canonici minuti di pura catarsi che sembrano sei, tante e tali sono le intuizioni e le varianti stilistiche al suo interno, per una cavalcata inevitabilmente zeppeliniana ma a suo modo anche personale, se si sa guardare oltre la superficie. È quello che caratterizza il repertorio dei Greta Van Fleet: materiale derivativo, ma eseguito con tale entusiasmo e bravura da conferirgli un preciso e riconoscibile marchio di fabbrica. Il brano uscì come secondo singolo in assoluto della band e raggiunse il secondo posto in classifica a febbraio di quest'anno, confermandosi fin da subito come un caposaldo della band per i tempi a venire. L'intuizione alla base dell'opera nacque a Plymouth Rock, una vecchia chiesa riconvertita a studio di registrazione laggiù, nel Michigan, mentre la band suonava alcuni vecchi brani blues. A un certo punto a Jake venne questo riff, così, casualmente, come sempre quando nascono le cose migliori, e la sua natura a metà tra blues e jungle suggerì il nome per quella che sarebbe divenuta "Safari Song". Liricamente siamo su di un'impostazione molto narrativa, un porto sicuro per chi, come i GVF, ha ancora poca dimestichezza con l'arte di comporre testi di un certo spessore, e che consente divagazioni intriganti senza dover necessariamente sfoggiare una poetica raffinata. Josh tira in ballo una tradizionalissima lady cui fa carico di amore, eros e allegorie, trasformando la caratteristica femme fatale di matrice blues in quella donna idealizzata d'origine europea, tipicamente hard rock. Tra languidi sospiri, urla di piacere e suppliche d'amore, il cantante porta avanti una tradizione che fu senz'altro di molte band anni '70, specialmente di quelle più ruvide e sensuali: una donna che sembra nata per dare amore che dell'amore diviene quasi astrazione, metafora di un tormento addirittura fisico da parte dell'uomo e sua musa ispiratrice. Sarebbe uno sterile esercizio manierista, se non fosse che la voce di Josh esprime magnificamente questo tipo di poetica, perfino meglio di due terzi dei cantanti della golden age, e con quell'intrinseca sensualità che, forse, fu solo di Plant (e io ci metterei anche Marc Bolan, ma è un feticcio mio). È il riffing di Jake ad aprire il pezzo con la dinamite, ben presto affiancato dalla sezione ritmica martellante ed ammiccante di Sam e Danny. Il canto di Josh prende il sopravvento ed accompagna il brano nei suoi momenti più canonici, già scossi, tuttavia, da diverse intuizioni e sfumature, non solo vocali e chitarristiche: il lavoro di Samuel al basso è encomiabile, ed esprime da solo gran parte della sensualità nella parole del cantante, in ottima sinergia coi fills del batterista. Alla pura creatività segue un canonico assolo di chitarra, settantiano nella ruvidezza ma più che ottantiano in termini di consapevolezza, ma solo per riportare l'attenzione al canto strabordante di Josh, ora scatenato sullo splendido riff del brano, a concludere l'opera insieme alle bordate di Danny Wagner. Davvero niente male, come pezzo d'apertura.

Edge of Darkness

Segue un pezzo di quelli nuovi, assente sul precedente EP del gruppo: Edge of Darkness (Bordo dell'oscurità). È una canzone più matura di Safari Song e Highway Tune, nel senso che supera almeno in parte il solo manierismo settantiano per seguire influenze differenti, ancora anni '70, in parte, ma anche ottantiane e perfino grunge. Anzi, se dovessi sottolineare una fonte davvero rilevante, tra le radici di questo brano, indicherei soprattutto i Guns N' Roses, una band che già di suo traeva origine dall'antico spirito del rock 'n' roll, ma che qui trova una sua armonia assieme ad ulteriori influenze figlie del rock alternativo, specialmente quello caratteristico in band come, ad esempio, i primissimi Soundgarden. Il testo cantato da Josh è stavolta meno "frivolo", ma comunque parte di una tradizione consolidata e figlia dei decenni passati, quanto innocenza e speranza erano ancora valori degni d'esser presi sul serio. Quando il cantante afferma di trovarsi "sul bordo dell'oscurità", non ci è dato sapere se si riferisca all'intimità del personale o alla vastità della nostra epoca, dell'attuale condizione sociale. Sappiamo però che l'affronterà insieme ai suoi "fratelli", e ancora non ci è dato sapere se parla di coloro che lo affiancano sul palco, a Sam e Jake, o all'umanità tutta. Non lo sappiamo e non ha nemmeno molta importanza saperlo, giacché nell'istante in cui godiamo di questa canzone siamo già sul bordo dell'oscurità con lui, siamo già fratelli suoi. È così che funziona la buona musica. Sanguiniamo insieme a lui, e siamo parte di quell'esercito di cui canta, armata dell'amore sui margini in bilico tra oscurità e utopia. C'è quasi un po' di Lennon o di Bob Dylan, in questa poetica, sebbene la sintetica ruvidezza appartenga a contesti più duri, ma l'amalgama funziona bene, soprattutto grazie all'estro vocale del Nostro. L'attacco del brano ricorda perfino un po' i Black Sabbath, ma anche alcune delle più dure radici di Chris Cornell, la cui band era non a caso chiamata "Black Zeppelin". Tuttavia, lo svolgimento della canzone è meno pesante del suo inizio, quasi antiteticamente contrapposta alla vivida ruvidezza del riff di Jake, andando a delineare sfumature dolci e a tratti malinconiche, come sognanti, ma ammantate di quell'esigenza di riscatto che negli anni duemila fu di band come gli Audioslave, anch'esse mosse dall'esigenza di ritrovare valori essenziali nella storia antica del rock. L'incedere romantico ma deciso della strumentale segna quasi l'intero brano, supportato da influenze vocali che ora ricordano anche Bon Scott e Ronnie James Dio, più che il sempre presente Golden God. Oltre il suo baricentro, l'opera si carica d'elettricità nella sinergia tra voce e chitarra, fino ad una catarsi finale che esplode nel breve ma determinante assolo di chitarra, stavolta del tutto avulso a sonorità anni '70, a chiudere davvero degnamente un altro ottimo pezzo.

Flower Power

Flower Power (Potere Floreale), torna ad avere qualche influenza zeppeliniana, ma è soprattutto a Ronnie James e a una manciata di band ottantiane, che deve buona parte delle sue sonorità. Anzi, senza timore di bestemmiare, direi che il brano ricorda alcune intuizioni particolarmente catchy di "Holy Diver", e diavolo... funziona altrettanto bene! Il testo riprende di nuovo il soggetto femminile caro alla tradizione hard rock, ma stavolta ne idealizza ed astrae i contorni fino all'estremo, ammantando la donna di un significato ampio e allegorico, di natura insieme intima e sociale. Così trasfigurata, tale figura è insieme a casa e dovunque, viene da ogni luogo e quindi, implicitamente, da nessuno; ed è un'ispirazione, una "lanterna nella notte", musa e faro di speranza. Una strofa è davvero curiosa, quando il cantante afferma ch'ella lo fa "sentire come fosse vivo", sostenendo indirettamente la propria morte, o inesistenza. Poi la donna diviene guerriera su nubi d'argento, spada alla mano, e non è più chiaro cosa rappresenti, se la fine o l'inizio, o solamente un grande amore giunto in un periodo davvero difficile della vita. Certo, a vederli non sembra che questi ragazzi abbiano mai avuto periodi davvero duri, nella vita... ma chi lo sa. E comunque, è una poetica talmente radicata nella cultura popolare da essere efficace a prescindere, e questo è senz'altro il principale pregio - e il principale difetto - dei Greta Van Fleet per quel che riguarda le liriche. Quanto al sound, oltre a Dio, il brano ha un qualcosa dei migliori Kansas, benché di certo non abbia la medesima classe della storica band americana. Abbiate pietà, è ancora presto anche solo per avvicinarsi, ai livelli di robe come "Carry On Wayward Son". Ma i ragazzi sono comunque molto bravi, e la loro canzone intrattiene e affascina per tutti i suoi quattro minuti di durata, cullata dalle elevazioni vocali di Josh e dai suoi "ma ma ma", palese omaggio agli stilemi di Robert Plant. Il cantante non è da solo, perché i suoi fratelli creano un contrappeso corale che definisce le sensazioni più importanti del brano, riuscendo ad emozionare e caricare l'ascoltatore, in bilico tra l'ariosità di voce e chitarra e la durezza della sezione ritmica. Il finale è canonico, riservando ancora una volta l'exploit alla chitarra di Jake, stavolta decisamente americana e poco settantiana, per sfumare nel pacato ma acuto urlo di Joshua Kiszka.

A Change is Gonna Come

Al quarto posto in scaletta trova spazio la prima cover del disco, e non è una cover qualsiasi, ma una reinterpretazione del classico di Sam Cooke A Change is Gonna Come (Sta per Avvenire un Cambiamento). Dal 1964, quando il noto artista afroamericano scrisse la canzone originale, "A Change..." è stata oggetto d'interpretazione da parte di decine di artisti, dal rock al country, dalla musica leggera al pop, fino ad arrivare all'hip hop, assurgendo a traditional praticamente da subito. Il brano è stato fatto suo da Bob Dylan, cantato sia da Tina Turner che da Aretha Frankin, rivisto dai Fugees e da molti altri rapper, ma stilare una lista richiederebbe un papiro. I Greta Van Fleet sono solo gli ultimi in ordine cronologico, ad essersi confrontati col grande classico... per ora. Quello di Sam Cooke era un brano figlio dell'esperienza personale del cantante, del razzismo imperante ai tempi della segregazione, un grido da parte dell'intera comunità di colore... ma anche il frutto del rammarico di non aver ancora scritto un pezzo come "Blowin' in the Wind", nonostante, al contrario di Bob Dylan, Cooke fosse un artista afroamericano. Purtroppo, come per tutti gli artisti neri di quel periodo, il timore era quello di giocarsi la gran parte della propria fan base, composta perlopiù da giovani bianchi, proprio com'era successo a Max Roach con "We Insist!", ma i tempi erano ormai maturi e il cambiamento, per parafrasare il Menestrello, era nell'aria. E in effetti, nei pochi anni tra il '64 e gli anni '70, furono molte le cose che cambiarono, e non solo per la comunità di colore. È infatti grazie alle sue potenzialità universaliste che la canzone ha conquistato il cuore, e soprattutto le istanze di tutti, assurgendo a inno per molti dei movimenti sociali storici di quel periodo. I Greta Van Fleet non modificano praticamente una virgola al testo originale, lasciando che quelle vecchie strofe si approprino del mondo attuale e delle sue sofferenze, delle sue iniquità e ingiustizie, ancora una volta. Al contrario di quanto avveniva con i Led Zeppelin, la band dei fratelli Kiszka mantiene il più assoluto rispetto per il materiale originale, senza stravolgerne il significante come avrebbero senz'altro fatto Page e soci. Perfino dal punto di vista sonoro la loro reinterpretazione è rispettosa e solenne, il pezzo più classicheggiante del loro repertorio, e devo dire, uno dei più belli. Chiaro, gran parte del merito è della composizione di Cooke, ma Josh fa un lavoro enorme e la sua voce è un valore aggiunto degno dei più grandi maestri - perfino dal vivo. Non bastasse, i fratelli offrono un supporto corale potente ma ponderato, mai pacchiano, sconosciuto agli Zeppelin ma caratteristico di altre rock band, come ad esempio i Deep Purple. Rock a parte, tuttavia, sono soul, gospel e sonorità R&B a farla da padrone, specchio dell'abilità della band a far propri generi culturalmente distanti da loro e dalle loro attitudini, ma vicini in termini di dinamiche storiche. È storia della musica eletta dagli eventi a storia del rock, una torcia che passa continuamente di mano e che ora è raccolta da questi quattro ragazzi del Michigan, a imperitura memoria di uno spirito che si spera possa non morire mai.

Highway Tune

A fare da baricentro dell'intera opera è il pezzo più famoso dei Greta Van Fleet, e il primo che i nostri giovani musicisti abbiano mai registrato: Highway Tune (Melodia dell'Autostrada). Da "On the Road" di Jack Kerouac e dalle istanze della cosiddetta beat generation, passando per "Highway Star" dei Deep Purple e "Highway to Hell" degli AC/DC, non v'è dubbio alcuno che la strada, il viaggio, la velocità, le macchine, e il senso di libertà intrinseco in ognuno di questi elementi, facciano da sempre parte della storia del rock. E della sua filosofia. La giovane ditta Van Fleet raccoglie nuovamente la torcia del rock 'n' roll e la porta assai alta, in un pezzo squisitamente ingenuo che a tratti strappa perfino qualche sorriso, ma proprio per questo d'una potenza innata e naturale, impossibile da ignorare a meno di non voler fare torto alla propria intelligenza. Abbandonato ogni facile cinismo, "Highway Tune" è un gioiellino al pari di alcuni dei più scanzonati inni Zeppelin. E stavolta, infatti, giochiamo decisamente in casa del Dirigibile. Tra il 2012 e il 2014, col vecchio batterista e con l'età media dei musicisti intorno ai diciassette anni, la band aveva realizzato appena tre canzoni: questa, e altre due chiamate "Cloud Train" e "Standing On", di cui rimangono per ora solo misere registrazioni amatoriali. Ad ascoltare quei due brani si vede tutta la passione ma anche tutta l'immaturità dei ragazzi, la stessa immaturità che doveva avere anche "Highway Tune" prima di passare più e più volte al vaglio dei musicisti, e di essere probabilmente influenzata anche dal giudizio e dal consiglio di terzi. Un lavoro di pulitura e rifinitura che ha dato i suoi frutti, regalandoci un pezzo davvero energico e godibile, perfino memorabile, pur nel suo assoluto disimpegno. Il testo è robetta semplice, anche più del solito, come si conviene ad ogni brano che vada dritto all'istinto e alla passione pura, lasciando alle poche strofe la facile allegoria sessuale, esemplificata in pochi ma immaginifici giochi di parole: la "luce verde" al semaforo, il dare gas e il trovarsi insieme all'amata in autostrada, fermi, in attesa del segnale da parte di lei. Per il resto, sono solo poche parole vezzeggiative ed onomatopee, in un insieme che vuole palesemente esprimere la forma al di sopra del contenuto, trasformandola, attraverso la potenza e il giovanile erotismo, in pura sostanza. Il più classico spirito del rock 'n' roll. Lo stesso che caratterizzava brani come "Whole Lotta Love" e molti altri dei Led Zeppelin, in cui la voce di Plant esprimeva uno slancio erotico che andava ben oltre le parole ed il loro significante, in un voluto parossismo capace di amplificare centinaia di volte le ristrette potenzialità della parola, scritta o parlata che fosse. Era Suono nella sua accezione più pura. Al netto dell'aspetto scatenato dei Greta Van Fleet sul video di "Highway Tune", tuttavia, ai ragazzi manca purtroppo la spavalderia dei Led Zeppelin, e perché no, anche quella genuina e pornografica volgarità che li rendeva (e li rende tuttora) amabili. Potrà sembrare paradossale, visti gli estremismi in seno a ogni campo della società, ma sono tempi di neo-puritani e così, innegabilmente, "Highway Tune" è in fin dei conti un pezzo innocuo in termini di poetica, quasi edulcorato. Tornerò più tardi sulla cosa, per ora basti evidenziare come tale caratteristica non danneggi il prodotto finale, e di come la hit dei Grata Van Fleet rimanga un gran bel pezzone: una corsa a perdifiato imposta dal un riff granitico e dalla sinergia tra chitarrista e sezione ritmica, nonché dai tonfi duri e d'altri tempi del batterista e dal cantante, che - vi giuro - questa volta potrebbe tranquillamente sovrapporsi a Robert Plant, tanto ne ricorda ogni singola sfumatura, peraltro più nei pregi che nei difetti (semmai ne abbia avuti, ma so di parlare fin troppo da fan). Sebbene l'exploit appartenga alla chitarra di Jake, non si può nemmeno dire vi sia un vero e proprio assolo di chitarra per come l'intendiamo oggi, a rimarcare la natura davvero molto settantiana dell'opera, ed è un bene, perché l'insieme funziona a meraviglia e "Highway Tune", alla fine, si attesta veramente come il cavallo di battaglia della band.

Meet On the Ledge

La seconda cover del disco è il classico dei Fairpoint Convention, Meet On the Ledge (Incontrarsi sulla Sporgenza). C'è più di un legame tra i Greta Van Fleet e la storica folk band inglese, in particolare, soprattutto a proposito di questa canzone, la giovanissima età dei musicisti all'esordio. Richard Thompson non aveva ancora diciotto anni quando scrisse il brano originale, esattamente come i fratelli Kiszko ai tempi dei loro primi passaggi in radio. Un altro legame, sebbene più astratto e meno determinante, è nel background zeppeliniano dei GVF. La grandissima cantante Sandy Danny dei Fairpoint Convention, infatti, rimane l'unica voce femminile ad aver mai duettato con Plant sul repertorio originale dei Led Zeppelin, e questo, per dei ragazzi cresciuti a pane e Dirigibile, deve contare qualcosa. Di certo, se fai un hard rock così tradizionalista, non bastano le radici nere del genere, ma serve conoscere, sperimentare e amare anche il folk rock di matrice britannica, di cui la band di Richard Thompson è stata forse la vetta assoluta. Inoltre, nonostante la provenienza d'oltreoceano, "Meet On the Ledge" è entrata di prepotenza nella cultura americana grazie all'enorme successo commerciale, imponendosi in un settore in cui, nella più tradizionalista Europa, avrebbe difficilmente trovato spazio: i funerali. Tale dinamica ha in realtà origine da un malinteso, poiché nella sua astrazione, sostanzialmente priva di un senso compiuto, la strofa che si rifà al titolo del brano viene spesso interpretata come una metafora del trapasso, e così il davanzale, o estremità ("ledge") è percepito come allegoria del bordo tra la vita e la morte. In realtà, ha dichiarato Thompson, non vi è nessuna intenzione particolare nelle criptiche strofe del brano, se non quello di portare a galla i sentimenti e le passioni di un adolescente e i suoi ricordi, specialmente quelli di quando, da bambino, giocava con gli amici ad arrampicarsi su di un albero il cui grande ramo avevano soprannominato "the ledge". Di certo però, ascoltando le cupe parole del brano, non stupisce che questo abbia colpito l'immaginario più profondo del pubblico, e quindi, quello legato alla morte; tuttavia, l'incontro di cui narra la canzone è legato più alla vita che alla morte, vincolato alle scelte, ai traguardi e alle miserie, al ritrovarsi insieme su quella breccia per poi proseguire da soli, ognuno per la sua strada. AncoraLa versione dei giovani americani perde quella leggerezza che era uno dei punti di forza dei Fairpoint Convention, ma acquista un volume che li caratterizza e che dà sostanza alla loro interpretazione, sostanza rimarcata da una sinergia tra basso e batteria su cui voce e chitarra indugiano con spensieratezza, quasi col pilota automatico. "Meet On the Ledge" è anche un ottimo pretesto per mettere in scena le qualità corali del gruppo, sebbene tale vantaggio sia usato molto meno di quanto si sarebbe potuto sperare, consegnando alla performance di Josh buona parte della responsabilità canora del brano. È infatti il cantante a spingere la catarsi verso una breve e voluminosa esibizione del chitarrista, volutamente ben più moderna delle sonorità di riferimento, ad anticipare un finale dalla struttura prevedibile ma dal sound ricco e coinvolgente. La seconda cover dei Greta Van Fleet non delude, come fin'ora non ha deluso alcuna traccia del pur limitato repertorio.

Talk On the Street

Alla faccia delle influenze zeppeliniane, il penultimo brano di questo EP è profondamente anni '80 e parecchio heavy metal, pur senza abbandonare la classica base hard rock del gruppo. Parliamo di Talk On the Street (Voci di Strada). Ancora una volta c'è tanto Ronnie James Dio, soprattutto nella sua parentesi con i Rainbow, classicismi che ricordano i Rush più catchy ma anche stilemi più vicini e contemporanei, affini a band come i Wolfmother o gli Audioslave. In generale, domina quel momento storico in cui la fiaccola della cosiddetta british invasion è tornata alle sue originali radici americane, rimescolando un calderone già ricco per offrire un prodotto insieme nuovo e tradizionale. E i Greta Van Fleet, non dimentichiamolo, sono americani. Il testo è forse l'unico elemento che potrebbe ricordare il Dirigibile, in particolare il repertorio di Plant tra i primissimi album e gli ultimi prima dell'incidente, ma in realtà è come dire che ricorda tutto e niente, giacché quel tipo di poetica era già derivativa negli anni '70. Ancora una volta il soggetto cui si riferisce il brano è una donna, mama, come da tradizione: una figura idealizzata che sembra trasfigurare i nostri stati d'animo e le nostre scelte. Superficialmente, il brano narra di una relazione sulla bocca d'invisibili malelingue, di una guerra combattuta dalla donna e dal suo amore per sottrarsi al giudizio altrui (le "voci di strada", appunto), e in conclusione di un lieto fine lontano da tutto e tutti. Più profondamente, tuttavia, le strofe tendono ad un'astrazione che sembra nascondere significati nascosti, non necessariamente chiari o intellegibili, semplicemente più intimisti e personali. Qualcosa che ricorda, appunto, il Robert Plant di album come "Houses of the Holy" o "Physical Graffiti", ma anche il Chris Cornell più maturo e molti altri autori affini al rock tradizionale. Il suono squillante del chitarrista definisce l'anima del brano, ma è il basso a dare sostanza all'insieme. Cantante e batterista premono all'unisono sull'acceleratore, definendo la tensione nelle costanti ripartenze dell'opera, in un gioco reso più arioso da sapienti incursioni corali. Il quattro quarti ricco di varianti e fills offre da solo tutta la dinamica di cui la canzone ha bisogno, in un piccolo capolavoro di sintesi in cui l'intervento vocale si fa pian piano più determinante, graffiato da un cantante più ruvido del solito. Il breve momento solista di Jake è l'unica parte un po' citofonata, ma è una band dal repertorio classico e, in fondo, certi giochetti fanno sempre il loro "sporco" lavoro. È tuttavia l'urlo finale di Josh, ampio e prolungato, a portarci dritti alla chiusura di questo travolgente EP. 

Black Smoke Rising

A chiudere l'intera opera è lo stesso brano che chiudeva il primo, incompleto EP dei Greta Van Fleet, di cui era anche la title track: Black Smoke Rising (Alzata di Fumo Nero). Nonostante a detta della band il senso del brano sia racchiuso negli errori dell'umanità, e nella sfiducia che questi possano davvero insegnare qualcosa, il titolo di questa traccia sembra lasciare non detto qualcosa come "no, ci abbiamo riprovato, ma purtroppo non era ancora il momento per un vero full length". Fumata nera, dal Cupolone dei fratelli Kiszko. Certo che la copertina con i volti dei quattro musicisti su di un immane fumata nera, oltre che splendidamente disegnata, faceva la sua porca figura. Come alcuni dei migliori pezzi dei Led Zeppelin (tanto perché so che vi piace vederli tirati in ballo), anche "Black Smoke Rising" è nata durante la registrazione di altri brani, in mezzo a difficoltà e fatica, spontaneamente: elemento che, lungi dall'intaccare il prodotto finale, si rivela un genuino valore aggiunto. Il testo è qualcosa di sconosciuto ai Led Zeppelin dei primi album, ma troppo poco etereo e realmente sociale a quelli degli ultimi dischi. Per certi versi, tuttavia, ricorda molto la poetica di Robert Plant come solista, specialmente quello degli ultimi vent'anni che, complice forse la minor resa canora, ha tirato fuori doti poetiche solide e a tratti meravigliose. Oltre a molta tradizione rock autoriale, naturalmente. Come detto, questa è una canzone dalla poetica sociale se non politica, astratta e allegorica ma non difficilmente intellegibile. Vi sono uomini che, al di sopra di una torre che richiama la mitica Babele, osservano le folle spostarsi, compiaciuti di poter sputare a terra solo per godere del potere di farlo. C'è un mondo spaccato in due ma con un solo cuore, e gente pronta a dividerlo, all'alba di una nuova, drammatica era. E infine ci sono coloro che resistono, i piedi nudi e bagnati al freddo. Questi ultimi incarnano quel senso di speranza di cui il sound della canzone è pienamente intriso, a rivelare una band esplicitamente solare e prescindere, perfino di più di quanto non lo fossero gli Zeps. Ad aprire il brano è un riff ruvido ma non grezzo, tutto sommato attuale, affiancato ben presto dall'ariosa vocalità di Josh. Stavolta il cantante non è affatto identico al suo idolo dorato, ma somiglia ad altri prodotti derivativi essi stessi del Dirigibile, soprattutto all'abile vocalist dei Darkness, ma la resa complessiva riporta anche al gusto di band come Heart e Rush, sempre presenti nel bagaglio dei Nostri, direttamente o indirettamente. Ai momenti più duri la band alterna altri più riflessivi, esemplificati nell'evocativo ritornello, per rallentare drasticamente il passo a metà del brano in una performance davvero inaspettata, diversa da quanto ascoltato fin'ora. Sonorità a metà tra vaghe influenze progressive ed evidenti suggestioni alternative, caricano un finale che sembra all'insegna della malinconia e del pessimismo, ma solo per far balzare l'ascoltatore alla raffica di batteria e chitarra che riapre allo strabordante ritornello, un tripudio di corale positività che porta la canzone, e con essa questo disco, ad un finale che mi auguro sia invece un grande inizio.

Conclusioni

Un giudizio secco e veloce sugli otto pezzi di questo EP? Veramente ottimi. Tutti, dal primo all'ultimo. Non dico che si trovi la perfezione, entro i limiti ancora ristretti di questo repertorio, né che vi siano veri e propri capolavori. Forse non c'è neanche un pezzo veramente oltre gli schemi, sebbene le singole intuizioni e i lampi di genialità non manchino affatto. Ma... come dire, è proprio la band a funzionare a meraviglia, a rendere ogni canzone divertente e anche qualcosa di più, a non far mancare quei finali in cui ci è dato di pensare "no, non finire, ti prego. Dura un altro poco ancora, dái". Dei Greta Van Fleet è stata spesso rimarcata la presunta somiglianza ai Led Zeppelin, complice l'evidente passione di Josh Kiszka per lo stile di Robert Plant: il giovane cantante imita l'anziano Golden God non solo in molti dei suoi stilemi vocali e poetici, ma perfino nei movimenti, nei gesti, negli abiti, nelle espressioni del volto. Non senza aggiungere il suo gusto personale, sia chiaro. Ma da un punto di vista strettamente tecnico e vocale, l'unico momento in cui Josh è realmente un imitatore di Plant fatto e finito, è fra le note di "Highway Tune". Per il resto, al bagaglio zeppeliniano si aggiungono artisti che hanno riempito oltre quarant'anni di musica dura, sia rock che metal, con una particolare propensione alle ugole di Ronnie James Dio e Bon Scott, senza per questo farsi mancare anche qualcosina di Axl Rose e Justin Hawkins. E badiamoci bene: se nel 2018 decidi di fare "hard rock", avere nelle tue corde certi artisti è più che naturale, scontato e ovvio, se non doveroso. Riflettiamoci, quando ci vene la tentazione di svilire i Greta Van Fleet come una band meramente "derivativa". Tra gli influssi di Jake ci sono sia i grandi bluesman di colore che i mitici guitar heroes anni '80, senza per questo farsi mancare l'eredità del folk britannico ed europeo, e naturalmente i fondamentali, gente come Jeff Beck, Eric Clepton e Jimi Hendrix. E sì, anche Jimmy Page. Ma se tutto questo da una parte pone la band del Michigan come una realtà decisamente derivativa, per quanto preparatissima, dall'altra c'è un aspetto dei Greta Van Fleet che li rende diversi dalle tante band copia-incolla viste in decenni di manierismo musicale: un carisma e un entusiasmo tali da offuscarne l'immaturità e perfino i debiti stilistici, una genuina freschezza capace di stampare il marchio di fabbrica di questi ragazzi su ogni singola canzone, perfino sulle cover. E questo, vi assicuro, non è per niente roba da poco. C'è infine la più fondamentale delle caratteristiche, messa in luce da Danny Wagner durante un'intervista alla banale richiesta di quali fossero le sue influenze. Il batterista cita ovviamente John Bonham, particolarmente presente sulle due hit da classifica, Carmine Appice e Alex Van Halen, riconoscibilissimi nelle tante esecuzioni ottantiane della band, l'immancabile Keith Moon e infine, un po' inatteso, Ringo Starr. Al netto delle sciocche leggende sulla mancanza di talento di Ringo e sulla sua oggettiva bravura, stupisce un po' la sua presenza nel bagaglio di un drummer bene o male piuttosto duro come Danny, ma fortunatamente è lui stesso a svelarci l'arcano: "un'altra grande influenza è stata Ringo Starr, e non solo per la sua bravura. Da quello che ho letto, Ringo ebbe le sue belle difficoltà i primi tempi con la band (i Beatles, ndr). Paul, George e John erano già vicini tra loro, riuscivano a interfacciarsi tra loro molto bene, si conoscevano perfettamente a vicenda, e Ringo dovette imparare ad inserirsi in tutto questo. Jake, Josh e Sam Kiszka sono fratelli; si conoscono da tutta la vita, e io ero il nuovo arrivato". Esatto. Eccolo l'aspetto più importante di tutti, quello che pone i Greta Van Fleet su di un piano astrattamente affine ai Led Zeppelin. Mi spiego meglio. Se c'è una cosa che "la più grande rock band del mondo" ha sempre sottolineato, riguardo il successo senza precedenti della sua musica, è la sinergia. E per sinergia intendo una forza indefinita, un'energia che per loro aveva in sé qualcosa di mistico e inspiegabile, una sensazione che ognuno di loro ha affermato d'aver sentito fin dalla prima jam session. Disse Jimmy Page: "Eravamo tutti diversi l'uno dall'altro, eppure, per chissà quale motivo, la divina provvidenza ci mise insieme. Fu così fin da subito, dalla primissima prova. Provammo un solo pezzo. Alla fine vi fu una specie di silenzio sbalordito, di attesa. Fu come se il cielo fosse a conoscenza di ciò che stava accadendo. Nessuno di noi aveva mai suonato con musicisti così, ed improvvisamente eccoci tutti e quattro insieme, e fu qualcosa di misterioso e inquietante. E fu un bene. Lo sarebbe stato sempre, anche dopo, dal primo all'ultimo giorno". Questa alchimia, o sinergia, chiamatela come volete, è qualcosa che nei Greta Van Fleet esiste da sempre, intrinseca nell'intimo legame di tre fratelli uniti dalla stessa passione, dalle stesse radici musicali e dalle stesse esperienze artistiche. È come ricreare "artificialmente" ciò che con gli Zeps fu provvidenziale miracolo. Penso che ascoltando i migliori brani di questo EP - pezzi come "Highway Tune", "Safari Song" e "Black Smoke Rising" - venga fuori un'alchimia incredibilmente simile a quella che animava i Led Zeppelin, o come quella che diede origine ai Pantera dei fratelli Abbott. Insomma, penso che nel sound dei Greta Van Fleet vi sia qualcosa di unico che, se ben disciplinato e coltivato, possa portare alle più alte vette del rock. Chiaro, a From the Fires manca un intento omogeneo, e sebbene ci vada molto vicino, un progetto coerente e preciso. Sono del tutto assenti, in quest'opera, quel baricentro e quell'equilibrio strutturale che gli avrebbe senz'altro dato un perfezionista come Page, la nobiltà di un percorso artistico ben marcato fatto di un inizio, un proseguimento e una "fine". Ma questa, si badi bene, non è una critica. "From the Fires" è un EP, ed è più che normale non abbia le caratteristiche di un vero album. Anzi, sarebbe da lodare la maturità e la coscienza della band di non aver dato alle stampe un full length e di aver preferito aspettare, cosa che molti altri gruppi, con un buon numero di tracce a questo livello, non avrebbero mai fatto. Per andare a trovare l'unico, vero tarlo di questa band e di queste otto canzoni, devo tornare a quanto accennato sull'analisi di "Highway Tune", ovvero al discorso riguardo la natura sostanzialmente inoffensiva della band. Ora, in un'epoca in cui il metallo pesante ci ha abituati a ogni genere - e sottolineo ogni genere - di deriva estremista, sia essa in chiave sessuale, violenta o metafisica, e in cui perfino la musica popolare ha sperimentato qualsiasi forma di dissacrazione, cercare di stupire l'ascoltatore con doppi sensi ammiccanti e robine del genere, probabilmente, non sortirebbe alcun effetto se non quello di gettare l'immagine della band nel ridicolo. Fa tuttavia uno strano effetto constatare un certo "imborghesimento" del rock, lo spostamento di quello slancio a disturbare che fu del genere, eredità del blues più nero e del jazz più stradaiolo, verso altri generi musicali e altre sonorità. Ritengo tuttavia che la band possa maturare e trovare la sua strada anche in tale direzione, completando così un quadro già piuttosto deflagrante. Purtroppo però, questa volta, il perenne accostamento col vecchio Dirigibile gioca un ruolo assai pericoloso. Il paragone con i Led Zeppelin, che ha segnato i Greta Van Fleet fin dall'esordio - dal momento che quell'esordio di chiama "Highway Tune" - ha giocato e continua a giocare un doppio ruolo che sarà la benedizione della band o la sua maledizione. Da una parte l'accostamento al Dirigibile è una bella pubblicità, e una prova sicura di valore tecnico e stilistico, ma dall'altra parte espone i giovani ad un'aspettativa enorme, materialmente impossibile da soddisfare, come già fatto notare da Jason Bonham in un'intervista. Gli Zeps potevano permettersi i loro orgasmi, i puerili doppi sensi e altre sciocchezze perché loro, quelle "sciocchezze", sapevano trasformarle in arte pura, in una scossa dell'anima alla sua base più istintiva e animalesca. Ed è una cosa che solo loro, con la loro prestanza, la loro bellezza e la loro genialità, riuscivano a fare in quel modo. I Greta Van Fleet non avranno mai quel fascino al limite della pornografia, non avranno mai la bellezza che offriva l'oscurità di Page, o quella solare e pagana di Robert Plant. Mai avranno la bestiale potenza di Bonzo, intoccata e mai limata da moderne diavolerie, né avranno quella possibilità di esplorare strade sconosciute che fu di John Paul Jones. Avranno mille altre possibilità, ma non queste. E se riteniamo che questi ragazzi meritino un grande futuro, smettiamola di paragonarli troppo ai Led Zeppelin. A volte ci metteranno loro il carico, imitandoli spudoratamente, ma resteranno sempre i Greta Van Fleet, una band di fratelli con la passione per il rock e una cultura enorme sulle spalle, capace di andare ben oltre il Dirigibile e di acquistare una propria identità attraverso l'esperienza di decine di band e artisti d'ogni genere, classici o contemporanei che siano. Al netto di una poetica inoffensiva ma quanto mai efficace, le otto tracce di questo EP hanno saputo smuovere più di un vecchio cuore e milioni di giovani in tutto il mondo, ed è questo il "miracolo" dei Greta Van Fleet. Josh, Jake, Sam e Danny hanno riaperto l'attenzione del mercato mainstream verso sonorità che si credevano dimenticate, dimostrando che ai ragazzi il buon vecchio hard rock - sensuale e solare, ma anche intimista e sociale - piace ancora e non poco, e che si può lavorare molto in questa direzione. Al rock non interessa compiacersi d'essere una nicchia per pochi eletti. Il rock è nato per parlare a tutti, a patto di avere a disposizione le bandiere giuste. E in Greta Van Fleet, belli, giovani e terribilmente bravi, rappresentano la migliore bandiera che abbia mai visto da molti anni a questa parte.

1) Safari Song
2) Edge of Darkness
3) Flower Power
4) A Change is Gonna Come
5) Highway Tune
6) Meet On the Ledge
7) Talk On the Street
8) Black Smoke Rising