FORGED IN BLOOD

Forged in Blood

2018 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MAREK
04/07/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Milano: città della moda e dello stile, la metropoli da bere, habitat naturale del giovane imprenditore rampante. Un ambiente frenetico e movimentato, il cui flusso temporale vien da sempre scandito dall'incessante via vai di persone affannate ed indaffarate, ognuna con una meta da raggiungere, una giornata a cui dare un senso. Pare non si respiri, sembra che il giorno passi in un battito di ciglia; perdersi nell'ambiente milanese vuol dire assimilarne la cultura, farne proprio il leit-motiv, capirne a fondo dinamiche e sensazioni, pro e contro. Una città solida e definita, eppure mai del tutto facile da "spiegare": la Milano più pragmatica e patinata, la Milano più "romantica" ed alternativa; il cui lato, il cui volto è magistralmente messo in risalto da tutta una serie di "contro-culture" sviluppatesi proprio in seno ad uno dei mondi più inflessibili e (solo all'apparenza) asettici e freddi. Un discorso che affonda le sue radici nell'estro iconoclasta del movimento Scapigliato e prosegue sino ai tempi moderni, i tempi in cui sia il Punk che l'Heavy Metal si accingevano ad ereditare i sogni partoriti da quei "figli di padri ammalati", giusto per citare Emilio Praga. Dall'Hardcore violento e senza filtri dei selvaggi Wretched sino al ruggente Heavy Metal dei sempiterni Vanadium, tanto basterebbe per rimescolare le carte, facendo apparire la metropoli italiana come un coacervo, un focolaio di protesta sociale, creatività, voglia di osare e di urlare al mondo il proprio "no", esprimere il proprio rifiuto nei riguardi di una società soffocante, a tratti repressiva. Vi chiederete, amici lettori, come mai il vostro affezionatissimo abbia scelto di citare esattamente due band appartenenti proprio a quei due generi musicali... più tutta una disamina a tratti romanzesca sulla sempre cara Mediolanum. Ed il perché è presto servito, miei affamati drughi. Protagonisti dell'odierno articolo sono cinque ragazzi milanesi, i Forged in Blood, inglobanti nel loro nucleo i germi sovversivi di una Hardcore band, di seguito prestati al più classico Heavy Metal. Proseguiamo con ordine, giusto per avere completo il quadro della situazione, fornendovi tutti gli indizi necessari per arrivare celermente alla risoluzione del caso. Parlavamo di ceneri... esattamente, le ceneri dei Toxic Youth, band HXC scioltasi nel 2007. Terra bruciata? Assolutamente no, dato sì che da quel cumulo di macerie, fiera come un'araba fenice, la saga dei Forged in Blood si apprestava a sorgere in tutta la sua fierezza. Questo è quel che successe, quando Cristian (chitarra) e Novo (basso) decisero di non darsi per vinti, nemmeno dopo la fine di una storia decisamente importante, più che decennale. L'amore per la musica vinse su ogni reticenza, su ogni indugio... persino sulla "fede" Hardcore, vista la svolta delle carriere di entrambi i musicisti, spinti dal comune amore per l'acciaio più classico e tradizionalista. Fede virgolettato, ovviamente il sapersi districare fra più generi ed attitudini è qualità sempre ben accetta ed accolta. Fu così che iniziò il viaggio delle asce, in una girandola di componenti e cambi di line-up, sino ad arrivare ad una stabilità definita. Il primo a salire a bordo fu Piga, batterista proveniente dagli Stalkerd di Novara; avventura breve, visto che il suo posto venne presto preso da Hicham, proveniente dai Calibro 9. Alla ciurma si aggiunsero successivamente Alby (voce), dagli Ephyra, ed il chitarrista solista Tony, a completamento della compagine. Siamo nel 2012 ed i Forged in Blood vedono un altro cambio all'interno della propria line-up: il microfono passa infatti a Roby, singer dalle ossa robuste, ex-militante in diversi progetti sia inediti sia a tema tribute. L'amalgama è completa ed il combo può finalmente intraprendere un progetto proficuo in senso di continuità e live shows: i Nostri riescono infatti ad accostare il proprio nome a bands del calibro di Vicious Rumors ed Evil Invaders, senza dimenticare gli open act tenuti per mostri sacri tricolori quali Extrema ed Ancillotti. Tutto a suon di metallo classico e fiammeggiante, in the best tradition. Un'attitudine selvaggia ed indomabile, che porta il combo milanese alla realizzazione del proprio omonimo full-length d'esordio, forgiato (mi si passi il gioco di parole!) dalla Punishment 18 Records e rilasciato nel Maggio scorso. Un disco che ha visto il suo concepimento negli "Elnor Studios" di Matt Stanciou, produttore e tecnico del suono, contemporaneamente batterista per importanti realtà italiane quali Vision Divine e Labyrinth. Quel che ci resta da fare par dunque ovvio, arrivati a questo punto della narrazione. L'omonimo esordio di questo esperto combo è già nel nostro avido lettore, pronto ad essere divorato ed eviscerato sotto ogni aspetto. Facciamo dunque che il metallo fuso scorra nelle nostre vene, senza barriere, senza intoppi, senza ostacoli. Che il viaggio abbia inizio... let's play!

Rebellion, my Name

"Rebellion, my Name" (Ribellione, il mio nome) ha il compito di aprire le danze, dandoci un caloroso benvenuto a suon di riff di chiara matrice priestiana o comunque NWOBHM in senso lato (eco degli Hell in più di qualche passaggio, soprattutto per quel che concerne l'interpretazione vocale di Roby). Il tutto è dunque stabilito su determinati pilastri, più qualche groove ritmico smaccatamente moderno ma non per questo inficiante o stonato. Tutt'altro, i Forged in Blood sembrano voler rimarcare il loro status di "contemporanei", donandosi certo alla vecchia scuola... ma non troppo (fortunatamente!) da rasentare il plagio malcelato. Un brano che scorre, senza dubbio, in maniera liscia e saettante, roboante... come i cannoni di chissà qual entità, pronta a divorare il nostro pianeta, giunta dai confini della galassia. Un nulla cosmico vorace, dall'appetito insaziabile: una flotta di morte e distruzione, una sorta di Galactus intenzionato a far piazza pulita dell'intero universo conosciuto (e sconosciuto). Come potersi schierare contro un'entità sì astratta e potente? Come poterla respingere, come poterla fermare? Il crudele, si sa, si nutre di paura. Più ne proviamo, più lo rendiamo invincibile. Saggiamente, Crowley affermava: negare l'esistenza del diavolo per paura non fa altro che rinforzarlo. Ecco dunque che il campione terrestre accumula le sue forze in una sfera iridescente, rendendola tutt'una con il suo cuore, con il suo spirito. Egli non proverà terrore dinnanzi alla fine incombente. Spavaldo ed intrepido, otterrà la sua vittoria, respingerà l'assalto alieno e libererà i suoi fratelli dalla schiavitù. Un po' di timore, quello è presente; il fatto di riconoscerlo, di guardarlo in faccia e paradossalmente di adoperarlo come arma per aumentare il coraggio... quella, è già metà della vittoria. Estremamente azzeccata la scelta di un refrain smaccatamente Epic made in U.S.A., che dona al brano un tocco quasi powereggiante e rende la figura del campione ancor più imponente, ancor più nitida e palpabile. Un fiero eroe accompagnato da tutti gli onori, da un'esplosione di melodia ben giostrata su cori di stampo guerresco. Ottimi gli assoli (sempre di forgia Judas Priest), degno condimento di un pezzo che riesce nell'intento di presentare per bene un disco che, sicuramente, è partito in modo degno. "Rivendico la mia terra, rivendico la mia libertà... questa è la mia storia, ribellione è il mio nome!"

For The Unborn

Proseguiamo dunque incappando in "For The Unborn" (Per il non nato). Una chitarra avvincente ed arrembante, in stile Attacker, spiana la strada ad un pezzo che sin da subito recupera a piene mani i dettami dello Speed Power statunitense. Epicità e velocità, potenza ed evocatività: in un tripudio di rimandi ai Wild Dogs migliori, passando anche per una NWOBHM "da battaglia" in stile Battleaxe, i Forged in Blood premono sull'acceleratore sfruttando tutta l'abilità della coppia d'asce, più la grande teatralità di un Roby sul pezzo come non mai. Si corre, la sezione ritmica picchia e scalpita, cerchiamo in ogni modo di inseguire i Nostri pur riscontrando non poche difficoltà; un brano per chi ama la velocità... wimps and posers, leave the hall!! In questo tripudio di richiami alla più nobile tradizione anglofona (non manca un impianto generale à la Iron Maiden), ci fermiamo un secondo ad ammirare il sole splendere nella maniera più forte ed intensa che mai. Una luce abbagliante, incubatrice del Grande Antico, di un'entità persa nel tempo eppure presente in ogni epoca, in ogni età. No, amici lovecraftiani, non parliamo di Yog Sothoth: anche perché la creatura qui descritta non sembra avere connotati negativi o nichilisti, tutt'altro. Immaginiamo un angelo di platino, un messaggero di luce, un generale radioso e quasi impossibile da ammirare ad occhio nudo. Un qualcosa di indescrivibile, fiero ed orgoglioso nella sua potenza smisurata. Narrato da poemi e leggende, narrato da canzoni d'eroiche gesta... ora dinnanzi a noi, al nostro fianco. Può nascere, qualcuno che non è mai nato? Si può essere il passato e contemporaneamente il presente? Un tutto in uno e l'uno in tutto, la chiave d'ogni porta? A l'alta fantasia, qui manco possa: "rispondo alle preghiere degli ultimi, intono il mio inno... sono qui, al tuo fianco!". Messaggero della fine e dell'inizio, del tempo che muta incessante... il non nato, giunto nella nostra dimensione per prendere parte ad una battaglia che ristabilirà ordine e giustizia. Il suo grido è legge, la sua forza è leggenda, nulla potrà mai fermarlo, nulla potrà mai piegarlo. Una trama incredibilmente ben descritta da una canzone veloce e tirata, anche questa volta raffinata da un comparto solista di tutto rispetto. Un pezzo lineare che non conosce chissà che sussulto ma ci fa comunque divertire ed appassionare alle misteriose gesta di questo campione, perso nei secoli, forgiato dal fuoco di mille battaglie e guerre combattute. 

Game is On

Terzo brano in scaletta, "Game is On" (Il gioco ha inizio) non si discosta poi molto da ciò che abbiamo ascoltato fino ad ora; palese come le intenzioni dei Forged in Blood siano state rispettate in maniera praticamente ineccepibile: il gruppo voleva presentarci un qualcosa che suonasse Heavy Metal duro e puro... ed è in effetti quel che abbiamo! "Game is On" è magari meno tirata e spedita della precedente track, riuscendo comunque a far la sua figura sempre grazie ad un'amalgama pressoché perfetta. Voce e chitarre dialogano in maniera perfetta, mentre la sezione ritmica si dona a tutta una serie di situazioni se vogliamo "semplici" ma comunque di impatto, preferendo la sostanza a funambolici virtuosismi. La sostanza... quella che certa gente, dotata solamente di apparenza, ha smarrito già da troppo tempo. Personaggi falsi come una banconota da undici dollari, che infestano le nostre vite col loro tronfio apparire, con i loro comportamenti al limite del miserabile. Li vediamo fieri ed impettiti, vantarsi di questo o quello, mettendo a dura prova la pazienza di chiunque. Una pazienza che prima o poi andrà irrimediabilmente perduta, provocando la reazione definitiva. Un bel "pugno" (non si sa quanto... metaforico!) assestato al loro ego, giusto per smontare e scardinare qualche difesa di cartapesta; questo è quel che ci vorrebbe, in troppi casi. In alcune situazioni, ragionare serve assai a poco: quel che si può e deve fare è solamente far capire ai signorotti in questione quanto il loro comportarsi sia ridicolo e fuori luogo, dandogli finalmente la lezione che meritano. Credono che la vita sia un gioco... quando, invece, le sue regole siamo noi a governarle. Si comincia per davvero, tabellone steso e dadi lanciati... facendogli capire cosa siano in realtà: delle semplici pedine. Nient'altro che pedine. Né re, né regine... dei pedoni insignificanti buoni solamente a spostarsi da una casella all'altra, in attesa di qualcuno che li divori. Ascoltando bene il brano, ci accorgiamo di come la lezione inglese sia stata imparata a dovere. Maiden e Priest la fanno da padroni, in una canzone lineare e "standard", resa singolare da qualche sussulto solista e vocale, ma non troppo di più. Non fraintendiamoci: non si parla certo di un qualcosa di brutto od inascoltabile, tutt'altro. E' però forse la troppa "dipendenza" da alcune scuole, che inizia a farsi sentire lungo questo breve inizio di tragitto.

Never Pay to Play

Decisi e stoici, i Forged in Blood riprendono a picchiare alla maniera dei Judas Priest più massicci, ponendoci in maniera prepotente dinnanzi al brano numero quattro, "Never Pay to Play" (Mai pagato per suonare). Un pezzo che, come il precedente, forse peccherà di "derivazione"... ma diamine, se suona concreto e massiccio come non mai. A parte un comparto solista da pagina 10 del "Manuale degli assoli: Heavy Metal edition"... quel che intendo dire è che il brano, pur risultando quasi uscito direttamente da "Redeemer of Souls", riesce a poggiare le proprie basi sulla convinzione squisitamente Forged in Blood circa un tema assai delicato e personale. Quante volte, nelle vostre vite da metalheads, vi sarete imbattuti nella famigerata formula pay to play? "Pagare per suonare", letteralmente sborsare cifre folli ai gestori di locali e festival per accaparrarsi questa o quella serata, magari in apertura di un gruppo molto importante, in barba a chi si sarebbe guadagnato quel posto per meriti 100% musicali. Un meccanismo ai limiti del mafioso, capace ancora oggi di innescare autentici circoli viziosi, rovinando al suo interno una scena che avrebbe invece bisogno di onestà, attitudine e soprattutto voglia di fare, di costruire. Contro chiunque si presti a questi giochi di potere, i Nostri antepongono la propria passione: amplificatori in fiamme, sogni da modellare e rendere veri, partendo dall'umile argilla sino ad arrivare alla roccia più dura e possente. Questo, è il Metal: l'energia che scorre nelle vene, la rabbia incanalata in musica e lasciata libera di esprimersi attraverso una chitarra, un basso, una batteria, un microfono. Rendersi liberi da qualsiasi stramba trama, fieri ed indomabili come solo noi metalheads sappiamo essere. "Non abbiamo mai, mai pagato per suonare!!"; un urlo che sa di vittoria, che tradisce mille difficoltà e delusioni... indice di una vita sincera e genuina, mai piegatasi a nessuna regola dello showbiz o ragion di stato. Quando il tema è caldo, quando la band riesce a far proprio un messaggio od un ideale... ecco che il brano ne risente, risultando certo "non innovativo", ma terribilmente fomentante e coinvolgente. Chi come il sottoscritto ha sempre odiato la formula del "pay to play", apprezzerà un pezzo certamente derivativo, ma reso vibrante e colorato dalla voglia di far arrivare un messaggio ben specifico, a suon di caldo e tonante Heavy Metal.

A Taste of Heaven

Giusto per spezzare gli equilibri sino ad ora creati, i Forged in Blood ci propongono una breve strumentale, "A Taste of Heaven" (Un assaggio di Paradiso), in diretta antitesi con quanto l'ha preceduta. Siamo dinnanzi ad un arpeggio melodico e sognante, a tratti onirico, pacato, cullante. Solista e ritmica creano giochi ed atmosfere particolarissime, sembra quasi di potersi veder camminare fra le nuvole, scorgendo all'orizzonte l'infinito del cielo. Un azzurro mare d'aria, dominato dal bianco candido dei cirri e dei cumuli; una fresca brezza inonda il nostro viso di sensazioni celesti, quasi stessimo per raggiungere il Nirvana, la pace dei sensi. Un sole immenso splende per noi, tutto sembra così irreale nella sua paradisiaca perfezione... ed ecco che il tutto si interrompe, catapultandoci nel brano successivo.

Fine Dark Line

Riprendendo gli stilemi già vagliati in "A Taste of Heaven", ecco che il brano numero sei del lotto decide di assumere (almeno ad i suoi inizi) i connotati di una semi ballad. "Fine Dark Line" (La sottile linea oscura) parte infatti delicata, pur lasciando presagire un qualcosa lì e lì pronto per ghermirci a mo' di predatore. Gli arpeggi melodici e delicati delle prime battute lasciano presto spazio alle elettriche ben più pesanti e potenti, pur mantenendo il tutto dei ritmi assai contenuti e mai eccessivamente spinti. Si continua lenti ma decisi, incedenti: un pezzo che sinceramente riesce a catturare, grazie alle atmosfere a metà fra il melanconico e l'onirico che i Forged in Blood riescono ad instaurare in maniera a dir poco magistrale. La potenza, il sofferto romanticismo dell'Heavy Metal ben si sposa con quello che, alla fine, è il tema centrale della vita di ognuno di noi: il passaggio fra l'infanzia e l'adolescenza, quel piccolo confine eppure così arduo, quasi impossibile da superare. Attorno ai dodici, tredici anni, iniziamo a guardare il mondo con occhi diversi: non più uno sguardo curioso ed adamitico, bensì una presa di coscienza decisamente più disillusa e consapevole di cosa ci circonda. Come perduti in una foresta, cerchiamo a tentoni un sentiero da battere, su cui poggiare i nostri incerti passi. Una strada che ci riporti indietro, fra la sicurezza delle mura domestiche. La prima, grande prova: imparare a cavarsela da soli, persi nella selva oscura. Allora viaggiamo, andiamo avanti, senza mai fermarci. Il dolore che proviamo, la paura... in quel preciso momento ci sembrano ostacoli insormontabili. Sentiamo però come una voce, come una sensazione, come un messaggio da un'altra dimensione che non del tutto riesce ad arrivare nitido e chiaro alle nostre orecchie. Siamo noi stessi, che cerchiamo di impartirci una lezione fondamentale: tutto quel che passeremo, tutto quel che caratterizzerà la nostra esistenza, farà di noi gli uomini che saremo. Oggi mostri e spauracchi, domani lezioni di vita preziosissime. Dobbiamo solo avere il coraggio di rifletterci in quello specchio perso fra alberi e cespugli, vedendo cosa diventeremo e stiamo diventando, con i nostri occhi. Un brano che ha tutto l'apparire di un "dramma" esistenziale e che gioca sulla teatralità e sull'impatto emotivo. Missione compiuta, in quanto proprio i ritmi pacati e l'interpretazione sofferta d'ogni membro della band riesce a rendere "Fine Dark Line" una delle tracce più convincenti del lotto.

Black Renegade

Andiamo avanti con il brano numero sette, "Black Renegade" (L'oscuro rinnegato), decisamente più movimentato e dinamico di ciò che lo ha preceduto. Picchiando alla maniera dei primi Metallica ed aggiungendo un po' dei nostrani Sabotage (era "Rumore nel vento"), i Forged in Blood si dimostrano abili nel distruggere l'atmosfera pocanzi creata, dando vita ad un assalto velocissimo e tiratissimo, violento ed in your face, come un certo tipo di Speed-Heavy andrebbe suonato. Pagina 3 del manuale, capitolo 1: "I Fondamentali" . Siamo dinnanzi alla costruzione di un brano vecchia scuola, potente ed incalzante, il quale dimostra in assoluto l'amore che i Forged in Blood debbono NECESSARIAMENTE provare per questo genere musicale. Ogni riff, ogni assolo, sembra urlare "pedal to the metal!!" ad ogni suo palesarsi, in ogni sua essenza. Velocità, velocità ed ancora velocità... nella sua brevità, questo episodio riesce a narrare in maniera perfetta le vicende di un "supereroe" creato ex novo da una compagine che non di rado dimostra di potersi donare a testi interessanti e mai scontati. Per quanto la figura di un rinnegato "oscuro", di un uomo reso tale da anni di sconfitte e delusioni sia comunque assai diffusa nel mondo dei comics in senso lato (Punisher, Deadpool et similia), in questo senso le gesta dell'ultimo divenuto primo hanno modo di risultare interessanti grazie ad un comparto sonoro di tutto rispetto (e violenza). Lo vediamo prendere possesso della sua vita, riuscendo finalmente a guadagnarsi il suo posto sul podio. Mai più comparsa, mai più seconda fascia. Colui che è stato rinnegato, deluso e sconfitto è ormai tornato per far valere le sue ragioni, per riuscire laddove in vita ha sempre fallito: farsi rispettare da tutto e tutti, indistintamente. Per ogni amante del Metal più classico e veloce, "Black Renegade" risulterà senza dubbio una manna dal cielo: forse strano a dirsi, nei riguardi di una band più orientata verso un Heavy classico... ma quando i Forged in Blood decidono di ricordarsi della loro attitudine punk, "sporcando" la loro proposta di velocità ed aggressività - pur mantenendo intatto il loro amore per l'old school Heavy - ecco che i risultati migliorano esponenzialmente.

Aylan's Eyes

Conosciamo un nuovo "stop" della velocità (ma non della potenza) nel brano numero otto, "Aylan's Eyes" (Gli occhi di Aylan), frangente in cui si torna ad far proprio un gusto per la melodia totalmente Maideniano. Il vocalist, a tratti, sembra proprio ricordare il mai abbastanza immenso Bruce Dickinson, soprattutto in fase di refrain, quando son degli ottimi cori a supportare la sua splendida performance. Torniamo sempre al solito discorso, che ormai - spero, miei cari drughi - avrete capito alla perfezione: solo all'apparenza infatti il pezzo risulta "semplice". Un quid in più aumenta la sua vivacità, lo rende particolarmente emozionante, degno d'esser fatto proprio; nemmeno a farlo di proposito, alla sua base è posto un tema amaro, il quale dovrebbe indurci ad una riflessione particolarmente impegnativa circa il valore della vita umana. Non è ben chiaro se il titolo parli esattamente di "quell'" Aylan, un bambino siriano di appena tre anni, tragicamente morto in mare a causa di un naufragio. Una storia che dovrebbe indurci a riflettere, dicevo. Su tanti temi, su tante circostanze. Che senso ha, la morte di un bambino? La morte di un'anima innocente, che non poteva e non doveva finire i suoi giorni in maniera tanto violenta ed orribile? Non dovrebbe capitare ad un adulto, figuriamoci a chi avrebbe avuto una vita intera (anche due), dinnanzi ai suoi piccoli occhi. Occhi che mai più rivedranno la luce del sole, i volti amici, i sorrisi della madre, del padre, dei fratelli. Attraverso un testo intenso ed a tratti impegnativo da metabolizzare (se effettivamente avete un cuore... e mi auguro sia così), i Forged in Blood donano alla vicenda l'immediatezza della musica, facendo dell'Heavy Metal un veicolo, un catalizzatore. Non si tratta più di borchie e motociclette, di pay to play od oscuri rinnegati. Siamo posti dinnanzi ad una tragedia che non dovrebbe avere bandiere o barriere politiche. Il valore della vita umana, l'empatia... il tutto narrato attraverso la storia di un'anima innocente, spezzata dalla guerra, dalla tirannia, dall'avidità di una stirpe (quella umana) che ormai sta raggiungendo il culmine dello schifo; se nemmeno una tragedia come questa, può indurci a fermarci un attimo, rimettendo in discussione tutto ciò che siamo. La teatralità Maideniana gioca un ruolo fondamentale, raggiungendo il suo apice nel finale, quando dopo i "soliti" mirabolanti assoli è il refrain a farla da padrone, mostrando tutta l'abilità dei Nostri. Abili musicisti e comunicatori... che sia questa la loro strada? Renderci partecipi delle loro emozioni e sensazioni, magari suscitando anche qualche riflessione?

It's on the Blade

Brano numero nove, "It's on the Blade" (E' sulla lama) permette ai Forged in Blood di recuperare un po' di aggressività, facendoli spingere nuovamente sull'acceleratore e recuperando a piene mani la propria devozione ai Judas Priest. Per quanto il brano risulti tirato ed avvincente (con tanto di un bel break nella parte centrale, in cui arriva il momento di decelerare in virtù di un'atmosfera più intensa ed epica), pecca forse un po' di "stanca", non riuscendo a tenere il passo con i precedenti, invece molto intensi e particolari per quel che riguarda temi e modo di spalmare questi ultimi lungo tutta la sequenza di note. Un episodio riuscito (ben più dell) a metà: l'intensità c'è ed anche il massiccio riffing posto alla base dimostra quanto i Nostri ci credano; forse è una questione di gusti, potrei dire di preferire il gruppo in versione più "impegnata" o "sporca" a seconda di come decidano di porsi, se con testi ed atmosfere personali, dense di empatia o con veloci assalti alla baionetta, ricordandosi dei loro passati Punk. Sta di fatto che "It's on the Blade", per quanto risulti anche avvincente nel suo dipanarsi, non riesce totalmente a stagliarsi nei miei ascolti abituali. Anche il tema centrale poteva essere sviluppato meglio, a dirla tutta: di certo, una bella storia di guerra non dovrebbe farci storcere troppo il naso. Chi vi scrive è cresciuto a pane e Manowar, da sempre ama perdersi nell'ammirazione di artwork tipici di gruppi come Heavy Load e Cirith Ungol. Campioni e guerrieri, un mondo che da sempre domina il mio immaginario e di certo mi fa comunque accogliere bene la storia di un eroe intenzionato a combattere per la propria patria, ricordando il suo nobile lignaggio e sfruttando quest'ultimo come arma in più per imporsi sugli avversari. Non è ben chiaro lo scenario, tuttavia: si parla di "seppellire i francesi", il che potrebbe restringere il campo a questo o quel conflitto, risultando il tutto comunque abbastanza vago per poter parlare di un personaggio specifico. Qualche indizio in più sarebbe stato d'uopo, metto comunque in preventivo che qualcosa potrebbe anche sfuggire a me persona, e che per molti altri il testo risulterebbe chiaro e lampante. Dovendo dunque tirare le somme, il brano funziona: un po' più di personalità sia lirica sia musicale, tuttavia, non avrebbe di certo guastato.

Holy Water

Ci avviciniamo alla fine con "Holy Water" (Acqua Santa), un pezzo dal flavour maideniano in grado di instaurare sin da subito una melodia assai particolare, interessante; ecco che i Nostri tornano ad imporre un bello sfoggio di personalità, pur mostrando le proprie influenze. Un brano interpretato magistralmente ed in grado di trasmettere delle emozioni, di dirci e donarci qualcosa. Si crea e si costruisce, l'atmosfera è di quelle oniriche ed al contempo ossianiche, come uno strano connubio di nuvole plumbee e raggi di luce in grado di squarciarle. Effetti elettronici posti sapientemente in background di quando in quando non fanno altro che donare al comparto strumentale quel quid in più in grado di far spiccare il volo al tutto, rendendo il pezzo per forza di cose vincente. Giochi di note ed ottimi dialoghi fra solista e ritmica, trame tessute con eleganza e decisione... siamo dinnanzi a quello che potrei senza dubbio giudicare come uno dei migliori brani dell'intero lotto, senza timore di smentita. Anche per via del modo in cui il nostro bravo vocalist interpreta un testo a tratti criptico eppure denso di significati, facendo vivere ogni parola, ogni verso, ogni espressione. Il tema centrale è dunque l'acqua santa, di certo non intesa nel senso cattolico del termine. Il concetto di santità e sacralità sembra infatti elevarsi al di sopra di ogni significato puramente "liturgico", assurgendo in questo senso verso una dimensione più trascendentale e meno immanente, materiale. Un antidoto, una cura... forse, l'acqua di cui si parla, rappresenterebbe alla fin fine proprio questo: l'unico modo di curarsi dalle ferite inflitte da un mondo malato alla sua base, sconvolto da continue violenze, guerre e conflitti. Cerchiamo di solcare i suoi mari, cercando il portale che potrebbe in qualche modo garantirci la salvezza, la definitiva migrazione verso un altro mondo, un'altra era. Cerchiamo di bere un sorso di quell'acqua, distaccandoci dal nostro apparire terreno ed immanente per poterci dunque spostare verso dimensioni distanti dal nostro tempo, verso altri mondi sconosciuti dei quali nulla sappiamo e forse mai sapremo. Potremo mai abbeverarci a quella fonte, baciando la coppa divina ed attingendo allo sgorgare di quella pace liquida? Forse sì... forse no. Quel che possiamo fare, al momento, è lasciarci cullare da queste atmosfere sognanti, eppure così d'impatto. Un perfetto connubio fra potenza e delicatezza, come la lama di una katana, che taglia senza nemmeno lasciar intendere la violenza del fendente.

Catharsis

Arriviamo quindi al gran finale con "Catharsis" (Catarsi), la quale inizia facendo rombare un basso che mostra senza dubbio i muscoli e spiana la strada a dei chitarroni aggressivi ed arrembanti... come piacciono al sottoscritto - se non si fosse ancora capito! - Siamo quindi al cospetto di un pezzo veloce e ritmato, movimentato, spezzato unicamente da una sezione di cori in stile Epic Metal / Candlemass, decisamente ben inseriti in un contesto U.S.A. che tutto sommato li richiamerebbe a gran voce. Si fanno nuovamente largo reminiscenze derivate dal Power Speed a stelle e strisce, Vicious Rumors ed Attacker compaiono imperiali tenendo per mano un brano nel quale Roby sembra ricordare addirittura il buon Messiah Marcolin pur non avendo - il pezzo - nulla di Doom. Un episodio che riesce a chiudere degnamente un disco che aveva bisogno di una perla finale, di un qualcosa che non ci lasciasse con l'amaro in bocca e facesse pendere la lancetta verso il lato positivo dell'indicatore, non facendola bloccare verso la metà. Come un uragano, il brano finale ci parla dunque di una sorta di "catarsi". Un termine greco indicante una sorta di rituale di purificazione, atto a liberare il corpo da ogni tipo di "tossina" spirituale, da ogni negatività od agente che in qualche modo possa inficiare una condotta di vita equilibrata e sana. Cosa vorrebbero dunque dirci, i Nostri? Il protagonista del brano sembra un uomo perfettamente cosciente di sé e della sua vita. Ha sbagliato, ha sofferto, è riuscito ad arrivare in cima nonostante mille fatiche e ferite ancora non del tutto rimarginate, non del tutto guarite. Eppure, egli riesce a guardare ad esse con occhi maturi, senza disperarsi per quel che è stato. La catarsi è compiuta, è riuscito a capire quale dovrebbe essere il vero senso della vita: prendere coscienza di se stessi, nel bene e nel male, avendo il coraggio di mostrarsi sempre e comunque per quel che si è. Siamo noi, nel bene e nel male... siamo sempre noi. Nessun colpo dovrebbe essere troppo forte da impedirci di vivere la nostra vita, nessun errore è mai irrimediabile, nessuna colpa dovrebbe corroderci dal rimorso. Andremo avanti, ce la faremo, ci realizzeremo. Questa è la base ottimista di un testo sofferto e personale, il quale giova a tutto il resto rendendo il brano scorrevole ed "empatico", riuscendo a rapirci, catapultandoci nel mondo dei Forged in Blood. Hanno imparato la lezione: la personalità non deve mai mancare, nemmeno quando il progetto viene dichiarato smaccatamente come orientato (e debitore di) verso certe sonorità.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questo viaggio, mi ritrovo con non poche considerazioni da fare, miei cari drughi. Un viaggio che, devo ammetterlo, è risultato più interessante e variegato del previsto. Non tanto perché credevo di trovarmi dinnanzi all'ennesima operazione revival, plasticosa e scontata come merce di bassa lega; tutto il contrario, venendo a conoscenza delle vicissitudini dei Forged in Blood e dei loro trascorsi ho subito accolto con entusiasmo la possibilità offertami di visionare del loro materiale, dovendone poi trarre un giudizio personale. La difficoltà del mio compito, quest'oggi, è consistita più che altro nel rendimento forse "altalenante" che questo gruppo, pur essendo composto da persone esperte e navigate, ha mostrato lungo tutta la durata del proprio omonimo debutto. Possiamo avere sessant'anni come diciotto, "esordire" è sempre difficile. Soprattutto se parliamo di un progetto sostanzialmente differente nei riguardi di ciò che lo ha preceduto. Dall'Hardcore all'Heavy Metal il passaggio non è poi così arduo come si creda, però. Dopo tutto, i due mondi sono sempre stati certo distanti ma anche vicini fra di loro; basterebbe ricordarsi di quanto i due suddetti mondi, combinati e frullati assieme, giovarono alla causa di un gruppo di allora giovincelli chiamati Slayer... ma sto divagando. Dicevo, la distanza e la difficoltà dell'esordio: la paura di non esser capiti, di non essere in grado di convincere nelle nuove vesti, al contempo la necessità di esprimersi in maniera differente, di dare sfogo ad un'anima nuova e magari per i più inedita. Tante, troppe dinamiche che per forza di cose vanno ad unirsi e ad aleggiare attorno ad un disco che, francamente, non riesco comunque a reputare scontato o bypassabile. Iniziamo dalle dolenti note: ogni tanto, "Forged in Blood" pecca effettivamente di cali d'ispirazione, facendo sì che il gruppo si ritrovi ad eseguire un compito certamente ben svolto, ma nulla in più di questo. Troppa derivazione, troppa devozione in alcuni punti: insomma, alcune situazioni dovrebbero necessariamente essere riviste, per far sì che i lati positivi (perché ci sono, solamente un gretto in malafede non li noterebbe) possano emergere del tutto. Cosa, dunque, mi ha convinto di questo platter? Il modo in cui, messi dinnanzi a temi particolarmente "sensibili" ed a loro cari, i Forged in Blood riescano a tirar fuori un'anima teatrale, in grado di lasciarci qualcosa, di trasmettere un messaggio anche solo musicale. Prendiamo ad esempio "Aylan's Eyes": non posso certo sapere con esattezza quanto la notizia del naufragio abbia toccato il cuore dei Nostri. Eppure, il loro modo di suonare e di narrare quella storia, hanno fatto sì che il mio cuore provasse un sussulto. Sono riusciti a rendermi partecipi della loro rabbia e della loro tristezza, sono riusciti a farmi ragionare circa un tema che troppo spesso diamo tristemente per scontato. Anche quando il tema non è così tragico ed anzi vira su situazioni estremamente più leggere, il discorso non cambia: la rabbia nei riguardi del pay to play espressa in "Never Pay to Play" mi ha incalzato e fomentato, facendomi odiare ancor di più un fenomeno che ho più e più volte voluto stigmatizzare mediante altre vie, in privato ed in pubblico. Per non parlare di quando questi ragazzi si ricordano di poter picchiare, ricordandosi di quanto l'attitudine Punk non debba esser messa per forza da parte. Si possono creare bei connubi, lo sanno e lo hanno dimostrato. Tutta una serie di situazioni che riconducono ad un'unica parola... personalità! Questo è il segreto. "Forged in Blood" è un bel disco che avrebbe potuto essere molto di più, ma che al contempo potrebbe tramutarsi in un bel trampolino di lancio, se i nostri milanesi sapranno sfruttare al meglio ogni tratto renda il loro sound particolare ed interessante. Promossi, con la promessa comunque di ritornare presto a confermare quanto di bello sia stato fatto in questi primi passi.

1) Rebellion, my Name
2) For The Unborn
3) Game is On
4) Never Pay to Play
5) A Taste of Heaven
6) Fine Dark Line
7) Black Renegade
8) Aylan's Eyes
9) It's on the Blade
10) Holy Water
11) Catharsis