FEAR FACTORY

Mechanize

2010 - Candlelight Records

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
24/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Sono passati cinque anni dal disastroso “Transgression” e molte cose sono cambiate in casa Fear Factory. Dopo “Digimortal” la band si è trovata orfana di Dino Cazares (chitarrista / membro fondatore) e il cantante Burton C.Bell si è concentrato maggiormente sul suo progetto  Ascension of the Watchers, fatti che  lasciarono intendere uno scioglimento imminente della band. Poi, succede che i nostri americani trovano la forza di portare avanti il gruppo senza Dino, rilasciando due album. Tra le due parti non corre buon sangue e l'ex chitarrista, per nulla affranto, forma nel 2006 un'altra band di stampo deathcore, i Divine Heresy. In questo lasso di tempo, però, accade l’impensabile: nel 2009 Burton si ritrova con Cazares e di comune accordo decidono di dar vita ad una nuova incarnazione dei Fear Factory, lasciando per strada sia Raymond Herrera (fondatore insieme a Cazares) che Christian Olde Wolbers, i quali a loro volta danno vita al progetto Arkaea con l'aggiunta di due membri della band canadese Threat Signal. Anche in questo caso (come già accaduto a molte band) si scatena un putiferio su chi ha il diritto di usare il moniker Fear Factory, disputa che si conclude con la vittoria del duo Bell/Cazares, i quali si vedono costretti ad annullare un tour per la causa legale in corso ma, dopo aver vinto, annunciano l’uscita di un nuovo disco targato Fear Factory: vede così la luce, nel 2010, Mechanize. Se al basso viene riconfermato Byron Stroud per i live (in studio, invece, è Dino a farne suo totale appannaggio) c'è da occupare ancora il posto dietro le pelli e viene reclutato niente poco di meno che Gene Hoglan, immenso batterista dalle eccezionali doti tecniche, già nelle line up di band del calibro di Death Angel, Strapping Young Lad, Death e Testament), ma non finisce qui; infatti, ritroviamo con gradita sorpresa il tastierista e produttore Rhys Fulber, l'unico in grado di esaltare il lavoro dei nostri. Cambia anche il logo del moniker, che risulta davvero convincente, ed anche etichetta discografica, ma è il disco stesso ad essere una bellissima sorpresa: infatti, questo album è devastante, brutale ed affascinante al tempo stesso, un disco ove ritroviamo finalmente un affiatamento davvero convincente e ben saldo. Le dieci tracce presenti riportano il nome della band ai fasti di un tempo, il tutto grazie a song tirate e cariche di quel groove che pareva essersi perso per strada; Bell sembra essere vocalmente rinato, sfoderando una prestazione superlativa dietro il microfono, il basso finalmente fa il suo dovere accompagnando una chitarra monolitica e marziale, ed Hoglan si dimostra semplicemente perfetto per la causa e dona anche un tocco quasi Thrasheggiante che arricchisce di molto il valore di tutto questo lavoro. Certo non tutto è perfetto, ma dato che con “Transgression” la band si era ormai ridotta a parodia di se stessa, questo ritorno è più che gradito e farà sicuramente la gioia di vecchi e nuovi fan. Le tematiche trattate tornano ad essere quelle a cui ci avevano abituato tempo fa, ovvero la negatività che avvolge il nostro mondo pronto ad essere dominato dalle macchine. Vediamo di scoprire questa nuova identità e se effettivamente questa seconda rinascita non sia dettata solo al caso e al “vil denaro” , o se  ci troviamo effettivamente davanti ad una nuova realtà ancora più forte di prima.



Mechanize” (Title track) si presenta subito alla grande. Nei primi trentacinque secondi sentiamo un crescendo di suoni elettronici e una voce robotica davvero di grande fascino e capiamo subito che bisogna prepararsi ad un assalto sonoro non indifferente. Infatti, una chitarra soffusa si fa strada attraverso le casse ed esplode letteralmente con basso e batteria, in modo devastante. Dopo qualche colpo di rullante Hoglan fa capire che con il doppio pedale non ha niente da invidiare al suo predecessore e ci martella i timpani con la sua velocità di esecuzione a dir poco assurda, letale. I timori di sentire Bell poco ispirato vengono spazzati via immediatamente, e dopo essere partito con toni cupi e non troppo aggressivi si lascia andare ad una cattiveria fuori dal comune, sorretto in maniera incredibile dalla sezione ritmica. Veniamo avvolti da un sound potentissimo e graffiante. I colpi di ride sono ben distinti e scandiscono bene una prima strofa che lascia attoniti per via della tanta furia e potenza mentre il ritornello, breve ma efficace, si fa apprezzare per l’aggressività, e sul finire udiamo ancora la voce meccanica dell'intro. La seconda strofa è cattiva al punto giusto, con il basso che esalta la forza della chitarra, accordata su toni molto bassi, ma la sorpresa è dietro l'angolo: alla conclusione del chorus, Burton si esibisce nelle sue caratteristiche clean vocals che troviamo incredibilmente belle ed affascinanti, dando l'impressione di aver ritrovato il controllo completo delle sue qualità canore. Giri di tom, quattro e sette corde monolitiche come non mai rallentano di poco, il tutto in una parte del brano dove il cantato si fa un po' più compassato e il sottofondo digitale lo porta “a braccetto” verso un'altra sfuriata distruttiva, che si conclude ancora una volta con suoni robotici e la voce leggermente filtrata che cresce esplosiva fino alla fine. “Slave to the industry faceless in the machine you do not realize you’re dehumanized you cannot survive” (“Schiavi dell’industria senza identità, tra gli ingranaggi della macchina, tu non comprendi tu sei deumanizzato non puoi sopravvivere”), “Dawn of our extinction the human affliction friction and the resistance our sole existence the future’s distant we can’t break free” (“L’inizio della nostra estinzione, l’umana afflizione, frizione e resistenza son le nostre sole possibilità d’esistenza, lontano è l’avvenire, noi non possiamo fuggire”). Si parla dell'uomo ormai senza un'identità, il suo corpo e la sua anima ormai sono catturati dall'essenza meccanica della macchina. L'estinzione ha inizio, ora l'unica possibilità di sopravvivere che abbiamo è quella di non farci schiacciare dal sistema, bisogna combattere, creare una resistenza (“frizione”) che sia in grado di debellare questa minaccia imminente. Non possiamo sfuggire al progresso tecnologico, se non condotto bene esso si rivelerà dannoso per l'uomo e dovremo in tutti i modi cercare di fermarlo, a rischio anche della nostra vita. Non possiamo immaginare un mondo dominato dalle macchine dove l'umano è costretto a fuggire, di conseguenza dobbiamo cercare di evolverci tecnologicamente usando sempre il buon senso e stando attenti alle conseguenze che certe cose possono comportare. Se sfugge il controllo, allora è la fine:  il caos e la paura prenderanno il sopravvento e noi andremmo incontro ad un destino non programmato, ma voluto dagli altri. Industrial Disciplineè una delle top song di questo lavoro. Tredici secondi di chitarra in riverbero e si inizia a fare sul serio con una sezione ritmica potente, dove gli elementi sono in perfetta sincronia e attendono solamente che Burton li raggiunga con un attacco aggressivo e qualche leggero eco che arricchisce la prima parte di strofa. Hoglan è inarrestabile e picchia il suo drum set in modo potente e preciso, arricchendo le sue partiture con qualche doppia cassa, micidiale e chirurgica. Il ritornello è qualcosa di favoloso; una bellissima parte in clean vocal emerge impetuosa e lascia una magnifica impronta al brano, marchiandolo con forte personalità, chitarra e basso sono molto convincenti e la batteria, oltre a colpire duro, gioca su tocchi di ride e piatti per caratterizzare meglio il suono di questo insieme. Sul finire ci troviamo davanti a un breve momento in blast-beat che termina con un paio di rullate, il tutto per preparare l'inizio della seconda strofa, la quale si dimostra piena di aggressività, e ci colpisce per una violenza esecutiva non indifferente. Torna il chorus impetuoso e magnifico che dà un attimo di respiro all'ascoltatore, deliziandolo con vocalizzi puliti dove in sottofondo si sente in maniera appena udibile un leggero suono di tastiere che va ad impreziosire il tutto. Colpi di doppia cassa interrotti bruscamente, chitarra stoppata  e tocchi velocissimi di charleston stendono il tappeto a Bell che inizialmente canta in modo aggressivo ma controllato, e dopo ruggisce letteralmente con un'esplosione di suoni potentissimi che sovrastano qualsiasi altro suono, preparandoci per la conclusione che è affidata al ritornello, il quale viene inizialmente recitato in pulito ma successivamente  riproposto in chiave più pesante, intramezzato da degli arpeggi bellissimi e da sfuriate di doppia cassa. Un pezzo davvero convincente e di grandissima fattura. There is no dissension when lives have been broken, enslaved and beaten, lies have been spoken, pure manipulation, whatever soul was left has been erased ,only a machine remains… that’s what it is to be slaved” (“Non c'è alcun dissenso quando le esistenze vengono spezzate, schiavizzate e percosse, le menzogne hanno professato il loro verbo, pura manipolazione, qualsiasi anima venne abbandonata per essere cancellata, solo una macchina rimase.. questo è ciò che significa essere schiavi”). Siamo vittime di manipolazioni da parte di chi vuole toglierci la libertà, anche la nostra anima ci ha abbandonati e veniamo cancellati come realtà umana e meccanizzati, per essere costretti a fare quello che vogliono gli altri senza possibilità alcuna di poterci ribellare. Nel testo la questione della manipolazione mentale è ovviamente estremizzata, ma se ci pensiamo bene, in qualche modo veniamo già manipolati dai media e da tutti quei soggetti che non si fanno scrupoli pur di farci entrare nella testa determinate cose, giuste o sbagliate che siano. Dovremmo imparare a ragionare di più con la nostra mente e non con quella degli altri, perché non siamo burattini e abbiamo una vita nostra da coltivare. Purtroppo i tempi cambiano e le generazioni attuali e future sono destinate ad essere succubi di tutto quello che ci circonda, senza possibilità di favorire la propria individualità. Fear Campaignè la song da cui è stato tratto il primo video per questo album. Dopo qualche suono digitale quasi straziante, l'inizio è letteralmente devastante, con le urla agghiaccianti di Burton e un'esplosione strumentale non indifferente, che fanno partire di fatto il brano il quale rivela subito la sua attitudine “in your face”, distruttiva e possente. Hoglan, dopo aver incendiato le sue bacchette con un blast-beat furioso, si concentra sulla sua la doppia cassa coadiuvato da un ottimo riff di chitarra che non lascia letteralmente supersiti. Il cantato è feroce, basso e chitarra sono stoppati con sincronia chirurgica fino a quando lo sfogo strumentale inizia a prendere il sopravvento e tra una sfuriata di doppio pedale e l'altra parte una bella rullata, che a di lì a breve introduce il ritornello cantato in clean e ben eseguito dal singer, il quale dimostra la ritrovata forma con una bellissima prova vocale, data la sua voce per nulla monocorde, anzi capace di estendersi notevolmente. Dino si cimenta in un momento “solitario” e Gene colpisce il pedale singolarmente, stoppando poi il suo crash e dando una sensazione di momentanea sospensione dei giochi, udiamo poi una voce filtrata e molto profonda che fa da contorno. In questo momento si apprezza la semplicità del drummer, capace di giostrarsi fra le casse in maniera ottimale, mentre Bell quasi parla come in una riflessione, per poi spararci addosso tutta la sua furia mentre Cazares rilascia riff monolitici a profusione, ed ogni tanto si avvertono suoni inquietanti che accompagnano il pezzo. Dopodiché, sentiamo un assolo di chitarra, cosa inusuale per i Fear Factory ma comunque risulta ben integrato con il contesto, che nel frattempo porta alla ripetizione del chorus e sfocia in una dose di aggressività lacerante. Grande song destinata a diventare un must in sede live. La voce robotica che sentiamo all'inizio e a metà brano recita:  “Fear, the mind-fear… Fear, the mind is fear…”  (“Terrore, terrore psicologico… Terrore, la psiche è terrore…”), versi che ci fanno intuire dove il testo voglia portarci. “It is the most strategic tool used to manipolate, intimidation to make me weak in order, to obey strategy to manipolate: paralyze intimidate” (“E’ lo strumento migliore nell’ambito della manipolazione.. intimidazione, per rendermi fragile ed eseguire gli ordini, ubbidire. Strategia per manipolare: paralizzare, intimidire”). Il terrore psicologico, come recita la strofa, è uno strumento infido che non si mostra ed apparentemente è invisibile.  E' usato per intimidire le persone, per spaventarle in modo tale da fargli fare quello che si vuole. La mente viene soggiogata e plagiata talmente tanto da renderci inermi di fronte a certe situazioni, dove la ragione viene meno e si perdono le facoltà di agire secondo una coscienza ben precisa, facendoci compiere atti che magari non avremmo mai pensato di compiere. La pericolosità di questa espressione di violenza, denominata proprio “terrorismo psicologico”, è estremamente pericolosa e purtroppo molta gente risulta troppo debole per combatterla. La mente umana è affascinante e complessa ma al tempo stesso molto influenzabile e fragile, preda perfetta per qualche miserabile approfittatore. Powershifterè il quarto brano del pezzo, dal quale è stato estratto il secondo videoclip promozionale per il brano. Una song spettacolare, che si apre con l’estrema potenza della doppia cassa, bissata dall’impeto della chitarra che a tratti si ferma e valorizza il drummer, il quale martella il charleston a folle velocità. Breve pausa con un silenzio brevissimo, la sezione ritmica riattacca (in un tripudio di piatti) e di lì a poco Burton parte a cantare la prima parte di strofa con estrema aggressività ed efferatezza, doppiando i suoi colleghi in quanto a carica e determinazione. Il ritornello colpisce dritto al petto con un'aggressività controllata, che muta in un pulito molto efficace e penetrante. Altra strofa bella potente dove a brillare sono gli strumenti  precisi e marziali: ci troviamo di fronte ad una pausa che pare una sospensione temporale ed il singer, con voce particolarmente carica di effetto, viene supportato da un suono chitarristico in riverbero molto enfatizzato. Il tutto si conclude con un giro impetuoso di tom, che va ad anticipare il chorus, che conclude uno dei brani chiave di questo album. “Always question authority, control my own destiny. Forcing change, breaking free from the gears of the machine.” (“Ho sempre contestato l’autorità, controllo il mio stesso fato. Mi sforzo di cambiare, fuggo dagli ingranaggi della macchina.”) “Changing my world so i can live” (“Cambio il mio mondo così da poterci vivere”). In maniera positiva, tutti cerchiamo di mutare, di cambiare e di controllare il nostro destino, modificando il mondo che ci circonda. Bisogna creare l'ambiente ideale per poter sopravvivere, sforzarsi di cambiare, di andare avanti, di non adagiarsi mai sugli allori e pretendere sempre il giusto, in base alle nostre possibilità. “I will force your demise, to take control of what is truly mine” (“Vi costringerò alla resa, per riprendere il controllo di tutto ciò che è mio di diritto”). Purtroppo, però,  la Macchina è sempre in agguato sempre proverà ad impossessarsi dell’essenza umana, consumandola fino alla morte per poterla governare, e prendere il controllo dell'uomo facendogli fare tutto ciò che vorrà. Come da tradizione il testo è fortemente futuristico e viene immaginato un qualcosa impiantato nell'uomo che tenta di prendere il sopravvento su di esso, amalgamandosi inizialmente in maniera pacifica con il nostro corpo, per poi ucciderlo dall'interno così da poterlo controllare liberamente, alimentato dalla corrente elettrica che ne decreta la potenza distruttiva. Christploitationsi apre con un suono breve ma crescente di synth che sfocia in una parte di pianoforte , la quale suona in modo quasi apocalittico e introduce la sezione ritmica che inizialmente scandisce solo il tempo, con basso e batteria molto controllati. Successivamente, dopo le urla di Burton, si sfogano in un bel ritmo tirato e convincente, che va via via accelerando fino a toccare blast-beat e sfuriate di doppia cassa. In sottofondo troviamo degli effetti digitali molto suggestivi e quando parte il cantato, Cazares è velocissimo a maltrattare la sua sette corde mentre Hoglan è altrettanto cattivo con i pedali. Bell, dal canto suo, è molto aggressivo e la violenza espressa nella strofa è devastante. Conclusa la prima parte, un altro effetto futuristico colpisce per bellezza e risulta quasi angoscioso, e gli strumenti macinano note a ripetizione per poi ripartire con un'altra strofa sempre cattiva e penetrante. Il ritornello non è particolarmente brillante ma è comunque ben integrato con la traccia e non risulta mai forzato. Troviamo questa volta la voce a tratti leggermente filtrata e la rabbia viene enfatizzata all'inverosimile; Gene picchia come un pazzo e la sua grande tecnica lo fa emergere alla grande con virtuosismi dietro le pelli da far impallidire molti drummer di oggi, Dino dimostra il ritrovato affiatamento con il genere sfoderando una serie di riff assassini che il basso, dal canto suo, esalta alla grande. Al minuto 2.30 sentiamo delle voci, quasi dei lamenti, il drummer prepara la scena con colpi secchi di rullante, accompagnato alla grandissima dal resto del gruppo. Una dose corposa di suoni pesanti attendono il singer, che via via prende quota fino ad arrivare a gridare, letteralmente. Ancora una volta dei suoni di pianoforte ci avvolgono e la voce si fa filtratissima, con solo la chitarra a fare da sottofondo, per esplodere ancora una volta in un vortice sonoro pesantissimo e devastante. Il brano è cantato completamente senza clean vocals e va a concludersi con ancora dei rintocchi di piano che vanno sfumandosi con un effetto digitale che spegne il pezzo. “There is no meaning in your death anymore” (“La tua morte non ha più alcun significato”), “Your God is just a lie, lie, lie! False prophets and promises, i know what they’re not i don’t know what God is, i know what it’s not christploitation is all i see, your God that cannot save” (“Il tuo Dio è solo una bugia, bugia, bugia! Falsi profeti e promesse, so bene cosa non sono, non comprendo cosa sia Dio, ma comprendo cosa non è. Tutto quello che vedo è lo sfruttamento del Cristo, e il tuo Dio non può salvare nulla”). La nostra morte, come la nostra vita, non ha più nessun significato e la fede è completamente persa. L'organismo in questione non capisce cosa sia Dio ma capisce benissimo cosa non è, ovvero non è un salvatore, non è nessuno che possa in qualche modo aiutarci a migliorare la nostra esistenza, e tutto ciò che avverte della nostra società è la sua capacità di sfruttare questa religione, il più delle volte lucrandoci sopra, oppure rendendola un miserabile pretesto per non ammettere di avere paura della vita e della morte sperando che un giorno qualcuno venga a salvarci da tutti questi orrori. La fede cristiana viene presa di mira, esponendo di fatto una critica al fatto che tutti noi siamo troppo legati al cristianesimo. Siamo qui ad aspettare senza muovere un dito che qualcuno venga a sistemare le cose per noi, ma chissà se effettivamente esiste davvero un Dio e vuole davvero aiutarci in qualche modo, o è solo una soggezione di massa che ci spinge a credere a tutti i costi a qualcosa. Il discorso vale per tutte le religioni ed ognuno è libero di credere e di non credere a ciò che vuole, resta il fatto che siamo talmente influenzati dalla religione al punto di credere a qualsiasi cosa ci venga detta a riguardo. Con doppia cassa, rullante e chitarra che si alternano parte Oxidizer, sesta traccia di “Mechanize”. Hoglan testa i piatti del suo drum set e un suono artificiale e oscuro fa da sottofondo per un inizio di brano piuttosto terremotante. Una cavalcata strumentale ben congegnata attende il cantato di Bell che è sempre aggressivo e di buon impatto, crescendo ulteriormente fino a diventare quasi lacerante. Il riff di chitarra è bello pesante, il basso aiuta moltissimo a dare una sensazione di devastazione. Il ritornello sinceramente non è molto affascinante ma non è nemmeno brutto da ascoltare. Si riparte con solo batteria e basso a portare a braccetto Burton, con sonorità digitali che richiamano molto delle creature robotiche, salvo poi trovarci inseriti in una nuova esplosione, con una brevissima strofa e il chorus ripetuto per tre volte, con Hoglan che dà sfoggio di tutta la sua tecnica. Troviamo poi un frangente particolarmente carico di grinta che chiude una traccia per la verità non troppo convincente e di breve durata, ma che non sfigura con il resto dell'album. “The fire inside burns my mind, set to destroy the masses, burn this world down” (“Il fuoco che è in me brucia la mia mente, è programmato per distruggere le masse, per bruciare questo mondo dalle fondamenta”). “All will burn, nothing spared from my incineration, decimate to devastate” (“Tutto brucerà e nulla sarà risparmiato dal mio incenerimento, decimare per devastare”). L'uomo, ormai succube della parte meccanica, avrà la priorità di distruggere il nostro mondo, di estinguere ogni essere vivente, niente verrà risparmiato. Ogni tentativo di ribellione verrà soppresso e chi non si atterrà alle nuove regole verrà terminato e totalmente annichilito. Diciamo che non tutto quello che è innovazione e tecnologia si può rivelare un bene per l'essere umano, e di questi tempi l'evoluzione “hi-tech”, in tutte le sue forme, corre alla velocità della luce. Se verranno impiantati dispositivi meccanici ed elettronici nei nostri corpi bisognerà farlo con molta parsimonia e non avere la fretta di testare frettolosamente le cose. Le conseguenze, una volta che l’evoluzione tecnologica si rivelerà fuori controllo, potrebbero essere allucinanti e probabilmente irrimediabili, quindi come si suol dire.. “maneggiare con cautela”. La settima traccia, Controlled Demolition, si presenta con un suono sintetizzato crescente e una voce robotica decrescente, che prova a metterci sull'attenti, preparandoci ad una bordata sonora da headbanging puro e violento, con chitarra e basso serrati, batteria incisiva e violenta, con un tripudio di piatti e doppio pedale a farla da protagonisti. Il cantato parte subito bene con un tono piuttosto aggressivo, e la sezione ritmica fa il suo dovere accompagnandolo come si deve, aumentando di intensità prima del ritornello il quale si presenta abbastanza ben costruito, con qualche sottofondo digitale che ben si amalgama con il contesto; il tutto senza però toccare vette eccelse che si facciano ricordare, ma comunque, possiamo dirlo, questo frangente è esaltato da una buona capacità d’esecuzione dei Nostri. La strofa successiva è bella aggressiva come la precedente, e la sensazione di distruzione è ben sviluppata fino a che il chorus, invece di risaltare tale emozione, si perde un po' in se stesso per poi fortunatamente lasciare spazio ad una bella cavalcata strumentale che per qualche secondo ci delizia piacevolmente. Ritorna poi in scena Burton, con una voce filtrata la quale man mano che prosegue passa da leggermente filtrata a furiosa ed estremamente potente. Dopo una leggera parentesi strumentale per tirare il fiato, ritroviamo il ritornello che però questa volta sfodera un asso nella manica, ovvero: è la seconda volta che viene ripetuto, e ci viene presentato distorto in maniera impeccabile, un accorgimento che alza il livello del brano anche se per pochi secondi e conclude di fatto, con qualche colpo di batteria, questa traccia che tra alti e bassi si fa comunque ascoltare senza troppi problemi. “Destroying lives of innocence, malignant depravity.. bodies were falling, burning and screaming, buildings collapsing, disintegrating. Hellfire scorching blinding the sky descending like rain..”  (“Distruggiamo le vite innocenti, depravazione maligna.. i corpi cadono, bruciano, urlano, i palazzi crollano, si disintegrano.. Un torrido fuoco infernale accecava la volta celeste discendendo come pioggia”). Il mondo come lo conosciamo noi sta cambiando radicalmente, e qui viene raccontato di un’autentica apocalisse, rappresentata da una pioggia infuocata, probabilmente di meteoriti, che incendia l'orizzonte e si avvicina inesorabile al terreno per poi impattare al suolo, spazzando via ogni cosa. Un po' come accadde miliardi di anni fa, secondo la teoria dell'estinzione dei dinosauri, teoria per la quale un intero ciclo evolutivo venne spazzato via da un enorme meteorite, decretando la fine di un tipo di creature per fare spazio ad altre che avrebbero in seguito popolato la Terra. Si parla poi di dominio e di egoismo, contesti nei quali la sete di potere e di grandezza riducono l'uomo ad un vile assassino, che uccide per dominare il mondo e prenderne il controllo, lato caratteriale che ha sempre contraddistinto la nostra vera natura fin dai tempi antichi. Designing the Enemy, ottavo brano del lotto, è una song che inizialmente pare tranquilla e rilassata ma che rivela in seguito dei momenti potenti e carichi di groove. Infatti, si parte con suoni ancora una volta crescenti e digitali e una bellissima voce pulita, che sembra dare un senso di rilassatezza ma anche di solitudine crescente, accompagnata da una strumentazione non troppo elaborata dove è il basso ad essere messo in primo piano. Passato il primo minuto, però, le cose si fanno decisamente più pesanti; Burton riversa nel suo cantato tutta la rabbia espressiva di cui è capace, batteria e chitarra viaggiano decisamente su buoni livelli, ma è Byron che con il suo quattro corde risulta veramente pesante e possente, innalzando un muro sonoro di cemento armato. Passata la tempesta si ritorna sui toni cupi e leggiadri del primo minuto, con sempre Bell ad emergere con il suo approccio pulito e delicato. Dopo una brevissima pausa, il singer parla con voce cupa per poi incattivirsi improvvisamente, coadiuvato da una strumentazione pesantissima, accordata in modo tale da farci percepire le note a dir poco bassissime. Un ultimo istante di voci pulite e il chorus viene portato allo stremo con un'ulteriore toccante prova vocale del singer, che si conclude con suoni artificiali che di fatto chiudono il pezzo. “All you are i have made all, that i wanted i gave to you, i have no sympathy, i show no mercy, all that i hated i placed in you” (“Tu sei tutto ciò che io ho plasmato, ti ho trasmesso tutto ciò che volevo, io non ho compassione alcuna, io non mostro pietà alcuna, tutto ciò per cui provavo ribrezzo l’ho posto nella tua persona”). Il nostro nemico è la parte negativa di ognuno di noi, una metà priva di compassione, senza pietà. Tutti i pensieri corrotti e oscuri alimentano la vita del nostro antagonista, combattiamo le nostre paure, le nostre debolezze i nostri timori solo per scoprire che il vero nemico lo stiamo semplicemente creando noi, facendoci impadronire dalla parte oscura di noi stessi, a volte spinti dalla necessità di evadere da una vita insoddisfacente,  a volte spinti dallo spirito di sopravvivenza, “grazie” al quale tiriamo fuori la parte “malvagia”, pur non farci sottomettere. L'importante è avere equilibrio tra le due “personalità” e non lasciare che una prenda il sopravvento sull'altra. Metallic Divisionè una brevissima parentesi strumentale dove, tra suoni metallici e chitarre bassissime, è Gene Hoglan a dare spettacolo con una dimostrazione semplicemente fantastica di tecnica, maestria e padronanza dello strumento, capacità a dir poco fuori dal comune. Può sembrare un brano semplice e in effetti non è troppo complesso, ma la bravura del drummer è proprio questa, far sembrare semplici anche le cose più complicate. Il brano si conclude con un riff di chitarra che sfuma con un effetto claustrofobico e conclude un brano, il quale probabilmente funge da riempitivo nell'economia del disco, ma tuttavia nasconde un discreto fascino e si fa ascoltare molto piacevolmente. Più che un brano vero e proprio, una sorta di intro per l'ultima traccia di questo ottimo lavoro, una canzone di oltre otto minuti, Final Exit. Un bel arpeggio iniziale fa da colonna sonora ad una voce narrante quasi angosciante. Una rullata continua ma non veloce accoglie Burton che con voce suadente ed estremamente espressiva introduce la prima strofa, con il doppio pedale di Hoglan che va ad infarcire il sound, mentre Cazares continua imperterrito con il bellissimo arpeggio di inizio canzone. Al minuto 1:22 le cose si fanno leggermente più aggressive, ma è soltanto un breve momento, perché vengono riprese le atmosfere rilassate ma al tempo stesso oscure di inizio canzone. Hoglan picchia violentemente la sua batteria mentre la voce iniziale ci parla nuovamente, prima di sentire il singer affondare in un cantato aggressivo che si tramuta in un'altro bellissimo clean moment, con una chitarra che si rincorre mentre il rullante martella preciso come un orologio. L'ugola di Bell si incrocia tra clean e aggressività per concludere la parte cantata in tono malinconico e privo di speranza. I rimanenti 3 minuti e mezzo sono caratterizzati da vari suoni che vanno da rintocchi di tastiera a echi futuristici di grande impatto emotivo, e che riescono a creare un'atmosfera di liberazione dove ogni tanto una voce viene fatta rimbalzare da una cassa all'altra come se qualcuno si stesse avvicinando, ma nel momento in cui sembra essere lì, ecco che si allontana misteriosamente. Quello che rimane è solamente il nulla riproposto in effetti elettronici che rendono al massimo l'idea di solitudine. La voce che sentiamo ad inizio brano recita così: “It’s quite an experience to hold the hand of someone as they move from living to dead.”- “Final Exit…” (“? un’esperienza di grande impatto.. stringere la mano di qualcuno che sta per passare dalla vita alla morte”. “Partenza definitiva… Il pragmatismo dell’auto-redenzione” – “…Partenza definitiva…”). Versi che parlano della sensazione che si prova nello stringere la mano ad una persona mentre questa sta lasciando la vita terrena per raggiungere la pace eterna. La partenza finale è il viaggio che ognuno di noi è destinato a compiere alla fine della propria vita, ed è un viaggio senza ritorno, e del quale nessuno è in grado di raccontare. “Contemplate your last breath as you see the face of death, contemplate your last breath, breath, slowly breath” (“Contempla il tuo ultimo respiro quando scorgi il volto del mietitore, contempla il tuo ultimo respiro, respira, respira lentamente”). Quando è il momento di affrontare la morte, si dice che appaia il mietitore con tanto di falce, il quale ci prende per mano e ci accompagna verso una nuova esistenza, questa volta ultraterrena. Il nostro tempo ormai è finito e non c'è più bisogno della nostra presenza, quindi lasciamoci trasportare e avvolgere dolcemente al destino che ognuno di noi prima o poi è inesorabilmente costretto ad accettare. La paura di morire è la sensazione forse più brutta, alla quale tutti dovremo andare in contro, ma è una cosa che dobbiamo accettare e farlo in maniera realistica è la cosa migliore. Il momento si avvicina, ogni secondo che passa cerchiamo di goderci la vita fino all'ultimo respiro, perché il tempo non restituirà nulla a nessuno e l'uomo con la falce è pronto sin da sempre a ghermirci.



Diciamolo senza troppi giri di parole: questo è un gran disco, punto. Un grandissimo ritorno, quasi insperato direi, nel quale il connubio Bell/Cazares si è dimostrato assolutamente vincente. I Fear Factory sono tornati ad essere loro, e l'innesto di un monumento vivente come Gene Hoglan ha solo arricchito la proposta della band. Qui ritroviamo tutti i tratti distintivi persi nel precedente lavoro e si spera che, questa volta, il ritorno sia consolidato anche nel futuro che si presenta nuovamente roseo ed appagante, nonché carico di soddisfazioni. Certo non tutte le tracce sono perfette, ma la volontà di ridare una bella revisionata ad un motore che sembrava definitivamente arrugginito c'è, e se il buongiorno si vede dal mattino allora siamo finalmente di fronte ad una completa guarigione sia lirica che strumentale. La prima traccia è praticamente una nuova “Shock” (brano che apriva il grandioso “Obsolete”), mentre il trittico successivo è letteralmente un tris di assi. Qualche leggera caduta di tono ci può stare, con un paio di brani forse troppo lineari e non convincenti al cento per cento, ma possiamo comunque beneficiare di una chiusura, dettata dal brano finale, che tocca emotivamente ed è dotata di una espressività vocale non indifferente. La produzione finalmente rende giustizia al sound (non certo facile da amalgamare), risultando potente e ben calibrata, dove i suoni sono ben udibili ed in certi momenti riescono a catturare al primo ascolto. Un disco veramente ben riuscito che riunisce i fan della prima era del gruppo e avvicina a questa splendida realtà chi per la prima volta ascolta i Fear Factory. Cazares in sede live rifiuta di eseguire i brani contenuti nei due album in cui non ha partecipato, dando così un segnale chiaro e limpido di cosa è per lui questa band. Infine, possiamo dire che se “Mechanize” riesce a piacere anche a chi non aveva mai udito la band prima, questo disco può tranquillamente fare da ponte per quel che sarà poi un’opera di scoperta della vera anima del gruppo. Il consiglio è di recuperare, quindi, i primi tre lavori e magari di dare anche un ascolto al pur ottimo “Archetype”. Ottimo lavoro ragazzi, e mi raccomando, continuate a tenere alto il vostro nome, perché la storia parla per voi e potete solo continuare ad incantarci con le vostre splendide canzoni.


1) Mechanize
2) Industrial Discipline
3) Fear Campaign
4) Powershifter
5) Christploitation
6) Oxidizer
7) Controlled Demolition
8) Designing The Enemy
9) Metallic Division
10) Final Exit

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