FEAR FACTORY

Demanufacture

1995 - Roadrunner Records

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
12/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Spesso si dice che sia il terzo album a consacrare definitivamente una band o a decretarne il fallimento; in questo caso però, possiamo tranquillamente parlare di consacrazione andando ad analizzare il secondo lavoro targato Fear Factory; si, perchè qui non si tratta di parlare solamente del loro capolavoro discografico, ma di un monumento di tale importanza storica e di rara bellezza da far impallidire qualsiasi album della nostra attuale generazione. Registrato presso i “Bearsville Studios” di Bearsville (New York) e mixato presso gli “Enterprise Studios” di Burbank,  Demanufacture vede ufficialmente la luce nel Giugno del 1995. E’ un album che gode di una freschezza tecnico/compositiva fuori dal comune ed è caratterizzato, rispetto al debut, da inserimenti  elettronici più marcati, di una bellezza ineguagliabile, questa volta presenti in tutte le canzoni. Rispetto a “Soul Of a New Machine” quest’opera si discosta moltissimo dal death metal sperimentale inizialmente presentatoci, optando per una proposta molto personale che da il via al genere cosiddetto “cyber-metal”, ove è l’elemento “macchinoso” e “tecnologico” a spadroneggiare, grazie agli accorgimenti sonori pocanzi citati. Un disco che segna una svolta anche nel cantato di Burton C. Bell: viene sostanzialmente eliminato il growl, sostituito da una voce sempre aggressiva ma mai spinta verso territori estremi, con inserimenti di clean vocals non più accennati come in passato ma presenti in quasi tutte le tracce, di una bellezza e di una espressività estremamente efficaci. Non solo, viene messa in risalto tutta la sezione ritmica (complice anche una produzione davvero incisiva) e in particolare la batteria, dove Raymond Herrera sfoggia una tecnica ed un virtuosismo nell'uso del doppio pedale tali di diventare, col suo drumming, uno dei tratti distintivi della band. La chitarra e il basso sono sempre in primo piano ma non sono soffocati o a volte messi un po' ai margini come accadeva in passato, ed anche questa volta non troviamo, in studio, un bassista effettivo. Christian Olde Wolbers è difatti il nome nuovo della line-up, ma è sempre accreditato come live bassist, dato che le registrazioni degli strumenti a corde sono state nuovamente affidate, in entrambi i casi, a Dino Cazares (solo nel successivo “Obsolete”, Wolbers diverrà a tutti gli effetti il bassista della band). Già a partire dalla copertina, dove vediamo una parte di spina dorsale con metà gabbia toracica e metà codice a barre, possiamo percepire che le tematiche trattate saranno in qualche modo un proseguo di quelle già affrontate nel disco precedente, ovvero ci troviamo di fronte ad un contesto fantascientifico dove l'uomo e le macchine sono in lotta tra di loro per conquistare il dominio assoluto della realtà, oltre a voler annientarsi a vicenda definitivamente. Il disco, dicevamo, è un concept nel quale viene   raccontata, brano per brano, una parte dell'esistenza di un uomo intento a ribellarsi al dominio delle macchine. Addentriamoci quindi in questa opera meravigliosa e lasciamoci trasportare dalle note che sin dalla sua nascita fu già destinato a diventare un pilastro del genere, nonché un lavoro che influenzerà numerose band nel futuro avvenire.



Fin dalle prime note dell'opener Demanufacture (Title track), si intuisce che molto è cambiato nell'approccio musicale della band. La song inizia con un suono digitale, che ci dà l'idea di essere in un futuro non troppo lontano e che fa da sottofondo a dei rintocchi di pedale di Herrera, i quali risultano essere incredibilmente particolari, mostrando tutta la tecnica del drummer il quale risulta veramente un musicista fuori dal comune. Dopo una ventina di secondi sopraggiunge la chitarra che accompagna il suono cadenzato della batteria, spianando la strada al singer che parte cantando in maniera diciamo normale, per poi attaccare con voce aggressiva l'ascoltatore. La cosa che colpisce maggiormente è che la band ha smussato il suono grezzo e fin troppo pesante degli esordi, e questo si evince soprattutto quando, dopo la prima strofa, fanno capolino ancora una volta i sintetizzatori che sono costanti e veramente d'effetto, soprattutto al minuto 2:50 quando la traccia si prende una leggera pausa a favore di un suono più rilassato dove vengono appunto messi in risalto i bellissimi suoni artificiali. Dopo questa parentesi, un'altra strofa bella corposa e micidiale ci investe in pieno fino a che udiamo solo la voce filtratissima di Burton, raggiunta da lì a breve da una chitarra distorta e dal un basso ben bilanciato per ripartire in pompa magna fino alla conclusione del brano, che si conclude con altri suoni digitali. In “Demanufacture” il nostro protagonista esprime tutta la sua rabbia verso il governo e verso le persone che hanno fatto in modo di scatenare questa guerra contro le macchine, ed infatti dice: “Revenge is so strong i taste it on my tongue, my gun will be your angel of mercy” (“La vendetta è così forte che la pregusto sulla mia lingua e la mia pistola sarà il vostro angelo della misericordia”), ma è soprattutto quando recita “I've got no more goddamn regrets, i've got no more goddamn respects” (“Non ho nessun dannatissimo rispetto, nessun dannatissimo rimorso”) che ci fa intendere che non bisogna aver pietà di coloro che ci sfruttano e di chi è al potere, perché altrimenti si rischia ad essere costretti a prendere provvedimenti drastici, e dato che il più delle volte sono loro i primi a non aver rispetto per noi, di conseguenza l'unica soluzione ad una situazione critica è solo e soltanto la vendetta. Dura lex, sed lex, è bene essere pronti a tutto quando si è in guerra. Self Bias Resistor, seconda traccia del lotto, inizia con una batteria quasi schizofrenica ma al tempo stesso molto controllata, dando risalto ancora una volta alla precisione del doppio pedale sempre chirurgico e assolutamente mai banale. Anche in questo caso, dopo le prime battute da parte di Herrera, è un brevissimo intro di chitarra e pedale a far partire la traccia che inizia con tutta la strumentazione fino a quando Burton inizia a cantare con una voce piuttosto aggressiva fino ad arrivare ad una breve pausa della sezione ritmica, che lascia concludere  il singer in solitudine la prima strofa. Quando immediatamente dopo si riparte, ci troviamo davanti il ritornello cantato in clean, il quale risulta essere davvero molto bello ed accompagnato da una bella chitarra corposa e da un basso piuttosto incisivo senza risultare troppo pesante, nonché da una batteria lasciata sfogare con un tripudio di piatti e un'ottima cavalcata tra rullante e doppia cassa. Leggera pausa con solo Cazares a riempire il vuoto e si riparte con la seconda strofa leggermente più elaborata, che introduce ancora una volta il bellissimo chorus per poi rallentare vistosamente con tempi molto cadenzati ma con sempre il pedale a dare quel tocco incisivo che caratterizza la song. Tra cambi di velocità e alternanza di voce, a volte aggressiva e a volte limpida, si conclude uno dei brani migliori del disco (pur non presentando esso alcun inserimento elettronico), pezzo che risulta essere molto gradevole da ascoltare per via di una raffinatezza compositiva veramente di ottimo livello. Nel testo ascoltiamo qualcuno che cerca di farci aprire gli occhi e ci sprona a combattere per non soccombere definitivamente, ed infatti cerca di comunicarci: “Wake up!  Rise up!”(“Svegliatevi! Rialzatevi!”), “Now it's time to put an end to all the lies, now it's time to take control of your life” (“E' ora di mettere la parola fine a tutte le menzogne, ora è il momento di riprendere il controllo della tua vita”). Se non impariamo a reagire e ad essere uniti, almeno per una volta, allora la nostra esistenza non avrà più alcuna ragione d'essere, e andremmo incontro al nostro destino senza nemmeno aver provato a riconquistarci la nostra vita. Una fine ingloriosa per una stirpe come la nostra, abitante di questo pianeta da milioni di anni ed ora in procinto di essere spazzata via dalle sue stesse creature, divenute più furbe ed intelligenti. Zero Signalè forse a mio parere la canzone più bella di tutto questo magnifico lavoro. Brilla di luce propria e gli inserimenti sintetizzati presenti nel brano sono un qualcosa di magnifico ed evocativo. Si parte con dei synth molto fievoli e leggeri, che crescono di intensità e fanno da sottofondo ad una chitarra molto tranquilla fino a che non si sente partire il drummer, il quale si esibisce in un solo di doppio pedale veramente incredibile con una precisione esecutiva da pelle d'oca, il tutto arricchito da questi suoni campionati che vanno ad impreziosire questo primo minuto e mezzo in maniera esemplare. La prima strofa è ruvida quanto basta per mettere in risalto la flessibilità vocale di Burton, ma è quando fa capolino il ritornello che il cantante, sfoggiando il suo stile clean, riesce a dare il meglio di se grazie ad un’espressività vocale limpida che emoziona dal primo ascolto; veramente fantastica. Dei rintocchi di batteria con qualche leggera pausa e la traccia si sfoga qualche secondo, fino a quando ci troviamo di fronte alla parte migliore del pezzo: solito gioco di pedali, chitarra semplice, distorta ma non elaborata, e i suoni elettronici messi in primissimo piano con una struttura incredibile che donano a questa parte un'anima quasi palpabile, che fa veramente accapponare la pelle. Leggera pausa con solo un bel riff di chitarra e la song riparte con la strofa della prima parte del brano, per poi concludersi in maniera epocale con un chorus spettacolare e rallentato che va a chiudere un capolavoro di canzone, con in sottofondo ancora qualche suono artificiale ma leggero, e dei rintocchi di pianoforte che risultano dare una degna conclusione a questa splendida “Zero Signal. Il testo del brano risulta, come la canzone tutta, molto evocativo e dirompente allo stesso tempo: “My life is a dissarray and i fade away” (“La mia vita è un mondo in disordine ed io pian piano svanisco”), “I'm down on my knees praying beyond belief, the silence deafens my ears”  (“Io sono in ginocchio pregando, il silenzio distrugge le mie orecchie”), “I have lost all faith, i have lost all trust” (“Ho perso ogni fede, ho perso ogni speranza”). Frasi dure e taglienti, pungenti, che lasciano percepire tutto lo sconforto dell'uomo, il quale viene racchiuso in queste massime. L’essere umano è solo e disperato, e nonostante abbia perso la fede in ciò in cui credeva, prova a pregare in solitudine nella speranza che qualcosa possa cambiare, anche se dentro se stesso sa benissimo che è tutto inutile e purtroppo anche la speranza di sopravvivere è morta da quando è scoppiata questa assurda guerra. Il silenzio è difatti l’unica risposta che si può ottenere, un silenzio paradossalmente violento ed assordante. Una piccola curiosità circa questa track: una parte del brano è stata usata come colonna sonora per il film “Mortal Kombat” (1995), vetrina non molto importante per i Fear Factory dato che il film non si rivelò un grandissimo successo. Replica, quarto pezzo del disco, è un brano che è destinato a diventare un simbolo soprattutto in ambito live, ed è anche il primo singolo tratto dall'album. Una canzone che ha una struttura particolare che si fa riconoscere fin da subito: infatti, sono i battiti di rullante intramezzati da pause e riproposti successivamente con il doppio pedale a dare un'impronta marcata al pezzo. Inizialmente, la strofa è molto leggera e il cantato piuttosto nella norma senza essere troppo cattivo, e la seconda strofa segue precisamente la stessa strada della prima, rischiando di risultare un po' monotona, ma quando entrano in gioco le consuete clean per l'ottimo ritornello, la musica cambia letteralmente. Infatti, “Replica” risulta essere molto ben bilanciata con qualche sfuriata di doppia cassa che risulta non accelerare mai effettivamente le cose. Al minuto 1:46 è presente una leggera pausa con solo chitarra basso e un pedale a scandire il tempo, per poi ricominciare con il battito di rullante che ha caratterizzato la prima parte di canzone. Nel minuto e mezzo che ci separa dalla conclusione, troviamo le insistenti voci pulite di Burton che a volte si sovrappongono e si rincorrono creando un bellissimo effetto melodico che finisce con una bella dose di violenza e aggressività da parte di tutti. “Replica” fa chiaramente riferimento a degli esseri duplicati, ma questi esseri non sono completamente delle macchine, alcuni hanno un'anima umana e vengono sfruttati per combattere i ribelli. “Non c'è amore, sono solo un duplicato, innocentemente sono stato concepito con tanta brutalità e non c'era amore per me”- “Io non voglio vivere in quel modo”, è il pensiero di un cyborg che inconsciamente si rende conto di quello che è veramente, un essere umano modificato per esaudire il volere di altri. Egli capisce che tutto questo è sbagliato, essere creato non come una persona normale circondata d'affetto, ma come un “qualcosa”, un numero in una catena di montaggio, allo stesso modo di tanti altri, in serie e senza nemmeno uno scopo nella vita se non quello di eseguire ordini fino a che ce ne sarà bisogno. Giungiamo in seguito al brano numero cinque, “New Breed”, una song alquanto particolare: lo si capisce subito appena iniziano a farsi sentire i primissimi suoni campionati e la chitarra piuttosto pesante che ne accompagna l'incedere. L'alternanza iniziale di pedale e charleston con i synth sempre più incisivi avvicinano molto il brano ad una specie di musica elettronica assai estrema, che anticipa di netto quello che sarà l’industrial metal dalla seconda metà degli anni ’90 fino ai giorni nostri (nomi come Rammstein debbono sicuramente molto a tutto ciò, poco da dire). La voce è particolarmente filtrata e dopo appena due frasi ripetute si parte incisivamente con tutta la sezione ritmica accompagnata da altrettanti incisivi suoni elettronici con in sottofondo l'eco di Burton che si prolunga in loop per qualche secondo. Le strofe sono molto aggressive e a tratti si sfiora quasi il growl degli esordi in un paio di passaggi; le chitarre si fanno pesanti come non mai, ma i veri protagonisti di questa song sono gli effetti sonori che risultano quasi eccessivi ma che nel complesso donano una potenza che altrimenti sarebbe stata un po' fine a se stessa risultando invece quasi esasperata come a volerci farci intuire tramite il sound che c'è effettivamente una rivolta in atto (addirittura notiamo la presenza di un’insistente ed allarmistica sirena “del pericolo”). “We are the new breed, we are the future” (“Noi siamo la nuova stirpe, noi siamo il futuro”), questa è la coscienza delle macchine che esplicitamente ci mettono di fronte alla realtà: loro sono il futuro, l'uomo è sorpassato ed è giunto il momento di dare vita ad una nuova razza. “We have control of destiny we have control of what's to be” (“Noi abbiamo il controllo del nostro destino, noi abbiamo il controllo su quello che siamo”) è la certezza, è la sicurezza del fatto che i cyborg possono controllare qualsiasi cosa, come il proprio destino e quello della gente, e possono modificarlo a loro piacimento decidendo se e quando farci continuare a vivere o sterminarci come se nulla fosse. Macchine giudici e giuria delle nostre vite, quindi, il definitivo scacco matto alla razza umana. Dog Day Sunriseè il secondo singolo tratto dall'album ed è una cover della industrial/metal band inglese Heat of David. Diciamo che il brano è piuttosto fedele all'originale ma è chiaramente appesantito dai suoni decisamente più accattivanti e da un cantato molto bello e particolarmente incisivo. Il brano inizia con dei semplici battiti di batteria arricchiti da una chitarra impostata su toni medi, stendendo un tappeto piuttosto dolce e suadente. Quando Bell inizia a cantare, la sua voce è pulita ma con un tono piuttosto basso, il quale fornisce un tocco molto personale al contesto, che si differenzia molto dall'originale. Il ritmo è piuttosto cadenzato e mai veloce e gli inserti elettronici non sono troppo invasivi per non stravolgere il tutto, ma l’impianto generale è strutturato in modo da risultare comunque molto ben bilanciato con tutto il resto dell'album. Le strofe si susseguono abbastanza scorrevolmente e sempre nella stessa tonalità, solo nel finale è presente una bella galoppata di doppia cassa che conclude una bella cover ri-arrangiata benissimo e resa quasi come fosse un pezzo effettivamente di proprietà dei Fear Factory. “Dog day sunrise every day of my life i'm working on a scheme working overtime underground” (“L'alba di un giorno da cani, ogni giorno della mia vita sto lavorando ad un progetto, lavorando sotto un bunker”). Anche il testo sembra integrarsi bene con il resto del contesto, quasi come a dire che l'uomo è sfruttato ogni giorno per lavorare ad un progetto messo in piedi dai potenti e da cui nessuno può sottrarsi. Bisogna lavorare fin quando ce lo ordineranno, lavorando per di più nascosti per non far sapere le vere intenzioni di determinate “imprese”, le più bieche intenzioni che la mente umana è in grado di partorire. Chissà cosa giornalmente si combina, in quei bunker ed in quei laboratori.. tutt’oggi, a noi umani non ci è dato sapere. Body-Hammerè un'altro bellissimo pezzo in cui ritroviamo molte delle caratteristiche che rendono questo disco un grandissimo passo in avanti rispetto al debut (eccezion fatta per le campionature, che in questo caso trovano poco spazio ma che lo avrebbero reso probabilmente meno affascinante di quello che effettivamente è). Un suono campionato di chitarra in crescendo apre la song ed è sempre la sette corde che si fa sentire con un bel riff in solitudine prima di essere raggiunta dal basso e da dei rintocchi di cassa singola, condita da battiti elettronici molto efficaci. Burton canta in maniera incisiva per poi partire con un assaggio di chorus in pulito ma non cristallino come accadeva in precedenza. Nella seconda strofa trovano spazio dei bellissimi synth che ne accompagnano la voce, ma è ancora una volta Herrera a dare quel tocco incredibile alla sezione ritmica con i suoi virtuosismi di doppio pedale. Verso il minuto 3:40 la song si prende una leggera pausa ed è il basso questa volta ad essere messo in primo piano con un leggero solo molto distorto, quasi tremolante, che viene successivamente spezzato da una bella rullata che fa ripartire Burton con le clean e la chitarra che ronza efficacemente fino ad un altro leggero rallentamento che mette in mostra la tecnica della band. Verso la conclusione il ritmo si fa un po' più veloce e la doppia cassa viene lasciata libera di sfogarsi fino alla conclusione della traccia. “As of now i am a tool” (“Ora sono solo uno strumento”), è ciò che pensa il nostro protagonista che oramai è diventato metà uomo e metà macchina. “I clench my fist and visualize the blood that is spilled is our own, i open wide my bloodshot eyes count the dead a result of disfunction” (“Stringo il mio pungno e immagino il sangue che cosparge i nostri corpi, apro i miei occhi insanguinati e considero la morte”), “I'am tool”,  (“Io sono uno strumento”). Il protagonista è diventato uno strumento di morte e distruzione ma dentro di se capisce che può ancora ribellarsi e prendere il sopravvento sulla sua parte meccanica per avere ancora un briciolo di speranza e di sopravvivenza. La chiave del tutto è volerlo, imporsi, cercare di recuperare il contatto mai perso con la propria anima per prevalere sull’artificialità della propria superficie. Flashpointinizia con un suono minaccioso di synth accompagnato dai rintocchi di batteria che successivamente vengono raggiunti da un bel giro di basso messo bene in evidenza per poi “esplodere”, con tanto di elettro-sound  dal sapore estremamente furusistico. La voce di Burton è molto aggressiva e si riversa nelle strofe con una potenza impressionante, con tutta la sezione ritmica che sputa una rabbia quasi incontrollata soprattutto quando le vocals si trasformano in urla disumane, senza dimenticarsi un Herrera che questa volta non sembra quasi controllare le sue gambe tanta è la violenza che viene sprigionata dalle casse del suo drum-set. Un leggero momento di stallo della song avviene al minuto e quaranta, quando la voce pulita si fa accompagnare solamente da basso e batteria, per poi ricominciare dopo una tremenda rullata la sua folle corsa con tanto di inserimenti elettronici ancora una volta incisivi e quasi angoscianti. Nella sua seppur breve durata, “Flashpoint risulta essere la traccia più violenta dell'album, raggiungendo dei picchi di velocità e potenza che in altri frangenti non troviamo, ed al contempo è un pezzo che dimostra quanto siano abili i Nostri a costruire delle grandi canzoni sia spingendo il gas al massimo, sia controllando maggiormente i tempi e ragionando più sulla natura strumentale e sugli effetti di contorno. In questo frangente il nostro cyborg riflette su tutte le menzogne e le falsità che gli sono state raccontate. Si sente morire letteralmente dentro, attanagliato dai sensi di colpa per quello che sta succedendo e per quello che effettivamente è stato creato. “Lies sink in like gasoline saturates my body” (“Le falsità vengono assorbite come gasolio e saturano il mio corpo”) “Lies engulf me, lies they burn me” (“Le menzogne mi travolgono, le menzogne mi bruciano dentro”). Sensi di colpa più che comprensibili, la parte umana è sempre estremamente presente nel cyborg e cerca di esplodere da un momento all’altro, dato che la gabbia cibernetica comincia a starle troppo stretta. H-K Hunter Killerparte con delle conversazioni via radio, le quali sovrastano un sottofondo quasi apocalittico. Il tutto prepara l'inizio del brano: si comincia con un gioco di pedali serrati e precisi, con la chitarra che ne accompagna l'incedere per poi continuare con un mid-tempo caratterizzato dal solito magnifico Herrera. La prima strofa è cantata normalmente, quindi non si viene aggrediti o deliziati dalla voce pulita, anzi questo frangente è espresso in maniera molto convincente, nel quale troviamo il solito martellamento sonoro dettato dagli strumenti ma mai portato all'eccesso. Il ritornello è molto suggestivo con un leggero eco di stampo “robotico” nella voce di Burton, che si articola bene con il proseguo del brano. Quando sembra che si rallenti leggermente, ecco che assieme al cantato ricompaiono dei brevi momenti di blast-beat che vanno ad impreziosire  una parte di song molto articolata. Passato il momento furioso, dei colpi di charleston accompagnano ancora una volta una piccola conversazione via radio prima che la band si cimenti in un grandioso intermezzo fatto di cavalcate da parte di batteria e chitarra, con il basso messo decisamente in rilievo per esplodere successivamente con un trionfo di crash. Sul finale troviamo dei fantastici suoni futuristici che arricchiscono il brano in modo epocale, per poi riprendere con una serrata doppia cassa, con il frontman che canta ancora con un eco metallico e conclude il tutto con una voce filtratissima che sembra saltare come se stessimo ascoltando un cd danneggiato. “The concious man is dead and i buried him beneath this scarred tissue, armored skeleton the machine is now alive” (“L'uomo conscio è ormai morto e l'ho seppellito sotto uno scheletro corazzato, la macchina ora è viva”): si capisce che l'uomo ormai non esiste più ed è la parte meccanica ad avere avuto il sopravvento, la sente viva e non può fare nulla per poterla fermare. “I've become what they detest a delinquent survivalist  without fear and no regrets they fucking say... I am a criminal” (“Sono diventato ciò che detestavo, un delinquente che senza timore e senza paura essi dicono...che io sono un criminale”). Il protagonista è consapevole di quello che è diventato, un criminale, un assassino, una macchina da guerra e non può più combattere per riprendersi la propria vita, lo sa benissimo e ormai non riesce nemmeno più ad avere emozioni ma riesce solamente a capire quello che purtroppo è diventato. Piss Christ è un altro gioiello di questo album. Come di consueto sono i suoni artificiali che aprono le danze, con Herrera che ne scandisce l'incedere grazie al suo doppio pedale ancora una volta “inumano” e preciso, mentre la chitarra si esibisce in un bel riff che fa da contorno all'apocalisse sonora dei sintetizzatori. Si parte con Bell che canta in maniera incisiva e leggermente filtrata con sempre il drummer a dare un tocco personale al brano, e dopo una strofa piuttosto aggressiva, viene riproposta la parte finale della stessa con una voce quasi suadente e meravigliosa, per poi tornare alla struttura iniziale del brano con altri effetti futuristici di grande effetto. La furia degli strumenti è messa in risalto come non mai, complice anche una pulizia del suono davvero incredibile. Sostanzialmente si continua su questa strada senza stravolgimenti di sorta, ma è quando il singer decide di avanzare per un paio di minuti con le clean vocals filtrate  che il livello si alza ulteriormente, e risulta di una bellezza quasi imbarazzante, con il drum-set che piano piano aggiunge dei battiti di pedale in un crescendo di precisione e tecnica davvero invidiabile. La song va a concludersi con gli ultimi versi lasciati in solitudine e ulteriormente filtrati, quasi come fosse una macchina a parlare; davvero una canzone con la C maiuscola. “Were you betrayed or did you lie” (“Sei stato tradito o hai solo mentito”) “Look to the sky on judgement day a human god that was man-made” (“Guarda il cielo nel giorno del giudizio, un dio umano è stato plasmato da mai mortali”) è la considerazione che viene fatta a riguardo dell'accaduto e dobbiamo riflettere su noi stessi e su quello che comportano certe nostre azioni. Un dio ci ha creato e noi vogliamo prendere il suo posto manipolando noi stessi, facendo esperimenti non magari per migliorare la nostra esistenza, ma sostanzialmente per prendere il potere e sentirci onnipotenti, non curandoci di quanto male possiamo fare agli altri solo perché l'uomo di natura ha manie di grandezza. Un grande testo che spinge a farci riflettere prima che sia troppo tardi. "A Theraphy for Painconclude questo platter veramente fantastico e lo fa in maniera molto personale e pacata. Si tratta infatti di un brano molto lento di oltre nove minuti, quasi totalmente strumentale, pezzo che sarebbe stato impensabile trovare nel disco precedente e testimonianza di quanto, ulteriormente, i Fear Factory si siano evoluti. Solo delle piccole strofe trovano spazio ma sono di grande impatto emotivo, quasi intime. Inizialmente troviamo una voce sussurrante quasi impercettibile, nelle quali, brevemente, fa capolino la splendida voce di Burton, il quale ci ammalia con un clean bellissimo sorretto dalla strumentazione lenta e claustrofobica che accompagna quel senso di angoscia e rassegnazione che il brano vuole trasmetterci (riuscendoci alla grande). A tratti, le strofe diventano elegantemente sussurrate e viene trasmesso quel senso di sfiducia che permane per tutto il proseguo della traccia. La voce di Bell troneggia ancora un'ultima volta nello splendido ritornello per poi concludersi con delle eco che ricordano quasi la fine della nostra esistenza, il concetto che tutto l’album vuole in qualche modo trasmettere. I rimanenti 5 minuti sentiamo solamente dei suoni eleganti e tristi ma al tempo stesso quasi gelidi e rassegnati, con il volume che cresce e cala come se ci trovassimo in un abisso senza fine circondati da degli esseri robotici intenti a mettere a punto il loro esercito e  le loro armi migliori. “I welcome death with open arms, Her soft breath and simple charm” (“Benvenuta, Morte, ti attendo a braccia aperte.. il suo tenero respiro e ed il suo semplice fascino”), “When we finally reach the end she lets go off my hand walking into realms of light, tried so hard” (“Quando finalmente sarà tutto finito lei lascerà andare la mia mano, camminando i regni di luce, ce l'ho messa tutta”). Ormai rassegnato al suo triste destino, il nostro protagonista si rende conto che ha lottato fino alla fine per combattere il sistema ma è stato tutto vano. Accoglie la morte a braccia aperte e sa che lui ha fatto tutto il possibile per evitarla, quindi se ne va senza rancore perché sa che ha raggiunto il limite e purtroppo dovrà lasciare agli altri il compito di fermare l'avanzata inesorabile delle macchine.



Cosa possiamo dire di Demanufacture che non sia ancora stato detto? E' un disco che bisogna aver ascoltato almeno una volta nella vita, perché di capolavori del genere non se ne sentono tutti i giorni. Il cambiamento apportato della band è un qualcosa di veramente impensabile per un gruppo allora appena formato, e bisogna dar loro atto di aver saputo rischiare ed evolversi nella maniera giusta, trovando una dimensione consona alla loro proposta, arricchendola con elementi che nel primo album erano timidi e decisamente ancora fuori controllo. L'ingresso di Christian Wolbers è stato una manna dal cielo, dato che si è trattato dell’uomo giusto al posto giusto, avendo saputo, in sede live, rendere giustizia ai brani tutti e alle linee di basso qui ancora appannaggio totale di Cazares, senza contare il suo essere il membro con le influenze più marcate a livello sperimentale (avrà ampiamente modo di dimostrarlo in seguito, ancora di più); il duo Bell / Cazares ha saputo affinare un sound molto personale e di grande impatto, uno ha dimostrato che il growl dell'esordio gli stava parecchio stretto e quindi ha osato spingere la propria voce verso territori a lui quasi sconosciuti con risultati a dir poco eccezionali, l'altro ha gettato le basi per un suo modus operandi molto personale, privo di assoli e marchiando a fuoco il sound della band. Una menzione particolare va giustamente a Raymond Herrera il quale non solo si è dimostrato un batterista dotato di una tecnica eccezionale in grado di fare cose al limite dell'umano, ma che è riuscito a dare un'impronta riconoscibile alla band diventandone il fulcro e il marchio di fabbrica. Per finire non possiamo non citare i bellissimi campionamenti di Raynor Diego che ha aiutato il gruppo nelle registrazioni dell'album dando un tocco personale ad un lavoro incredibile difficilmente ripetibile. Togliamoci il cappello quindi dinanzi a questo capolavoro e ringraziamo l’abilità di questi grandi musicisti, che hanno saputo creare questi splendidi brani in grado di farci provare delle emozioni così  forti. Ma siamo sicuri, comunque, di non dover ringraziare le macchine per aver creato dei cyborg così efficienti?


1) Demanufacture
2) Self Bias Resistor
3) Zero Signal
4) Replica
5) New Breed
6) Dog Day Sunrise
(Head of David cover)
7) Body Hammer
8) Flashpoint
9) H-K Hunter Killer
10) Piss Christ
11) A Teraphy for Pain

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