EXODUS

Impact is Imminent

1990 - Capitol Records

A CURA DI
MAREK
18/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

La quiete... dopo la tempesta. E no, cari lettori, non mi sto riferendo al buon John Tempesta, nuovo arrivato in casa Exodus in quel 1990. Un significativo cambio dietro le pelli, una girandola che portò il grande Tom Hunting a lasciare il gruppo poco prima che il successore del Disastro Favoloso, "Impact Is Imminent", vedesse la luce. Malattia, sulla carta. In pratica, aggiungiamo anche un po' di sana voglia di svoltare, di battere tutt'altri sentieri; non fu un caso il fatto che Tom, realizzando un suo sogno adolescenziale, finisse a suonare nientemeno che negli Angel Witch, lo stesso anno, non appena ripresosi dai suoi problemi di salute. Torniamo quindi alla tempesta... non a John, nemmeno questa volta (e non ce ne voglia, il povero drummer! All'epoca, ancora un misconosciuto ragazzino di belle speranze). La tempesta che fu "Fabulous Disaster", il disco più acclamato, considerato ed amato della storia degli Exodus. Un disco che rimise il gruppo in carreggiata, una band capace di bissare l'incredibile successo degli esordi, piazzando nell'arco di neanche un lustro due dischi da dieci e lode. Nella fattispecie parliamo anche di "Bonded By Blood", del brutale e seminale inizio di questa saga: due dischi diversi per impostazione e modo di sentire, di percepire il Thrash Metal. Da una parte l'impeto, la ruvidezza, il ruggito primordiale; dall'altro, l'innesto di melodie più Heavy e trasmissibili, accompagnate dall'ugola di uno Zetro più in forma che mai. E soprattutto "Fabulous..." segnò il passo più importante mai compiuto dai cinque nativi di Frisco, il platter che li rilanciò ad altissimi livelli, forgiando il loro nome nell'Olimpo dei grandi. Scritto a lettere di fuoco negli annuari di MTV, della Billboard... e cosa più importante, impresso indelebilmente nei cuori di ogni amante del Metal; non solo Thrash, per quanto il Disastro riuscì difatti a mettere d'accordo due tipi di generazioni fra di loro differenti (seppur complementari). Da una parte i rozzi e scalcinati ragazzini in bullet belt e chiodo smanicato, dall'altra i Metalheads vecchio stile, i profeti del denim and leather. Insomma, continuare a battere il ferro finché fosse stato caldo, sarebbe stato d'obbligo. E nessuno si sarebbe mai aspettato un altro imponente capolavoro, dopo cotante pirotecniche vittorie. Il pubblico, però, nella sua febbrile brama d'avere sempre fra le mani una release fresca di stampa, di fatto costrinse gli Exodus a tornare in studio relativamente presto (appena un anno dopo). Affrettando, forse, i tempi. Perché se è lecito tutt'oggi prendersi quanto meno un paio d'anni sabbatici prima d'un rilascio successivo al disco più importante della propria carriera, d'altro canto non è consigliabile rendere i fan "ignari e contenti", lanciando loro in pasto un disco certamente onesto, ma forse forse trascurabile. Ed è proprio questo, in sostanza, l'aggettivo che maggiormente mi sentirei di affibbiare, qualora attorno al nostro tavolo venisse nominato "Impact Is Imminent". L'impatto è imminente, lo scontro sta per avvenire. Troviamo i Nostri ancora una volta sorridenti e scanzonati, non più riuniti dinnanzi ad una televisione bensì accalcati in una cabriolet, inseguiti da un'enorme palla da flipper, lucida e raffigurante il loro retro. Ignari, sorridono e proseguono la loro corsa... mentre uno specchio li insegue, mostrando loro un riflesso forse un po' sbiadito di ciò che nemmeno un anno fa, erano effettivamente stati. Uno stilema riproposto senza troppi accorgimenti o modifiche, tranne per quel che riguardò la formazione, priva di un membro fondatore, presto rimpiazzato da un suo collega assai più inesperto. Per il resto, "Impact..." non mostrò una verve troppo vibrante o comunque calda, volenterosa di esprimersi. Al contrario, sembrò ricalcare stilemi già vagliati, riproponendoli in misura minore. Non tanto da sconfinare nel brutto, ci mancherebbe. Ho definito pocanzi - e non me ne pento! - "Impact..." come un disco ONESTO. Proprio perché, in fin dei conti, la sua parte è decisamente ben recitata. Troppo bene, tirando le somme. Talmente bene da risultare "impostata", un'aria di svogliata impiegatizia aleggia qui e là, mostrandosi in maniera non prepotente ma quasi. Se non altro, senza troppa vergogna. Sia che il meglio fosse stato già proposto, sia che il 1990 segnò un cambio radicale nel modo di intendere e fruire il Metal estremo (in tal proposito, basti citare "Cowboys From Hell"), "Impact is Imminent" proprio non riuscì nell'intento di scrivere la storia, come i suoi predecessori (escludendo "Pleasures..." anche se di poco), auto-relegandosi a degno comprimario di un terzetto straordinario... schiacciato in maniera desolante dai tre fratelli maggiori, torreggianti quant'altri mai. Un disco che non segnò alcun successo significativo, piazzandosi solamente alla posizione numero centotrentasette delle classifiche americane, seppur spinto da un tour d'eccezione. Il quarto platter di casa Exodus, di fatti, venne promosso da tutta una serie di concerti più o meno grandi, tenuti in compagnia di diverse bands di gran grido. I già citati Pantera, i redivivi Judas Priest, persino i Red Hot Chili Peppers. Esperienze decisamente importanti, che tuttavia non risollevarono le sorti di un disco il cui destino sembrava già segnato, già nei suoi primi mesi d'esistenza. Scopriamo insieme i suoi pregi ed i suoi difetti... Let's Play!

Impact is Imminent

Un inizio che potrebbe vagamente riportarci agli anni '70, gli anni d'oro dei KISS e del loro ultra celebrato "Destroyer", l'album che più di tutti segnò la definitiva svolta di Gene e compagni. Perché citare i quattro di New York, direte voi? Per il semplice fatto che l'inizio di "Impact is Imminent (L'impatto è imminente)" potrebbe alla lontana ricordare quello dell'anthemica "Detroit Rock City": udiamo infatti una macchina intenta a macinare km di strada, con in sottofondo varie voci provenienti da una radio, da altoparlanti di vario tipo. A differenza di quanto accadeva nel contesto mascherato, tuttavia, gli Exodus vogliono in questo frangente presentarci voci dal piglio poliziesco, come se degli agenti stessero dialogando fra di loro, coordinando un'operazione. Chiacchiere frenetiche, impostate, destinate a guastarsi  progressivamente sino alla fine di un conto alla rovescia. Tre, due, uno... zero; l'impatto è avvenuto. Proprio come fu per il finale di "Detroit...", assistiamo ad uno schianto epocale, rumori di lamiere contorte ed esplosioni sferraglianti; il traffico in tilt, clacson febbricitanti... l'incidente dà il via alle ostilità, con le chitarre di Holt ed Hunolt a macinare un turbinante e pesantissimo riff. Tempesta fa scalpitare la sua batteria, McKillop rende il suono pieno e corposo; il tutto si indirizza verso un Thrash d'ordinaria follia, tirato e sparato senza compromessi. Si corre e si distrugge, con uno Zetro sempre sugli scudi, impegnato a mordere ogni parola sparata fuori dalla sua bocca, carico d'astio e d'odio, incalzato da un comune senso d'irresponsabilità. Una parola che da sola potrebbe farci comprendere il significato di quanto udito in sede d'intro, proprio perché gli Exodus decidono di puntare il dito contro chi, con fare noncurante, sceglie di mettersi alla guida nonostante l'eccesso d'alcool e sballi lo abbiano reso impossibilitato a compiere qualsiasi azione; anche le più stupide ed in apparenza semplici. L'essere consci del proprio status non funge da deterrente: decidiamo di guidare, di afferrare il volante nonostante la testa pesantissima, la nausea e la vista annebbiata. Il nostro mezzo sbanda copiosamente da una parte e dall'altra, superando ogni limite di velocità. Un po' come il gruppo, che a differenza dell'ubriacone protagonista si mantiene dritto in carreggiata, pur superando i cento all'ora. I nativi di Frisco operano infatti un pregevolissimo Pedal to the Metal, tirando rasoiate scientificamente calibrate, atte a farci muovere la testa a ritmo, con tanto di cori a ripetere con foga da ultrà il titolo del pezzo. Strofe e refrain, alternandosi in maniera letale, continuano a narrarci una storia di pazzia e sventatezza. Come può una persona non riconoscere i propri limiti? Come può una persona essere così irresponsabile? Tutto quel che accade semplicemente non ha senso: l'avvinazzato ha deciso di guidare, rischiando di far del male a se stesso e  - cosa ben peggiore - ad altri innocenti. Ubriaco e sballato perde il controllo del suo mezzo, fino al tragico impatto finale. L'incidente sta per avvenire, troppe persone stanotte moriranno... per una dannata bottiglia in più. Molto meglio udire quell'assolo; quella coppia di momenti ben orchestrati da Holt ed Hunolt, i quali si donano a frangenti solisti d'altissima scuola, facendo stridere i loro strumenti, facendo urlare ogni nota. Un momento di pura elettricità, destinato a lasciar lesto spazio ad un'altra accoppiata di strofa e refrain. Quest'ultimo tirato sino allo stremo: il titolo del brano viene ripetuto da uno Zetro crudele e disfattista, quasi a sottolineare la fine verso la quale il protagonista si è auto-indirizzato. "L'incidente... sta per avvenire!"

A.W.O.L

Inizio assai più cadenzato e quadrato per la successiva "A.W.O.L (Disertore)", la quale parte in maniera giustappunto più controllata per poi lasciarsi andare a tempi veloci e frenetici. Pezzo lineare e diretto, vede i Nostri ancora una volta impegnati in ciò che sanno fare meglio: correre. E corrono, gli Exodus, corrono all'impazzata decidendo di recuperare le cadenze iniziali solamente in fase di refrain, momento carico d'odio e d'astio, quant'altri mai. Se dapprima l'ira degli americani era rivolta contro gli ubriachi al volante, questa volta il loro bersaglio risulta assai meno generico, ed anzi dotato di un nome ed un cognome. Nella fattispecie, parliamo di Oliver North; ex pluridecorato militare, eroe del Vietnam, fedelissimo al presidente Ronald Regan. Un curriculum di certo degno del più fervente patriota americano, un novello Sgt. Slaughter... se non fosse per il fatto che North, da insospettabile marine fedele alla patria, si ritrovò a metà anni '80 al centro di uno dei peggiori scandali dell'era Regan. Parliamo del famoso "Iran-contras affair", colossale impiccio di proporzioni bibliche, il quale vide proprio il buon Oliver impegnato a trafficare armi e droghe con i nemici di sempre, gli iraniani. Gli Exodus lo dipingono giustamente come un traditore della patria, un criminale, un uomo che ha sputato sulla bandiera servita, gettando nel cassonetto la credibilità dell'esercito e della nazione tutta. Non si risparmiano, i Nostri, ed a ritmo Thrash sfogano tutta la loro rabbia, bollandolo come un disertore, un soldato privo di onore o dignità. Dinamica e gradevole l'alternanza fra le strofe al fulmicotone ed i refrain ben più ragionati, ritornelli che richiamano da vicino il letale andamento di "The Toxic Waltz", quasi a voler riportare in auge i fortunati stilemi passati. Si prosegue infatti in tal guisa, proponendo un sound coinvolgente ed accattivante, fino a sfociare successivamente in una nuova scarica d'adrenalina. Sono i due axemen a rompere ogni indugio, partendo in quarta e trascinandoci dietro di peso, a suon di note velocissime, acute e squillanti. Turbini di suoni ed emozioni vibranti, quasi la band stesse riversando anche in musica - non solo in parole - l'odio provato per North. A rendere gli Exodus ancora più iracondi è stato senza dubbio il dopo scandalo: Oliver se l'è infatti cavata con il proverbiale schiaffetto sulle mani, rilanciandosi come presentatore televisivo di successo ed autore di libri. Come ha potuto il sistema glorificare così un traditore? E' quello che Zetro e compagni si chiedono, insultandolo un'ultima volta nell'ultimo ritornello, bollandolo come un mentecatto privo di valore, come un miserabile voltagabbana. E' la solita alternanza di velocità e cadenze a chiudere un brano definitivamente accantonato dopo l'urlo in coro: "disertore!!". Questo, il grido contro un sistema marcio sino al midollo.

The Lunatic Parade

Proseguiamo di gran carriera con un altro bel pezzo, "The Lunatic Parade (La parata dei folli)", aperto da un riff potente, pura colata d'acciaio fuso spalmata lungo tempi ragionati e cadenzati. I dialoghi fra solista e ritmica si fanno decisamente interessanti sin da subito, mentre la sezione ritmica decide di divenire gran protagonista della festa, facendosi ben sentire. Zetro si adagia su questi stilemi narrandoci finalmente una storia scanzonata e divertente, quasi "The Lunatic..." debba assurgere in qualche modo a nuova "The Toxic Waltz"; traccia con la quale, per altro, condivide la stessa posizione, confrontando le due tracklist. Terza fu e terza è, "The Lunatic..." parla (come la sua illustre predecessora) del Metallaro e della sua vita di tutti i giorni. Se in principio fu il pogo, questa volta gli Exodus decidono di focalizzarsi sul vasto campionario di fauna presente ad un loro concerto. C'è veramente di tutto: da chi è giunto perché fedelissimo degli americani a chi è arrivato titubante, perché a digiuno di Thrash Metal. C'è spazio persino per i predicatori cattolici, per dei picchetti di ultra credenti arrivati sul posto per lanciare i loro anatemi contro gli Exodus ed il Metal in generale. Non è di loro, però, che i Nostri decidono di parlare; molto meglio concentrarsi sul bello, sul positivo. Tanta gente, vecchi e nuovi amici... intenti a "ballare il valzer" (chiaro riferimento a "The Toxic Waltz"!), lanciandosi in un pogo devastante, provando l'ebbrezza dell'amichevole, sana, buona violenza metallara. Il brano non si smuove dalle sue velleità mid-tempo nemmeno durante gli assoli, i quali risultano incredibilmente ben eseguiti e soprattutto carichi di adrenalina; un brano che sicuramente esalta, non quanto il suo ben più blasonato "collega" (più volte richiamato in causa), ma nemmeno ci lascia indifferenti. Si prosegue a passo di juggernaut implacabile prima e dopo, non ci sono accelerazioni degne di nota se non nel tellurico finale: la volontà di ricreare un secondo "Valzer Tossico"  è ormai chiara e lampante, tuttavia la band non è riuscita pienamente nel suo intento. Il brano vibra, ha groove, sicuramente fa la sua parte... ma non si rivela certo un anthem od un qualcosa per il quale strapparsi i capelli. Nonostante un testo simpatico e celebrativo, nel quale il concerto metal in senso lato viene visto come un'enorme festa dei folli, di Notredamiana memoria. Tutti si spintonano e corrono dovunque, una parata di pazzi, un freak show pieno di psicotici e clown dal cervello fuso. Questo, è il Metal: la sana voglia di spegnere ogni funzione intellettiva, facendo in modo che il corpo avanzi alimentato solamente dall'adrenalina, dall'eccitazione. Questa è la parata lunatica, questo è il party del secolo, e siamo tutti invitati. Basta solamente sciogliersi, lanciarsi contro la folla lasciandosi accogliere. C'è posto per tutti, possiamo ballare il valzer per quante volte vogliamo. Nessuno è escluso, per nessuna ragione al mondo!

Within the Walls of Chaos

Si torna alla protesta di stampo sociale con il quarto brano del lotto, "Within the Walls of Chaos (Fra le mura del caos)", un pezzo che sa di mastodontica ineluttabilità sin dall'imperiale ed oscuro riff iniziale. Tempesta alterna vorticose rullate a battere essenziali, accompagnando la band con passo militare. Sembra quasi di trovarci dinnanzi ad uno sterminato esercito intento a marciare compatto, un plotone disposto a calpestare ogni ostacolo gli si paia dinnanzi. Interessantissima una serie di stacchi (di gusto Annihilator) ed in generale il modus suonandi presentato in occasione della prima strofa, frangente in cui gli Exodus si scoprono tecnici e decidono appunto di mostrarci il loro status di bravi e capaci strumentisti. Zetro sembra quasi farsi da parte, lasciando che la band dia un saggio delle sue capacità. Non abbiamo infatti un qualcosa di lineare e diretto: stop and go, stacchi, ripartenze... tutto studiato alla perfezione per coinvolgere e magari dimostrare d'esser non solo un gruppo di fracassoni, ma anche un quintetto di musicisti più che preparati. Sapore di tecnica e di nenie oscure, soprattutto nella fase pre-assoli, quando una sinistra melodia si inserisce nel cantato serrato di Zetro ed innesca appunto le asce, facendole esibire in tutta la loro potenza espressiva nonché capacità esecutiva. Un sottofondo forse adatto al caos che si respira nel racconto lirico, un testo improntato - come detto in apertura - sulla protesta e sul disappunto. Ubriachi al volante, cospiratori... questa volta gli Exodus se la prendono con il mondo dello spaccio, con il racket degli stupefacenti. Un giro d'affari da milioni di dollari, tutti "guadagnati" (si fa per dire) sulla pelle di persone innocenti, indotte allo sballo ed all'autodistruzione. Senza contare le vittime "di riflesso": famiglie distrutte a causa di un caro caduto nel tunnel della droga, liti, rapine, crimini d'ogni genere... gli americani puntano il dito contro ciò che loro definiscono un vero e proprio schifo, un degrado senza fine destinato a trascinarsi dietro la società tutta. Strade che sembrano farmacie, per quanti narcotici vengono in esse smerciati; parchi giochi ridotti a luoghi d'appuntamenti criminali, non più sicuri per i bambini. Cos'è diventato, questo mondo? I Nostri cercano di spiegarcelo in musica; è un assolo vibrante ed incredibilmente ben strutturato, il migliore del disco, a renderci partecipi di cotanta sofferenza. Note tese e pulsanti ma anche nere, drammatiche; madide di pianto e sudore da rabbia, suoni cupi e sferraglianti in grado di narrarci - per un ottimo lasso di tempo! - sensazioni e tragiche vicissitudini come se fossimo noi, a provarle in prima persona. Subito dopo l'assolo, gli Exodus decidono di recuperare un mid-tempo letale, affilato come un rasoio. Abbiamo spazio per una risata "satanica" di uno Zetro sempre più calato nei panni del Nostradamus, del predicatore maledetto. Viviamo intrappolati fra le mura del caos, come lui stesso urla. Un mondo allo sfascio, alla definitiva rovina. Drogarsi è semplice, disintossicarsi è quasi impossibile. E' questo il tunnel nel quale vogliono farci piombare, è questo il circolo vizioso da innescare affinché la criminalità organizzata abbia sempre il portafogli pieno. Il disordine, il nonsense totale: cos'accade a questo mondo? Perché dobbiamo distruggerci in questo modo? Possiamo risollevarci solo udendo l'assolo finale, sempre di scuola Annihilator. I richiami a Jeff Waters, disseminati lungo tutto il brano, basterebbero da soli ad incoronare "Within..." come "Excellent moment" di tutto "Impact...". Un brano che si conclude così come incominciato, riprendendo la sua carica imperiale ed ineluttabile, innalzandosi come un solenne simulacro, come una cupa e torreggiante effige. Un'amara, un'aspra verità contro la quale dobbiamo necessariamente sbattere il muso. 

Objection Overruled

Arriviamo alla metà del percorso appropinquandoci ad ascoltare la quinta track in scaletta, "Objection Overruled (Obiezione Respinta)". Dalle strade invase dagli spacciatori ci ritroviamo in una strana aula di tribunale, dominata da giudici attempati ed azzeccagarbugli senza scrupoli. Il protagonista sembra essere proprio Zetro, il quale si meraviglia di cotanta stranezza, trascinato in quel luogo e trattato alla stregua di un criminale, nonostante - in fondo... - sia solo un innocente (si fa per dire...) ladro di bestiame, o poco più. Il brano di per sé non aggiunge note di colore o comunque dinamismo al lotto: un pezzo prevedibile ed assai lineare, privo di guizzi od episodi degni di nota. Chiariamoci, non siamo certo dinnanzi ad un flop o magari ad una canzone brutta. Tutt'altro, l'Obiezione si fregia anche di un'andatura à la Suicidal Tendencies niente male, mostrando forse il lato più crossover degli Exodus; richiami a "You can't bring me Down" lasciati a galleggiare liberamente in superficie, un assolo lungo e decisamente coinvolgente... in qualche modo, voglia e volontà di mostrare sempre più la preparazione musicale del combo statunitense, il quale non si tira certo indietro ed anzi, sfoggia il fisico malmenando i propri strumenti. Elementi i quali, tuttavia, non bastano a stampare "Objection..." nella nostra mente, o comunque a suscitare la voglia di riascoltarla. Un brano colpevole di scivolare via in maniera fin troppo anonima; un filler di lusso, ma pur sempre un filler. Questa, la mia sentenza. Una sentenza battuta a mo' di vecchio giudice, fasciato nella sua toga e con in testa una parrucca ottocentesca. E' proprio questo il mondo contro il quale i Nostri sembrano battersi, estendendo il discorso sino ai danni che la televisione poteva (e può, non dimentichiamolo) procurare ad ignari spettatori. La pietra dello scandalo, alla fine, sembra essere proprio quella: la giustizia televisiva, fai da te, sommaria, quella mostrata dal tubo catodico in programmi spazzatura o telefilm di vario genere. Non avendo la minima idea di come una realtà del genere funzioni davvero, le persone si lasciano dunque abbindolare da risse, urla, storie inverosimili, da tutto quel trash senza l'h al quale lo schermo ci abitua da sempre. Giudici anziani, troppo anziani per poter compiere ancora per bene il proprio lavoro, condannano e ed emettono sentenze come se stessero regalando caramelle, non avendo la minima idea di cosa stia realmente succedendo. Particolare il refrain, se troppo prevedibile musicalmente parlando, quanto meno reca con sé un'amara verità: si parla infatti di televisione e mondo dello spettacolo... di reati contestati a personaggi televisivi, et simila. Gli Exodus ci invitano a non credere a ciò che vediamo, proprio perché non esiste giustizia per chi non può permettersi di pagarla. Ed un personaggio di Hollywood può essere condannato solo ed esclusivamente in un film, non certo nella vita reale. "E' tutta colpa tua, Perry Mason!!". Con questa frase, il gruppo se la prende con l'avvocato per antonomasia, chiudendo dunque un brano troppo semplice ed assai annoiato, forse un po' stanco, come se "Impact..." avesse già detto tutto ciò che aveva realmente da dire.

Only Death Decides

Proseguiamo con "Only Death Decides (Solo la morte decide)". Un bel riffone imperiale fa presto la sua comparsa, recando con sé una buona dose di oscurità, il tutto supportato dallo splendido lavoro di Tempesta e McKillop, preziosissimi in fase di riempimento del sound. Dicevamo, "oscuro": il brano sembra adattarsi al titolo che lo qualifica, suonando tirato e dinamico ma non certo scoppiettante od esuberante. Un 4/4 standard tenuto da John e due chitarre affilate, intente a ghermirci nell'ombra; il basso di Mc e la voce di Zetro, a tratti "vampiresca". Finalmente un brano interessante, dopo quanto abbiamo ascoltato in precedenza. Hunolt ed Holt decidono di mostrarsi immediatamente in fase solista, già dopo la prima accoppiata di strofa e refrain; melodie oscure ed infernali, sembrerebbe quasi di trovarsi al fiero cospetto della meretrice incappucciata. Vediamo la sua falce brillare nell'oscurità, il suo volto scheletrico far capolino dal suo vestito. Il suo sorriso rivolto a noi, inermi ed impotenti dinnanzi alla sua triste apparenza. Ci inginocchiamo, già consapevoli di non poter fare assolutamente nulla. Ella sa, è a conoscenza dei nostri trascorsi. Sa quali sono stati i peccati commessi, quanto gravi, quanto pesanti. Abbiamo modo di pentirci ma non certo di passarla liscia: più abbiamo sbagliato in vita, più pagheremo ora, prima di venir accarezzati dal truce tocco d'aldilà. Non un problema, per chi ha la coscienza pulita. Viceversa: un'angoscia, un'ansia senza fine per coloro i quali abbiano commesso reati di un certo spessore. Assassini, stupratori, spacciatori, disonesti d'ogni genere, d'ogni classe sociale: non sfuggiranno mai all'unica, vera giustizia. La morte, la morte che sopraggiunge sempre, l'unica cosa paradossalmente certa della vita. Solo Lei, decide. Solo lei ha il potere di livellare ogni tipo di dosso venutosi a creare mediante ingiustizie e prevaricazioni. La sua falce si abbatte mesta e decisa sulle nostre teste, sentenziando la condanna definitiva. Un po' come fanno gli Exodus, lasciando da parte Zetro a metà canzone e lanciandosi in una sezione strumentale di sicuro impatto. Preludio per un assolo particolarissimo, richiamante velleità estremamente Heavy. Ottimo lavoro dei due chitarristi, i quali tornano e gettare acido muriatico sulle loro note di lì a poco, quando Steve compare per una nuova strofa. In agguato come un demone, il frontman continua a narrarci con fare impetuoso una storia dal finale già scritto. Non si scappa dalla morte, è lei che decide cosa, dove e quando. Non abbiamo potere, se non quello di rendere degne le nostre esistenze. Comportiamoci a modo, cerchiamo di assaporare ogni meraviglia del creato, di voler bene al prossimo... poiché se la nostra scelta ricadrà su comportamenti atti ad offendere e far del male, allora l'incontro con la falce non potrà che essere quanto di più drammatico ed orribile abbiamo mai vissuto. Presentarsi al suo cospetto con la coscienza pulita, quasi "sfidandola", potrà assicurarci un vero eterno riposo, fatto di pace, per sempre cullati dall'amore dei nostri cari. In un modo o nell'altro, sarà sempre lei a decidere. Ultimo refrain e brano che si chiude, trascinando seco tutta la malvagità e l'oscurità che ha dispensato lungo i suoi sei minuti di durata. Un brano particolarissimo, non veloce ma nemmeno lento; un pezzo che scorre via ineluttabile, che ci costringe ad ascoltarlo senza perdere nemmeno un secondo. E' proprio Zetro a darci conferma di ciò, emettendo uno strano verso che di fatto chiude il brano sfumando, lasciandoci persi nella nebbia. Una strana, ossuta mano che ci invita a seguirla. Seguirla fino in fondo, varcando la soglia. Un appuntamento col destino al quale non dovremmo rinunciare. Perché esitate? Avete forse la coscienza sporca...?

Heads They Win (Tails You Lose)

Pezzo numero sette, "Heads They Win (Tails You Lose) - Testa vincono loro (croce, perdi tu)" continua reiterando gli stilemi già proposti nel pezzo precedente. Forse, la Morte ha ancora qualcosa da dirci. Il fare oscuro, imperiale e torreggiante di un brano massiccio il quale decide di emettere le sue sentenze adottando un'andatura imperiale, misteriosa. Il tutto disperso dopo una manciata di secondi, in quanto gli Exodus suonano decisamente la carica, riprendendo a correre e scivolando nel territorio del Thrash più standard e lineare. Giusto il refrain suona più cadenzato, dotato di tempi meno spezza ossa ma anzi più ritmati, dinamici ed coinvolgenti. Un ritornello efficace, strutturato su di un'espressione di sicuro impatto. Avrete intuito tutti il fatto che l'espressione  di cui parlo faccia riferimento all'esatto titolo del brano; un titolo richiamante l'antico gioco del "testa o croce", assurto in questo caso come simbolo antonomasico del gioco d'azzardo. Il protagonista delle liriche sembra davvero un giocatore ossessionato, spinto da un'autentica febbre. Un vizio ormai fuori controllo, il quale lo porta a scommettere tutto ciò che ha con la speranza di vincere sempre di più... ovviamente, riuscendoci ben poche volte; se non mai. La maggior parte delle partite (siano esse a blackjack, alla roulette, a poker) termina in miseria, ed il Nostro si ritrova privo di denaro, sommerso dai debiti. Le rate della macchina, l'affitto... eppure, certi problemi non sembrano preoccuparlo più del dovuto. E' convinto di potercela fare, di poter pagare ogni bolletta semplicemente imbroccando una serie di partite fortunate al casinò. Speranza varia, in quanto si ritroverà più povero di prima. Il brano continua a fare la sua più che degna figura, mostrandoci uno Zetro decisamente espressivo e fervente, vero valore aggiunto di una track che invero, per quanto standard, riesce a "salvarsi" per quell'aura di oscurità ed ineluttabilità ancora presente, mai sopita del tutto. Pezzo spaccato in due dal ritorno degli stilemi iniziali verso la sua metà, ai quali segue una nuova strofa, tosta raggiunta da un ritornello incredibilmente ben eseguito ed interpretato. Si rallenta ancora, una decelerazione capace di metterci dinnanzi alla figura di un uomo in totale rovina, in totale disgrazia. Gli usurai gli danno la caccia, gli allibratori sono pronti ad ucciderlo: debiti con le persone sbagliate... eppure, ancora tanta voglia di giocare. Ancora voglia di puntare, di scommettere come se non ci fosse un domani. Un'autentica malattia dalla quale non esiste cura, un morbo che si estinguerà solamente dopo la morte di chi ne è affetto. In ginocchio, il protagonista cerca di redimersi. Eppure, vuole ancora lanciare quella moneta, vuole ancora cercare di salvare il salvabile, giocandosi la sua esistenza a "testa o croce". Testa, loro vincono. Croce, lui perde. Questo l'esito già segnato d'ogni partita, questa la sostanziale cecità di un giocatore compulsivo. Arriva un lungo momento dedicato ad assoli lenti e di chiara scuola Heavy, posti come stessero dipingendo il tunnel lungo il quale l'uomo ha deciso di lanciarsi a folle velocità; subito dopo si riprende e si accelera, si picchia in maniera manesca e focosa. Legnate vecchia scuola ed una nuova coppia di assoli, stavolta decisamente più Thrash e veloci. Velocissimi, piogge di note taglienti e sferraglianti, headbanging assicurato! Scuotendo follemente le nostre teste, possiamo tuffarci nella rabbia più totale, nelle urla liberatorie del protagonista: la sua ira, la sua furia cieca e nera si infrangono contro il cielo, come la musica degli Exodus, capace di tagliare in due l'aria. Pogo e mosh come conseguenza, si chiude così un brano incredibile... forse, il miglior momento di questo "Impact..."

Changing of the Guard

Ci avviamo verso la conclusione con la penultima track, "Changing of the Guard (Cambio della guardia)", brano subito veloce e sparato ai mille all'ora senza esitazione. La turbinante chitarra di Holt è ben sostenuta da un Hunolt ruvidissimo, almeno fin quando i chitarristi non decidono di donarsi ad una stranissima melodia simil videogame Capcom, per poi riprendere a picchiare subito dopo. Parentesi singolare presto dimenticata sotto tonnellate di riff estremi, pesanti come macigni, granitici, ruvidi come muri di cemento armato. Zetro inizia a mordere, strappando lembi di lyrics dalla strumentale, per poi sputarceli addosso senza pietà. Foga, astio, rabbia finalmente sfogata, l'urlo di rappresaglia lanciato contro uno dei peggiori dittatori mai esistiti. Strano come una band americana abbia deciso, in questo senso, di prendersela proprio con Nicolae Ceau?escu; che gli abitanti della terra a stelle e strisce (quelli degli anni '90 o dei giorni nostri, poco conta) abbiano alle spalle una nutrita tradizione anticomunista è cosa ben nota a tutto il mondo, non è certo una novità. Eppure, l'odio degli Exodus è in questo senso in larga parte imparziale, proprio perché chiunque riconoscerebbe tutt'oggi, in quella figura, una delle peggiori piaghe che abbiano mai afflitto l'umanità. Criminale, genocida e dedito al nepotismo più sfrenato e sfacciato, non esitò a trascinare il popolo rumeno in un abisso senza fine. Disastri dal punto di vista economico, scelte sconsiderate, folli, manie di grandezza che lo portarono a distruggere un'intera nazione, nonostante egli si considerasse un patriota. Il flagello del popolo giusto e lavoratore, sporco e meschino maiale in giacca e cravatta, il quale non esitò addirittura a coprire i numerosissimi stupri perpetrati da suo fratello ai danni di ragazze anche minorenni. Le genti rumene, come ben sappiamo, raggiunsero il culmine e si liberarono del dittatore fucilandolo assieme a sua moglie, mettendo per sempre fine alla sua tirannia. Uno sfogo lirico e musicale magnificamente giostrato su ritmiche veloci e taglienti, in cui Zetro sfodera una timbrica decisamente più acida ed astiosa del normale. Un vero e proprio piacere udire gli Exodus così arrabbiati e scalpitanti, un vero e proprio piacere vederli schierati contro un personaggio mai troppo preso di mira, quasi dimenticato ed in un certo senso addirittura "rivalutato" da molti. I Nostri tornano quindi a ricordarci degli orrori compiuti dal maledetto serpente, rilassandosi solamente in fase di assoli, per un piccolo spezzone. Si ritorna alle melodie già udite all'inizio ma subito si ritorna a picchiare, sfoderando un momento solista a metà fra lo Speed più acido e l'Heavy Metal più veloce. Si picchia, ci si sfoga, quasi potessimo impugnare noi stessi un bastone, suonandole al bastardo. E dunque i Nostri lo percuotono, lo pestano sino allo sfinimento, facendolo soccombere sotto i loro pugni. Un vero e proprio piacere, immaginare un dittatore finalmente spodestato. Il refrain, l'ottimo refrain, parla chiaro: il popolo vuole ciò che gli spetta, vuole un governo giusto e legittimo. Il cambio della guardia è avvenuto, il riot è finalmente scoppiato. Sono altri, velocissimi assoli a dipingere dinnanzi ai nostri occhi l'immagine di una folla intenta a caricare, ad invadere i palazzi del potere. Assoli incredibilmente tirati ma anche melodici, sfocianti addirittura in un piccolo momento di gusto neoclassical. Si continua per il resto a reiterare il riff portante, sino all'ultima improvvisata di Holt. Ceau?escu è finalmente morto, possiamo festeggiare sul suo corpo e riprenderci la nostra libertà.

Thrash Under Pressure

Dopo tre brani dalla durata assai considerevole, gli Exodus decidono di congedarsi presentandoci un pezzo di nemmeno tre minuti, dal titolo quanto meno eloquente: "Thrash Under Pressure (Thrash sotto pressione)" si scatena immediatamente, amplificando se possibile la foga udita nemmeno una canzone fa. Si parte in quinta mordendo l'asfalto, rischiando di far esplodere le ruote. Bordate di scintille, strada consumata, motori che prendono fuoco avvolgendo il nostro mezzo, rendendolo simile ad un asteroide. La palla infuocata viene dunque lanciata contro la terra, i Nostri sono decisamente intenzionati a disintegrare il pianeta a suon di Thrash. Urlando nel refrain il titolo del brano, sfruttando il sempre amato stilema del coro da stadio, gli Exodus non fanno altro che difendere il loro status di thrasher duri e puri. Niente potrà mai cambiare le carte in tavola, niente potrà mai renderli diversi da ciò che sono. Questo è ciò che udiamo, questo è ciò che udiremo sempre. Mai, mai ci saranno battute d'arresto, mai i cinque di Frisco si piegheranno alle classifiche, al mercato. Non hanno interesse nell'udire l'opinione di nessuno, quel che davvero conta è la stima ed il pensiero ch'essi hanno di loro stessi. Picchiano duro, sempre con i pugni serrati e la bava alla bocca. Se la cosa ci spaventa, possiamo sempre allontanarci o farci travolgere. Loro non si fermeranno, loro andranno avanti. Sono gli Exodus e mai nessuno potrà fermarli! Le asce di Holt ed Hunolt sembrano sul punto di esplodere da un momento all'altro, Tempesta mette a dura prova la resistenza del suo drum set, McKillop distrugge le sue corde... non abbiamo rallentamenti nemmeno in fase di assolo, anzi. Ancora più rabbia, ancora più eruzioni. Sembra quasi di assistere ad un terremoto di magnitudo incalcolabile: i palazzi vengono giù sbriciolandosi come biscotti, la terra si apre in due, tutti scivoliamo verso una voragine profondissima. E loro, i Nostri, sono lì sulla cima del vulcano, inondati dalla lava, dalla quale traggono energia. Continuano a distruggere, a dispensare scosse telluriche, non fermandosi mai. Questo è il Thrash Metal, questa è la summa del pensiero Friscano. Supremi ierofanti e custodi della fiamma, Zetro e compagni si allontanano dopo il devasto, lasciando dietro di sé una scia di macerie ed incendi. Un'uscita di scena in grande stile, che risolleva parzialmente un disco certo ricco di perle, ma anche di qualche filler di troppo.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questo viaggio, non posso che confermare quanto "Impact is Imminent" sia sostanzialmente sospeso nel limbo accennato in sede d'introduzione. Lo ripeto, per dovere di cronaca: non ci troviamo assolutamente dinnanzi ad un brutto disco, tutt'altro. Brani validi ce ne sono, sicuramente in grado di dire la loro e di risollevare le sorti di un platter che, forse, risente troppo della grandezza del precedente. Lo ripeto e lo confermo: se "Fabulous Disaster" non si fosse rivelato il capolavoro che effettivamente è stato, "Impact..." avrebbe potuto godere di un maggiore rispetto, di una considerazione tutt'altro che appena accennata. Fantascientificamente parlando, ovviamente. Il "ma" grande quanto l'Empire State Building è però tristemente in agguato... ed in cosa consiste, direte voi? Consiste in un ragionamento sempre "sci-fi" che intendo fare. Mettiamo caso, per pura assurdità, che "Impact..." avesse potuto presentarsi sul mercato ben prima del suo predecessore; risultato? Gli Exodus non avrebbero scritto la storia, avrebbero semmai dovuto limitarsi all'angolino del culto underground. Rimanendo sempre rispettati e certamente osannati... ma mai incensati e sistemati comodamente su di un podio che gli spetta di diritto. Proprio perché L'Impatto è stanco, forse troppo scontato e prevedibile. Bei suoni, bei pezzi... ma nulla più di questo. Un esercizio ben eseguito, abbastanza da strappare un applauso. Ma solo quello, nulla in più. Un ricalcare in maniera sbiadita e forse troppo scontata quanto già fatto in precedenza, adagiandosi decisamente sugli allori. Brani come "Verbal Razors" o l'anthem "The Toxic Waltz", dopo tutto, avrebbero continuato ad infuocare le scalette di ogni setlist, ed il pubblico sarebbe tornato a casa grasso e soddisfatto. Che differenza avrebbero potuto fare una "Thrash Under Pressure" od una "Only Death Decides", giusto per citare due dei migliori pezzi della tracklist? Minima se non nulla, la gente aveva di che sfamarsi, a suon di inni tirati fuori da ben tre dischi storici; portate ricche, saporite e soprattutto abbondanti, esagerate. Mi duole ammettere che "Impact...", in questo senso, fa un po' la figura dello shottino offerto dalla casa. Una cena andata benissimo, ed in virtù di questo: chi se la prenderebbe mai con un bicchierino di liquore in più? Nessuno, ovviamente. Nemmeno io. Eppure, risulta quanto meno desolante considerare il fatto che un disco degli Exodus possa essere più o meno "rifiutato", quando bisognerebbe accettarlo a priori. Una prova purtroppo andata non alla grandissima. Non male ma nemmeno bene. Un qualcosa di... sospeso, appunto. C'è? Non c'è? La differenza non sussiste e forse questo è il più grande difetto di un disco che avrebbe anche potuto dire qualcosa in più, se fosse stato ragionato e studiato meglio, magari reso più personale anche in virtù del nuovo arrivato. Un drumming nuovo che avrebbe potuto esprimersi su lidi interessanti, e che invece è stato limitato ad "imitare" Hunting; come se Zetro fosse stato, ai tempi, costretto a ricalcare pedissequamente quanto fatto da Paul prima di lui. Insomma, si poteva e si doveva fare di meglio. Alla fine dei giochi, "Impact..." torna di sicuro a casa con un bel voto. Un voto che avrei però voluto alzare, che avrei voluto assegnare dopo aver ascoltato un disco meno stanco e con molta più voglia di dire e fare. Una voglia mancata forse per stress, per ansia di un flop, per l'incapacità di ripetersi dopo anni a livelli altissimi. Fisiologicamente giusto, ci mancherebbe: eppure, si può sempre osare, la storia ce lo ricorda. Magistra vitae, una Storia - quella del Metal - piena zeppa di capovolgimenti improvvisi e cambi di prospettiva da lasciare interdetti e spiazzati. Il tempo è sempre l'ultimo giudice, tutti ne siamo consapevoli: eppure, nemmeno Lui è riuscito a salvare totalmente L'Impatto, relegandolo per sempre nell'anti-inferno dei senza dio, ma dotati comunque di un cuore puro. Thrash senza troppi compromessi, brani diretti e "standard". Insomma, se volete divertirvi senza pensare troppo, accomodatevi pure. Aveste voluto - come me - un qualcosa in più, potete tranquillamente ascoltarlo una volta, tornandoci su solamente seguendo un'ispirazione momentanea. Perché (parlando a titolo strettamente personale) se le mie mani decidessero, domani, di voler afferrare un prodotto targato Exodus... beh, mi duole ammetterlo: salterebbero "Impact..." senza colpo ferire, adagiandosi invece su di "Bonded...", "Pleasures..." e naturalmente "Fabulous Disaster".

1) Impact is Imminent
2) A.W.O.L
3) The Lunatic Parade
4) Within the Walls of Chaos
5) Objection Overruled
6) Only Death Decides
7) Heads They Win (Tails You Lose)
8) Changing of the Guard
9) Thrash Under Pressure
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