EXODUS

Fabulous Disaster

1989 - Music For Nations

A CURA DI
MAREK
30/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Giunti agli sgoccioli degli anni '80, gli Exodus arrivarono ben presto a fare i conti con la loro vita musicale, posti dinnanzi ad un muro a tratti invalicabile. Come ben ricordiamo, "Pleasures of the Flesh" riuscì - seppur in parte - a seppellire il nome di Paul Baloff nel terriccio appena scavato, mostrando alla scena quanto il combo fosse determinato ad andare avanti, nonostante tutto. L'interessante innesto di Zetro lo dimostrò in toto, dopo tutto: un cantante singolare, dal timbro più adatto per una cover band degli AC/DC (o dei Krokus, al limite) che per un gruppo Thrash. Clamorosa smentita, in quanto le sue funamboliche linee vocali riuscirono a rendere "Pleasures..." un album incredibilmente valido, interessante se non altro. Tuttavia, mancava ancora qualcosa. Un gradino importante da compiere, per entrare necessariamente all'interno di un nuovo mood. Acquisire la propria dignità e validità di band, dimostrare quanto questo "nuovo corso" sarebbe stato ufficialmente quello definitivo. Di dietrofront neanche a parlarne, tanto meno si poteva dar vita ad una copia scialba di "Pleasures..."; e qui, amici lettori, ci ricolleghiamo a quanto da me scritto nelle prime righe. "Fare i conti con la loro vita musicale"... in che senso, direte? Presto detto e spiegato, agli Exodus serviva un nuovo capolavoro. Un disco che, al pari di "Bonded by Blood", potesse entrare prepotentemente nella storia del Metal. Un disco che mostrasse definitivamente un loro nuovo volto, quello fresco e fiero mostrato con l'avvento del secondo album pubblicato; insomma, il clima già assolato della California sarebbe risultato rovente, durante la fine della gloriosa decade. In gran fermento, i cinque americani decisero quindi di prendersi una consistente pausa di ben due anni, cercando di riordinare le idee, al fine di rivendicare la scelta intrapresa dopo l'addio di Baloff. La strada era giusta, "Pleasures..." lo aveva dimostrato: bisognava semplicemente scegliere il modo più facile per percorrerla, per batterla e soprattutto dominarla. Queste le premesse che portarono alla genesi di "Fabulous Disaster", divenuto ad oggi l'emblema della discografia degli Exodus. I puristi, si sa, rimarranno per sempre fedeli a "Bonded...". Eppure, non disdegneranno (non mancando di provarlo) di dimostrare in seguito una profonda ammirazione per il platter che più di tutti sdoganò il nome Exodus, permettendo ai Nostri di approdare addirittura in televisione, grazie ad un videoclip diffusissimo realizzato per l'anthem "The Toxic Waltz" (del quale, naturalmente, parleremo nel dettaglio nel corso del track by track). Insomma, il lavoro compiuto ancora una volta in compagnia di Marc Senasac negli "Alpha & Omega Recording", avvenuto in quel di San Francisco, poté considerarsi vincente (parlando a posteriori). Proprio perché il disco del quale andremo quest'oggi a parlare racchiude tutti i tratti peculiari della "seconda era", quella post "Bonded...". Maggiore vivacità dei pezzi dovuta ad innesti Hard n' Heavy, violenza a palate senza dimenticare la voce di Zetro, autentico fiore all'occhiello, elemento trascinante a dire poco. La "Music For Nations", etichetta scelta per la pubblicazione, ebbe dunque di che gioire: le vendite di "Fabulous..." risultarono senza dubbio fra le più alte mai registrate nella storia del Thrash; attenzione, non parliamo certo di dati paragonabili a quelli di un "Master of Puppets"... tuttavia, il raggiungimento di alte posizioni in classifica (il disastro toccò la posizione ottantadue nella "Billboard 200") più un videoclip passato a rotazione su MTV non fecero di certo passare inosservati i giovani Exodus, spinti da cotanto successo ad intraprendere un tour importantissimo, che li vide dividere palchi incandescenti in compagnia di nomi quali Helloween ed Anthrax, senza dimenticare i km macinati assieme ai grandi amici Nuclear Assault ed Acid Reign. Fu proprio durante una data del "Fabulous Disaster Tour", in compagnia di Sick of It All e Wehrmacht, che i Nostri riuscirono addirittura a registrare un album live, intitolato "Good Friendly Violent Fun". Consacrazione ed incoronazione definitive: gli Exodus avrebbero finalmente preso - e fatto man bassa di - quel successo che tanto avevano agognato, cercato, strappato via dalle loro mani proprio quando i giochi sembravano volgere verso favorevoli eoni. "Fabulous..." scrisse la storia, la marchiò, la segnò. E non in modo nostalgico, punto fondamentale sul quale riflettere. Dopo tutto, "Bonded By Blood" è un passato remoto al quale guardare con nostalgia, tutt'oggi. Non certo il caso del Disastro, proprio no. Un album che descrisse appieno una parabola ascendente, da ricordare come pietra miliare di una carriera certo dominata da irti ostacoli ma comunque in grado di trovare un suo modo di essere, una sua continuità. Uno scorrere, un divenire che ha portato la band californiana verso quei fasti tutt'oggi difesi con le unghie e con i denti. Steve Souza, Rick Hunolt, Rob McKillop, Tom Hunting, Gary Holt: più affiatati che mai, affamati, massicci e perché no, incazzati. Ancor più che su "Pleasures..." e con un'arma in più. Quella della maturità artistica e compositiva, pienamente raggiunta imparando dal disco precedente, ri-presentato in maniera amplificata, riveduta e corretta proprio grazie al rilascio di "Fabulous Disaster". Fatte le dovute premesse, non ci resta dunque che partire alla ricerca di questo autentico masterpiece del Thrash Metal. Let's Play!

The Last Act of Defiance

Partiamo subito alla grande con "The Last Act of Defiance (L'ultimo gesto di sfida)". La voce impostata di Dov Christopher, a tratti radiofonica, ci dà il benvenuto introducendo quello che sarà il concetto fondamentale del brano tutto, narrando in maniera ansiogena, il tutto coadiuvato da inquietanti sottofondi. Dapprima il classico tumulto di una rivolta, successivamente un effetto elettronico tendente a modificare in maniera grottesca il nostro narratore. Queste, le sue esatte parole: "Il sistema penitenziario, fondamentalmente ingiusto e disumano, è la massima espressione dell'ingiustizia e della disumanità della società in generale. Chi di noi si trovi all'esterno non ama pensare ai guardiani e alle guardie come nostri surrogati... eppure, lo sono. E sono intimamente bloccati in un abbraccio mortale con i loro prigionieri, costretti fra le pareti della prigione. Per estensione,questo è ciò che siamo. Siamo dunque, i carcerieri dei nostri fratelli?" Un concetto che ha del filosofico, un'umana questione che presto porge il fianco ad uno spedito riffing al vetriolo; Holt ed Hunolt si lasciano dunque andare ad un lavoro chitarristico potente e serratissimo, urticante, coadiuvati da una veloce e concitata sezione ritmica. McKillop ed Hunting recitano la parte degli indemoniati, ed il grande Zetro non vuol certo essere da meno: eccolo ben presto apparire in tutta la sua ferocia, un cantato a metà fra il ferino ed il modus operandi à la Bon Scott, marchi di fabbrica del carismatico frontman. Un brano che alterna rabbiose strofe a refrain meno veloci ma comunque scanditi a mo' di strafottente coro, con i compagni a supportare uno Steve "banditore" carico d'odio e voglia di rimarcare alcuni concetti. Questo ci riconduce al discorso di Christopher, il quale (come tutti avrete intuito) tratta del sistema carcerario in generale, con più attenzione nei riguardi della realtà made in U.S.A. Fu un libro letto da Gary Holt, intitolato "The Hate Factory", ad ispirare gli Exodus circa la composizione di questo primo brano. Un tomo riguardante un avvenimento dai più dimenticato, eppure rimasto tristemente impresso nella storia: Febbraio 1980, un penitenziario di massima sicurezza situato in quel di Santa Fè diviene il teatro di una delle rivolte più sanguinose e violente mai accadute all'interno di una prigione. Una rivoluzione violenta, sanguinaria, priva di controllo, ben narrata da un brano veloce e tiratissimo, dai ritmi concitati e mai rilassati. Sembra quasi di poter paragonare gli strumenti dei nostri alla rabbia, alla cieca violenza scatenata dai rivoltosi in preda alla brama di sangue. Trentatré ufficiali morti, un numero incalcolabile di altri prigionieri decapitati e bruciati vivi; torture, violenze, distruzione. Un brano che meglio di tutti riesce a descrivere quanto accaduto, senza fronzoli od orpelli. Annegare in un mare di dolore, a ritmo di Thrash Metal gli Exodus non le mandano a dire, comunicandoci in maniera schietta e sincera quale sia il loro pensiero in merito a certi atti. Arriviamo ben presto agli assoli, i quali non tralasciano certo un buon gusto per la melodia ma al contempo non rinunciano ad una spietata velocità di esecuzione. Le ritmiche sono sempre calibrate in favore "del pogo", una sezione solista che ci esalta e ci conduce dunque all'ultima coppia di strofa e ritornello. Un refrain che avremmo voluto cantare all'infinito, che ci lascia ben presto in maniera repentina, "troncato" in favore di una conclusione netta. Netta, come la conclusione della rivolta, lavata nel sangue dalle forze speciali, fra lacrimogeni, spari e manganellate. Altre vittime, oltre quelle già mietute dai carcerati impazziti. In sostanza, il riot di Santa Fé funge da esempio lampante, di prova tangibile a supporto di ciò che i nostri cinque thrashers vogliono comunicarci: ovvero, l'invito a riflettere circa il sistema carcerario americano. Un sistema che dovrebbe rieducare e rendere chi ha sbagliato nuovamente adatto alla vita civile, almeno in teoria. In pratica, la prigione non è altro che un luogo di sofferenza. Cibo scadente, malattie, sovraffollamenti, strutture fatiscenti. Il tutto avallato da un governo cieco, sordo e muto, il quale non si preoccupa certo del fatto che, così facendo, si rischia solamente di fomentare la violenza, anziché placarla. Del resto, come può essere rieducata una persona, bloccata in una camerata, stipata con la forza assieme ad altre cinquanta persone? Senza un vitto dignitoso, senza possibilità alcuna. 

Fabulous Disaster

Proseguiamo di gran carriera con l'appropinquarsi della titletrack, "Fabulous Disaster (Un meraviglioso disastro)". Si parte veloci ed arrabbiati, eppure un che di ansiogeno aleggia attorno ad una track certamente spedita e concitata, eppure a tratti profondamente oscura e pesante. Il tellurico Hunting pesta le sue pelli con fare demoniaco, la coppia Holt / Hunolt lo segue, arrivando in maniera diretta e tagliente sino al momento in cui è successivamente Zetro a far valere la sua presenza. Notiamo infatti quanto la prima strofa sia caratterizzata da un ritmo molto più "secco" e serrato, quasi a mitragliatrice, condito da riff sempre più bui e pesanti. Una sorta di scioglievolezza della dinamica generale si avrà dunque nello splendido refrain, caratterizzato da un'interpretazione micidiale da parte di uno Steve decisamente sugli scudi. Le linee vocali del frontman ben si sposano con una sezione che ha del magistrale, costruita su di un gusto singolare per la melodia ansiogena e la sana voglia di demolire tutto a suon di Thrash. Gli Exodus vogliono certamente incalzarci, ed al contempo impaurirci. Parlare d'ansia e di paura, di timore, di spensieratezza ormai sepolta da strati e strati di frustrazione. Cosa di preciso, dovremmo dunque temere? I Nostri non si fanno pregare, illustrandoci immediatamente e senza filtri l'oggetto della loro polemica. Parliamo di guerra, o meglio: di guerra "fredda". Siamo dopo tutto nel 1980, le due superpotenze dell'epoca (U.S.A. ed U.R.S.S.) tenevano ben saldi i loro pollici sul fatidico pulsante nucleare. Neanche vent'anni prima la crisi dei missili di Cuba aveva generato nel mondo la paura di un nuovo conflitto mondiale, per non parlare dei fatti accaduti in Vietnam. Insomma, dal secondo dopo guerra in poi ben poche volte il Nostro pianeta ha potuto conoscere il reale significato della parola "pace". Una pace che stenta ad arrivare, anche e soprattutto musicalmente. Gli assoli devastanti di Holt ed Hunolt riprendono quanto fatto fino ad ora, risultando meravigliosamente Heavy oriented nella loro ferocia. Dopo questa splendida prova, si ha una sezione strumentale in toto uguale all'intro, fino alla ripresa del martellamento perpetuo ed ipnotico tipico della strofa. Zetro morde le ultime, amare realtà, prima di lanciarsi in un refrain questa volta cantato in maniera assai più esaltata e rabbiosa. Una voce graffiante, quasi gracchiante, la voce del meraviglioso disastro. Il disastro combinato esattamente da loro, dai "governanti". La guerra è dietro l'angolo, la guerra potrebbe scoppiare da un momento all'altro... questi ed altri rassicuranti slogan vengono sciorinati da esseri senza scrupoli, intenzionati ad impaurirci per meglio poter tenere stretto il cappio attorno al nostro collo. Un guinzaglio fatto d'ansia e paura, con il quale ogni politico si trastulla assai volentieri. E' dall'alba dei tempi arcinoto, il fatto che un popolo distratto ed impaurito è più soggiogabile e soprattutto malleabile. Per cui, continuiamo ad alzare gli occhi al cielo, vivendo nel terrore, scrutando l'aere in attesa che le bombe cadano sulle nostre teste. Bombe che in diverse parti del mondo cadono davvero, mettendo a ferro e fuoco intere nazioni, sterminando ed annichilendo intere civiltà. Questo, è il favoloso disastro. Il marasma nel quale siamo dentro fino al collo.

The Toxic Waltz

Arriva il momento della "hit", del brano che più di tutti può descrivere l'attitudine di un gruppo. Un pezzo che ha fatto la storia del genere, entrando prepotentemente nell'immaginario di ogni die hard fan degli Exodus e non solo. Parlare di "The Toxic Waltz (Il valzer tossico)", dopo tutto, è parlare del Metal: quanti e quali pezzi potrebbero in fin dei conti descrivere - in maniera così lampante, meravigliosa - la passione ardente d'ogni metallaro? La voglia di muoversi, la voglia di liberare ogni tipo d'emozione e sensazione provocata dalla musica più chiassosa ed incalzante mai concepita da umana mente. La voglia di sfogarsi, di tirar fuori tutto ciò che abbiamo dentro, a mo' di eruzione vulcanica. Immaginatevi stanchi e provati da una giornata di lavoro; un capo rompiscatole, colleghi insopportabili, mezzi pubblici sempre pieni e sempre in ritardo, strade affollate, stress, confusione, correre a destra ed a sinistra. Decidete di uscire, di cambiare aria; eccovi in un locale, animato da un concerto degli Exodus. Il primo riff scandito da Holt vi fa già sobbalzare; un riff incalzante, non rabbioso quanto i precedenti ma anzi maggiormente orientato verso una sorta di "levigatezza"di fondo. Più fluido, meno serrato, più disteso e scorrevole, come la ritmica sì ben scandita da Hunolt e McKillop. Il tutto fa venir voglia di muoversi, cominciamo timidamente a scuotere la testa, in attesa che Zetro subentri scandendo la prima strofa. Proprio in quel momento, ci alziamo. Scaraventiamo via la sedia, procediamo a passo pesante verso lo stage. Inebriati ed eccitati, sappiamo cosa fare. Quale modo migliore per sfogarsi, per un metallaro? Quale modo più gratificante, soddisfacente, che una sana pogata in compagnia? Un brano che non sarà veloce e distruttivo quanto una "Into the Pit" dei Testament (per citare un altro must del pogo), ma che in virtù del suo lato arrembante e scorrevole riesce a catturare, la massima summa del Thrash e dell'Heavy. Il ritornello risulta a dir poco eccezionale, il momento più rabbioso della canzone, nel quale uno Zetro leonino ci insegna come ballare il valzer tossico. Spintoni, spallate, sudore, corse sfrenate... come dei pagliacci impazziti in un circo anch'esso pazzo, ci dimeniamo scrollandoci da dosso ogni paura o preoccupazione. Certo, non è un ballo per tutti: i rischi sono alti, ci si può far male ed anche seriamente; eppure, anche questo fa parte del gioco, facendosi accettare. Sana, genuina ed amichevole violenza fra metallari. Se cadi, ci sarà sempre una mano protesa verso di te, per aiutarti a tornare nella "fossa", ballando ancora ed ancora. Si continua in maniera veloce e fluida, un'altra letale coppia di strofa e ritornello la fa da padroni, incendiando gli animi ancor di più. Sono gli assoli di Hunting ed Hunolt a darci il colpo di grazia, raschiando i nostri padiglioni auricolari a suon di sferzate smaccatamente Heavy. Eco lontane dei Judas Priest si fanno sentire distintamente, nel mentre che i nostri si dimenano in piogge di note veloci e squillanti, prendendosi il loro tempo e mostrandoci dunque la loro abilità. Arriviamo perciò ad un punto della canzone in cui i ritmi rallentano copiosamente, divenendo assai più cadenzati. Ne risente per forza di cose anche il cantato, egregiamente spalmato su queste dinamiche, comunque sempre vibrante e comunicativo. Il titolo viene scandito in coro, alternato alle urla belluine di uno Zetro che ci impone di ballare, ancora ed ancora. Come poter dire di no? E' sempre il momento giusto per una sana pogata, forse il tratto più Punk del Metal, abitudine presa in prestito dai nostri fratelli maggiori. Un modo eccezionale per esprimere quel che a parole non si potrebbe narrare. Cosa provoca, in noi, il Metal? La spiegazione sarebbe presto fornita: basterebbe radunare dieci metallari, chiuderli in una stanza, far partire "The Toxic Waltz". E godersi lo spettacolo; magari, unendosi alla festa!

Low Rider

Un omaggio ai War, gruppo Rock americano degli anni '70. Questo è il modo in cui potremmo definire "Low Rider", quarto brano di "Fabulous Disaster", riproposizione in salsa Exodus di un grande classico tutto seventies. Ricordate il brano originale? Del resto, rispecchiava in pieno lo stile dei War; un pezzo che scalò le classifiche in virtù della sua forte orecchiabilità, risultando divertente e piacevole da ascoltare, ricco di venature latine ed a tratti "caraibiche". Dimenticate tutto questo, ed anche in fretta: già il suono del cowbell iniziale si fa udire più pesante e prepotente di quanto mostrato dalla "Low Rider" originale, ed ecco dunque che la mano pesante dei nostri thrashers si manifesta in tutto il suo tellurico splendore, dando vita ad un riff potentissimo e massiccio. L'andatura è quella originale, solo il brano viene stravolto proprio perché spogliato d'ogni velleità ballabile; un pezzo che dunque avanza in maniera pacata pur mostrando chitarroni impertinenti ed urticanti, donando al contesto generale ritmiche Metal. La voce di Zetro risulta certo più "rockeggiante", ma non somiglia neanche lontanamente al timbro caldo e baldanzoso di Howard E. Scott. Assoli disseminati lungo le strofe rendono questa breve cover un'autentica perla all'interno di uno scrigno già di per sé ricchissimo, mostrando quanto gli Exodus siano stati bravissimi nel riproporre in maniera personale e particolare un brano da loro scelto per essere omaggiato. Del resto, che senso avrebbe realizzare una cover, se questa suonasse esattamente nello stile dell'originale? I Nostri filtrano l'esperienza dei War attraverso una decade di stravolgimenti e cambiamenti musicali, mostrando ai loro "padrini" cosa questi giovincelli siano effettivamente in grado di fare, riproponendo in chiave Thrash un pezzo nato per donare momenti spensierati e di certo non per incalzarci a questa maniera. Una cover che attizza un fuoco già di per sé vivissimo dopo quel capolavoro di "the Toxic Waltz", mantenendolo vivo. Non abbiamo velocità o ritmiche Speed, sia chiaro: è la pesantezza generale, ad esaltare. Il modo in cui i Nostri sono riusciti a coinvolgerci creando un pezzo in grado di insinuarsi nella nostra mente, capace di farci scuotere la testa a ritmo. Il testo non risulta granché articolato, pochi versi atti a descrivere un viaggio in low rider, per l'appunto. In gergo tecnico, una vettura denominata low rider mostra una particolare peculiarità, quella d'aver subito pesanti interventi di modifica alle sospensioni. Per intenderci, una macchina del genere è in grado letteralmente di compiere autentici balzi, scatti improvvisi in avanti. Gli appassionati di wrestling fra di voi, amici lettori, ricorderanno con simpatia e nostalgia il compianto Eddie Guerrero; ecco, provate a ricordare le sue "sfilate" dall'apron verso il ring, a bordo proprio di una low rider, la quale veniva fatta "rimbalzare" per la gioia di tutti gli spettatori presenti. Non ci resta dunque altro da fare che salire su questa macchina un po' "tamarra", in compagnia dei nostri amici più cari. E viaggiare, viaggiare... senza fermarci mai!

Cajun Hell

Lato A chiuso dalla quinta traccia del lotto, "Cajun Hell (Inferno Cajun)". Gracidii di rane e rumori "paludosi" aprono una traccia la quale si presenta in maniera assai singolare. Il suono tipico del Sud degli stati uniti fa capolino: banjo ed armonica ci danno il benvenuto, in seguito sostituiti da chitarre impostate su registri à la Lynyrd Skynyrd. Il tutto si inasprisce di lì a poco, quando (pur mantenendo quasi intatte le dinamiche "sudiste"!) gli Exodus decidono di premere sull'acceleratore, tornando a suonare Metal. Il brano, meravigliosamente "confederato" e determinato quanto Stonewall Jackson, procede dunque sciolto e disinvolto presentandoci questa strana attitudine Hillbilly, eppure meravigliosamente amalgamata alla rabbia tipica dell'acciaio pesante. Pre-refrain e refrain risultano i momenti migliori di un brano singolare quanto eccezionalmente valido: abbondanza di cori ed uno Zetro decisamente a suo agio in un contesto certo pesante eppure divertente. Il frontman istrioneggia, ci incalza e ci narra per l'appunto delle strane ed inquietanti usanze di un popolo dai più dimenticato, eppure ancora noto nelle menti di chi ha - sfortunatamente - avuto a che fare con esso. Parliamo appunto dei Cajun o meglio, delle "genti delle paludi". Non propriamente definibili come "rednecks" in senso lato, in quanto differenti dal tipico sudista americano, i Cajun rappresentano comunque un'eccezione derivante dal comune ceppo dei "colli rossi", con i quali condividono alcuni tratti peculiari. Primo fra tutti, l'isolamento assai marcato, il voler coesistere con la vita civile pur standone sostanzialmente ai margini. I Cajun sono per lo più personaggi fortemente rurali, abitanti in piccole comunità autosufficienti e comunque assai distaccate dalla mondanità o dalla vita cittadina. Amano vivere di ciò che hanno, pensando ai loro affari, portando avanti le loro tradizioni e culture. Gente da non sottovalutare, in quanto per proteggere le proprie terre e la loro "etnia" sarebbero disposti a tutto... anche ad uccidere. Uccidere come gli assoli posti verso la fine del brano, ancora una volta pescanti a piene mani dal repertorio d'influenze più Heavy degli Exodus. E' la sostanziale scorrevolezza del brano a favorire enormemente la buona riuscita dei momenti solisti, interrotti di quando in quando - verso la conclusione del brano -  dai vocalizzi di uno Zetro intento ad urlare il titolo del brano, a mo' di monito. Come se qualcuno fosse in agguato nella palude, pronto a ghermirci, volenteroso di farcela pagare per un torto subito.  E proprio di Cajun arrabbiati parliamo, in questo brano, direttamente ispirato dal film "Southern Comfort" del 1981. Un film in cui un plotone di soldati, dopo aver rubato delle canoe a dei bracconieri cajun, si diverte a provocarli e spaventarli, sparando contro di loro delle raffiche di mitra, a mo' di sberleffo. Inaspettatamente, uno dei bracconieri decide di rispondere al fuoco con un colpo di carabina, uccidendo un soldato. Da quel momento, un'escalation di violenza tingerà di rosso sangue la vita dei protagonisti: ben più attrezzati e violenti di quanto un contadino dovrebbe essere, i Cajun tengono letteralmente prigionieri i soldati all'interno della loro palude, disseminando trappole mortali, uccidendoli ad uno ad uno in maniera scaltra e silenziosa. Un vero e proprio inferno fatto di ansia ed angoscia, tenuti in scacco da un gruppo di rednecks infuriati. Il tono quasi gigioneggiante della canzone ben si sposa con questa trama, dopo tutto. Quasi come se i Cajun stessero dicendo, ai "civili": "questa volta siamo noi, a prenderci gioco di voi".

Like Father, Like Son

Lato B aperto dall'inquietante intro posta al principio di "Like Father, Like Son (Tale Padre, tale Figlio)", il cui inizio non può che rimandare al celeberrimo "monologo" di Cronos posto ad apertura dell'inno "In League With Satan". Parole recitate al contrario, rotte dal pianto disperato di un neonato. Lacrime della durata di un secondo, è in seguito un riff dal vago sapore Cro-Mags a rompere ogni indugio, arricchito da un gran lavoro di grancassa da parte di Hunting. Cadenza rocciosa poi rotta da una corsa velocissima e disperata, a sua volta accompagnata dal cantato di Zetro. Si morde e si artiglia, fino al ritorno della cadenza poc'anzi udita; tipica quest'ultima del refrain pesante ed oscuro, nel quale un cupissimo Steve urla il suo disappunto circa gli abusi ai quali tanti, troppi bambini sono sottoposti da parte di genitori violenti ed esaltati. E' proprio contro il tradizionale "metodo educativo", che gli Exodus decidono di puntare il loro astio. Il quintetto californiano ci descrive, a suon di Thrash decisamente ansiogeno e nebuloso, quanto la violenza generi - solamente - una quantità indefinita di mostri, piuttosto che persone rette e per bene. Schiaffi, vergate, abusi verbali ed urla continue: come può un bambino crescere sano, costretto in una casa ove ad imperare è il dolore, anziché l'amore? Un processo che porta inevitabilmente gli adulti di domani verso un destino fatto di sofferenza e traumi accumulati, verso un triste destino profondamente segnato dall'eccessiva rigidità / severità dei propri genitori. Si continua in maniera lenta e ragionata per rimarcare la sensazione di smarrimento che un infante arriva a percepire, catapultato in un incubo senza fine; c'è spazio per dei virtuosismi chitarristici da parte della coppia d'asce, finché una nuova, rabbiosissima strofa fa la sua letale comparsa. Si torna a correre ed a picchiare in puro stile Hardcore, finché un nuovo refrain giunge in tutta la sua letale lentezza. "Tale padre, tale figlio", urla Zetro, proprio per rimarcare un concetto fondamentale: crescere un figlio a nostra immagine e somiglianza significa porre una parte di noi, un domani, nel mondo. Violenti e severi, sordi, ciechi, interessati solamente alla disciplina ad ogni costo: come potremo mai augurarci di tirar su un figlio sensibile ed empatico? Generiamo un mostro, che a sua volta genererà altri mostri. In ogni adulto c'è il bambino che è stato... non dovremo quindi meravigliarci delle continue escalation di abusi e violenza, quando arriverà il momento di fare i conti con la realtà. Splendidi assoli assai melodici, basati su di una velocità media, fanno la loro comparsa. Hunolt ed Holt si divertono a far piangere le loro asce, dando la vita a cantilene ipnotiche quanto particolari, a metà fra l'Heavy sulfureo dei Mercyful Fate e la torreggiante prepotenza dei Judas Priest. E' una breve sezione cantata del singer a porre fine al momento solista, fin quando un ultimo refrain terminante nella intro già udita ci porge un triste addio. Interessante notare come l'ascia di Holt continui di quando in quando a farsi udire, a suon di piccole note squillanti, per certi versi simili alle lacrime ed ai singhiozzi di un innocente, sepolto da schiaffi ed indifferenza. La voce di chi, cresciuto dalla fredda violenza di un padre padrone, cerca di farsi udire ad ogni costo, sperando in un salvataggio. "Like Father, like son..."; è questo, il futuro che ci aspetta. Un futuro non certo roseo, dominato da frustrazione, tristezza e rabbia repressa.

Corruption

Tosti proseguiamo nell'ascolto, con l'arrivo di "Corruption (Corruzione)", brano aperto da precisi ticchettii di charleston, presto doppiati da un riff maschio e massiccio. Il brano è lì e lì per esplodere, difatti ben presto Hunting decide di farsi da parte, apparendo ad "intermittenza" e lasciando Holt da solo. Raggiunto dal suo compagno, il chitarrista sigla l'inizio definitivo del pezzo, dato anche dall'instaurarsi definitivo di una ritmica fluida e continua. Un pezzo veloce e tirato, nel quale Zetro si erge a rivoluzionario e, coadiuvato dai suoi compagni coristi, ci invita ad alzare sia la voce sia la cresta contro un sistema corrotto fino all'osso. "Fatemi sapere come sono spesi, i soldi delle mie tasse!!", l'urlo della persona qualunque lanciato senza peli sulla lingua contro le cravatte del potere. Contro chi, ben fasciato nel suo elegante vestito, dovrebbe adoperare i nostri sudati risparmi per il bene comune. Eppure, nulla di tutto questo sembra accadere: anziché per la collettività, il prezioso denaro da noi guadagnato e messo in circolo risulta insudiciato da ogni tipo di vizio ed efferatezza. Riflettiamo bene, pensiamo a quante volte un politico viene sorpreso con le mani nel sacco; intascando mazzette, evadendo il fisco per non pagare le tasse, cosa che siamo - noi "poveri" - obbligati a fare, pena la prigione. La legge è uguale per tutti... ed alcuni sembrano forse più "uguali" degli altri. Il marcio che ci circonda è tanto, troppo: gli Exodus ne hanno per tutti, prendendosela anche con il sistema religioso, reo di avallare ogni tipo di comportamento scorretto ai fini di preservare i propri privilegi. Si esprime sdegno, si chiede la testa di chi ha sbagliato e ci ha ridotti in povertà. Si invita chi di dovere a "prenderlo in quel posto"... si manda all'inferno l'intera classe dirigente. Corruzione, corruzione, ancora corruzione. Un brano del genere non poteva (per forza di cose!) non optare per una velocità d'esecuzione spinta oltre i limiti del concepibile. Soprattutto nel secondo refrain, Zetro urla indemoniato mentre la sezione ritmica picchia in maniera disumana, quasi emettendo fuoco e lapilli di lava. Degno preludio a degli assoli taglienti come rasoi, veloci, rapidi, sfocianti dopo una manciata di km in degli sfoggi di turbinanti virtuosismi, accennati ad intermittenza, ben presto seppelliti dalla ripresa del riff portante. Un inno alla rivolta, "Corruption" è l'anthem di chiunque sia stufo di vivere nella menzogna, nelle bugie, nella finzione. Il canto di un popolo ridotto alla fame per colpa di scellerate condotte economiche e morali. Possiamo scardinare questo sistema, possiamo distruggerlo, annichilendone i principali esecutori e fondatori. Non potranno nulla, contro la nostra rabbia. L'importante è non far mai finta di nulla, non abituarsi. Ci stanno derubando ed è evidente, proprio per questo dobbiamo intervenire, lavando via lo sporco da quel denaro che con tanta fatica abbiamo donato al nostro Stato, per garantire la sicurezza ed il benessere di una collettività che non merita d'essere ridotta in questo patetico stato. 

Verbal Razors

Altro lato, altra hit. Se "The Toxic Waltz" poteva essere considerata il fiore all'occhiello della prima metà di "Fabulous Disaster", "Verbal Razors (Parole taglienti)" è sicuramente il cavallo di battaglia del Lato B, nonché (al pari del "collega" pocanzi citato) uno dei pezzi più famosi mai composti dagli Exodus. Un brano che i Nostri hanno scelto di donarci, in un certo senso. Un pezzo che, se ascoltato e soprattutto letto con attenzione, potrebbe risultare perfetto da dedicare al nostro peggior nemico. Riffing subito serrato e roccioso, poderose rullate di Hunting ed ecco che si parte schiacciando sull'acceleratore; pedal to the metal, i californiani iniziano a martellare in maniera concitata senza porsi alcun tipo di problema, supportando meravigliosamente uno Steve coadiuvato da un notevole effetto eco. I cori tornano a farsi vedere, proprio per sottolineare la violenza con la quale il messaggio deve essere lanciato. Faster, faster, faster... si corre, si strepita, ci si sfoga, si fa letteralmente esplodere il contachilometri. Del resto, come rimanere impassibili dinnanzi al classico bellimbusto tutto fumo e niente arrosto? Siamo circondati da persone di tal guisa, ogni giorno, in ogni momento, in ogni situazione. Il nostro professore, il nostro vicino di casa, l'insopportabile collega... persone che vorremmo dilaniare a suon di pugni ed insulti, cosa (purtroppo) vietata dalla legge. Ecco dunque che gli Exodus ci forniscono un'arma estremamente efficace, capacissima di scardinare la reggia di belle menzogne costruita ad hoc da certi soggetti. Li vediamo, impettiti e fieri di ciò che sono: ovvero, il nulla più totale. Li osserviamo vantarsi, far finta d'essere chissà chi, gigioneggiare per la strada in preda a mille smanie d'attenzione. Vanterie o vittimismo, poco importa, essi vogliono essere a tutti i costi al centro dell'attenzione, fingendo e mentendo. Ecco dunque le verbal razors sfregiare quei loro insopportabili visini ben curati e ricchi d'espressioni ammiccanti. Eccoli soccombere, sotto l'asfaltante velocità degli Exodus, in questo brano desiderosi di far del male a chiunque si frapponga fra la loro strada e la loro meta. Non abbiamo un momento di relax: strofe e refrain vengono sparati a mille, versi serrati e morsi a crudo, assoli al fulmicotone e tanta, tanta meravigliosa ultraviolenza postaci praticamente su di un piatto d'argento. Un brano "dritto" e decisamente privo di fasi di stanca, instancabile cacciatore, avido masticatore d'ossa e muscoli. In soli quattro minuti, i Nostri riescono a spiegarci cos'è il Thrash Metal... e come ci si debba comportare, se posti dinnanzi ad un triste personaggio con più boria che sangue nelle vene. Spiattelliamogli in faccia la realtà, facciamolo rendere conto di quanto insignificante sia. Umiliamolo, rinfacciamogli la sua pateticità, mettiamolo dinnanzi al muro. Un consiglio spassionato: dedicate "Verbal Razors" a chiunque crediate la meriti. Il successo sarà assicurato, non avrete di che pentirvi. Vi sentirete decisamente meglio, un bel sorriso vi righerà il volto... e chi di dovere, al 100%, scapperà con la coda fra le gambe, in preda ad una crisi esistenziale. Poco ma sicuro!

Open Season

Ci avviciniamo alla conclusione del platter con l'appropinquarsi di "Open Season (Caccia Aperta)", il brano più corto dell'intero "Fabulous..." senza contare "Low Rider". Un inizio controllato ci trae in inganno, porgendo presto il fianco alla "solita" (ma mai troppo apprezzata) corsa disperata, a perdifiato. Notiamo come l'impostazione generale sia certo basata sulla velocità, ma come la ritmica scandita da Hunting venga in questo frangente accentuata, resa certamente più marcata ed evidente. Un picchiare ossessivo, da autentico macellaio, il quale sembra simulare il battito fuori controllo di un cuore in preda alla paura. Siamo dunque smarriti in un bosco, sotto tiro. Un pazzo sadico sta cercando di ucciderci; siamo lepri in balia di un furbo predatore, piccoli animali in attesa di venir divorati in un sol boccone. Vediamo delle ombre muoversi rapidamente, tutto è così dannatamente veloce, come se il mondo avesse preso a girare con maggiore veemenza. Confusi e smarriti cerchiamo di correre verso un porto sicuro, ma la fitta boscaglia non concede neanche uno spiraglio. Uno sparo improvviso, un muoversi sinistro, rumore di cespugli e foglie mosse all'improvviso. Chi mai starà cercando di ucciderci? Di una cosa, siamo sicuri... quando vedremo il suo volto, sarà di certo troppo tardi. Un brano costruito per l'instaurarsi di questo tipo d'atmosfera, veloce, rapidissimo, ossessivo. Proprio come la situazione in cui fingiamo idealmente di trovarci, dopo tutto. Arriviamo a metà senza più fiato nei polmoni, l'alternarsi killer di strofe e refrain non lascia respiro alcuno. Solo superato il minuto 2:00 possiamo assistere ad un leggerissimo rilassamento; una manciata di secondi in favore di una nuova, improvvisa impennata. I soli ci ghermiscono, li sentiamo recare brividi e scosse alla nostra spina dorsale. Le taglienti note di Holt ed Hunting corrono ed assalgono come ghepardi, ecco che tutto diviene terribilmente chiaro; siamo ormai finiti nell'occhio del ciclone, un gioco perverso che ci ha portati proprio dove il killer voleva. La fine, scandita dalle roboanti rullate di Hunting ed inseguito da un suo pattern posto in dissolvenza, segna dunque il nostro destino. L'ultimo sparo, l'ultimo suono. Il nostro cadavere è lì, sperduto nei boschi. Manovrati e ridotti a burattini di un killer privo di scrupoli... è così, che la nostra esistenza termina, assieme ad un brano velocissimo e mozzafiato. 

Overdose

Conclusione affidata ad un'altra cover, azzeccatissima vista la band tirata in ballo. Parliamo infatti degli AC/DC, per di più di un brano direttamente estrapolato dal capolavoro (per il vostro affezionatissimo è IL, capolavoro) dell'era Scott: "Overdose", direttamente da "Let There Be Rock". L'inizio è magniloquente proprio come l'originale, dove la vena blues della chitarra di Angus Young cerca d'esser salvaguardata... salvo mostrare, da parte degli Exodus, la propria "mano pesante" da metallari. L'inizio della strofa, infatti, ci pone dinnanzi ad un brano decisamente più veloce, seppur non "violento" come il precedente. Un meraviglioso connubio fra il Rock n Roll degli Young bros e la pesantezza dei californiani, i quali permettono a Bon Scott di rivivere grazie ad uno Zetro Souza commovente. Chiudete gli occhi per un secondo, sentitelo cantare: vi sembrerà proprio di udire proprio il suo mentore, per l'occasione più aggressivo ed impertinente del solito. A differenza di quanto accaduto in "Low Rider", gli Exodus non vogliono eccedere in quanto a stravolgimenti, salvaguardando l'impostazione generale del brano cercando di omaggiarlo nella maniera più "standard" possibile. Eppure, non possiamo definire "noiosa" questa versione di "Overdose", men che meno possiamo dire di trovarci dinnanzi ad un filler. La grande personalità della quale questa traccia riesce a fregiarsi risiede proprio nel sound reso così massiccio e prepotente, reso Heavy per l'occasione e dunque "incattivito", in un certo qual modo. A maggior ragione, un brano del genere dovrebbe zittire seduta stante tutti i detrattori degli Aussie: come ignorare un gruppo che, omaggiato da una Thrash Metal band, riesce a suonare così... "avanti"? Come se Malcolm ed Angus avessero previsto quel che il Metal sarebbe stato, diversi anni avvenire. Un'attitudine selvaggia ed indomita, quella degli australiani, che in questa cover rivive attraverso la sincera ammirazione dei loro "figli", o fratelli minori se vogliamo. Assoli, riff, la voce di Steve... tutto calibrato alla perfezione per esaltare ed incalzare, per divertire. Un "overdose" di AC/DC che siamo ben lieti di patire, proprio come il protagonista delle liriche. Un uomo tutto sommato "normale", mai troppo dipendente da alcool o tabacco... drogato unicamente della sua bella. Una canzone d'amore, un brano da dedicare alle nostre compagne! Chi lo ha mai detto, che il sentimento per antonomasia possa essere decantato solamente tramite melodie sdolcinate? Il grezzo Rock n Roll made in Aussie, qui reso ancor più selvaggio dalla manona degli Exodus, diviene proprio il mezzo giusto per dichiararsi alla nostra Lei. Non vogliamo fumare, bere od altro. Vogliamo fare indigestione d'amore. Drogarci di quella musa che rende le nostre giornate indimenticabili, la nostra vita un'avventura perpetua. Questa, è l'unica overdose che vogliamo provare: un'overdose senza fine, che mai ci soddisferà appieno. Siamo forse pazzi, l'amore ci rende particolarmente su di giri? Chi se ne importa, stiamo bene così e non dobbiamo rendere conto a nessuno del nostro status. 

Conclusioni

Arrivati dunque alla fine di questo splendido viaggio a bordo di una low rider griffata Exodus... cosa poter dire, se non: "capolavoro assoluto"? Avete letto bene, amici lettori. Il vostro affezionatissimo, riascoltando per la millesima volta un disco che non stancherebbe mai nemmeno il più pigro fra i pigri, non è riuscito neanche oggi a trovargli una pecca, un difetto, un neo. Proprio perché "Fabulous Disaster" fila dritto come un treno dall'inizio alla fine; un treno che non conosce soste o ritardi, un vagone lanciato a folle velocità sui binari del Thrash, genere del quale ha contribuito a scrivere (e non esagero neanche un po') la storia. Il disco della definitiva consacrazione, della definitiva rivalsa e rinascita di un gruppo che ha saputo fronteggiare ogni tipo di ostacolo. Partiamo dal principio: dopo l'uscita di Baloff, in molti avrebbero dato gli Exodus per spacciati, per finiti, per sconfitti. Del resto, stiamo pur sempre parlando di una perdita importante; l'allontanamento di un validissimo cantante, bestiale e ferino, di un frontman eccezionale capace di incalzare il pubblico come pochi. I nostri issarono forse bandiera bianca? Proprio no. Esattamente due anni dopo il capolavoro "Bonded by Blood", eccoli risorgere con il valido "Pleasures of the Flesh". Un  disco diverso dal precedente, meno grezzo e sanguinolento, più ricco di passaggi smaccatamente Heavy. Un nuovo modo di concepire il proprio sound, giocando con vari stilemi ed amalgamando il tutto sotto il vessillo della potenza, della velocità. L'innesto di Zetro fu decisamente la scelta migliore, l'uomo giusto al momento giusto. Un cantante particolare (forse troppo!), ricco di doti inusuali ma proprio per questo efficacissime. Un Bon Scott / Marc Storace prestato al Thrash Metal, fautore di quel che fu "Pleasures of the Flesh", album certamente validissimo ma non ancora capace di esprimere appieno un potenziale detonato ufficialmente con "Fabulous Disaster". Un disastro meraviglioso effettivamente compiuto, decisamente ben riuscito. L'album che segnò in positivo la storia di un gruppo dai due volti, facenti parte di un'unica medaglia ma fra loro differenti. Baloff era il passato, "Fabulous..." l'incoronazione, l'apoteosi. Questo è quel che mancava agli Exodus del 1989, un secondo capolavoro in grado di scrivere una pagina diversa dalla storia già scritta da "Bonded...". Diversa ma complementare. Bersaglio a dir poco centrato. Un disco che si fa ascoltare e riascoltare, vincente sotto ogni punto di vista. La voce di Steve, il lavoro chitarristico di Holt ed Hunolt, la sezione ritmica; mai banalità, mai noia. Solo tanta, tanta voglia di picchiare duro, mista alla volontà di concedersi (di quando in quando) a qualche escursione non propriamente "violenta a prescindere" ma magari ugualmente trascinante, seppur più ragionata. Espediente, questo, che ha donato grande vivacità ad un platter ancor oggi rovente, vibrante. Un disco che potrebbe girare in eterno, nei nostri dispositivi di riproduzione musicale. Che lo abbiate in vinile, in tape, in versione CD, poco importa: possedere una copia di "Fabulous Disaster" è d'obbligo, qualsiasi sia il nostro genere favorito di Metal. Amanti dell'Heavy, del Power, del Black... tutti dovrebbero conoscere e per forza di cose RICONOSCERE l'immensa validità di questo lavoro. Un disco che ha catapultato gli Exodus nella storia per la seconda volta, dimostrando quanto la loro tenacia, la loro capacità di non arrendersi, nonostante le mille difficoltà, fosse stata più che mai da benedire a suon di applausi. Lottando, dopo tutto, si arriva in cima. Una cima che questo quintetto ha toccato per ben due volte, ciascuna delle quali in modo differente. Scorgiamo da lontano il regno del Thrash, osserviamo quanti vessilli siano piantati sulla torre più grande del maniero... il nome Exodus svetta fiero, nonostante non sia annoverato in nessun circolo di "big". D'altro canto, chi se ne importa delle definizioni; a parlare è la musica, e quella di cui "Fabulous..." è pregna non si limita a sussurrare. Urla, tronfia e strafottente, lanciando contro la critica le sue affilatissime verbal razors

1) The Last Act of Defiance
2) Fabulous Disaster
3) The Toxic Waltz
4) Low Rider
5) Cajun Hell
6) Like Father, Like Son
7) Corruption
8) Verbal Razors
9) Open Season
10) Overdose
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