EXODUS

Exhibit B: The Human Condition

2010 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
16/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Noi di Rock & Metal In My Blood siamo felici di continuare il nostro viaggio discografico attraverso i lavori degli Exodus, leggendaria Thrash Metal band della Bay Area che è madre patria assoluta del genere: è la cosiddetta "West Coast" californiana infatti ad averci donato i più grandi lavori in assoluto della scena, a partire da Metallica e Megadeth continuando con gli Slayer, per passare a Testament, Death Angel, Forbidden, appunto Exodus e innumerevoli altre. Se stessimo a conteggiare una per una le band del genere provenienti dalla California, probabilmente arriveremmo direttamente al decimo minuto di lettura. Dopo avervi parlato dei grandi e storici album della band, dal debutto "Bonded By Blood" dell'85 fino al sottovalutatissimo quarto album "Impact Is Imminent" del '90, vi abbiamo raccontato dello scioglimento della band in seguito al quinto "Force of Habit" del '92 e del periodo di crisi dell'intera scena Thrash Metal, periodo nel quale simbolicamente anche gli stessi Exodus hanno issato bandiera bianca con lo scioglimento avvenuto nel '94. Fra mille difficoltà, anche dovute alla tossicodipendenza di membri storici della band, gli Exodus riuscirono come guerrieri a rialzarsi ricomponendosi nel 2001 dopo la breve attività del '97-'98: è così che ci regalarono per la nostra fortuna un album stupendo, "Tempo of the Damned" del 2004. Con tracce come "Scar Spangled Banner", "War Is My Shepherd", "Blacklist", "Forward March" e altre, il sesto album degli Exodus resta tutt'oggi da considerare un'assoluta pietra miliare del genere, una delle migliori testimonianze di Thrash Metal vecchia scuola, se non la migliore, dal nuovo millennio in poi. Purtroppo, la dipartita del leggendario vocalist Steve Souza si fece sentire, e così il settimo "Shovel Headed Kill Machine" mostrò per la prima volta gli Exodus sotto una nuova chiave, una chiave più moderna, con un sound per la prima volta influenzato dalle sonorità "metallare" degli anni '90. Un lavoro comunque sufficiente, capiamoci. Ma che rappresentò l'inizio di quello che personalmente considero un percorso di involuzione della band, dal momento che il successivo "The Atrocity Exhibition: Exhibit A" del 2007 ci ha poi mostrato tracce per molti aspetti non abbastanza incisive e l'adottamento di soluzioni stilistiche non certo tipiche della band. Il che non sarebbe neanche un problema, se non fosse che il risultato lasciatoci dai ragazzi mostrasse lacune sotto molteplici aspetti. Drammatico l'esito di "Let There Be Blood" del 2008, remake del leggendario "Bonded By Blood" in salsa modernizzata e deturpata. Questa premessa è stata necessaria a contestualizzare in quale periodo la band si trovasse all'uscita dell'album protagonista della recensione odierna, il monumentale "Exhibit B: The Human Condition". Un lavoro composto a tutti gli effetti da due CD, il primo composto da 6 brani che si protraggono per oltre 38 minuti, il secondo da 7 per un totale di 40 minuti d'ascolto. Il lavoro, nel totale, è dunque composto da quasi un'ora e venti d'ascolto, davvero non roba da poco. Ognuno dei due CD è, singolarmente, diviso in due parti, un Side A e un Side B. Rilasciato tramite Nuclear Blast, per la prima volta del nuovo periodo il lavoro vede gli Exodus confermare la line-up dell'album precedente: Rob Dukes alla voce, il leader della band Gary Holt e Lee Altus alle chitarre, il grandissimo Tom Hunting alla batteria e Jack Gibson al basso. Non ci resta davvero che sperare che questo lavoro sia convincente, specie considerando la sua durata. Personalmente, sono curiosissimo e non so davvero cosa aspettarmi. Certamente non gli Exodus di "Pleasures of the Flesh", per capirci, ma piuttosto quelli che si sono evoluti e adattati al più moderno approccio vocale di Rob. Dunque, saremo più probabilmente in linea con lavori come "The Atrocity Exhibition: Exhibit A", ma se non lo ascoltiamo non lo sapremo mai. Rimbocchiamoci allora le maniche e lanciamoci dunque attraverso il racconto di questo doppio lavoro degli Exodus del 2010! Auguro a tutti quanti buon ascolto e, come di consueto, vi lascio all'analisi track by track di questo lavoro. Considerato che si tratta di 13 pezzi, vi dovrete preparare!

The Ballad of Leonard and Charles

Partiamo con "The Ballad of Leonard and Charles" (La ballata di Leonard e Charles), brano che apre il Side A del primo CD di questo monumentale lavoro. Il brano si apre con un bellissimo arpeggio, un arpeggio a metà fra il macabro e il melodico. Davvero convincente la melodia in questo frangente, la band fra l'altro sceglie di valorizzarla in sede di produzione con una tastiera di sottofondo. I ruggenti power chord d'apertura, con l'avvento della distorsione di chitarra, seguono in tutto e per tutto la melodia dell'introduzione arpeggiata in un'evoluzione lenta e strutturata, che ben presto trova l'ausilio della rapida chitarra solista. La ruggente voce di Rob si adatta qui benissimo alle ritmiche delle due chitarre, e la produzione valorizza quanto composto dai ragazzi in maniera più che adeguata. In particolar modo, le chitarre sembrano avere il giusto taglio e la batteria di Tom, rullante incluso, è più che sufficiente dal punto di vista della produzione. E' qui che Rob, scantenando le sue urla, comincia a comunicarci quali siano le parole di questo brano, che ci parla di disumani mostri che intendono cibarsi di qualunque cosa si parerà sul loro cammino. Questi mostri si riveleranno poi con l'essere, semplicemente, delle persone con poco chiaro quale sia il bene e quale il male. A metà pezzo gli Exodus scelgono di adottare scariche di doppia cassa e alternate picking, con ruggenti legati di chitarra che conducono ad una ritmata parte tipica del Thrash influenzato dalle correnti Crossover-HC. A tal proposito, assolutamente opportuno l'inserimento dei cori vocali, nella parte subito precedente al godibilissimo assolo di chitarra in duetto fra i due chitarristi, a tratti rapido a tratti melodico: sono quest'ultime parti, quelle più lente e dove la melodia è in primo piano, quelle in assoluto più convincenti. Davvero convincente questo primo episodio, che si chiude con una grigia melodia dall'anima triste in dissolvenza. Il testo del brano prosegue raccontandoci di una piccola città nel nord della California caduta in preda a uomini perversi e dannati, che assassinano i bambini e condannano le donne a subire le più tremende perversioni. La conclusione, ad ogni modo, è sempre una: la morte. La band, in tal senso, è estremamente chiara. Difficile comprendere cosa abbia condotto al crollo di questa città. I corpi delle vittime vengono gettati in un buco, i vermi si cibano della loro carne trovando soddisfatto il loro appetito da gustosi cadaveri. Dopo aver commesso questi crimini orrendi e brutali, i dannati non fanno che abbandonarsi alle loro malefiche e disprezzanti risate.

Beyond the Pale

Si continua con "Beyond the Pale" (Oltre il Pallido). Ancora una volta ritroviamo un brano ben costruito e strutturato, tuttavia in questo la traccia parte rapida e ruggente sin dal primo istante. Le prime battute per diversi aspetti ci ricordano i Testament, la melodia che irrompe mista al sound del Thrash Metal classico è infatti tipica della band di Billy, Peterson e compagni. Lo svolgimento è però Exodus allo stato puro: batteria asfissiante, ritmiche distruttive, la voce di Rob che qui si fa meno urlata, ma più roca e naturale, cosa che preferiamo. Certamente il brano non è particolarmente vario, il ritornello è piuttosto semplice ma godibile, la melodia principale si evolve in maniera convincente, specie nella prima parte della canzone. A metà brano gli Exodus infilano un lungo assolo emozionante e di perfetta riuscita, bellissimo anche il proseguimento ritmico più rallentato e ritmato delle battute precedenti, ma sempre coerente alla vecchia scuola come noi lo vogliamo. Terminata questa costruita sezione centrale, la band ritorna alla strofa di canto dopo un lancio di batteria di Tom, strofa a cui segue ancora una volta il ritornello. Il brano tuttavia non annoia affatto, mostrandosi estremamente dinamico e costantemente incisivo: cosa non scontata, considerata la durata della traccia di 7 minuti e l'assenza di intermezzi melodici e quant'altro. La canzone nelle sue liriche ci descrive il cuore dei peccatori, un cuore nero e domato dal male e dall'insensibilità. La crudeltà, l'odio, la rabbia, e tutto ciò che al mondo ci può essere di negativo, possono essere sentimenti contagiosi e manifestati tramite la violenza, una violenza incontrollata che è frutto dell'influenza demoniaca talvolta irresistibile per le menti più vulnerabili. La scena del crimine è sempre in fermento, il diavolo se la ride ogni volta che qualcuno commette un peccato, mentre gli angeli piangono disperati per l'esito oscuro e imprevedibile verso cui marcia la razza umana. La canzone si chiude con le parole "death never takes a holiday", cioè "la morte non va mai in vacanza." Se quindi pensavate di farvi un weekend al mare per scamparvela, vi consiglio purtroppo di rivedere i vostri programmi. 

Hammer and Life

Il ben più breve terzo brano di questo lavoro si intitola "Hammer and Life" (Martello e Vita). Qui la band sceglie di adottare un efficace riff che stilisticamente prende molto in prestito da "Pleasures of the Flesh", mentre lo stesso Rob stilisticamente si ispira moltissimo allo storico cantante della band Steve Souza. Dopo i primi convincenti secondi, il brano sembra un po' perdersi con un ritornello che ci dà molto di già sentito, molto "preso in prestito" da precedenti brani della storia recente della stessa band. Terminata questa fase, gli Exodus decidono di cimentarsi in un lungo assolo di metà brano, formula ormai costante per i ragazzi statunitensi. Nel caso di un brano di poco superiore ai tre minuti come quello che ci ritroviamo in questo momento ad ascoltare, tuttavia, la scelta di inserire un assolo così lungo non è poi così convincente, sembra anzi un po' un modo di cammuffare un brano nella radice un po' privo di ispirazione. Anche lo stesso fatto che Rob si ispiri molto ad un tipo di canto old school di matrice "ottantiana" ci lascia intendere che la traccia non si adegui perfettamente alle sonorità adottate dalla band durante l'album protagonista della recensione odierna, certamente più moderno in quanto a sound. Chiuso il lungo frangente centrale di chitarra solista il brano, pur carente di "quadratezza", torna alla sua prima parte e dunque a riff principale e strofa. Nella canzone gli Exodus raccontano della loro filosofia di vita, quella del vivere guardando sempre verso l'alto, dell'affrontare direttamente e faccia a faccia tutto ciò che si incontra. "Vivere per l'acciaio, morire per la lama", come raccontato dalla stessa band tramite un'arguta metafora. Durante il ritornello Rob ci racconta che il martello è il suo simbolo, quello per cui più di ogni altro prova un senso di appartenenza. Lo stendardo è ciò che porta, il motto del suo credo, quello di vivere per l'acciaio. Paura e vigliaccheria sono dai ragazzi ritenuti dei portatori di morte, mentre sono la forza e la volontà di combattere a rappresentare degnamente una vera anima guerriera. Onorare il martello, questo è il motto, perché dal martello si dipende. Concluso il Side A di questo primo disco, è tempo di procedere alla quarta mattonella di questo doppio lavoro. Coltello fra i denti, si va avanti!

Class Dismissed (A Hate Primer)

Procediamo con il quarto brano "Class Dismissed (A Hate Primer)" (Classe licenziata (Un iniettore di odio)). Questa traccia è la prima del Side B di questo primo CD. Sicuramente questa traccia non lascia spazio alcuno ad equivoci, nel senso che sin dal primo momento si mostra estremamente rapida e aggressiva, con tanto di ruggente voce di Rob che certo non si fa pregare ad entrare nel brano.  Il riff principale è convincente, l'utilizzo dei power chord ci ricorda i brani tipici di "Exhibit A", intensi tappeti di doppia cassa colorano il muro di suono portato dal riff principale. Il ritornello è aggressivo ma allo stesso tempo musicale, la voce di Rob ben si adatta a questo frangente e il brano scorre in maniera fluida e naturale. Alle porte del terzo minuto gli Exodus introducono un roccioso riff mid-tempo con tanto di cori vocali, la batteria di Tom utilizza il china in questo frangente decorando l'avvio dello squarciante assolo chitarristico, ancora una volta ben lungo ed elaborato. Bella anche la parte post-assolo, che tramite una serie di secchi stop and go ci conduce ad un nuovo e travolgente riff basato su un'efficace combinazione di note, per un brano che ci conferma ancora una volta di essere assolutamente positivo. Nella parte conclusiva i ragazzi decidono di tornare al riff principale e portante del brano, con tanto di strofa di canto. Segue il ritornello. Scelta che ci sta, per dare quella sensazione di "quadratezza" ad un brano ricco di variazioni. Il brano ci racconta, in maniera forse metaforica, di come il protagonista faccia una strage all'interno di un'università. Queste liriche rappresentano uno sfogo puro, uno sfogo all'insegna del concetto di odio e devastazione. "Tutto ciò che volevo era un po' d'affetto, ma nessuno me l'ha mai dato", questa un'emblematica frase tratta dal brano. Effettivamente, sono infiniti i casi nella storia di psicopatici con un'infanzia triste alle spalle, o di persone che non si sono mai sentite amate o apprezzate. Il ritornello è alla base del concetto puro di odio, tant'è che la stessa parola odio viene ripetuta per ben nove volte.

Downfall

Eccoci signori alla quinta "Downfall" (Caduta), traccia per la quale gli Exodus hanno anche rilasciato un videoclip. Sin dalle prime battute la band introduce il brano con un riff decisamente di stampo moderno e con strani power chord dalla dubbia riuscita. In realtà, ben presto comprendiamo che è solo un modo di introduce il roccioso riff principale, riff cantato con grande aggressività e riuscita da Rob Dukes, anche se non possiamo fare a meno di pensare a quanto carisma avrebbe avuto una parte del genere se fosse stata cantata da Steve Souza. Resta ottimo il ritornello, meno quella combinazione di power chord che la band ripete qui e là. A metà brano vi è un breve breakdown nella quale si innalzano i cori che ripetono la parola "fall", vi è poi il ritorno alle poco convincenti battute iniziali del brano. Insomma, se strofa e ritornello sono assolutamente convincenti, meno lo sono altre sezioni, per un brano comunque sufficiente ma certo non all'altezza delle aspettative, se consideriamo che si tratta della traccia forse più celebre del full. Possiamo tranquillamente di dire che fra questi primi 5 episodi, questo sia quello meno riuscito. Ottimo invece il riff conclusivo del brano, quello che nel videoclip vede dei giovani metallari abbandonarsi al loro headbanging. Questa canzone ci racconta di quale brutta fine abbia fatto il nostro mondo, un mondo calpestato e disprezzato da noi stessi, alterato dai nostri maltrattamenti e devastato dai nostri peccati e dalle nostre azioni. Il brano afferma quanto oramai sia troppo tardi per tornare indietro, troppo tardi per trovare una cura adatta al nostro pianeta. Proprio come avvenne con Sodoma e Gomorra, stiamo raccogliendo ciò che abbiamo costruito, l'ignoranza dell'uomo è recidiva e non apprendiamo mai dai nostri errori. La cosa più triste è come nessuno si prenda mai la colpa di ciò che si è fatto, le responsabilità non vengono mai recapitate a nessuno. Finché non impareremo non ci saranno speranze, ma potrebbe già essere troppo tardi.

March of the Sycophants

L'ultimo brano di questo primo CD si intitola "March of the Sycophants" (La marcia dei sicofanti). La traccia si apre con un velocissimo lancio batteristico di Tom Hunting, che subito dopo passa ad un "tupa tupa" asfissiante sul riff introduttivo di chitarra, qui in secondo piano. La band ben presto introduce però un riff di tempo medio e di stampo moderno, strizzando l'occhio alla scuola Groove Metal anni '90. Le stesse ritmiche non sono in questa fase particolarmente convincenti, ma la voce di Rob ad ogni modo si adatta perfettamente ogni qualvolta gli Exodus si affacciano verso influenze più moderne. La traccia procede con una serie di tortuosi stop and go, ma le variazioni in realtà sono pressoché del tutto assenti, in quanto si ritorna con regolarità al riff principale del brano, quello da noi descritto nell'apertura di questa traccia. La band si cimenta ancora una volta nell'apprezzatissima pratica dei cori vocali, e ancora una volta per ascoltare una vera e propria variazione del brano dobbiamo aspettare metà traccia. Purtroppo, in questo frangente abbiamo la conferma che questo non sia un brano granché riuscito, come se manchi quell'impatto determinante, quel "che" che rende ogni brano una traccia pronta ad essere pubblicata a tutti gli effetti. Ecco, se dovessi essere sincero, questo sesto episodio mi ricorda più una "bozza di canzone", una bozza che personalmente avrei scartato. Del resto, "de gustibus non disputandum est". Venendo alle liriche di questo brano, ci ritroviamo ancora una volta dinanzi ad un testo di matrice anti-cristiana. Non certo il primo per la band, specie considerando che all'interno della scena Thrash Metal statunitense quello dell'anti religiosità è un tema pressoché unico. La band in questo caso critica i seguaci di Gesù, i cosiddetti "sicofanti", che hanno la presunzione di decidere cosa sia giusto e cosa sbagliato. Tante falsità, tante ipocrisie sono avvenute secondo la band a causa della religione cristiana. La religione, nella parte conclusiva della traccia, viene descritta come la "madre delle menzogne". 

Nanking

Il secondo CD si apre con "Nanking" (Nanchino), ed è l'ennesimo brano costruito e ben strutturato. L'introduzione ci porta in primo piano una vera e propria melodia di guerra, melodia che rievoca la strage effettuata a Nanchino dalle truppe giapponesi nei confronti dei cinesi. Le liriche infatti raccontano delle tremende brutalità commesse dai soldati del Sol Levante nel '37, mentre nel frattempo il riff robusto introduttivo si tramuta in un arpeggio macabro atto a prepararci al massacro più totale. Come il testo ci racconta, i soldati giapponesi commisero brutalità indescrivibili, fra stupri, incendi e massacri indiscriminati. La cosa più tremenda fu la non distinzione fra militari e civili, con la scusa di "colpire coloro che si nascondevano". Come sempre, la guerra finisce con il non vedere distinzioni fra esercito e bambini innocenti. Così avvenne anche nell'allora capitale della Repubblica di Cina, Nanchino appunto, in un avvenimento storico del quale ancora oggi ci sono scontri e dibattiti fra Cina e Giappone sul numero di vittime, appurate comunque almeno sulle 200.000. La voce ruggente di Rob è introdotta dopo una serie di power chord e passaggi, reggendosi sul riff portante lento e cadenzato. Qui il vocalist abbandona il suo stile in screaming, adottando uno stile di canto almeno in un primo momento più classico. Successivamente, subentrano le più moderne urla "in scream" secondo i canoni del metal moderno. Il brano, intanto, non accenna ad accelerare: così gli Exodus ci raccontano dei brutali stupri subiti a Nanchino dalle donne, della totale mancanza di umanità dei soldati, un qualcosa con davvero pochi precedenti nella storia. E' il momento dell'assolo di chitarra: se la base resta lenta e cadenzata, la chitarrista solista invece è rapida e sferzante, conducendo l'ascoltatore alla riproposta dell'arpeggio iniziale, seguito da strofa e ritornello. Un brano quadrato dunque, probabilmente non convincente quanto i brani che avevano aperto il primo CD, ma comunque apprezzabile. Apprezzo comunque che gli Exodus abbiano scritto un testo con un reale fondamento storico, è sempre bello conoscere nuovi episodi o magari semplicemente approfondirli. 

Burn, Hollywood, Burn

La seconda traccia del secondo disco si intitola "Burn, Hollywood, Burn" (Brucia Hollywood, Brucia). Al contrario del pezzo precedente, qui ci si deve preparare ad un rapidissimo e selvaggio brano dove gli Exodus senza riflessioni o ragionamenti sfoderano tutta la loro rabbia e grinta. Così avviene sin dal primo riff, che vedo unirsi il sound tipico del Thrash Metal statunitense a quello teutonico, generalmente più veloce ed estremo. Le urla di Rob Dukes dietro al microfono non si fanno certo attendere, in un testo che già dal titolo del brano ci lascia intendere molto. Nella canzone dunque gli Exodus si innalzano contro Hollywood, rivoltandosi contro alcuni aspetti ritenuti deplorevoli del mondo dello spettacolo. Per la band, infatti, quel settore è pieno di falsità, ipocrisie e fatiscenti apparenze. Riviste spazzatura, burattini incantati dal contenuto di quest'ultime, ragazzine di 16 anni sfruttate. E' ben nodo infatti, che sin dalla Los Angeles della prima parte del secolo, non sono mancati casi di ragazze che, pur di far carriera, hanno subito e accettato ogni tipo di abuso. Del resto, è tutt'ora più attuale che mai la presenza di vicende che vedono potenti produttori cinematografici abusare della loro posizione, sfruttando appunto l'ambizione di donne intenzionate a ritagliarsi il proprio spazio in un mondo che offre loro qualunque cosa. Denaro, popolarità, successo. Straordinario il lavoro di Tom Hunting nel corso di questo brano, che non accinge a rallentare: subentrano anzi i cori vocali, e dopo un minuto e trenta di ascolto uno sferzante assolo affonda l'ascoltatore in profondità. Magari un po' classico e fine a se stesso, è comunque positiva la scelta di inserire una parte di chitarra solista in maniera così imminente. Nell'ultima parte del brano, che vede gli Exodus riproporre il riff portante, la band ancora mette in evidenza il lato più squallido di Hollywood: la cosiddetta "La Mecca del cinema", infatti, nasconde segreti ed episodi che vedono il desiderio di successo anteposto a qualsiasi valore morale. Tutto ciò, per la band, è equiparabile alla pornografia. Certamente, essendo queste liriche estremamente particolari, qualcuno sarà d'accordo qualcun altro meno, a me piace quando con personalità una band dica ciò che pensa, anche a costo di rischiare qualche critica. Non c'è dubbio che sia molto meglio che ascoltare testi banali e letti e riletti. 

Democide

Giungiamo a questo punto a "Democide" (Democidio), un brano nella quale gli Exodus sfoderano il lato più violento e volgare della loro anima. Ciò però avviene dopo un eccezionale arpeggio iniziale, presto coadiuvato dal roccioso basso di Jack Gibson. Ancora una volta, dunque, gli Exodus scelgono di introdurre un brano con una melodia di guerra, che di poco tempo necessita per trasformarsi nell'ottimo riff di tempo medio che espone magistralmente quella che è la melodia principale del brano. Irrompe improvvisamente la strofa di canto, con Rob Dukes che torna al suo stile più urlato e violento, come violente sono del resto le liriche. Il brano infatti ci parla dei peccati e delle violenze commesse dai demoni, che commettono letteralmente "orgie di omicidi", impossessandosi di coloro che scelgono come vittime. E' a questo punto che emerge quello che certamente è il punto debole di questo brano: il ritornello. La musicalità di quest'ultimo è infatti strana, inappropriata per usare il termine forse più opportuno, e si propone in maniera troppo diversa rispetto al resto del brano, più vecchia scuola nelle ritmiche. Probabilmente troppo moderno dunque, e aldilà di ciò poco riuscito, direi che il ritornello di questa traccia è senza dubbio il peggiore all'interno del full. Nel suo svolgimento il brano si mantiene sempre su tempi lenti e medi, ma non annoia restando anzi incisivo dal punto di vista ritmico. E' dunque esclusivamente la parte vocale, a mia opinione, a demolire questo brano. Tornando alle liriche, queste affermano ripetutamente che "Dio sia dannato", e che "la Guerra è l'inferno". Nulla di particolarmente culturale dunque, ma questa è l'attitudine dei nuovi Exodus e brani di questa tipologia tornano con una certa frequenza fra i lavori con Rob Dukes alla voce. L'assolo è semplice, breve, ma al contrario della vocalità godibile, opportuno e calzante più di altri presenti nell'album. Vedendo il numero esorbitante di tracce e di minuti in questo doppio album, temevo potessero esserci brani non all'altezza: questo è il caso. Di ciò, ad ogni modo, avremo modo di parlare in fase di chiusura della recensione. Questo brano era l'ultimo del Side A di questo secondo CD.

The Sun Is My Destroyer

E' dunque il momento di passare al primo brano del Side B di questo secondo disco di "Exhibit B". La traccia che ci apprestiamo ad ascoltare si intitola "The Sun Is My Destroyer" (Il Sole è il mio distruttore). E si tratta di un brano monumentale, ancora una volta studiato e ben strutturato, per una durata totale di quasi 10 minuti d'ascolto. Ma, a differenza di come si potrebbe pensare, non vi sono introduzioni "melodiche", né vi è nulla di studiato. Il brano parte roccioso e rapido sin dal primo istante, con un rapidissimo riff dove Tom Hunting dietro le pelli tira fuori il meglio del suo repertorio. La voce di Rob torna a farsi più gutturale che mai, lo stile in screaming non viene proposto con la costanza degli altri brani, rimanendo più che altro un elemento di variazione. Nelle liriche Rob ci urla qui dell'unico e solo protagonista di questo brano, il Demonio, il signore delle ombre e dell'oscurità. Il patriarca di tutto ciò che non è sacro, il portatore del buio perenne. Spietato, immortale, soggiogatore e usurpatore, Satana possiede solo un timore: la luce. Dunque Dio. E' a questo che dobbiamo l'esplicito titolo del brano. La lunga strofa ci porta al potente ritornello, dove l'aggressività si prende tutto lo spazio relegando la melodia ad una componente minima all'interno della parte. Ottimo davvero il riff post-ritornello, con un'aggressiva serie di note alternata da distruttivi power chord. Questa parte, personalmente, la ritengo la migliore della traccia. A metà della canzone vi è un brusco rallentamento, un momento di riflessione che vede Tom Hunting alla batteria sfiorare delicatamente i suoi piatti, mentre le chitarre propongono dei semplici power chord ben distanziati fra loro. Rob qui abbandona lo stile urlato, attendendosi ad un cantato più classico in un primo istante. Seguono le urla, raschiate, che portano al battesimo dell'assolo di chitarra, che alterna fraseggi più rapidi a momenti più riflessivi. La chitarra solista, non senza gusto, segue la melodia portante della traccia. Terminato bruscamente questo momento, Rob torna a urlarci della malvagità del Re delle Ombre, che ha costruito un dominio all'insegna della paura e del terrore. "La notte è la mia salvatrice, il sole è il mio distruttore", queste le eloquenti parole che chiudono la traccia. Nell'ultima parte, dal punto di vista vocale, il brano si fa più che estremo che mai: Rob adotta i diversi stili del Metal estremo, dal growl allo screaming, mentre il riff rimane classico e mai influenzato da questa caratteristica. La traccia si chiude, infine, in fade-out.

A Perpetual State of Indifference

Giungiamo ad una breve traccia strumentale intitolata "A Perpetual State of Indifference" (Un perpetuo stato di indifferenza). Di poco superiore ai due minuti d'ascolto, la canzone mette in mostra una stupenda ma macabra melodia, che in maniera cupa e "minacciosa" annuncia l'arrivo di un brano da "guerra totale". Bellissima dunque la criptica e mortale serie di note proposte in questo pezzo, prima in clean poi, lo aspettavamo, in attacco di chitarra distorta. Segue poi il grande momento per il basso di Jack Gibson, che si cimenta in libertà sulla linea melodica del brano fino a condurci al riff di chitarra dai tempi medi, che seguendo sempre la linea del brano libera una serie di serrati power chord separati solo da brevi ma non esasperate pennate di chitarra. La traccia si chiude con un fade-out che ci preannuncia l'arrivo di un brano devastante, che sarà il penultimo dell'album e dunque del Side B del secondo disco. Tecnicamente anche l'ultimo, dal momento che l'ultima traccia è considerata una "bonus track".

Good Riddance

Ed eccoci al penultimo capitolo, intitolato "Good Riddance" (Buona liberazione). Considerato che il prossimo pezzo sarà una bonus track, sta a voi scegliere come considerarlo. La traccia, di durata pari a circa 5 minuti, è da questo punto di vista nella media dell'album. Come preannunciato dalla precedente strumentale, il pezzo parte più veloce e asfissiante che mai, Tom Hunting alla batteria tira fuori il meglio del suo repertorio e Rob si dedica ad una vocalità più estrema. Resta che il riff, per quanto rapido e aggressivo, non è poi particolarmente convincente, basandosi su una melodia un po' strana all'ascolto e non particolarmente devastante o riuscita. Il brano è, fra l'altro, molto poco vario, dunque la mediocrità del riff principale è un fattore ancor più negativo. Anche la parte di chitarra solista non è memorabile come altre nel full, e il pezzo minuto dopo minuto finisce con il diventare noioso. Dunque, per la seconda volta di questo album, incontriamo un brano che senza alcun dubbio sarebbe stato eliminabile. Le liriche parlano della fine della razza umana e del nostro pianeta, una conclusione per la quale il protagonista non proverà neanche un filo di dispiacere, neanche una lacrima. "E' l'evento dell'anno, dopotutto". Eloquenti in tal senso le parole del ritornello, che non possiamo non citare: "Good riddance, goodbye. So long to this fucking world, sit back and watch it fry. Good riddance, goodnight. Adios planet Earth, now die." (Buona liberazione, arrivederci. Così tanto per questo fottuto mondo, siediti e guardalo friggere. Buona liberazione, buonanotte. Addio pianeta Terra, ora muori." Si torna a quei testi un po' nichilistici che avevamo già visto in "Exhibit A", una delle caratteristiche delle liriche scritte da Rob, caratteristiche che si affiancano al ricorrente tema dell'anti-religiosità. Mentre l'assolo di chitarra si appresta a terminare, il vocalist torna a urlare nella strofa e nel successivo ritornello. Si tratta, come accennato, di un brano molto quadrato, "eccessivamente quadrato" anzi: qualche variazione avrebbe sicuramente fatto bene a questa traccia, fermo restante il problema che il riff in sé non è poi così convincente. Comunque, tornando al racconto di questo brano, nella parte conclusiva la nostra Terra viene spazzata via in una gigantesca esplosione, comportando l'estinzione della specie umana.

Devil's Teeth

Ed eccoci all'ultimo brano di questo nostro odierno percorso, intitolato "Devil's Teeth" (I denti del Diavolo). Il brano è uno dei più brevi del full, avendo una durata pari a 4 minuti circa. La traccia, che come abbiamo già accennato è tecnicamente una "bonus track", anche se per la verità durante l'ascolto dell'album poco cambia, mostra melodie comunque aggressive ma a sprazzi pervase da un'anima rockeggiante. Una veste differente dunque, e magari è proprio per questo che ha portato la band a  scegliere di considerarla una traccia a parte. Qui è come se Thrash Metal e Rock in determinati passi si incontrassero, per un risultato simpatico. Nella traccia, come avrete capito, si parla del demonio, qui raffigurato come un famelico mostro che vive nell'oscurità. Caratterizzato da un sorriso da maniaco, occhi di morte e denti che strappano la carne, Satana qui è raffigurato come una creatura carnivora che divora qualunque cosa gli si para innanzi. Difficile capire se il suo "pasto" siano esseri viventi o, più realisticamente, anime. "You better pray you never meet" dunque, cioè farete meglio a pregare di non incontrarlo mai. Dopo un minuto e 50 secondi di ascolto una serie di secchi power chord introducono l'assolo di chitarra, rapido ma non troppo, ad ogni modo non particolarmente convincente dal punto di vista melodico e compositivo. Terminato questo frangente di chitarra solista, il brano torna ancora una volta ad un riff di chitarra che sembra realizzato dall'unione di un'anima Thrash Metal e una Rock. La band torna poi alla strofa e al successivo ritornello, che in questo caso chiude la traccia. In quest'ultima parte, il testo della canzone sembra dirci che per la vittima del demonio non ci è purtroppo stato nulla da fare, la sua carne è stata affettata e il suo destino ha avuto un esito sfortunato. E' dunque questo l'episodio conclusivo di questo "Exhibit B", nulla di monumentale, ma un semplice brano di quattro minuti non poi così convincente a dire il vero. E' tempo di dedicarci ora alla fase conclusiva di questa recensione, dove tireremo il bilancio di questo lunghissimo doppio-album degli Exodus rilasciato nel 2010. Spero che il nostro viaggio vi sia piaciuto.

Conclusioni

Ed eccoci qui in fase di chiusura, è tempo come sempre di trarre le conclusioni e di dedicarci alle ultime analisi. Tanto per incominciare, sin dall'inizio dell'ascolto di questo album avevo un timore: due CD, tantissimi brani, non ci saranno mica tracce "inutili"? Purtroppo, è effettivamente così. Il Disco 1 è certamente superiore rispetto al 2, e la prima parte del Disco 1 è migliore della seconda. In sostanza, l'album parte bene ma progressivamente scende di livello, confermando i nostri timori. Con questo, sia chiaro, non vogliamo certamente sminuire la principale qualità di questo lavoro: ovvero che ha, di fatto, una prima parte valida. Ma, per ovvi motivi, questa qualità rappresenta allo stesso modo un difetto. Su Rob Dukes, non possiamo che confermare quanto detto delle sue precedenti performance vocali: tira fuori il meglio su vocalità più estreme, nei frangenti dove è necessario e opportuno un approccio di canto più in linea con il sound del Metal moderno. Peggiore, invece, l'esecuzione vocale dove è necessaria una vocalità vecchia scuola. Il che, diciamocelo, non è ideale per gli Exodus e ciò che noi da loro vorremmo. Ma sempre meglio di un cantante che fa pena su entrambi gli approcci, dopotutto! Ottima e impeccabile, sia a livello esecutivo che compositivo, la performance del batterista Tom Hunting, una vera sicurezza per questa band. Venendo alle chitarre, e in particolar modo al leader della band Gary Holt, impeccabile nell'esecuzione come sempre, troviamo che invece dal punto di vista delle composizioni si sia perso un po' in seguito a "Tempo of the Damned", dunque con l'ingresso di Rob Dukes nella band. Ottimo anche il lavoro di Lee Altus, impeccabile sia nei momenti di chitarra ritmica che sulla solista, anche se lo vorremmo un po' più protagonista nel tenere "sulla giusta riga" Gary quando propone qualche riff o brano non all'altezza, o quando magari snatura troppo lo stile della band. Ad ogni modo, tirando un bilancio per quanto riguarda i brani di questo lungo doppio CD, penso che "The Ballad of Leonard and Charles" sia probabilmente stato il miglior episodio dell'album, superiore anche alla più celebre "Downfall", traccia della quale gli Exodus hanno realizzato il videoclip. Dunque, come qualche volta si dice, "il meglio sta tutto all'inizio". Dal punto di vista lirico nulla di particolarmente nuovo sotto al cielo, anche se apprezziamo la minore presenza delle banalissime tematiche anti-religiose, che con il Thrash Metal storicamente non ci hanno poi mai avuto così tanto a che fare. Io personalmente apprezzerei più qualche testo di critica sociale, non solo uno o due su tredici pezzi, ma dobbiamo prendere atto che negli Exodus dell'era Dukes questa tipologia di lyrics è passata un po' in secondo piano. Comunque, giunti al momento di assegnare un voto a questo full, io direi in una scala da uno a dieci 6.5. E' dunque, capiamoci, un lavoro più che sufficiente, è solo che dalle grandi band ci si aspetta sempre qualcosa in più. Il mio giudizio resta, ci mancherebbe, oggettivo. Più che positivo questo album per quanto riguarda la produzione, che valorizza ogni strumento e in particolar modo il sound intrapreso dalla band. Le ultime volte avevamo avuto qualche riserva per quanto riguarda il suono della batteria, stavolta dobbiamo dire che possedeva la giusta valorizzazione. Per quanto mi riguarda, non c'è nulla di peggio nel Thrash Metal che un rullante poco esplosivo o mal inserito nel mix, per questo vado pazzo per band molto attente a questo fondamentale come lo erano ad esempio i Demolition Hammer. Lo stesso si può dire del basso, che personalmente non apprezzo "troppo seppellito". Bello dunque che qui ogni strumento abbia il suo spazio. Venendo invece all'artwork di questo lavoro, la cover rappresenta un pentacolo con, al suo centro, uno scheletro. Lo scheletro possiede otto braccia: una mantiene una spada, un'altra una mitraglietta, una terza una granata, una quarta una Bibbia, la quinta e la sesta ancora una mitraglietta e una pistola, mentre le ultime due si preparano tramite una carica a far saltare in aria l'esplosivo indossato dallo stesso scheletro. Il pentacolo è color sangue, e lo stesso color sangue richiama al colore del logo della band in sovraimpressione. Nella parte inferiore dell'artwork, al contrario, leggiamo il lungo nome dell'album di cui vi abbiamo raccontato: "Exhibit B: The Human Condition". Il tutto su uno sfondo color beige, che probabilmente ricorda quello della carta antiquata, rappresentando una concezione storica ciclica dell'esistenza umana. Speriamo che abbiate apprezzato la recensione odierna, noi vi salutiamo e con un bel paio di corna in alto vi aspettiamo alla prossima recensione.

1) The Ballad of Leonard and Charles
2) Beyond the Pale
3) Hammer and Life
4) Class Dismissed (A Hate Primer)
5) Downfall
6) March of the Sycophants
7) Nanking
8) Burn, Hollywood, Burn
9) Democide
10) The Sun Is My Destroyer
11) A Perpetual State of Indifference
12) Good Riddance
13) Devil's Teeth
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