EXODUS

Blood In, Blood Out

2014 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
21/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

1982, San Francisco: in una sera strana, piovosa, ed infestata dai fumi dell'alcool, quattro ragazzi chiusi in una buia e puzzolente casa, stavano per dare vita ad una leggenda. Decisero, sempre in balia degli effluvi di alcool (e anche di qualche droga sparsa) di tagliuzzarsi le vene per gioco, e mischiare fra loro il sangue che usciva da ogni braccio, facendolo collimare in un calice nel quale le differenze non contano. A distanza di qualche anno da quell'episodio, uno dei ragazzi stava pensando il nome per il primo full lenght (dopo la pubblicazione di un piccolo EP autoprodotto) della sua Thrash Band e, ricordando quello strano accadimento, decise che il disco si sarebbe chiamato Bonded By Blood. Quel ragazzo ovviamente rispondeva al nome di Gary Holt, sarebbe diventato da quel momento una vera pietra miliare nell'ambito Thrash Metal, assieme ai suoi compagni Paul Baloff e Tom Hunting (con un giovanissimo Kirk Hammet, che lascerà la band poco prima della reale esplosione di successo) avrebbe dato vita ad una scala che ancora oggi viene salita, una scala che risponde al nome di Exodus. La formazione americana è considerata parte della "seconda ventata Thrash", iniziata poco dopo la prima (circa un paio d'anni), e che comprende formazioni come Overkill e Testament; rispetto ai loro "colleghi" più di alto rango Big 4, gli Exodus (come tante altre formazioni del secondo periodo) si sono "conservate meglio", o almeno, hanno avuto una carriera iniziata prettamente nell'underground, una china più difficile da salire, ma arrivati ad oggi, conservano ancora in pieno lo spirito degli anni '80. Gli Exodus hanno avuto una carriera assai travagliata per quanto riguarda le politiche interne; poco dopo la pubblicazione di Bonded,  Paul Baloff viene allontanato per abuso di stupefacenti (che tornerà in alcune occasioni, prima di spengersi nel 2002, dopo un lungo periodo di coma, e saranno proprio i membri degli Exodus, assieme all'unico familiare rimasto di Paul, a decidere di staccare la spina all'amico), ma il suo carattere carismatico verrà ricordato per sempre come un vero must nella musica, le sue frasi, i suoi modi di fare durante i live, sono già storia scritta nel fuoco. Al posto del compianto Paul, viene reclutato un giovane promettente e con una voce proveniente direttamente dall'inferno; il suo nome era Steve "Zetro" Souza:  sarà lui a conferire agli Exodus quel sound che in dischi come "Pleasure of the Flesh" o "Fabulous Disaster" esploderà in tutta la sua potenza, e diverrà un marchio di fabbrica per la band, improntata principalmente su ritmiche veloci e taglienti, testi politicizzati o sociali, voci sempre molto alte, ed un sottofondo da manicomio. Steve Souza rimarrà al timone degli Exodus fino al 1992, anno in cui se ne andrà per essere sostituito temporaneamente dal Baloff stesso fino alla sua dipartita; Zetro tornerà nel 2004 a prendere il comando, per poi andarsene nuovamente durante una tourneè in Sudafrica. C'era bisogno a questo punto di un nuovo angelo dell'inferno, e, dai bassifondi di San Francisco, venne scelto il corpulento Rob Dukes, un uomo il cui passato non è stato dei più positivi (figlio di genitori Hippie, ha trascorso una vita alla deriva, militando in tante formazioni minori, prima di trasferirsi in California e avere il fortuito incontro con gli Exodus); con Rob il sound del gruppo muta verso un Thrash improntato maggiormente alla parte Hardcore Punk (il che fece storcere il naso a molti metalheads dell'epoca, anche se, sinceramente, non capisco come mai, considerando che, se non si ascolta o si conosce almeno un minimo di Hardcore, e non la si ama almeno per una piccola percentuale, il Thrash non potrà mai piacere appieno), creando un nuovo marchio di fabbrica, diverso dal precedente. Rob rimane fino alla fatidica data, l'8 Giugno 2014, in cui il buon Gary Holt in una conferenza ufficiale, annuncia la dipartita del gigante roccioso, per far rientrare in formazione il vecchio Zetro, fra le urla generali della folla. Gli Exodus dunque, dopo una carriera difficile e piena di insidie, sono tornati in studio con la formazione che li ha resi celebri, e Steve stesso, dopo una esperienza col suo progetto parallelo Hatriot (in cui suona con i suoi figli un Thrash USA style di grande impatto), sembra aver messo la testa a posto, e si sia dimenticato delle vecchie ruggini. Sono tornati in studio per dare vita ad una nuova creatura infernale, e nei mesi precedenti alla presentazione, i rumors si sono susseguiti come impazziti su quello che avrebbe dovuto essere il sound dell'album, se mantenere la linea seguita con Dukes, o tornare all'ottantiana memoria. La scelta, anche se ovvia, propese per la seconda opzione; e così, il 14 Ottobre, sugli scaffali dei negozi una copertina lugubre compare davanti agli occhi dei fan, e quel titolo così iconico per un momento sembra riportarli (e riportarci) al 1983; adesso dunque inseriamo la chiave nella macchina del tempo, indossiamo la nostra Combat Jacket toppata fino a non far trasparire un lembo di Jeans, indossiamo le sneakers, e tuffiamoci a piene mani nella eviscerazione sanguinolenta del ritorno targato Exodus, ritorno che porta il nome di Blood In, Blood Out.

Le porte dell'inferno ci vengono aperte da un intro ritmico e claustrofobico, che ci introduce nel mondo di Black 13 (13 Nero); il brano è stato scritto e prodotto in collaborazione con Dan "The Automator", produttore Hip Hop giapponese che ha collaborato con artisti del calibro di Kasabian, Primal Scream e Eels. Il suo contributo al brano è dato dal tappeto musicale che sentiamo sia all'inizio, che in varie parti del brano stesso, un ritmo di base che ci penetra come un punteruolo direttamente il cervello, oltre che le varie armonizzazioni operate dallo stesso Dan. La struttura in sé del pezzo è un mix fra Thrash classico e sonorità decisamente più moderne (ma mai troppo), gli equilibri fra la voce in piena forma di Zetro, e la chitarra di Gary, unita ovviamente alla ritmica di Lee, creano un legame più forte dell'adamantio, tessendo trame fitte e complicate, che ci fanno sanguinare le orecchie. Merito anche della potenza di questo brano va alle pelli dolcemente deflorate da Tom Hunting; il suo background Hardcore misto al Metal classico si fa sentire in tutta la sua potenza all'interno della sessione, producendo un sound davvero martellante. Un inizio davvero col botto dunque per il disco, nel quale si parla di gioco d'azzardo e scommesse, ma effettuate con la posta della vita; il 13 Nero è da sempre un numero sfortunato nel gioco (come il 17, per intenderci), giocare esso e con esso vuoldire rischiare molto, prendersi gioco della fortuna. Il protagonista del brano (una suite di ben sei minuti, piazzata all'inizio come un bel calcio sonoro al via di un combattimento) sta provando una sanguinosa e macabra roulette russa con la vita, decidendo di giocarsi tutto e subito. In realtà, gioco d'azzardo a parte, il brano è un pretesto per criticare in maniera altisonante quelle che sono le pratiche di molte persone, il giocare sempre con i propri averi e la propria esistenza, mettendosi in mezzo a rischi non calcolati, situazioni impossibili, e con persone non propriamente gioviali. Tutto questo accade durante un turbinio di suoni senza precedenti, la voce di Steve passa dal suo consueto tono (simil Bon Scott), ad acuti infernali che ci fanno drizzare i peli sul collo, il tutto poi viene ulteriormente accentuato dal lavoro di mixaggio operato in post-produzione; ogni singolo elemento musicale del brano è perfettamente bilanciato, dagli assoli poliedrici di Holt, alla batteria di Tom, persino il basso di Jack Gibbons si sente in tutta la sua possenza  plettrare quelle spesse corde, sintomo evidente che è stata operata una grande cura nei dettagli, al fine di non far perdere all'ascoltatore neanche la minima vibrazione. Avete presente brani che hanno segnato la storia del Thrash Metal come Caught In a Mosh degli Anthrax, Creeping Death dei Metallica, o Hangar 18 dei Megadeth? Sono, ad oggi, considerati dei veri e propri inni per questa branca del Metal, ogni ragazzo o uomo ai concerti, appena li sente partire, si lancia in un mistico viaggio all'interno dei ricordi, spintonando e pogando gli altri metalheads attorno a lui, in un'orgia di sangue e sudore; beh, da oggi, potete aggiungere alla vostra lista anche il pezzo che segue, title track dell'album stesso, ed un vero capolavoro  operato dalla band, Blood In, Blood Out (Sangue per entrare, Sangue per uscire): un intro di batteria degna del più nerboruto fabbro inizia a martellarci la calotta cranica fin dai primi vagiti, la voce di Steve entra quasi subito, il suo tono è colmo d'odio e di possenza, mentre Gary e gli altri si occupano dei Chorus, ripetendo fino alla nausea "Blood In, Blood Out!". La struttura testuale del brano è in realtà molto semplice, si parla di riti di iniziazione (il titolo è un chiaro riferimento ad essi, dato che, per entrare in una gang, solitamente ci si deve macchiare le mani di sangue), corpi straziati e cazzotti che volano a destra e manca (il videoclip ne è una prova tangibile). Quello che è straordinario di questo pezzo si può sostanzialmente dividere in due categorie; l'atmosfera pregna di anni '80 che si respira dall'inizio alla fine, fin quasi a non accorgersi che il brano (e l'album stesso) sono del 2014, sembra di essere tornati al 1984. Tutto questo viene unito poi ad una caraffa dorata ricolma di citazioni degne di nota, si passa da un "Tonight we're gonna fight like it's 1985" ("Stanotte combatteremo come se fosse il 1985"), fino ad arrivare a frasi epiche e che ci ricorderemo per anni come  "Fortune always favors the brave, Bring your anger, bring the mayhem, Anything you do is allowed, You're the kings of pit insanity, Tonight we're gonna rage, and make Paul Baloff proud!" ("La fortuna aiuta sempre gli audaci, Portate la vostra rabbia, porta il caos, Tutto ciò che fate è consentito, Tu sei il re della follia infernale, Stasera faremo faville, e renderemo fiero Paul Baloff!"), il "fantasma" di Paul, fondatore e membro storico della band, torna a farsi sentire in questo brano, gli amici che sono rimasti gli dedicano un verso, un verso che ha il sapore dell'amicizia profonda che li legava, nonostante tutti gli attriti e le litigate, loro erano sempre li per lui, e viceversa (ne da la prova il fatto che, dopo tutto, egli era tornato a guidare la sua band). Tutto questo Santo Graal di citazioni viene inserito in un ritmo di fondo a metà fra il Thrash e lo Speed; Gary si lancia senza paracadute in assoli degni del suo nome, una pioggia di note investe il nostro volto, e ci prende a schiaffi dall'inizio alla fine. E' bene anche soffermarsi sul dettaglio che aveva fatto drizzare i peli a molti, colmi di false speranze (poi invece sanate e ripienate), la voce di Steve; il nostro Zetro infatti non si è certo adagiato sugli allori negli anni che lo hanno visto lontano dagli Exodus, la sua esperienza solista ed i suoi progetti paralleli lo hanno portato a seguire costantemente il suo sogno, e a non perdersi d'animo, ne soprattutto di voce. Il suo tono a mezzo fra il gutturale e lo squillante ormai è un must nella musica Thrash, le sue sparate a zero sul mondo sono diventate qualcosa senza il quale i fan non possono stare. Ogni brano del disco è pregno di critica sociale, in mezzo al caos generato dagli strumenti, trovano spazio feroci indicizzazioni del mondo, comportamenti umani analizzati al microscopio dalla band, senza dimenticare la consueta dose di humor nero che aleggia per tutto l'ascolto. Nel caso della title track, di questo nuovo inno del Thrash Metal, la critica è sottile, ma persistente, la violenza necessaria per entrare all'interno di una banda è una coppa colma di sangue ("All in, or All Out! - "Tutti dentro, tutti fuori!", recita il secondo chorus del pezzo), mani che vengono usate come armi, sguardi persi nel vuoto di gente che vuole trovarsi su un piedistallo fatto di vane promesse, ma ormai la furia omicida, che prende allo stomaco come un verme solitario, divora i nostri adepti, e non rimane loro altro che pestarsi a sangue e cercare di ottenere l'approvazione delle alte sfere. Qui la struttura di base è assai lineare, la batteria viene lasciata libera di esprimersi come meglio crede, ogni suo movimento è una martellata dura ed incisiva, nel frattempo i nostri Gary e Lee duellano come antichi guerrieri su di un campo di battaglia, cozzando le loro chitarre a colpi di note, e la cosa assai sagace di tutto questo, è che nessuno prevarica sull'altro, ognuno dei due guitarists ha il proprio momento per esprimersi, senza stare a scavalcare l'altro, un equilibrio in perenne durevolezza. Una cavalcata di chitarre e batteria invece ci apre la porta di Collateral Damage (Danno Collaterale); con questo pezzo decisamente andiamo sul Thrash più improntato alla sua parte metallara, i ritmi sono cadenzati e claustrofobici, la batteria pesta giù duro quasi sempre lo stesso ritmo, accelerando e decelerando a tempo con le chitarre, il refrain che ne viene fuori è uno schiaffo in pieno volto, operato ovviamente anche dalla voce di Zetro. Qui si parla di danni collaterali, reazioni improvvise ed annunciate ad episodi di varia natura, gli uomini spesso non si rendono conto di quanto sia pericoloso giocare col fuoco, ma al tempo stesso non ne possono fare a meno, continuano senza freno a cacciarsi in situazioni decisamente non comode, rischiando di cadere in un baratro senza fine. Danno collaterale però può anche essere riferito al potere del mondo, che soggioga come una tenaglia d'acciaio le nostre povere vite, siamo tutti schiavi di qualcuno, quel qualcuno però è come un fantasma, non riusciamo mai a vedere il suo vero volto, eppure egli è li, che tiene fra le mani il filo della nostra esistenza. I versi del pezzo sono assai acidi (aiutati ovviamente dalla violenza della musica, che man mano va crescendo fino all'esplosione sul finale, in cui ognuno dei due chitarristi esegue il personale solo, facendoci carpire le differenze fra i due; Gary è di estrazione decisamente più anni '70, per quanto la sua voglia di suonare Thrash sia come la sete per un disperso nel deserto, nell'inanellare riff è decisamente tecnico, e ciò conferisce all'intero sound quel sapore di vissuto che piace da morire; Lee invece è un cavaliere urlante, che sputa fuoco da occhi e bocca, i suoi riff di chitarra sono taglienti, precisi, tecnici anch'essi si, ma con decisamente molta più cattiveria d base, proveniente da una scuola più estrema di quella di Gary, sono punteruoli che ci vengono conficcati direttamente nelle tempie, gli iconici versi come "Fight, oppress, Coalesce, we no longer acquiesce, we Decry, defy, No longer learning how to live, we're learning how to die, we, Ascend, defend, I recommend we battle to the bitter end, we are, Betrayed, unafraid, Belligerent, resilient, Collateral damage repaid" ("Lottare, oppressi, Coalizzarsi, noi non lo consentiamo più, noi denigriamo, sfidiamo, non impariamo più come vivere, noi stiamo imparando a morire, noi ascendiamo, difendiamo, vi consiglio di combattere fino alla fine, noi siamo, traditi, senza paura, bellicosi, resilenti, Danno collaterale riparato") ci fanno capire bene l'atmosfera del brano; quando si è schiacciati da qualcosa di potente, la soluzione non è permettere che quel piede fatto di soldi, ipocrisia e denigrazione, ci schiacci il volto fino a farci sanguinare gli occhi, piuttosto bisogna ribellarsi, combattere, prendere per le mani la vita e scuoterla dalle fondamenta, facendo capire a chi ci sta cercando di opprimere, che noi non abbiamo paura di niente, siamo forti come un sol uomo, e la loro violenza, non ci fa affatto paura. Kirk Hammet, chitarrista famoso per essere militante nei Metallica ormai dagli esordi, in realtà aveva fatto parte, come abbiamo accennato all'inizio, anche degli Exodus, ma li aveva abbandonati prima del reale successo, per dedicarsi al progetto che poi lo avrebbe reso celebre. Il buon Kirk però certo non dimentica le sue origini, ed in questo disco è tornato a stringere la mano ai suoi vecchi amici, dedicandogli il riff della prossima canzone, un vero fiume in piena fatto di note che ci trascina sotto di sé come durante una piena, fiume che porta il nome apocalittico di Salt the Wound (Sale sulla ferita); torniamo qui alle ritmiche Speed sentite nella title track, i ritmi sono serrati, il carismatico ritmo di fondo ci opprime la mente come se fossimo prigionieri di una stanza senza finestre, soli col nostro dolore e la nostra cupa anima. Steve, al solito, si erge sopra agli altri sul suo scranno dorato fatto di teschi, ed inveisce contro i nostri crani colpendoli con forza, mentre il riff scritto dal caro Kirk non tarda ad arrivare con la sua potenza, in perfetta linea con lo stile di Gary, piuttosto che con quello di Lee. Hammet è un chitarrista molto tecnico, e nonostante ormai suoni Thrash da trent'anni, sa bene come infiammare i cuori del pubblico, proponendo una ritmica improntata su saliscendi continui, power chords alla massima potenza, ed un gain di fondo degno della miglior sala di chirurgia, un metal tagliente e mai scostante, sempre sul pezzo, e noi con lui. Dentro il pezzo si parla, per l'appunto, di violenza, ma violenza vera, quella che fa uscire litri di sangue da ogni orifizio del corpo, le parole che vengono vomitate da Zetro sono intriste di una cattiveria così fitta, che quasi ci sembra di sentir riecheggiare nel nostro corpo un coltello che ci sta tagliuzzando: "When I think of all the hell, you tried to put me through, It can't compare, to what's already done, It's time to say farewell, and leave you black and blue, When I rip you open all I'll do, Is salt the wound" ("Quando penso a tutte le diavolerie, che hai provato a sottopormi, Non si può paragonare, a ciò che è già stato fatto, È tempo di dire addio, e lasciarti pieno di lividi, Quando ti sventro tutto quello che farò, è versare sale sulla ferita") ci urla nel macabro ritornello, facendoci accapponare la pelle al pensiero del povero malcapitato che sta subendo le angherie degli Exodus. E' una canzone di rivalsa questa, il protagonista, dopo aver passato una vita a perire quasi per le sofferenze raggiunte dal proprio aguzzino, trova la forza di girare il coltello dalla parte del manico, e sfogare tutta la rabbia accumulata nel tempo contro il carnefice, facendolo sanguinare come un maiale sgozzato. La cosa interessante di questo pezzo, è l'immane carica che riesce a sprigionare, pur rimanendo un brano molto semplice nella sua struttura di base; le lyrics che grondano budella squartate ci fanno apparire come assassini provetti sulla scena, siamo li assieme all'uomo del pezzo, anche noi stiamo torturando il soggetto che lo ha fatto soffrire, godiamo nel vedere il suo dolore stagliarsi ovunque, e come tecnica di disgusto che proviamo verso di lui, versiamo anche il "sale sulle ferite", al fine di amplificare il proprio dolore al massimo delle sue potenzialità, lo sentiamo urlare fin dentro l'anima, e, dio se ci piace. Neanche il tempo di riprendere fiato, che subito finiamo di nuovo nella mischia grazie a Body Harvest (Vendemmia di Corpi); qui si passa, per la prima volta in questo disco (ma in realtà, nella musica degli Exodus, è quasi prassi) ad un brano incentrato principalmente sul "fratello psicopatico " del Thrash Metal, la metà della mela che gli ha dato vita, l'Hardcore. I ritmi infatti, pur rimanendo ritmati dall'inizio alla fine, si abbassano decisamente di tono, provocando un Crossover degno di nota, e facendo scendere su di noi l'aura della notte. La "Vendemmia di corpi" del titolo, ci fa capire bene in che tipo di atmosfera ci stiamo trovando; si parla sempre di sangue, ma stavolta purtroppo è il sangue di vittime innocenti, vittime che si sono trovate al momento sbagliato nel posto sbagliato, e che non hanno potuto fare altro che  sopperire al loro macabro destino. I loro corpi vengono lasciati li, nessuno quasi si azzarda ad aiutarli, ognuno continua senza problemi a vagare per la strada, senza accorgersi che loro giacciono li, al limite della propria vita. Il protagonista del nostro brano invece possiede una forte coscienza, e urla contro gli astanti della strada per farsi aiutare da qualche fottuto passante, ma loro indossano maschere bianche, senza volto, la loro anima è vuota come le loro coscienze, e al nostro uomo non resta altro che continuare ad urlare con tutto il fiato che ha in corpo, anche se sa bene quanto nessuno non lo ascolterà mai. Le ritmiche Hardcore di questo pezzo danno ancor più risalto all'argomento di cui si parla, considerando che l'HCP ha dato al Thrash la sua vena cinica e critica verso il mondo, decidere di affrontare questo argomento attraverso tali suoni, è una scelta davvero azzeccata, e che rende questo brano uno dei più belli di tutto il disco. Si passa da momenti in cui vorremmo non essere in quel luogo, la sofferenza che viene sprigionata dalla voce di Zetro ci fa rabbrividire ad ogni nuova riga che viene recitata, e noi veniamo subissati di dolore dall'inizio alla fine. Tuttavia, pur essendo presente la matrice HC, non mancano certo i passaggi da metalheads incalliti, i riff di chitarra sono, al solito, molto elaborati e di ottantiana memoria, con il loro grande carisma e la loro forza intrinseca che ci fa sentire come in un vortice. Tutti noi conosciamo i Big 4, i "padrini " del Thrash Metal, coloro che per primi, agli inizi degli anni '80, si dedicarono a questo genere, gettandone di fatto le basi; ma, se noi allarghiamo ancora il campo di tre gruppi, troviamo che forse, passati già tanti anni, invece di Big 4 bisognerebbe iniziare a parlare di Big 7. Gruppi come gli Exodus stessi, gli Overkill o i Testament, ognuno con la sua personale fonte di ispirazione e sound particolare, hanno dato così tanto alla causa del Thrash (e si sono anche conservati meglio nel tempo, riprendendo le prime righe dell'articolo), da meritare un posto d'onore nel pantheon dei vincitori. A proposito dei Testament, fautori da sempre di un Thrash, pur americano, molto pesante e roccioso, dato principalmente dalla voce di Chuck Billy, lui personalmente si è ritrovato "invischiato"  (senza conseguenze, anzi, con gran diletto) nella prossima traccia, BTK (BTK): si passa di nuovo di genere, e si impronta il registro del brano su un mix delle sonorità provenienti dai due gruppi, si passa da momenti in puro stile Exodus, nei quali sentiamo la potenza unita alla velocità di esecuzione, ad altri (che fanno spesso da tappeto) che risultano essere marchiati palesemente Testament (o anche Exodus nel periodo con Dukes, molto ripetitivi, ma devastanti), un vero muro di suono che si para nelle nostre orecchie, e noi non possiamo far altro che alzare il volume. Si parla sempre di sangue e distruzione in questo pezzo, nel più puro stile di entrambe le band, e di questo disco stesso;  questa volta però si parla di uno scenario quasi da post apocalisse, dove ogni speranza non è tardata a sparire, e la libertà sembra ormai un sogno davvero lontano. Si corre davvero come forsennati all'interno della traccia, inseguiti da un nemico del quale non riusciamo a vedere il volto, ma che sappiamo essere alle nostre spalle, pronto a ghermirci come un lupo famelico. Menzione d'onore va ovviamente alla voce di Chuck, che, se possibile, riesce a caricare di cattiveria ancor di più la già squillante e infernale ugola di Zetro, creando un ibrido davvero proveniente dal mondo di Satana, e che ci punzecchia con la sua forza ad ogni pie sospinto. E' particolare vedere come, all'interno del disco, si riesca tranquillamente a passare da un genere all'altro, pur mantenendo la matrice Thrash intatta; il Thrash Metal è un genere molto duttile, su cui si può giocare molto (non troppo, a meno di non creare qualcosa di inascoltabile, considerando che la parte Metal ha canoni molto fissi, lo spazio di mossa è si più largo che nel Metal puro, ma comunque con dei limiti), ci troviamo davanti brani che fanno dell'Hardcore la loro vocazione, altri ancora che inneggiano al Metal degli anni '80, altri ancora che hanno il sapore del Thrash teutonico, notoriamente più pesante ed improntato su ritmiche cadenzate e toni più bassi. Dal tono invece decisamente più metallico è Wrapped in the Arms of Rage (Intrappolato fra le braccia della rabbia); come dice il titolo stesso, questa canzone sprigiona una carica di cattiveria musicale senza precedenti, si tratta di un vero e proprio uragano di note che ci investe in pieno volto, una carica spropositata che deflagra sotto di noi. La chitarra assassina di Gary Holt qui tocca apici mai raggiunti fin'ora, arrivando a inanellare combo artistiche degne della miglior tradizione Metal che si rispetti, mentre dietro le pelli la batteria viene picchiata selvaggiamente, ricorrendo a trick come il trigger o il controtempo , il tutto mentre il nostro caro Zetro si sente un po' meno durante questa sessione, il testo è molto più corto, per dare spazio ai duelli delle chitarre, e al metronomo di basso e batteria. Pur rimanendo comunque in disparte, Steve, quando è il momento di entrare in scena, lo fa col suo solito carisma e cattiveria, regalandoci momenti davvero carichi di furia omicida. Riprendendo il discorso di qualche riga fa, la canzone è improntata sulla rabbia, rabbia per tutte quelle persone che ci hanno deluso, che hanno giocato con i nostri sentimenti e la nostra testa, esse hanno preso a calci la nostra anima e ci hanno giocato come durante una partita di pallone macabra e truculenta. Ed adesso a noi, non rimane altro che ringhiare come cani bastardi, urlare al mondo la nostra rabbia, chiusa dentro di noi come una tigre in gabbia, ma pronta ad uscire in tutta la sua potenza; si parla anche di trasformazioni durante il pezzo, proprio quando Souza ci urla nelle orecchie che "The binds are broken, hold me back no more, Twisted fantasies I shall soon explore, Black angel walk with me forevermore, Begin my transformation" ("I vincoli sono rotti, non mi trattenere più, Fantasie contorte esplorerò presto, Angelo nero passeggia con me per sempre, Inizia la mia trasformazione"); l'uomo protagonista del pezzo è un essere che sta subendo una trasformazione lugubre e mostruosa in un essere carico di odio e astio verso il mondo, quel mondo stesso che lo ha preso a calci fino a quel momento, al mondo stesso non resta che guardare l'uomo mutare nella bestia, ed una volta completato il cambiamento, niente e nessuno sarà più al sicuro. Un intro decisamente di un altro mondo ci accompagna nell'ultima parte del disco, introducendoci a My Last Nerve ( Il mio Ultimo Nervo); anche qui si parla di rabbia, rabbia però in questo caso data da un fattore diverso dal pezzo precedente, si parla infatti di odio verso quelle persone che sono indifferenti verso chi soffre, che ti prendono " a calci in bocca", mentre sei a terra, e non esitano a guardarti con disgusto. Dopo una vita passata in queste condizioni, al protagonista non rimane altro che arrabbiarsi, cominciare a mordere e scalciare come un cavallo imbizzarrito, dato che ormai il mondo gli ha fatto saltare il suo "ultimo nervo", l'unico baluardo di razionalità che era rimasto fra il mondo e la sua rabbia atavica. Purtroppo la gente non ha una vaga idea di cosa sia il rispetto, e ha continuato a provare disgusto e ribrezzo per certe persone, che però alla fine si sono ribellate, hanno imbracciato armi possenti, e si sono gettate nella mischia, sicure che la vittoria sarebbe stata loro. Abbiamo qui un ritmo molto gutturale per tutto il pezzo, persino il basso trova uno spazio agevole in cui coricarsi, concedendosi un momento per farci assaggiare la sua potenza e le sue corde spesse. Per quanto riguarda tutti gli altri strumenti (compresa la voce di Steve), abbassano il proprio gain di qualche semitono, assumendo tutti quanti un ritmo davvero da Sabba, danze demoniache che si stagliano di fronte ai nostri occhi, e quell'intro ed outro così imponenti ci fanno rabbrividire al pensiero di cosa stia provando la gente che si trova di fronte il protagonista del pezzo stesso, con gli occhi carichi di follia omicida e la bocca piena di schiuma. Assistiamo qui, come già detto, ad un brusco abbassamento di toni dell'intero gruppo, che diventa un complesso ancor più estremo nella resa del sound, il muro che si viene a creare è davvero potente e duro da abbattere, quel suono così corposo ci entra fin dentro le viscere, ma invece di prenderci a schiaffi, ci trascina con lui fin dentro l'abisso più nero e profondo. Avete presente quella sensazione che il mondo prima o poi ci porterà alla pazzia? Quel sentimento che proviamo spesso nel profondo del nostro ragionare, e che ci fa pensare che, un giorno o l'altro, imbracceremo un ascia e cominceremo a far scorrere fiumi di sangue perché non ce la facciamo più? E' più o meno il pensiero del protagonista di Numb (Intorpidito); l'uomo che ci viene descritto è qualcuno che ha una chiara visione d'insieme delle cose, ha capito perfettamente che, il suo essere cinico e spietato, non è assolutamente derivato da una qualche forma di carattere burbero o modo di fare strano, è il mondo stesso che lo ha reso così, ed il ritornello come un balletto di scheletri ce lo ripete ogni volta: "I'm callous, remorseless, Sympathy just seems so useless, Black hearted and worthless, Desensitized and ruthless, Compassion vacated, I'm so disassociated, I'm sick of what I've become, But this world has rendered me, So fucking numb" ("Sono insensibile, spietato, La simpatia sembra così inutile, Nero cuore e senza valore, Insensibile e spietato, compassione andata,  Sono così dissociato, Sono stufo di quello che sono diventato, Ma questo mondo mi ha reso, Così fottutamente intorpidito"). L'intorpidimento del protagonista è dato dalla consapevolezza che il mondo fa fottutamente schifo, ed egli non può far altro che diventare l'ombra di sé stesso, un leone goloso di carne umana che morde qualsiasi cosa gli si avvicini, e che non si fa problemi di fronte a niente e a nessuno. Tutto ciò viene amplificato dalla musica di sottofondo, che diventa in questa sessione claustrofobica e molto ovattata, il tutto al fine di rendere ancora più doloroso il sentore del protagonista, ci fa sentire il suo dolore  fin dentro la nostra testa, come se fossimo li con lui. Il Bridge del pezzo abbassa i toni ulteriormente, facendoci sentire ancor più sofferenti nel sentire le dichiarazioni del protagonista, tutto viene messo dentro un enorme frullatore, e noi siamo li con lui a condividere il suo dolore; la voce di Steve qui infatti si fa decisamente più pregna di pathos, pur mantenendo la sua vena di cattiveria da corpo al dolore dell'uomo, facendoci sentire le sue urla, il tutto mentre Gary e Lee continuano a vomitare riff come impazziti, fino alla grandiosa sessione finale, che si alza per quel tanto che basta da farci sanguinare le orecchi. E' ancor più interessante vedere come gli Exodus riescano a passare da un genere all'altro con una semplicità disarmante, voglio dire, neanche cinque/sei minuti fa eravamo nel Thrash Speed più becero e veloce, e basta passare alla traccia successiva per ritrovarsi nell'estremizzazione (senza mai esagerare) più potente, un abbassamento di toni considerevole rispetto a prima, pur mantenendo la solita verve e carica, non è una caratteristica propria di tutti i musicisti, molti tendono spesso a cambiare genere a caso, senza guardare alle conseguenze, Gary Holt e soci invece sanno bene cosa fare, l'equilibrio che si crea nel disco fra tutti i pezzi è pressochè perfetto. Considerando quanto il Thrash metal sia impregnato di critica cinica e senza scrupoli, non poteva mancare un pezzo dedicato alla religione, e gli Exodus ce lo offrono con Honor Killings (Omicidi D'onore); come si evince dal titolo, il brano è dedicato a tutti quei morti che si sono ritrovati "six feet under" per colpa di un culto di qualsivoglia tipo (nel testo si fa riferimento all'Islam quanto al Cristianesimo, che vengono messi sullo stesso piano per quanto riguarda la violenza che sono riusciti a scatenare), si parla di lapidazione quanto di sacre guerre in nome del nulla , combattute da fantasmi con la testa vuota e al tempo stesso ricolma di stupidaggini, idee insulse inculcate a forza nel loro cervello per il bene di un "fine superiore". Ovviamente per dare voce a tutto questo, niente poteva essere meglio del caro, vecchio e distruttivo Speed Metal, che qui torna, dopo varie tracce, a sprigionare tutta la sua potenza; la batteria accelera in una maniera paurosa, e tutti gli strumenti pestano giù duro sul pedale del gas, regalandoci un gran premio di suoni corso a tutta velocità, i suoni si rincorrono senza sosta, mentre i chorus infernali ogni tanto ci arrivano come un colpo di fucile, repentini e dritti come fusi, senza avvertire, come "Heed obey! Get on your knees and pray, Heed obey! Five times a day, Heed obey! Get on your knees and pray, Heed obey! Five times a day" (".Prestare attenzione a obbedire! Mettiti in ginocchio e pregare, Prestare attenzione a obbedire! Cinque volte al giorno, Prestare attenzione a obbedire! Mettiti in ginocchio e pregare, Prestare attenzione a obbedire! Cinque volte al giorno"). L'atmosfera che si respira per tutto il pezzo è quella dell'odio, ma più che odio per i fautori materiali degli omicidi, per chi ha messo in testa loro le idee per le quali stanno compiendo certe azioni, quei satanassi infernali che si nascondono dietro croci o stelle, e che pretendono di poter dominare il mondo in nome di qualcosa di talmente effimero da risultare quasi imbarazzante a pensarci bene. Purtroppo però, da quando l'uomo ha acquisito coscienza di sé, la religione lo accompagna per la mano come una vecchia amica, essa è e sarà sempre li pronta a "tirarlo su" quando necessario, o semplicemente usata come palliativo per paura della morte o della sofferenza stessa, tutto viene fatto in nome di qualcosa di alto, e quindi, per quanto ci saranno sempre persone contro certe pratiche, i fiumi di sangue continueranno a scorrere, impregneranno la terra con la loro viscosità, e a noi poveri esseri inutili non rimarrà altro che stare a guardare mentre i nostri simili si scannano in nome di non si sa cosa.  In collegamento con il penultimo pezzo, ancor più Speed nel sound, ed ancora più cattivo, chiude questa cavalcata sanguinaria marchiata Exodus Food For Worms (Cibo per Vermi); l'acceleratore qui fa alzare il contagiri ben oltre il proprio limite, la ritmica che si crea è davvero da manicomio, e l'atmosfera che si respira (come quasi tutto l'album, tranne pochi, rari, passaggi) è quella degli anni '80 in pieno, quando tale genere musicale vide la luce: le chitarre sono acide e corrosive, la batteria qui si ritaglia un proprio spazio per eseguire alcuni solo, mentre la voce torna ad essere quella che è sempre stata, una mitragliatrice forte e risoluta che ci urla direttamente nel cervello, e che lo fa vibrare come durante un terremoto. Se il brano precedente si scagliava contro i delitti religiosi, qui ci si abbatte contro le vane promesse della religione stessa, specialmente quella di una vita dopo la morte: nessuno ha la prova certa che essa esista, eppure tutti si affidano ad un Dio (che può, come ci dicono gli Exodus stessi , avere tanti nomi, ma essere la stessa cosa canonicamente parlando) per salvare la propria anima una volta arrivato il momento della dipartita. Purtroppo, quello che il mondo non sa, è che convincersi troppo di qualcosa, può portare ad una delusione enorme se non viene realizzato il proprio desiderio, molto meglio non aspettarsi niente e vedere, del resto, siamo davvero tutti cibo per vermi affamati, pronti a divorare le nostre carni e a sbocconcellare ciò che rimane del nostro corpo, fino a consumarlo e a non lasciarne traccia . Se la track che ha preceduto era semplice Speed, qui si aggiunge anche la componente Technical a rendere il sound ancora più carismatico e preciso; il refrain è ottimo, ogni tassello si colloca al suo posto, non esistono sbavature, fila liscio dall'inizio alla fine come una freccia scoccata, e da l'ennesima prova a noi ascoltatori di quanto questo gruppo sappia suonare e comporre dannatamente bene. Chissà se ci sarà mai qualcuno che "tornerà indietro" dall'altro mondo per raccontare cosa ha visto, e dirci se veramente esiste qualcosa oltre la morte terrena, ma, finchè ciò non accadrà, le uniche persone che potremmo continuare a vedere dopo la nostra scomparsa, sono gli stessi fottuti vermi del titolo, essi ci riciclano per farci diventare parte integrante della stessa terra in cui siamo sepolti, perché forse Dio non ha pietà, ma la terra sicuramente ha stile.

Che dire, Blood In Blood Out è stata una vera sorpresa per questo 2014, gli Exodus sono tornati in auge (anche se in realtà non sono mai caduti nel dimenticatoio), prendendo in formazione il loro storico frontman, l'unico che, dopo Paul, era riuscito a dargli un'impronta sua e tutta particolare (senza nulla togliere a Rob, per cui provo un grande rispetto e stima, se non altro per aver tenuto in piedi la band per tanti anni, ma, ciò che mi viene spontaneo dire è "Bentornato Zetro!"). In più, nonostante gli anni passino, gli Exodus (come i loro colleghi Overkill per esempio, meriti di aver pubblicato un'altra sorpresa di quest'anno, il magnifico White Devil Armory) più vanno avanti, e più sfornano dischi migliori, gli anni di esperienza non li hanno resi fiacchi, ma ancora più cattivi. Del resto, quando, parafrasando Ellsworth "vieni dalla fogna", non puoi far altro che migliorare; con questo senza togliere niente ai dorati Big 4, che hanno e avranno sempre il merito di aver iniziato questo movimento, purtroppo però, rispetto ad altre band, hanno avuto la "sfortuna" di essere talmente precursori, da avere il successo quasi immediato, senza affrontare nessuna gavetta, sfornavano dischi/pietre miliari uno dietro l'altro, e questo forse, nel tempo, li ha fatti rilassare. Band come gli Exodus invece sono partiti con il successo di questi ultimi già all'apice, e hanno dovuto sempre fare i conti con tale concorrenza, sono rimasti per anni in sordina (mentre album come Master dei Metallica lo conoscono anche coloro che di Thrash sanno poco e niente, Bonded By Blood è un disco molto più di nicchia, conosciuto, almeno quando uscì, solo da thrasher incalliti, e ci mise molto più tempo a diventare un must), ma quando sono arrivati in cima, non si sono più fermati, anche adesso continuano a macinare dischi e tourneè senza stancarsi, e soprattutto con lo stesso carisma di 10/15 anni fa (ricorda un po' la storia dei Judas Priest, partiti agli inizi degli anni '70, ma col successo in tasca solo dall'inizio degli '80, a differenza dei Maiden che esplosero praticamente subito, pur essendo partiti più tardi dei Priest stessi, come dei Saxon). Dunque, come concludere questa analisi? Semplicemente dicendo che questo album è come uno shot di Moonshine, brucia lo stomaco, lascia sapore di ferro in bocca, ma diamine se va bevuto, e bevuto anche tutto d'un fiato, è un disco che verrà ricordato per molti anni, seminale nel sound, ignorante al punto giusto, eppure con tutte le tecniche di mixaggio moderne che rendono il suono pulito (e mai ovattato, come accade in tanti altri dischi). Compratelo, e non ne rimarrete delusi, tirerete fuori dall'armadio la vostra cartucciera, e inizierete a pogare come forsennati, mentre le note di Zetro e soci risuoneranno nella vostra testa, ben fatto Exodus!

1) Black 13
(Ft Dan "The Automator")
2) Blood In, Blood Out
3) Collateral Damage    
4) Salt the Wound (Ft Kirk Hammet)
5) Body Harvest
6) BTK (Ft Chuck Billy)
7) Wrapped in the Arms of Rage
8) My Last Nerve
9) Numb
10) Honor Killings
11) Food for The Worms

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