Europe

Bag Of Bones

2012 - Escapi Music

A CURA DI
ALLE ROYALE
03/06/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Esistono due band chiamate Europe, una è quella che depose le armi all’indomani dell’uscita dell’ottimo "Wings of Tomorrow" e " UFO e Kevin Shirley ( nel suo curriculum troviamo gruppi come Aerosmith, Dream Theater, Iron Maiden, Mr. Big, Black Country Communion, tanto per citarne alcuni) che riesce a forgiare un sound a metà strada tra tradizione e contemporaneità, e a lasciare una totale libertà espressiva ai musicisti, che con la loro confidenza e classe tramutano questo input in composizioni mature e convincenti sotto ogni punto di vista. Confezionato in un’attraente e particolare copertina ricca di dettagli come nella migliore tradizione settantina, l’album esordisce con la tellurica "Riches to rags", esempio calzante del nuovo corso della band e brano che ricorda da vicino la struttura armonica di "Got to have faith" da "Start from the dark", con un guitar solo assassino ad opera di un John Norum lanciato a briglia sciolta e l’ormai consolidata commistione di melodia e ruvidezza rock blues che contrassegnerà tutti i brani a seguire. "Not supposed to sing the blues" è la traccia scelta come singolo apripista e, seppure non marcatamente "catchy" come altri precedenti singoli del gruppo Svedese, è un brano solido che cresce con gli ascolti, in cui, nelle sonorità calde e definite al tempo stesso, appare evidente come l’unione tra la band e il produttore Americano sia una di quelle particolarmente felici. "Firebox", dotata di un refrain incisivo e di una struttura particolarmente asciutta e diretta, è uno degli episodi più tipicamente hard rock del disco, ma è con la title track "Bag of bones" che il livello qualitativo dell’album si alza finalmente verso vette altissime: un brano splendido che pare uscito dalla penna di un David Coverdale al massimo dell’ispirazione, giocato su delle intense strofe acustiche, impreziosite dalla slide guitar dell’ospite di lusso Joe Bonamassa, che con l’entrata di rocciose chitarre distorte si tramutano in un canto epico e sofferto, dal possente impatto melodico; sicuramente uno degli episodi più convincenti del disco ed un classico istantaneo della discografia degli Europe. Se "Requiem", che porta la firma del tastierista Mic Michaeli, si rivela un intermezzo potenzialmente interessante ma inspiegabilmente brevissimo, "My woman my friend" è un’emozionante power ballad che trasuda feeling da ogni nota, con ancora lo spettro degli Whitesnake che si agita tra i suoi affascinanti contorni e il bravo Joey Tempest che può mettere in mostra uno dei timbri vocali più belli nel circuito rock, sicuramente più pastoso e ruvido rispetto agli anni ottanta, ma anche più emozionale e ricco di sfumature. A questo punto la sensazione è quella che l’album sia definitivamente entrato nel vivo, come confermato dalla seguente "Demonhead", una scheggia di melodica aggressività che mieterà vittime tra i cultori del gruppo, e non a caso uno dei due brani che portano la firma di John Norum, notoriamente l’anima più hard rock in seno alla band; ottimo il ritornello, incisivo come pochi nella sua apparente semplicità. L’acustica "Drink and a smile" si dipana ancora una volta su coordinate molto classiche, memore della lezione dei Led Zeppelin del terzo disco pur senza possederne il fascino senza tempo; "Doghouse" è un rock blues semplice ed incisivo, uno dei primi brani ad essere stati composti per il disco, tant’è che lo trovammo presente in anteprima sul recente CD/DVD "Live at Sheperd’s Bush", ed una di quelle canzoni che paiono trovare il favore incondizionato di Tempest e soci, vista l’ormai consolidata presenza nella scaletta live del quintetto. "Mercy you mercy me" è il secondo dei due brani che portano la firma di Norum, e si rivela uno dei brani migliori del disco: le coordinate stilistiche sono quelle ormai affermate, ma il risultato finale è particolarmente efficace, grazie soprattutto alle vincenti melodie del canto. La conclusione è affidata alla ballad "Bring it all home", già dal titolo quasi una dichiarazione dell’intento dei nostri di tornare alle proprie radici: i fan più attenti noteranno che il brano presenta più di qualche richiamo armonico alla celeberrima "Carrie", tanto che nel bell’assolo di chitarra si possono riconoscere dei fraseggi presi pari, pari dall’assolo dello storico brano, ma tramutato attraverso la maturità e la rinnovata sensibilità di questi musicisti troppo a lungo sottovalutati da sedicenti critici e ascoltatori superficiali, ma che hanno saputo dimostrare con i fatti di essere uno dei più grandi gruppi hard rock di sempre; in conclusione "Bag of bones", il loro disco più coeso e omogeneo degli ultimi anni, sarà una conferma per chi li ha sempre seguiti e stimati, e una piacevole sorpresa per chi li ha sempre snobbati a causa di "quel" riff di tastiera.



 


1) Riches to rags
2) Not supposed to sing the blues
3) Firebox
4) Bag of bones
5) Requiem
6) My woman my friend
7) Demonhead
8) Drink and a smile
9) Doghouse
10) Bring it all home

 

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