ERUPTION

Cloaks of Oblivion

2017 - Xtreem Music

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
29/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Se è vero che il thrash metal trovò il suo terreno più fertile (sostanzialmente) negli Stati Uniti, in quella Bay Area che prese come punto di riferimento il movimento N.W.O.B.H.M., amalgamandolo con l'aggressività del Punk e dell'Hardcore Punk, e che vide come principali esecutori i così detti Big 4 (ovvero Metallica, MegadethSlayer ed Anthrax), è anche vero che l'Europa è stata una delle assolute coprotagoniste per quanto riguarda la diffusione e lo sviluppo di questo genere. Parliamo di band che non solo hanno contribuito in modo deciso al delineamento di quel sound corrosivo e travolgente, ma che sono riuscite a scrivere pagine e pagine importanti della storia della musica. Prendiamo per esempio gruppi come Kreator, Destruction, Tankard Sodom per quanto riguarda la Germania: la nazione europea che più di tutte ha contribuito al concretizzarsi del genere - soprattutto nella sua forma più cruda ed estrema - permettendo così di sostenere la nascita di un altro sottogenere, quel Black Metal che avrebbe visto in dischi come "Obsessed by Cruelty" ed "Infernal Overkill" dei fondamentali punti di riferimento. Ed ancora  gli Artillery in Danimarca, o Bulldozer, Schizo Extrema ed IN.SI.DIA in l'Italia. Tutte band che hanno segnato un'epoca e continuano tutt'ora a farlo. Di esempi se ne potrebbero fare moltissimi, come moltissime sono (ad oggi) le band che sembrano voler ripescare quelle sonorità che resero famosa questa corrente. Una delle band che appunto vuole contribuire a riportare agli antichi fasti il thrash metal sono gli Eruption, provenienti dalla Slovenia, più precisamente dalla sua capitale Lubiana, i quali si ripresentano sul mercato con il nuovo "Cloaks of Oblivion", terzo full-length della loro carriera. La band nasce nel 2004, e tre anni dopo pubblica un primo demo rilasciato in maniera indipendente, contenente quattro brani violentissimi di puro thrash metal, i quali certamente lasciavano poco spazio all'immaginazione. Un sound old school, celebrativo quasi, diretto e privo di fronzoli. Nel 2009 arriva il momento del debut album sotto le ali protettrici della piccola etichetta slovena "On Parole Production": viene così licenziato "Lifeless Paradise", nel quale possiamo trovare nove tracce comprendenti anche le quattro ripescate dal precedente demo. Arriviamo al 2011 con il rilascio di un altro demo dal titolo "Selfcaged", contenente il solo omonimo brano (il quale curiosamente porta lo stesso nome dell'ep dei Meshuggah datato 1995). Forti di un nuovo contratto con l'etichetta discografica del vocalist degli Avulsed, Dave Rotten (la spagnola "Xtreem Music"), il successivo anno vede l'uscita del secondo album della band, dal titolo "Tenses Collide". Album caratterizzato da una forte impronta di stampo americano dove si possono ritrovare alcuni schemi compositivi molto vicini ai Megadeth. Non a caso, le influenza principali degli Eruption sono proprio da ricercarsi in band quali MegadethMetallicaDeath AngelTestament e le due creazioni di Warrel Dane, Nevermore Sanctuary. Ad una densa attività in studio, poi, si affianca una notevole attività in sede live: esibizioni caratterizzate da una forte dose di energia, che viene sprigionata ogni qual volta se ne presenti l'occasione. I Nostri riescono ad ottenere un discreto seguito, e dopo una bella gavetta giunge il momento di pubblicare una breve testimonianza di quella che appunto è la loro dimensione live. Esce così nel 2014 "Live Transmission", registrato al "Ribnjark Park" in quel di Zagabria, contenente cinque brani per un venticinque minuti di musica dal vivo. Passano tre anni ed arriviamo a quello che oggi è il loro ultimo lavoro in studio, ovvero il già citato "Cloaks of Oblivion". Con una line up parzialmente rinnovata rispetto agli esordi (problema che praticamente tutte le band devono prima o poi affrontare), troviamo Klemen "Buco" Kalin alla voce, Ivan "Tegla" Cepanec alla batteria, Andrej Cuk Grega Kamensek alle chitarre e la bassista Nika Krmelj. Il disco si presenta con una bella cover che raffigura tre santoni alieni presumibilmente nella loro terra d'origine, intenti ad osservare a mo' di sfere di cristallo i pianeti probabilmente da conquistare. Se anche l'occhio vuole la sua parte, il primo impatto con questo nuovo lavoro degli Eruption è decisamente ottimo. Ora vediamo insieme se ciò che più conta, ovvero il contenuto, si rivela di qualità.  

Pharos

La traccia di apertura di questo lavoro consiste in una strumentale dal titolo "Pharos (Faro)", e si presenta con suoni arpeggiati molto delicati e morbidi. E' un inizio acustico piuttosto interessante, il quale va a tramutarsi in un qualcosa di più solido quando le chitarre fanno sentire le loro distorsioni. Il drumming funge giusto da contorno a tali sonorità, con appena qualche assaggio di china ripetuto e qualche lieve colpo di pedale. In sostanza non c'è nient'altro da segnalare, dato che il brano termina improvvisamente senza un benché minimo preavviso. Diciamo che non siamo al cospetto di una song vera e propria; insomma, si tratta giusto di una breve introduzione che non lascia all'ascoltatore chissà quale emozione. Dobbiamo di conseguenza aspettare la seconda traccia per avere una minima idea di quello che andremo ad ascoltare.

Sanity Ascend

"Sanity Ascend (Sanità Ascendente)" è dunque il brano che va a presentarci a tutti gli effetti gli Eruption, il quale è collegato con il finale della precedente intro. Con una rullata decisa, le chitarre iniziano a farsi sentire fin da subito, mentre il lavoro di batteria è subito veloce e spietato. Il tutto rallenta vistosamente con l'ingresso del cantato, il quale trova la sua particolarità nell'uso di toni piuttosto alti, (a tratti) quasi in stile power. Il ritornello è piuttosto coinvolgente e ben strutturato, risultando piuttosto orecchiabile ma non per questo scontato. La mente umana è un mistero ancora contorto ed inspiegabile, ed a volte i sogni si rivelano una sorta di via di fuga dalla realtà. Non sempre però ci si ritrova al sicuro da questi sogni, anzi, a volte è proprio la mente stessa ad effettuare dei veri e propri agguati, tramutandoli in incubi e confondendoli con la vita di tutti i giorni. Le onde di follia vengono assorbite con una velocità disarmante tale da non permetterci quasi di respirare. In quel momento siamo in uno stato di totale vulnerabilità, dove la linea di salvataggio viene tranciata in maniera netta. Nessun faro in lontananza per permetterci di avere una benché minima possibilità di salvezza, facendoci immergere nell'oscurità del nostro riflesso. Totalmente persi nel vuoto più assoluto apriamo la mente, liberandoci ad ogni tipo di legame e lasciando la normalità a cui siamo abituati. Con il solo charleston chiuso, la chitarra ritmica disegna un riff graffiante con il quale fa letteralmente detonare il sound,  anche e soprattutto mediante il supporto di una doppia cassa velocissima ed una ritmica dirompente, con tanto di assolo che spacca a metà il brano stesso. A colpire è sicuramente la sezione ritmica, imponente nel suo incedere e violenta nell'imporsi così sfacciata ed altisonante. Si scatena in noi una alluvione mentale di proporzioni bibliche dove la sensazione di esserci smarriti nel vuoto interiore viene ancora di più enfatizzata. Segue una bella parte strumentale di thrash vecchia scuola, per poi lasciare che una volta terminata questa alluvione, e di conseguenza aver riempito all'inverosimile le dighe erette dalla nostra mente, esse vengano distrutte dalla troppa pressione esercitata. I fiumi contenenti i nostri pensieri scorrono liberi senza alcun impedimento, dimostrando che finalmente siamo liberi. Liberi da una realtà fin troppo negativa, liberi da ogni pregiudizio, liberi da qualsiasi tipo di istituzione e liberi dalle banche sanguisuga. Questa situazione di benessere fa in modo che ogni tipo di parete si frantumi col passare della potenza di questa marea, facendo cadere ogni cosa mentre il livello delle acque si alzerà inesorabilmente. Il singer, nell'affrontare questa ultima parte, alza tantissimo il tono della propria voce, portandola decisamente al limite delle proprie possibilità. Il resto della band segue a ruota come di consueto, concludendo di fatto un primo brano ottimamente riuscito che trova nel chorus il proprio punto di forza.  

Cloaks of Oblivion

E' il turno della title track, ovvero "Cloaks of Oblivion (Mantelli dell'Oblio)". L'inizio è affidato ad un arpeggio di chitarra dal vago sapore medioevale, ma dopo una trentina secondi parte un assolo accompagnato da una buona sezione ritmica, con un doppio pedale insistente. La prima strofa è espressa con il solito timbro piuttosto alto, il quale risulta particolare in questo contesto. E' piuttosto graffiante quando serve, ma non arriva ad essere ruvido. Per sopperire a questa mancanza il tono viene alzato moltissimo, e come con il brano precedente, risulta anche piuttosto atipico anche se funzionale, non stonando affatto con la struttura della proposta qui udita. E con una base impostata su di un mid tempo leggero ma con chitarre che tagliano come rasoi, l'atmosfera si fa strana, molto strana. Siamo presumibilmente al cospetto di quelle creature che campeggiano in copertina, delle luci verdi al neon illuminano il nostro viso mentre osserviamo un orizzonte decadente dove la nostra città si mostra di notte, manifestando i veri pericoli. Le nostre menti viaggiano di conseguenza di immaginazione, captando delle sensazioni orribili. La nostra testa funge da grondaia, permettendo il passaggio di pestilenze e veleno. Qualcosa sta succedendo, le sensazioni che dovremmo provare in queste situazioni, come paura e terrore, inspiegabilmente vengono meno. E lo stesso si può dire delle reazioni chimiche che dovrebbero scatenarsi nel nostro corpo. Sangue, sudore e lacrime non sono più presenti in noi. La risposta a queste reazioni purtroppo è una sola, e con un briciolo di lucidità rimasta al nostro cervello, realizziamo semplicemente che non siamo più vivi. Il brano non offre variazioni di sorta, ma aleggia sempre una sensazione di smarrimento che tiene alta la tensione. Quel che rimane dei nostri cuori viene alimentato da ombre minacciose, mentre il veleno iniettato ci nutre lasciandoci vuoti ed intorpiditi. Proseguiamo inermi nel sottoporci a questo trattamento, e seppur sedati troviamo anche la forza di fare un sorriso. Il ritornello anche in questo brano è piuttosto riuscito e va a frantumarsi contro un blocco totale di sound che lascia spazio solamente ad una breve incursione chitarristica, per poi permettere anche agli altri strumenti di manifestarsi sempre in maniera tagliente ma mai veloce od ossessiva. Anzi, al minuto 3:26 il ritmo cala ancor di più con una parte strumentale che vede l'ottima preparazione per l'ingresso solistico, il quale ricama un buon momento musicale decadente e disperato. Kalin si ripresenta con un acuto altissimo che va ad alimentare le nostre sensazioni. Alimentati tramite dei tubi di gomma acquisiamo una nuova mentalità, facendoci passare davanti tutta la nostra vita. In un attimo viaggiamo dalla culla alla tomba in modo da riuscire a capire che per salvarci dobbiamo solamente uscire dalla nostra decadenza mentale. E mentre le due asce fanno tabula rasa del nostro cervello, i nostri cuori vengono svuotati definitivamente, così come le nostre menti. Siamo praticamente dei cadaveri che vanno ad alimentare una macchina che, al contrario di noi, è viva. In sostanza la traccia termina con l'ultimo appello della band, ovvero quello espresso più volte; uscire da questa decadenza mentale. Se vogliamo dirla tutta, siamo al cospetto di un pezzo che si regge tramite un racconto che vuole far vedere mediante una prospettiva diversa, come ci siamo ridotti con il passare del tempo. A livello musicale si rischia di essere presi un po' dalla stanchezza perché a parte una buon assolo ed un'ottima interpretazione vocale, il brano non offre quel guizzo, o quella accelerazione che ci aspetteremmo da un pezzo thrash. In sostanza però, capiamo che sia proprio stato studiato in questo modo, e dalla sua, ha quel qualcosa che comunque riesce a tenerci sulle spine.  

Drones

"Drones (Droni)" è il brano rilasciato a pochi giorni dall'uscita del disco come singolo di punta. Si parte immediatamente alla garibaldina con una chitarra di qualità abbastanza low-fi, che esplode letteralmente tramite un sound poderoso ed avvincente. Un primo urlo altissimo e disumano da parte del singer innesca una reazione a catena che coinvolge tutta la band in un fragoroso crescendo di velocità. Quando inizia la prima strofa, la cosa che salta subito all'orecchio è la somiglianza vocale del singer con Warrel Dane; in alcuni casi, c'è da dire che il Nostro si avvicina moltissimo alla sua particolare timbrica. Siamo al cospetto di una invasione aliena, dove la mentalità collettiva è terribilmente compromessa. Siamo sull'orlo di diventare schiavi, eppure ci sentiamo in qualche modo ancora liberi. Ci teniamo a vivere, ci teniamo ad assaporare la vita sia di giorno che di notte e non abbiamo il tempo per vedere cosa stia realmente accadendo. Loro cercano in tutti i modi di proteggere il loro alveare, perché la "macchina" deve crescere e deve essere quell'arma in più per poterci schiavizzare. La band corre che è una meraviglia con riff sempre taglienti ed una sezione ritmica da brivido. Il gioco delle due chitarre di Cuk Kamensek è davvero notevole e si percepisce un affiatamento non certo indifferente. In questo fantomatico alveare facciamo la parte delle api umane senza alcun tipo di difesa. Nessuno deve muoversi in solitudine, dobbiamo avanzare come una sola entità. Purtroppo i nostri corpi falliscono, muoiono e cadono senza troppi complimenti. Nessuno può fermare questo sciame di sovranità. Non esiste un attimo di respiro, la band continua a macinare thrash come se non ci fosse un domani, ed è bellissimo sentire una tale potenza sprigionata dalle nostre casse. Il ritmo rallenta per un breve momento per permettere al chorus di si riordinare un attimo la mente dell'ascoltatore, per poi attaccarlo nuovamente con un fendente di proporzioni devastanti. Questa loro macchina di morte continua a crescere e probabilmente non esiste un modo concreto per fermarla. L'assolo che fa capolino è ottimamente studiato, mentre osserviamo un nuovo alveare crearsi dal nulla, alimentato dalla decomposizione dei nostri corpi ormai caduti. In fin dei conti fungiamo proprio da carburante, senza il quale non si compirebbe il volere di questi esseri. Una rasoiata improvvisa di chitarra ed una rullata decisa permettono nuovamente a Kalin di alzarsi con il proprio tono vocale, con un accompagnamento distruttivo che mette fine ai giochi. L'ultimo nostro pensiero è proprio quello di sopravvivere, e come detto prima, giorno e notte non fa differenza. Si cerca di assaporare ogni singolo istante di quel poco tempo che ci rimane, perché sappiamo benissimo che prima o poi finiremo per essere usati per aumentare il potere degli invasori. Tutta la speranza è persa, nessuna resistenza potrà far fronte a tanta violenza. L'alternativa, se così possiamo chiamarla, è quella di diventare schiavi; proprio come delle api al servizio della propria regina. Non appena però finiremo il nostro compito, ella non esiterà ad ucciderci. Un brano davvero pazzesco, un tornado thrash metal che conosce ostacoli. Ottima l'interpretazione vocale che risulta molto malleabile ed adattabile ad ogni tipo di situazione, così come ottimo è il lavoro strumentale di ogni singolo membro. Solitamente viene scelto uno dei brani migliori per presentare un nuovo lavoro, ma non sempre questo intento riesce. In questo caso direi che è stata la scelta migliore, dato che "Drones" si candida senza troppi problemi ad essere uno, se non il migliore dei brani presenti di questo "Cloaks Of Oblivion"

Reborn Into Demise

E' il turno di "Reborn Into Demise (Rinascere Nella Morte)", ed assistiamo ad una introduzione strumentale che si fa via via sempre più incalzante grazie ad un ottimo lavoro dietro le pelli da parte di Cepanec. L'uso del doppio pedale è molto intelligente, così come l'apporto fondamentale di Nika, che con il suo basso riesce a conferire una notevole profondità del suono. Per un bel minuto e mezzo ci si ritrova ad ascoltare un brano che racchiude in sé molte influenea old school e che sa essere anche relativamente moderno. Ad un certo punto si parte con un aumento repentino di ritmiche che introducono il cantato; questa volta, il singer non parte immediatamente con quegli acuti che han caratterizzato fin qui il disco, ma al contrario (se prima la voce somigliava tantissimo in certi tratti a quella del frontman di Nevermore Sanctuary) sembra quasi di sentire un Dave Mustaine dei tempi d'oro. Una peculiarità molto particolare del frontman, che sa come approcciarsi a seconda della struttura del brano. Davanti a noi è presente un messaggio che purtroppo continuiamo ad ignorare: il mondo sta lentamente morendo e la vita su questo pianeta è ormai arrivata alla fine. Capiamo ciò quando, come di consueto, è troppo tardi, e quindi bisogna sempre fare tutto di corsa, pur di poter sperare di salvarci. I monumenti iniziano a sbriciolarsi, le città annegano letteralmente nella sabbia a causa della demenza umana. Tutta colpa di questa maledetta avidità che ha alimentato la sete di potere incontrollato. Hanno portato il nostro regno alla fame, trasformando la culla in una tomba. Con un rallentamento generale ed una prova come sempre superlativa a livello vocale, ci rendiamo conto che la Terra vuole riprendersi ciò che ci ha donato per miliardi di anni. La natura si ribella, ed è costretta ad eliminarci tutti quanti. Non è un problema alla fine, finita una razza ne nascerà una nuova, con la speranza che questa abbia rispetto per quello che le viene offerto. Esiste però un modo per poter sopravvivere ed è quello di trovare un altra sistemazione in un altro pianeta, cercando di colonizzarlo se inabitato. L'assolo in questo frangente è convincente e la tecnica mostrata è sicuramente di alto livello. Le distorsioni sono ancora più ruvide se vogliamo, mentre basso e batteria lavorano magistralmente sorreggendo un brano che fino a questo momento non offre fortunatamente momenti di stanca. Si riprende con una foga rinnovata facendoci scoprire un nuovo mondo popolato da forme di vita mai viste prima. I nostri leader hanno intrapreso una missione rischiosa, ma sembrano aver trovato una sorta di paradiso caratterizzato da un verde senza fine. E' bello immaginare, è bello sognare; perché è questo che stiamo facendo. Una volta tornati alla realtà guardiamo senza poter fare nulla questa Terra che abbiamo ferito continuamente, lasciandole delle cicatrici profonde che non si richiuderanno mai più. A sottolineare questo disagio ci pensa nuovamente un assolo ancora più interessante del precedente, e mentre ci chiediamo quante volte la natura potrebbe rinascere, ecco che le infliggiamo l'ennesima morte. Alla fine studiamo, leggiamo e ci informiamo, ma purtroppo non impareremo mai a rispettare le cose per come sono; e tutto per colpa di questa avidità smisurata che lentamente (ma  non proprio, così lentamente...) ci sta annientando uno per uno.

The Yearning

"The Yearning (Il Desiderio)", a discapito del nome, non si fa certo desiderare e parte immediatamente con una ritmica forsennata che vede la batteria di Ivan tramutarsi in uno schiacciasassi, mentre il basso di Nika assume le fattezze di un'arma tritaossa. Intrepido il lavoro chitarristico, dove riff vincenti fanno da contorno perfetto all'attesa di assaporare un solo ritmico ruvido come una carta vetro. Prima strofa e veniamo catapultati nel pensiero di una delle entità aliene che ci descrive tutta la propria fame, la voglia di devastare qualsiasi pianeta si trovi nella propria strada. Non è mai sazio, tutto muore dietro la sua scia. Una specie di Attila spaziale, e se il re degli Unni seminava terra bruciata al suo passaggio, egli pone fine la vita su ogni pianeta che decide di lasciarsi alle spalle. Attraverso la morte di ogni tipo di razza incontrata, lui si alimenta diventando sempre più forte e spietato. Il tutto è interpretato in maniera perfetta dal singer, il quale, questa volta, miscela molto bene sia la timbrica di Dane sia quella di Megadave; con un risultato molto particolare e soprattutto brillante. La prova definitiva viene offerta dal sempre ottimo ritornello, dove l'estro di Klemen emerge in tutta la sua brillantezza. Un leggero calo di tonalità permette un minimo di respiro, e ad un certo punto il sound si blocca improvvisamente per un paio di secondi prima di riesplodere con un urlo acutissimo che introduce una seconda strofa, nella quale questo alieno si proclama essere un demone, un demone affamato che minaccia di fare a pezzi il nostro mondo in modo da renderlo irriconoscibile. Con una forza inaspettata diventa la paura dell'uomo, il suo peggior incubo, ed in definitiva il vero volto dell'odio. Non si può sfuggire a questo destino, non si può fermare ciò che è ormai stato scritto. Da notare la potenza sprigionata dal basso, il quale va a sottolineare i colpi di pedale inferti dal drummer. Improvvisamente ascoltiamo un assolo ad altissimo volume, ma quello che colpisce maggiormente è il devastante blast beat che travolge ogni cosa. Il brano torna sulla carreggiata tipicamente del genere, mentre le considerazioni ormai finali circa la distruzione del nostro pianeta sono impietose. Nessuna emozione affiora nel demone, è ormai abituato ad assistere a questi scenari di desolazione e morte causati proprio da lui. Ha il cuore che è un blocco mi marmo, inscalfibile ed incapace di provare qualsiasi tipo di rimorso. La band continua ad inserire chilometri su chilometri nel proprio contatore spingendolo al massimo della potenza. Anche quando il sound sembra voler scalare di marcia, arriva una ripida discesa che costringe ad inserire la marcia più lunga. Grande prova anche in questo caso; un brano splendido con una sezione ritmica incredibile ed una voce tanto espressiva quanto a tratti commovente. Adesso si fa veramente dura scegliere fin qui il brano migliore del disco, perché ogni pezzo che passa sembra essere meglio del precedente. Grande lavoro. 

This Barren Existence

Arriviamo al brano "This Barren Existence (Questa Sterile Esistenza)", che inizia con un arpeggio dai toni disperati, presto sormontato da un solo molto bello di chitarra dal sapore decisamente retrò. Colpi di piatti e pedale ed il brano diventa in questa fase iniziale una bella introduzione ad un cantato che abbandona i toni alti e ruvidi per abbracciare per un breve momento un pulito di grande effetto. La voce di Klemen si dimostra validissima e soprattutto molto bella anche in questo frangente. Le vocals si riprendono in un crescendo di volume, con quella ruvidezza che ne ha contraddistinto fin qui l'operato. Il protagonista di questo brano osserva nel cielo questa nave sovrastare la terra; è grandissima, enorme ed incute certo paura... ma al tempo stesso è avvolta da un mistero che affascina. Chissà quale sarà l'intento dei suoi abitanti, chissà quali intenzioni avranno questi alieni. Ad un certo punto spuntano come delle corde che improvvisamente si conficcano nella carne del nostro, come fossero delle punte. Le braccia vengono attaccate da dei perni che impediscono il movimento volontario, le gambe vengono bloccate tramite un filo che attraversa la colonna vertebrale. Viene tirato da una forza che va oltre la propria portata e capisce che d'ora in poi ogni sua mossa verrà orchestrata. L'interpretazione generale della band nel sottolineare un forte disagio è espressa in maniera eccellente, ed il gruppo è maestro assoluta nel rendere questa sensazione chiara e limpida, così come tristemente limpido risulta l'essere impotenti dinanzi ad un qualcosa di ancora sconosciuto. Il brano torna ad essere pacato con quel suo arpeggiare morbido e disteso, mentre la vittima è in totale balia di questi sconosciuti. E' lucido, il protagonista, concepisce ogni singolo movimento ma è come pietrificato. La sua paura più grande è che la sua mente stia iniziando a cedere, a diventare sempre più debole, abbandonando così ogni tipo di speranza di sopravvivenza. Anche il suo spirito inizia a soffocare, mentre queste dannate corde iniziano a muoverlo come un burattino. Il chorus è orchestrato benissimo ed è coinvolgente al punto giusto; gli Eruption dimostrano che anche non spingendo sull'acceleratore posso dare delle emozioni a noi ascoltatori. Durante l'assolo offertoci, il doppio pedale di Ivan inizia a scalpitare ed è così che parte un riff il quale permette alla band di partire finalmente in quarta e di esprimersi al meglio. Ottima la ritmica che fa saltare dalla sedia, anche se questo frangente dura veramente pochissimo. Non è un peccato, perché dopo un breve rallentamento si riparte con un altro assolo con tanto di accompagnamento devastante. L'utilizzo della voce altissima torna a far capolino, così come quella doppia cassa violenta ed assassina. L'uomo è ormai praticamente senza vita e senza anima, ma soprattutto senza speranza. Si muove certo, ma non è un movimento voluto, è un movimento dettato da altri. "Mentre mi muovo cieco, sordo e muto sento che la mia mente sta diventando intorpidita, la volontà è nulla; taglia il filo, lasciami morire". Un cadavere che viene manipolato attraverso questi fili e che con un ultimo briciolo di coscienza riesce quasi a pregare affinché gli vengano tagliate queste estremità in modo che possa morire in pace. Il brano termina con quell'arpeggio che abbiamo potuto sentire in fase di apertura, mentre per quanto riguarda il testo bisogna fare una piccola riflessione. Sicuramente è un racconto fantascientifico, ed è così per tutti i brani presenti in questo disco. Però fa riflettere il fatto che anche nella vita reale esistano questi manipolatori, che lavorano sulla nostra mente giorno per giorno in modo da renderci burattini al loro servizio. Per quanto riguarda il brano in sé, sono rimasto veramente colpito dall'atmosfera surreale generata dalla band. Un senso di vera impotenza invade la mente nell'ascoltare per tutta la durata della song, come da intento degli Eruption

Seven Archons

"Seven Archons (Sette Arconti)", parte a razzo con una ritmica imponente e parecchio sostenuta. In questi primi quaranta secondi vengono esaltati i singoli strumenti, dove il drumming è furente così come il basso di Nika, mentre le due asce di Andrej Grega viaggiano su ritmi altissimi con delle distorsioni molto coinvolgenti. Iniziamo con una breve introduzione di quello che sono questi sette arconti. Vengono citati nei cosiddetti vangeli gnostici, ovvero quelle scritture nate in Egitto presumibilmente intorno al secondo secolo d.C. Non si tratta dell'ennesima biografia di Gesù Cristo, anzi, lo gnosticismo sembra proprio essere un movimento eretico decisamente distaccato dal resto del cristianesimo. Vengono rappresentati come i sette principi dei sette cieli del caos, e Satana ne è il re indiscusso. I suoi seguaci sono i seguenti: Asmodeus che in alcune credenze non fu nient'altro che il serpente che sedusse Eva, Astaroth fratellastro di Satana, Belfagor il quale attira le anime promettendo richezza, Baal raffigurato con tre teste, una da uomo una da gatto ed una da rospo, Adramelek presidente del gran consiglio dei diavoli, Lilith che è nientemeno che la regina dei dannati ed infine Naamah discendente di Caino. Con questa premessa inizia il testo, anzi una vera e propria testimonianza di chi ha assistito l'arrivo di questi demoni. Il ritmo rallenta vistosamente mentre si assiste alla loro venuta, per poi riesplodere nuovamente con una velocità pazzesca che innesca il ritornello dal sapore power per quanto riguarda il cantato, che va a raccontare proprio la visione di un cielo il quale inizia ad ardere come le fiamme dell'inferno. Il terreno inizia a scuotersi mentre gli oceani improvvisamente si asciugano sotto i nostri occhi. Si intuisce che abbiamo creduto a talmente tante bugie da aver fatto in modo da spianare il terreno per la nostra eterna dannazione, dando di fatto modo ai principi infernali di discendere sul nostro pianeta e di disporne letteralmente a loro piacimento. Li abbiamo adorati inconsapevolmente sin dai tempi antichi ed ora si rivoltano contro di noi. La sei corde diventa ad un tratto pesantissima, mentre Ivan demolisce il proprio tom con colpi secchi per permettere la comparsa di un assolo molto ben riuscito. Segue un'altra parte strumentale dove viene prediletta la potenza senza mai spingere a velocità folli. Il chorus torna a farci visita ribadendo il concetto appena descritto e facendoci capire una volta per tutte che fino ad ora abbiamo adorato dei falsi dei, e che d'ora in poi adoreremo i signori della guerra. Dopo una breve incursione vocale, assistiamo ad un'altra corsa attraverso il thrash più incontaminato con il quale veniamo catapultati in ritmiche veloci e spietate; spietate come i sette principi dell'inferno che osservano gli angeli caduti diventare definitivamente dei dannati. Il brano si conclude con un ultimo vagito strumentale, lasciandoci alle spalle un brano piuttosto lineare in questo caso, ma che con la solita voce del singer riesce ad avere quella marcia in più per emergere dalle "solite" produzioni del genere. 

The Prophet

Arriviamo dunque alla fine del nostro viaggio insieme agli Eruption, e lo facciamo con il brano "The Prophet (Il Profeta)". Con un inizio decisamente interessante caratterizzato sì dalla solita cavalcata musicale, ma soprattutto da un lavoro spettacolare da parte del drummer, si parte con il racconto di cui il protagonista risulta il profeta citato nel titolo. Un racconto che immaginiamo iniziare seduti in cerchio, in silenzio, pronti per assistere alle gesta del protagonista. Questo personaggio cieco inizia a parlare di guerra, porta parole di devastazione pura. Alzando lo sguardo iniziò a fissare il sole fino a che tutto non apparve rosso. Nonostante il fastidio ed il dolore continuò a fissare la stella fino a quando i propri occhi non iniziarono a sanguinare, la sua pelle divenne rossa ed iniziò ad avere delle visioni. I suoi occhi erano neri, morti, ed ancora oggi mentre dipinge questi racconti di guerra tutti rimangono in silenzio, mentre la morte inizia ad instaurare il proprio regno. Terminata questa prima parte di racconto veniamo accolti da una base ritmica splendida, dove la musica si fonde ad emozione. La voce viene leggermente filtrata per un breve istante, giusto il momento del ritornello sempre magnifico e coinvolgente. Queste visioni non facevano altro che portare morte e decadenza, violenza, fame e dolore, ma nonostante tutto continuava imperterrito a fissare quel dannato Sole. Sentire una sezione ritmica così affiatata è uno spettacolo per le orecchie; tutto è perfettamente incastrato come un meccanismo di altissima precisione, dove un qualsiasi minimo difetto può rompere gli equilibri di un macchinario geniale. La band rallenta moltissimo, sottolineando quella sofferenza raccontata attraverso questi occhi sanguinanti. Il solo è come al solito studiato nei minimi particolari e il doppio pedale svolge il classico ruolo di accompagnatore martellando a dovere. I tom vengono maltrattati ancora una volta, e quando esce allo scoperto ancora la voce del singer si rivela altissima quel tempo che basta per continuare il discorso interrotto poco fa. Il nostro protagonista seguì al tempo le proprie illusioni, seguì la chiamata alle armi da parte di un folle e lottò fino all'ultimo respiro. Eppure nonostante tutta quella sofferenza passata continuava a fissare ancora il Sole, ogni dannato giorno, perché quello che aveva visto per troppo tempo era solo sangue. Ha visto morire il suo popolo, ha visto versare litri di plasma per chissà quale ragione ed ora è stanco di vedere tutto ciò. E' per questo che decide di diventare cieco nella maniera più dolorosa possibile. Pazzesco il prolungamento del ritornello; musicalmente impressionante e vocalmente ineccepibile. Grandissima prova di una band che chiude nel migliore dei modi un album veramente ma veramente ben riuscito. L'ultima riflessione viene fatta raccontando di coloro che pensarono che questo vecchio avesse in qualche modo danneggiato la sua sanità mentale. In realtà era solo stanco di vedere gli orrori del mondo, era stanco di vedere la sofferenza ma al tempo stesso voleva provarla sulla propria pelle. La sua mente era ormai morta, ed oggi rimangono tutti in silenzio ascoltando quei racconti di guerra, dove morte e odio regneranno per sempre.

Conclusioni

Siamo arrivati alla fine di questo disco, giungendo personalmente assai sorpreso da diversi fattori, che voglio in ultima battuta elencarvi. Sinceramente - uso questo discorso come fondamentale premessa - non mi aspettavo chissà quali novità da un disco thrash; ho studiato a fondo la biografia degli Eruption, ed una volta apprese in linea di massima le loro principali influenze avrei creduto di ritrovarmi fra le mani un disco onesto e ben suonato, ma niente di più. Quel che di fatto stava accadendo: dopo un'intro "normale", un brano avvincente ed una title track che non mi ha colpito moltissimo se non a livello emotivo, da "Drones" in poi è stata una esplosione di bellezza dell'arte estrema. Brani spettacolari, ragionati ed intelligenti, arricchiti da una voce, quella di Kalin, a tratti commovente e se vogliamo fuori dai tipici schemi del genere. Una prestazione fuori dal comune in cui a volte capita di percepire delle somiglianze con singer di caratura superiore, a volte miscelando le varie influenze ma sempre nel rispetto della funzionalità del brano. Un timbro così non si trova ovunque, in grado letteralmente di colpire al cuore per quanto sia emotiva la voce del frontman. Capovolgimenti sensibili di prospettiva, proprio perché a volte emerge invece una rabbia incontrollata che sembra voler uscire dal nostro lettore, prendere forma e stenderci a suon di pugni. Un'ugola, quindi, che funge da ultimo abbellimento per una serie di brani davvero magistrali. Che dire, poi, degli altri elementi? Se non che sono risultati dei compagni perfetti, un'amalgama calibrata al millimetro? L'affiatamento di cui accennavo qualche brano più sopra è talmente palese che non faccio fatica ad immaginarmi gli Eruption su un palco, intenti nel metterlo a ferro e fuoco con gli occhi completamente bendati, tanto sarebbero capaci di trovarsi a meraviglia. Anche se il vero punto di forza dei brani, e parlo di tutti i brani presenti in questo "Cloaks of Oblivion", sono i ritornelli; bellissimi ed azzeccatissimi, mai banali o scontati. Ogni song ha un'anima, ogni pezzo è un tassello importante per la riuscita di questo disco. E poco importa se un paio di episodi non mi hanno entusiasmato più di tanto, probabilmente se il livello complessivo non fosse stato così alto sarebbero risultati comunque dei buoni brani. Non è nemmeno facile sceglierne uno migliore di un altro, perché risentendo l'intero disco si rischia di cambiare ogni volta la propria opinione. Riguardando i lavori precedenti, seppur di buona fattura, possiamo tranquillamente affermare che siamo di fronte alla completa maturazione di questi ragazzi; i quali hanno trovato una dimensione perfetta tra il vecchio ed il nuovo, con tanto di personalità da vendere. Per buona parte di questo lavoro il tema trattato è quello fantascientifico, con visioni e paure di quello che un giorno, magari in un futuro non troppo lontano, potrebbe anche accadere, mentre verso la fine si assapora più una valenza mistica ma sempre catastrofica ed incapace di donarci una qualsivoglia via di fuga. Un nome, quello degli Eruption, da non confondere con gli omonimi finlandesi dediti al death metal o agli italiani fautori di un heavy metal classico. Loro vengono dalla Slovenia, e sono qui per lasciare il segno. Ed un primo segno indelebile è stato tracciato grazie a questo bellissimo lavoro. Sicuramente tra i migliori dischi thrash degli ultimi anni.

1) Pharos
2) Sanity Ascend
3) Cloaks of Oblivion
4) Drones
5) Reborn Into Demise
6) The Yearning
7) This Barren Existence
8) Seven Archons
9) The Prophet