EPICA

The Phantom Agony

2003 - Transmission Records

A CURA DI
ANTONIO RUBINO
12/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Prima di poter parlare per bene degli Epica, dobbiamo fare un passo indietro di qualche anno, andando direttamente nel 1995. La nostra storia inizia dunque a Reuver, paese Olandese situato nella provincia di Limburg. Un luogo non certo imponente ed importante quanto Los Angeles o magari Londra... eppure, patria di due ragazzi determinati, volenterosi di intraprendere un cammino all'interno dello sterminato panorama Metal; con tutta l'intenzione di lasciare il segno, ovviamente. Una sconfinata passione per la musica, il sogno di voler girare il mondo facendo quello che amano di più: questo è il carburante immesso all'interno di un'esperienza condivisa in maniera quasi fraterna, decidendo di mettere su una band assieme. Questi due ragazzi, conosciuti come Mark Jansen e Sander Gommans, decidono quindi di creare gli Apocalypse nel 1995, improntando il loro sound su di un doom pesantemente contaminato da elementi gothic. La componente sinfonica, non subito sviluppata a dovere, venne a galla col tempo: precisamente, quando i due conoscono una cantante allora giovanissima, Floor Jansen, optando quindi per un symphonic di stampo classico, caratterizzato da un alternarsi di vocals aggressive (totale appannaggio di Gommans) ed in clean, ad opera della soprano appena reclutata. Nel 1997 che la band cambia nome in After Forever, moniker preso in prestito da una traccia dei Black Sabbath. Formata la line-up definitiva, composta oltre che dai membri sopracitati anche da Jack Driessen (tastiere), Luuk Van Gerven (basso) e Joep Beckers (batteria)  la band inizia a registrare dei pezzi inediti nel '99, che sarrano pubblicati successivamente in due demo: "Ephemeral" e "Wings of Illusion". Queste demo permettono alla band di ottenere un contratto con la "Transmission Records", tramite la quale registreranno e pubblicheranno il loro debut, "Prison of Desire" (2000). Ma sarà dopo poco l'uscita del secondo album, "Decipher", che la storia degli Epica inizierà a prendere forma, collegandosi proprio a quella degli After Forever. Proprio nel momento di maggior splendore di questi ultimi, Mark Jansen viene difatti cacciato dalla band per divergenze musicali. Quindi, tutto solo e decisamente affranto a causa del suo allontanamento dal gruppo, nel 2002 il Nostro decide di creare un suo progetto, in seguito denominato Sahara Dust, con cui registrerà un demo di 2 tracce. Nella line-up di questa demo troviamo Helena Michaelsen alla voce, Jeroen Simons alla batteria, Coen Janssen alla tastiera, Ad Sluijter alla chitarra (insieme a Mark) ed Yves Huts al basso. Il genere proposto (o meglio, riproposto) si configura sempre come un Metal estremamente sinfonico, non di certo scevro di influenze progressive tanto care al membro fondatore. Un progetto ben avviato, stabilizzatosi dopo una girandola di membri abbastanza notevole. Poco prima del rilascio e della realizzazione di "Cry Of The Moon" (questo il titolo del demo sopracitato) Helena viene "invitata" a lasciare il gruppo, venendo sostituita prontamente da Simone Simons, allora sedicenne nonché fidanzata dello stesso Jansen. Una scelta quanto meno azzardata, viste le qualifiche / referenze pressoché nulle della ragazzina; in netto contrasto con l'esperienza di Helena, all'epoca ex frontwoman dei Trail of Tears, con i quali aveva già inciso una demo ("When Silence Cries" , 1997) e ben due full-length ("Disclosure in Red" del 1998 e "Profundemonium" del 2000, quest'ultimo licenziato dalla "Napalm Records"). Insomma, una mossa che ai più sarebbe sembrata (che sembrò, e sembrerebbe tutt'oggi!) come una sorta di "raccomandazione", come una preferenza dettata da motivi eccessivamente futili. Non potevano sapere, i Nostri, che proprio in quel momento stava prendendo forma una delle band in seguito divenute maggiormente famose ed iconografiche di un determinato genere. Con quell'adolescente, destinata a trasformarsi nel corso degli anni in una delle "donne" simbolo del Metal più sinfonico e melodico, classicheggiante e delicato. Forte della nuova cantante, Mark decide in ultima battuta di cambiare nome al progetto, omaggiando un disco dei Kamelot datato 2003: "Epica". Sarà proprio in quell'anno che vedrà la luce il debut album degli olandesi, un album destinato a segnare in modo permanente le loro vite e la scena symphonic metal futura. Il 5 Giugno 2003 esce ufficialmente in tutti i negozi "The Phantom Agony", sotto l'ala protettrice della "Transmission Records". Per l'occasione, gli Epica decidono addirittura di metter su una propria piccola orchestra, la quale li avrebbe seguiti successivamente in sede live. Oltre agli strumenti topici del Metal, troviamo infatti una nutrita schiera di cordofoni; per la precisione: tre violini, due viole, due violoncelli, un contrabbasso ed un flauto. Senza dimenticarsi di un'importante sezione corale, composta da ben sei voci. Molta carne al fuoco, un'abbondanza messa al servizio di un produttore con i fiocchi. Alla consolle troviamo nientemeno che Sascha Paeth, all'epoca ex Luca Turilli ed Heavens Gate, nonché collaboratore di gruppi quali Gamma Ray, Avantasia, Angra ed Edguy. Fatte le dovute premesse, non ci resta altro che tuffarci in questo debut, fingendo d'ascoltarlo per la prima volta. Un bel modo per riscoprire uno degli avvii di carriera più fortunati di sempre...  buona lettura! 

Adyta

Arriva ben presto il momento di Adyta "The Neverending Embrace - Prelude". Un coro solenne e malinconico, sostenuto da una sezione orchestrale dal fortissimo sapore gotico ci accolgono in "The Phantom Agony", primo disco degli Epica. Una intro, "Adyta", che trasuda romanticismo e dolore; una traccia che profuma fortemente di amore negato, un amore non fisico, platonico, mai sbocciato come avrebbe dovuto. I cori, composti dalla Somerville e soci, ci cantano di amore: "O nate vulnerate, Cito veni ad me" (O nato ferito, Vieni Presto da me), "Te amplectar et vulnera tua lingam Utinam te haberem, mi amor caelestis" (Lascia che ti abbracci e le tue ferite possa leccare, mio amore celeste). Una composizione che apre il disco in maniera perfetta, facendoci entrare facilmente nell'atmosfera che poi ci accompagnerà per tutto l'album, un album fatto di romanticismo, orrore e poesia.

Sensorium

Ce lo dimostra la successiva "Sensorium", secondo brano eppure primo vero pezzo del disco, non considerando l'evanescente intro. Un pezzo decisamente indicativo circa il senso effettivo della band quest'oggi discussa: gli Epica, difatti sono sempre stati famosi principalmente per due cose: la fiammeggiante vocalist e le tematiche. E proprio queste tematiche si fanno notare sin da subito, dalla prima "Sensorium", che apre le danze con un gothic pieno di cori e decisamente pomposo, dove il pianoforte e le voci liriche la fanno da padrone. L'ispirazione tratta dai Nightwish si sente in maniera a dir poco lampante, e la si può notare principalmente nel cantato della Simons e nell'uso corposo delle tastiere e della piccola sezione d'archi. Ma gli Epica non si propongono come copia della band Finlandese, anzi cercano di farsi riconoscere, di essere originali. E lo fanno mediante l'utilizzo di chitarre corpose e pesanti, un'unione di 2 asce, una a 6 corde e una a 7; la sezione ritmica è composta da una batteria veloce e a tratti prog, accompagnata da un basso che si sente il giusto, e che amalgama il sound benissimo. Un inizio decisamente vincente, in grado di risultare certo emozionale ed esplosivo ma anche decisamente meno "etereo" di quel che molti potrebbero pensare. Il giusto mix di immanenza e trascendenza, non certo un mero sfoggio di sinfonia fine a sé stessa, per nulla ridondante o ampollosa. Parlando delle tematiche, invece, si  nota sin dalla prima strofa che la band olandese ha piena padronanza dei temi e della lingua: qui si parla di filosofia, vita e morte, e conoscenza profonda di noi stessi.  "Time and chronology, show us how all should be, in the ways of existence, to find out why we are here."? la seconda quartina della canzone riassume perfettamente il concetto dell'intero testo: il tempo è solo relativo, siamo noi a decidere come usarlo e come viverlo, siamo noi stessi I creatori del nostro destino. Non dobbiamo affidarci a nessuna entità sovrannaturale, non dobbiamo lasciare che nulla ci condizioni più del dovuto. Il tempo è un regalo della vita, sta a noi saperlo sfruttare in maniera intelligente e proficua. Non dobbiamo sprecarlo né sacrificarlo, nessuno dovrebbe poter attingere alle nostre riserve all'infuori della nostra volontà di concederle. Siamo i padroni della nostra vita, dobbiamo prenderne atto ed andare avanti con questa consapevolezza. Sempre filosofeggiando, è bene poi segnalare quanto già il primo verso della traccia decida di mettere in chiaro le cose, recitando laconicamente "Chance doesn't exist". Non esistono "occasioni", quindi. Tutto dovrebbe accadere per un motivo, annullando così la tesi di un Dio onnipresente e dispensatore di mali o miracoli. Un verso che apre a migliaia di interpretazioni e riflessioni, pensieri e ragionamenti. Ed è appena l'inizio.

Cry for the Moon -

Senza indugi continuiamo dunque il nostro cammino, incappando nel terzo brano, Cry for the Moon - "The Embrace That Smothers - Part IV". Un brano il quale, riallacciandosi a tre pezzi contenuti nel debutto degli After Forever, continua una saga immaginata da Mark già in tempi non sospetti, riallacciandosi successivamente ad altri due pezzi presenti in questo platter (nello specifico, Facade of Reality e Seif Al Din). Terribile cosa la pedofilia. Una delle aberrazioni, uno dei vizi e uno dei difetti più vergognosi e terribili dell'essere umano. Peggio ancora se a dimostrarsi pedofilo è un esponente qualunque della Chiesa. Chiesa che dovrebbe rassicurare, dovrebbe portare gioia nei cuori di chi è più debole... ed invece è la prima a rappresentare tutto ciò che ella stessa ci dice di ripudiare. E gli Epica decidono di accendere i fari proprio su queste tematiche, mediante un brano che oserei definire meraviglioso. Un testo intriso di rabbia e tristezza, uniti. Quel tipo di rabbia che ti fa quasi piangere, per quanto sia triste e vergognoso il motivo per cui sei alterato. Versi taglienti come "It's easy to condemn,  without looking in the mirror. Behind the scenes opens reality!", o altri un po' più pacati ma allo stesso tempo pesanti come "Eternal silence, cries out for justice. Forgiveness is not for sale, nor is the will to forget."; parole dure e dirette, messe al servizio di una condanna assoluta da parte degli Epica, inflitta ad un fenomeno sin da tempo immemorabile insabbiato, celato, nascosto. Troppa omertà, troppa ipocrisia: la Chiesa ha sempre saputo difendersi da tali accuse, sfruttando metodi molto spesso non leciti, mettendo a tacere l'accusa mediante atti di corruzione ed intimidazione. I Nostri olandesi, però, proprio non vogliono cedere; ed eccoli quindi a condannare il fenomeno, senza paura ed animati da una rabbia decisamente marcata. Tutto questo ovviamente supportato da una musica che parte malinconica e giù di corda, ma che si arrabbia con i growl gutturali e cavernosi di Jansen. Strabiliante la prestazione di Simone al microfono, decisamente antitetica rispetto al suo (all'epoca) boyfriend ma parimenti efficace, se non perfetta. Con la sua voce dolce e lirica, la ragazza dona sollievo alle nostre orecchie, creando un contrasto unico con i fortissimi temi di cui canta, nonché con la rabbia di Mark. Un effetto "beauty and the beast" decisamente da manuale, capace di suscitare emozioni fortissime ed al contempo di condurci (tenendoci per mano) attraverso una durissima e tristissima verità. Un brano costruito egregiamente, capace di scuoterci ma anche di accarezzarci le orecchie. Proprio non dobbiamo commettere l'errore di "perderci", una scrollata è sempre dietro l'angolo... come a significare che tutto questo è reale, che gli abusi perpetrati dagli uomini di chiesa ai danni di indifesi ed innocenti sono ormai un fenomeno tristemente conclamato. Per questo bisogna reagire, e dunque fare tutto quello che ci è possibile per fermare la peggiore delle barbarie. Una canzone ormai diventata un anthem nei loro live, e che ha creato il motto preferito dai fan: "Forever and Ever".

Feint

Archi e tamburi aprono la terza traccia del disco, una ballad meravigliosamente malinconica che risponde al nome di "Feint". Una traccia fortemente triste, malinconica e vestita di nero, con una Simone che utilizza un timbro operistico in tutta la durata della canzone. La quale parte "semplicemente" con il manifestarsi  di orchestra e voce, ma si trasforma in una power ballad nella sezione finale, dove la lenta batteria e i pochi accordi allungati di chitarra rendono il tutto ancora più triste e funebre. Insomma, un brano creato per emozionare, per colpirci il cure e per instaurare in noi un languore particolarmente marcato. Una tristezza, una strana angoscia capace di macerare l'anima e di indurci quindi a versare qualche lacrima. Un pezzo che fa della semplicità il suo punto forte: una semplicità in grado di giocare con i nostri sentimenti, di toccarli, di accarezzarli. Molto spesso, le sensazioni più forti e significative non hanno bisogno di esagerazioni o di ampollose dimostrazioni di "forza". Al contrario, è proprio dal "piccolo" che si deve partire, per ottenere poi un qualcosa di grande. Un brano magari non articolatissimo, ma al contempo schietto, sincero, ben costruito ed emozionante. Semplicità messa la servizio della forza, della capacità espressiva della quale gli Epica si dimostrano custodi e padroni. Nemmeno a specificarlo, tutto il brano suona come una sorta di epitaffio, di carme celebrativo, innalzato alla memoria di chi purtroppo non è più con noi. Una canzone dedicata alla morte di qualcuno, dedicata alla memoria di Pim Fortuyn, politico olandese omosessuale assasinato nel Maggio del 2002 da un estremista animalista in completo dissaccordo con le sue idee politiche e con la sua omosessualità. Una vicenda decisamente triste, se pensiamo al motivo dell'omicidio: futile, banale... assurdamente insignificante. Ogni omicidio non è mai da giustificarsi, men che meno quando il suo movente viene rappresentato da una disputa politica. Ideali contrastanti, capirsi male, non essersi spiegati a dovere. Problemi che dovrebbero essere risolti con le parole, e non con un coltello. Dunque, si celebra la figura di quest'uomo tristemente strappato dalle braccia della vita. Ma gli Epica hanno reso il loro tributo aperto a tutti, creando una canzone liberamente interpretabile da qualsiasi persona, e dedicabile da chiunque; il testo parla di morte senza specificare, senza scendere nei dettagli, e soprattutto è fatto di poesia e metafore meravigliose. Una delle migliori ballad della band Orange, se non una delle più belle, almeno in campo symphonic.

Illusive Consensus

Aah, l'amore. Una bellissima cosa. Una sensazione senza eguali. Un'emozione unica e irripetibile. Ti cambia la vita. Almeno così dicono. E se fosse il contrario? E se l'amore non fosse altro che una illusione che la nostra mente crea? Se non fosse altro che una sbagliata idea che la società ci inculca sin da quando nasciamo? Ovviamente ognuno è libero di viverlo come meglio crede, ma gli Epica sono sostenitori della seconda idea. "Illusive Consensus", quinta traccia del loro disco d'esordio, ci spiega attraverso un power metal di stampo anni '90 quella idea. Cercano di spiegarci attraverso liriche poetiche e versi in latino, che l'amore è un'illusione ("Imperfect feelings, futile grief Love a device against all solitude"). Ci lasciano immaginare una storia iniziata nel migliore dei modi ("You entered my soul and gave hope to my life") ma che si rivela un tradimento nei secondi successivi ("You left me behind all alone and aghast Captured inside such an austere Elysium"). Da qui, abbiamo lo sviluppo, abbiamo l'esame interno che ognuno di noi compie quando viene tradito, quando viene lasciato solo a se stesso. Fino alla rabbia, al senso di ribellione e svolta ("Destroy this illusion we need a change of fate!") che tutti sentiamo. Dopo una brutta storia, abbiamo, sentiamo il dovere di cambiare strada, riprenderci quello che avevamo in mano fino a poco fa.  L'amaro in bocca però rimane per sempre. L'illusione che abbiamo vissuto con così tanto ardore rimane ancora impressa nella nostra mente. E non possiamo far altro che conviverci. "Numquam non tibi diffidam". Paradossale il fatto che le pene d'amore vengano in qualche modo scandite dal sottofondo più squisitamente Power dell'intero platter: parlavamo infatti di Power anni '90, ed è proprio quello lo stilema che sembra governare la traccia, prendendola letteralmente per le redini. Un genere che non ha certo mai voluto approfondire la tematica "amorosa", non almeno in questi termini: un sottofondo come il precedente sarebbe stato forse maggiormente azzeccato, ma tant'è. La svolta più "classic" di certo non stona ed anzi, ci permette di osservare gli Epica al pieno delle loro forze, privi di qualsivoglia freno e dunque capacissimi di spaziare, di tenere bene sotto controllo ogni sfaccettatura messa al servizio della propria proposta musicale.

Facade of Reality -

Esattamente 14 anni fa, veniva rilasciata una delle canzoni più moderne della storia del Metal. Una canzone che, traendo ispirazione da una delle tragedie più devastanti del passato, si presenta estremamente moderna nel 2017. Neanche fosse stata scritta oggi. L'11 settembre del 2001 fu uno dei giorni più brutti e devastanti della storia: due aerei di linea si schiantano contro le Torri Gemelle, simbolo economico e finanziario di New York e dell'America intera, e altri due aerei vengono dirottati verso Pentagono e Casa bianca, fallendo gli attentatori i propositi d'attentato. Tutto questo fu organizzato dallo stato islamico di Al'Qaeda, che utilizzò un gruppo di 19 persone per dirottare i 4 aerei. Fu un autentico disastro: quasi 3000 morti e più di 6000 feriti, e danni incalcolabili alla città di New York. Una storia che ha creato scalpore e che continua a crearne, fomentando teorie complottiste a tratti assurde. Ma torniamo alla musica. Gli Epica, con Facade of Reality - "The Embrace That Smothers - Part V", denunciano tutto questo. Ma vanno oltre il "semplice" voler puntare il dito contro i terroristi: la band ci fa riflettere sul perché un gesto del genere è stato compiuto. Perché mietere migliaia di vittime nascondendosi dietro la maschera della religione? Perché desiderare la morte tanto da ripudiare la vita stessa? E soprattutto, perché coinvolgere degli innocenti che vogliono semplicemente vivere la loro vita al meglio? E nasce un senso di ribellione, "Sanguis meus tibi non iam perbibendus sit", il mio sangue non deve più essere assorbito da te. Basta con la sofferenza attraverso la religione, basta il voler desiderare la morte per qualcosa di superiore, seppur questo esista. La musica ovviamente fa da cornice perfetta; il gothic che fino ad ora era soltanto di accompagnamento, ora si fa prepotente, predominante: la traccia parte lenta, calma e pacata, con i cori e la voce di Simone che ci chiede aiuto per capire, cercando di spiegare, mentre tutto viene contrastato dal growl pesante e rabbioso di Mark, un growl che lascia intendere disprezzo e vergogna, specialmente nella seconda metà, dove la canzone parte in quarta con un drumming quasi death. Un brano letteralmente "spezzato in due" e desideroso di andare a colpire nel centro del bersaglio. Delicato giusto quel che serve, rabbioso ed arrembante quando successivamente c'è bisogno di correre. Gli Epica vogliono così condannare il gesto degli attentatori ed al contempo ringhiando contro le loro motivazioni; ricordare il dolore e la sofferenza mediante una voce eterea e triste, rimarcare l'assurdità del gesto mediante la rabbia tipica del Metal più estremo. Un brano decisamente efficace, scritto anni fa eppure tristemente attuale. 16 anni, e nulla è cambiato. Anzi?

Run for a Fall

Una power ballad ci aspetta come settima traccia di questo album, una power ballad dal fortissimo retrogusto amaro, di sconfitta. "Run for a Fall" si apre a migliaia di dediche, puntando su un unico tema: la vanità. Una traccia totalmente aperta, sia nel significato che nell'interpretazione. I più svegli vedranno, conoscendo la storia passata dello scrittore del seguente pezzo (Mark Jansen), una specie di vendetta verso i suoi colleghi, una presa di posizione abbastanza acerba vista la tempistica. È come se "Run for a Fall" fosse stata scritta per dare un pugno immaginario a Sander Gommans, ex-collega di Jansen come spiegato nell'introduzione, per dire: "Hey, ho creato una band che avrà più successo della tua". E aveva ragione. Ma ovviamente è dedicabile a chiunque; tutti, almeno una volta, abbiamo conosciuto delle persone talmente vanitose ed egocentriche da ostacolare i progressi di qualche progetto messo su insieme, in cui sono state riversate lacrime, sudore e sangue. Persone che hanno voluto donarci supporto almeno all'inizio, sperando di poter guadagnare qualcosa, sia a livello economico che a livello di sazietà del proprio ego. Persone che non hanno esitato in seguito ad abbandonarci, non vedendo più in noi una proverbiale gallina dalle uova d'oro. Ed ecco che usati, umiliati, tristi e sconsolati cerchiamo di trovare un senso a tutto questo. Desideriamo rivalsa, desideriamo vendetta. Cerchiamo ben presto di rimetterci in gioco, di vincere mediante le nostre sole forze. Piangersi addosso non serve, bisogna invece serrare i pugni e correre, andare avanti nonostante le ferite facciano ancora molto male. Come dicevo, la traccia è una power ballad: parte lenta e armoniosa, con la Simons sostenuta da chitarra acustica e archi, ma esplode nella seconda metà dove Mark sostituisce la vocalist rossa fiammante al microfono, facendo accelerare la traccia di quel po' che basta per farci percepire un forte senso di rabbia e adrenalina. Musicalmente, un cammino di vita ben rappresentato. Dai momenti di tristezza e mestizia alla voglia di prendere in mano le redini della nostra vita, asciugando le nostre lacrime e quindi impugnando scudo e spada. Il tutto si chiude con una piccola sezione orchestrale, che conclude questo brano che passa abbastanza inosservato, a dirla tutta. Un bel brano, certo, ma non troppo capace di immettersi prepotentemente nei nostri ascolti, rapendoci e facendoci venir voglia di riascoltarlo.

Seif al Din - "The Embrace That Smothers - Part VI"

Gli Epica, come vedremo nel corso di questo cammino, hanno sempre piazzato nelle loro tracklist un pezzo - per così dire - "orientale". Ogni disco infatti presenta un brano (musicalmente e tematicamente) ispirato alle lande più orientali, come del resto lo dimostra il moniker scelto prima dell'attuale, ovvero Sahara Dust, le sabbie del Sahara, uno dei deserti più noti al mondo. Questo trend inizia proprio dal primo disco, con la seguente Seif al Din - "The Embrace That Smothers - Part VI". Ma cosa significa il titolo? La "Saif" è una spada di origine araba. Tipica della zona, è entrata anche nelle leggende e nei testi sacri. La "Seif al Din", quindi, è la "Spada del Destino", che gli Epica utilizzano come simbolo del loro messaggio. Un messaggio che però abbiamo già letto, già perfettamente recepito qualche canzone fa: una denuncia contro i massacri fatti in nome della religione. Ma non una religione qualsiasi, proprio la religione tipica araba. Quindi, inconsapevolmente, si attaccano nuovamente terrorismo e derivati, risultando ripetitivi e non proprio originalissimi. Certo, qui il messaggio è convogliato parlando di spiritualità. Fortunatamente però, la traccia è una delle più diverse del disco, una delle più originali. Appena finita la sezione orchestrale della precedente "Run for a Fall", un drumming (mi sia concesso l'utilizzo del termine) thrash e un riff veloce e articolato aprono la canzone, che risulta essere una delle più pesanti, e una delle più innovative, almeno a livello compositivo. Di certo non siamo dinnanzi ad uno dei brani - nematicamente - migliori dell'intero lotto di tracce: eppure, il pezzo di per se funziona. Funziona in quanto potente e diretto, funziona in quanto (per certi versi) a tratti spiazzante. Dopo una ballad come la precedente, tutto ci saremmo aspettati, obbiettivamente, meno che un qualcosa del genere. Ed invece, ecco che ci viene servito senza troppi indugi, senza giustificazioni o senza anticipazioni di sorta. Quel che dobbiamo fare è dunque immergerci totalmente in questa raffica di note, facendole nostre e soprattutto affrontando faccia a faccia la potenza che gli Epica sono in grado di generare. Chiariamoci, non ci troviamo certo nel bel mezzo di un brano dichiaratamente Thrash o Death; eppure, i nostri olandesi riescono a giocare perfettamente con gli stilemi più potenti e graffianti dell'universo Metal, dimostrandosi abilissimi nel saperli adoperare e soprattutto piegare al loro volere, al loro modus operandi. Tema ripetuto e per nulla nuovo, ma musica all'altezza della situazione.

The Phantom Agony

Signore e signori, ci siamo. Questo viaggio è giunto alla conclusione. E lo chiudiamo nel migliore dei modi: un bel viaggio nella nostra mente mentre cerchiamo di rispondere alle domande più tormentanti della storia. Chi siamo? Qual è il nostro scopo? Possiamo davvero controllare il nostro destino? "The Phantom Agony", traccia conclusiva che porta il nome del disco, cerca di rispondere a tutte queste domande, facendolo attraverso un songwriting fresco e pesante, dove riff di chitarra pesanti si alternano a accordi che sostengono la voce armoniosa e melodica di Simone. L'agonia del non poter vedere o percepire quello che ci circonda è il primo tema trattato dalla band olandese: "I can't see you, I can't hear you. Do you still exist?". I primi tre versi della canzone racchiudono alla perfezione quello che è il tema principale della traccia. La paura di quello che non riusciamo a percepire, di quello che non riusciamo a vedere o sentire (il vero orrore, stando al pensiero di Howard Phillips Lovecraft). E se tutto quello che viviamo attraverso i sogni, non fosse altro che i ricordi del passato che ritornano ma che noi abbiamo dimenticato? Insomma, sono davvero tante le domande che la self-titled track di questo debut ci pone e che ci chiede quasi disperatamente di rispondere. E se fosse il trovare le risposte alle domande della vita, il vero senso della vita? Di sicuro non potremo mai saperlo con certezza. Quel che abbiamo fra le mani è solo una canzone, solo un pezzo capace di trasportarci, musicalmente, all'interno di una selva composta da tali domande. Dove dovremmo indirizzare, il proseguo delle nostre esistenze? Domande che gli Epica non sembrano porre a loro stessi, in quanto (stando almeno a ciò che stiamo ascoltando) la band dimostra perfettamente di aver acquisito una discreta padronanza nel proporre il proprio sound a noi ascoltatori. Un bel modo di renderci partecipi e consapevoli, in ultimo, di quanto è stato effettivamente compiuto in questo platter: gli Epica hanno iniziato con il piede giusto, il loro giocare con le sinfonie, di alternare durezza e potenza ad eterei momenti sognanti, la capacità di tenere unite tutte le loro esperienze, dal Power al Symphonic a ciò che risulta più duro e diretto; tutto è ben rappresentato da una chiusura magistrale, ben eseguita e degna di congedarsi da noi nel migliore dei modi. 

Conclusioni

Il sipario si chiude anche su "The Phantom Agony", prima fatica discografica della già citata band olandese capitanata da Mark Jansen. Un debut album di ottima fattura, un disco davvero ben fatto, dove idee e songwriting non sono mai banali e ripetitivi, anzi. Se proprio dovessimo identificare i punti forti di questo disco, senza dubbio metteremmo in prima linea la sua capacità di coinvolgere sempre e comunque, di renderci partecipi di ogni sua espressione, sia musicale sia testuale. Un viaggio in musica costruito nel migliore dei modi, che rasenta l'eccellenza totale e per forza di cose va ad incastonarsi marcatamente nell'ipotetica lista dei debut album più fortunati e meglio riusciti di sempre. Questo grazie alle idee di Mark, bravissimo frontman e vero trascinatore degli Epica; musicista completo ed abile, capace di destreggiarsi lungo stili assai variegati in maniera mai dispersiva o raffazzonata. Con un  pilastro del genere alla base della costruzione, il successo sarebbe stato assicurato a prescindere. Ottima inoltre la prestazione di ogni singolo membro della band, l'unione tra la sei corde di Ad e la sette corde di Mark, asce in comunione decisamente brave nel dialogare; dialogo che rende di fatto il suono pesante ma non troppo, stemperando l'etereo che in dosi troppo massicce avrebbe reso la proposta forse troppo fumosa e non capacissima di coinvolgere quanto invece è stata in grado di fare. Egregiamente scritti ed eseguiti gli arrangiamenti orchestrali, che trasudano e sprizzano da tutte le note quel gotico medioevale che fa ritornare alla mente cavalieri e armature, battaglie epiche fatte in nome di qualcosa di superiore; la sezione ritmica, che pur non eseguendo un lavoro eccezionale, crea un sottofondo e un tappeto di note che rende omogeneo e unico il sound degli Orange. Dulcis in fundo, lo spettacolare contrasto tra la voce avvolgente e melodica di Simone Simons e il growl infernale e cavernicolo di Mark Jansen, un contrasto che fa rimanere il disco in un limbo tra aggressività e pace, violenza e calma. Proprio una commistione di esperienze che di fatto dona grande colore ad un album che, decisamente, giova di questa vivacità, di queste vibrazioni, di questi scossoni imprevedibili che di quando in quando giungono a scuoterci, come a svegliarci improvvisamente da un bellissimo sogno; ovviamente, lasciandoci la voglia di riaddormentarci per sognare di nuovo, salvo poi ridestarci improvvisamente... e così via, una catena di bruschi risvegli e dolci dormite, elementi antitetici eppure coesistenti lungo queste tracce. Anche le tematiche del disco sono uniche, originali: passiamo dalla riflessione interiore, alle domande che ci poniamo per cercare di capire qual è il nostro posto, alla morte in "Feint", un testo poetico e strappa lacrime. Tematiche anche più pungenti come terrorismo e religione, in cui viene affrontata e denunciata pesantemente la pedofilia nella Chiesa, nella meravigliosa "Cry for the Moon". In ultima battuta: perché dunque non assegnare un bel 10 pieno a questo "Phantom..."? Proprio perché la perfezione non era ancora un dono concesso agli Epica di questo inizio. Vincente certo, ma pur sempre "inizio". Un po' di sound acerbo c'è, ovviamente, tutto stava nel sistemare al meglio i tasselli; sistemati in maniera ottimale, ma ancora non del tutto perfetta. Questione di lana caprina, tuttavia: si sente distintamente che il compositore principale ha della esperienza alle spalle, e si sente che le idee sono già chiarissime e ben decise. Altra piccola pecca del disco, è stata il trattare la tematica del terrorismo per  2 volte, anche se in modo  - non del tutto - diverso. Fatto sta che "The Phantom Agony" è una pietra miliare del genere, e va ascoltato assolutamente. Fatelo vostro, in qualsiasi modo, e lasciatevi trasportare dalle melodie che sono racchiuse al suo interno.

1) Adyta
2) Sensorium
3) Cry for the Moon -
4) Feint
5) Illusive Consensus
6) Facade of Reality -
7) Run for a Fall
8) Seif al Din - "The Embrace That Smothers - Part VI"
9) The Phantom Agony