EPICA

Consign to Oblivion

2005 - Transmission Records

A CURA DI
ANTONIO RUBINO
09/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

La civiltà Maya è stata, indubbiamente, una delle civiltà più importanti della storia. Noti soprattutto per le loro innovazioni nell'arte e nell'architettura (i loro geroglifici e le loro piramidi, sono tutt'oggi sotto gli occhi del mondo), gli antichi abitanti del continente americano hanno portato l'estensione del proprio avanguardismo anche verso lidi più complessi e scientifici; matematica, scrittura ed anche astronomia, progressi raggiunti mediante una serie di approcci e pensieri unici nel loro genere. I loro metodi di calcolo ed osservazione delle stelle, i loro calendari, il loro essere astronomi seppur in fieri... tutta una serie di traguardi raggiunti mediante sperimentazioni e tentativi, tasselli di una piccola rivoluzione culturale che di fatto li portò a divenire una delle civiltà precolombiane più avanzate di tutto il loro continente. Molto si è detto e si continua a dire, circa la gloriosa esistenza del popolo Maya: le loro inquietanti predizioni circa la fine del mondo, il loro spiritismo nonché pantheon di divinità estremamente complesso, i loro segreti e la loro storia, così ricca di "scienza" quanto di mistica fede, di fervore esoterico. Un calderone unico e complesso sul quale crediamo ogni volta di poter apporre un sigillo; invece, quando meno ce lo aspettiamo, ecco un nuovo dettaglio ad aggiungere notizie inedite, fulmini a ciel sereno capaci di ribaltare il nostro bagaglio culturale. Riprendiamo i libri, e torniamo a studiare: sui Maya, volenti o nolenti, non riusciremo mai a sapere più del dovuto. Una civiltà talmente innovativa e importante da riuscire ancora oggi a influenzarci ed a catturare la nostra attenzione... proprio come fecero dodici anni fa, esercitando il loro fascino su di una giovane band giunta al suo secondo album, "Consign to Oblivion". Siamo nel 2005 e gli Epica si scoprono "archeologi", partendo alla scoperta dei segreti dell'antico popolo, incentrando sulla loro figura il concept del proprio secondo album in studio. Come ben ricordiamo, "The Phantom Agony" donò ai musicisti olandesi una fama inaspettata: dopo l'uscita del disco, la band partì alla volta di importanti tour promozionali, toccando diverse nazioni sparse per il globo, diffondendo il proprio verbo e conquistando i fan di tutto il mondo. Il tutto, grazie ad una proposta melodica ed accattivante, decisa seppur mitigata da inserti trionfanti e classicheggianti. A coronare il tutto, la grinta e la grazia di una frontwoman del calibro di Simone Simons, sin da subito amatissima per il suo modo unico di approcciarsi alla musica espressa dai fratelli Janssen. Il disco andò talmente bene che i Nostri decisero di rilasciare addirittura un DVD, intitolato "We Will Take You With Us": una sorta di Live-Album registrato dal vivo in studio, in cui la band ripropone l'intero disco (più una cover di "Memories" dal musical "Cats", e la versione tedesca di "Run for a Fall"), con l'aggiunta di making off e videoclip vari. Un "falso" concerto che vede protagonista la band al centro della sala, con l'orchestra a circondarla. Come dicevo, quindi, finiti i tour e l'operazione di "diffusione" del primo disco, la band si recò in studio per iniziare ufficialmente il lavori sul secondo album. Si cambia concept ed apparenza, già dalla sola copertina possiamo notare quanto l'influenza dell'antica civiltà Maya sia forte nella mente del mastermind Mark Jansen, leader e principale compositore della band. Una copertina raffigurante un tipico bassorilievo su cui è stato aggiunto l'effetto di un vetro rotto in due punti, come se quella scultura fosse stata rinchiusa in una teca che qualcuno ha tentato di rompere per poterne rubare tutti i suoi significati e i suoi segreti celati. I Maya sono stati importanti soprattutto a livello tematico in questo disco, influenzando la creazione di una nuova saga, "A New Age Dawns", iniziata proprio in questo disco, il cui sviluppo analizzeremo man mano che gli articoli andranno avanti. Musicalmente, in questo capitolo, gli Epica vertono su lidi più sinfonici e easy listening, lasciando che le influenze derivate da compositori di colonne sonore come Danny Elfman o Hans Zimmer sfocino nella loro proposta, ottenendo un risultato più cinematografico e sinfonico. Come vedremo anche più avanti, i growl sono ridotti all'osso, lasciando spazio quasi totale alla voce dolce ed alle linee vocali estremamente catchy di Simone Simons, più che mai lanciata in questo disco come tratto distintivo della band tutta. Ovviamente, il disco non risulta monocorde o solamente incentrato sul topic "precolombiano": "Consign..." è infatti un disco che ama spaziare, offrendoci gli Epica diverse tematiche sulle quali ragionare e trarre le nostre conclusioni, come l'introspezione, la scienza e la filosofia. Elementi già affrontati nel precedente album, ma qui accentuati da un fortissimo impatto cinematografico, per così dire. Merito ancora una volta del sapiente lavoro di Sascha Paeth, ancora una volta al fianco di Mark nella produzione; senza dimenticare il generoso apporto di un'intera schiera di violini, violoncelli, viole e cori, in questo senso maggiormente sfruttati e posti sotto una luce più limpida e nitida. Non serve indugiare ancora in preamboli... lasciamoci dunque trasportare dalle melodie epiche di "Consign to Oblivion". Buona lettura.

Hunab K'u

A darci il benvenuto è Hunab K'u "A New Age Dawns" - Prologue (Hunab K'u, Una nuova era ha inizio - Prologo), intro interamente suonata da orchestra e coro. L'elemento che subito attira l'attenzione sulla canzone è il suo particolare nome, una parola Maya che rappresenta la "Farfalla Galattica", il Dio Supremo creatore del pantheon Maya, del calendario solare e figura divina posta al centro della galassia; il loro Dio, simbolo che vedremo anche ripreso sulla copertina del singolo "This is the Time", uscito dopo "Design Your Universe" in collaborazione con il WWF. La traccia consiste quindi in un brano orchestrale che funge da introduzione al disco, in cui le parti sinfoniche sostengono il coro cantato in latino, un coro che parla di fine, di una dimensione al centro dell'universo raggiungibile soltanto con l'annullamento della nostra "becera" forma fisica; siamo noi la Farfalla Galattica, questo è quanto ci viene detto. Siamo l'inizio di tutto e possiamo esserne anche la fine. A differenza della intro presente nel precedente album, qui l'atmosfera è molto più cinematografica, leggera e ariosa, con un sound più pomposo e aperto, sintesi perfetta delle atmosfere che troveremo in ogni singolo brano del disco che sta per iniziare.

Dance of Fate

Dopo quella bellissima intro cinematografica, il disco decolla definitivamente con "Dance of Fate (La danza del Fato)", una canzone dal fortissimo sapore power, cosa facilmente notabile sin dai suoi primissimi secondi. L'orchestra è potente, le chitarre pesanti e la batteria veloce durante le strofe, ma il tutto rallenta per raggiungere lidi più melodici e poetici nel ritornello, in cui Simone diventa dominante alla voce, creando atmosfere leggere e rassicuranti. Un piccolo coro separa il ritornello dalla strofa, che si ripete in una sezione quasi prog-power. Musicalmente percepiamo in maniera nettata le influenze del power anni '90, quel power molto più "pomposo" e veloce rispetto a quello degli eighties, anche se delle strizzate d'occhio al metal più pesante e cupo le si possono notare durante i vari bridges. La traccia si interrompe negli ultimi minuti, in cui una dolcissima chitarra acustica sostiene alla perfezione una calda melodia cantata dalla dolce Simons, per sfociare nuovamente nel ritornello power, in cui l'orchestra ritorna più potente che mai. Come dicevo, quindi, si sentono varie influenze; anche se, a dirla tutta, quella più notevole è quella esercitata dai compositori citati nella introduzione di questo articolo. Il "cinema" si sente, insomma, tanto da dare la sensazione di guardare un musical. In questa traccia la danza appare come un qualcosa di estremamente filosofico e spirituale. La danza riportata nel titolo non ha il significato a cui ormai siamo abituati, ma appunto si riferisce a qualcosa di più alto, spirituale per l'appunto. Scegliere una strada nella vita è estremamente difficile ("It's hard to find a new direction in your fragile life"), ed anche il tempo risulta essere quasi schiavo di una concezione assai astratta ed estremamente personale ("So hard to face the pace of the clock , What do you think; will it ever stop?"); sembriamo in un certo qual modo inseriti in un enorme caos senza capo o coda; per combattere tutto questo, dobbiamo quindi ribellarci contro tutto quello che ci incatena, danzare fino a liberare definitivamente il nostro spirito, intrappolato nella nostra carne. Aprire, spalancare nuove porte per chiudere quelle dietro di noi: "Novas portas pandimus, et post nos occludimus, Novas portas pandimus et post nos occludimus". Un verso in latino che esprime in maniera chiara e diretta il concetto riportato pocanzi: sciogliere le catene per piegare il Fato ed il Tempo al nostro volere. Essere dunque gli unici dominatori della Nostra vita.

The Last Crusade

Inizia qui, dopo il prologo introduttivo, la nuova saga creata dagli Epica, ispirata alla mentalità e alle idee dei Maya. "A new age Dawns" parte proprio da questa "The Last Crusade". L'ultima crociata. Il sound è molto più vicino al primo disco, con il coro che apre la canzone recitando dei versi in latino; anche la composizione della struttra della intro della canzone ricorda molto quelle dell'esordio, mostrando dunque come gli Epica non abbiano in fin dei conti rinunciato totalmente a mostrare le proprie, importanti radici. La prima strofa è ariosa, orchestrale e voce, ma lascia subito spazio alla band, che col suo power sorregge una sezione vocale recitata, quasi narrata. L'orchestra qui è molto più solenne e lenta, appunto per ripercorrere dei lidi più gotici. Particolare come nel ritornello la voce della cantante e il coro si intreccino alla perfezione, aumentando l'appeal cinematografico che ci segue sin dall'inizio. Una piccolissima sezione fatta di cori spezza la canzone nel finale, per far si che l'ultimo ritornello sia possente e carico di pathos. A livello tematico notiamo quindi l'incipit della nuova saga: una storia dai contorni fatti e definiti, che tuttavia non toglie spazio anche ad altre interpretazioni, lasciando che sia la soggettività di ognuno a trarre le sue definitive conclusioni. Gli Epica ci invitano ad intraprendere un'ultima crociata: contro chi, non ci è dato saperlo. Ma la canzone funge da una specie di propaganda, i Nostri ci promettono che unendoci a loro le nostre anime saranno salve, e che nessun innocente sarà ferito. Si sa, le crociate (benché spacciate per guerre da compiersi in nome di Dio, per la "libertà) sono state in fin dei conti uno dei più grandi massacri della storia, conflitti sanguinosi privi di vinti o vincitori. Strano che la band olandese ci inviti proprio a questo, promettendoci la vita eterna attraverso l'espiazione dei nostri peccati, possibile soltanto attraverso l'annullamento di tutto quello che è contrario al nostro e al loro credo. Ma siamo pronti, vogliamo assaggiare la vittoria. La vittoria finale. Un testo forse costruito per farci riflettere sugli orrori compiuti dal cattolicissimo occidente nei riguardi della popolazione Maya, a seguito della prima ondata di colonizzazioni. Come ben sappiamo, la "civiltà" esportata dall'Europeo fu per le popolazioni native americane fonte unicamente di sofferenza e sangue versato; probabile dunque che le parole degli Epica siano state costuite calandosi nei panni di un conquistador o comunque un soldato europeo, intento a massacrare gli inermi indigeni.

Solitary Ground

Siamo finalmente giunti alla ballad del disco, nonché una delle canzoni più belle mai scritte dal combo olandese. Dopo due canzoni molto potenti e veloci come le precedenti, gli Epica decidono di rilassarci e rilassarsi, deliziandoci le orecchie mediante un brano leggero ed emozionante, incredibilmente denso di pathos ma comunque carezzevole, per nulla invasivo, fluttuante nell'aere più sereno, come trasportato da dolci e caldi venti. "Solitary Ground (Terra Desolata)" è una canzone come poche, una traccia che porta dentro di sé una carica emotiva unica, capace di far sognare e piangere anche il più rude degli uomini. L'orchestra è predominante in questo frangente (com'è giusto che sia, alla fine), riuscendo a creare un'atmosfera estremamente sognante e romantica, grazie anche (e soprattutto) alla dolcissima voce della Simons, la quale sfoggia linee vocali dolci ed armoniose, le quali ben si spalmano sulle melodie estremamente commoventi tessute pian piano dalla strumentale, in un connubio di rara bellezza emotiva. La batteria non rinuncia a mostrarsi, dando ritmo al tutto, un ritmo molto lento e pacato, anche quando fanno la loro entrata le chitarre, che con due accordi in croce conferiscono ulteriore atmosfera ad una canzone già molto vibrante di suo.  Il tutto cresce con l'incedere progressivo fino al climax finale, in cui tutti gli strumenti si uniscono e crescono di intensità, aumentando direttamente le sensazioni che la canzone ci trasmette. Un vero e proprio gioiello sapientemente confezionato, brillante di luce propria, che ci avvolge come un caldo mantello pronto a riscaldare le nostre fredde ossa. Liricamente parlando, gli Epica ci raccontano una storia estremamente personale, forse tratta da esperienze di vita vissuta, sicuramente scaturita dai ricordi di qualche membro della band... eppure talmente "comune" che potrebbe rappresentare ognuno di noi. Si parla del passato e della sua importanza, di quanto alle volte molti di noi diano troppa importanza a quello accaduto ieri, chiudendo quindi le porte in faccia a ciò che invece abbiamo davanti ("And the door to a new life is closing so fast") e potrebbe accaderci oggi. Rifiutare un bel futuro per paura di un brutto passato, forse uno degli errori più gravi da compiersi. Bisogna vivere guardando al futuro, certo senza interrompere i legami col passato, da cui provengono le lezioni più importanti della nostra vita, le lezioni che ci hanno reso quello che siamo oggi. Contemporaneamente, però, ciò che è stato non deve pesare più del dovuto, e non deve assolutamente fungere da ostacolo per la nostra felicità. Non importa se si cade... bisogna andare avanti, camminare sempre, ancora ed ancora, fino a trovare il nostro posto, sperando di non aver sprecato tempo nel guardarci alle spalle.

Blank Infinity

Un pianoforte, che scandisce la melodia che troveremo fra qualche minuto, nel ritornello, ci introduce a "Blank Infinity (Vuota Infinitezza)", uno dei cavalli di battaglia del tour che seguirà il disco, uno dei brani che maggiormente venne suonato e proposto dal vivo, acclamatissimo e richiestissimo da orde di fan in tutto il mondo. Notiamo come, questa volta, il sound si rifaccia all'heavy classico, con dei riff in pieno stile Judas Priest. Ovviamente trovano anche spazio delle sezioni power, fonte indiscussamente principale del disco, anche grazie ai ritornelli cantati interamente dal coro. Poco dopo la metà, la canzone cambia direzione grazie a un piccolo bridge quasi progressive, che conduce ad una sezione più power resa "epica" dal cantato lirico di Simone. L'ultima strofa è suonata in una specie di sustain, con schitarrate lunghe e potenti di Mark ed Ad. Si chiude come al solito presentando una sezione che cresce di intensità, con l'acuto finale della frontwoman che aumenta d'intensità del tutto, fino ad esplodere in un'ultima, meravigliosa esplosione sonora. Ancora una volta gli Epica cambiano le carte in tavola, presentandoci un pezzo scoppiettante e diretto dopo una ballad romantica, soffusa, pacata quanto una nuvola che viaggia spinta dal vento. Un "ritorno al Metal" decisamente ben gradito, in grado di ridestarci dal torpore pocanzi instaurato e spingerci a provare esaltazione, ad assaggiare il crescente dinamismo presentatoci nota dopo nota. Tutto sembrerebbe dunque scorrere liscio e lineare, senza intoppi... c'è un pensiero, però, che affligge chi ascolta questa canzone, e soprattutto chi ne legge il testo. Una domanda che ha del filosofico, forse il più grande e complesso degli interrogativi postisi dall'uomo sin dall'alba dei tempi: dove stiamo andando? Viaggiamo verso una vuoto infinito (appunto, "Blank Infinity"), e forse l'estinguerci è l'unica strada per espiare davvero i nostri peccati, lasciando comunque un vuoto nello spazio e nel tempo. Piangiamo e le lacrime non sono altro che i resti delle ombre che aleggiano nella nostra mente. Dovremmo quanto meno sforzarci di divenire un qualcosa di più complesso e spiritualmente finito, tralasciando ogni legame con quanto esista di tossico, fuorviante e detraente. Solo elevando le nostre anime verso un piano decisamente superiore a quello immanente potremo in futuro ambire all'infinito, diventare qualcosa che va in alto, oltre le nuvole e oltre i pensieri.  Troveremo mai la via in questo labirinto senza fine? ("Can we ever find a way in this labyrinth without end?") Difficile a dirsi, quel che siamo non è altro che l'imperfezione pura. Dobbiamo sforzarci di migliorare, un miglioramento che naturalmente non avverrà in un giorno e nemmeno in un anno; solo dopo molto tempo e tribolazioni, potremo cogliere i frutti del nostro status di persone migliori.

Force of the Shore

È il coro che, preceduto da un paio di note di batteria, ci spiana la strada verso "Force of the Shore (La potenza della Riva)", una delle tracce più difficili e particolari dell'intero platter. Particolare perché cambia molte volte timbro e registro, passando dai growl di Mark (che esordisce proprio in questa traccia, per la prima volta nel disco) ai cori, alle clean di Simone; un carattere camaleontico, ricercato e particolare, tutta una serie di espedienti i quali, ben miscelati ed amalgamati fra di loro, rendendo di fatto questa una delle canzoni più belle e più potenti di tutto "Consign...". Alternando sezioni power a sezioni melodiche ed a parti rasentanti addirittura il Black Metal (seppur non proprio in toto), "Force of the Shore" è la canzone più cinematografica del disco, almeno fino a questo punto, dati i suoi continui e repentini capovolgimenti di prospettiva. Un brano affetto da un dinamismo non comune, capace di destreggiarsi benissimo entro più lidi, non risultando un guazzabuglio ma anzi una possente amalgama, strutturata e pensata magnificamente. Davvero il brano che non molti si sarebbero aspettati dagli Epica più "soft" e diretti, un pezzo che sposta gli equilibri e ci consegna dunque un gruppo estremamente capace, in grado di giocare con la propria musica in maniera disinvolta nonché caparbia. Per quanto riguarda il testo, Mark decide ancora una volta di virare verso qualcosa di molto filosofico, tralasciando però tematiche come la mente o lo spirito. Decide quindi di portare la nostra attenzione all'apparenza, a quello che siamo per noi stessi e quello che siamo agli occhi degli altri. L'apparenza è un inganno, c'è molto più di quello che i nostri occhi vedono ("There's more than what you see"), l'apparenza è qualcosa dietro la quale ci nascondiamo per lasciar fuggire il nostro vero Io ("A place to hide and flee"). Eppure, allo stesso tempo, se scappiamo da tutto questo non sapremo mai cosa potremmo diventare in futuro ("Flee and you'll never see, What you're going to be"). Dobbiamo solo accettare le verità del nostro passato, essere noi stessi nel bene e soprattutto nel male, senza cambiare mai. Quando il tutto cambia timbro ed entra in scena Simone, la canzone ci descrive una spiaggia, nel cui mare nuotano e galleggiano le forze e i pensieri della gente, incatenati però da lamenti di vario genere. In sintesi, gli Epica ci spronano ancora una volta a combattere il passato senza negarlo, a liberarci di questa nostra finta facciata per poter rivelare per davvero chi siamo. Chi siamo realmente.

Quietus

Siamo finalmente giunti a "Quietus (Colpo di Grazia)", primo singolo estratto da questo disco. Possiamo già da subito capire il perché di questa scelta: la canzone è la più easy del disco, facilmente assimilabile sin dal primo ascolto, ma non per questo più "brutta" o meno ispirata delle altre canzoni presenti sull'album. Una intro in stile folk /celtico apre le danze ed esordisce subito uno dei riff più pesanti della band olandese. I vocalizi della Simons annunciano la sua entrata, che si compone di linee vocali molto melodiche e catchy ripercorrendo lo stesso ritmo eseguito dalla chitarra. Il ritornello della traccia è uno dei più facili e belli mai scritto dagli Epica, un ritornello di facilissima assimilazione e dal forte impatto nei live che seguiranno l'uscita del disco, tanto fu grande l'apprezzamento che "Quietus" ricevette dai fan. Una seconda breve sezione folk serve da stacco, da interludio al ritornello finale, che con un lieve cambio di testo e un piccolo crescendo chiude il brano. Ma di cosa parla, questa breve canzone? Questo breve testo, cosa vuole raccontarci? Circa il reale significato delle liriche qui presenti, la band è stata abbastanza vaga. Non si ha un vero e proprio protagonista, ma si parla un po' più in generale, sempre ovviamente toccando temi abbastanza forti e fuori dal comune. Il "Quietus" altro non è che il colpo di grazia, la goccia che fa traboccare il vaso, la fine della linea. In questo caso, l'apice del senso di colpa. Gli Epica ci narrano in sostanza di un colpevole che, dopo aver fatto un qualcosa di non meglio specificato, deve fare i conti con il suo senso di colpa, pensando anche che la vera vittima non è tanto chi ha subito il torto, ma chi lo ha fatto, colui il quale sarà costretto a vivere con un rimorso devastante per il resto dei suoi giorni. Forse, la giusta "punizione" per chi si macchia di colpe molto gravi? Probabile sia così, dopo tutto il confronto più arduo è sempre quello con noi stessi. Un confronto dal quale possiamo uscire vincitori e dunque persone migliori... o vinti, schiacciati per sempre dal rimorso e dall'oscurità, imprigionati in una cella buia, somigliante in maniera incredibile alla nostra stessa esistenza. 

Mother of Light

Ci avviciniamo pian piano alla fine del disco, ma prima continuiamo la saga di "A New Age Dawns" con il suo secondo capitolo: "Mother of Light (Madre Della Luce)". Con questa canzone ritorniamo su territori più complessi e sinfonici, grazie a diversi cambi di tempo e registro, un'orchestra e un coro molto possenti e il growl di Mark che ritorna nella sua seconda interpretazione; anche se non importante protagonista come in "Force of The Shore", pur sempre possente e molto corposo. Già dal suo inizio possiamo capire quanto lo strumento principale in questa canzone consista esattamente nell'orchestra, proprio perché la band decide in questo frangente di fungere solo da sostegno, da "tappeto". Si cambia subito direzione in un ritornello power in cui il contrasto tra la voce dolce di Simone e il gutturale di Mark è l'elemento principale. Finita questa sezione, coro e orchestra prendono letteralmente il sopravvento, creando un'atmosfera degna del miglior musical. Verso il finale tutto si interrompe, puntando il riflettore su Simone che, sostenuta dall'orchestra, ci delizia i timpani con la sua voce, prima di dare il via a una sezione strumentale degna davvero di nota. Un piccolo coro ispirato al precedente disco ci riscalda in vista del ritornello finale, che con un ultimo crescendo strumentale cessa la traccia. Nel primo capitolo di questa saga eravamo rimasti alla fine della battaglia, in cui avevamo vinto. Ma era tutto giusto? Perché lo abbiamo fatto? In questa canzone gli Epica mettono in discussione quanto fatto in precedenza, mostrandoci attraverso le parole del testo una sorta di crollo spirituale, chiedendosi soprattutto perché siamo costretti a uccidere altri per espiare i nostri peccati, facendo tutto questo nel nome di qualcosa di più alto, ma molto incerto. Siamo giunti a fare tutto questo in nome di una divinità? La risposta siamo noi stessi ("You're the question to the answer"), quel che ci basta è semplicemente accettare quello che abbiamo fatto e cambiare strada. Sperando di sopravvivere alla caduta ("I feel I can't survive this fall"), prede come siamo di un senso di colpa atroce, simile a quello provato dal protagonista di "Quietus". Cos'abbiamo fatto, e soprattutto perché? Imbarcati in una guerra considerata giusta, ora pentiti d'aver sguainato la spada. Nulla sembra più interessarci, né Dio né la vittoria ottenuta. Niente di tutto questo potrà cambiare le carte in tavola, niente potrà salvarci dal tormento e dall'angoscia. Valeva davvero la pena, combattere? Forse forse, no.

Troi Vierges

In tutta questa spiritualità e bellezza, riesce a ricavarsi anche un piccolo spazio il romanticismo, grazie ad una delle canzoni più ispirate e riconoscibili della band, arricchita e perfezionata da una delle voci più belle del panorama musicale a noi a cuore: Roy Khan, ex cantante dei Kamelot (band in cui milita l'attuale marito di Simone, Oliver Palotai). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il romanticismo non è limitato al solo testo: si espande anche alla musica, che cambia drasticamente genere, risultando unica in tutto il disco (e in tutta la discografia degli Epica). Potrebbe anche risultare fuori posto, in quanto "Troi Vierges (Tre Vergini)" è una canzone interamente orchestrale, senza chitarre, basso e batteria, ma con il duetto di voci tra Simone e Roy. Questa traccia raggiunge l'apice cinematografico del disco, riportando alla mente i migliori film romantici della storia, grazie per l'appunto ai due cantanti e all'orchestra, composta da un ritmo di tastiera ripetuto, intervallato da sezioni orchestrali estremamente melodiche e romantiche. Un brano che quindi va goduto in questo modo, assaporandone la decisiva componente "filmica", non pensando di trovare elementi riconducibili ad un qualcosa di metallicamente esaltante. Gli Epica al massimo della loro espressione artistico/cinematografica, sembra quasi si trovarsi al cospetto di una OST rubata da chissà quale film hollywoodiano. Per quanto riguarda il testo, gli Epica sono stati molto enigmatici in questa canzone, contrariamente a quanto avviene dal punto di vista musicale. Dal testo si possono evincere diversi significati, a seconda di chi lo legge. Versi che cambiano nelle strofe e nei refrain, recanti parole arcane o comunque fluttuanti, difficili da capire e da interpretare in toto. Dalla prima strofa, ad esempio, si può dedurre che la cantante si riferisca a qualcuno che ormai non fa più parte della sua vita ("Its presence still lingers in my mind"), ma come questa persona sia uscita dalla sua vita non è chiaro. Potrebbe essere morto ("Death could not leave without"), o potrebbe essersene andato per unirsi a chissà quale movimento ("Innocence died when they took his mind"). Come anche precedentemente detto in in altri miei articoli, questo è il bello della musica: ognuno la vive secondo il proprio essere. Quindi lascio a voi totale libertà sull'analisi di questo testo, fornendovi una semplice linea guida. L'abbandono, questo è il protagonista. La sensazione di totale smarrimento dovuta all'allontanamento repentino di una persona importante. Vi siete mai trovati in questa situazione? Se sì, capirete senza dubbio meglio di tanti altri cosa gli Epica vogliano effettivamente comunicarci.

Another Me

Giunge ora il turno di Another Me "In Lack'ech" - Un altro me stesso, "In Lack'ech". Prima di analizzare questa canzone, vorrei spiegarvi cosa rappresenta "In Lack'ech". Parto subito col dire che il termine è stato leggermente modificato dalla band, aggiungendo una 'c' nella prima parola, come a volerla "inglesizzare". "In Lak'Ech", questa la forma originale dell'espressione, consiste in un saluto Maya recante a mio modesto parere un significato meraviglioso. Il suo significato letterale è "Sono un altro me stesso", parole che aprono ad una interpretazione bellissima: con questo saluto lasciamo intendere che abbiamo "abbandonato" i nostri confini (sia spirituali che fisici) e siamo pronti a diventare un tutt'uno con tutto quello che ci circonda, quindi capire ed essere leali al massimo delle nostre capacità. Detto questo, possiamo passare tranquillamente alla canzone, una canzone abbastanza difficile da inquadrare. Si inizia subito con un insieme di coro e voce di Simone, ensemble che porta subito alla prima strofa, caratterizzata dalla presenza di basso, batteria, orchestra e voce. Si continua su questa scia fino al finale, dove il tutto cambia brevemente registro con una piccola sezione un po' più lenta. Purtroppo ci troviamo davanti a un filler, in quanto la canzone non lascia il segno, ma serve soltanto da "scalda timpani" per quello che sarà il finale del disco. Fortunatamente il suo essere filler non si espande anche alle tematiche, le quali risultano anche nuove per la band. "Another Me" affronta il tema dell'avarizia, quella più egoista e spietata che possa esistere. I Nostri ci dicono senza mezzi termini quanto il sentimento pocanzi citato sia fra i peggiori mai esistiti. Se difatti cerchiamo la ricchezza sovrastando gli altri, compiendo atrocità su atrocità, un giorno ci ritroveremo soli e totalmente rosi nell'animo. Allora ci renderemo conto dell'errore che abbiamo commesso. Siamo ricchi, ma ci manca qualcosa, un qualcosa che denaro e lusso non possodono comprare. Il tema del "In Lak' Ech" viene applicato in modo negativo in questa traccia: se il significato originario era "apriti agli altri per essere te stesso e tutto allo stesso momento", qui viene visto come "apriti e sovrasta tutti, per essere te stesso e tutto", ovviamente denunciando questo tipo di pensiero.

Consign to Oblivion

Siamo giunti al capitolo finale. La titletrack chiude definitivamente il disco e (momentaneamente) la saga di "A New Age Dawns", arrivata al suo terzo capitolo. Siamo lontani da quanto fatto in chiusura di "The Phantom Agony", il capitolo finale di questo disco è molto più strutturato e cinematografico, dal sapore quasi apocalittico. Una leggera intro orchestrale dalle atmosfere abbastanza cupe ci introduce dunque alla titletrack (Consegnarsi all'Oblio), che sfocia subito in un riff power anche dal sapore molto progressive. Ecco che fanno la loro entrata i cori, i più forti del disco. Mark riprende il microfono con il suo growl gutturale e i suoi scream acuti, donandoci qualche attimo di metal pesante. È sul ritornello che fa la sua entrata Simone, ed è solo sul ritornello che la sentiremo. Questa canzone è interamente dominata da Jansen, che recupera tutto quello non fatto durante il disco. A metà traccia tutto cambia, lasciando all'orchestra il compito di portare avanti la canzone, sostenuta da un ritmo di tastiera molto simile a quanto fatto in precedenza da gruppi come i Nightwish. Nella seconda parte di questa sezione Mark ritorna più cupo e pesante che mai, con dei lunghi growl interrotti da una sezione strumentale quasi progressive con i cori a dare man forte, lasciando nuovamente spazio a Mark su una sezione quasi thrash, alternata di contro a sezioni vagamente Black Metal e da una piccola strofa cantata dal coro. Nel finale della canzone si riprende il refrain simil-Nightwish in cui fa rientro Simone, che su un crescendo del coro chiude definitivamente la canzone e il disco. Come detto sopra, "Consign to Oblivion" chiude anche la saga iniziata proprio su questo disco. Avevamo lasciato il nostro protagonista in preda a una crisi di fede, in cui si chiedeva se tutto quello fatto in precedenza fosse giusto o sbagliato. Qui lo ritroviamo risoluto, deciso e convinto di quello che dice: per andare avanti, dobbiamo per l'appunto dimenticare tutto quello fatto in precedenza e cercare un nuovo inizio. Siamo terrorizzati da tutto quello che ci è sconosciuto ("We are so afraid of all the things unknown") e quindi non ambiamo mai a qualcosa di più grande, a qualcosa di superiore. Ci sentiamo sicuri dove siamo proprio adesso ("Low to the ground we feel safe, Low to the ground we feel brave")... ma dobbiamo cercare di dimenticare tutto quello che abbiamo imparato ("Oblivisci tempta quod didicisti"). I nostri pensieri hanno creato tutto quello che noi chiamiamo artificiale, dobbiamo dimenticare tutto per ritornare a rispettare le leggi della natura. Una bella riflessione, quella a cui è giunta il nostro protagonista, che ci lascia con questi profondissimi pensieri, soli con noi stessi.

Conclusioni

Ladies and Gentlemen, il sipario si chiude anche su "Consign to Oblivion". Un disco molto particolare, quello concepito dagli Epica, in cui si sposano alla perfezione tutti gli stilemi e i cliché del genere a cui appartiene, senza ovviamente chiudere la porta alle influenze esterne. Un disco che si appoggia su del solidissimo Power misto al Symphonic, in cui l'orchestra e l'appeal cinematografico la fanno da padrone, pur riuscendo tranquillamente, il platter, a mostrarci sparute parti death, black e thrash senza che questo provochi in noi confusione o dia luogo a qualche fastidiosa stonatura. Le prestazioni dei vari musicisti sono enormi, forse la prestazione migliore della vecchia line-up. La sezione ritmica, composta da Jeoren alla batteria e Yves al basso, crea un giusto tappeto sonoro molto compatto e pesante, che varia dal power al progressive, passando anche dai generi pocanzi citati. Su questa sezione ritmica, il lavoro fatto dai due chitarristi Mark (alla sette corde) e Ad (alla sei corde) è maiuscolo, i Nostri sono infatti riusciti a creare dei riff semplici ma mai banali e ripetitivi, senza neanche avere il bisogno di inserire un piccolo solo, in quanto sarebbe risultato fuori contesto e abbastanza "stonato", effettivamente. Tutto questo viene arricchito alla perfezione dalle tastiere di Coen e da una sezione orchestrale interamente arrangiata proprio da egli stesso. Di nuovo, l'orchestra in questo disco la fa da padrone, riuscendo a regalare momenti altamente cinematografici, cosa mai ripetuta nei dischi a venire. Forse questa è l'ultima volta in cui gli Olandesi hanno utilizzato l'orchestra in modo principale, e non da contorno... un vero peccato, parlando a posteriori. Una cornice protagonista, la quale funge (e lo abbiamo sentito) da prezioso sostegno delle voci, che cambiano quasi drasticamente dal disco precedente. Mentre su TPA Simone cantava prevalentemente in modo lirico, sfoggiando tutto il suo talento da soprano, qui quel timbro viene abbandonato quasi del tutto, in favore di uno stile molto più catchy e affabile. Mark è quasi inesistente al microfono questa volta, cantando solamente in tre canzoni ma recuperando tutto il tempo "perso" nella conclusiva titletrack, diventata ormai la canzone conclusiva di ogni loro concerto, anche di quelli moderni. Liricamente parlando, poi, è apprezzabile notare quanto gli Epica ci offrano ancora più varietà di tematiche, toccando temi molto particolari e a volte anche pesanti.  Si fanno i primi accenni alla scienza e all'astronomia (trame diventate principali negli ultimi album della formazione Orange), andando anche su tematiche più intime e personali. La saga "A New Age Dawns" si rivela decisamente una bella saga, più bella di quella presente sul precedente album, avvincente e ben strutturata, contaminata anch'essa da temi spirituali e filosofici. Concludendo, quindi, "Consign to Oblivion" è il disco più cinematografico e improntato sull'orchestra della band olandese, e sarà anche l'ultimo (prima dei due ultimi album) con una orchestra vera e propria. Insomma, potrei stare qui a scriverne per ore, decantandone le qualità e la sua intrinseca validità... in sostanza, però, decido di chiudere qui il mio articolo, dicendovi un'ultima cosa: se non lo avete ancora fatto, ascoltatelo. È fondamentale. Accettate questo mio consiglio, non ve ne pentirete. Garantito! Dopo tutto, una possibilità non si dovrebbe mai negare, a prescindere. Tanto più se si "rischia" di incappare in cotanta qualità, in un album che potrebbe definitivamente conquistarvi e magari diventare fisso (se non proprio imprescindibile, ognuno ha i suoi gusti) nei vostri ascolti. Una cosa è certa: anche solo entrare in contatto con "Consign..." si rivelerà una bella avventura. Magari non fondamentale per il vostro proseguo d'ascolti e scoperte... ma rimarrà pur sempre e per sempre un bel ricordo.

1) Hunab K'u
2) Dance of Fate
3) The Last Crusade
4) Solitary Ground
5) Blank Infinity
6) Force of the Shore
7) Quietus
8) Mother of Light
9) Troi Vierges
10) Another Me
11) Consign to Oblivion
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