ELECTRIC ANGELS

Lost in the Atlantic

2017 - Demon Doll Records

A CURA DI
MAREK
30/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

I più "oltranzisti", fra di noi, assoceranno sempre (e per sempre) gli anni '80 al Metal più duro e pesante. A ragione, visto che il volto dell'acciaio cambiò drasticamente con l'apparire, nel 1983, di capisaldi dello Speed / Thrash quali "Show No Mercy" e "Kill 'em All"; per non parlare degli anni successivi, i quali videro la genesi di altrettante pietre miliari quali "Rust in Peace", "Taking Over", od i più rudi ed oscuri "Seven Churches" e "Scream Bloody Gore". Ed ancora (spostandoci in Europa) "To Mega Therion", "Obsessed by Cruelty", "Deathcrush"? insomma, un vasto campionario di brutalità, caleidoscopio sanguinolento dal quale attingere per saziare la nostra sete di plasma. Eppure, non di solo estremo visse il metalhead ottantiano. Proprio così, visto che (e ad alcuni dispiace ammetterlo) gli eighties videro svilupparsi al loro interno un altro ed importantissimo fenomeno: la diffusione del cosiddetto Hair (o Glam, che dir si voglia) Metal, un genere assai più leggero e catchy, diametralmente agli antipodi del Thrash / Black / Speed. Da un punto di vista sia musicale che attitudinale, due correnti antitetiche a dir poco, anche violentemente contrapposte l'una all'altra, apparentemente inconciliabili. Da un lato, i jeans sfilacciati, consumate scarpe da ginnastica, le bullet belts ed i gilet rattoppati; ed ancora violenza, protesta sociale, lodi al maligno, all'oscurità, inni al nichilismo ed al pessimismo più esacerbati. Tutt'altra cosa il Glam, con i suoi lustrini, le chiome cotonate, i vestiti sgargianti ed un'intrinseca voglia di divertirsi e divertire. Contemporaneamente ai capisaldi citati qualche riga più in su, gli 80s accoglievano fra le loro braccia altri capolavori quali "Girls Girls Girls", Night Songs", "Out of the Cellar", l'immenso "Appetite for Destruction". Ed ancora "Hysteria" dei Def Leppard, "Open Up and say... Ahh!" dei Poison. Volutamente tralasciando band quali Twisted Sister, W.A.S.P, Wrathchild o Lizzy Borden, quartetto "dannato" del Glam, gruppi dediti ad un tipo di musica certo più smerciabile del Thrash ma comunque ruvido, rozzo e violento; per questo, largamente accettato dagli amanti sia dell'Heavy che del Thrash. Al contrario di ciò che accadeva con l'Hair Glam, quasi snobbato e riposto in un angolo buio. Considerato troppo leggero, troppo festoso, troppo radiofonico per poter essere considerato Metal. Nonostante un sound comunque interessante, aggressivo, da non sottovalutare. Estremo debitore nei riguardi di leggende quali T.Rex e Led Zeppelin, KISS, Queen, Alice Cooper; una scuola, quella Glam, che annoverava in sé musicisti di estremo talento nonché notevole estro creativo. Basti pensare a giganti della sei corde quali Tom Keifer, proprio per rendere l'idea. Se ancora non lo avevate capito, amici lettori, è proprio il lato più giocoso del metallo, il protagonista di questo articolo. Incarnato da una band "meteora" se vogliamo, lontana dai successi commerciali dei Cinderella o dei Motley Crue. Eppure, tornata da pochissimo in pista, ancora desiderosa di dire la sua. La storia degli Electric Angels, poco da dire, è legata tramite filo d'Arianna a quella di tanti altri colossi del Metal ottantiano. Una storia che affonda le sue radici nel 1985, anno di nascita dei losangelini Candy. Un gruppo Rock Pop oriented, dedito ad un sound non certo durissimo od esaltante. Band che annoverava al suo interno nientemeno che Gilby Clarke, negli anni '90 membro dei Guns n' Roses. Ed ancora Ryan Roxie, per anni axeman di Alice Cooper nonché successivamente confluito (assieme a Clarke) nel supergruppo Slash's Snakepit. Tornando alla storia principale, la vita dei Candy fu piuttosto breve: il tempo di pubblicare un solo album e poi... il silenzio. O meglio, il cambio di nome: dopo alcune defezioni, infatti, i membri rimasti dei Candy decisero di ribattezzarsi Electric Angels, pigiando l'acceleratore per donare al proprio sound un quid di maggiore aggressività. Un gruppo che, a conti fatti, passò da uno scialbo Pop Rock ad un "Hard n' Glam" di tutto rispetto, sulla scia del successo commerciale che il genere stava subendo, proprio nella seconda metà degli anni '80. Un crossover fra gli Hanoi Rocks ed i The Replacements, rifacendoci alle recensioni dell'epoca. La formazione era la seguente: troviamo, oltre Ryan alla chitarra, il poderoso Shane alla voce, affiancati da Jonathan Daniel (basso) e John Schubert (batteria). Forti di una gavetta non indifferente, i Nostri non ci misero molto ad oliare gli ingranaggi, per spiccare definitivamente il volo in maniera subitanea, senza perder altro tempo. Trasferitosi nella mastodontica New York e firmato un contratto con la prestigiosa Atlantic Records, il gruppo iniziò a farsi conoscere tramite una serie di acclamati show, fino allo scoccare del 1990, anno in cui gli Electric Angels rilasciarono il loro debutto ufficiale. Omonimo, e prodotto nientemeno che da Tony Visconti, già stimato collaboratore di titani quali Marc Bolan e David Bowie. Insomma, tutto sembrava andare per il giusto verso, benché il disco non si fosse rivelato un successo planetario. Quel tanto che bastò per permettere ai nostri di imbarcarsi in lunghi tour a supporto di personaggi come Danger Danger ed Ace Frehley, di sicuro non gli ultimi arrivati. Qualcosa, però, non stava andando nel verso giusto, proprio perché la "Atlantic..." sembrava scontenta dal rendimento della band. Apprezzatissima dall'underground, ma ben lungi dallo sfondare come i "coetanei" Skid Row, nome a caso. Il contratto venne presto rescisso ed il gruppo abbandonato a se stesso, privo di punti di riferimento importanti. Nonostante molti bigs avessero cercato di fungergli da pigmalioni, sperando di poterli catapultare nell'olimpo. Bruce Kulick dei KISS fu infatti loro manager per un periodo, ed addirittura Jon Bon Jovi, loro fan, tributò un verso di una loro canzone nella sua celeberrima "Bed of Roses". Insomma, benché le idee e la voglia di realizzare un secondo disco ci fossero tutte, il progetto si arenò ed arrivò nel 1992 ad esalare il suo ultimo respiro. Due timidi ritorni avvennero comunque nella decina d'anni immediatamente successivi allo scioglimento. Nel 1995 gli Angeli rilasciarono (sotto il monicker The Loveless, orfani di Ryan) il buon "A Tale of Gin and Salvation", mentre nei primi dei 2000 riunirono la formazione originale in occasione di un programma radiofonico in onda su "WDHA-FM", stazione Rock celeberrima negli U.S.A. Memori del fatto che la loro storia non poteva concludersi per "colpa" della "Atlantic...", i Nostri hanno deciso dunque di optare per un sincero, terzo tentativo di reunion. E proprio nell'Aprile del 2017, Ryan, John, Jonathan e Shane decidono di recuperare tanto vecchio materiale, per la realizzazione del secondo full-length ufficiale degli Electric Angels. "Lost in the Atlantic" (che il titolo sia una frecciatina alla vecchia casa discografica...?) vede quindi la luce appena un mese fa, grazie all'interessamento della "Demon Doll Records". Riportando in auge l'epopea di un gruppo che, a conti fatti, fu costretto a mollare la presa. Management non all'altezza, poco supporto dai colossi della musica, sbagli burocratici; niente di tutto questo ha potuto fermare il nostro lungocrinuto quartetto, giunto dal buio per risplendere di nuova luce. Potendo anche contare su di una strada - se vogliamo - ancor più spianata che in passato. Visto che il tipo di sound proposto in questo "Lost in the Atlantic" risulta attualmente apprezzatissimo e nutritamente seguito all'unanimità, a discapito di ciò che accadeva trent'anni or sono. Complici varie operazioni di revival, il Glam vive ai giorni nostri un'autentica seconda giovinezza,  anche grazie all'incredibile diffusione dello Sleaze, suo diretto discendente. Non ci resta altro da fare, dunque, che sciogliere le nostre chiome, scatenandoci nella mischia. Che gli Electric Angel ci fungano da "Virgilii"... Let's Play!

New York Times

Si comincia con un brano recante un titolo particolare. "New York Times" non è - infatti -  solo il nome di uno dei quotidiani più famosi d'America; avrebbe dovuto essere, contemporaneamente, il titolo di questo disco... qualora esso fosse uscito anni e anni fa, in linea con la tabella di marcia del gruppo. Poco male, visto e considerato che nulla è andato perduto e che possiamo godercelo in questo 2017. Meglio tardi che mai, come si suol dire. E' il ticchettare preciso di un charleston ad aprire le danze, seguito da un basso blueseggiante. Contemporaneamente si fa udire una chitarra possente e melodica, sospesa a metà fra il guitar working di Steve Vai ed il ruvido approccio di Mick Mars. Strumento che si prende il suo posto comunque non risultando invasivo, lasciando spazio anche al resto della compagine. Ottima la prova del cantante,  dotato senza dubbio di un carisma vocale sui generis. Un brano che nel suo dipanarsi risulta festoso ed incalzante, pur descrivendo una realtà urbana non certo idilliaca. Scordiamoci infatti della metropoli che non dorme mai, dei locali alla moda, delle luci. New York non è niente di tutto questo... od almeno, non è "solo" questo. Basta guardarsi attorno e vivere la sua realtà sulla propria pelle, per rendersi conto di quanto essa sia una città estremamente contraddittoria. Lati che un turista non potrà mai scorgere: limousine che sfrecciano sdegnose dinnanzi a senza tetto abbandonati in strada a loro stessi, prostituzione, omicidi. Tanti aspetti negativi che un turista od un "ricco" non potrebbero mai comprendere appieno, dato che ad essi è dedicato solo quel "meglio" effimero da godersi in pochi giorni, di quando in quando. Concetto perfettamente espresso da un ritornello catchy oltre l'inverosimile, dotato di cori assai ben eseguiti, diretto e memorizzabile. Degno acme di un pezzo che unisce l'easy listening più smaccatamente "pop oriented" del refrain ad una struttura generale invece maggiormente basata su eco rimandanti ai Motley Crue, sebbene il tutto non sia esasperato alla maniera di Sixx e soci. La prova, tutto sommato, è buona, scivolante al minuto 2:11 in un assolo molto ben eseguito, per nulla prevedibile, degno preludio ad una situazione più "calma". Frangente arpeggiato in cui la voce del singer ben si sposa all'ascia in sottofondo, presentandoci un altro bel connubio di strofa e refrain, i quali riportano in auge un sound più possente ed arrembante. Continua così la descrizione di una città certo affascinante, tanto paradiso quanto inferno. Singolare il fatto che i Nostri si rivolgano ad una eventuale interlocutrice, una giovane ragazza proveniente dall'Arkansas, giunta nella metropoli per cercare fortuna. Le viene caldamente consigliato di rinunciare alla frenetica New York in favore della placida calma tipica dei suoi luoghi nativi. Meglio non farsi abbagliare da luci e sirene, dato che non è tutto oro ciò che luccica. I giornali parlano chiaro, basta leggerli per sapere cosa veramente si cela sotto la Grande Mela. Questo è quel che ci comunica l'ultimo refrain, il quale chiude un brano discreto, catchy e sicuramente ben eseguito.

God's Children

Si prosegue con "God's Children (I bambini di Dio)", aperta da una chitarra sempre molto Vai oriented, prima che il gruppo decida di sfociare in un sostenuto andamento chiaramente rimandante ai Poison. Il brano si presenta subito scorrevolissimo, debitore nei riguardi del gruppo di Bret Michaels e decisamente dotato di un che di sornione, nel suo incedere. Il lato catchy viene ancora una volta mostrato "senza pietà" alcuna, senza vergogna. Dopo tutto, gli Electric Angels vogliono farci divertire; è ancora presto per dire se ci siano riusciti oppure no, ma sono sulla buona strada. Certo è che il clima generale, ancora una volta, non si amalgama poi troppo al tema delle liriche. Chi sono, dunque, i bambini di Dio? Tutti gli innocenti, tutti coloro i quali soffrono in terra le pene dell'inferno. Donne assassinate dai compagni violenti, neonati abbandonati da madri degeneri: ce n'è per tutti i gusti, un riprovevole campionario di azioni orrende, compiute con estrema naturalezza. E' questo il tema del quale si dibatte nelle strofe, giungendo poi ad una conclusione ben esplicata in un refrain coinvolgente e divertente. Cosa siamo, se non dei "bastardi"? Degli orfani, senza genitori... proprio perché Dio, nostro padre, non ci riconosce come figli né tanto meno è interessato alle nostre sofferenze. Figli di chi, dunque? Di un padre assente, severo quando gli fa comodo, ma per il resto totalmente distaccato dalle nostre esistenze. Con questa consapevolezza giungiamo quindi oltre la precisa metà del brano, condotti dal sempre bravissimo vocalist. Il secondo troncone è caratterizzato ad un certo punto da una parentesi ben più calma del normale, la quale avrebbe potuto benissimo preludere ad un solo o ad un'esplosione memorabile, ma così non è. Quel che ci rimane da stringere in mano è un brano divertente ma nulla più, privo di un solo significativo, dalla struttura assai semplice. Il messaggio di fondo, se non altro, è chiaro. Perché pregare, se Dio non verrà in nostro aiuto? Non è inginocchiandoci, che risolveremo i nostri problemi. Lui non ci ascolta, forse nemmeno esiste. Tanto vale darci da fare per fronteggiare da soli i nostri guai, smettendola di invocare chi di noi non vuol saperne.

Lies my Father Told Me

Terzo brano del lotto, "Lies my Father Told Me (Le bugie che mi ha detto mio padre)" è aperto da una chitarra catchy oltre l'inverosimile, melodica e baldanzosa, sorniona a tratti. Il sound si irrobustisce di poco, anche se il gusto per l'arpeggiato continua a far capolino con il palesarsi di una prima strofa, la quale annuncia senza troppi complimenti ciò che sarà questo pezzo: un brano di gusto AOR unito ad alcuni stilemi tipici del Glam più semplice e diretto. Insomma, nessuna novità da sottolineare, solo un gusto melodico se vogliamo più smaccatamente manifestato che negli altri due pezzi. Un'atmosfera che non dovrebbe recare pensieri, che non dovrebbe certo incupirci od intristirci; e che finisce, inevitabilmente, a fungere da sottofondo per la cronaca d'un uomo ferito. Distrutto, annichilito da una vita fatta solo di bugie ed inganni. Quante volte, i Nostri genitori, tendono a mostrarci la vita per quel che non è? Sembra sempre tutto così semplice... trovarsi un lavoro, comprare una casa, una macchina, farsi una famiglia. Insomma, "sistemarsi". Eppure, il percorso che siamo chiamati a compiere non è esattamente un gioco dell'oca privo di ostacoli. Tante, tante brutte situazioni possono verificarsi, mettendo a dura prova il nostro equilibrio fisico e mentale. La nostra donna che si rivela infedele, il nostro migliore amico che ci abbandona, il tedio e la noia mortali che una vita troppo "piatta" possono recarci. Variabili che i nostri padri e le nostre madri non prendono in considerazione, troppo spesso imponendoci di "rigare dritto" e basta. E' quando - però - proviamo sulla nostra pelle cotanto dolore, che iniziamo a capire di non poter vivere nel fatato mondo delle regole sicure e precise. Questo  è quanto viene esplicato in un refrain veloce e scorrevole, ancora una volta punto focale del brano tutto. Il quale, nel suo proseguo, mostra comunque un certo pathos nel dipanarsi delle melodie. Una punta di drammaticità atta a rendere il tutto meno frivolo, soprattutto per quel che concerne il frangente immediatamente successivo all'assolo. Dal minuto 2:51 al minuto 3:07 si fanno (inaspettatamente) largo eco assai care ai Blue Oyster Cult, calate però in un contesto sempre AOR. Si chiude dunque in questo modo, con una decisione drastica, presa dal protagonista. Tagliare definitivamente i ponti con la sua famiglia, menzognera e decisa a nascondergli la verità circa il mondo e la vita. Egli si licenzia, smette di pagare l'affitto, distrugge la macchina: manda in malora ogni simbolo di quella vita tanto monotona e conformista, sperando - così facendo - di acquisire felicità e spensieratezza. Tutto, pur di fuggire da quel mondo fasullo ed ipocrita.

Wish i Could Fly

Brano numero quattro, "Wish i Could Fly (Sogno di volare)" ha tutte le caratteristiche di un pezzo unplugged. Udiamo infatti solo la calda voce del singer, ben stagliata su di un delicato tappeto di acustiche e batteria per nulla invadente o dinamica. Si prosegue in maniera delicata, forse troppo, finché l'elettrica non fa emergere la sua presenza al raggiungimento del primo minuto. Da questo momento, il brano acquisisce un po' più di colore, ricordando lievemente i Bon Jovi. Sezioni corali à la Queen, interpretazione sentita ed emozionante del singer, assolo tatticamente posto verso il secondo minuto di canzone. Come un crescendo d'emozioni, il pezzo muta volto con il proseguo delle battute; mostrando un'apparenza non certo monocromatica, pur non rivelando chissà che struttura. E' come se il tutto detonasse pian piano, spingendo l'insieme a calcare la mano, per coinvolgerci ogni secondo di più. Del resto, il testo parla chiaro: il desiderio di volare via, l'ardente voglia di lasciare questo mondo per sempre, sfruttando due candide ali spiegate al vento. Quante volte, abbiamo sognato di poterlo fare? Quante volte la vita ci ha oppressi a tal punto da indurci a valutare l'idea di divenire degli emuli di Icaro? E se il sole è troppo vicino, chi se ne importa. Quel che davvero conta, è andare via. Ogni giorno è guerra, non resistiamo davvero più: falsi amici, vita noiosa, monotona. Tradimenti, inganni, gelosie. Ed è allora che le piumate estremità prendono forma, spingendoci oltre le nuvole. Sorvolare monti e città, l'immensità; abbandonare per sempre le meschinità del terreno, per trovare casa in cielo. Eppure, il nostro definitivo momento è ben lungi dall'arrivare. Siamo troppo vecchi per morire giovani, ma paradossalmente troppo giovani per morire. Nostro malgrado, avremo ancora molto tempo da spendere qui, sulla terra. Senza possibilità di perderci nell'azzurro e sconfinato cielo. Si ritorna calmi verso il minuto 3:11, riprendendo gli arpeggi acustici. Solo un minuto dopo le emozionanti melodie verranno sormontate dall'ottima elettrica, la quale accelererà i ritmi portando una buona dose di dinamismo e potenza. Un nuovo assolo, una sostenutezza generale da non trascurare, per un climax veramente ben eseguito e fatto esplodere al momento giusto. Un po' Bon Jovi ed un po' ballad in stile Guns n' Roses, il brano scorre via in maniera emozionante, ricordandoci anche nelle ultime battute quanto il mondo terreno non ci appartenga. Immaginando di radunare amici e nemici, nonché di mandarli tutti all'inferno, il protagonista sogna così di spiccare il volo dinnanzi ai loro occhi, abbandonandoli tutti al loro destino. E' il cielo, la sua dimora, ed è lì che egli vorrebbe tanto risiedere, fino alla fine dei tempi. Volando, scorgendo panorami sempre nuovi. Libero come una foglia al vento.

War is Over

Notiamo come la delicatezza di "Wish..." non venga per nulla stemperata dal sopraggiungere di "War is Over (La guerra è finita)", aperta da chitarre arpeggiate e cantilenanti. Un brano delicato e mai troppo esplosivo, improntato su di un easy listening radiofonico ed a tratti più AOR che Glam, pacatamente melodioso, con qualche sprazzo di elettrica "graffiante" soppiantato dalla generale volontà di risultare forse un po' troppo melensi. Conferma data dal ritornello, perfetto per il grande pubblico, a tratti pop, recante in sé ben poche caratteristiche "metalliche". Sembra quasi di ascoltare una versione ancor più catchy di un gruppo Hair, giusto per intenderci. Un pezzo scontato e ben lontano dall'intelligenza del precedente, invece ben calibrato e studiato alla perfezione. Prevedibilità generale sottolineata anche da un testo comunque all'altezza della situazione, benché sfruttante stilemi triti e ritriti. Situazione tipo: un lui ed una lei arrivano a lasciarsi, nonostante le precedenti promesse di amore eterno. Un amore iniziato in maniera forte e tenera, ormai degenerato in una guerra continua. Ed è Lei, a quanto sembra, la più intenzionata a fare in modo che tutto finisca. Proprio perché stufa della situazione, di litigare; il suo ragazzo, dal canto suo, non sembra comunque appoggiare la sua scelta. Dopo essersi sentito dire le solite frasi di rito ("il problema non sei tu, sono io"), il Nostro decide di ribattere, proponendo alla donna di mettersi un attimo nei suoi panni, per comprendere il dolore che egli sta provando in questo preciso momento. Nota particolare: al minuto 2:10 possiamo udire un bell'assolo di sassofono, il quale svanisce poco dopo sotto i colpi dell'AOR e degli stilemi da ballad. Davvero un peccato tranciare di netto il momento del sax, il quale avrebbe almeno potuto donare più dinamica ad un pezzo che - intendiamoci - può scalare le classifiche, ma risulta fin troppo semplice nel suo essere. Delicato come un giglio, ma agli antipodi di quel che un amante di un certo tipo di Hard n' Heavy può e vuole cercare, in un disco del genere. Il finale vede il ritorno del Sax, fortunatamente, ben amalgamato ad una prestazione comunque eccellente del singer, vero e proprio leone dietro il microfono.

Postcards from My Heart

Vicini alla chiusura della prima metà di questo "Lost...", "Postcards from My Heart (Cartoline dal mio cuore)" decide di rimanere su lidi per nulla impegnati, proponendoci l'ennesimo inizio calmo e tranquillo, educato e "ben vestito". Fortunatamente, con il proseguo assistiamo ad un significativo passo in avanti: il pezzo impenna e parodia benissimo i Poison del loro periodo d'oro, sfoggiando un'andatura tipicamente Rock n' Roll, scanzonata e divertente. Il gusto per la melodia, naturalmente, si spreca, e tutto risulta frizzante e leggero, accattivante se non altro. Nonostante la storia narrata sia ancora una volta triste e madida di pianto: un'altra rottura, un'altra sarabanda amorosa purtroppo finita male. Esattamente come il protagonista del testo precedente, il ragazzo triste e solo di "Postcards..." non fa altro che rimuginare sul passato, immaginando di mandare cartoline direttamente spedite dal suo cuore. Cartoline che dovrebbero raggiungere la sua bella, ormai distante miglia e miglia da lui e dal suo amore. Nonostante egli la ami con tutte le sue forze, infatti, la donna è totalmente disinteressata a quel che il nostro le manifesta. Fredda e distaccata, ci ha messo letteralmente un secondo a dimenticarsi del suo ex fidanzato, relegandolo nell'angolo buio dei ricordi di poco conto. E' questo l'andazzo generale, scandito invece da un brano allegro, che farà sicuramente la felicità degli amanti del rock più quieto e mai troppo aggressivo. L'unica significativa variazione giunge al minuto 2:34, momento in cui tutto si calma ed una quiete stucchevole ma comunque ben strutturata fa capolino, stemperando l'aura di lieve dinamismo fino ad ora presente. Aura ripresa subito dopo, e reiterata fino alla fine. Il ritornello viene ripetuto sino allo stremo, proprio per fare in modo che - volenti o nolenti - ci ritroveremo a cantarlo, una volta giunta l'inevitabile conclusione (ed oltre). Lettere, lettere spedite ad una persona che ci ha fatto del male. Sogniamo di vedercela dinnanzi, implorare perdono in lacrime, in ginocchio. Eppure, sappiamo che questo non avverrà. Tutto quel che possiamo fare, al massimo, è cercare di non soffrire troppo. Scrivere lettere, forse, ci salverà.

Color of Hate

Giro di boa raggiunto con il brano numero sette, "Color of Hate (I Colori dell'Odio)". Un brano che finalmente mostra i muscoli ed aggredisce, riprendendo in pieno stilemi à la KISS. Sembra quasi di udire un brano direttamente giunto da "Dressed to Kill", scritto e composto sulla falsariga di classiconi come "C'mon and Love Me". L'atmosfera è rovente ed incalzante,  gli Electric Angels decidono di mordere e di rendere omaggio alla hottest band in the world. Questo è il brano di cui avevamo bisogno: diretto, aggressivo, privo di velleità eccessivamente easy ma anzi duro ed incalzante fino all'osso. Ottimi gli innesti di sassofono, grande la prova del vocalist. Ed il testo, finalmente, ben si amalgama alla musica che ascoltiamo; un'aspra, cruda critica rivolta alla società odierna, troppo impegnata a catalogarci in ogni status possibile ed immaginabile. E' un protagonista generico a sfogare la sua rabbia, contro le etichette affibbiate come se nulla fosse. Le donne lo chiamano "sessista", i preti gli danno del "miscredente", i neri lo appellano come "razzista"... una vita d'inferno, fatta d'odio e giudizi facili. Un mondo, infatti, in cui le persone si ergono come giudici e giuria in maniera del tutto approssimativa, per nulla intenzionate a dialogare. L'importante è battere il martello, condannare a prescindere, mostrando spudoratamente ipocrisia e contraddizioni. Una società che determina un libro dalla sua copertina, consista essa nel colore della pelle od in altri tratti tipicamente riferiti all'apparenza. E' il sax che continua a giocare la parte del leone, compiendo un assolo nella seconda metà del brano, la quale reca una parte "calma" ed arpeggiata, destinata comunque ad inasprirsi ed a ri-catapultarci in uno sfrenato sfoggio di Rock n' Roll come si conviene ad una band di questo calibro. La fine arriva relativamente presto, lasciandoci comunque più che soddisfatti. Il primo, vero brano Hard Rock di questa prima metà di disco.

Live Forever

Inauguriamo la seconda tranche con "Live Forever (Vivere per Sempre)", aperta da un coinvolgentissimo riff che molto sa di Cinderella. Si fanno largo situazioni alla Skid Row ed il brano sembra riprendere a piene mani un po' da tutta la tradizione Hard Rock americana, risultando per questo potente e diretto, seppur in larga parte orecchiabile. Tuttavia, quella ruvidezza tipica dell'Hard n' Heavy a stelle e strisce pare dominare: soprattutto in fase di refrain, momento in cui possiamo udire rimandi al Ted Nugent più "leggero" ma ugualmente sul pezzo (si pensi a brani come "High Heels in Motion"). Il testo, poi, celebra quella che è una volontà tipica del musicista giovane ed arrembante: il desiderio di arrivare in cima, di sfondare, di riuscire a conquistare il grande pubblico. La storia di un giovane "costretto" nell'umiltà e nell'anonimato. Un giovane che nel frattempo desidera con tutte le sue forze leggere il suo nome sui giornali, vedersi sui manifesti affissi per strada. Una schiera di fan pronti a riconoscerlo nonché a celebrarlo. Insomma, un personaggio intenzionato a diventare una vera e propria star, volenteroso di impiegare al massimo il tempo "terreno" che gli è concesso. Non vuol vivere per sempre, proprio perché vuole ardere al massimo dell'energia come una fiamma, per poi estinguersi e dunque lasciare un ricordo indelebile. Verrebbe quasi da pensare al Blackie Lawless di "I Wanna Be Somebody": "i will live in fame and die in flame", il concetto è più o meno quello. Scontato ma sempre affascinante, versi carichi d'energia, vibranti e positivi. Ben stagliati su di una musica assolutamente all'altezza del racconto. Un brano dunque potente e decisamente sugli scudi, che diverte ma si lascia anche ammirare in quanto a schiettezza. Particolarmente degna di nota l'ultima porzione di pezzo, nella quale siamo incalzati dapprima da un cowbell à la Mountain e subito dopo lasciati in pasto ad un frangente reiterato ed espresso al massimo del suo splendore. Un ritornello che sfavilla, un cantato incredibilmente tosto e maschio, il definitivo compimento del percorso tracciato dal protagonista. Egli prende per mano la sua donna e lo invita a fidarsi di lui, benché la situazione paia incredibilmente folle. Ce la faranno, assieme; lui diverrà un grande musicista e lei sarà al suo fianco, a godere parimenti di quella gloria. Non si vive per sempre, dunque... è meglio esistere con la consapevolezza di essere qualcuno!

Woke Up Blind

Una chitarra roboante ed una batteria dal flavour quasi "tribale" aprono la traccia numero nove, "Woke Up Blind (Svegliatomi cieco)". Un'ascia che rimane potente ed altisonante praticamente per tutto lo svolgimento del brano, di quando in quando resa più melodica da qualche soluzione arpeggiata nel refrain, ma sempre sul pezzo e decisa a far valere la sua "pesantezza". Un altro bello sfoggio di Hard Rock venato di Glam, in your face quanto basta per spingerci a festeggiare e a far follie. Nonostante il contenuto del comparto lirico non sia poi così allegro, visto che per l'ennesima volta ci troviamo dinnanzi ad una storia d'amore finita nel peggiore dei modi. Troppo spesso, quando il nostro cuore è in subbuglio, tendiamo purtroppo ad ignorare quanto di sospetto possa accadere attorno a noi: quei piccoli segnali che potrebbero mantenerci con i piedi per terra, i quali potrebbero aiutarci a metabolizzare meglio una delusione in via di palesamento. Sopportare meglio facendo attenzione, non creandoci aspettative disumane. Eppure, eccoci lì: con lo sguardo sprizzante cuoricini, totalmente avulsi alla realtà. Sembriamo quasi dei bambini, inesperti, vaganti per il mondo con sguardo adamitico. Cosa accade, però, quando il tutto si rivela una disfatta? Quando improvvisamente quei segnali un tempo ignorati divengono problemi reali ai quali far fronte? Ecco che ci svegliamo "ciechi", con un buco nero nel nostro cuore, da colmarsi in fretta prima che si estenda a tutta la nostra anima. Un brano veloce e denso di pathos, che comunque ben serba in sé una punta di drammaticità atta ad esplicare al meglio questo stato d'animo. Acme raggiunto al minuto 2:38, quando uno splendido assolo ci viene presentato in maniera nuda e cruda, potente ed incalzante, coinvolgente a dire poco. Preludio ad una sezione "calma" la quale prelude a sua volta ad una nuova esplosione, culminante in una splendida serie di refrain reiterati ed in un ultimo, assolo dinamite. Rock n' Roll all'ennesima potenza, tratto caratteristico di un pezzo anche migliore dei precedenti. Finalmente, i Nostri si sono accorti che possono premere sull'acceleratore! Peccato, che la storia delle liriche non abbia lo stesso lieto fine... in quanto, abbandonati a noi stessi, ci rendiamo conto di non aver potuto nemmeno dire "addio" alla persona che un tempo amavamo. Siamo dunque fermi in un bar, con il bicchiere in mano, a rimuginare su quanto accaduto e forse avremmo potuto fare.

Def Generation

Brano numero dieci del lotto, "Def Generation (Generazione sorda)" si fregia di una intro molto GnR, e (di conseguenza) di uno svolgimento rapido e serrato, quanto basta per farci ammettere quanto la seconda metà di questo disco sia davvero da premiare con un bell'encomio. Si corre in maniera sostenuta senza mai esagerare, sfociando quindi in un refrain corale (à la Poison) splendidamente eseguito; con la chitarra di Ryan che di quando in quando attinge in larga parte dal maestro Slash, soprattutto per quel che concerne maggiormente la volontà di coinvolgerci e di arrivare a noi mediante l'emozione, più che con la tecnica. Strofe e ritornelli si avvicendano quindi in maniera perfetta, dando voce a questa generazione di sordi. Un brano che sembra assai critico nei riguardi della stessa generazione di cui i nostri Electric Angels fanno parte; tutta una generazione di musicisti ormai ridotti a perfetti membri della società borghese. Il gruppo si chiede come questo sia stato possibile. Come mai, cotanta disillusione? Come si è arrivati, fino a questo punto? Gli  Electric Angels facevano parte di un mondo che avrebbe voluto cambiare e stravolgere le regole, a suon di Rock n' Roll; e tutto quel che oggi vedono, invece, è solo smania di accasarsi, di trovare una stabilità... insomma, volontà di credere alle bugie che i genitori raccontavano loro, le stesse condannate in "Lies my Father...". Cosa sta accadendo al mondo del Rock? Come mai gli interessi primari sembrano essere diventati - di botto - le bollette e l'affitto da pagare? Una generazione ormai divenuta vecchia, stanca, sorda. Una generazione non più in grado di dire la sua, relegata nel dimenticatoio. Eppure i Nostri sono ancora qui, sfoggiando un sound turbinante, da party selvaggio. Intenzionati a far valere la loro. Eccezionale il frangente che corrisponde al raggiungimento della metà del pezzo: pare davvero di udire Ted Nugent al massimo del suo splendore, tanto si procede spediti. Anche il ritornello viene "rivisitato", i cori resi più maestosi . Davvero un momento di pura esaltazione, nel quale il gruppo si mostra ferino e torna successivamente sui suoi passi, reiterando il classico refrain e lasciando il finale alla chitarra di Roxie... il quale accenna "God Save the Queen" dei Sex Pistols e mostra dunque tutta l'attitudine Punk Rock n' Roll del suo gruppo. "No future for you!!" urla il singer, proprio sottolineando un concetto fondamentale: tutto sembra morto e nessuno sembra poter scrivere altre pagine di storia. Siamo arrivati alla fine? E' giunto il drastico capolinea? Chi potrà mai dirlo con certezza. L'unica consapevolezza che abbiamo, è quella di aver appena udito un brano straordinario.

Spent the Night with a Memory

Arriva il momento della ballad, e dunque ci prepariamo ad accogliere "Spent the Night with a Memory (Passare la notte ricordando)". Arpeggi delicati ci introducono al pezzo, per la verità abbastanza simile alla versione di "Knockin' on Heavens Door" firmata Guns n' Roses. Un'andatura e dei suoni che richiamano in un certo qual modo la celebre cover, andando anche a toccare anche famose power ballads come "Every Rose Has Its Thorn", per sommi capi. Tutto quel che ci aspetteremmo da un brano del genere, dunque, lo ritroviamo lungo questi solchi: un pezzo semplice e per nulla articolato, denso di pathos ma forse un tantino prevedibile. La tensione instauratasi con i brani precedenti viene dunque spezzata... e francamente, di ciò, non ne sentivamo proprio il bisogno. Anche e soprattutto per via del fatto che si ritorna - ancora una volta - a parlare di amori finiti, come se tale argomento non fosse ancora stato trattato, nel corso dell'album. Lo scenario è il seguente: un uomo ferito ed annichilito dalla fine di un rapporto nel quale aveva profuso un enorme quantitativo di energie. Si ritrova in casa, da solo: una notte fredda, da passarsi senza che nessuno sia lì accanto a lui, per scaldargli il cuore. Ripensa dunque all'amore ormai finito, andato, sepolto sotto strati di dolore e fiumi di lacrime. Il pianto sgorga in automatico, quando nel candido refrain il nostro protagonista si ritrova a pensare alla sua bella. Ancor più carina di quanto ricordasse, ancor più affascinante. Un volto sbiadito nella notte, impossibile da baciare o anche solo da accarezzare. Un fantasma che aleggia nella nostra stanza, un dramma sicuramente comune a tantissime persone. Chi non ha mai sofferto per amore? Chi non ha mai speso una notte intento a ricordare i tempi che furono? Inutile alzare le mani, saremmo in troppi e sarebbe impossibile contarci tutti. Si continua in maniera standard fino a poco oltre la seconda metà del brano, quando una piccola voglia di esplodere coincide dunque con un gran bell'assolo, carico di pathos ed emozioni. Un momento che di fatto risolleva le sorti di un brano che altrimenti avrebbe rischiato d'essere troppo "semplice", seppur funzionale. Fino alla conclusione, dunque, la band cerca di aumentare il carico d'espressività, ben riuscendoci e salvandosi in calcio d'angolo. Una ballad normale, ma che col volgere di strani eoni riuscirebbe anche ad emozionare. 

Hung Up on a Pin Up Girl

Si ritorna finalmente a colpire duro con il palesarsi del dodicesimo brano, "Hung Up on a Pin Up Girl (Infatuato di una Pin Up)", aperto da un riff aggressivo e tagliente, a tratti blueseggiante. Gli Skid Row rivivono prepotenti in questo avvio, che dunque si dipana in flavour Hard Rock anche un po' debitori ai Lynyrd Skynyrd (seppur l'ascia di Ryan risulti pesantissima). E' il ritornello a dare maggior scorrevolezza al brano, incorporando stilemi più easy listening e vicini alla tradizione Hair Metal. Tuttavia, nella sua semplicità, il ritornello non stempera affatto lo splendido lavoro sino ad ora creato. La ruvidezza delle strofe rimane infatti il fiore all'occhiello del brano tutto, così come la voce del cantante, sempre sul pezzo. Bravissimo interprete e frontman degno di questo nome, poco da dire. La storia narrataci in questo brano, poi, ha del "macabro" in sé, proprio perché va a toccare un tema assai delicato: quello delle ossessioni per una persona, il lato più perverso e malato del sentimento in senso generale. Il protagonista è infatti innamorato di una cosiddetta "ragazza copertina", una modella nota più per le sue grazie in mostra che per collaborazioni con nomi dell'alta moda. Un'ossessione perpetua che porta il Nostro dapprima ad innamorarsi platonicamente di lei, e subito dopo a voler farla sua. Le scrive centinaia di lettere ma non riceve mai risposta, gesto che lo ferisce e lo indispone; che lei abbia già un ragazzo? Che sia già impegnata? In questo caso, meglio agire di conseguenza. Al secondo minuto di brano assistiamo ad un'impennata improvvisa, caratterizzata da velocità maggiore e tempi più frenetici. La vena blues viene esaltata e mai persa di vista, si galoppa in maniera sfrontata e strafottente, sorretti da una batteria incredibilmente sugli scudi. All'improvviso, però, tutto cambia: tempi e modi da ballad fanno improvvisamente il loro ingresso, spiegandoci di fatto i sentimenti dell'ossessionato protagonista. Egli, quasi triste e sconsolato, sta per giustificare un atto terribile, che di lì a poco compirà. Difatti, con il ritorno dell'aggressività, assistiamo ad un vero e proprio omicidio. "O mia o di nessun altro!", grida il folle, di fatto uccidendo l'oggetto del suo desiderio e divenendo suo malgrado una celebrità. Il serial killer delle star. Il brano, dunque, finisce in maniera incalzante e travolgente, non disperdendo più in alcun modo la sua carica. Un altro momento da incorniciare.

Cheap Lipstick on a Million Dollar Face

Ci avviciniamo alla conclusione con l'avvicendarsi di "Cheap Lipstick on a Million Dollar Face (Rossetto scadente su di un volto da un milione di dollari)", aperta da una chitarra che preferisce lasciare spazio, almeno inizialmente, all'ottima accoppiata basso / batteria. Il risultato è una sezione ritmica massiccia sulla quale ben si staglia una sei corde a metà fra l'aggressività dei KISS e l'approccio morbido dell'Hair Metal. Le linee vocali del singer, ottime, serpeggiano alla grande fra le note emesse dai suoi compagni, arricchendo il comparto e senza dubbio rendendo giustizia alla causa degli Electric Angels. Un brano più prevedibile del precedente ma non per questo "brutto", anzi, tutt'altro. Anche sfoggiando il cosiddetto "minimo sindacale", i Nostri stanno dimostrando di poterci intrattenere anche non sforzandosi troppo. Ed il brano fila diretto e liscio senza alcun intoppo, poco da dire. Di contro, è la prevedibilità degli argomenti trattati a rendere forse il disco leggermente "debole", sotto alcuni aspetti. Abbiamo dunque capito, arrivati a questo punto, quanto le delusioni amorose siano il pane quotidiano dei Nostri. Ed è anche giusto così, in fin dei conti, dato sì che il Glam predilige per attitudine argomenti del genere. C'è anche da dire, però, che presentandoci l'argomento in salse sin troppo simili sta rischiando di cadere nella parodia. Anche perché la donna-oggetto del contendere, in questo caso, è l'ennesima cuore di pietra, insensibile a tutto meno che alla sazietà del suo ego. E' proprio questo il punto su cui il protagonista delle liriche cerca di far leva. Egli la reputa una donna da copertina, un volto da milioni di dollari... ma specifica che si tratta solo di apparenza. Un volto imbellettato da cosmetici di quart'ordine, buoni solo a creare una maschera da usarsi per ingannare prede a dir poco ingenue. Una donna della quale il Nostro non si sarebbe mai dovuto fidare, arrivando a capirlo fortunatamente non troppo tardi. Ed allora eccolo sfogarsi, dirle in faccia ciò che pensa di lei. Una persona spregevole, che andrebbe solo evitata e lasciata a marcire nella sua autoesaltazione. Un ottimo assolo al minuto 2:39 (scuola Ted Nugent) rende il clima musicale ancor più acceso e spensierato, fino a portarci in un frangente all'apparenza calmo seppur scandito da una ritmica incedente. Si prosegue dunque in tal guisa fino alla fine, un brano dinamico e divertente, non memorabile ma di certo in grado di dire la sua.

Ain't Going Home With You

Arriviamo quindi alla conclusione di questo lungo viaggio alla riscoperta delle sonorità più Easy del mondo Metal, approcciandoci all'ultima traccia: "Ain't Going Home With You (Non torno a casa con te)". Apertura col botto, affidata a dei fiati sintetizzati roboanti presto seguiti da una chitarra potente e graffiante. Un brano che alza l'asticella e decide di chiudere il disco in grande stile, rimembrando i fasti degli Skid Row, riprendendo in larga parte il loro approccio proto-sleaze ed estremamente stradaiolo ed impertinente. E' proprio quel Rock n' Roll grezzo ed esasperato a fungere da autentico motore / colonna portante di un brano eccezionale, sfrontato quanto basta e potente abbastanza da poterci trascinare in un folle party senza fine. Paradossalmente, le liriche narrano di quel gesto che tanti dei protagonisti passati avrebbero dovuto compiere, molto tempo prima; ovvero, il non fidarsi delle apparenze, accorgendosi subito del fatto che una donna possa non essere quella giusta, valutando diversi fattori. In questo caso, il ragazzo di cui gli Electric Angels ci narrano ammette fieramente di non volere "passaggi a casa", di non volersi fidare di una donna che - a quanto sembra - gioca a carte sin troppo scoperte. Viso d'angelo ma sorriso da alligatore, il Nostro ci ha messo relativamente poco a capire il suo gioco. Per questo motivo, non si farà tentate. Non importa quanto lei sia bella ed anche ricca, egli non cadrà nella sua tela di ragno né correrà anche solo il rischio di rimanervi impigliato. Tornerà a casa da solo, non ha bisogno dell'auto di nessuno. Minuto 1:47, basso e batteria sostengono meravigliosamente un assolo tirato e variopinto, estremamente ben confezionato, fiore all'occhiello di un brano che continua a mostrarci tastiere ben dosate e soprattutto la prestazione suprema del frontman. Brevità che impera, un pezzo dalla durata esigua... ma diamine, se riesce a spingere sull'acceleratore! Una vera e propria festa del Rock n' Roll, alla quale tutti siamo invitati. Se solo i personaggi incontrati lungo le altre liriche avessero seguito l'esempio di questo protagonista, forse ci saremmo risparmiati l'eccesso "d'amore"... ma è in fin dei conti una questione di lana caprina. Quel che conta è che il disco si è chiuso in grande stile.

Conclusioni

Giunti alla fine di quest'epopea, cari lettori, debbo confessarvi una cosa: giungere ad una valutazione "secca" e precisa non è stato semplice, tutt'altro. Vi stupirà forse saperlo, data la natura "easy" della proposta musicale qui valutata; eppure, confermo quanto ho appena scritto e ribadisco: "Lost in the Atlantic" non è un album da prendere sotto gamba, ed al contempo non risulta nemmeno epocale. Perfettamente incastonato in un limbo indecifrabile, in perenne bilico fra il valido ed il bypassabile. Procediamo per gradi, tuttavia, iniziando proprio dalle noti dolenti... così da addolcire la pillola mano a mano. Dopo tutto, bisogna pur argomentare. Partiamo dall'inizio: credo che il più grosso difetto di questo disco risieda nel "troppismo" del quale inevitabilmente soffre, a causa di una tracklist troppo imponente. Quattordici brani, a mio giudizio, sono troppi; vista e considerata la natura di ciascuno di essi, soprattutto. Si può capire la voglia scalpitante degli Electric Angels di tornare in pista dopo tanto tempo, ed in questo senso mi sento di giudicare (seppur titubando) questo "eccesso" di brani, i quali rivelano più di un filler alla fin fine inutile all'economia generale del platter. Il quale avrebbe potuto letteralmente sfavillare se il minutaggio fosse stato ridotto, ed il numero delle tracce circoscritto a 9 o 10, massimo. Si poteva ampiamente tagliare, il difetto più grande di "Lost..." è che davvero, dopo un po', si rischia (paradossalmente) di perdere la rotta e di cedere il passo ad una strana noia. Noia che non dovrebbe colpire, ascoltando un disco del genere, poco ma sicuro. Un altro problema risiede poi nel fatto che le tracce, già di per sé troppe, risultano letteralmente divise in due gruppi. Da una parte, un primo lotto eccessivamente frivolo ed orientato verso la scalata di eventuali classifiche, in cui la componente più Metal risulta quasi nascosta, in troppi punti; dall'altro, l'estro e la potenza / sfrontatezza tipici di un gruppo che ha sicuramente - ancora - qualcosa da dire, che ha subìto il Glam sulla sua pelle e sa come rispondere, colpo su colpo, ai morsi patinati dell'Hair Metal. E' proprio da "Color of Hate" che il discorso comincia a farsi interessantissimo: un momento in cui "Lost in the Atlantic" cambia volto e si tramuta in un disco impertinente, diretto, certo catchy ma comunque recante in sé quel quid di potenza adatto a renderlo singolare. Persone che hanno vissuto il periodo d'oro del genere, i nostri Electric Angels. E che, di conseguenza, fanno ciò che sanno fare meglio: i rockers! In virtù della maggiore qualità, della maggiore potenza e validità dei brani successivi a "Postcards...", sarebbe stato meglio tagliare qui e là, assemblando meglio il tutto e proponendo un lavoro più compatto e funzionale allo scopo. Come valutare, dunque ed in toto, questa prova? Una parte di me vorrebbe essere più severa... ma proprio come "Lost..." mi sento diviso letteralmente in due. Perché sì, una parte del vostro affezionatissimo - ed alla fin fine, quella predominante - non può far pesare agli Electric Angels (o meglio, non può "troppo") dei difetti che sì, magari hanno minato il totale buon esito della prova, ma che dopo tutto vanno anche compresi ed inquadrati in una determinata ottica. Caliamoci nei loro panni: un gruppo all'epoca giovane e dinamico, pieno di sogni e speranze... stroncati in modo netto da una casa discografica che li ha abbandonati e praticamente costretti allo scioglimento. Che dopo tanti anni d'amaro in bocca i Nostri siano voluti tornare, è più che comprensibile. Ancora pieni di entusiasmo, di volontà. Voglia di comunicare qualcosa, di riaprire dei cassetti tenuti chiusi per troppo tempo. E poco importa, se da questi sia fuoriuscito un torrente in piena, a volte troppo confusionario e mal gestito. E' il gesto, l'atto in sé di tornare in pista, che deve contare. Chiariamoci, non debbo dare "contentini" a nessuno: sto parlando di musicisti esperti, stimati collaboratori di personaggi quali Slash ed Alice Cooper. Una stroncatura non li avrebbe certo scottati; se sei un professionista, le tue ossa riescono a reggere urti inimmaginabili. Ergo, non è per timore reverenziale che mi sento di promuovere (seppur "con riserva") "Lost in the Atlantic". Voglio dargli fiducia, voglio premiare lo sforzo degli Electric Angels di rimettersi in pista, dopo tanti tanti anni. Onorare la loro capacità di urlare "no!"  dinnanzi al grugno ghignante del fato. Dopo tutto, sono un po' come Crom, la cimmera divinità... ammiro il coraggio. Indi, accolgo la loro unica richiesta; quella di farsi dire, dopo tanti sacrifici e vicissitudini: "bentornati, ragazzi!".


Nota: un sentito ringraziamento al direttore Yader Lamberti per aver contattato personalmente Ryan Roxie e la Demon Doll Recordsprovvedendo a fornire al sottoscritto i testi di ogni brano.

1) New York Times
2) God's Children
3) Lies my Father Told Me
4) Wish i Could Fly
5) War is Over
6) Postcards from My Heart
7) Color of Hate
8) Live Forever
9) Woke Up Blind
10) Def Generation
11) Spent the Night with a Memory
12) Hung Up on a Pin Up Girl
13) Cheap Lipstick on a Million Dollar Face
14) Ain't Going Home With You