E.vil N.ever D.ies

Ekpyrosis

2017 - Via Nocturna

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
31/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Sono sicuramente parecchi i gruppi metal che danno gran lustro alla nostra penisola; molti di questi sono giustamente blasonati e ampiamente conosciuti ormai da anni, ma altri vivono, o hanno vissuto per anni nel sottobosco della scena relegati a band di culto per un certo numero di affezionati. Il gruppo di cui ho l'onore di occuparmi oggi appartiene a questa categoria, specificando che, grazie a tanta dedizione e un pizzico di fortuna, ha trovato il modo di distaccarsi dal cosiddetto "sottobosco", agganciandosi ad una buona etichetta in occasione del rilascio del loro primo vero e proprio full length, e prendendo così la strada giusta dopo ventisette anni di onorata carriera. Loro sono gli E.vil N.ever D.ies, o E.N.D., monicker che prende palese spunto dal celebre brano dei maestri Overkill, e il disco di cui mi vado ad occupare è Ekpyrosis, come sottolineato il primo vero e proprio Lp della loro carriera, considerando che il precedente Sulphur Paintings, pur essendo un album di sette tracce, viene considerato a tutti gli effetti un Ep. Un album questo che per la prima volta vede il supporto di una casa discografica, la polacca "Via Nocturna", a cui si tributa il merito di aver dato maggiore esposizione al gruppo dopo tre Ep di "rodaggio" dati alla luce in maniera indipendente e "underground". Ekpyrosis, quarto parto discografico, evolve il discorso dei nostri portando il loro thrash ad un indiscusso sviluppo in cui trovano spazio influenze particolari, a volte "ortodosse" (gli evidenti richiami ai Voivod nella quinta "This Is a Country for Old Man", e forse nel break centrale di "No Cure for War"), altre "eterodosse" (la dubstep dell'ultimo brano omonimo, rifacimento alquanto singolare dell'opener Holy Mountain). Complessivamente risulta apprezzabile la ricchezza di un sound tanto aggressivo quanto ricercato, anche se qua e là sembra venire meno una certa immediatezza che potrebbe stimolare già dal primo ascolto i neofiti che ancora si devono "avvicinare" alla band. Parlo naturalmente di chi nel thrash cerca il brano immediatamente memorizzabile, la "mazzata" diretta che grazie a pochi essenziali riffs finisce per stamparsi subito nella corteccia cerebrale. Naturalmente quanto detto non è affatto un demerito, anzi, considerando la ricchezza e complessità di certi artisti nel mondo del thrash: senza ripescare i Watchtower o altre icone del technical thrash, basti pensare a quanto fatto dai Megadeth nei primi quattro album o andarsi a rispolverare i primi lavori degli Annihilator, per capire di cosa sto parlando. Ma comunque chi cerca qualcosa di "diretto" avrà sicuramente pane per i propri denti, ascoltando l'opener Holy Mountain, davvero tirata e "in your face", o lo speed thrash subodorante thrash'n roll della quarta It's Alive, parecchio sullo stile Ausgebombt dei Sodom. Gli altri, ossia chi ama il thrash più "evoluto" ma con un occhio al passato, potranno gustarsi l'intera scaletta, che porta inaspettatamente alla sorpresa finale, a onor del vero già citata: l'"elettronica" Ekpyrosis, che definiremmo "avantgarde". Una sorpresa a mio parere abbastanza positiva, che farà sicuramente storcere il naso a qualche metallaro di vedute meno larghe. Riguardo all' "abbastanza", tale avverbio è usato solo per il fatto che il pezzo in questione risulta un'organismo estraneo nel contesto. Fossero stati due o tre i pezzi "anomali" nel platter ora staremmo parlando di un disco "avantgarde thrash", ma con un unico pezzo finale di questo genere c'è davvero di che rimanere spaesati. Non che certi esperimenti non siano stati fatti prima (mi vengono in mente gli Spite Extreme Wings, che nel loro Vltra hanno inserito una cover NON black metal di Helter Skelter dei Beatles) ma lo spaesamento rimane, e penso fosse questa la volontà dei nostri. Di spiazzare. Menzione particolare per il titolo del disco, "Ekpyrosis", ossia ecpirosi. Tale termine, che in greco antico unisce Ek ("fuori") e pyros ("fuoco") indica, la "fuoriuscita dal fuoco" ed è un concetto di appannaggio della filosofia stoica che starebbe ad indicare come tutto nasca dal fuoco ed in esso ritorni. In tal senso gli stoici pescano a piene mani dalla dottrina di Eraclito, secondo cui l'"archè", ossia l'origine di ogni cosa sia da attribuire al fuoco. E' bene quindi aprire una piccola parentesi sull'argomento. E' bene sapere che primi filosofi erano soliti fare riferimento all'archè per tentare di definire l'origine e la fine del tutto: Anassimene di Mileto definiva l'aria come archè; Anassimandro l'àpeiron (in poche parole l'infinito); Talete l'acqua, Eraclito invece, e tale visione sarà ripresa dagli stoici, il fuoco. Il concetto di base dell'ecpirosi, nel suo "fenomeno ciclico" di eterno ritorno del medesimo, è addirittura ripreso da Nietzsche nella sua dottrina. Degna di nota anche la cover art ad opera del batterista Felice Savarese, rappresentante un paesaggio, il cui albero al centro è radicato sul capo di un Kraken. Quest'ultimo simbolo dell'energia, del fuoco di cui quest'album trova sviluppo concettuale. Ora, prima di passare alla consueta track by track è lecito, soprattutto per i neofiti e tutti quelli che non hanno familiarità con il gruppo, dare un'infarinata generale riguardo al loro percorso sino a questo momento: "Gli E.N.D (Evil Never Dies), band di Napoli, nascono nel 1990. Il primo demo,"State of dismal woe" nel 1995. Nel 1998 vede la luce il secondo demo, "E.N.D.". Negli anni, diversi sono i cambi di line-up, con l'ingresso di Fabio Di Tullio alla chitarra, Alessandro Savarese al basso e Domenico Costagliola alla voce. Il mese di ottobre del 2008 e' caratterizzato dall'uscita del terzo lavoro autoprodotto, "Today is the day". Alla fine del 2011 il gruppo realizza un nuovo EP dal titolo "DE MALEFICIIS" che vede il contributo in studio di Raffaele Lanzuise, membro dei Nameless Crime, al basso. Nel gennaio 2012 entra nella line up Daniele Galasso al basso. Marzo 2014 esce "Sulphur Paintings". Il 28 febbraio 2017 la band pubblica il full - lenght " Ekpyrosis", con una line up a tre (Felice "Felix" Savarese alla batteria, Fabio di Tullio alla chitarra e Domenico "Domecost" Costagliola alla voce) dopo la fuoriuscita di Salvatore Romano. Tale defezione non sembra affatto aver creato problemi alla vena creativa del gruppo, il quale canalizzando maggiormente i propri sforzi, e grazie al supporto dalla chitarra solista di Bruno Masulli e dal basso dell'ex membro Daniele Galasso (già su Sulphur Paintings), è riuscito a tirar fuori un prodotto decisamente degno del proprio nome.". Detto questo, e sperando di essere stato abbastanza esaustivo, direi di passare ora all'analisi delle varie tracce.

Holy Mountain

Si inizia bene con "Holy Mountain", come già specificato in precedenza, tra le tracce più "dirette" e lineari del disco. Il brano si apre con un riffone dotato di una certa energia ripetuto alcune volte, coadiuvato da una batteria molto dosata. Questo viene spezzato da una gragnola di colpi alla batteria che fa da ponte tra la prima parte, quella "introduttiva", e il brano vero e proprio, inaugurato dall'entrata della voce del singer che ci introduce ad una parte testuale intelligente e ben congeniata (la ricchezza e la rilevanza dei testi sono una peculiarità degli E.N.D., come andremo a vedere), tutta incentrata, come suggerisce il titolo, su una "montagna sacra": in visioni da tardo Sturm Und Drang (nello specifico "I dolori del giovane Werther" di Goethe, in cui si inizia "a dare forma a una nuova visione della natura, nella quale il sublime è l'elemento dinamico, che trasforma e talvolta annienta, ma che riconduce infine all'equilibrio". cit. da Wikipedia) si sviluppano pensieri riguardo a tale montagna come elemento maestoso portatore di morte e distruzione, ma al contempo e conseguentemente, anche di vita. Un monte visto come una sorta di padre, sia per il fatto di generare la vita, sia per il fatto che questo sembra "imporsi" sulle creature più piccole ed inermi (gli uomini che vivono ai suoi piedi/i figli) talvolta in maniera brutale, come Titano che mangiò i suoi figli. Per capire il testo dobbiamo ricordarci da dove viene la band, ovvero Napoli. La montagna sacra è chiaramente un vulcano, e non è nemmeno troppo sottinteso che si tratti del Vesuvio. La sua potenza è sopita, la sua magnificenza oscurata dalla presenza umana. Il ricordo della sua forza è nella voce degli storici, la sua gloria pallidamente riflessa dalle cartoline. Il "santo" che fermò la sua forza potrebbe essere un richiamo al protettore di Napoli, S. Gennaro, o semplicemente ad un fato benevolo che ne ha sopito la pericolosità. Ma la montagna sacra rimane un grande Padre da adorare e temere, e la morte che il suo potere sopito può generare è attesa, nell'ambito della poetica del gruppo, come una sorta di ciclo naturale e di predestinazione, un appuntamento con l'eternità. Con il termine "fantasia!" forse vuole spronare ad immaginare lo scenario di distruzione e le rovine, non come una cosa negativa ma come uno spettacolo di magnifica purezza. Tornando al lato strettamente musicale, conseguentemente all'introduzione e alla raffica di colpi di batteria di cui sopra, si entra nel vivo del pezzo vero e proprio, strutturato su tempi veloci sorretti da una batteria dinamica e potente, un riffing aggressivo e una voce roca e devastante. Pochi sono i cambi di tempo: a parte un break centrale che serve comunque a spezzare sapientemente la tensione il pezzo fila liscio e veloce come un treno, dandoci prova di un grande affiatamento e di una carica che, pur in maniera differente e con maggiore elaborazione, non verrà a mancare nei pezzi successivi.

No Cure For War


Il proseguo è affidato all'altrettanto bella "No Cure For War", brano architettato in maniera un pizzico più elaborata e corredata da un testo particolarmente interessante. L'inizio è affidato alla voce filtrata del singer che ripete un mantrico "Sing me your song and glory to you money god" (destinato a ritornare nel refrain) prima di un'intarsio strumentale su tempi medi tutto giocato su un cesello potente di chitarra addizionato a dosati rintocchi di batteria. Dopo una ventina di secondi si parte in quarta su ritmi accesi e frenetici, nei quali emerge immediatamente la voce del singer che stavolta ci introduce un testo palesemente anti-militaresco nel quale, in maniera molto sottile, si condanna la stupidità dell'uomo che per quanto abbia coscienza di orrori perpetrati nel nome della guerra, non ha, o non vuole avere, memoria del passato, perpetrando all'infinito gli stessi errori. Viene definita menzogna la frase "Storia Magistra Vitae", storia maestra di vita, perchè in effetti non è del tutto vera. Si conosce la portata del danno che si ha nel portare avanti una guerra, ma si continua a farlo indifferenti riguardo alle conseguenze. Tutto è ammantato di rabbiosa disillusione, dalla convinzione che l'umanità non impari da sé stessa e che la storia non sia magistra vitae. Il dio denaro e il dio della morte sullo stesso piano hanno un valore fortemente evocativo, trapela un sentimento di rabbia verso coloro che guardano lo spettacolo della distruzione da una posizione sicura e provilegiata (politici, industriali, eccetera) pietà e rabbiso nichilismo nei confronti delle vittime dimenticate dell'orrore. Tornando al piano musicale, successivamente al breve preambolo strumentale il pezzo parte in quarta scortato da un riff serrato e un gioco di batteria dinamico che si concentra su accelerazioni piazzate durante le parti cantate. Quindi abbiamo una parte in cui la batteria si concentra su un ritmo serrato costante e la voce si fa meno aspra e più "melodica". Terminata questa parentesi si ritorna su ritmi deflagranti scortati dalla voce acre del singer, che ben presto scivolano in un frangente impostato su tempi medi, ancora una volta granitici ma sicuramente più calcolati. Ancora una parte veloce addizionata a "vocals melodiche", quindi si arriva ad una nuova breve parte più distesa, prima di un frangente che ci riporta in mente certi break di Voivodiana memoria (Macrosolutions to Megaproblems). Il suddetto richiamo comunque è destinato si e no l'arco di pochi secondi, dato che il breve, dopo un nuovo uso della voce filtrata si riparte in quarta su ritmi belluini e in your face, deflagranti come una bomba da mille megatoni. Presto la tensione si spezza con un'altro passaggio più lento e ragionato, melodico se vogliamo, ma è solo un'attimo, dato che ancora una volta i ritmi riprendono a marciare più spietati che mai. Prima della fine abbiamo ancora un passaggio in mid tempo, potente, "compresso", destinato a porre il sigillo sul brano

Epitaphs

Si continua con la terza "Epitaphs", introdotta da un sinistro suono di carillon, che scivola in breve in una melodia molto pacata, mesta, forse adirittura lugubre. A meno di un minuto tale melodia è interrotta dall'introduzione di un riffing roboante, potente, che ci conduce in circa trenta secondi all'interno di un pattern quadrato e muscolare ma giostrato su una batteria che non lesina velocità. La voce entra subito in campo per introdurci un testo carico di valenze introspettive: un brano che sembra essere imperniato sulla crescità, in cui il giovane (il protagonista del brano) è concentrato su sé stesso, è il centro del suo personale universo, e la sua mente "riflette" proprio questa caratteristica. La macchina volante che "cattura e perde pezzi di paesaggio" è una metafora della giovanezza che scorre rapida e che immagazzina e perde ricordi e conoscenze. Quando lo specchio si graffia arriva la maturità, che è guadagno (di saggezza) ma anche perdita (di innocenza e spensieratezza). Tale maturità arriva dalla consapevolezza della morte, di coloro che dormono sulla collina (il cimitero), motivo del titolo della canzone. Lo specchio non riflette più nulla, perché ora la mente vede il mondo esterno per ciò che è e non per come lo riflette il nostro Io, e questo è il "silenzio della saggezza". Molti vagano per la vita senza meta, ma accostandosi al fiume (allegoria di saggezza) puoi guardare attraverso il crepuscolo (della vita). Un brano questo che si affida a molte metafore dando prova di un'estrema finezza in fase di scrittura. Del resto, come già accennato, uno dei punti forti del gruppo sembra essere proprio il saper elaborare testi di grande raffinatezza che finiscono per essere un notevole surplus nella già elevata qualità delle varie composizioni. Ritornando al lato musicale, il pezzo verso il minuto e mezzo si carica di grinta assestandosi su tempi medi molto potenti, in cui emergono parti "corali" decisamente enfatiche. A un certo punto, dopo un breve cesello schizoide di chitarra, vediamo il pezzo velocizzarsi portandosi su tempi considerevolmente più dinamici. La batteria svolge un gran lavoro nel dettare i tempi, ma in toto tutti gli strumenti si prodigano egregiamente per alimentare il folle scenario. Ancora un rallentamento smorza vistosamente i tempi incanalando il brano in un frangente più ragionato e disteso, destinato a durare bene o male sino alla fine. Nelle ultime battute, ciliegina sulla torta, un melanconico solo guitar e un ritorno, a porre il sigillo sul brano, della tetra nenia del carillon.

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It's Alive

Il proseguo è affidato alla quarta traccia "It's Alive", brano che parte subito in quarta sulla scorta di un terremotante riffing ben sostenuto dai rintocchi veloci di batteria. Nell'arco di pochissimo vediamo come il brano si assesti su una struttura di matrice thrash'n roll molto veloce (definiamola anche speed thrash) che rimanderebbe direttamente ai Sodom (Ausgebombt). La voce, in scena già prima del minuto, introduce quindi un testo stavolta un pizzico criptico, fatto di strofe brevi il cui scopo è maggiormente quello di suggerire più che narrare. Ancora una volta tale testo risulta introspettivo, stavolta forse in misura maggiore rispetto a quanto udito, ed indica una sorta di rivalsa furiosa nei confronti della propria stessa vita. Considerando che si tratta di un testo breve e caratterizzato come già specificato da strofe corte e spezzate, è probabile che più che avere un soggetto definito esso voglia soprattutto portare alla mente immagini violente, malefiche ed evocative. Probabilmente è anche una sorta di dialogo col pubblico che è invitato a fuggire perché il Diavolo, ovvero la band, è "tornata per vendicarsi". E tale potrebbe essere un'interpretazione, dato che l'inserimento del "principe delle Tenebre" potrebbe avere diverse valenze, non ultima quella più sottile del male che trova piena manifestazione "fisica" portando scompenso e orrore nella vita degli astanti. E anche qui, data l'intelligenza dei testi, la loro aderenza al reale, potremmo cercare valenze immanenti piuttosto che trascendenti nel concetto di male, lasciando però aperto lo spazio ad ogni sorta di interpretazione. Riguardo al lato musicale, come già detto, il brano dopo un'inizio decisamente irruento si adagia su ritmiche thrash'n roll tra i Sodom e, volendo, i Motorhead in salsa thrashy. Fino a circa un minuto e mezzo tutto "lineare", su queste direttive, quindi un gioco chitarra/batteria ci porta ad una deflagrazione del brano verso lidi maggiormente oltranzisti: la velocità aumenta e il flavour "catchy" del precedente troncone viene improvvisamente meno, riportandoci verso lidi thrash tout court, assassini e in your face. Un passaggio solo strumentale sulla scorta di una batteria molto veloce e un guitar work energico ci porta in breve ad un passaggio su tempi meno accelerati, granitico e terremotante, di indubbia potenza, in cui, a prescindere dal solito ottimo protagonismo della batteria e della chitarra, si erge belluina la voce tonante del singer. A meno di trenta secondi dalla conclusione una nuova accelerazione, destinata a protrarsi implacabile sino alla fine.


(This Is) Country for Old Men

Si continua con la quinta traccia "(This Is) Country for Old Men", che inizia con una interessante parte giocata su un riffing dall'andamento particolare, sorretto da un uso articolato e ben giostrato della batteria. Tale parte ci porta a meno di un minuto ad un pattern decisamente più melodico grazie ad un raffinato guitar work. La potenza è sempre di casa, ma incanalata in strutture più "ariose". La voce ci porta stavolta al cospetto di una parte testuale molto critica nei confronti della nostra società attuale, composta da masnade di ipocriti pronti ad inculcare nelle menti dei giovani solo bugie al fine di reiterare ipocrisie che ormai fanno parte del nostro background, cullando le loro menti con sogni e promesse che al fine pratico non trovano alcun riscontro. Il pezzo, come suggerito inizialmente, getta le sue fondamenta nella più pura attualità: l'inizio della canzone è più generico, e si scaglia contro le piccole ipocrisie o semplificazioni che vengono inculcate fin da piccoli, poi diviene una critica verso determinate figure sociali, i credenti dalla mente "imprigionata" e coloro che all'apparenza sono brave persone ma, di fatto, sfruttano gli altri e vivono dell'altrui sofferenza. Infine prende piede una visione "politica", destinata a toccare con sensibilità umanitaria il problema immigrazione e che di fatto si scaglia contro l'ipocrisia degli "unionisti", riferendosi probabilmente all'Unione Europea o i suoi sostenitori, i cui politici si ergono a "messia del lavoro" ma, per la band, rappresentano semplicemente altri sfruttatori. Il pezzo si conclude appunto con "è un paese per vecchi", ribaltamento del titolo del best seller di Cormac McCarthy "Non è un paese per vecchi"(da cui è stato tratto anche un film diretto dai fratelli Coen), vincitore di un premio Pulitzer per la narrativa, auspicando la prossima fine di tutti questi "vecchi" che incollano la società a schemi vetusti e corrotti. Dal lato musicale come già detto, ci si trova dunque immersi sino al primo minuto in un pattern veloce e melodico che presto cede il passo ad una parte più sincopata e "claudicante", che sfocia ben presto in una cavalcata vagamente reminiscente di certo heavy più classico. Quindi, ancora una volta si ritorna in un frangente sincopato, che ci porta in breve ad una parte estremamente Voivodiana nella struttura, il cui inizio, fatto di continui break and go con particolarissimi affreschi di chitarra nel mezzo cede presto il passo ad una parte con un guitar work ancora impostato su dei break, gelido e atonale. Quindi un cesello velocissimo di chitarra ci porta in un frangente estremamente veloce impostato su un lavoro molto rapido di batteria e su un riffing fulmineo il cui effetto finale è terremotante. Tale parte viene quindi inframezzata da un veloce solo guitar che nella sua brevità trova un finale abbastanza melodico. Si finisce in bellezza con una parte terribilmente sincopata che pone il sigillo su uno dei pezzi migliori di tutto il lotto.

Land with No Future

Proseguiamo con la sesta traccia "Land with No Future", introdotta sin da subito da un cesello di chitarra aggressivo che ci porta quasi immediatamente al brano vero e proprio, incalzante ma non giocato su velocità parossistiche. La voce subentra quasi subito per portarci in una parte testuale ancora una volta venata di aspetti sociali e possibilmente politici: se certi riferimenti ci rimandano alla storia ("Per anni la gente/ha fissato il mare/cercando risposte/In modo da trovare equilibrio mentale") rimandandoci idealmente alle domande che l'uomo si poneva circa i limiti della terra (insomma, se fosse piatta, cosa ci fosse "oltre" etc), le stesse parole, con un pizzico di ambiguità, ci possono rimandare a contesti diversi. Fissare il mare cercando risposte... su cosa? Magari ci si riferisce a chi osserva silente gli sbarchi dei migranti e vorrebbe risposte dalle istituzioni? Possibile, ma non scontato. L'unica cosa veramente chiara è che si tratti di un'altra tematica capace di "evocare" problematiche attuali senza parlarne in maniera chiara. Ascoltando bene il testo, in questo caso, possiamo notare come apparentemente la band si esprime come se si trovasse nell'ottica del potere, del sistema, guardando alle masse come un qualcosa da tenere "calmo e intorpidito", e dal quale pretendere "oro e silenzio". Il soggetto della tematica come già specificato, presenta punte di ambiguità, e del resto poco chiaro il riferimento alla solidarietà: potrebbe essere intesa come una solidarietà "forzata", forse in relazione all'attuale esodo dall'Africa, cosa che sarebbe conforme alle strofe del brano precedente ma non all'umanesimo di "No cure for war", oppure essere l'esatto contrario e vedere nella solidarietà un aspetto positivo con il quale scuotere le masse. Tornando quindi al brano, nella sua "struttura" il brano sembra assestarsi sin dai primi secondi su una struttura incalzante giocata su tempi relativamente veloci, inizialmente priva di grandi cambi di tempo, destinata comunque a sfociare in un rallentamento maggiormente "atmosferico", un break che ci riporta in breve alla "main structure". Degno di nota un bel solo guitar piazzato oltre i tre minuti nel bel mezzo di una interessante parte strumentale, prima notevolmente rocciosa, quindi decisamente veloce, che ci traghetta direttamente verso la fine del brano. Un pezzo questo particolarmente lineare, salvo poche, sparute eccezioni, destinato a stamparsi subito nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore. Molto distante dalla maggiore complessità di pezzi ascoltati sino a questo momento ma non per questo privo di fascino.


Imagination

Si continua con la settima traccia, "Imagination" (Immaginazione), brano imperniato su un testo la cui tematica è già stata toccata in altre forme in certi pezzi precedenti: l'illusione e la conseguente disillusione. Il protagonista della canzone usa l'immaginazione per contrastare una realtà che non accetta ma, alla fine, resta solo la "delusione della realtà" e "l'illusione dell'irreale". Le metafore su di una vita insoddisfacente si fanno sempre più mortuarie, sempre più caratterizzate da evidenti iperboli poetiche, fino alla strofa finale e al desiderio di morte da vivo. Nel complesso un brano testualmente molto poetico e decisamente pessimista, impostato su un "percorso" che porta inesorabilmente verso la morte, il cui sviluppo è rappresentato per gradi, impostato in maniera talmente armoniosa che dalle parti iniziali, possibilmente più liete (ma non necessariamente: il sole che brilla della prima strofa è comunque immaginato circondato da una coltre di nuvole grigie) a quanto viene poi, il passaggio è talmente graduale da non generare alcun tipo di "cesura netta" o frattura: se proprio si vuol trovare una cesura, in qualche modo la si deve ricercare nella parte che recita "Tutto ciò che rimane è la delusione della realtà, l'illusione dell'irreale", dato che è da li che si sviluppa la parte più "pessimistica" del brano, quella, insomma, che conduce inevitabilmente al finale non lieto. Il brano musicalmente si sviluppa abbastanza veloce sin dall'inizio. Anche qui, come nel precedente, non si esagera nel parossismo dinamico nelle prime battute, mentre nel proseguo notiamo una leggera "velocizzazione". Sempre terremotanti le parti vocali del singer, capaci, con veemenza belluina, di traghettare il brano come Caronte "dagli occhi di bragia" traghetta la sua infernale zattera. Tutto sembra relativamente lineare, almeno fino a quasi il secondo minuto, in cui subentra un leggero rallentamento - doppiato una ventina di secondi dopo - destinato a portare il brano su tempi relativamente meno spinti, e una parte decisamente più atmosferica venti secondi dopo il nuovo rallentamento, impostata su tempi nettamente più lenti e cullata da un mesto lavoro di chitarra e una batteria estremamente dosata. Una parte a suo modo ossessiva, claustrofobica, ma non eccessivamente lunga, piazzata a metà brano, che sfocia in un frangente impostato su tempi medi, sinistramente melodico. Il finale invece consta di un ritorno su tempi più veloci come nella prima metà del brano.

Ekpyrosis

La title track finale, "Ekpyrosis", ci offre quindi una rivisitazione in chiave elettronica, "dub step" dell'opener Holy Mountain. I ritmi qui sono pesantemente sincopati e totalmente estranei al "metal", salvo che non si voglia utilizzare qualche etichetta, magari fuorviante, tipo "avantgarde". Comunque avantgarde o no, il pezzo è totalmente scevro da qualsiasi velleità metallica. Un'esperimento particolare, già tentato da altri artisti (in primis gli iniziatori delle prime vere contaminazioni tra metal e "altro", i Celtic Frost, che con pezzi come One In Their Pride hanno già fatto parecchi anni fa - parliamo del 1987 - cose simili) che, pur non essendo totalmente originale dovrebbe essere un gustoso divertissement rispetto alle modalità stilistiche classiche della band. Non a caso ho messo "dovrebbe", dato che un brano del genere piazzato alla fine del disco, senza nessun altro elemento di vera discontinuità negli altri brani, può suscitare davvero qualche perplessità. Non che certi esperimenti non siano graditi (io in particolare li amo parecchio essendo un'appassionato dell'avantgarde), ma qualche elemento di rottura in più all'interno del disco non avrebbe nuociuto affatto. E fosse stato così ora staremmo parlando di avantgarde thrash. Elementi che potevano essere anche brevi intermezzi recitati, o solo strumentali elettronici, giusto per dare l'idea di un prodotto che tenta di staccarsi e di evolvere il "semplice thrash". Invece, a parte qualche rimando ai Voivod, che sono qualcosa di più che un semplice gruppo thrash, possiamo benissimo asserire che il disco è al 100% thrash, con un'unica eccezione rappresentata da quest'ultimo brano finale, che, fosse stato incluso in qualche Ep (come hanno fatto i Satyricon con Intermezzo II) avrebbe avuto una sua piena raison d'etre. Ma, come specificato nell'introduzione, il pezzo potrebbe essere piazzato li magari per far discutere, per suscitare deliberatamente perplessità. E nel caso fosse così, allora si può dire che l'obiettivo è pienamente raggiunto.

Conclusioni

Quindi, arrivando alla conclusione, possiamo definire questo primo full length degli E.vil N.ever D.ies davvero molto bello, estremamente riuscito in tutte le sue parti: ben cantato, ben suonato, ricco di pezzi eccellenti e di idee messe egregiamente in campo. I testi sono poi, come specificato a più riprese, tra i punti forti dei nostri: sempre intelligenti e ben scritti, mai banali, completamente scevri da tante reiterate ovvietà proposte da altre band (i soliti mostri, satanassi, sbudellamenti, suore stuprate, etc.) a dimostrazione che una band metal può essere carica di un tasso di intelligenza capace di rivaleggiare con la musica cantautoriale, progressiva,"colta". Già tanti sono stati gli artisti che nel metal hanno elevato tale musica ad arte, grazie a tematiche eccezionalmente mature (mi vengono in mente ad esempio gli ultimi Death) e i nostri non fanno altro che portare avanti la concezione di "metal maturo", appannaggio di musicisti che nell'effettivo hanno davvero qualcosa da dire. Ma, aldilà dei testi, è tutto l'insieme a reggere bene. Come accennato i pezzi sono davvero ben fatti, con qua e là alcune punte di eccellenza: io ad esempio trovo magnifiche l'opener, Holy Mountain, più classica nell'incedere, e soprattutto (This Is) Country for Old Men, dal titolo già accattivante e dotata di una sua precisa personalità che non va minimamente ad intaccare il "tiro" del pezzo. Potente, aggressiva, ma con delle parti più "peculiari" capaci di donarle un surplus in fatto di "riconoscibilità". Anche le altre song sono tutte a livelli alti e, nel complessivo, si può dire che il qui presente disco rappresenta davvero un alto compendio di quel che i nostri possono fare. Arrivare ad un livello di questo genere al primo Lp è un'impresa in cui solo pochi riescono, anche se a voler essere sinceri il precedente disco è una sorta di "quasi full length", ma chiaramente è da questo che si parte in maniera del tutto ufficiale. Quindi il primo vero parto dei nostri è sicuramente con il botto: un disco destinato non solo agli aficionados del gruppo, ormai attivo da tempo, non solo a chi cerca un prodotto thrash dotato di qualche peculiarità che lo distacchi dal magma di prodotti che annualmente vengono messi sul mercato, ma a tutti e dico tutti gli amanti del thrash, sia a quelli più radicati nella tradizione (dato che i nostri hanno un occhio rivolto al passato), sia quelli che cercano un prodotto più moderno, o più evoluto, o diverso in qualche sua parte. I nostri hanno tutto questo in un unico disco, un platter destinato ad accontentare praticamente tutti in questo genere. Quindi, già da quanto detto sino ad ora, possiamo affermare che c'è poco... praticamente nulla di negativo, da aggiungere. L'unica nota a margine è sullla title track, che per avere una sua precisa ragione di essere ci si aspetta - almeno io mi aspetto - che possa essere l'inizio di qualcosa. Mi spiego: un esperimento tanto ardito per gli standard del gruppo non può, a mio parere, rimanere un esperimento isolato. Quindi sarebbe interessante, se possibile, avere qualcosa di altrettanto azzardato, nel secondo full, stavolta magari in misura maggiore, ad esempio 2/3 pezzi che possono anche essere di un minuto o trenta secondi dotati di una loro bizzarra diversità, recitati, elettronici, ambientali o altro, i quali potrebbero dare una vera e giusta continuità a un brano che sino ad ora ha "incuriosito", ma che potrebbe essere la chiave per soluzioni sino ad ora impensabili e inaudite. Almeno in riferimento al loro sound. Arrivando dunque in prossimità della fine, come avrete già capito promuovo senza problemi il disco in questione, e rimango impazientemente in attesa di sentire quanto i Nostri ci proporranno in futuro. Perchè se questo è il livello di ispirazione, sono sicuro che il loro secondo disco potrà bissare la bellezza del primo, confermando la già notevole maturità qui dimostrata e dando modo ai nostri di evolvere e raffinare ulteriormente un sound già sulla strada giusta verso la perfezione. Bravissimi dunque, aspettiamo con impazienza di vedere cosa ci riserverà il futuro, carichi naturalmente di ottimismo.

1) Holy Mountain
2) No Cure For War
3) Epitaphs
4) It's Alive
5) (This Is) Country for Old Men
6) Land with No Future
7) Imagination
8) Ekpyrosis